giovedì 21 ottobre 2010

Stalker ( IV )

Stalker (id) (1979) Regia: Andrej Tarkovskij. Dal racconto «Picnic sul ciglio della strada» di Arkadij e Boris Strugackij. Sceneggiatura: Arkadij e Boris Strugackij. Versi di Fjodor Tjutcev e Arsenij Tarkovskij. Fotografia: Aleksandr Knjazinskij. Musica: Eduard Artemev (e brani dal Bolero di Ravel e dalla Nona sinfonia di Beethoven). Interpreti: Aleksandr Kajdanovskij (lo Stalker), Anatolij Solonicyn (lo scrittore), Nikolaj Grinko (lo scienziato), Alisa Frejndlich (la moglie dello Stalker), Natasha Abramova (la figlia), F. Jurna, E. Kostin, R. Rendi; produzione: Mosfil'm (Secondo Gruppo Artistico); direttore della produzione: L. Tarkovskaja; durata: 161'
Lo Scrittore è interpretato da Anatolij Solonitsin, il pittore di icone Andrej Rubliov nel primo grande film di Tarkovskij. Gli sguardi in macchina di Solonitsin, molto frequenti, rimandano proprio al Rublev. E’ il caso di ricordare che il monaco pittore (1360-1430) smise di dipingere dopo aver assistito alle violenze, sia quelle dei tartari invasori che quelle dei soldati russi, ed è di questo che ci parlava Tarkovskij: c’è ancora posto per l’Arte in un mondo violento e indifferente? Andrej Rubliov tornerà a dipingere dopo la fusione della campana, quasi un miracolo, certo qualcosa di inatteso e imprevedibile. In seguito, a Solonitsin il regista russo ha affidato quasi soltanto parti di laico, di scettico, di indifferente; ed è molto bella, da antologia del cinema, la sua breve apparizione all’inizio di “Lo specchio”, il film di Tarkovskij che precede “Stalker”.
Ma ormai siamo sulla soglia della misteriosa stanza. A 2h10 è lo Scrittore che spiega come funziona la Stanza, cioè che si ottengono i desideri più nascosti, quelli che neanche noi conosciamo. Il Professore butterà via la sua bomba quando lo Scrittore gli chiede come fa a sapere che la Stanza è vera, se ha visto qualche miracolo con i suoi occhi...
- Da chi ha saputo tutte queste cose? Chi gliele ha dette?
- (perplesso) Lui.

E indica lo stalker.Sempre più perplessi, i tre siedono sul pavimento, vicini all’acqua che allaga tutti i pavimenti dell’edificio in rovina. Il Professore smonta la sua bomba, la svita pezzo per pezzo, ne getta i pezzi nell’acqua. Ed è l’acqua la protagonista del finale, un temporale breve e violento.
Stalker si potrebbe benissimo fare in teatro. Tre clown beckettiani, sull’orlo della stanza; diventa quasi una comica quando Solonitsin rischia di cascarci dentro. A questo punto, la Stanza rischia di somigliare molto all’albero della scenografia di “Aspettando Godot”: c’è, ma non serve a niente, neanche per i casi estremi e disperati. A questo punto, abbiamo tre clowns beckettiani, seduti tra le rovine; e un’inutile Stanza, che non vale nemmeno la pena di distruggere. Il Professore, in silenzio, scoraggiato, smonta la bomba e ne getta i pezzi nell’acqua. Un pesce, curioso, va a vedere cosa succede; dall’ordigno esce un olio nero, l’acqua si intorbida. Anche stavolta Godot non è arrivato.
Con loro c’è anche un cane, il cane nero che avevamo già visto apparire in precedenza, sedersi vicino allo Stalker rannicchiato sull’acqua, nella lunga pausa prima di arrivare al tunnel.
Il cane è una presenza importante. Forse uno sciacallo, forse Anubi, forse soltanto un amico, certamente molto vicino allo Stalker. Cani e cavalli sono frequenti, in Tarkovskij. Appaiono brevemente, segnano momenti importanti. Sono dei cavalli a formare l’ultima immagine in Andrej Rubliov, dopo la sequenza a colori dei dipinti del vero Rubliov; ed è questo cane nero, un bel cane mansueto, a seguire lo Stalker fino a casa. La moglie dello Stalker chiederà ai due se vogliono portarlo con loro, entrambi risponderanno di no, che ne hanno già altri, e sono risposte generiche. Forse il cane è il vero spirito della Zona, una presenza quieta e naturale, amica; forse è questa sua naturalezza e dolcezza che ci impedisce di riconoscerlo come manifestazione divina. In Tarkovskij è sempre presente un elemento animista, precristiano, che è probabilmente la sua vera natura più profonda. Questa elemento, già pesente nella lunga scena della festa pagana in “Andrej Rubliov”, verrà rivelato apertamente nell’ultimo film di Tarkovskij, “Sacrificio”, con sequenze piuttosto difficili da spiegare in un altro modo, e anche abbastanza disturbanti.
Il Bolero di Ravel appare per un attimo, sull’immagine di un pesce accanto al detonatore smontato, mentre l’acqua si intorbida con la nafta. Più avanti, la Nona di Beethoven, sempre per un attimo.
Di seguito, moglie e figlia dello stalker, al bar, come all’inizio. C’è anche il cane, che ha seguito lo Stalker: “Non potevo lasciarlo là”.
Ritroviamo i tre nello stesso locale dell’inizio, ancora con quel bianco e nero virato, da cinema muto. Sono stanchi, sporchi, provati. E’ il momento di separarsi. Lo Scrittore e il Professore se ne vanno, lo Stalker torna a casa con sua moglie; si carica la bambina sulle spalle e, in compagnia del cane, riprende il suo cammino.
Nella casa dello Stalker, piena di libri, la moglie accudisce l’uomo, che è molto stanco e sofferente. Ascoltiamo il lamento dello stalker, che suona quasi come quello dello jurodivij nel Boris Godunov di Mussorgskij. Piangendo, con la moglie accanto, lo Stalker dice queste parole:
- Nessuno crede più...chi potrò portare ancora in quella stanza? A chi serve la stanza? Non ci tornerò più... Non c’è più fede, hanno gli occhi vuoti...
- Vuoi che venga io con te? Pensi che io non abbia niente da chiedere?
- No... non si può...
La moglie lascia che lo Stalker si addormenti e riposi; si allontana, accende una sigaretta, e si rivolge a noi, guardando in macchina. E’ un salto di stile inaspettato, una voluta dissonanza. La donna ci spiega quanto sia difficile essere la moglie di uno Stalker (dell’Artista?), che le avevano detto di non sposarlo, che le avevano parlato anche dei figli che avrebbe avuto, sicuramente problematici; ma lei lo ha sposato lo stesso, e ne è contenta, nonostante le sofferenze e i disagi. Sì, ne è contenta, nonostante tutto; gli vuole bene, e lo risposerebbe, ma stare vicino a uno Stalker è davvero difficile.
Nel finale, a colori, vediamo la figlia dello Stalker. Seduta vicino ad un tavolo, legge. Poi posa il libro, e sposta gli oggetti posati sul tavolo, ma senza toccarli. Li guarda, sposta lievemente un bicchiere, un vaso da fiori, ne fa cadere uno, appoggia la testa sul tavolo.
E’ la bambina che recita l’ultima poesia del film, opera del poeta Fjodor Tjutcev:
Amo gli occhi tuoi, amica mia,
e i loro giochi.
Splendidi di fiamme quando
li alzi all'improvviso e,
come fulmine celeste,
guardi veloce tutt'intorno.
Ma c'è un fascino più forte:
gli occhi tuoi rivolti verso il basso,
negli attimi che un bacio appassionato,
e fra le ciglia semichiuse del desiderio,
il fumo, il fosco fuoco...
( Fjodor Tjutcev )
(da Stalker di Andrej T. )

Anni fa, prima delle cassette e dei dvd e della possibilità di rivedere il film a casa, mi ero segnato alcuni appunti al volo, presi durante una proiezione televisiva in memoria di Tarkovskij, appena scomparso (1986). Li riporto così come li ho ritrovati. In parte sono dialoghi del film, in parte mie riflessioni.
- Il mondo è troppo noioso per poter credere alla telepatia e ai fantasmi.
- Anch’io scavo, ricerco, ma la verità mi cambia sempre tra le mani, e alla fine trovo...
- Sono tutte cose impercettibili, basta dar loro un nome per farle scomparire, si struggono come meduse al sole.
- Ma poi qualcosa si è spezzato in lui, forse è stato punito. Chissà quali desideri potevano venire in mente a qualcuno.
- Un messaggio all’umanità, o un regalo... per renderci felici.
- La Zona è forse un sistema complesso di trabocchetti. In ogni momento cambia, è come l’abbiamo creata noi secondo i nostri stati d’animo... fa passare quelli che non hanno più speranza, gli infelici.
- La debolezza è potere, l’albero quando cresce è fresco e flessibile, la morte è rigidità e forza.
- Non desidero discutere con lei: dalla discussione nasce la verità, che sia stramaledetta!
- Se sapessi con certezza di essere un genio, perché dovrei scrivere? (lo Scrittore)- Adesso il futuro si è fuso con il presente (non c’è più futuro...)- Io non so mai come sono le persone che porto, prima che siano qui. (lo Stalker)
- Credo alle favole, ma solo a quelle cattive: quelle si avverano sempre. (lo Scrittore)- Si realizza solo il desiderio più sincero, concreto, sofferto.
- Non voglio vomitare in faccia a nessuno lo schifo che ho dentro di me... (lo Scrittore)
- Si realizzano solo i desideri più reconditi, non tutti.

Memorabili i viraggi, i cambi di colore, il volto dello stalker, i paesaggi della Zona: strutture abbandonate, prati normali che d'improvviso sembrano altro, e danno i brividi. Il tutto senza effetti speciali, con pochi mezzi e grande sapienza cinematografica.
“Stalker” è un ripensamento di Solaris. Anche qui la cosa misteriosa che ti dà “quello che vuoi veramente” (e cioè che ti mostra la tua intima essenza: “quel sapore ero io”, come dice G.M.Hopkins), rischia di essere distrutta, esattamente come l’Oceano di Solaris: ed è solo una delle tante analogie.
L’argomento è la Fede: ed è espresso con chiarezza verso la fine, quando lo Stalker lotta per strappare la bomba al Professore, e gli grida: “perché vuole distruggere la Fede?”. Lo Scrittore ha buon gioco nel replicargli “tu vuoi il Potere, sei tu che scegli chi portare qui”, ed è il ruolo della chiesa: una metafora molto trasparente.
Ma lo Stalker è un’anima tormentata, non cerca affatto di influenzare gli altri; per lui, Fede è sofferenza (“L’uomo e la sua anima sono sofferenza”, Sayat Nova di Paradzhanov).
Somiglia, nel finale, anche all’Andrej Rubliov.
Dopo questo film, Tarkovskij deve abbandonare la Russia; nel 1983 è in Italia e vi gira Nostalghia, su soggetto di Tonino Guerra (collaboratore di Fellini).Racconta proprio di un artista russo in Italia, e non mi ha mai convinto molto anche se ha sequenze magnifiche, girate in Toscana. Parte dei suoi temi più profondi saranno sviluppati nel film seguente a Nostalghia, "Sacrificio", girato a casa di Ingmar Bergman, sull'isola di Faro in Svezia. " Sacrificio" racconta di una catastrofe, per annullare la quale il protagonista (uomo di teatro, benestante) offre in sacrificio se stesso e la sua casa, in un rito che è a metà fra paganesimo e cristianesimo, e che è una costante (misteriosa e sotterranea) dei film di Tarkovskij. Forse è tutto un sogno, o un delirio: il film ha sequenze oscure ed emozionanti, impossibili da raccontare; e ricordarlo in questi giorni è particolarmente inquietante. "Sacrificio" è uscito nel 1986, poco dopo la morte di Tarkovskij, per un tumore.
Tarkovskij era un maestro del cinema., molto attento anche alla sua qualità artigianale, alla luce, ai colori, alle inquadrature. Spesso è stata una sofferenza rivedere i suoi film dopo le prime uscite, e vederli maltrattati, sia quando uscivano al cinema che in cassetta, con proiezioni malfatte e colori malriprodotti; e nella versione italiana Solaris e Stalker sono doppiati molto male. Ma il dvd in commercio è molto bello: la copertina è orribile e non ha nulla a che vedere con il film, ma i colori del film sono quelli giusti, ed è una gran cosa. Peccato solo che il cinema sia un'arte così fragile...
Se non siete sinceri, per il vostro inconscio siete una nullità. Il Grande Uomo vi sputerà addosso e sarete lasciati indietro nella vostra melma: bloccati, ottusi, idioti. (...)
Ma se vi rapportate all’inconscio in modo intellettuale, siete perduti. L’inconscio non è un’opinione, non è un’ipotesi. E’ una presenza, un fatto. C’è, e succede.
(Carl Gustav Jung, Zurigo, maggio 1958) (dal volume “Jung parla”, ed. Adelphi, pag. 448-449)


20 commenti:

Zonekiller ha detto...

toccante ed emozionante cavalcata sul mio film preferito...di cui ho perso il dvd purtroppo...vividi complimenti

Giuliano ha detto...

Un film che non si finisce mai di guardare. La Zona è la nostra Vita: non si può tornare indietro, non dalla strada da cui siamo arrivati...
Il prossimo sarà Tempo di viaggio, poi Nostalghia: sempre parecchie puntate, di cose da dire ce ne sono tante.

Marisa ha detto...

Sì,c'è proprio tutto in "STalker".
Complimenti per il grande lavoro e la passione che hai messo per un film così difficile e complesso,tra i più affascinanti e il mio preferito. Sono d'accordo che non sia possibile una lettura lineare e tanto meno univoca, ma a me piace penssare che la"Zona"come il nostro terreno più autentico e segreto,l'inconscio con tutti i suoi dolorosi segreti e le sue infinite possibilità, sempre "Altro" rispetto all'Io,sempre sfuggente e misterioso,ma contemporaneamente implacabilmente preciso ed irriducibile. Pochi osano avventurarvici e se lo fanno,a proprio rischio e pericolo (come ha sempre ammonito Jung che tu citi molto appropiatamente)hanno bisogno di uno "Stalker",una guida esperta,come dovrebbe essere un buon psicoanalista.
Per finire mi piace ricordare una delle fulminanti intuizioni del grande Oscar Wilde."Attento a quello che desideri.Potrebbe realizzarsi!"

Giuliano ha detto...

Ho visto Stalker quando uscì al cinema, puoi immaginare che impressione mi ha fatto. Mi ha sempre stupito il fatto che Tarkovskij non faccia la stessa impressione su tutti. Come si fa a rimanere indifferenti?
Poi col passare del tempo, e grazie prima alle cassette poi al dvd, sono riuscito a rivederlo più volte e con calma. E puoi immaginare cosa ho pensato quando ho trovato il brano di Jung che ho messo qui alla fine...
Ancora grazie!

Marisa ha detto...

La profonda stanchezza e la solitudine dello Stalker!
Chi portare nella "Zona" se non hanno più fede? Di quale fede parla? ovviamente non della fede rassicurante ed acritica che la maggior parte dei rappresentanti della Chiesa ed i "fedeli" stessi vogliono e a cui si tengono ben stretti per evitare di pensare...
Credo che la fede dello Stalker (e di Tarkovkij naturalmente) sia la sofferta fiducia nella ricerca anche dolorosa della propria Verità interiore, l'estrema onestà nei cofronti della propria natura originaria, anche conflittuale e scomoda, ma l'unica da cui possa venire la consapevolezza di essere "Sè stessi", in armonia con la propria natura e quindi con tutto il resto del Creato.
Gandhi ad un certo punto della sua vita-esperienza rovescia l'ordine dei Valori affermando che mentre prima credeva che Dio fosse Verità, poi è arrivato alla convinzione che la Verità fosse Dio...

Giuliano ha detto...

Viviamo in un'epoca in cui chi sa veramente qualcosa viene preso in giro. Non solo a livello spirituale, ma anche di conoscenze tecnico-pratiche: vedi i dibattiti sul dna, sulla fecondazione assistita, sul nucleare, eccetera. Se provi a dire in giro che Picasso era un grande pittore, grande come Raffaello, ti guardano come se fossi matto: eppure basterebbe fare un giro su internet, sfogliare un volume in libreria, informarsi...
In questo contesto, che non si possa parlare dui problemi legati allo Spirito è perfino irrilevante.

Marisa ha detto...

No, non è irrilevante perchè tutto dipende dal rapporto che abbiamo con lo Spirito, anche se non lo sappiamo. "Vocatus atque non vocatus,Deus aderit"( chiamato o non chiamato, il Dio è presente)ha scolpito Jung di suo pugno sulla porta della sua Torre e gli dei rimossi diventano malattie.

Mi ha colpito l'immagine di Solonitsin con la corona di spine(oltre a ricordarmi una simile nell'"Attimo fuggente"). Proprio da lui non ce lo aspettiamo. L'intellettuale cinico che si identifica col Cristo? Che finalmente abbia imparato qualcosa sul "sacrificio"?
Vorrei inoltre aggiungere qualcosa sulle immagini finali. Che lo Stalker rifiuti la richiesta della moglie è ovvio. Anche questa è una regola professionale ed inoltre non si può andare nella Zona nè per semplice curiosità, come l'elegante donna dell'inizio, nè per amore.
Anche se lo Stalker è così amareggiato, tuttavia la fine non mi sembra negativa, almeno per lui: Dalla Zona lo segue il bellissimo cane nero, legame vivo tra lui e la Zona, la sua fedeltà alla sua missione e simbolo di mediazione tra i due mondi( proprio come Anubi, che hai citato). Anche i poteri "paranormali" della bambina sono un evidente segno di un rapporto speciale con le forze della Natura: La propria figlia rappresenta pur sempre un aspetto della propria anima e in questo caso essa è dotata di una energia mentale eccezionale. Lo Stalker quindi, anche se isolato, torna dalla Zona rinforzato e con più strumenti; arricchito spiritualmente.

Giuliano ha detto...

Aggiungerei che un esperto nella lettura delle icone russe potrebbe essere molto utile nella lettura del film. Anni fa ho ascoltato una lezione in proposito, e ne sono rimasto incantato.
(La figlia dello Stalker potrebbe anche essere l'anima?)

Marisa ha detto...

Sì, secondo la concezione junghiana l'anima non è una entità astratta infusa nel corpo non si sa in che momento (da qui, per inciso, la dura posizione della Chiesa sull'aborto), ma è una "funzione di relazione", che si sviluppa proprio come un seme già dato e che nell'uomo si presenta come immagine femminile incarnata e proiettata prima nella madre, poi via via nella varie figure femminili importanti che si incontrano e che attirano con particolare intensità. Era così per Beatrice rispetto a Dante (la sua anima-guida), Laura per Petrarca, tanto per citare esempi importanti. Anche la figlia diventa portatrice ed immagine dell'anima, di un'anima rinnovata e potenzialmente più evolutiva, così come sono i bambini.
Ad un film del genere poi, altamente simbolico, bisogna avvicinarsi così come ci si avvicina ai sogni e cercare una chiave di lettura più vicina all'interpretazione dei sogni che ad un senso letterale.
Aggiungo inoltre che l'anima,così come la intende Jung, mette in relazione sia col mondo di "sotto", cioè istintuale, fortemente condizionato dall'eros (potenza dell'innamoramento sessuale), sia col mondo di "sopra, che tende verso lo Spirito ( attrazione per figure angelicate come Beatrice).
Qui nel finale del film mi sembra di cogliere nel cane e nella figlia i due aspetti che rinforzano da una parte la relazione verso la Natura nei suoi aspetti istintuali più liberi, dall'altra la relazione verso il sopranaturale e lo Spirito.

Giuliano ha detto...

Non so se hai notato, anche se io sono un chimico e so che è la tavola di Mendeleev quella che conta, ho voluto mettere in fila i quattro elementi. Sul fuoco, in particolare, ho appena ritrovato un filmato di Joseph Campbell: ne parlerò a tempo debito, per "Sacrificio". Per intanto anticipo che il fuoco, il bruciare, l'ossigeno, è la base del respiro.

candida ha detto...

non sono un'esperta di icone russe, ma insegno letteratura russa. Le icone sono molto presente. I tre personaggi all'inizio e alla fine, al tavolino, sempre in qualche modo incorniciati dalla porta o da vari stipiti (le cornici ritornano) sembrano riprendere la Trinità di Rublev.
Infine, credo che il sottotesto qui sia L'Idiota di Dostoevskij. Ma ci sarebbe tanto da dire!

Giuliano ha detto...

Questa della Trinità è una bella intuizione...a pensarci bene, era la cosa più facile da pensare, un po' per tutto Tarkovskij.
Ma io sono un grande appassionato di Beckett, e ho visto subito Aspettando Godot in questa scena. L'Idiota di Dostoevskij è citato esplicitamente in "Sacrificio" , ma è presente un po' ovunque in Tarkovskij.
Spero che mi perdonerai le trascrizioni molto libere dei nomi russi! Tanti anni fa ho studiato un po' il cirillico, qualcosina la so, però le trascrizioni scientifiche creano sempre un sacco di problemi con le tastiere e con con internet, poi si rischia di non capire.
A me che si legga Kaikovski dà sempre fastidio, preferisco scrivere Ciaikovskij, Sciostakovic...

candida ha detto...

Eh eh, io in effetti sarei proprio una fissata della trascrizione scientifica. Ma come hai fatto a saperlo? Perché anche quella fonetica crea problemi. Ma in realtà il mondo è tanto grande e bello che chi se ne frega della trascrizione ISO pincopallo.
Mi aveva infatti molto colpito il tuo richiamo a Godot, a cui io non avevo minimamente pensato. Ed è vero che ci possono essere punte di comico (quando lo Scrittore sta per cadere nella Stanza) come hai scritto tu.
Ancora l'Idiota-Don Chisciotte, no?

Marisa ha detto...

Certo, la Trinità! Molto suggestivo, trattandosi di un grande esperto ed amante di icone come Tarkovskij, ma cerchiamo di non dare per scontata l'analogia ed approfondiamola.
Un grande esperto di icone, P.N.Evdokimov, ci ricorda:"Tra l'essere e in niente non c'è altro principio di esistenza che il principio trinitario. Esso è il fondamento incrollabile che unisce il personale e il comunitario e dà un senso ultimo a tutto." Ed è così per la nascita della coscienza in senso vero e proprio. Solo con il 3 si esce dalla simbiosi del rapporto a due e si sperimenta l'altro come elemento dinamico, che rompe l'idillio del rispecchiamento, ma apre al mondo e alla conoscenza. In senso psicologico è la vera funzione del padre. Non a caso una trinità (la famosa Trimurti di Elephanta) è al centro anche del pensiero induista (i tre volti del Dio: uno che crea, uno che conserva e quello che distrugge) ma sarebbe troppo lungo parlarne.
Tornando alla Trinità di A.Rublev, questa icona è stata elevata dal "Concilio dei Cento Capitoli" a modello dell'iconografia e di tutte le rappresentazioni della Trinità, secondo i canoni della visione ortodossa. In essa la bellezza ineffabile che sprigiona dalle tre figure diventa il simbolo più autentico del messaggio cristiano : "Siate uno, come io e il Padre siamo uno, legati dall'amore dello Spirito Santo" Da questa bellezza, che possiamo solo contemplare ( come Abramo appunto,al quale si sono rivelati i tre Angeli) scendiamo alla nostra trinità.
La situazione dello Stalker e dei due "clienti" è drammaticamente umana e conflittuale. I tre hanno fatto un patto e il loro viaggio insieme li vincola e li condiziona, ma permette anche di conoscersi e svelarsi man mano reciprocamente. Rappresentano in fondo tre aspetti dello stesso uomo, tre istanze separate ( un io che ha fede, uno freddamente razionale che giudica secondo il visibile e quantificabile, un terzo intellettuale ed esposto a tutte le tentazioni), che devono trovare una unità d'intesa se vogliono tornare vivi dalla Zona e vediamo che rischiano la catastrofe per l'intenzione distruttiva di uno di loro e si salvano solo per l'accorata abnegazione dello Stalker e rinunciando al desiderio segreto. Torneranno poi a separarsi, ma ognuno alla fine porta inevitabilmente con sè qualcosa degli altri.

Giuliano ha detto...

Candida: in rete c'è sempre qualcuno che puntualizza, che dice "si scrive così"...In realtà, per scrivere i nomi russi in maniera giusta bisognerebbe usare il cirillico, punto e basta. Le trascrizioni scientifiche sono molto belle, ma con le tastiere e con internet (che sono quasi tutte americane) abbiamo già grossi problemi con è, à, ò, ò, ù... Gli americani non le usano! Poveri francesi, poveri spagnoli con le ç e le ñ...
Molti antivirus le bloccano come cose pericolosissime...

Per dirla tutta, a me dispiace molto soprattutto quando si confonde Sciostakovic con il divieto di sosta.

Giuliano ha detto...

Marisa: guarda che i tuoi figli hanno ragione, ne hai tante di cose da dire! saluti a Christian e un abbraccio a Monica (ops!) - va beh, salutoni anche a Kira.

candida ha detto...

accidenti, non riesco a stare dietro a tutti i vostri stimoli. Sono d'accordo con Marisa, è interessante quello che dice sulla natura confittuale, o almeno sulla frattura del terzetto, quasi interna a un unico io. A me pare che nella cultura russa della modernità (anche quando vorrebbe essere "medioevo" come Tarkovskij, ma questo è Florenskij!) sia tipico riprendere l'icona (penso, magari, a Malevič, nel'esempio più estremo) e in particolare un'icona tanto iconica come la Trinità per esprimere la nostalgia di un'integrità perduta. Dunque quella scena finale, dove anche le schiene un po' curve (mi pare ricordare) sembrano riprodurre il cerchio formato dagli angeli di Rublev, non vorrebbe sovrapporsi al discorso trinitario, ma quasi piangere la nostalgia per quell'armonica unità. E infatti anche il colore è assente.

Giuliano ha detto...

Candida, questo blog esiste quasi solo per parlare di Tarkovskij, e parlarne con calma. Quindi, tutte le riflessioni come le tue e quelle di Marisa sono benvenute.
Per adesso mi prendo lo spunto su colore e assenza di colore, che va molto al di là di quello che si fa di solito al cinema in questi casi; mancava infatti il rimando alle icone ortodosse, dove il colore è fondamentale.
Ne so pochissimo, ma una cosa mi ricordo: sul fondo c'è sempre l'oro, che poi viene ricoperto dagli altri colori. Spero che il mio ricordo sia giusto!

candida ha detto...

Sì, si parte (e si finisce) con l'oro perché non è un colore, ma è la luce increata, il solare mistero della vita divina. Infatti quello sfondo viene ripreso continuamente, cioè non riesce a rimanere sfondo ed emerge negli assist, una sorta di irradiamento che pervade tutta la trama dell'icona. Sono quei piccoli tratti d'oro, che nelle barbe, nei capelli, nelle vesti, vengono a formare una sorta di ragnatela leggera che informa il tutto.
Si tratta di un riferimento alla dottrina dell'essenza e delle energie di San Gregorio Palamas, il fondatore dell'esicasmo, per il quale Dio è inconoscibile ma non irraggiungibile. La teoria dell'essenza (inattingibile) di Dio e delle energie divine cercava di rispondere al dilemma della trascendenza del divino da un lato e della sua partecipabilità dall'altro. Come salvaguardarle entrambe? Se Dio è il totalmente Altro come potrà l'uomo aver parte al Suo essere? Palamas risponde con la teoria dell'essenza divina assolutamente trascendente che però nel suo irradiarsi (le energie) si può comunicare all'uomo, portando così alla purificazione e trasfigurazione della materia. Qui sta il punto e l'enorme influsso sull'arte. Perché una materia irradiata di divino è una materia trasfigurata (cfr. l'icona e l'importanza per la liturgia ortodossa della Trasfigurazione taborica), è una materia redenta. E' il simbolo che partecipa già sostanzialmente a ciò che simboleggia. Anche nella pratica iconica mi pare di capire che ci siano due orientamenti, due visioni:
una ascetica, quasi il ripudio dei valori terreni e la ricerca di una quiete contemplativa (soprattutto nell'arte bizantina) e un'altra
trasfigurativa che persegue non il ripudio dei valori terreni, ma la loro trasfigurazione e recupero, purificati. In un certo senso questa è la più tipica della tradizione russa dalla fine del XIV secolo, l' epoca di san Sergio di Radonež (il suo monachesimo darà vita a un particolare tipo di santità, più rivolto al mondo) e dello stesso Rublev.
La visione della materia trasfigurata dalla luce divina dà origine anche a una diversa visione della sacramentalità rispetto all'Occidente. Nella spiritualità russa c'è una sorta di sacramentalità diffusa, meno "recintata" della nostra occidentale. Una sorta di eucaristicità irradiantesi che in qualche modo viene a completare quel sostrato pagano, quella fusione con la natura, l'umida Madre-Terra, di cui parlava anche Marisa.
Spero di non essere stata sacrilega, non sono certo una teologa!

Marisa ha detto...

Sono perfettamente d'accordo e sono felice che in poche parole, Candida, sei riuscita a sintetizzare senza banalizzare la complessità e la particolare sacralità delle icone. Il cielo d'oro, la pura luce che si manifesta in tutto il creato e pervade tutto!
Aggiungerei soltanto che l'unico modo di accedere alle icone è la contemplazione, che presuppone uno scacco dell'io, cioè l'abbandono di quell'atteggiamento egoico così ormai radicato in occidente, da rendere le icone quasi incomprensibili.
D'altra parte esse erano dipinte proprio così, in un pieno atteggiamento meditativo e contemplativo. L'io del pittore non era importante, così come in oriente non troviamo nei templi opere "firmate", ma tutto è in funzione dello Spirito e della Trascendenza.
Non solo non sei sacrilega, ma , secondo me, il senso del Sacro lo si può recuperare solo riattingendo e rimmergendosi in quella luce che vivifica la materia e penetra fin nelle profondità del nostro stesso essere.