lunedì 31 maggio 2010

Gesualdo secondo Herzog

Morte a cinque voci (Tod fur funf Stimmen, 1995), di Werner Herzog. Documentario su Gesualdo da Venosa. Musiche di Gesualdo da Venosa. Fotografia: Peter Zeitlinger Interpreti: Alan Curtis e Il Complesso Barocco, Gerald Place e il Gesualdo Consort di Londra, Pasquale D'Onofrio, Salvatore Catorano, Angelo Carrabs, Milva, Angelo Michele Trorriello, Raffaele Virocolo, Principe d'Avalos. Durata: 59 minuti.

Gesualdo da Venosa (Carlo Gesualdo principe di Venosa, 1560-1613) è unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi; per alcuni è addirittura il più grande. Le sue composizioni, madrigali e musica sacra, sono belle e difficili: solo un musicista vero, che conosca il contrappunto e la polifonia, può apprezzarle come si deve. Non è come Bach, che è rigoroso e matematicamente perfetto, ma ha anche il dono della melodia e conosce la semplicità: Gesualdo è sempre molto difficile, spesso astratto, richiede molto impegno anche solo per l’ascolto.

Alla vita di Gesualdo è dedicato questo breve documentario di Werner Herzog. Non è uno dei suoi migliori, e si può capirne il motivo: si tratta infatti di un soggetto molto impegnativo, perché il celestiale Gesualdo è anche il responsabile dell’assassinio della propria moglie, e del suo amante; era nobile e ricco, e il delitto d’onore, già per conto suo, era visto con occhio di particolare riguardo: se la cavò con poco e continuò a scrivere musica.E’ stato anche ispiratore di molte dicerie e leggende, che Herzog riporta con cura forse eccessiva; ma non si può nascondere una certa inquietudine nel venirne a conoscenza. Herzog inizia infatti anche un discorso sulle malattie mentali, ma la sceneggiatura è un po’ monca e goffa, le immagini non sono mai all’altezza di quelle straordinarie di quando Herzog lavorava con operatori come Thomas Mauch, tutto il discorso rimane appena abbozzato. Forse Herzog voleva farne un film, sul tipo del “Kaspar Hauser”, e poi ha rinunciato? Troppo difficile il soggetto, viene da pensare, troppo forte: molto più che Jekyll e Hyde, per intenderci, e anche molto più difficile di “Nosferatu”.
Gesualdo visse fra Venosa, Napoli, Ferrara (capitale della musica, dove si risposò, ma la moglie lo detestava), e il regista ci porta a vedere i luoghi dove visse e abitò, compresa la terrificante Cappella Sansevero di Napoli, che pare abbia qualche attinenza con le sue attività alchimistiche. Va però detto (Herzog non lo dice perché probabilmente gli fa comodo) che l’alchimia in quei secoli pre-scientifici era pratica diffusa: perfino Claudio Monteverdi, che era persona mite e devota, e sanissimo di mente, la praticò a lungo, anche perché era figlio di farmacista e per confezionare medicine e preparati chimici nel ‘500 e nel ‘600 la tecnologia era ancora tutta di origine alchemica.

Herzog gioca molto sulla contrapposizione tra il mondo quotidiano e quello di Gesualdo, ma Gesualdo non ha nulla di quotidiano o di popolaresco, e non so quanto il gioco proposto sia riuscito: direi poco. Herzog fa un passo indietro rispetto alle sue abitudini e gira un normale documentario, tutta la sua pazzia l’ha già sfogata altrove, in Aguirre e Fitzcarraldo. E forse è giusto così, ma chi si aspettava lo Herzog di Aguirre e Fitzcarraldo rimarrà deluso.
Il film è girato a Gesualdo (il paese in provincia di Avellino dove c’è ancora la casa di famiglia), Arezzo, Cortona: si nota subito che manca Ferrara, e la scelta di alcune locations lascia un po’ perplessi, così come la scelta di chiudere il film con l’interminabile primo piano di uno sbandieratore col telefonino.
La musica è eseguita da Alan Curtis, e dal Gesualdo Consort of London diretto da Gerald Place. Alan Curtis dice: « Quando ascoltai per la prima volta la musica di Gesualdo, quarant’anni fa al college in Michigan, non la trovai bella; la trovai affascinante ma difficile. Ovviamente, egli era un uomo difficile che scriveva musica difficile - e che viveva in tempi difficili, in cui la gente doveva rischiare e c’era avventura e tensione, come c’è ancora oggi in Italia (sorride). E’ ancora necessario assumersi dei rischi, e credo che questa sia una delle chiavi di lettura di Gesualdo. Gli esecutori devono assumersi dei rischi, osare; solo allora la bellezza di questa musica selvatica appare in piena luce.» All’inizio del film, un’altra citazione d’obbligo: « L’essere un dilettante gli permise di scrivere per sé, come più gli sembrava giusto. Non doveva compiacere dei committenti, o aspirare al successo con il pubblico.»

Nel Palazzo d’Avalos a Napoli (Maria d’Avalos era la moglie che fu assassinata da Gesualdo), un discendente del compositore suona il preludio dal Tristano di Wagner (1857-59): spiega che è basato anch’esso su accordi molto distanti, come faceva Gesualdo e come non faceva nessun altro; si tornerà a scrivere come Gesualdo solo da Wagner in poi.
Il contrappunto è una misura del Tempo. Anni fa ho avuto modo di parlare con dei cantanti, che eseguono questo repertorio, e mi hanno spiegato che c’è un piacere profondo nella perfezione degli “incastri” tra le varie voci della polifonia: bisogna essere precisi, andare a tempo, altrimenti crolla tutto. E’ difficile, bisogna essere bravi ma si può fare. Un piacere non spiegabile se non si entra almeno un po’ nella Musica; e al contrappunto dobbiamo pagine e pagine di musica bellissima, da prima di Gesualdo e per molti secoli ancora dopo di lui.

giovedì 27 maggio 2010

Yeelen ( II )

YEELEN (La luce, 1987) Scritto e diretto da Souleymane Cissé (Mali) Fotografia: Jean-Noël Ferragut. Musica: Michel Portal, Salif Keita. Interpreti: Issiaka Kane (Nianankoro); Aoua Sangare (Attu); Niamanto Sanogo (Soma); Balla Moussa Keita (Peul King); Soumba Traore (Nianankoro's Mother); Ismaila Sarr (Djigui); Youssouf Tenin Cissé (Attu's Son); Koke Sangare (Komo Chief). Durata: 106 minuti.

In una radura verde (contrasto forte con il giallo della savana, indica che c’è acqua) si tiene la riunione, il Gran Consiglio, dei sacerdoti del Komo. C’è anche Somà, che spiega a tutti la pericolosità del figlio e la sua perfidia. Sembra la riunione degli Jedi di Guerre Stellari, i maghi sono tutti personalità forti; Somà appare sempre (in tutto il film) come molto aggressivo e arrogante, con voce acuta e urlante. Somà accusa il figlio di aver tradito lo spirito del Komo e di essersi impossessato dei simboli in maniera illecita. I sacerdoti parlano in tono aulico, con molti vocativi, forse in versi: sembra il linguaggio dell’Antico Testamento, ma non arrivano a una conclusione. Somà si rimette in marcia, e invoca il genio dei bivi e dei quadrivi, come se fosse dentro l’Edipo Re, oppure nel blues Crossroads di Robert Johnson (nero americano). Ha sempre con sè il Bastone con i due portatori.

Accompagnato da Attou, non più regina ma ormai sua moglie, Nyanankoro arriva alle rocce; salgono verso l’alto. In montagna c’è l’acqua, in abbondanza. Nyanankoro si rivolge ad un uomo seduto, gli chiede a chi bisogna chiedere il permesso per accedere alla fonte sacra, una cascatella. L’uomo gli dà il permesso (è infatti lui l’incaricato), Nyanankoro si spoglia e si purifica lavandosi e facendo scorrere su di sè l’acqua; poi manda Attou a fare la stessa cosa. Nyanankoro chiede all’uomo seduto l’origine dell’acqua; gli risponde che ce ne è molta, un pozzo senza fondo; ma che gli abitanti del luogo sanno anche come far piovere quando ce ne è bisogno.

L’uomo porta Nyanankoro da suo zio, Djigui Diarra (Gighì Diarà) . E’ cieco, e gli spiega che è il gemello di suo padre. Quando era giovane, chiese al padre di essere iniziato anche lui, e non solo Somà, ai misteri del Komo: era convinto che fosse giusto portarne i benefici alla maggior gente possibile. Ma il padre si arrabbiò moltissimo, andò a prendere l’Ala del Kore, luminosissima, e il suo splendore accecò per sempre Djigui.
“La vita e la morte sono come due scaglie della stessa corazza, l’una vicina all’altra”, dice Djigui a Nyanankoro. Gli profetizza la nascita di un figlio (accanto a loro c’è Attou), maschio. Il bambino sarà importante per il Komo, e ci saranno grandi cambiamenti per i Bambara, e anche catastrofi. I Bambara verranno ridotti in schiavitù e rinnegheranno la loro fede, il paese sarà oggetto di cupidigia da parte di stranieri; però la famiglia di Nyanankoro sarà salva e i cambiamenti alla fine porteranno benefici. Djigui sembra un profeta biblico, ha una tunica gialla molto ricca e ricamata.
Nyanankoro consegna allo zio gli oggetti che gli ha donato la madre; c’è una pietra che il cieco riconosce subito: è l’occhio magico, la pietra che completa l’Ala del Kore. Djigui custodisce l’Ala del Kore; manda il nipote a prenderla e colloca l’occhio al punto giusto, completandola.

Nyanankoro parte per il luogo dove ci sarà lo scontro con il padre. Attou disobbedisce al marito che le aveva detto di stare con Djigui; lo raggiunge in mezzo al paese, ma Nyanankoro (con l’Ala del Kore sulla spalla) la convince a tornare indietro e le dà la sua tunica, per donarla al figlio in suo ricordo. Nyanankoro deve risolvere da solo la sua questione.

Padre e figlio si incontrano. Il Bastone Magico sfugge dalle mani dei portatori, vola in cielo, si libera della copertura, va a conficcarsi in verticale nel terreno, precisamente di fronte all’Ala del Kore posata da Nyanankoro, in parallelo. E’ identica al palo che abbiamo visto all’inizio, quello dove era appeso il gallo sacrificale, con le due pietre piramidali.
“La morte è come un coltello nella cintura”, dice Nyanankoro al padre: intende dire che non è da temere. Ora il ragazzo sa che Somà è davvero suo padre, cosa della quale dubitava.
La Voce del Komo si fa sentire: dice che i Diarra hanno abusato del potere del Komo, che Somà morirà e che il Bastone andrà altrove. Somà è spaventato e perplesso.
Rivediamo il bambino con la capra bianca, come all’inizio, che arriva davanti alla statua del giovane seduto (suo padre Nyanankoro?).

Siamo al combattimento finale. I due si guardano a lungo, c’è una lunga sequenza al rallentatore dell’apparizione di un toro rosso (con le corna lunghe e la gobba come uno zebù), cui segue un toro nero, possente, simile ai nostri tori. Poi un elefante, che si sovrappone al volto del vecchio, e un leone, che si sovrappone al volto del giovane. Dall’Ala del Kore e dal bastone sorge una grande luce, che acceca Somà; segue una luce bianca su tutto lo schermo, per un tempo considerevole.

Alla fine, vediamo rocce vulcaniche, vapori, desolazione, montagne aride.
L’Ala del Kore è ritta e intatta; ad essa si avvicina Attou, che estrae dalla sabbia del deserto due sfere bianchissime, grandi come uova di struzzo. Le si avvicina il bambino, che porta le sfere altrove camminando fra le dune. Le consegna alla madre, che gliene rende una e gli dà la tunica gialla di Nyanankoro; la madre prende l’altra sfera e la porta sotto l’Ala del Kore; la seppellisce in quel punto, poi prende l’Ala del Kore e la porta al bambino. Vanno via insieme; il bambino porta l’Ala del Kore. Il bambino, con la tunica e l’Ala del Kore, da solo, cammina su una duna e sparisce lentamente alla nostra vista. Per tutta la scena, suono di tamburi e di sonagli, e un campana acuta, musica molto simile a quella dei riti buddisti.

Il riassunto che ho fatto non è facile da seguire, e me ne dispiace molto. Ma le cose da raccontare sono molte, e soprattutto manca la parte visiva, che è fondamentale. Nel film ci sono probabilmente molti tagli, si direbbe che manchi qualche raccordo nella storia che ne faciliti la comprensione.
Avrei voluto vedere altri film di Cissé, purtroppo non mi è stato possibile; al di fuori dei festival per specialisti, non c’è mai stato spazio per il cinema africano. Sugli schermi è arrivato di tutto, ma non questo; d’altra parte, non ero io a decidere e così è giusto, perché c’è di sicuro gente molto più capace di me di gestire il cinema e il mondo dell’arte in generale. E in quel periodo, non va dimenticato, nelle sale c’erano i film di Nando Cicero e si erano appena affacciati i Vanzina: non sia mai che fosse arrivato un regista dall’Africa nera a portargli via il posto...(non che oggi la situazione sia molto cambiata; e se è cambiata non è di certo in meglio).

Rimane la sensazione di una grande nostalgia per un tempo che non c’è più: chissà se questi luoghi sono ancora così belli e incontaminati. Da quelle parti infuriano le guerre e le compagnie petrolifere e minerarie, le pianure sono devastate dalle Parigi-Dakar e dai fuoristrada; ed è più che probabile che i figli e i nipoti delle persone che vediamo nel film siano oggi qui vicino a noi, magari nell’appartamento accanto al nostro. Nel caso che stiano leggendo queste mie note, sappiano che vedendoli da qui noi li abbiamo invidiati molto, in quel 1987; e penso che anche loro non si sarebbero mai mossi dal paradiso terrestre se non fossero stati costretti a farlo.

mercoledì 26 maggio 2010

Yeelen ( I )

YEELEN (La luce, 1987) Scritto e diretto da Souleymane Cissé (Mali) Fotografia: Jean-Noël Ferragut. Musica: Michel Portal, Salif Keita. Interpreti: Issiaka Kane (Nianankoro); Aoua Sangare (Attu); Niamanto Sanogo (Soma); Balla Moussa Keita (Peul King); Soumba Traore (Nianankoro's Mother); Ismaila Sarr (Djigui); Youssouf Tenin Cissé (Attu's Son); Koke Sangare (Komo Chief). Durata: 106 minuti.

“Yeelen” è la Luce, ma nel senso della Fisica, nel senso di Einstein: luce ed energia, vita e morte, trasformazione della materia, distruzione ma anche rinascita.
Yeelen è l’elemento magico al cinema. Una magia ormai perduta, penso che nemmeno in Africa ci siano ancora panorami così intatti e persone così antiche e così belle. Ci sono volti e posti che vanno perduti, nel corso del tempo; volti e posti che si sono conservati intatti per secoli, o per millenni, e che la modernità ha spazzato via. Di questo parla Yeelen, ed è un film ormai difficile da trovare ma di grande incanto. Girato nel 1987 da Souleiman Cissé, grande regista africano nativo del Mali, è un film che sembra vivere fuori del tempo e fuori dello spazio.
In che epoca è ambientato Yeelen? Difficile da capire, potrebbe essere proprio quel 1986, o magari duecento anni prima; un ambiente arcaico e senza tempo, dove si parla di un viaggio e di un’iniziazione, proprio come nelle nostre storie e leggende, e come in Guerre Stellari – ma con ben altro stile e profondità. Storie e personaggi che sembrano presi dalla Bibbia, in un’ambientazione antica e favolosa, con maghi e profeti.
Il film inizia con il Sole che sorge: giallo e arancio, è un Sole enorme, che occupa tutta l’inquadratura. Dapprima vediamo metà del disco del Sole all’orizzonte, poi il Sole intero ormai sorto completamente. Subito dopo, il fuoco; e il sacrificio di un gallo, appeso al Bastone Magico. E un bambino sui cinque anni, nero e nudo, porta una capra bianca al guinzaglio; la lega vicino all’Ala del Kore. L’Ala del Kore è vicina ad una statua di legno che rappresenta un uomo seduto, nudo, di aspetto tranquillo, quasi sorridente, con le mani incrociate e le braccia appoggiate sulle ginocchia. Al centro della fronte, nella posizione del “terzo occhio” buddhista, la statua ha una grossa pietra lucente, verde: uno smeraldo o qualcosa che gli somiglia molto. Ha molto in comune con un Buddha, anche se fisicamente è diverso (snello e atletico, giovane, fisicamente simile alla gente del posto, simile ai Buddha giovani frequenti in Thailandia).
Sul Bastone Magico, posto a una certa distanza dall’Ala del Kore e dalla Statua, in posizione a loro simmetrica, è appeso a testa in giù un gallo che sta per essere sacrificato. Sotto il gallo, nel Bastone, sono incastonate due pietre brillanti tagliate a forma di piramide.

Prima del film, sui titoli di testa, avevamo visto didascalie e ideogrammi: serviranno nel corso del film, e li trascrivo qui meglio che posso:
« Il calore (Goniya) dà il fuoco; e i due mondi, la terra e il cielo (Dyé Na) esistono per via della luce. “Komo” per i Bambara è l’incarnazione del sapere divino. Il suo insegnamento è basato sulla conoscenza dei Segni dei tempi e dei mondi. Komo comprende in sè tutti gli aspetti della vita e del sapere. Il “Kore” è il settimo e ultimo stadio di iniziazione Bambara. Ha per simbolo l’avvoltoio sacro Mawla Duga, uccello dei grandi spazi, della caccia, del sapere, e della mente. Il suo emblema è un cavallo di legno, simbolo dello spirito umano. Il suo scettro è una tavoletta traforata chiamata Kore Kaman oppure Ala del Kore. Kalankalanni, o “bastone magico”, serve a ritrovare ciò che è perduto, e a scoprire i briganti, i ladri, i malfattori, i traditori, gli spergiuri. L’Ala del Kore e il bastone magico fanno parte delle millenarie tradizioni del Mali.»
La storia è quella del conflitto fra un padre e un figlio, entrambi maghi. Il padre sta cercando il figlio, per ucciderlo: è convinto che il ragazzo si sia impossessato in maniera fraudolenta dei simboli della magia. La magia del Kore si trasmette di padre in figlio, ma non è detto che ciò avvenga automaticamente, è il padre che deve decidere.

Per questa ragione, la madre del ragazzo lo ha tenuto lontano dal padre; ma ora questa situazione deve risolversi. Più avanti, nel corso del film, sapremo che il padre ha fatto un uso distorto dei suoi poteri: se ne è servito per uso personale e anche con intenti malvagi. Il ragazzo (Nyanankoro) sputa nella pentola con l’acqua, e vede lontano; vede il Bastone portato dai due servitori del padre (Somà). La madre, che è accanto a lui nella casa, lo mette in guardia dall’andargli incontro: suo padre lo può incenerire anche con un solo sguardo. La madre è molto invecchiata e imbruttita, anche se non si direbbe anziana; consegna al ragazzo un amuleto e un feticcio, gli dice che non si può continuare a nascondersi e che tra poco saprà perchè il padre lo cerca. Ora si separeranno; la madre andrà dallo sciamano Kouyaté, che forse potrà rappacificare padre e figlio; il ragazzo andrà da uno zio, al quale dovrà consegnare l’amuleto, che potrà aiutarlo a difendersi. La madre ha un abito azzurro, luminoso; il figlio una tunica gialla scolorita, del colore della terra. Vedremo la donna fare abluzioni nella laguna e invocare la Dea delle acque perché salvi il Paese e suo figlio dalla distruzione.

Il padre di Nyanankoro è in marcia con il Bastone, portato a spalla da due uomini (in orizzontale e coperto da una stuoia). E’ il Bastone a guidare i due uomini, che fanno molta fatica a portarlo e che dal Bastone sono comandati; vorrebbero lasciarlo ma non possono. Somà, il padre, invoca Marì, “dio delle sabbie e delle savane”, che lo aiuti a ritrovare il figlio, così che possa ucciderlo e riportare al loro posto gli amuleti che il ragazzo gli ha sottratto con il furto. I tre arrivano alla fucina di un fabbro (un buco nel terreno con due bambini a muovere i mantici, usando i piedi). Il fuoco è rosso e giallo, gli stessi colori della savana.

Intanto, Nyanankoro incontra uno spirito, che sta su un albero. Lo spirito, che ha un aspetto bestiale (corpo di uomo e testa di iena) ride fragorosamente, e gli profetizza la riuscita dell’impresa e un futuro radioso per la sua discendenza. Il ragazzo riprende il cammino. Vediamo panorami sconfinati, senza case né capanne; alberi folli e solitari, immensi o scheletrici. Nyanankoro cammina sulla terra arida e secca, poi arriva all’umido; trova del verde, e una mandria di bovini dalle lunghe corna. Un bambino dà l’allarme: è a guardia della mandria, e pensa che Nyanankoro sia un ladro di bestiame. Nyanankoro cerca di fuggire ma viene raggiunto, anche da gente a cavallo; è catturato, legato, e portato al villaggio dei Peul, dal Re. E’ incolpato di furto e si prospetta per lui la morte. Il Re è sui quarant’anni, ha lunghi capelli neri e treccine con nastri bianchi che cadono sulla fronte; ha un abito ricco, di bel color arancione. Chiede se il prigioniero capisce il Peul, e gli si risponde di no. Allora si rivolge a un interprete, che fa qualche domanda al prigioniero. Ma due soldati vogliono eseguire subito la condanna: il ragazzo è fuggito, quindi è di sicuro un ladro.
Nyanakoro fa due incantesimi senza alzare un dito: blocca il lanciere a mezz’aria, e fa scaturire il fuoco dal bastone dell’altro; quindi si libera da solo e guarda il Re, che è stupito e spaventato.

Sul confine dei Peul, prove di guerra: si tracciano due linee parallele, in mezzo si mette un pugnale con la lama verso l’alto e il manico interrato. Due guerrieri si affrontano in una lotta che consiste nello spingersi con la fronte, senza usare le mani; chi va oltre la linea segnata per terra ha perso. Intorno assistono i Peul e i guerrieri nemici, che hanno volti dipinti con bianco, verde brillante, azzurro luminoso. Il Peul perde e si uccide con il coltello; i nemici irrompono nel territorio Peul.

Gli altri Peul corrono dal Re e gli raccontano del pericolo incombente; il Re si consulta con i suoi e chiede aiuto al mago straniero. Nyanankoro acconsente; si fa portare un osso di cavallo (una tibia), quindi si allontana. Una volta solo, prende la tibia e la divide in due per il lungo; nel mezzo mette due bastoncini, richiude la tibia e lega con cura. Seppellisce la tibia in un tumulo, piantandola in verticale a colpi di mazza; infine ci sputa sopra. I nemici sono assaliti dalle api, e sono nel panico; intorno a loro si accendono misteriosi fuochi che li tengono prigionieri.

Il Re è molto contento, vorrebbe tenere con sè Nyanankoro e gli offre una delle sue figlie in sposa. Nyanankoro è felice dell’offerta, ma dice che deve andare; il Re comprende, ma rinnova l’offerta e il ragazzo dice che un giorno tornerà e accetterà la proposta. Ma c’è ancora una cosa che il giovane mago dovrebbe fare, e riguarda l’ultima moglie del Re, la più giovane, che è sterile. Nyanankoro dice che non è facile, ma ci proverà, e partirà l’indomani.

La Regina si chiama Attou, è giovane e bellissima; i due lasciati soli non resistono al richiamo del sesso. Nyanankoro confesserà tutto al Re, chiedendo la morte per avere tradito la fiducia; ma il Re è molto comprensivo, lo manda via ma gli dà una spada riccamente intarsiata, e gli manda dietro anche la ragazza, con la quale non vuole avere più nulla a che fare. La ragazza, piangendo, segue Nyanankoro e insieme abbandonano il villaggio.

Intanto il padre è sempre in marcia sulle orme del figlio; di notte, evoca un cane rosso e un albino; che arrivano camminando all’indietro, sotto lo sguardo sbalordito dei due portatori. Cerca sempre qualcuno che gli dia un’indicazione per ritrovare gli amuleti rubati.
Lo zio Bafing, con un altro Bastone magico e due portatori, arriva dai Peul; ha un abito giallo, cioce o calzari bianche, capelli e barba bianchissimi; la barba è un pizzetto ben curato. E’ vecchio ma forte e alto, poderoso; si rivolge al Re Peul chiamandolo “piccolo peul”, e il Re si offende e fa per dargli uno schiaffo, ma rimane con la mano a mezz’aria. Bafing ride del piccolo Peul, lo libera e se ne va per la sua strada, che il Bastone gli indica. E’ l’unica scena in cui appare, probabilmente altre scene sono state tagliate dal film perché più avanti (alla riunione dei sacerdoti del Komo) Somà dirà che Nyanankoro ha tolto a Bafing il bastone ed è quindi molto potente e pericoloso.
(continua)

lunedì 24 maggio 2010

Mahabharata: Il canto del beato

Peter Brook, The Mahabharata (1989). Dal poema indiano. Sceneggiatura: Peter Brook, Jean-Claude Carrière, Marie-Hélène Estienne Direttore della fotografia: William Lubtchansky Montaggio: Nicholas Gaster Assistente regia: Marc Guilbert, Marie Hélène Estienne, Philippe Tourret Scenografia: Emmanuel de Chauvigny Costumi: Chloé Obolensky, eseguiti da Barbara Higgins Musica: Toshi Tsushitori, Kim Menzer, Kudsi Erguner, Mahmoud Tabrizi-Zadeh, Diamchid Chemirani, Sarmila Roy
Interpreti. Robert Langdon Lloyd (Vyasa) Bruce Myers (Ganesh/Krishna) Vittorio Mezzogiorno (Arjuna) Andrzei Seweryn (Yudhishthira) Mamadou Dioume (Bhima) Jean Paul Denizon (Nakula) Mahmud Tabrizi-Zadeh (Sahadeva) Mallika Sarabhai (Draupadi) Myriam Goldschmidt (Kunti)Erika Alexander (Madri/Hidimbi) Richard Ciezlak (Dritharashtra) Hélène Patarot (Gandhari) Georges Corraface (Duryodhana) Jeffrey Kissoon (Karna) Yoshi Oida (Drona) Sotigui Kouyate (Bhishma/Parashurama) Ciaran Hinds (Aswattaman) Tapa Sudana (Salya/Shiva/Pandu) Corinne Jaber (Amba/Sikandin) Velu Viswanadhan (Santanu) Leela Mavor (Satyavati) Tuncel Kurtiz (Shakuni) Durata: 318 minuti

IL CANTO DEL BEATO (BHAGHAVADGITA)
Siamo di fronte ad uno dei momenti più grandi, ma anche più oscuri e più lontani dalla nostra logica occidentale. La Bhaghavadgita, il “Canto del Beato”, è un vero e proprio libro di filosofia, più che di religione; parla dell’aldilà e del trascendente, ed è spesso oscuro e incomprensibile, e dotato di un enorme fascino. Confesso di aver provato a leggerla, e di non averne ricavato molto. Immagino cosa deve aver provato Jean Claude Carrière, dovendola ridurre a un testo per il teatro, e anche piuttosto breve. E’ soprattutto per queste due ragioni, oltre per il fatto che questo è un blog sul cinema e non di questioni filosofiche o religiose, che mi limito a trascrivere qui la Bhaghavadgita come è stata riassunta nel film, cercando di rendere il senso del testo e delle immagini meglio che posso.
Sta per iniziare la grande battaglia finale, la battaglia di Kurukshetra (è una località precisa, che porta ancora questo nome) nella quale si trovano di fronte gli appartenenti alla stessa famiglia. da una parte i Pandavas, guidati da Arjuna, al cui fianco c’è il dio Krishna; dall’altra i Kauravas, loro cugini, guidati da Bhishma e da Drona, guerriero imbattibile e maestro d’armi. Tra le fila dei Kauravas, c’è anche Karna. E tutto è pronto per cominciare, ma ecco che Arjuna, proprio mentre sta per soffiare nel corno che darà inizio alla battaglia, si ferma, passa una mano sul volto, guarda smarrito Krishna che è alla guida del suo carro, e depone le armi.
Arjuna: Krishna, le mie gambe si piegano. La mia bocca è secca, il mio corpo trema. L’arco mi sfugge dalle mani... Bhishma, il re mio zio, i miei cugini, i miei nipoti, e Drona, il mio maestro, sono tutti là... Io non posso portare la morte alla mia famiglia. (scende dal carro) Ho preso la mia decisione, non mi difenderò. Aspetterò qui la morte.
Krishna: Cos’è questa vergognosa e folle debolezza? Alzati e combatti!
Arjuna: L’angoscia mi assale. Non riesco a vedere dove sia il dovere. Insegnami...
(pausa)

Dhritarashtra: Cosa fa Krishna?
Vyasa: Parla con Arjuna.
Dhritarashtra: Cosa gli dice?
Vyasa: Sta dicendo ad Arjuna che la vittoria e la sconfitta sono la stessa cosa. Lo spinge ad agire, e a non riflettere sui frutti delle sue azioni. Gli dice: “ Cerca il distacco, combatti senza il desiderio di farlo.”
(riprende su Arjuna e Krishna)
Arjuna: Tu dici: “ Dimentica il desiderio, cerca il distacco”; e tuttavia mi spingi alla battaglia, al massacro? Le tue parole sono ambigue, io sono confuso.
(pausa)
Vyasa: Krishna gli dice: “Non ritirarti nella solitudine. La rinuncia non è abbastanza. Devi agire, ma non devi farti dominare dall’azione.
(riprende su Arjuna e Krishna)

Krishna: Nel cuore dell’azione, devi rimanere libero da ogni legame.
Arjuna: Come posso mettere in pratica ciò che mi domandi? La mente è instabile, capricciosa, è evasiva, febbrile, tumultuosa, tenace. Sarebbe più facile domare il vento.
Krishna: Devi imparare a guardare nello stesso modo, con l’identico sguardo, una montagna di terra e una montagna d’oro, una mucca e un uomo saggio, un cane e un uomo. C’è un’altra intelligenza oltre la nostra mente.
Arjuna: Le passioni ci trascinano lontano, oscurano e rendono ottusi i nostri sensi. Come posso trovare quest’intelligenza? Con quale volontà?
(pausa)
Vyasa: per rispondere a questa domanda, Krishna condusse Arjuna attraverso l’intricata foresta dell’illusione. Cominciò a insegnargli l’antica sapienza yoga, e il misterioso sentiero dell’azione. Gli parlò per un tempo lungo, molto lungo, in mezzo ai due eserciti che erano pronti a distruggersi.
(riprende su Arjuna e Krishna)

Arjuna: L’umanità è nata nell’illusione. Come può un uomo raggiungere la verità, se è nato nell’illusione?
(pausa)
Vyasa: Lentamente, Krishna condusse Arjuna attraverso le fibre dello spirito. Gli mostrò i più intimi movimenti del suo essere, e il suo vero campo di battaglia, dove non c’è bisogno né di guerrieri né di armi, dove ogni uomo deve combattere da solo: è la sapienza più segreta. Gli mostrò l’intera verità. Gli insegnò come si dispiega il mondo.
(riprende su Arjuna e Krishna)
Arjuna: Le mie illusioni sono svanite ad una ad una. Ora, se posso guardare dentro di essa, mostrami la tua forma universale... (pausa) Ti vedo. In un unico punto io vedo l’intero mondo. Tutti i guerrieri si gettano nella tua bocca, e tu li mastichi fra i tuoi denti. Essi vogliono essere distrutti, e tu li distruggi. Attraverso il tuo corpo io vedo le stelle. Vedo la vita e la morte, vedo il silenzio. Dimmi chi sei. Sono scosso nel mio intimo più profondo, ho paura.
Krishna: Io sono tutto ciò che tu pensi, tutto ciò che tu dici. Ogni cosa è appesa a me, come le perle su di un filo. Sono l’essenza della terra, sono il calore del fuoco. Sono ciò che appare, e ciò che scompare. Io sono la beffa dell’imbroglione. Io sono il fulgore di tutto ciò che riluce, io sono il tempo che invecchia. Tutti gli esseri precipitano nella notte, e tutti gli esseri sono riportati alla luce. Io ho già sconfitto tutti questi guerrieri. C’è chi pensa di poter uccidere, c’è chi pensa che verrà ucciso, entrambi sbagliano. Nessuna arma può prendere la vita che tu porti, nessun fuoco può bruciarla, non c’è acqua che possa annegarla, non c’è vento che possa asciugarla. Non aver paura, e alzati, perché io ti amo. Ora puoi dominare il tuo misterioso e incomprensibile spirito, ora puoi vedere il suo lato oscuro. Agisci come devi agire. Anch’io, io non sto mai senza agire. Alzati, e combatti.
Arjuna risale sul carro, le sue paure sono svanite. Soffia nella conchiglia, e i due eserciti si scagliano uno contro l’altro.
Vyasa è il narratore del poema, l’equivalente indiano di Omero, ed è interpretato dall’attore Robert Langdon Lloyd; Dhritarashtra è il re cieco, padre dei Kauravas, interpretato dal polacco Ryszard Cieslak: a lui Vyasa racconta le sorti della battaglia.
Krishna è l’inglese Bruce Myers, e Arjuna è Vittorio Mezzogiorno.
(Ma poi, alla fine di tutto, dopo molto tempo, dopo la battaglia, ormai prossimo egli stesso alla morte, Krishna dirà che “Arjuna ha dimenticato tutto...”.)