venerdì 27 aprile 2012

Gola profonda, più o meno


In un blog precedente avevo provato, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, a parlare di film pornografici. Confesso subito che non è il mio genere, non me ne intendo affatto e non l’ho mai frequentato prima dei miei cinquant’anni, per i motivi che espongo qui sotto. Arrivato a un’età che mi pone in grado di giudicare, ho deciso di fare un’esplorazione nel genere, approfittando di bancarelle dove i dvd, ormai obsoleti, vengono svenduti per pochissimi soldi.
Di questa mia esplorazione parlo più sotto, e inizio il post ripubblicando il mio intervento di cinque anni fa.
Gola profonda
Recensisco un film che non ho visto: però il titolo lo conoscono tutti, è il più famoso del suo genere, e lo prendo come emblema di tutto un genere. Che non è il mio genere preferito, ma almeno un cenno se lo merita. Prima di tutto bisogna sgomberare il campo dagli equivoci: questo è un campo nel quale la criminalità regna sovrana. Molti film pornografici sono spaventosi, altri sono girati da poveri disgraziati e disgraziate, ma non è questo il discorso che vorrei fare: per queste cose ci sono i carabinieri e le aule giudiziarie (e anche il carcere, certamente). Fatta la tara su tutte queste cose, rimane ben poco. Di quel poco, e per quel poco che mi è capitato di vedere, il 95-99% è di livello molto basso. Ragionando ancora su quel poco che resta, ormai pochissimo, mi sento di dire che il film pornografico è un genere come tanti altri. Ci sono pessimi western e ottimi western, ci sono commedie mal scritte e mal recitate e i capolavori di Lubitsch o di Blake Edwards, c’è Jack Lemmon ma c’è anche Sylvester Stallone; e la stessa cosa succede con il cinema pornografico. Quando capita che sia ben fatto, anche il cinema pornografico ha una sua dignità e un suo valore estetico non trascurabile, ma si tratta di un evento raro, rarissimo, che non troveremo mai segnalato da nessuna guida: il cinema porno si vende un tanto al chilo, tutto fa brodo, nessuno fa distinzioni. Quel poco di critica o di indagine che esiste in questo campo è quasi sempre mal fatto o frettoloso; inutile cercare segnalazioni, se anche si trovano è difficile trovare i titoli, il mercato del porno è in mano a gente senza scrupoli. Mi dispiace quindi di non poter fare nomi, a parte quei tre o quattro che conoscono tutti: la mia frequentazione del genere è stata molto bassa e molto casuale, nel senso che è un terreno nel quale muoversi non è bello (eufemismo). Le copertine dei dvd e delle cassette sono bruttissime, spesso repellenti; e quanto ai cinema “a luci rosse”, non ho mai voluto metterci piede per evidenti ragioni igieniche. Ma il mio giudizio definitivo, che non è del tutto negativo, penso che si possa riassumere in quello di un’attrice del cinema serio, che disse: “Se da adolescente avessi visto un film porno, penso proprio che non mi sarei mai innamorata in tutta la mia vita”. La fotografia erotica ha avuto grandi nomi e grandi capolavori; purtroppo, un Man Ray al cinema non c’è mai stato, e se c’è stato si è occupato d’altro.
(da un blog precedente, anno 2007)
Aggiungo una breve storia di com’era questo genere fino agli anni ’80, cioè prima della messa in commercio delle videocassette. I film erotici, più o meno pornografici, esistono fin dagli inizi del cinema; ai tempi di Méliès e fino agli anni ‘20 del Novecento era quasi impossibile girarli, perché per fare cinema serviva la luce naturale, la luce del giorno. Insomma, si correva il rischio di essere arrestati per atti osceni in luogo pubblico. In seguito, con l’elettricità sempre più diffusa e a buon mercato, e con l’uso di lampade e proiettori, furono girati molti film erotici o apertamente pornografici, che però avevano circolazione limitata: per vederli bisognava avere un proiettore in casa, erano cose costose e richiedevano una certa perizia per poterli vedere.
Questa situazione dura per molti decenni, quasi un secolo intero. Negli anni ’70, e qui iniziano i miei ricordi personali, cominciarono a vedersi i cinema “a luci rosse”, in tutte le città ce ne era almeno uno ma erano posti infrequentabili, o quanto meno io non ci sono mai entrato, per motivi igienici facilmente comprensibili e per il tipo di gente che inevitabilmente attraevano. L’unico mio ricordo assimilabile è stato quando decisi di andare a vedere un film di Nagisa Oshima, regista giapponese autore di film importanti e molto celebrato da una parte della critica seria; il film era “Ai no korida”, “Corrida d’amore”, io ero andato a vederlo in un cinema di Milano ignorando che fosse un locale a luci rosse: dato l’argomento spinto (molto spinto) il film era uscito in Italia con molto ritardo, e non era stato distribuito nei locali normali. Conclusione: non solo il film non mi era piaciuto, ma da quel giorno avevo deciso di stare bene attento, in futuro, alla sala in cui si proiettavano i film. Per fortuna, il locale era quasi deserto.
Con la messa in commercio dei videoregistratori ha iniziato il mercato casalingo; gli storici dicono che grande spinta all’affermazione delle vhs venne proprio dal cinema porno, che da quel momento, più o meno trent’anni fa, era facilmente visibile anche in casa, e in maniera anonima. Ma in quegli anni io avevo in mente tutt’altre cose, le vhs le usavo solo per registrare dalla tv i film che volevo vedere ed eventualmente conservare. Dopo le videocassette, ancora piuttosto ingombranti, sono arrivati i dvd; e oggi il cinema pornografico è quasi tutto su internet, ben visibile e frequentabile anche se si è minorenni. Per mia fortuna (mi dispiace dirlo, ma mi ritrovo a dire queste cose che non condivido) io non ho figli, e quindi non devo preoccuparmi dell’educazione dei minori; ma se avessi figli, e figlie, sarei un bel po’ preoccupato.
Arrivato dunque ai cinquant’anni, per pura curiosità e anche per completezza (in fin dei conti, anche questo è cinema, video, immagine in movimento), ho fatto dunque qualche scelta tra i dvd esposti sulle bancarelle, ormai a prezzi risibili. Mi sono accorto di poter scegliere, c’era un po’ di tutto: dai riversamenti dei film “clandestini” che vanno dalle origini del cinema fino agli anni ’70 fino alla nascita dell’industria pornografica dei primi anni ’80 (circuiti a luci rosse, poi videocassette), fino a materiale recentissimo. Scartando subito i film violenti o contrari alle mie inclinazioni, e accertandomi che non vi fossero film da considerare come reati o crimini (non ne ho visti), c’era comunque materiale sufficiente per dare un parere complessivo.
A conclusione del mio giro, mi sono dunque segnato degli appunti, questi:
1) confermo che il 90-95% dei film pornografici non ha nessun motivo per essere stato girato, e mi stupisco sempre della quantità di materiale in circolazione e delle dimensioni di questa industria.
2) del restante 5-10%, vale il discorso che vale per qualsiasi altro film: ce ne sono di belli e di pessimi, con tutte le gradazioni intermedie; escluderei che ci siano dei capolavori, ma può ben darsi che mi siano sfuggiti. E’ un genere come un altro, e qualche artista c’è davvero; come nei film normali, molto dipende da chi gira il film, da chi c’è dietro la cinepresa. Se c’è qualcuno che somiglia ai cameraman di Werner Herzog, penso a Fitzcarraldo o ad Aguirre, gente come Thomas Mauch, per esempio, vale sempre la pena di perderci del tempo; in Italia gente così non c’è, a Hollywood qualcuno che sa il mestiere (cioè che sa usare la cinepresa e le luci) si trova.
3) molte performance sono cose da circo, autentici pezzi da acrobati o da giocolieri, da contorsionisti, da mangiatori di spade. Non chiederei mai queste cose con una donna, e non ho mai avuto l’agilità per farle, ma possono essere cose divertenti, quantomeno curiose.
4) la questione igienico-sanitaria è terrificante. Non è tanto l’uso del preservativo, quanto il fatto (ed è solo uno degli esempi possibili) che si dia per scontato che la sodomia sia una cosa normale ed innocua: non è affatto così, gli attori e le attrici si fanno male, ci sono spesso lacerazioni e sanguinamenti, e soprattutto ci sono batteri che nell’intestino non creano problemi ma ne creano invece, anche grossi, nelle vie urinarie. Mi spaventa dunque pensare che degli adolescenti guardino queste cose, e che vengano spinti a considerare sicure fonti di infezione come se fossero la normale sessualità. Senza contare il fatto che non è affatto scontato che le donne amino essere trattate così, anzi caso mai è vero il contrario: a me per esempio nessuna ha mai chiesto sesso anale, qualcuna anzi prima di iniziare mi ha avvertito di non chiederglielo. E a me non è mai venuto in mente di chiederlo. Senza contare l’odissea nello schifo: contenti loro contenti tutti, ma insomma (qui mi fermo, ed evito di entrare in ulteriori particolare sgradevoli)
5) le prestazioni degli attori maschi sono sicuramente dovute a farmaci; e non è affatto vero che alle donne piaccia essere usate a quel modo. Come si diceva al punto precedente, gli attori dei film pornografici si fanno male: e spesso. Queste scene, le lacerazioni e i sanguinamenti, vengono tagliate dai film “normali”: ma ogni tanto qualcosa arriva sui giornali, e su internet ci sono delle biografie vere e terrificanti sugli attori e attrici dei film porno, e sugli incidenti a loro capitati. Si parla sempre di Aids e di malattie veneree o epatiche, ma questi incidenti “sul set” hanno un’incidenza rilevante, e del resto basta aver fatto sesso una o due volte per capire che non sempre fila tutto liscio, che non siamo macchine, e che qualche cautela va presa.
6) trovo orribili le ex star “rifatte” e rovinate dalla cosiddetta chirurgia estetica, ma qui il discorso andrebbe allargato anche al di fuori del cinema porno.
7) ho dovuto constatare che sono davvero molte le donne che si prestano, possibile?
8) il porno italiano è gestito da persone tecnicamente incompetenti, spesso ignoranti e volgari, con gusti di terz’ordine e senza la minima cultura, né cinematografica né di altro genere.
9) è grottesco e insensato il concetto di “pornostar”: a differenza del cinema vero e del teatro, qui non c’è da fare recitazione, e il tempo che passa non è certo di aiuto. Per questi film servono solo disinvoltura e una certa predisposizione, e direi anche che è fondamentale essere giovani, o comunque in buona forma fisica; più in generale, queste sono cose da una botta e via, passare venti o trent’anni a fare sempre le stesse cose nei film porno è una cosa ridicola e anche un tantino penosa.
Ed infine, forse non sembra, ma le immagini che ho messo qui vengono davvero da un autentico film pornografico, italiano: il film era bruttissimo e per fortuna l’ho dimenticato, ma questa sequenza era simpatica, la ragazza che beve il tè ha davvero un bel viso, e dunque ne ho conservato qualche fotogramma.

martedì 24 aprile 2012

Ettore Scola ( I )


Con Ettore Scola ho un problema: apprezzo molto lui come persona, ma mi piacciono poco i suoi film. L’unica eccezione, “Riusciranno i nostri eroi...”, che vedo sempre volentieri fin da quand’ero bambino, soprattutto nella sua parte africana. Scola ha scritto e diretto molti film “di gruppo”, e in alcuni di essi ha messo in scena la caricatura di se stesso e degli altri protagonisti del cinema di quegli anni, sceneggiatori, produttori, attori e tecnici. In quei film, Scola mostra (fra le altre cose) che tutti si divertivano molto, sceneggiatori e registi e attori, anche al di fuori del cinema: insomma, una bella vita che tutti invidiamo molto. I suoi film “di gruppo” si possono usare per vedere come funzionava la macchina del cinema italiano dei Risi, Scola, Monicelli, Comencini, Salce, un mix fra professionalità e cialtronaggine che spesso sfiorava soltanto la realtò quotidiana, con molta superficialità (piallatura) anche quando si affrontano temi importanti. Questo aspetto va rimarcato per sottolineare le differenze con i grandissimi del cinema italiano, da Vittorio De Sica a Rossellini, da Fellini ad Antonioni, da Elio Petri a Francesco Rosi e a Bertolucci: sia pure con tutto l’affetto possibile, gli autori della commedia all’italiana degli anni ’60 non sono tutti alla stessa altezza, come invece vuole far credere una parte consistente della critica. Ci siamo tutti divertiti molto, e ci divertiamo ancora, con i film di Risi, Scola, Monicelli, Comencini, Salce, Pietrangeli, e via elencando: questo va detto e gliene siamo molto grati, ma c’è chi ha fatto di meglio e ogni tanto è necessario ripeterlo.

Come per tutti i grandi registi italiani di quegli anni, i suoi film passano spesso in tv e ho quindi il sospetto di averli visti tutti almeno una volta, nell’arco di una quarantina d’anni s’intende. Di molti di questi film non ho memoria, di altri ho già parlato nei giorni scorsi; qui sotto metto un elenco molto parziale, anche perché su Scola, così come su Risi, Monicelli e Comencini, ho sempre preso pochissimi appunti. La loro narrazione è molto chiara e lineare, ed essendo miei contemporanei non avevo difficoltà a capire cosa succede nei loro film; qualche difficoltà in più penso che le abbiano i ventenni di oggi, perchè molte cose sono cambiate. La principale difficoltà, per me, viene forse dal fatto che Scola e gli altri registi che ho citato sono della stessa generazione di mio padre e dei miei zii, e quindi da bambino e poi da ragazzo non sono mai riuscito a identificarmi con i loro personaggi, quasi sempre molto realistici. Oltretutto, la mia estrazione sociale è molto diversa; quasi mai in questi film si vede la vita come era qui dalle mie parti in quegli anni, per queste cose devo piuttosto rivolgermi alla filmografia di Vittorio De Sica, o magari a quella di Ermanno Olmi (che di Scola è coetaneo).

da http://www.wikipedia.it/
Ettore Scola (Trevico, 10 maggio 1931) è un regista e sceneggiatore italiano. Nasce a Trevico, in provincia di Avellino, il 10 maggio 1931. È sin da giovane collaboratore del giornale umoristico "Marc'Aurelio", mentre ancora frequenta giurisprudenza all'Università di Roma. Dall'inizio degli anni cinquanta comincia a scrivere sceneggiature, spesso in coppia con Ruggero Maccari. Dalla fine degli anni Quaranta collabora con i testi a diverse trasmissioni di varietà sia radiofonici che televisivi della RAI, tra l'altro è coautore dei testi delle scenette settimanali interpretate da Alberto Sordi tra cui il Conte Claro e Mario Pio. Esordisce alla regia nel 1964, ma il suo primo grande successo lo conseguirà dirigendo Alberto Sordi in “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?” (1968); con l'attore romano lavorerà altre tre volte (in La più bella serata della mia vita, 1972, alcuni episodi dei Nuovi mostri, 1977, e in Romanzo di un giovane povero, 1995). Nel 1974 dirige “C'eravamo tanto amati”, che ripercorre un trentennio di storia italiana (...) Ormai Scola è un maestro del cinema italiano e un regista di fama internazionale (...) realizza film come “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), grottesca commedia delle borgate romane con Nino Manfredi, e “Una giornata particolare” (1977), con Marcello Mastroianni e Sophia Loren (...) Nel 1980 il regista tira le somme della commedia all'italiana ne “La terrazza”, con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant e Marcello Mastroianni. Nel 1982 affronta la Rivoluzione francese in Il mondo nuovo (1982), in cui Mastroianni impersona Giacomo Casanova. Scola riceve un'ottima accoglienza di critica e pubblico quando dirige La famiglia (1987), commedia che ripercorre 80 anni di storia (1906-1986) attraverso la saga di una famiglia con l'interpretazione di Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli e Fanny Ardant. Altri film di rilievo sono Splendor (1988) e Che ora è? (1989), entrambi con Mastroianni e Massimo Troisi. Nel 1998 gira La cena, sempre con Gassman, la Ardant e la Sandrelli, nel 2001 Concorrenza sleale, con Diego Abatantuono, Sergio Castellitto e Gerard Depardieu, e nel 2003 il semidocumentaristico Gente di Roma. È stato nominato, su proposta del Direttore Artistico Felice Laudadio, presidente del Bif&st - Bari International Film&TV Festival (Bari, 22-29 gennaio 2011); nel maggio dello stesso anno riceve il David di Donatello alla carriera in occasione dei suoi 80 anni. Ettore Scola è sposato con la sceneggiatrice e regista Gigliola Scola. Non ha mai nascosto le sue simpatie politiche orientate verso la sinistra e ha fatto parte del governo ombra del Partito Comunista Italiano nel 1989 con delega ai Beni Culturali.
I film di Ettore Scola che ho sicuramente visto per intero:
- Se permettete parliamo di donne (1964) *
- L'arcidiavolo (1966) V.Gassman, Claudine Auger, Mickey Rooney **
- Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968) ****
- Trevico-Torino - Viaggio nel Fiat-Nam (1973) ***
- C'eravamo tanto amati (1974) **
- Brutti sporchi e cattivi (1976) N.Manfredi, M.Michelangeli **
- Una giornata particolare (1977) M.Mastroianni, S.Loren **
- La terrazza (1980) **
- Le bal - Ballando ballando (1983, attori del Theatre du Campagnol) **
- Maccheroni (1985 M.Mastroianni, J.Lemmon) **
- La famiglia (1987) **
- Splendor (1989) **
- Che ora è? (1989) **
- Il viaggio di Capitan Fracassa (1990) **
- La cena (1998) **

I film di Scola dei quali ho un vago ricordo:
Il commissario Pepe (1969) Dramma della gelosia - Tutti i particolari in cronaca (1970) Permette? Rocco Papaleo (1971) - Signore e signori, buonanotte (1976, un episodio) I nuovi mostri (1977, episodi L'uccellino della Val Padana, Il sospetto, Hostaria, Come una regina, Cittadino esemplare, Sequestro di persona cara ed Elogio funebre); Passione d'amore (1981) Il mondo nuovo (La Nuit de Varennes, 1982)

Gli altri film di Scola come regista:
Thrilling (1965) - episodio Il vittimista; La congiuntura (1965); La più bella serata della mia vita (1972) Mario, Maria e Mario (1993) Romanzo di un giovane povero (1995) I corti italiani (1997, un episodio); Concorrenza sleale (2001)
I documentari:
Festival dell'Unità 1972 (1972); Festival Unità (1973); Carosello per la campagna referendaria sul divorzio (1975); Vorrei che volo (1982); L'addio a Enrico Berlinguer (1984); Imago urbis (1987, documentario collettivo su Roma); 1943-1997 (1997); Un altro mondo è possibile (2001, documentario collettivo); Lettere dalla Palestina (2002, documentario collettivo); Gente di Roma (2003).

(continua)

Ettore Scola ( II )

Ettore Scola come sceneggiatore ha una lunghissima carriera, anche come battutista e autore comico (sul Marc’Aurelio), e come autore tv e radiofonico; i suoi inizi sono quindi simili a quelli di Federico Fellini, che però è più anziano di lui di una decina d’anni. Difatti, molti di questi film, quasi tutti, sono stati scritti per Totò, per Aldo Fabrizi, per Alberto Sordi, per Gassman, per Nino Manfredi, e per altri attori e comici più o meno famosi. Scorrendo l’elenco dei titoli si troveranno film firmati in regia da Dino Risi (anche famosi: Il sorpasso) e da altri registi italiani importanti di quegli anni. L’esordio ufficiale di Ettore Scola come regista è del 1964, un film a episodi non particolarmente memorabile intitolato “Se permettete parliamo di donne”.

I film scritti da Scola e diretti da altri registi, sempre secondo www.wikipedia.it :
Canzoni di mezzo secolo (1952) Fermi tutti, arrivo io! (1953) Due notti con Cleopatra (1953) Canzoni, canzoni, canzoni (1953) Ridere! Ridere! Ridere!, regia di Edoardo Anton (1954) Gran varietà (1954) Amori di mezzo secolo (1954, episodi Girandola 1910 e Dopoguerra 1920) - Accadde al commissariato (1954) Una parigina a Roma (1954) Un americano a Roma (1954) Rosso e nero (1955) Buonanotte... avvocato! (1955) Accadde al penitenziario (1955) I pappagalli (1955) Lo scapolo (1955) Mi permette, babbo! (1956) Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) I giorni più belli (1956) Il conte Max (1957) Primo amore (1958) Non sono più guaglione, regia di Domenico Paolella (1958) Il marito (1958) Totò nella luna (1958) Non perdiamo la testa (1959) Nel blu dipinto di blu, regia di Piero Tellini (1959) Il nemico di mia moglie, regia di Gianni Puccini e Gabriele Palmieri (1959) Guardatele ma non toccatele (1959) Il mattatore (1960) Nata di marzo (1960) Adua e le compagne (1960) Il carabiniere a cavallo (1961) Fantasmi a Roma (1961) Le pillole di Ercole (1961) Anni ruggenti (1962) Il sorpasso (1962) La parmigiana (1963) La marcia su Roma (1963) I cuori infranti (1963, episodio E vissero felici) - L'amore difficile (1963 episodio Le donne, L'avaro e L'avventura di un soldato) Il successo (1963) I mostri (1963) Follie d'estate (1963) La visita (1963) Alta infedeltà (1964) Il magnifico cornuto (1964) Il gaucho (1965) La congiuntura (1965) I complessi (1965 episodio Una giornata decisiva) Io la conoscevo bene (1965) Made in Italy (1965) Le dolci signore, regia di Luigi Zampa (1968) Il profeta (1968) Noi donne siamo fatte così (1971) La più bella serata della mia vita (1972) Il silenzio è complicità, regia di Laura Betti (1976) Cuori nella tormenta (1984) Passion (1996 TV)
Varietà televisivi firmati da Ettore Scola, sempre da http://www.wikipedia.it/
* Poltronissima, Testi di Mario Baffico, Riccardo Morbelli, Ettore Scola, con Isa Barzizza e Enrico Viarisio, programma di 6 puntate dal 3 ottobre 1957 al 14 novembre 1957.
* Le canzoni di tutti, Testi di Ruggero Maccari, Luciano Salce, Ettore Scola, con Bice Valori, Paolo Panelli, Alberto Bonucci, Elio Pandolfi, Silvio Spaccesi, Gabriella Andreini, Fausto Cigliano, Cosetta Greco, Anna Maria Ferrero, Paolo Ferrari, Nunzio Gallo, Nilla Pizzi, Enzo Garinei, Laura Betti, Dolores Palumbo, orchestrra di Franco Pisano, regia di Mario Landi, programma di 7 puntate, dal 15 gennaio 1958 al 26 febbraio 1958.
Varietà radiofonici
* Vi parla Alberto Sordi, (1949 - 1951), coautore testi
Agli inizi delle tv commerciali, Ettore Scola fu tra i più scandalizzati dalla novità, mai vista prima in Italia, di interrompere i film con la pubblicità. Va ricordato, per chi non lo sapesse o se lo fosse dimenticato, che Canale 5 interrompeva i film “a capocchia”, ogni dieci minuti, anche troncando a metà non solo una sequenza ma anche un dialogo, interrompendo una frase, cose veramente scandalose. Fu necessario un intervento del Parlamento per rimettere almeno un po’ di ordine e di decenza. A soffrirne più di tutti fu Federico Fellini, che vide scempiati e stracciati a brandelli tutti i suoi film più importanti. Questi due articoli, con interviste a Scola, li avevo conservati e li riporto qui.
Ettore Scola, dal Corriere della Sera del 19 giugno 1986
ROMA. «No, non credo proprio che Berlusconi vada anche in moviola. E' colpa di servi sciocchi, zelatori, servetti che fanno sciocchezze», commenta Ettore Scola il giorno dopo. Il regista aveva criticato il cavaliere alla festa dei «Ciak d'oro» e Canale 5, mandando in onda la registrazione della serata, lo ha censurato.
«E' vero, purtroppo, la censura esiste ancora. Ma qui si è andato oltre, si è fatto dire al censurato addirittura l’opposto». Con il consueto distacco ironico, Scola prova a ricostruire il discorsetto che aveva improvvisato in palcoscenico.
«Ho ringraziato Berlusconi a nome dei registi presenti, di tutto il cinema italiano, perché sta facilitando molto il nostro lavoro: e questo lo hanno potuto ascoltare anche i telespettatori. Ma io poi continuavo, e in forma banalmente ironica spiegavo il mio pensiero. Una volta, scrivendo le sceneggiature, si stava attenti al dialoghi, alle atmosfere, ai sentimenti, ai ritmi, alle cadenze. Lo stesso per i registi: si facevano addirittura i piani sequenza. Cose inutili, oggi, fatica sprecata. Per colpa delle interruzioni pubblicitarie, i film in televisione oggi durano tre-quattro ore, ogni emozione è interrotta dai pannolini o dai cerotti. Ormai chiunque può scrivere una sceneggiatura, può fare il regista, grazie a Berlusconi. Questo dicevo e questo è sparito, facendomi fare pure la figura del pezzente, lì sul palcoscenico a ringraziare Berlusconi. I miei amici registi potrebbero pure denunciarmi.».
Cosa è diventato il cinema nelle mani di Berlusconi?
«Coriandoli, solo coriandoli - risponde Scola -. Ti commuovi per una scena e ti trovi a piangere per un cerotto; si ride per Charlot o per un pannolone? I finali ormai sono inutili, nessuno arriva a vederli, dopo quattro ore. Cosa penseranno i bambini del cinema? I miei film, e quelli degli altri, non sono trattati in televisione in modo barbaro, ma peggio. Contro questa realtà ci battiamo, sperando di salvare il cinema, anche in difesa di quei catecumeni che ancora vanno a vedere i film nelle sale».
Con un telegramma alla Fininvest, Scola ha chiesto di diffondere integralmente il suo intervento ai «Ciak
d'oro»», richiamando Canale 5 «ai doveri di lealtà professionale e correttezza di informazione».
«Le mie parole - spiega il regista nel telegramma - erano dirette a difendere il lavoro degli autori dalle selvagge interruzioni pubblicitarie».
Qualcuno potrebbe pensare che non è educato andare da ospite a parlare male del padrone di casa. Replica il regista: «Io ho diritto di andare dovunque e di essere rispettato. Non volevo snobbare un premio assegnato da una giuria di lettori della rivista 'Ciak'. E poi, potevano tagliarmi tutto, ma non ribaltare il mio pensiero. Non m'inviteranno più? Tanto non ci sarei andato. Per carità, non considero l'accaduto un episodio di gravità nazionale, ma è il segno di un'arroganza, di un sistema, di un metodo sempre più frequenti nelle televisioni, nei giornali, nel potere. I risultati delle ultime elezioni sono indicativi, non sono state premiate delle proposte, ma certi metodi, certi sistemi, e Berlusconi è proprio il simbolo di tutto questo. Già a Cannes una berlusconiana andava dicendo che Scola avrebbe lavorato per loro - continua il regista- Proprio come i legionari fascisti in Abissinia, che andavano e facevano, senza preoccuparsi se quelli fossero d'accordo».
MILANO - In merito alla polemica del regista Ettore Scola a proposito del suo intervento al «Ciak d'oro '87», la Finivest comunica: «E' stato il classico errore di stampa, un incidente di montaggio di cui ci rammarichiamo con il regista. Il taglio ha purtroppo modificato il senso delle dichiarazioni di Scola, ma da parte nostra non c'era alcuna intenzione censoria. La correttezza e l'obiettività di Canale 5, Italia 1, Retequattro sono dimostrati da anni di operatività e anche dall'impegno dimostrato nella recente campagna elettorale». «Scola - prosegue il comunicato - accusa la televisione di danneggiare il cinema e accusa la televisione commerciale di danneggiare il film con le interruzioni pubblicitarie. In realtà in tutto il mondo il cinema sopravvive grazie alla televisione; in particolare negli Stati Uniti solamente il 20% del costo, di produzione di un film viene recuperato dalle vendite di biglietti al cinema, il resto proviene dalle televisioni commerciali, via cavo e a pagamento. In Italia, la televisione commerciale di Silvio Berlusconi sta producendo anche per il cinema: Reteitalia ha infatti in cantiere per la prossima stagione cinematografica ben 65 film. Scorrendo il listino si trovano prodotti tradizionali rivolti a un pubblico di massa, ma anche titoli di grande qualità, progetti affidati a registi di prestigio indiscusso (Lizzani, Montaldo, Bertolucci, Sandor, Magni, Monicelli, Del Monte, Bellocchio, e a sceneggiatori tra i più importanti (De Concini, Sonego, Badalucco, Guerra, Vincenzoni), progetti affidati a nuovi talenti (Soldi, Franco, Chiesa, Zagarrio, Rosati ...)». «Reteitalia - conclude il comunicato - non ha comunque commissionato alcun progetto a Ettore Scola. La televisione commerciale di Silvio Berlusconi sta producendo anche per il mercato internazionale, invertendo la tendenza - che dura da anni - dell'acquisto di programmi dall'America.»
«Conosco l'obiezione: e l'integrità del testo originale? - si difende Freccero - E il diritto dell'autore a difendere la propria creazione? Non è forse scioccante mettere i baffi alla Gioconda? Duchamp ha forse rovinato l'opera di Leonardo da Vinci? Come ha capito Andy Warhol, la forza delle immagini dipende dalla loro ripetizione. E la forza della televisione risiede nella dissezione e nella ripetizione».
Si apre una nuova dimensione creativa nel cuore dell'elettrodomestico. Il televisore diventa la tela o lo spazio dove chi guarda (col telecomando) e chi programma (con la pubblicità) possono comporre l'opera che vogliono partendo dal «suggerimento» di un canovaccio famoso.
(Corriere della Sera 15 luglio 1987)
Visto da oggi, 2012, si può aggiungere che Scola e Fellini furono sconfitti, e Berlusconi fu il vincitore. Il risultato è che il cinema italiano oggi non esiste quasi più, e anche Cinecittà sta chiudendo. Quanto a Freccero, devo dire che non mi è mai piaciuto.

(continua)

Ettore Scola ( III )

Trevico-Torino - Viaggio nel Fiat-Nam (1973) ***
scritto da Diego Novelli, Ettore Scola
Non lo vedo da moltissimi anni, ma ne ho un buon ricordo: è un film quasi documentario sulla Fiat e sull’immigrazione meridionale a Torino; Trevico, in provincia di Avellino, è il paese natale di Ettore Scola. Il gioco di parole Vietnam-Fiatnam l’ho sempre trovato piuttosto triste, ma il film è ben fatto (la guerra in Vietnam era quasi alla fine ma ancora in corso, in quegli anni). Diego Novelli, negli anni successivi, fu sindaco di Torino.
Brutti sporchi e cattivi (1976) N.Manfredi, M.Michelangeli **
scritto da Scola e Maccari
Un film che deve sicuramente molto a “Dodes-kaden” di Akira Kurosawa, uscito nel 1970; entrambi ambientati fra le baracche, villaggi poveri vicini alle città e gente che vive alla meno peggio, e che alle volte non sopravvive proprio. Il film di Kurosawa è molto più bello, a tratti sconvolgente e a tratti buffo; il film di Scola, ambientato in un’ipotetica baraccopoli romana, gioca molto sul grottesco e sulla commedia, anche greve. Notevole la caratterizzazione di Manfredi.
Una giornata particolare (1977) M.Mastroianni, S.Loren **
scritto da Scola, Maccari, Maurizio Costanzo
Un altro film che gode di ottima critica ma che io non ho mai apprezzato molto. Non riesco a calarmi in questi film, al di là del soggetto tutto mi sembra molto falso, e la presenza della Loren non mi aiuta a prendere sul serio la vicenda. Per dirla tutta, il mio parere è che la Loren recita bene solo nei film di De Sica: ma con Vittorio De Sica tutti recitavano bene, non solo Sofia Loren ma anche i cagnolini (vedi Umberto D.).
Per dirla tutta anche sul film, “Una giornata particolare” mi sembra il remake dei film di Rossellini del 1945, però qui siamo più vicino ai format televisivi odierni che non a Roberto Rossellini. La differenza qualitativa c’è, ma è dovuta al magnifico lavoro dei grandi artigiani del cinema italiano, dai direttori della fotografia agli scenografi e costumisti, dal fonico fino all’ultimo degli operatori. Il soggetto è di Maurizio Costanzo, che negli anni ’60 conduceva programmi alla radio, alla fine degli anni ’70 ebbe grande successo sempre alla Rai con “Bontà loro”, uno dei primi talk show televisivi, per poi passare alle tv di Berlusconi.
La famiglia (1987) **
scritto da Maccari, Scarpelli, Scola
E’ un film “storico” che copre l’arco di una famiglia per tre o quattro generazioni, nel Novecento. Quante generazioni siano di preciso non lo so, perché tutte le volte che inizio a vederlo non riesco a reggere fino alla fine. Non che sia brutto, anzi; ma so già cosa diranno i personaggi prima che aprano bocca, immagino gli sviluppi dell’azione prima che si compiano, insomma trovo tutto molto prevedibile, e forse è colpa mia che ho visto troppi film e letto troppi libri, ma non so cosa farci: è solo il mio parere personale e non vale molto, per me “La famiglia” di Scola è un buon film ma io lo trovo da sempre inguardabile. Oltretutto, l’ambiente altoborghese mi è del tutto estraneo; se poi penso a “Fanny e Alexander” di Ingmar Bergman, che è del 1982 (cinque anni prima) e che ne è sicuramente il modello, il paragone è davvero impietoso. E’ eccellente il lavoro degli attori, dei costumisti, degli scenografi, del tecnico delle luci, ogni inquadratura è ammirevole per la perfezione, ma il film non decolla mai e sembra quasi non avere una vita propria. Un’altra cosa che non perdono a Scola è l’aver imbruttito Ottavia Piccolo, una grande attrice che andava più valorizzata dal cinema italiano e che invece, pur essendo molto bella ed espressiva, è stata spesso relegata in ruoli come questi.
Riflessione finale: come sarebbe oggi, la nuova generazione di questa famiglia? Tutti attaccati allo smartphone e al tablet, i bambini sui videogiochi, fuori un suv parcheggiato. E forse, chissà, avrebbero venduto o svenduto libri, mobili, arredi. Che ce ne facciamo dei libri, nel 2012?
La cena (1998) ** F.Ardant, V.Gassman, G.Giannini
scritto da Ettore Scola, Furio Scarpelli, Silvia Scola, Giacomo Scarpelli
Scola riprende lo schema di “La terrazza” e costruisce un film di gruppo, con molti personaggi, intorno a un ristorante gestito da Fanny Ardant, con frequentatori abituali come Vittorio Gassman, qui visibilmente anziano (più della sua età anagrafica, complice una grave forma di depressione da lui stesso raccontata proprio in quegli anni) e occasionali, come Giancarlo Giannini (un professore che cerca di scaricare la giovane allieva con cui ha avuto una relazione) e come molti altri. Il pretesto è la cena di un gruppo di studenti e studentesse intorno ai sedici anni, per il compleanno di una di loro, che si svolge proprio in quel ristorante. Tra i molti personaggi, e gli episodi più o meno divertenti, merita un cenno la divagazione sul tema del Grande Inquisitore, un capitolo dai “Fratelli Karamazov” di Dostoevskij: due attori seduti a un tavolino che progettano di metterlo in scena a teatro. La storia di Gesù che torna fra di noi, e che viene arrestato dall’Inquisizione, è molto bella e la si riascolta sempre con piacere, ma questa volta si poteva fare qualcosa di più: in questo film finisce col diventare un espediente di sceneggiatura, un riempitivo in mezzo ad altre storie più facili, ed è un vero peccato.
(continua)

Ettore Scola ( IV )

Le bal - Ballando ballando (1983, attori del Theatre du Campagnol) **
Scritto da Scola, Maccari, Jean Claude Pechenat, Scarpelli
La storia del Novecento raccontata attraverso una sala da ballo: i diversi stili, la gente che cambia. Intento lodevole, e in effetti questo film (di produzione francese) ha vinto molti premi e so che è molto amato; ma questa musica mi è del tutto estranea.
- Maccheroni (1985 M.Mastroianni, J.Lemmon) **
scritto da Maccari Scola Scarpelli
- Splendor (1989) **
scritto da Scola da solo
- Che ora è? (1989) **
scritto da Scola, Silvia Scola, Beatrice Ravaglioli
Tre film con Mastroianni; nel primo è in compagnia di Jack Lemmon, nel secondo ha al suo fianco Massimo Troisi. Sono tre film piacevoli, con molti bei momenti, ma non direi che nel complesso siano cose memorabili.
Il viaggio di Capitan Fracassa (1990)
Ne ho parlato nel post dedicato al romanzo di Gautier; l’intento è lodevole ma il film non mi sembra particolarmente riuscito. Scola ha fatto molto meglio in “La terrazza”, dove l’episodio di Serge Reggiani è direttamente ispirato a un capitolo del “Capitan Fracassa”: la morte di Matamoro.
Il commissario Pepe (1969) con Ugo Tognazzi e Silvia Dionisio
scritto da Maccari e Scola, tratto da un romanzo di Ugo Facco de Lagarda
L’ho visto molti anni fa, e non mi è sembrato memorabile; l’insieme non è male ma Tognazzi ha fatto cose molto migliori. Ne parlo qui perché ho conservato un ritaglio che può venire utile: lo pubblico qui sotto.
Il commissario Pepe: dal libro al film di irene bignardi, rep v 16 ottobre 2009
Per mia colpa, ignoravo che dietro al bel film «giallo» (ma fintamente tale) di Ettore Scola, Il commissario Pepe, del 1969, ci fosse un romanzo. Che invece c'è ed è un interessante esempio, appunto, di «giallo» italiano, di un'epoca in cui si pensava che il genere non fiorisse in Italia.
Benvenuta dunque la ristampa di Il commissario Pepe (ed. Giano), opera di quella singolare figura di letterato che fu Ugo Facco de Lagarda, veneziano, direttore di banca, studioso di storia e di economia, poeta, che infatti nel suo curioso «giallo» (metto sempre le virgolette perché siamo ai margini del genere, più vicini al bozzetto di costume), usa una lingua tutta sua, colta e ironica, e traccia con finezza e disincanto un ritratto di provincia italiana nell'era del boom, serena e pacificata nella propria corruzione morale. Inevitabile, leggendo il libro adesso, immaginare il commissario Pepe con i tratti di Ugo Tognazzi, che però, ai tempi del film, aveva meno di cinquant'anni, mentre il personaggio di Facco ne ha sessanta ed è toccato da una maggiore malinconia. Per chi non ha mai letto il libro (uscì nel 1965 presso Neri Pozza, allora editore in Vicenza e, infatti, l'indicazione di una cittadina fiera delle sue architetture punta in direzione della città del Palladio) e per chi non ha visto il film di Scola (che purtroppo si può trovare solo in edizione francese, Pvb Editions), non riveleremo come finisce questo ritratto di provincia travolta dal sesso. Pensate al contemporaneo Signore e signori di Germi, ma in chiave filosofica e con un forte senso di impotenza, e ci sarete vicini.
Se permettete parliamo di donne (1964) * V. Gassman, Sylva Koscina
scritto da Ruggero Maccari ed Ettore Scola
E’ uno di quei film abbastanza inutili che giravano cinquant’anni fa, e che ho registrato dalla tv solo perchè è di Scola e per via di tutte le belle donne in locandina; ma il risultato è che Sylva Koscina è più bella in altri film, idem per la Rossi Drago, eccetera. Episodi brutti, barzellette filmate e mal sceneggiate, notevole solo l’abilità di Gassman nell’andare a cavallo, in Sicilia, nel primo episodio. Molte canzoni, bruttissime, per tutta la durata del film. (agosto 2011)
L'arcidiavolo (1966) V.Gassman, Claudine Auger, Mickey Rooney ***
scritto da Maccari e Scola
Un esercizio “millenaristico” (in realtà, ambientato a fine ‘400) praticamente contemporaneo al “Brancaleone” di Monicelli, o quasi. Visto tanti anni fa, forse mai per intero; di recente ho ripescato la sequenza in cui Gassman è finito sul rogo (poi si salva, mi pare). Lo rivedrei volentieri, è divertente.
(I due film su Brancaleone sono stati scritti da Age, Scarpelli e Monicelli)

sabato 21 aprile 2012

Capitan Fracassa

Le Capitaine Fracasse, 1863. Romanzo di Théophile Gautier
- Il viaggio di Capitan Fracassa (1990) Regia di Ettore Scola. Libero adattamento dal romanzo di Théophile Gautier. Riduzione e adattamento di Ettore Scola, Vincenzo Cerami, Fulvio Ottaviano, Silvia Scola, Furio Scarpelli. Fotografia di Luciano Tovoli. Musiche originali di Armando Trovajoli. Interpreti: Vincent Perez (Sigognac), Emmanuelle Beart (Isabella), Massimo Troisi (Pulcinella), Ornella Muti (Serafina), Lauretta Masiero (Leonarda), Toni Ucci (il tiranno), J.F. Perrier (Matamoro), Tosca d’Aquino (Zerbina), Ciccio Ingrassia (l’anziano maggiordomo di Sigognac), Remo Girone (Vallombrosa), Claudio Amendola (Agostino), Marco Messeri, Fiorenzo Fiorentini, Giuseppe Cederna, e molti altri. Durata: 132 minuti
- Le Capitaine Fracasse (1961) Regia di Pierre Gaspard-Huit. Dal romanzo di Théophile Gautier. Riduzione e sceneggiatura di Pierre Gaspard-Huit e Albert Vidalie. Fotografia: Marcel Grignon. Musica: Georges Van Parys. Con Jean Marais (Sigognac), Geneviève Grad (Isabella), Philippe Noiret (il tiranno), Gérard Barray, Riccardo Garrone, Anna Maria Ferrero, Danielle Godet, Sophie Grimaldi, Louis de Funès (Scapino), Jean Rochefort (Malartic). Durata: 108 minuti

Da bambino, “Capitan Fracassa“ era una delle mie storie preferite: ed a ragione, perché è davvero una bella storia. Sulla falsariga dei “Tre moschettieri”, Théophile Gautier costruisce la storia del giovane barone di Sigognac, ultimo rampollo di una casata nobilissima caduta in rovina.
Rovina non è un modo di dire: il castello cade davvero in pezzi, l’ultimo dei Sigognac non ha più un soldo, veste abiti lisi e non più rammendabili che appartenevano a suo padre, cavalca un povero cavallo magro e malandato, vive nell’unica stanza abitabile del castello con la sola compagnia del fedele e anziano servitore di suo padre (un servitore che però è anche un ottimo maestro d’armi), di un gatto spelacchiato e di un povero cane da caccia, vecchio e fedele anche lui. Ma, in una notte di tregenda, ecco che arriva a chiedere ospitalità un Carro di Tespi, una compagnia di attori girovaghi...
Ho riletto il libro di Gautier di recente, stavolta nella versione integrale (Newton Compton editore, versione di Massimo Bontempelli), e l’ho trovato ancora bellissimo. Sigognac viene accolto dagli attori, e inizia con loro quel viaggio verso Parigi che non avrebbe mai potuto permettersi, non avendo un soldo in tasca; ed è l’inizio della sua fortuna. A Parigi, torneranno buone le lezioni di scherma del fedele servitore, e si andrà attraverso molte avventure non soltanto verso un lieto fine, ma verso una vera e propria sequenza di lieti fine, come una serie di scatole cinesi, così che nessuno alla fine ne rimanga scontento – cosa della quale, del resto, non avevamo mai dubitato nemmeno per un attimo. (qui sotto, un'immagine dal film di Alberto Cavalcanti, anno 1909).
A questo punto, terminata la lettura, mi sono chiesto come mai, dei film che sono stati tratti da questa storia così bella, nessuno sia pienamente riuscito. La risposta, per chi abbia letto il libro, è chiara: “Capitan Fracassa” è un libro sul teatro, e sulla nostra vita. Gautier ha un amore smisurato per il teatro, e lo riporta nel libro: la storia di cappa e spada è solo uno scheletro, e senza il teatro, senza la gente, senza la vita vera, senza le descrizioni meticolose di Gautier, proprio come uno scheletro mostra tutte le sue spigolosità, e fatica a stare in piedi.
A parlar chiaro è la distribuzione degli eventi narrati, il peso che viene loro dato: il duello tra Sigognac e Vallombrosa, cardine della vicenda, è sbrigato in una paginetta scarsa; e l’assalto finale al castello di Vallombrosa è pieno di cose e di fatti, è divertente ma anche molto sbrigativo e convenzionale. In compenso, gli spettacoli teatrali della compagnia sono descritti con grande affetto in lunghi e dettagliati capitoli, che comprendono anche l’elenco degli spettacoli in repertorio. Nel libro, Gautier dà grande rilievo alla storia d’amore della Servetta, che fugge con un nobile signore ma poi ritorna nella compagnia: lei non poteva stare senza recitare, e al suo nobile amante lei pareva meno bella senza il suo costume di scena. Li ritroveremo, tutti e due ancora innamoratissimi, una in palcoscenico e l’altro ad applaudire. E un lungo capitolo è dedicato all’arrivo a Parigi di Sigognac: con la guida del capocomico, il giovane percorre in lungo e in largo la capitale, e la descrizione di Gautier è così viva che sembra davvero di essere lì con loro, tornati indietro di quattro o cinque secoli. E c’è la lunga scena centrale della tempesta di neve, durante la quale muore Matamoros, interprete del soldato fanfarone: Sigognac prenderà il suo posto come attore, integrandosi nella compagnia e facendosi chiamare Capitan Fracassa. Ma agli attori di quei tempi era vietata la sepoltura cristiana: la sequenza del povero funerale di Matamoro, in campagna, in un paesaggio desolato, è vera e toccante, e molto illuminante sul vero pensiero dell’autore. Togliendo tutto questo, compresa la lunga e bellissima descrizione iniziale dello stato delle rovine del castello di Sigognac, rimane ben poco dello spirito del romanzo: ed è questo “ben poco” che ritroviamo nei film tratti più o meno liberamente dal libro di Gautier, compreso quello che ne ha ricavato Ettore Scola e che aveva Massimo Troisi tra gli attori della compagnia.
Il film di Scola ha molti spunti interessanti, ma vi sono molti errori sia nel casting che nell’impostazione generale; aveva fatto di meglio nella Terrazza, un film del 1980, l’episodio con Serge Reggiani che rivive la sorte di Matamoro. Errori sono , nel "Viaggio di Capitan Fracassa", l’eliminazione del personaggio di Scapino, che andava affiancato e non sostituito dal Pulcinella di Troisi, la scelta di attori magari simpatici non all’altezza del ruolo, come Toni Ucci e Tosca d’Aquino, e altro ancora.
Il più famoso dei “Capitan Fracassa” è senz’altro quello del 1961, con Jean Marais protagonista, Anna Maria Ferrero, Philippe Noiret come Erode e Louis de Funes nella parte di Scapino. Non una brutta compagnia; purtroppo il regista si limita a seguire la vicenda, Marais è già troppo anziano per la parte, e de Funes è un po’ troppo limitato dal dover stare nel suo personaggio. Oltretutto, nel romanzo Scapino combatte valorosamente, cosa che da Louis de Funes non ci aspettiamo di certo. Ancora una volta, un’occasione persa.
I film tratti dal romanzo di Gautier sono molti ma non moltissimi, evidentemente le difficoltà della trasposizione sono ben conosciute. Si comincia già nel 1909, con regia del francese Alberto Cavalcanti, e si prosegue nel 1919, regia Mario Caserini, due film che pochissimi oggi possono dire di aver visto. Esistono poi un “Capitan Fracassa” italiano del 1940, regia di Duilio Coletti, con Giorgio Costantini come Sigognac (ammetto di non sapere nulla di questo attore), e poi due nomi famosi come Elsa De Giorgi e Clara Calamai, e un Capitan Fracassa francese, del 1943, regia di Abel Gance: due film che non ho mai visto.
Ho invece un vago ricordo del “Capitan Fracassa” della Rai nel 1958, legato più che altro al nome di Arnoldo Foà, più volte replicato quando io ero piccolo, e che passa ancora ogni tanto su Rai Storia: la regia è di Anton Giulio Majano, Foà è il protagonista, nel resto del cast Lea Massari, Nando Gazzolo, Ubaldo Lay, Alberto Lupo, Warner Bentivegna, e molti altri.
L’elenco completo dei film tratti dal romanzo di Gautier sarebbe più lungo, lo rimando ad altra occasione sperando nel frattempo di riuscire a recuperarne qualcuno.
Un cast ideale comunque non c’è, tutti questi film danno l’idea di essere un po’ improvvisati, si prende qualche nome famoso, e quelli che sono a disposizione, e si completa l’opera meglio che si può; con qualche doverosa eccezione tra gli attori. Per trovare un cast ideale forse bisognerebbe andare a pescare a Hollywood negli anni ’30: provo a pensare a James Stewart come Sigognac, Boris Karloff nella parte del tiranno, e poi Barbara Stanwyck, Spencer Tracy, Mickey Rooney, Harpo Marx... O magari in Italia negli anni ’40 o ’50, Gino Cervi da giovane, con Sergio Tofano, Tino Buazzelli, Eduardo, Marisa Merlini, Delia Scala... Totò avrebbe tirato troppo il film dalla sua parte, ma sarebbe stato un magnifico Scapino. Negli anni ’60, Volonté da giovane avrebbe fatto un magnifico Sigognac, magari con Giorgio Albertazzi a fare da cattivo, come fecero nell’Idiota di Dostoevskij in tv ma a parti rovesciate, e poi Edmonda Aldini, Ottavia Piccolo...
Non oso pensare a cosa ne tirerebbero fuori oggi a Hollywood o a Parigi, o le nostre tv commerciali; meglio lasciar perdere, meglio dimenticarsi di Capitan Fracassa. Il cinema oggi è straordinariamente simile al castello di Sigognac all’inizio del libro, il tesoro è stato sotterrato ed è ancora lì nascosto, e dimenticato. Arriverà un giorno, come nel romanzo, una povera compagnia d’attori vaganti, su un carro trainato dai buoi, e forse solo allora si potrà ricominciare. Nel qual caso, mi candido ad interpretare la parte del vecchio servitore di casa Sigognac: nel caso, mi impegno fin d’ora a dimagrire di quanto sarà necessario.

C'eravamo tanto amati

C’eravamo tanto amati (1974) Regia di Ettore Scola. Scritto da Ettore Scola con Age e Scarpelli. Fotografia di Claudio Cirillo. Musiche originali di Armando Trovajoli. Interpreti: Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, Aldo Fabrizi, Elena Fabrizi, Ugo Gregoretti, e nella parte di se stessi Federico Fellini, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Isa Barzizza, Nello Meniconi, Mike Bongiorno. Durata: 125 minuti

E’ il film dove tre partigiani, quattro con la Sandrelli, si ritrovano insieme, per caso, dopo 25 anni. Due di loro hanno continuato a vedersi e frequentarsi; il terzo ha fatto fortuna sposando la figlia di un ricco palazzinaro. I primi due sono interpretati da Nino Manfredi e da Stefano Satta Flores, il terzo è Vittorio Gassman; la moglie di Gassman è Giovanna Ralli, suo suocero è interpretato da Aldo Fabrizi, la suocera è interpretata dalla sorella di Fabrizi. Il retroscena di questo ricco matrimonio, lo verremo a sapere più avanti, è un litigio fra il giovane Gassman e Stefania Sandrelli, ai tempi della Resistenza. Il secondo ex partigiano è interpretato da Stefano Satta Flores, un appassionato di cinema che perde un’ingente somma a un quiz televisivo, “Lascia o raddoppia”, pur avendo ragione: infatti conosce di persona un dettaglio sulla lavorazione di Ladri di biciclette che però non è ancora riportato dai libri, ma lui era lì vicino a De Sica e lo sa. Molti anni dopo, Vittorio De Sica (che appare di persona nel film) confermerà che lui aveva ragione, ma ormai di quel quiz si è persa la memoria. Il terzo, infine, è Nino Manfredi, portantino in ospedale.
Oltre a Vittorio De Sica nel film ci sono, interpretando se stessi, Federico Fellini con Mastroianni alla Fontana di Trevi (ci si immagina che i protagonisti passino da quelle parti mentre si sta girando “La dolce vita”, e Fellini sta al gioco), Mike Bongiorno, più molte foto di Monica Vitti e di Antonioni in citazione esplicita del cinema dei primi anni ‘60. Roma, sullo sfondo, appare ancora una città vivibile.
Non sono sicuro che “C’eravamo tanto amati” sia un capolavoro, anzi direi proprio di no, però è un film che si fa vedere e che strappa qualche bella risata. Nella mia personalissima memoria lo confondo sempre con un altro film di Scola, “Una giornata particolare”: in effetti i due film hanno molto in comune. Lo ritengo un film molto sopravvalutato, basato su personaggi fasulli, più commedia che indagine vera sui personaggi e sul tempo che vivevano: l’osservazione di chi è sempre stato esterno al movimento operaio e che non ha mai vissuto sulla sua pelle queste cose. C’è molta più verità in “Audace colpo dei soliti ignoti”. Insomma, l’analisi è troppo superficiale, si vede proprio che Scola, Age e Scarpelli non sanno cos’è un operaio, per tacere della Resistenza trattata quasi da qualunquista, per sentito dire, sia pure con qualche ombra di verità. Per dirla tutta, i protagonisti mi sembrano tre cretini, oltretutto senza coscienza di classe; e poi chi se ne frega di Mike Bongiorno, non c’era nient’altro da ricordare?
So bene che questo commento rischia di diventare un po’ troppo duro, il film è invece piacevole, ma su “C’eravamo tanto amati” esiste da sempre una vera valanga di commenti compiaciuti, io invece ammiro molto Scola come persona, ma al cinema gli preferisco Elio Petri e Francesco Rosi, e sono sicuro che da questo soggetto, nelle loro mani e magari con Tognazzi e Volontè protagonisti, sarebbe uscito un film davvero memorabile, e non solo una commedia come tante altre.
Dovendo conservare un’immagine da “C’eravamo tanto amati”, sceglierei la caratterizzazione di Aldo Fabrizi, una prestazione da grandissimo attore, o magari un fermo immagine di Giovanna Ralli: non per il suo personaggio, ma perchè in questo film appare bellissima, quasi radiosa.

La terrazza

La terrazza (1980) Regia di Ettore Scola. Scritto da Ettore Scola con Age e Scarpelli. Fotografia di Pasqualino De Santis. Scenografia di Luciano Ricceri. Costumi di Ezio Altieri. Musiche originali di Armando Trovajoli. Interpreti: Serge Reggiani, Jean Louis Trintignant, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Carla Gravina, Milena Vukotic, Stefania Sandrelli, Marie Trintignant, Galeazzo Benti, Stefano Satta Flores, Ombretta Colli, Carlo Cattaneo, Agenore Scarpelli, Leonardo Benvenuti, Ugo Gregoretti, Francesco Maselli, Lucio Lombardo Radice, Mino Monicelli, Claudio Sestieri; Lucio Villari, Helena Ronee, Venantino Venantini, Olimpia Carlisi, Fabio Garriba, Maurizio Micheli, Remo Remotti, forse Gerardo Chiaromonte. Durata: 155 minuti.

E’ un film del 1980, che descrive un ambiente sul quale incombevano prima Craxi, poi De Mita, poi Berlusconi e Bossi, tutti ancora di là da venire o appena intravisti. Visto oggi, fa un po’ di tenerezza e anche molta nostalgia, perché i problemi da affrontare oggi sono molto più grandi: questi sembravano problemi, alla fine degli anni ’70... Difficile, da oggi, tornare a pensare a quel che si diceva e pensava allora, quasi impossibile per i ventenni di oggi; ma nonostante questo, pur con tutti i suoi difetti, questo è un film che andrebbe fatto vedere a scuola, perché si è cercato di far passare quegli anni come una specie di dittatura, e invece era così che si viveva. Prima, con il PCI al 35% e con lo statalismo aborrito, con la Dc centralista e romana, si viveva bene, ci potevamo permettere il lusso di considerare problemi queste cose da poco, e sarebbe bastato tenere d’occhio i bilanci dello Stato per poter continuare a stare bene. Il paragone con l’oggi è drammatico: nel 2011-2012 ci troviamo messi malissimo, non solo non c’è più l’industria (mentre qui si discuteva degli immigrati, l’industria italiana emigrava all’estero...), ma non c’è più neanche Cinecittà, messa in liquidazione dai berluscones, e l’industria italiana del cinema, allora fiorente e qui rappresentata da Scola in forma di benevola caricatura, è ormai ridotta a pochissima cosa, quasi soltanto i “cinepanettoni”.
Le colpe sono recenti, recentissime, basti pensare che nel 1980 le tv e radio commerciali erano agli inizi e di importante c’era solo la RAI, una tv ancora capace di produrre cultura, non legata all’audience e alla pubblicità. Lo sviluppo successivo avrebbe potuto essere diverso, il pluralismo televisivo si è trasformato nel monopolio di una sola persona, per molto tempo a qualcuno è sembrato che potesse essere questo il progresso, poi i nodi sono venuti al pettine. Oggi siamo in mezzo a una terribile recessione ma c’è ancora chi non si è accorto di nulla; e questa è forse la tragedia più grande, che qualcuno ancora non si sia reso conto degli errori seguiti al 1980, cioè al mondo benevolmente messo in caricatura da Ettore Scola in questo film.
E’ un film a episodi, ben legati fra di loro dall’ampia cornice della “terrazza” che dà il titolo al film, un locale dove si danno appuntamento un gruppo di amici e di persone a loro legate. La sceneggiatura è buona, molto bello è il lavoro degli scenografi e costumisti e soprattutto del direttore della fotografia Pasqualino De Santis, abituale collaboratore di Fellini e di grandi registi americani. L’episodio che più mi ha colpito è quello che ha per protagonista Serge Reggiani, con citazione esplicita della morte di Matamoro dal romanzo “Capitan Fracassa” di Theophile Gautier, un libro che ho sempre amato moltissimo: il non mangiare più, il morire nel freddo e nella neve. Un piccolo capolavoro, ma per capirlo e apprezzarlo bisogna aver letto Gautier, e averlo amato. In seguito, Scola girerà un film intero tratto dal “Capitan Fracassa”, ma sarà piuttosto deludente, senza mai raggiungere questi livelli.
Il primo episodio è per Trintignant (doppiato da Francesco Carnelutti), uno sceneggiatore cinematografico di successo che però adesso “deve far ridere”, perché questo gli chiede il suo produttore (Ugo Tognazzi). Trintignant è a casa sua, con la moglie Milena Vukotic (finalmente una parte che le rende giustizia); trovo quest’episodio troppo tirato per le lunghe, e troppo scontato. C’è qualche battuta divertente, ma è poca cosa nel suo complesso, nonostante l’ottima interpretazione degli attori. Nel secondo episodio, Mastroianni è un giornalista e opinionista di nome, sposato con la bellissima Carla Gravina; il matrimonio è in crisi, lei sta avendo successo, lui invece lo sta perdendo. Ne nascono rivalità e incomprensioni, alla fine i due si separano, a me è sembrato tutto molto superficiale, ed è un peccato. Nel terzo episodio, il produttore cinematografico Tognazzi, un uomo di successo, è anche lui in crisi con la moglie (Ombretta Colli) e accetta di finanziare e produrre un film cretino che per regista l’amico della moglie, giovane e presuntuoso; lo fa perché così spera di tornare ad andare d’accordo con la moglie. Anche qui, poca cosa. Il quarto episodio, tragico e struggente, è quello di Serge Reggiani, dirigente RAI magro ed esile, come il Matamoro del carro dei comici del romanzo di Gautier; ne ho accennato nelle righe qui sopra.
Nell’ultimo episodio, Vittorio Gassman è un alto dirigente del PCI che prima litiga con Stefania Sandrelli, incontrata per caso sulla terrazza, poi si innamora di lei, eccetera. Si può anche vedere, ma non c’è niente di memorabile.
I cinque protagonisti dei diversi episodi hanno questo in comune: che sono vecchi o stanno per diventarlo. Alcuni di loro hanno mogli giovani, magari molto più giovani di loro; altri hanno mogli della loro stessa età (Gassman, Reggiani) ma si cercano sempre amanti giovani (Mastroianni e Gassman, naturalmente). Tutti quanti sono vecchi o sul punto di diventarlo: come me adesso, insomma; però io non sono ricco né famoso, e non ho mai fatto parte di quegli ambienti. Il posto di questi signori, che hanno comunque una loro dignità e serietà professionale (così si può intuire dal film) è stato oggi preso da persone come Daniela Santanché, dai figli di Bossi e di Berlusconi, dalle Emma Marcegaglia (figlia di papà, per chi non lo sapesse), da Bruno Vespa e Giuliano Ferrara, eccetera eccetera eccetera. Altri tempi, che giustificano ampiamente la nostalgia per un mondo che, ad essere sinceri, non ho mai amato: in quel 1980 noi ventenni speravamo di veder sparire questo tipo di persone, di veder migliorare la qualità dei politici e dei dirigenti; ma era difficile immaginare che potesse venire qualcosa di peggio, invece è successo, e in dimensioni impressionanti e inaspettate.
Altri personaggi: Marie Trintignant, figlia di Jean Louis, è la diciassettenne “in cerca di Giulio”, il ragazzo che l’ha invitata sulla terrazza ma che adesso non c’è. La sua storia successiva, quella reale, è molto tragica: nel 2003 è stata uccisa da suo marito, un cantante francese di successo. Una parte di rilievo va a Galeazzo Benti, storica spalla di Totò, un caratterista presente in molti film italiani, che qui interpreta l’attore “appena tornato dal Sudamerica” (forse un accenno ad Adolfo Celi?). Stefano Satta Flores è uno sceneggiatore “ruspante” venuto dal Sud, che fa coppia con Carlo Cattaneo (“dottor Pomarango”). Poi ci sono a far da contorno molte persone famose del mondo del cinema che interpretano, più o meno, se stessi: gli sceneggiatori Age (Agenore Scarpelli) e Leonardo Benvenuti, i registi Ugo Gregoretti e Francesco Maselli, il filosofo Lucio Lombardo Radice, Mino Monicelli (Mino, fratello di Mario: interpreta il presidente della RAI), l’allora giovane regista Claudio Sestieri; e ancora lo storico Lucio Villari (padrone di casa sulla terrazza) , gli attori Venantino Venantini, Olimpia Carlisi (all’epoca compagna di Roberto Benigni, presente in molti film di quegli anni), Fabio Garriba (che fu protagonista di “Sbatti il mostro in prima pagina”, un bel film di Marco Bellocchio uscito nel 1972), Maurizio Micheli, Remo Remotti, e un “Gerardo, dirigente del PCI” che è probabilmente Gerardo Chiaromonte, vero senatore PCI, ma che non è citato nei titoli di coda. Helena Ronèe è il nome della bellissima padrona di casa che invita a tavola, ogni volta, amici e conoscenti: ha al suo attivo una decina di film, quasi tutti insignificanti, del tipo di quelli che faceva un pessimo regista come Mario Bava, e a vederla qui viene da pensare che è probabilmente stato uno spreco.