mercoledì 27 ottobre 2010

L'uomo che volle farsi re


THE MAN WHO WOULD BE KING (L'UOMO CHE VOLLE FARSI RE, 1975)Regia: John Huston; sceneggiatura: John Huston, Gladys Hill (dal racconto di Rudyard Kipling); fotografia (Eastmancolor): Oswald Morris; scenografia: Alexandre Trauner; ideatrice dei costumi: Edith Head; architetto: Tony Inglis; musica: Maurice Jarre; montaggio: Russell Lloyd; interpreti: Sean Connery (Daniel Dravot), Michael Caine (Peachy Carnehan), Christopher Plummer (Rudyard Kipling), Saeed Jaffrey (Billy Fish), Karroum Ben Bouih (Kafu-Selim), Jack May (Commissario distrettuale), Doghmi Larbi (Ootah), Shakira Caine (Roxanne), Mohammed Shamsi (Babu), Paul Antrim (Mulvaney), Albert Moses (Ghulam), Kimat Singh, Gurmuks Singhs (soldati Sikh), Yvonne Ocampo, Nadia Atbib (danzatrici); produzione: Perski-Bright/Devon Picture per Allied Artists-Columbia Pictures; distribuzione: Columbia; origine: USA-Gran Bretagna; durata: 132'.
C’è qualcosa di straordinario in questo film, ed è l’incontro di due dei narratori più grandi della storia: Rudyard Kipling e John Huston. Ci sono stati scrittori più grandi di Kipling, e registi più piacevoli di Huston, ma la questione del saper narrare è unica. Non si diventa narratori, ci si nasce: alcuni di noi raccontano storie e gli altri li stanno ad ascoltare, magari a bocca aperta, anche se la storia non è delle più avvincenti. Ma, se il narratore non è all’altezza, anche la più bella delle storie diventerà noiosa.
Qui si racconta la storia di Alessandro Magno, che giunse fino in Kashmir e in Afghanistan: la si racconta attraverso le gesta di due soldati dell’esercito coloniale inglese, due cialtroni dotati di abbastanza coraggio e incoscienza da gettarsi nell’impresa di recuperare un tesoro di cui soltanto si favoleggia, fra tribù selvagge e valli inesplorate. Una storia che si poteva immaginare solo nell’Ottocento: oggi ci sono ancora le tribù selvagge nell’Afghanistan, ma hanno il kalashnikov e non guardano più in faccia a nessuno.
Una scommessa che riesce, e alla grande, per merito di Kipling e di Huston ma anche dei due protagonisti, l’inglese Michael Caine e lo scozzese Sean Connery. Due degli attori più fascinosi della storia del cinema, ed è guardando questo film – più che i vari James Bond – che si capisce come mai Connery sia ancora oggi, a 70 anni compiuti e passati, uno degli uomini che più piacciono alle donne di tutto il mondo e di tutte le età.
Questo è un film da non perdere, punto e basta: e qui potrei fermarmi se non avessi trovato questo brano scritto da Morando Morandini (uno dei più grandi critici cinematografici, vero punto di riferimento per gli appassionati) che, oltre a riassumere benissimo la nascita del film, apre un discorso che vale per tutto il cinema di John Huston: e l’accenno a Bertolt Brecht è veramente da sottolineare. E’ ora che si torni a parlare di Brecht, e soprattutto a leggerlo.

Morando Morandini, dal volume su John Huston del “Castoro Cinema” (ed. La Nuova Italia):Arrivato alla soglia della settantina Huston si cimenta finalmente con Rudyard Kipling, con The Man Who Would Be King che adocchiava da più di vent'anni. È un racconto di 12.000 parole e 40 pagine che il giovanissimo Kipling pubblicò sull'«Allahabad Pioneer», da lui diretto, e che apparve poi nel 1888 in una collana di paperbacks, una delle prime, dell'Indian Railway Library, edita da A. H. Wheeler & Co.




Huston ha sempre ammirato l'autore di Kim e di Jungle Book, mistico dell'Autorità e della Legge che credeva appassionatamente nella Libertà (« Amo i suoi racconti e i versi, il suo umorismo e lo spirito d'avventura e soprattutto, forse, il suo amore dell'umanità e del suo prossimo. A mio avviso, si situa tra i maggiori e più influenti scrittori del secolo. Come Eliot »).
Non c'è da scervellarsi, comunque, per scoprire le ragioni dell'inclinazione verso questo stupendo racconto che ebbe gli elogi di James Barrie e Somerset Maugham: Daniel Dravot e Peachy Carnehan, i due ribaldi amiconi, ex-sergenti dell'esercito britannico, che concepiscono e attuano il folle piano di conquistare, e depredare, il remoto e immaginario staterello del Kafiristan, di là dal Kyber e dalle montagne dell'Afghanistan, hanno la stoffa del tipico eroe hustoniano, « condannato a non avere altra legge al di fuori della propria», cioè la dote della libertà ontologica, della totale disponibilità: né Dio né padrone. Sarebbe altrettanto facile trovare nel racconto quel tema della sconfitta e dell'irrisione crudele, che defrauda gli eroi del frutto delle loro fatiche, anche troppo teorizzato come motivo centrale del cinema hustoniano: come non vedere, persino a livello figurativo, un rimando a Il tesoro della Sierra Madre nel faticoso viaggio a dorso di mulo e nella scena del bottino disperso, abbandonato dai due furfanti nel tentativo di sfuggire alla furia dei bonzi?





Ancor più importanti sono, però, il tema dell'amicizia leale che lega i due avventurieri e quello della loro proterva fede nella riuscita dell'impresa temeraria. Come dice Huston, in L'uomo che volle farsi re c'è tutto quel che un buon racconto deve avere: eccitazione, colore, spettacolo e umorismo; avventura, dramma, tragedia e un buon dialogo; verità, onestà e ironia. Pur rimanendo fedele per linee esterne a Kipling e ai suoi personaggi, Huston cambia impercettibilmente di segno al racconto, e non soltanto nei dialoghi, con la leva dell'ironia: la fede nel « pesante fardello dell'uomo bianco » e nella missione dell'Impero Britannico che il giovane Kipling piega spregiudicatamente al grottesco, è corrosa, all'interno del film, dagli acidi di un sarcasmo critico che non contraddice la dimensione epicoavventurosa della narrazione. Huston rilegge criticamente Kipling senza stravolgerlo né contraffarlo: fa emergere quel che in Kipling è sotterraneo, rende palese quel che nel racconto è latente.
Nell'attraversare l'India senza vederla e nel portare tra le tribù del Kafiristan ordine, giustizia, progresso - ma anche castighi esemplari per i dissenzienti e gli indocili - ricevendone in cambio potere e ricchezze, le due simpatiche canaglie si comportano da veri imperialisti. La causa profonda della loro sconfitta è l'incapacità di comprendere una cultura che, in quanto primitiva, essi credono inferiore. Perdono il regno perché, in fondo, non sono in grado di capire la vera natura della sovranità (auctoritas) conquistata. Il sapore grottesco del racconto sta nella circostanza che la conquista (la colonizzazione) funziona fin quando rimane accidentale, ma viene distrutta dall'ambizione di darle basi razionali. Sono le ironie della Storia sconfitta dal Mito: i due soldati riescono a conquistare il potere non tanto grazie alla loro superiorità tecnologica (i fucili) quanto per la forza di sopravvivenza del mito: a duemila anni di distanza un ciondolo massonico è identico al segno d'Alessandro.
Adombrati in Kipling, questi temi vengono enucleati e illuminati da Huston e Gladys Hill con accenti di timbro brechtiano: la sequenza della vestizione di Dravot (Vita di Galileo) e quella in cui lo stesso Dravot amministra la giustizia (Il cerchio di gesso del Caucaso) sono eloquenti. Parabola sulla colonizzazione, L'uomo che volle farsi re lascia intravvedere in filigrana la sua dimensione mitica di ricerca di una Terra Promessa o, meglio, di un Eldorado. È una ricerca ambivalente: itinerario e conquista sono insieme spirituali e materiali.
È un peccato che il doppiaggio italiano abbia vanificato il riflesso di questa duplicità nei due personaggi-attori: Peachy Carnehan/Michael Caine è il cockney di Londra, l'inglese pragmatico, colui che costruisce i ponti e che, travestito, fa la parte del servo; Daniel Dravot/Sean Connery è lo scozzese, dunque il celta, sognatore e visionario, il re-sacerdote che raccoglie l'eredità di Alessandro (Sikander) e s'installa sul trono di Sikandergul, il sacerdote pazzo quando è travestito. Il primo vede nell'impresa soltanto i profitti materiali che se ne possono trarre; il secondo finisce per credere nella propria missione: nella serie straordinaria di coincidenze che rendono possibile la sua incoronazione vede la mano del Fato e si convince di essere veramente il discendente d'Alessandro, predestinato a sposare Rossana e a fondare una dinastia.
L'inquadratura finale - la testa mozza e scarnificata di Dravot con la corona di Alessandro il Grande, che Peachy depone sulla scrivania di Kipling - è di un macabro sublime da teatro elisabettiano, illumina a ritroso tutto il film, ne spiega la struttura a flashback e vi riverbera un alone di mistero, accostandolo a Storia immortale di Orson Welles che pure racconta la vicenda di un uomo che vuole recitare la parte di Dio, trasformando la finzione in realtà, ma che, per raggiungere l'immortalità, deve morire.
Girato nella primavera del 1975 sulle alture dell'Atlante nel Marocco centrale (e nei dintorni di Chamonix per le sequenze sulle montagne innevate del Kafiristan) a un costo superiore agli otto milioni di dollari (il suo film più costoso dopo La Bibbia), “L'uomo che volle farsi re” irradia, in bilico tra una distesa, arguta serenità e un incalzante ritmo avventuroso, una felicità narrativa che lo pone in prima fila tra i risultati dell'itinerario hustoniano, nonostante qualche pausa nell'organizzazione del suo crescendo drammatico. Alla sua sapienza figurativa contribuiscono in pari misura le scenografie del vecchio Trauner (la città sacra di Sikandergul offre, nella sua composita architettura egizio-tibetana, lo sfondo a una delle più affascinanti sequenze di cinema-spettacolo degli anni '70) e il Panavision-Eastmancolor di Oswald Morris. Tra un gruppo di caratteristi impeccabili, Michael Caine e Sean Connery non fanno rimpiangere la coppia Clark Gable / Humphrey Bogart che, secondo il vecchio progetto degli anni '50, dovevano dare vita ai due marpioni kiplinghiani. (Morando Morandini, dal volume su John Huston del “Castoro Cinema” ed. La Nuova Italia)



3 commenti:

Gegio ha detto...

Siamo in pochi ad apprezzare questo film. Non sapendo della regia di Houston non ero attratto dal film per cinefilia, ma per il gusto di una bella storia. Siamo quasi al livello di Indiana Jones.

Giuliano ha detto...

Gegio, è l'atteggiamento giusto! Si guarda ciò che ci piace. Io sto mettendo qui i film sui quali ho preso appunti, da quand'ero bambino fino ad oggi. Alcuni film sono talmente belli che non c'è nient'altro da dire, altri sono meno belli ma danno molti spunti di riflessione: la differenza è solo qui.
Ho appena cominciato, da un mese: per adesso vado avanti con i grandi registi, poi si vedrà.

Questo film è una meraviglia, sia per Kipling che per Huston. Huston ha fatto tanti film, alcuni sono capolavori assoluti e altri no, ma io cerco sempre di vederli e rivederli perché ne vale sempre la pena.

Gegio ha detto...

Se hai iniziato a prendere appunti in tenera età vuol dire che il blog avrà vita lunghissima. Buona fortuna!!!