mercoledì 31 marzo 2010

I Rolling Stones secondo Godard

Sympathy for the devil (1968). Scritto e diretto da Jean Luc Godard, con i Rolling Stones. Fotografia di Anthony B. Richmond. Musica dei Rolling Stones. Con i Rolling Stones: Mick Jagger, Brian Jones, Keith Richards, Bill Wyman, Charlie Watts; Nicky Hopkins al piano; Rocky Dijon, congas; Marianne Faithfull e Anita Pallenberg, voci. Attori: Anne Wyazemsky, Ian Quarrier, Sean Lynch (lo speaker), Frankie Dymon, Danny Daniels, e altri. Durata: 100 minuti.

Mi sono chiesto spesso il senso di questo film di Jean Luc Godard, che non è un semplice documentario sui Rolling Stones (lo è, ma solo per metà del film: il resto è opera del solo Godard, e con gli Stones non ha molto a che vedere). Per avere qualche chiarimento, ho fatto un breve giro tra wikipedia e www.imdb.com e ne ho tratto qualche notizia utile.
Innanzitutto, la nascita del film, come è descritta sul sito di imdb. Jean-Luc Godard fu chiamato in Inghilterra per fare un film a favore della legalizzazione dell’aborto, ma quando il regista arrivò a Londra il Parlamento inglese aveva già approvato la legge, e quindi il film non era più necessario.
I produttori chiesere a Godard di iniziare un altro progetto, e il regista francese disse che avrebbe voluto fare un film con i Beatles o con i Rolling Stones. I Beatles, che avevano già in uscita il film a cartoni animati “Yellow Submarine”, declinarono l’offerta; gli Stones si resero invece disponibili.

Godard gira metà del film dentro gli studi in cui viene incisa una delle canzoni più famose e più discusse dei Rolling Stones, ancora inedita: “Sympathy for the devil”. La canzone è molto bella, ma le sue parole creano problemi e discussioni: ma del testo parlerò più avanti.
Godard segue dunque la nascita della canzone, che è l’unica che ascoltiamo durante il film; si parte dai primi abbozzi e si arriva alla versione definitiva. Era un periodo in cui per la registrazione dei dischi, a differenza di quel che accade oggi, i tempi erano lunghissimi e i costi molto elevati. Succedeva più o meno così: le grandi star, i cantanti e i gruppi rock, entravano negli studi di registrazione con qualche progetto ancora da definire; occupavano per settimane e anche per mesi le sale d’incisione, e alla fine saltava fuori qualcosa, spesso di notevole valore artistico e commerciale. Così sono nati i più famosi album degli anni ’60, dai Pink Floyd ai Rolling, ai Beatles, a molti altri ancora. La stessa cosa avveniva per la musica sinfonica e operistica, fin dagli anni ’50: si affittavano teatri e auditorium, e le registrazioni richiedevano molti giorni, diventando costosissime; ma così si faceva, anche perché le apparecchiature per registrare la musica dal vivo, durante i concerti, erano ancora più costose. In campo operistico, ci sono diverse registrazioni “live” tecnicamente molto belle risalenti anche al 1950 (il “Wozzeck” di Berg diretto da Mitropoulos, per esempio; o i “Maestri Cantori” di Wagner diretto da Karajan), ma sono casi sporadici e fortunati. Nel caso della musica sinfonica e operistica, si trattava spesso di mobilitare centinaia di persone: per esempio, la Nona Sinfonia di Beethoven o l’Aida di Verdi richiedono un coro e una grande orchestra, e molte prove. Non deve quindi stupire quello che si vede nel film, né si deve pensare che i Rolling Stones abbiano recitato apposta per Godard facendo finta di suonare.
I Rolling Stones appaiono nella loro formazione originale, con il chitarrista Brian Jones, che morirà l’anno successivo (1969) in circostanze ancora oggi non ben chiarite, e che verrà sostituito da Mick Taylor. Sempre da imdb apprendo che durante la lavorazione del film di Godard il chitarrista venne arrestato (e poi rilasciato) per possesso di cannabis; e che ci fu un incendio negli studi di registrazione. Un film tutt’altro che facile, viene da dire: nonostante l’apparenza sia quella di una lavorazione tranquilla.
Il documentario sulla nascita di “Sympathy for the devil” verrà poi montato, a piccoli pezzi, alternandolo ad altre sequenze girate in esterni, che sono del tutto indipendenti dai Rolling Stones e dalla loro musica. Devo ammettere di avere sempre trovato questo film decisamente indecifrabile, come la canzone del resto; e che ho avuto la sensazione che Godard abbia girato queste scene solo perché gli servivano per allungare il film e per rispettare il contratto – ma si tratta solo di mie illazioni, sia ben chiaro.
Il film è diviso in quadri o in “stanze”, ognuna con il suo titolo, forse sul modello di “Pictures at an exhibition” , che Modest Petrovic Mussorgskij (1839-1881) scrisse per una mostra di quadri del pittore Viktor Hartmann. Ogni “stanza” è annunciata da un cartello appositamente scritto (a mano, stile graffiti). La prima è intitolata “The Stones Rolling”; le sequenze delle prove di “Sympathy for the devil” sono alternate con sequenze in esterni, e una voce fuori campo legge un testo francamente incomprensibile, e anche piuttosto sgradevole. Si spiega che è “un romanzo politico scelto a caso, letto aprendo di volta in volta delle pagine a caso”; in realtà un romanzo pornografico dove al nome dei protagonisti delle varie scene è stato sostituito quello dei politici di allora (Kennedy, Brezhnev, Foster Dulles, Nixon, Tito, i vietcong...) e anche quello del Papa. Può ben darsi che il “romanzo” che viene letto sia vero, e che sia stato preso da uno degli scaffali che vedremo ben documentati nella sequenza centrale del film; cose di questo tipo esistevano (e forse vengono scritte ancora oggi). Si tratta (ad essere gentili) di scemenze colossali, ma avevano un loro pubblico: lo stesso che si esalta agli spettacoli di violenza e al razzismo, neonazisti o satanisti più o meno in pectore. Di queste persone, Godard ci parlerà più avanti.
La seconda “stanza” si intitola “Outside Black Novel”: siamo nel cortile di uno sfasciacarrozze, dove un leader di Potere Nero legge un libro sulle origini africane della musica rock e blues, e di come questa musica sia stata presa ai neri e riutilizzata dai bianchi (il bebop e il cool jazz come degenerazioni bianche della musica nera); ritroveremo alla fine quest’uomo, nello stesso ambiente, intervistato da due giornaliste nere giovani e molto belle. Nella prima parte della sequenza dello sfasciacarrozze si assiste anche alla fucilazione di due giovani donne bianche, una scena che ricorda i lager nazisti e che non mi è piaciuta per niente, ma forse Godard aveva qualche suo motivo per metterla. Nel film, grande parte hanno sequenze in cui si tracciano graffiti e disegni sui muri: già qui ne vediamo qualche esempio, con scritte tra la politica e il nonsense, del genere “Cinemarx”, “Sovietcong”, eccetera. La terza stanza si chiama “Sight and Sounds”: siamo tornati negli studi di registrazione, con gli Stones al lavoro.

La quarta è “All About Eve”: un’intervista all’attrice Anne Wyazemsky, protagonista di “Au hasard Balthazar” di Bresson e di molti film di Godard. La Wyazemsky viene “inseguita” nei prati e nei boschi da una piccola troupe che le pone domande filosofiche e politiche, alle quali risponde a monosillabi, come se non avesse voglia di essere intervistata.
La quinta stanza è “Hi-Fiction Science”: ancora negli studi di registrazione, mentre Sympathy for the devil sta prendendo forma.

La sesta è “The Heart of Occident”: un’edicola-libreria piuttosto grande e ben fornita, dove si trovano solo libri e riviste porno e sull’automobilismo, o sul motociclismo: donne e motori, insomma, con l’aggiunta di riviste di body-building e di fumetti con super eroi. I clienti della libreria sono persone quiete che però fanno saluti nazisti, bambine che vengono invitate a schiaffeggiare due ragazzi (evidentemente pacifisti) seduti in un angolo, e via dicendo. Godard accosta dunque il nazismo e l’epopea della “razza superiore”: i fumetti e film pornografici, come in Taxi driver di Martin Scorsese, sono il vero nutrimento di una grande parte della popolazione, compresi alcuni insospettabili che ci stanno accanto, colleghi e vicini di casa. E’ una riflessione che dovremmo fare più spesso, e che si potrebbe aggiornare con la passione per le armi e le arti marziali (non sempre si tratta di passioni innocue), o per un certo tipo di videogames molto violenti. Questa sequenza ha anche un curioso valore documentario: le riviste che si vedono non sono più in commercio da molto tempo, copertine e titoli e fotografie interesseranno sicuramente gli appassionati di vecchi giornali e copertine (me compreso: è la parte del film che ho guardato con più attenzione).
La settima stanza si chiama “1 plus 1 makes 2”, uno più uno fa due: ancora i Rolling Stones alle prese con la loro canzone.

L’ottava stanza è “Inside Black Syntax”, dove si torna al cortile dello sfasciacarrozze e ai discorsi su Potere Nero: l’argomento è se bianchi e neri possono convivere. I discorsi del leader intervistato sono molto belli e molto ben ragionati, ma in questo cortile circolano molte armi, e chi le maneggia pare intenzionato ad usarle.
La nona stanza è “Changes in SociAty” (con la A maiuscola): i Rolling Stones hanno finalmente terminato la loro canzone, la ascoltiamo e vediamo anche le coriste Marianne Faithfull e Anita Pallenberg (la Faithfull è un personaggio famoso, attrice e cantante in proprio; la Pallenberg, sempre in quest’anno 1968, girerà “Dillinger è morto” di Marco Ferreri). L’ultima stanza, la decima, ha per titolo “Under the Stones the Beach””: una troupe cinematografica al lavoro su una spiaggia, dove si vede una ragazza (una terrorista, una guerrigliera?) che corre con un mitra in mano, e che verrà uccisa. Il carrello della gru solleva la ragazza (che si finge morta) e su questa immagine finisce il film.

Il sito di imdb dice che il produttore Iain Quarrier ritoccò il finale originale previsto da Godard, e che questo gli costò un pugno in faccia da parte del regista francese: lo riporto per correttezza, ma devo ammettere che il film così com’è non mi dispiace, anche se è difficile trovare un senso complessivo. Direi che ha più senso compiuto la canzone dei Rolling (testo e musica di Jagger e Richards) che non è “simpatia per il diavolo”, quanto piuttosto un ragionamento che riporta al Faust di Goethe.
“Sympathy for the devil” è stata pubblicata sull’album “Beggars banquet” del 1968, la canzone è molto famosa ancora oggi e il suo testo (traduzione compresa) è facilmente reperibile in rete; forse è meno facile imbattersi nell’inizio del Faust di Goethe. Lo metto qui di seguito, un frammento all’inizio; e ricordo che il Faust di Goethe nasce dalla Bibbia, dal Libro di Giobbe.
Notte. Una piccola stanza gotica, con una volta alta. Faust, inquieto, sulla sua poltrona, davanti al leggio: « Ahimè! ho studiato a fondo, e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato Maestro, anzi dottore; già da dieci anni meno per il naso in su ed in giú, in qua ed in là, i miei scolari... E scopro che non possiamo sapere nulla di ciò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po' piú di tutti quegli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli, né dubbi, né ho paura del diavolo o dell'inferno. Però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia; non mi metto in capo di sapere qualcosa di buono, non mi illudo di poter insegnare qualcosa, di saper render migliori o convertire gli uomini. Oltre a ciò non ne ho né beni, né danari, né onori, né le pompe del mondo. Nemmeno un cane potrebbe continuare a vivere cosí! Mi sono dato pertanto alla magia, se mai il potere o la parola dello Spirito rivelassero qualche segreto. Per non dover dire, dopo cosí amare e sudate fatiche, quello che non so; per poter scoprire ciò che, nel profondo, tiene insieme l'universo; e per contemplare ogni attiva energia ed ogni primitiva sostanza e smetterla di rovistare nelle parole. (...)
Goethe, Faust: prima parte, scena prima. (traduzione di Giovanni V. Amoretti, ed. Feltrinelli)

PS: le immagini vengono da una mia registrazione casalinga ormai più che ventennale, su Raitre; non so se il film sia mai stato pubblicato su dvd.

lunedì 29 marzo 2010

Lo stato delle cose ( I )

The state of things (Lo stato delle cose, 1982) . Regia di Wim Wenders. Scritto da Wim Wenders, Robert Kramer, Josh Wallace. Fotografia di Henri Alekan e di Fred Murphy. Musiche originali di Jürgen Knieper. Canzoni: The Del Byzanteens (Jim Jarmusch), Joe Ely, David Blue , The X. Interpreti: in Portogallo: Patrick Bauchau (il regista), Paul Getty III (lo scrittore), Viva Auder (la sceneggiatrice), Sam Fuller (il direttore della fotografia), Isabelle Weingarten (Anna), Rebecca Pauly (la violinista), Jeffrey Kime (Mark), Geoffrey Carey (Robert, il buffo), Alexandra Auder e Camilla Mora (le bambine), Artur Semedo (addetto alla produzione), Francisco Baiao (tecnico del suono), Robert Kramer (operatore alla macchina). a Los Angeles: Allen Goorwitz (Gordon), Roger Corman (un avvocato) Gisela Getty (segretaria) Monty Bane (l’autista di Gordon) Janet Rasak (ragazza nell’auto) Judy Mooradian (cameriera) . Durata: 125 minuti

Un film di fantascienza, dove i sopravvissuti ad una catastrofe tentano disperatamente di porsi in salvo dalle radiazioni, con tute improvvisate e occhiali a fessura orizzontale. Persone giovani, uomini e donne, due bambine, in marcia attraverso la natura ostile: vi ricorda qualcosa?

Questi sono i primi dieci minuti di “Lo stato delle cose”; poi la pellicola per girare il film finisce, non ci sono più soldi, bisogna interrompere le riprese. Cosa è successo? Il produttore dove è finito? Cosa si fa adesso?
E’ una storia vera: nel 1982 la compagna di Wenders, Isabelle Weingarten, è in Portogallo, sul set di “Le territoire”, un film del regista cileno Raul Ruiz. Ma Ruiz (un regista che amo moltissimo, detto en passant) rimane senza soldi e senza pellicola, e solo con l’aiuto di Wenders, che gli procura il materiale necessario, riesce a finire il film.
Rimasto sul set, quando le riprese del film di Ruiz sono terminate, Wenders ha l’idea di continuare questa storia in cui è capitato per caso. Eredita il cast del film di Ruiz, attori e tecnici compreso il direttore della fotografia, il leggendario francese Henri Alekan, e comincia a girare partendo proprio dalla situazione che ha trovato al suo arrivo in Portogallo, improvvisando e scrivendo giorno per giorno la sceneggiatura: così come aveva fatto in “Nel corso del tempo” e in “Alice nelle città”.
“Lo stato delle cose” prosegue così: una volta che è emersa la verità, e cioè che il film di fantascienza per ora non si può continuare, segue una situazione di stallo nella quale i personaggi sembrano girare a vuoto in attesa di novità. Si vorrebbe continuare, andare avanti con il lavoro iniziato; ma non è una situazione che dipenda dalla volontà della troupe, l’andare avanti o il tornare a casa dipende unicamente da fattori esterni. Non sembri una situazione strana, noiosa: questo è un film da vedere, molto bello ma difficilmente raccontabile. E le situazioni di stallo, in cui sembra non accadere niente, sono il soggetto principale di molti film e di molti romanzi tra i più belli.
Se ci fate caso, è una situazione che capita spesso anche nella nostra vita; ed è la materia di molti romanzi di Joseph Conrad, una lunga attesa che non dipende da noi, durante la quale non si sa cosa fare, perché prima o poi qualcosa dovrà succedere, e qualsiasi decisione si prenda potrebbe essere quella sbagliata. Penso che sia da questo che deriva il grande fascino del film, che di per sè – fino a questo punto – non sta raccontando alcuna storia. Un vero e proprio stallo, come in “Linea d’ombra” o in “The end of the tether”, o nelle lunghe sequenze di “Cuore di tenebra” dove si naviga risalendo il fiume, e dove sembra non succedere niente. (Per chi non se lo ricorda, al cinema “Cuore di tenebra” è come dire “Apocalypse now”).
«Un film deve avere una storia», dirà Gordon alla fine, quando è ormai chiaro che il film non si farà. «Se non hai una storia sei morto... » E ironizza pesantemente sul bianco e nero voluto dal regista: un produttore che si fa convincere a fare un film in bianco e nero, negli anni ’80...Bisogna proprio essere diventati pazzi per essersi imbarcati in una simile avventura: un regista tedesco, e un film in bianco e nero...
« Oh boy, you must have been a dog in another life»: «Ragazzo mio, tu devi essere stato un cane in un’altra vita. Hai una faccia da cane: basta che guardi qualcuno... Tu vuoi solo farmi sentire in colpa.» Così dice Gordon, il produttore fallito, al regista Fritz, a 1h40’ dall’inizio. “Fritz”, che è interpretato dall’attore belga Patrick Bauchau, sta per Friedrich Munro: che suona un po’ come Friedrich Murnau, il grande regista tedesco autore di “Aurora” e di “Nosferatu”. E’ solo uno dei tanti rimandi, dei piccoli suggerimenti per lo spettatore attento inseriti da Wenders nel film.
La struttura del film è molto simile a quella di Apocalypse now (cioè “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad), con Allen Goorwitz-Gordon al posto di Marlon Brando-Kurtz, e lo stallo invece della navigazione lenta, con i mafiosi alla ricerca del produttore fallito, persone pericolose che incombono ma che non si vedono mai, come gli indios di “Aguirre furore di Dio” (tutto si tiene: “Aguirre”, girato da Werner Herzog nel 1972, fu il modello dichiarato per molte sequenza del film di Coppola).
Raccontando “Lo stato delle cose” il nome di Francis Ford Coppola salta fuori da tutte le parti: il regista del “Padrino” e di “Apocalypse now” in effetti c’entra molto, perché era lui il produttore del film che Wenders fu costretto a interrompere per un anno (“Hammett-Indagine a Chinatown”) per ragioni indipendenti dalla volontà del regista, e da quell’interruzione forzata nacque l’idea per “Lo stato delle cose”. La storia completa è questa: Wenders è a Hollywood per girare “Hammett”, che però ha dei problemi evidenti. Quello che è stato girato non soddisfa, c’è molto da rivedere e da ripensare. Il produttore, che è Coppola, decide di fermare tutto e far riscrivere la sceneggiatura; il film verrà terminato, ma nel frattempo c’è una pausa di sei mesi in cui Wenders torna in Europa, e non sa ancora cosa succederà. Alla fine, questo stallo durerà un anno: poi Wenders tornerà a Hollywood da Coppola e finirà il film.
Tornando a “Lo stato delle cose”, quando il fallimento è chiaro, ed è chiaro che il film di fantascienza che avevamo visto all’inizio non si farà più, Gordon e Fritz diventano davvero amici. Questo è il finale del film, o meglio: è la sequenza che precede il finale del film. Il finale di “Lo stato delle cose” è girato magnificamente, una sequenza da antologia del cinema, e non va raccontato.
“Lo stato delle cose” è anche un film sul cinema, e riprende (ma in modo molto diverso) il tema di “Otto e mezzo” di Fellini: ha ancora senso fare del cinema, è ancora possibile raccontare storie? Il buffo del film, interpretato dall’attore Geoffrey Carey, prima della partenza per Hollywood, ancora in Portogallo, aveva detto al regista Fritz che “una vita senza storie è una vita molto triste”. E un discorso sull’argomento, un po’ improvvisato e sconclusionato, lo aveva tentato lo stesso Fritz poco prima della partenza per Los Angeles, nel tentativo di spiegare qualcosa alla sua troupe.
Di quel discorso, una delle attrici (Isabelle Weingarten) prende un appunto: «Stories only exist in stories (where as life goes by without the need to turn into stories)» Storie che esistono solo nelle storie, mentre la vita scorre nel corso del tempo senza bisogno di creare delle storie o di manifestarsi in storie.
Come già accadde per “Nel corso del tempo” e per “Alice nelle città”, due dei film più belli di Wenders, non è un film di cui si possa raccontare molto: i dialoghi sono pochi, la parte visiva è molto bella, tutto ruota intorno ai luoghi, alle emozioni, e alle persone che fanno parte del film.
Aggiungo, se può essere utile a qualcuno, che questo è uno dei miei film preferiti, e che l’ho rivisto molte volte sempre con grande piacere. E’ anche un film girato con grande piacere, sul set attori e troupe si trovavano in pieno accordo, e si nota molto: dopo l’esperienza a Hollywood, alla corte di Coppola con “Hammett”, qui Wenders riscopre il piacere di lavorare con una piccola troupe e in un ambiente piacevole, con gente appassionata e competente; è il definitivo ritorno al metodo usato in “Alice nelle città” e “Nel corso del tempo”, che porterà ai capolavori immediatamente successivi, “Paris Texas” e “Il cielo sopra Berlino”.

Lo stato delle cose ( II )

The state of things (Lo stato delle cose, 1982) . Regia di Wim Wenders. Scritto da Wim Wenders, Robert Kramer, Josh Wallace. Fotografia di Henri Alekan e di Fred Murphy. Musiche originali di Jürgen Knieper. Canzoni: The Del Byzanteens (Jim Jarmusch), Joe Ely, David Blue , The X. Interpreti: in Portogallo: Patrick Bauchau (il regista), Paul Getty III (lo scrittore), Viva Auder (la sceneggiatrice), Sam Fuller (il direttore della fotografia), Isabelle Weingarten (Anna), Rebecca Pauly (la violinista), Jeffrey Kime (Mark), Geoffrey Carey (Robert, il buffo), Alexandra Auder e Camilla Mora (le bambine), Artur Semedo (addetto alla produzione), Francisco Baiao (tecnico del suono), Robert Kramer (operatore alla macchina). a Los Angeles: Allen Goorwitz (Gordon), Roger Corman (un avvocato) Gisela Getty (segretaria) Monty Bane (l’autista di Gordon) Janet Rasak (ragazza nell’auto) Judy Mooradian (cameriera) . Durata: 125 minuti

“Lo stato delle cose” è un film tutto da vedere, del quale non si può raccontare molto (come capita spesso con Wenders), perché la parte visiva è la più importante ed ha un’autentica funzione narrativa, ancora più dei dialoghi. Però i luoghi, gli attori, gli oggetti che si vedono nel film mettono voglia di saperne qualcosa di più; e con l’aiuto del commento al film di Wenders che si trova sul dvd provo a mettere giù qualche appunto.
Innanzitutto i luoghi: all’inizio siamo in Portogallo, a Sintra. L’albergo dove abitano i personaggi, con la piscina abbandonata e in rovina, è a Praia Branca, circa 50 Km da Lisbona, sul punto estremo dell’Europa: siamo ben dentro all’Oceano Atlantico, più a Ovest di così c’è solo l’America.
Il mare, anzi l’Oceano, erode lentamente la piscina; le onde hanno creato un buco da dove entra l’acqua. E’ un’atmosfera come se tutto dovesse crollare, con il mare incombente, un vivere tra le rovine. Wenders racconta che l’albergo era ancora in gran parte funzionante, e che vi si poteva abitare.
La parte centrale è stata girata a Lisbona, città molto fotogenica; anche il “Texas bar” è a Lisbona (“un bar da marinai” lo definisce Wenders). La magnifica villa moresca, immersa in un parco d’alberi antichi, è nei dintorni della città di Sintra; nel film si finge che sia di proprietà di Gordon, produttore del film.
Da 1h25’ siamo a Los Angeles, cioè a Hollywood; il Sunset Boulevard è il grande protagonista del finale, così come in precedenza lo sono parcheggi, grattacieli e ristoranti drive-in (che ormai appartengono al passato: sono stati chiusi e demoliti quasi tutti, spiega Wenders).
Wenders si sofferma sulla stella dedicata a Fritz Lang, nel marciapiedi dedicato agli artisti del cinema. Lang visse molti anni in America, e vi girò molti film; meno fortunato fu l’altro grande regista tedesco Friedrich Murnau, che morì a Santa Monica, poco distante dai luoghi dove è stato girato “Lo stato delle cose”, in un incidente stradale.
Gli attori: nella parte portoghese, molti di loro sono ereditati direttamente dal film di Raul Ruiz “Le territoire”. E’ un’attrice molto piacevole Isabelle Weingarten, all’epoca compagna di Wenders: è per lei che Wenders capita sul set di Ruiz, e così viene a conoscenza delle difficoltà del regista cileno. L’aiuto di Wenders sarà determinante per Raul Ruiz, che con la pellicola donata da Wenders riuscirà a finire il suo film. A Isabelle il direttore della fotografia Henri Alekan dedica molto del suo talento di ritrattista, a tratti sembra di vedere un film di Cocteau, e il nudo di Isabelle sembra uno dei capolavori di Man Ray o di Edward Weston. Con Cocteau, Alekan girò “La bella e la bestia”: il confronto con quelle immagini è inevitabile, e stupefacente.

L’altra ragazza è Rebecca Pauly, che tenta di suonare Ciaikovskij, il Concerto per violino; devo proprio dire che ho un debole per lei, e che avrei voluto rivederla in altri film ma mi è sempre sfuggita. Però va detto che con i grandi registi, i Wenders e i Bergman soprattutto, gli attori (e le attrici) hanno spesso un risalto e un grande fascino che poi perdono nelle altre produzioni con altri autori. Qui la Pauly è bellissima, ed è difficile dimenticarla.
Viva Auder, un’artista del giro di Andy Warhol, recita qui con sua figlia Alexandra; i disegni che si vedono nel film sono suoi. Anche lei era nel film di Ruiz, come attrice. E’ molto brava e Wenders le dedica giustamente molto spazio.
Geoffrey Carey, californiano strambo, è il buffo del gruppo, quasi una maschera; Wenders gli dedica una posa in cui è identico al geografo di Vermeer. In una sequenza (a 1h24), Carey ha in mano il numero di Newsweek con John Lennon in copertina: il film fu infatti girato poco dopo la morte di Lennon, che avvenne nel 1980. Visto così, Carey sembra un attore ignoto, ma ha girato moltissimi film, da non crederci: anche film famosi, grandi successi e film tv, anche prima di “Lo stato delle cose”. L’elenco completo dei film dove compare Carey , letto su imdb, può stupire.

Jeffrey Kime è l’attore, sempre preso dal film di Ruiz, che vediamo mentre si immerge nella vasca e mentre si misura la pressione. Di lui non so nulla, e anche la lista dei suoi film (piuttosto lunga, ma si ferma al 1992 e imdb non dà altre indicazioni) non mi dice molto. Però, per gli appassionati del genere, risulta che Kime ha recitato in un “Lady Oscar” del 1979, regia di Jacques Demy (in quel film Kime è “l’importuno al ballo reale”).
Jean Paul Getty, della famiglia dei Getty (i miliardari americani) è lo sceneggiatore Dennis, che vedremo bene nella scena della villa moresca; anche lui recitava come attore con Ruiz. Ebbe un grave incidente d’auto poco dopo la fine delle riprese, restò paralizzato; Wenders se ne dispiace molto, dice che era un ottimo attore e mi sento di essere d’accordo con lui.
Poi ci sono gli attori scelti apposta da Wenders. Il protagonista è Patrick Bauchau (che a quel che ho capito va pronunciato alla francese, qualcosa come Beau-chau), un attore belga che ha recitato con Rohmer e con altri registi francesi. Bauchau tornerà a recitare con Wenders in “Lisbon story”, sempre nella parte del regista di un film che rimane in sospeso: un alter ego di Wenders, quasi come fu Mastroianni per Fellini (Wenders ha due attori come suoi alter ego: uno è Bauchau, l’altro – come il dottor Jekyll e Mr. Hyde: ma un Hyde benevolissimo - è Rüdiger Vogler, protagonista di “Alice nelle città” e di “Nel corso del tempo”).
Sam Fuller, regista importante di Hollywood, interpreta la parte del direttore della fotografia, alle prese con i negativi da sviluppare (il vero direttore della fotografia di “Lo stato delle cose” è il francese Henri Alekan). Samuel Fuller (1912-1997) è un regista del quale confesso di sapere poco o niente. Il suo film più famoso è forse “The big red one”, ma ha al suo attivo molti western e film d’azione (imdb dà un “Jesse James” come suo primo film da regista) e anche molta tv, compreso un telefilm tedesco della serie “Tatort”. Era molto amico di Wenders, e con lui ha girato come attore molti altri film oltre a questo. Wenders racconta che Fuller improvvisava senza problemi monologhi lunghissimi, senza mai ripetersi e senza nessuna fatica, sul set e anche fuori dal set. Il nome del suo personaggio, Joe Corby, è un quasi anagramma di Joe Biroc, direttore della fotografia di “Hammett”, all’epoca ottantenne e grande amico di Fuller.
Anche le due bambine. Alexandra Auder e Camila Mora, improvvisavano molto: bastava dar loro uno spunto e andavano avanti senza problemi. Molti dei dialoghi tra di loro che vediamo nel film sono nati così.
A Los Angeles incontriamo un altro regista americano, Roger Corman, che appare brevemente come attore: è l’avvocato di Gordon. Le apparizioni di Corman come attore (lo segnalo per gli appassionati del genere) sono rarissime.
Allen Goorwitz, o Alan Garfield, è Gordon: un altro attore che può sfuggire, ma che ha avuto ruoli importanti nel cinema americano, per esempio in ”Nashville“ di Robert Altman.
Monty Bane è l’autista della casa mobile; il bassotto è davvero quello di Goorwitz, ed è molto facile capirlo anche senza che venga detto. La canzone di Goorwitz su Hollywood fu scritta per Nashville di Altman, dove Goorwitz ha un ruolo importante, ma poi non fu inserita nel film.
Il sonoro originale è tutto in presa diretta, con un gran lavoro da parte del fonico; il doppiaggio italiano è eccellente, curatissimo anche nella scelta delle voci.
In “Lo stato delle cose” ci sono molte citazioni da “The searchers” di John Ford, che da noi divenne “Sentieri selvaggi”: è il film western dove John Wayne va in cerca della nipote, una ragazza rapita dagli indiani. Il tronco d’albero che la tempesta sbatte nella stanza di Bauchau, a quel che ne dice Wenders, è una citazione diretta da quel film; io non lo vedo da molto tempo e mi piacerebbe controllare. E’ legato al film di Ford anche il libro (bianchissimo) che vediamo passare un paio di volte fra Isabelle Weingarten e Patrick Bauchau: è infatti “The searchers” di Alan LeMay (americano, 1899-1964) il libro che diede il soggetto al film di Ford. Più avanti, a Los Angeles, vedremo il titolo “The searchers” mentre viene montato su un cinema, come scritta luminosa. Non mi è ben chiaro il collegamento fra “The searchers” e “Lo stato delle cose”, ma a Wenders piace molto mettere questi rimandi nei suoi film. Dal libro di LeMay, Wenders evidenzia questa frase: il coraggio di andare semplicemente avanti, anche in mezzo alle difficoltà. Che per John Wayne nel selvaggio West aveva un significato diverso; qui si tratta più del nostro normale sopravvivere quotidiano, almeno fino alla drammatica svolta finale.

domenica 28 marzo 2010

Lo stato delle cose ( III )

The state of things (Lo stato delle cose, 1982) . Regia di Wim Wenders. Scritto da Wim Wenders, Robert Kramer, Josh Wallace. Fotografia di Henri Alekan e di Fred Murphy. Musiche originali di Jürgen Knieper. Canzoni: The Del Byzanteens (Jim Jarmusch), Joe Ely, David Blue , The X. Interpreti: in Portogallo: Patrick Bauchau (il regista), Paul Getty III (lo scrittore), Viva Auder (la sceneggiatrice), Sam Fuller (il direttore della fotografia), Isabelle Weingarten (Anna), Rebecca Pauly (la violinista), Jeffrey Kime (Mark), Geoffrey Carey (Robert, il buffo), Alexandra Auder e Camilla Mora (le bambine), Artur Semedo (addetto alla produzione), Francisco Baiao (tecnico del suono), Robert Kramer (operatore alla macchina). a Los Angeles: Allen Goorwitz (Gordon), Roger Corman (un avvocato) Gisela Getty (segretaria) Monty Bane (l’autista di Gordon) Janet Rasak (ragazza nell’auto) Judy Mooradian (cameriera) . Durata: 125 minuti

In “Lo stato delle cose” è fondamentale la presenza di Henri Alekan, direttore della fotografia, una vera leggenda del cinema. L’incontro con Wenders avviene in maniera del tutto casuale: l’anziano “mago della luce” francese è sul set con Raul Ruiz per un film in cui recita l’allora compagna di Wenders. Wenders rimane colpito dal metodo di lavoro di Alekan, e lo vorrà con lui quando inizierà “Il cielo sopra Berlino”.
Le immagini fotografate da Alekan sono davvero stupefacenti. Ne ho messo qui qualcuna, sotto forma di fermo immagine, e spero che rendano l’idea. Nel suo commento al film (che si trova sul dvd ufficiale della Ripley’s Home Video, con i sottotitoli in italiano: grazie!) Wim Wenders racconta molti aneddoti su Henri Alekan, tutti da leggenda. Ma non sono cose fini a se stesse, tanto per stupire: è il lavoro di un finissimo artigiano, una meraviglia continua. Per esempio, il mixer luci da lui inventato, con un’infinità di piccole lampadine da manovrare (Wenders lo paragona ad un organista davanti alla tastiera) e la “calza della nonna” (un antico collant non più sul mercato) usata davanti all’obiettivo per tutto il film, dall’inizio alla fine, che dà una luce che nessun filtro esistente poteva dare (vedere per credere: la luce di “Lo stato delle cose” è unica).
Fonte di curiosità sono anche gli arredi, e gli oggetti. Non tanto la Polaroid e le cineprese in superotto, onnipresenti nei primi film di Wenders, quanto il fondale dipinto, all’inizio (uno dei più vecchi trucchi del cinema), e soprattutto il pc Apple, una sequenza che nessun appassionato di computer si può far sfuggire. Siamo nel 1980, questo è un Apple di prima generazione: una cosa così non l’aveva ancora vista nessuno, oggi sembra ancora più antico dei “computer armadio” di Peter Sellers nel “Dottor Stranamore”.

Stampare delle immagini visualizzate al computer era però una novità assoluta, che sconfinava nei dintorni della magia: si faceva già a livello professionale, ma per un computer piccolo da casa era una prestazioni fuori dell’ordinario, quasi da fantascienza. Il risultato, visto oggi, è ridicolo: ma la sequenza (che si giustifica narrativamente perché sul pc c’è anche tutto il budget del film) ha comunque un notevole valore storico e documentario.

Come sempre, in Wenders c’è molto da vedere anche per gli appassionati di automobili: siccome io non rientro nella categoria, segnalo una curiosità che sorge spontanea: l’auto piccola dove si rifugiano le bambine non è un giocattolo, ma una BMW Isetta (Isetta e non Isotta, a quel che ho capito).
Molte sequenze rimandano a “Nel corso del tempo” (l’arrivo di Bauchau alla villa moresca, con la scala appoggiata, eccetera, è molto simile a quella di Vogler e Zischler sull’isola del Reno), ma c’è già molto di “Il cielo sopra Berlino” (le due bambine nel letto a castello, per esempio; ma soprattutto c’è già Alekan). La storia del film realizzato con denaro riciclato dalla mafia è una piccola costante dei film di Wenders, che la introduce sotto varie forme anche in “Così lontano così vicino”, in “L’amico americano”, in “Hammett”, in “Nick’s Movie”, sono arrivato fino a “Crimini invisibili”, e oltre: si vede che è un intreccio che a Wenders piace moltissimo, forse è qualcosa che gli è capitato veramente. Del resto, anche da noi si è visto come vengono utilizzati i fondi per il cinema, per i musei, per le scuole, per la sanità, per la Protezione Civile...Direi che si tratta di un legame della finzione cinematografica con la realtà del mondo, molto vero ma anche molto triste.
“The most dangerous man alive” di Allan Dwan è invece il film vero di cui “The survivors” (il film nel film che si vede all’inizio) intenderebbe essere il remake. Il film portoghese di Raul Ruiz che precede “Lo stato delle cose” si chiama invece “Le territoire”; non ho visto nessuno dei due e non posso riferirne nulla.
La musica originale è di Jürgen Knieper, abituale collaboratore di Wenders; si ascoltano molte canzoni qui e là, sono gruppi che conosco solo attraverso i film di Wenders. Si tratta di musiche di David Blue (che compare come attore in “L’amico americano”: nelle prime sequenze, all’asta, a fianco di Bruno Ganz), di un gruppo californiano che si chiama “X” (Wenders ne parla benissimo) e dei Del Byzanteens, che sono il gruppo in cui suonava Jim Jarmusch.
Jarmusch fu assistente di Wenders a Los Angeles; sul set gira “Stranger than paradise“ (1983), che vincerà a Locarno nell’84 e nasce come un corto girato sugli scarti di “Lo stato delle cose”. La musica di Jarmusch si ascolta a 1h30, la scena in cui Bauchau si addormenta nel parcheggio e viene svegliato dall’arrivo della ragazza in automobile.
Il commento finale di Wenders, preso dal dvd, è questo: «Ho tentennato a lungo fino a questo momento. Che si sparasse a Gordon e che lui morisse, era una certezza. Era chiaro che lo sparo sarebbe avvenuto durante questo abbraccio, e che avrebbe significato la morte di Gordon; però sono rimasto incerto fino alla mattina delle riprese se Fritz si sarebbe difeso e avrebbe brandito la sua superotto come un’arma, se doveva sopravvivere al film. E alla fine ho deciso che Fritz, come il suo amico produttore, sarebbe morto per un colpo di pistola. In qualche modo, entrambi avevano torto con le loro teorie. In qualche modo, era troppo tardi per entrambi. Ecco che un film nato da un buco (il buco di un anno per Hammett prodotto da Coppola), da una depressione, questo film che voleva raccontare come non sia più possibile raccontare storie al cinema, a un tratto è diventato un’arringa a favore del raccontare storie. E quel po’ di storia contenuta nel film, cioè la storia secondaria inerente Gordon e la mafia, in ultima analisi ha salvato il film e lo ha realizzato. E in fondo questa rappresentazione di un fallimento mi ha fatto riscoprire il gusto di narrare storie. Questo film si è praticamente smentito da solo, e ha spianato la strada a me per raccontare con molto più ottimismo e piacere. In tal senso, il film ha reso molto più di quanto io avessi mai sperato.»

E’ il finale, molto bello, che solleva tutto il film e lo rende importante. I film di Wenders hanno una struttura sinfonica, e quelle morti finali sono un colpo di timpani, un improvviso allegro tempestoso in una partitura di Anton Bruckner: come il grande compositore tedesco, Wenders utilizza temi di per sè semplici per costruire sinfonie imponenti e spettacolari, con una musica mai invadente che culla e che porta dolcemente fino alla fine (riferimenti: Ottava e Nona Sinfonia di Anton Bruckner, ma prendete tempo perché le sinfonie di Bruckner – che fu organista - durano come i film di Wenders).
Al di là di questa mia impressione del tutto personale, direi che il riferimento principale per “Lo stato delle cose” è ai romanzi di Joseph Conrad: “Linea d’ombra”, “Al limite estremo”, “Cuore di tenebra”. Qualcosa di Conrad c’è anche nel finale, dove il produttore Gordon diventa molto simile al colonnello Kurtz di “Cuore di tenebra”.
Ma il vero modello, di questo e di tanti altri film, e di tutta la narrativa, è sempre l’Odissea: però dicendo questo siamo già a arrivati a Parigi: non Parigi in Francia ma a Paris, Texas.