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giovedì 5 dicembre 2019

Radio America ( Altman)

 
A Prairie Home Companion (Radio America, 2006). Regia di Robert Altman. Scritto da Robert Altman e Garrison Keillor. Fotografia di Ed Lachman. Direzione musicale (canzoni e jingle) di Richard Dworsky. Interpreti: Garrison Keillor, Kevin Kline, Meryl Streep, Lily Tomlin, Virginia Madsen, Tommy Lee Jones, Woody Harrelson, John C. Reilly, Lindsay Lohan, Maya Rudolph, Tim Russell, Sue Scott, Mary Louise Burke, Tom Keith, Jearlyn Steele, Robin e Linda Williams, Prudence Johnson, Richard Dworsky, Pat Donohue, Andy Stein, Gary Raynor, Arnie Kinsella, Peter Ostroushko, Butch Thompson. Durata: 106 minuti

Una radio trasmette da trent'anni uno show in diretta; le riprese avvengono in un teatro che si chiama Fitzgerald, perché vi passava spesso Francis Scott Fitzgerald. E' uno show di musica leggera, tendente al country; c'è molta pubblicità ma non disturba (strano ma vero) e tutti quelli che vi si esibiscono, musicisti e attori, tecnici e cantanti, sono solidi professionisti a prova di errore. Non so se da noi si sia mai fatto qualcosa di simile, ricordo che i concerti di musica sinfonica alla Rai avevano il pubblico in sala e venivano trasmessi in diretta dagli Auditorium (si fa ancora oggi ma le orchestre Rai si sono ridotte a una sola), poi c'erano trasmissioni leggere come Gran Varietà o La corrida, ma nessuna di queste corrisponde perfettamente a ciò che vediamo nel film di Altman. E' un film molto americano, insomma, e per persone di una certa età; ma passati i primi cinque minuti di ambientamento comincia a piacere, si delineano i personaggi, la narrazione si fa quasi lineare, distesa. Ci si mette comodi e si guarda cosa succede. Ci si diverte, gli attori sono simpatici, i personaggi piacciono; il sottofondo però è drammatico perché tutto sta per finire. I proprietari hanno venduto la stazione radio, e il teatro verrà demolito e trasformato in un autosilo. In più, tra le quinte è comparsa un'elegante e misteriosa signora vestita di un impermeabile bianco; nessuno l'ha mai vista prima, chi mai potrà essere?

 
Ho cercato qualche informazione su Garrison Keillor, protagonista del film, e ho trovato una voce molto ricca su wikipedia in inglese. Ne traggo qualche notizia biografica: all'anagrafe è Gary Edward Keillor, nato nel 1942; comincia a lavorare in radio nel 1969. Dal 1974 al 2016 è alla Minnesota Public Radio (MPR) con uno show simile a quello che vediamo nel film di Altman; la differenza principale sta nel fatto che i personaggi inventati da Garrison Keillor per il suo show radiofonico prendono vita nel film, interpretati da attori. Per esempio, Kevin Kline interpreta Guy Noir, vicepresidente e responsabile della sicurezza, uno dei personaggi immaginati da Keillor. Sono invenzioni di Keillor anche le sorelle Johnson (Meryl Streep e Lily Tomlin) e i due mandriani canterini (Woody Harrelson e John C. Reilly). Altri personaggi sono reali: cantanti e musicisti realmente presenti nello show, il rumorista, i tecnici e le segretarie. Come si vede dalle date, Keillor ha continuato a lavorare nello stesso show anche dopo la realizzazione del film, per dieci anni; alla radio aveva anche una rubrica quotidiana di cinque minuti, "The writer's almanac", dove si occupava di tematiche culturali. Keillor è infatti anche un libraio, e per l'apertura della sua libreria a Saint Paul, Minnesota, nel 2006 scrisse questa poesia in rima dedicata ai lettori:
A bookstore is for people who love books and need
To touch them, open them, browse for a while,
And find some common good – that's why we read.
Readers and writers are two sides of the same gold coin.
You write and I read and in that moment I find
A union more perfect than any club I could join:
The simple intimacy of being one mind.
Here in a book-filled room on a busy street,
Strangers — living and dead — are hoping to meet.
Garrison Keillor si è sposato tre volte, ha due figli (un maschio e una femmina) e ha dichiarato pubblicamente di essersi sempre sentito molto vicino agli autistici.
 

"Radio America" è l'ultimo film di Robert Altman. Poco tempo prima, alla cerimonia della premiazione degli Oscar, aveva rivelato di aver subito un trapianto di cuore; aveva ottantun anni. La causa della morte però non fu dovuta al trapianto, ma a un cancro. Questo spiega a sufficienza la presenza della "donna misteriosa", che però non appare come una presenza negativa. Il clima complessivo del film è il divertimento, lo stare in compagnia di amici, il piacere di cantare e di fare musica. La morte appare nella figura di Asfodelo, angelo della morte (Virginia Madsen), e si può far notare che questa figura, la donna elegante nel soprabito bianco, è già presente in uno dei primi film di Robert Altman, "Brewster Mc Cloud" (Anche gli uccelli uccidono): lo stesso soprabito, la stessa figura (il ruolo era affidato a Sally Kellerman).

 
Ho fatto una breve ricerca sull'asfodelo, che risulta essere una pianta tranquilla, con la quale si fanno cesti e che è perfino commestibile (in Puglia e in Sicilia era d'uso comune e forse lo è ancora). Però wikipedia.it dà anche significati diversi, più antichi; probabilmente è a questi significati che si deve la scelta di Robert Altman per il nome della sua donna misteriosa.
Per Omero (Odissea XI, 487-491; 539; 573) l'asfodelo è la pianta degli Inferi. Per gli antichi Greci il Regno dei Morti era suddiviso in tre parti: il Tartaro per gli empi, i Campi Elisi per i buoni, ed infine i prati di asfodeli per quelli che in vita non erano stati né buoni né cattivi. Per tutte queste credenze, ed altre ancora, i Greci usavano piantare asfodeli sulle tombe, considerando i prati di asfodeli il soggiorno dei morti. Un esempio forse non casuale lo abbiamo in Capo Miseno.
Epimenide, considerato da alcuni uno dei sette sapienti, usava l'asfodelo (e la malva) per le sue capacità di scacciare la fame e la sete. Ce ne parla Plutarco nel "Convito dei sette sapienti". La leggenda vuole che Epimenide grazie all'uso di radici e erbe non avesse bisogno di mangiare e che vivesse 157 anni, ce ne parla Diogene Laerzio.
Teofrasto, nella sua "Ricerca sulle piante", afferma che le radici d'asfodelo sono commestibili.
Gli asfodeli sono citati, fra l'altro, anche nell'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam quale pianta non presente là dove ella (la pazzia) sarebbe nata (par. 8. Luogo di nascita della follia).
A Gadoni, in Sardegna, l'asfodelo viene utilizzato per svolgere il rito di "is fraccheras", ovvero il rito dei morti (1, 2 novembre). Alcuni giorni prima di questa data gli abitanti del paese si recano in montagna per la raccolta dell'asfodelo (in sardo "s'iscraria"), con il quale formano dei lunghi fasci di circa 2-3 metri di lunghezza ed un diametro di circa 30-40 cm.  A mezzogiorno del 1º novembre si suonano ininterrottamente le campane a morto (I'agonia) per 24 ore e nel pomeriggio dello stesso giorno i bambini del paese fanno la questua, andando di casa in casa alla ricerca di una qualsiasi offerta da parte delle famiglie (generalmente cibo da consumare in piazza per la festa). La mattina del 2 novembre, per commemorare i defunti, viene celebrata la Santa Messa in cimitero mentre all'imbrunire si accende un piccolo fuoco nel piazzale davanti alla chiesa, si spengono le luci ed inizia la magia: i giovani prendono un fascio di asfodelo a testa, ne bruciano la parte posteriore e corrono con questo in spalla per le vie del centro storico del paese con un percorso ad anello, l''abilità consiste nel correre veloce in modo da riportare "la fracchera" ancora in fiamme al punto di partenza. Una volta giunti nuovamente al fuoco, i giovani si dispongono attorno ad esso e contemporaneamente lanciano i fasci di asfodelo all'interno del fuocherello, in modo che esso diventi grandissimo. A questo punto si dà inizio ai festeggiamenti in piazza tra balli, canti, castagne arrosto e buon vino rosso. Si dice che il rito servisse a scacciare via le anime, in modo che esse seguendo i fasci di luce andassero via. In passato la stessa notte del 2 novembre si era soliti fare ‘Sa conca e mortu‘, realizzata con una zucca, la quale veniva svuotata dalle parti molli e venivano scavati dei fori a forma di occhi, naso e bocca. A rendere macabro il rito era una candela sistemata all'interno della zucca. Veniva posata sui vecchi muri, in genere bui, o sui davanzali delle finestre. I passanti, vedendola erano soliti spaventarsi.
(testi tratti da www.wikipedia.it)
Asfodelo si presenta finalmente come un angelo a Kevin Kline: "Questa è una rivelazione" dice seria a Kline che scherza e tenta di corteggiarla; ma lui è affascinato e continua: "Cosa sentiresti?". E l'angelo risponde: "Io sentirei Amore".


Altre note prese durante la visione: 1) "La voce amica della prateria" è una possibile traduzione del titolo originale, presa dal libro "Altman racconta Altman" ed.Feltrinelli: un libro fondamentale per chi vuol capire il cinema di Altman, e non solo. 2) far caso ai testi delle canzoni, quasi tutte sullo scorrere del tempo. 3) c'è tanta pubblicità ma non disturba; i nostri "creativi" senza idee dovrebbero prendere appunti. 4) i due "mandriani" Lefty e Dusty hanno canzoni e dialoghi volgarissimi e osceni; spesso la volgarità e l'oscenità sono usate in funzione apotropaica, cioè a tener lontana l'idea della morte. 5) Kevin Kline è in gran forma e ci regala piccole scene simpatiche 6) Tommy Lee Jones è il "tagliateste" della compagnia nuova proprietaria del teatro, e appare a 1h04; farà la fine che si meritano quelli con le sue funzioni, ma non servirà a nulla e il teatro verrà demolito lo stesso. 7) "perché ti dai tanto da fare per ottenere qualcosa che neanche vuoi?" (testo di una delle canzoni, verso il finale) 8) nel palco d'onore c'è un busto di Scott Fitzgerald; il tagliateste non sa chi sia ma lui veniva sempre in quel teatro, che non a caso porta il suo nome. 9) "Radio America" non è il titolo originale del film di Altman, ed è anzi il titolo originale di un altro film uscito anni dopo: tenerlo presente nel caso di ricerche on line.


E, infine, questi due dialoghi fra il "tagliateste" (Tommy Lee Jones) e Kevin Kline nelle vesti del vicepresidente della proprietà uscente:
Tagliateste: Da quanto tempo va avanti (questo show), cinquant'anni?
Kline: quasi... trenta o giù di lì
Tagliateste: Strano, una macchina del tempo! Mi sento un antropologo che scopre una tribù di uomini primitivi accovacciati accanto al fuoco a raccontare storie mentre nell'aria volano le scintille...

Kline: Ci sono tante brave persone là sulla scena, tante. (...) questa gente ci ha messo l'anima, qui dentro.
Tagliateste: Ora l'anima la può mettere in qualcos'altro, c'è sempre qualcosa in cui mettere l'anima, le pare? Come dicono le Scritture, uno deve perdere la vita prima di riuscire a trovarla.
Il tagliateste aggiunge che i proprietari della compagnia che vuole acquistare e demolire il teatro si dicono religiosi, "uomini di fede": come Trump, verrebbe da dire - ma per sua fortuna Robert Altman non ha visto cosa sta succedendo oggi, e non solo in America.

 
 
 

sabato 26 ottobre 2019

Mc Cabe & Mrs. Miller (I compari)


 
Mc Cabe & Mrs. Miller (I compari, 1971) . Regia di Robert Altman. Soggetto di Edmund Naughton. Sceneggiatura di Robert Altman e Brian Mc Kay. Fotografia di Vilmos Zsigmond. Canzoni di Leonard Cohen. Interpreti: Warren Beatty, Julie Christie, René Auberjonois, Hugh Millais, Shelley Duvall, Michael Murphy, John Schuck, Corey Fischer, William Devane, Keith Carradine, e molti altri. Durata: 121 minuti.

- (...) Di certo non girai il film per la storia. Anzi, quello che pensai fu: "La trama la conoscono tutti, non me ne devo occupare troppo". L'eroe era una specie di personaggio di secondo piano, un tipo molto spavaldo, uno scommettitore fallito. Poi c'era la puttana dal cuore d'oro, mentre i cattivi erano il mezzosangue e il ragazzo. Tutti conoscono il genere, i personaggi e la storia: sono a loro agio, e questo dà loro un punto fermo mentre io posso dedicarmi allo sfondo.
(Robert Altman su "Mc Cabe & Mrs. Miller", da "Altman racconta Altman", a cura di David Thompson, edizioni Feltrinelli 2012, pagine 69-77)
Siamo in una piccola città nata accanto a una miniera, nel Nordovest degli Usa, tra fine Ottocento e inizio Novecento. Qui arriva un giocatore d'azzardo e pistolero, John Mc Cabe (Warren Beatty), che sa come farsi rispettare. Mc Cabe si prende un saloon e vi porta delle prostitute; gli affari prosperano, e presto a lui si affianca una donna, Constance Miller (Julie Christie) che prende la direzione del bordello lasciando a Mc Cabe le altre attività, tutte molto redditizie. La compagnia mineraria, che ha dei modi molto spicci, comincia a vedere in Mc Cabe un pericoloso concorrente, e gli fa avere l'offerta "che non si può rifiutare" per rilevare le sue attività; ma Mc Cabe rifiuta, e così facendo segna la sua condanna a morte. Presto arrivano tre killers, mandati segretamente dai titolari della compagnia mineraria; c'è un duello nella neve e Mc Cabe li sconfigge, ma viene ferito gravemente. Constance Miller, che lo aveva avvertito del pericolo, non può aiutarlo perché sta fumando oppio nel suo bordello. E' dimentica di tutto, mentre fuori nella neve Mc Cabe sta morendo.

 
Rivisto dopo decenni, "Mc Cabe & Mrs. Miller" mi conferma nell'idea di un capolavoro; non tanto nella prima parte (l'incontro dei due, il bordello, i cowboys) dove ci sono molti luoghi comuni del western (il bar, il pistolero, la città in costruzione) quanto nella seconda con l'offerta "che non si può rifiutare", l'arrivo dei killer, il duello a quattro sulla neve, l'incendio della chiesa, e il finale con lei che fuma oppio e non si rende conto di nulla (che anticipa "C'era una volta in America" di Leone). La neve, il paesaggio, la natura, diventano i veri protagonisti; il film è notevole soprattutto dal punto di vista delle immagini, e dispiace di non poterlo più rivedere al cinema. E' come guardare un dipinto di Bruegel, qualche anno prima di Nashville: per la spiegazione di cosa intendo riporto qui quello che avevo scritto parlando di "Nashville":
...per capire cosa succede magari è il caso di prendere il quadro di qualche grande pittore del passato, come Bruegel o Bosch o come Paolo Uccello, o magari come il Cenacolo di Leonardo da Vinci. E' difficile capire a prima vista cosa succede in quei grandi dipinti. Sì, nel Cenacolo c'è l'Ultima Cena con Gesù al centro, ma più lo si guarda e più si notano particolari che erano sfuggiti al primo impatto. Nelle grandi scene di battaglia di Paolo Uccello ci sono tanti di quei dettagli che non si finirebbe mai di guardare, e alla fine si rimane con l'idea che quello che stiamo guardando non sia propriamente il reale ma una sua trasfigurazione. La stessa cosa succede con Pieter Bruegel: sì, ci sono i cacciatori nella neve, ma sono solo una piccola parte del dipinto. Con Hyeronimus Bosch, infine, si può anche perdere la testa: cosa sono mai tutti quei dettagli, quei particolari, quei mostri, quei corpi... Come i grandi pittori del passato si muove Robert Altman in "Nashville"; e non sarà l'unica volta, è una tecnica che gli riesce benissimo e, quando può e quando glielo lasciano fare, la applica in grande stile.

Per il resto, c'è tutto nell'intervista ad Altman nel libro, Leonard Cohen compreso, e ne porto qui qualche altro estratto ricordando che "Altman racconta Altman", a cura di David Thompson, edizioni Feltrinelli 2012, è il libro essenziale per chi vuole conoscere Robert Altman, e che a questo film sono dedicate otto pagine fitte di informazioni. Di mio aggiungo solo che la parte di Shelley Duvall è molto piccola, ed è un peccato.
"McCabe" era il titolo di un romanzo di Edmund Naughton pubblicato nel 1959. I diritti erano di proprietà del produttore David Foster, che presentò il progetto ad Altman, il quale affidò la sceneggiatura a Brian McKay, suo ex collaboratore. Altman suggerì come titolo "The Presbyterian Church Wager" (La scommessa di Presbyterian Church), ma tutti gli altri ritennero che avrebbe potuto dare adito a confusione. (...)
 

 

- La fotografia di Wilmos Zsigmond é molto inusuale, con i suoi toni sul giallo. Hai ottenuto questo effetto esponendo la pellicola alla luce prima di svilupparla?
- Sì. E' stato un grosso rischio, probabilmente un'idiozia. Era però l'unico modo per ottenere quell'effetto visto che all'epoca non c'erano tutte le tecniche di post produzione che ci sono adesso, non si poteva fare dopo. E, avendolo fatto sul negativo, lo studio non aveva scelta: doveva accettare il fatto compiuto. (...)
 

 

- Tutto il film fu girato a circa sessanta chilometri da Vancouver, dove c'era già una città in rovina con una casa dove si affittavano camere per gli operai delle segherie. Continuammo a costruire la città man mano che procedevamo con le riprese. Iniziammo con il saloon sul ponte, e all'inizio del film si vedono le miniere e gli altri edifici: i bagni, il bordello e la chiesa. (...)
Leon Ericksen è lo scenografo più brillante con il quale abbia mai collaborato. Io lavoro a stretto contatto con gli scenografi. Quello che voglio non è una parte del set, voglio un’arena nella quale può svolgersi tutto quello che deve succedere. Solo in rare occasioni, quando ci sono problemi di budget, accetto richieste del tipo: "possiamo costruire questa stanza solo con tre pareti?" Di solito rispondo: "No. Voglio l'ambiente completo, perché quando arrivo lì e quando arrivano gli attori non so come vorrò girare la scena. Magari decido di girare dall'altro lato". Perciò preferisco l'atmosfera completa che ti viene da un set intero, una stanza con le pareti su tutti i lati, il soffitto e il pavimento, le finestre e compagnia bella. (...)
 

 

Chiesi alla Warner Brothers di mandare un camion pieno di vestiti d'epoca, perché volevo che sembrasse un film sull'immigrazione. Mi era venuto in mente che i cowboy non portavano quei cappelli a cui ci aveva abituato il cinema. Praticamente nessuno di quelli che partirono alla conquista del West era americano, erano tutti immigrati di prima generazione provenienti dall’Italia, dalla Francia, dall’Inghilterra, dall'Olanda e da gran parte dei Paesi nordici. Parlavano con accento svedese, irlandese, italiano. Di sicuro non parlavano come il texano George Bush, cioè quel modo di parlare è venuto anni dopo. E si portavano dietro le posate, coltello, forchetta e cucchiaio, i vestiti e gli orologi, tutto di fine artigianato europeo. E anche i vestiti erano gli stessi che indossavano in Europa. Perciò l'unico cappello da cowboy nel film fu quello del personaggio interpretato da Keith Carradine. Sono convinto che la gente abbia girato i western facendo indossare a tutti quei cappelloni perché li aveva visti nelle fotografie dell'epoca. Scoprimmo però che a quei tempi una lastra fotografica era così cara che quando un fotografo se ne stava nel suo laboratorio e veniva a sapere che era arrivato in città un tipo con il cappello più buffo che si fosse mai visto, doveva assolutamente fotografarlo. Ed é questa l'immagine di quel periodo che ci è arrivata. (...)
 

 

E devo dire che Warren Beatty è stato bravissimo nei Compari: il film non sarebbe lo stesso senza di lui. Contribuì a creare molti dialoghi, e fu lui ad avere l'idea del dente d'oro. Pero non è divertente lavorare con lui. Vuole sempre avere il controllo di tutto, non concepisce che la situazione possa sfuggirgli di mano perché è un regista, un produttore, ed è stato l'ultimo divo cinematografico di un'epoca storica. La cosa migliore che ha fatto è stata portare Julie Christie. Queste storie d'amore aiutano. A volte sono più belle del film. Sai come succede, l’attore principale ti dice: “Faccio il film, però mi porto anche la ragazza". La ragazza però era più brava di lui. (...)
 

 

Avevamo finito di girare tutto il resto e stavamo girando la scena in cui Julie attraversa il ponte di notte, quando vennero giù dei bei fiocchi di neve, grandi quanto cereali per la colazione, e iniziò a fare un freddo tremendo. Scoprii che c'erano due gradi sotto zero. Quella notte non andammo neanche a dormire per tenere in funzione i tubi per la pioggia, in modo da poter congelare tutto. Il mattino dopo era bellissimo, c'erano ghiaccioli dappertutto, sembrava il paese delle fate. Warren però non voleva uscire dalla roulotte, non voleva mettersi il costume. Mi disse: “Ma che facciamo? Ci mettiamo a girare qualche scena in mezzo alla neve che poi si scioglierà e tanti saluti? Così ci toccherà ricominciare daccapo!" Gli risposi: "Che altro vuoi fare? Non c'è rimasto nient'altro da girare. Proviamo a lavorare in fretta: e se non ce la facciamo, pazienza". Alla fine accettò. Continuò a nevicare per otto giorni... E non solo nevicava, ma nevicava parecchio. Se facevi venti metri e poi ti giravi non vedevi più le tue orme. Riuscimmo così a spostare tutta l'attrezzatura, ad andare nei vari posti senza perdere mai quell'aspetto di "neve vergine". Arrivammo al limite: l'attimo in cui finimmo di girare l'inseguimento finale, quando Warren muore e la gente va a spegnere l'incendio in chiesa, la neve cominciò a sciogliersi. E due giorni dopo non c'era più. Quella fu davvero fortuna. (...)(Robert Altman, da "Altman racconta Altman", a cura di David Thompson, edizioni Feltrinelli 2012, pagine 69-77)




 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )

martedì 1 ottobre 2019

Gosford Park


 
Gosford Park (2001) Regia di Robert Altman Soggetto di Bob Balaban Sceneggiatura di Julian Fellowes Fotografia di Andrew Dunn Canzoni di Ivor Novello Musiche per il film di Patrick Doyle Interpreti: Maggie Smith (Constance Trentham) Michael Gambon (William McCordle ) Kristin Scott Thomas (Sylvia McCordle) Camilla Rutherford (Isobel McCordle) Charles Dance (Raymond Stockbridge) Geraldine Somerville (Louisa Stockbridge) Tom Hollander (Anthony Meredith) Natasha Wightman (Lavinia Meredith) Jeremy Northam (Ivor Novello ) Bob Balaban (Morris Weissman) James Wilby (Freddie Nesbitt) Claudie Blakley (Mabel Nesbitt) Laurence Fox (Rupert Standish) Trent Ford (Jeremy Blond ) Ryan Phillippe (Henry Denton) Stephen Fry (Inspector Thompson) Ron Webster (Constable Dexter) Kelly Macdonald (Mary Maceachran) Clive Owen (Robert Parks) Helen Mirren (Mrs. Wilson) Eileen Atkins (Mrs. Croft) Emily Watson (Elsie) Alan Bates (Jennings) Derek Jacobi (Probert )Richard E. Grant (George) Jeremy Swift (Arthur) Sophie Thompson (Dorothy) Meg Wynn Owen (Lewis) Adrian Scarborough (Barnes) Frances Low (Sarah) Joanna Maude (Renee) Teresa Churcher (Bertha) Sarah Flind (Ellen) Finty Williams (Janet) Emma Buckley (May) Lucy Cohu (Lottie) Laura Harling (Ethel) Tilly Gerrard (Maud) Will Beer (Albert) Leo Bill (Jim) Gregor HendersonBegg (Fred) John Atterbury (Merriman) Frank Thornton (Mr. Burkett) Ron Puttock (Strutt) Adrian Preater (McCordle's Loader) e molti altri. Durata: 137 minuti

"Gosford Park" è un film di due ore abbondanti, evidentemente modellato sul Renoir di "La regola del gioco", che si svolge nel 1932 in Inghilterra. E' un altro dei grandi film corali di Robert Altman, con molti personaggi e molti attori. Si inizia con l'arrivo in automobile alla grandiosa villa di un Lord inglese, sotto la pioggia, di una giovane donna (Kelly Macdonald) cameriera di un'anziana dama dell'aristocrazia (Maggie Smith). Sulla strada incontrano Ivor Novello, unico personaggio realmente esistito del film, interpretato da Jeremy Northam. Novello è un attore inglese, a quel tempo all'apice del successo con un film di Alfred Hitchcock, "The lodger", uscito nel 1929. Novello è accompagnato da un americano, interpretato da Bob Balaban (anche autore del soggetto e produttore reale di "Gosford Park") presentato nel film come "produttore di Charlie Chan", cioè di film di successo, dei gialli ben congegnati ma piuttosto dozzinali. Due personaggi, tre con Kelly Macdonald, che mal si adattano allo stile di vita della nobiltà inglese. Molti sono gli invitati, vediamo gli ospiti e la servitù, come nel film di Jean Renoir, e un po' alla volta verremo a sapere che dietro la ricchezza del padrone di casa c'è tutta una storia di bambini abbandonati, che si svelerà alla fine: il Lord aveva l'abitudine di fare sesso con tutte le operaie giovani della sua fabbrica. Se poi nascevano bambini, li mandava all'orfanotrofio: questo è il terribile segreto accuratamente nascosto sotto opere di filantropia. Ma tutto questo è solo una parte (molto importante, con un finale toccante) di un film molto complesso e corale, con molti personaggi. Scritto da Julian Fellowes, "Gosford Park" nasce da un'idea di Bob Balaban e di Altman stesso.


La lista dei protagonisti è molto lunga, metterei al primo posto Kelly Mac Donald (molto graziosa) che è la cameriera di Maggie Smith (Lady Trentham) e molto importante è anche Clive Owen (uno dei servitori ospiti) . Oltre a Bob Balaban (il produttore americano), ci sono Alan Bates (il Lord), Charles Dance, Derek Jacobi (il capo cameriere), Stephen Fry, Michael Gambon, Jeremy Northam (Ivor Novello), Kristin Scott Thomas, Emily Watson, ed Helen Mirren che è il vero centro dell'azione (ma lo si scoprirà solo nel finale). Le musiche per il film sono di Patrick Doyle, nove canzoni su dieci sono state veramente scritte di Ivor Novello, e cantate da Jeremy Northam che lo interpreta; su youtube si possono trovare le versioni originali e interpretazioni di altri cantanti, anche importanti come il soprano Hilde Güden.

 
"Gosford Park" va visto, raccontandolo si perderebbe molto e si rischierebbe di rovinare la visione. Non è una visione facile, come in "Nashville" e in molti altri film di Altman bisogna tenere in memoria molti personaggi, ricordarsi cosa dicono e cosa succede loro; fa parte del divertimento, mi viene da dire, ma so che molti sbuffano davanti a film come questo e mi dispiace per loro.


Nel libro- intervista "Altman racconta Altman" a cura di David Thompson (ed. Feltrinelli 2012) a "Gosford Park" sono dedicate sei o sette pagine, tutte da leggere; ne riporto qui qualche estratto che può essere utile.
DAVID THOMPSON: Cosa ti ha portato in Inghilterra a girare un film d'epoca?
ROBERT ALTMAN: Conoscevo Bob Balaban da anni, lui è come un uomo del Rinascimento, fa di tutto: l'attore, il produttore e il regista. Un giorno mi chiese: "Perchè non facciamo qualcosa insieme?" E io gli risposi: “Vuoi sapere una cosa, non ho mai fatto un film giallo. Uno di quelli in cui tutti cercano di capire chi è il colpevole, ambientato in una villa aristocratica, come Dieci piccoli indiani: un giallo alla Agatha Christie. Mi piacerebbe fare una puntata in quel genere, se troviamo qualcosa di fattibile”. Così Bob si mise a leggere tutto quello che non era stato fatto di Agatha Christie, ma alla fine mi disse: “E' tutto uguale, non c'è niente di buono". Passò quindi a leggere cose più sconosciute dello stesso periodo, ma non ebbe miglior fortuna. Allora gli dissi: "Beh, è evidente che quello che cerchiamo non si trova là. (...) "

 

- Perchè hai inserito personaggi americani, il produttore cinematografico e il suo giovane compagno?
- Avevo bisogno di una voce che in un certo senso fosse la mia voce, che potesse reagire alle tradizioni e agli atteggiamenti che avrebbero sorpreso me: perciò mi serviva un mio surrogato. La presenza di questo produttore cinematografico della serie di Charlie Chan mi aiutò a togliere al film quell'aria alla Merchant-Ivory/Jane Austen. Mi permise di entrare in quell'ambiente. Non lo dico per disprezzo a Merchant-Ivory, in realtà se non ci fossero stati i loro film non avrei fatto neanche Gosford Park perchè sarebbe mancato il punto di riferimento. Le prime persone a cui chiesi consiglio furono Ismail Merchant e Ruth, che ci aiutarono moltissimo. (...)
 

 

- L'unico personaggio realmente esistito era Ivor Novello. Perchè l'hai inserito nel gruppo?
- E' l'unica persona vera che abbiamo usato nel film. Stavo seduto alla mia scrivania, nella biblioteca dove conservo tutte le ricerche che ho svolto in trentacinque anni di attività, cercando di pensare a un modo per introdurre nel film la musica di quel periodo senza dover far dirigere un'orchestra a Georgie Stoll. E all'improvviso mi ricordai di alcune ricerche che avevo condotto più di trent'anni prima per The Chicken and the Hawk, il progetto mai realizzato sulla Prima guerra mondiale, e vidi sugli scaffali un'infinità di materiale su Ivor Novello. Tirai fuori tutto e lo esaminai, il periodo coincideva. Fu così che aggiungemmo il personaggio di Ivor stando molto attenti alla fedeltà storica: in questo modo anche i personaggi fittizi acquisirono credibilità.
- La cosa significativa è che non tutti i personaggi reagiscono nella stessa maniera di fronte a lui.
- Beh, la gente snob non è attratta da quella forma di intrattenimento! Invece il suo vero pubblico era costituito dalla servitù del piano di sotto, che con molta probabilità gli dava più lavoro: tra loro era più popolare di Noel Coward. Il suo personaggio ci diede dunque quello che io definisco un filo su cui stendere il bucato. Non era uno snob, la madre faceva l'insegnante, ma era accettato dal gruppo perchè era un intrattenitore, un divo del cinema. Era un po' come avere a cena Bobby Darin.
 

 

- Come per gli altri tuoi film popolati da un'infinità di personaggi, avevi in mente una guida turistica?
- La nostra filosofia era quella di raccontare la storia attraverso i pettegolezzi del piano di sotto. Kelly Macdonald diventa la nostra guida turistica. E' la cameriera di Maggie Smith, ed è un'apprendista. Tutto è nuovo per lei: quindi noi vediamo le cose mentre le vengono raccontate. Ogni volta che avevo bisogno di spiegare qualcosa la chiamavo perchè la spiegassero a lei. E' il filo che ci conduce dalla prima all'ultima scena. (...)
 



- Secondo te Gosford Park è il ritratto di una società in declino?
- Il film è ambientato nel novembre del 1932 durante la stagione di caccia, l'ultima prima della caduta del Reichstag, che segnò anche la fine di quel mondo costituito da un piano superiore e uno inferiore per la servitù a contratto. La società si stava aprendo soprattutto alle donne, la struttura sociale stava cambiando. Molto si doveva ai progressi nelle comunicazioni e nei trasporti. Prima se una ragazza di quattordici anni nasceva in un paesino e divideva il letto con quattro sorelle, non aveva alcuna possibilità di studiare o di trovare un lavoro, e se non si sposava entrava in servizio, in modo da poter avere una certa sicurezza nella vita. Altrimenti andava a Londra a fare la prostituta. Fino a dopo la Prima guerra mondiale non c’erano altre scelte. Dopo la Seconda guerra mondiale, invece, questa forma di servitù era sparita, anche se ne rimangono tracce ovunque. Abbiamo esaminato centinaia di case nobili in cui quaranta servitori avevano lavorato per gestire una famiglia di quattro persone.
- Prima che iniziassi le riprese, nella pubblicità iniziale ci si riferiva al classico di Jean Renoir del 1939, La regola del gioco, come a un precedente di Gosford Park. Anche quel film si basava sul conflitto di classe e si svolgeva durante un fine settimana in una residenza di campagna dove i partecipanti si uniscono a una battuta di caccia.
- Anche se partimmo dicendo che era Dieci piccoli indiani, in seguito mi interessò che assomigliasse più alla Regola del gioco. (...)
Non facevo che minare la trama, perchè quello che mi interessava di più era l'atteggiamento dei personaggi. Quando il film uscì raccontai senza farmi problemi che c'era un omicidio, perchè non volevo che il pubblico passasse la prima ora al cinema chiedendosi cosa sarebbe successo. Su un pubblico di duecento persone venti lo avrebbero capito da sole e avrebbero commentato: "Oh, c'è questo tizio, qui avviene questo e la quest'altro..." Non mi diedi molto da fare per mascherare le cose. (...)
(dal volume "Altman racconta Altman" a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli 2012)

 
Sul mio piano personale, nel ricordo tendo a sovrapporre "Gosford Park" con "Quel che resta del giorno" di Ivory, più che altro per la parte politica e storica; in realtà i due film sono molto differenti nonostante l'ambientazione storica simile. Ricordo a me stesso che il Lord vicino ai nazisti non è in Altman, ma in Ivory, e che Altman in "Gosford Park" racconta invece una storia di violenze sulle operaie da parte del Lord proprietario della fabbrica, e di bambini mandati in orfanotrofio.
Nel film si dice che Ivor Novello, reduce dal grande successo di "The lodger" con Hitchcock, era cugino di questo Lord; non so però se ci sia qualcosa di vero, cioè se Novello fosse davvero parente di qualche Lord (il Lord interpretato da Alan Bates è un personaggio d'invenzione).
Dal film di Altman è stato tratto uno sceneggiato tv in più puntate, scritto da Julian Fellowes (autore della sceneggiatura del film originale). Temo che il disegno di Altman sia andato perso; non ho visto lo sceneggiato tv ma se gli autori hanno preso tanti soldi sono ovviamente contento per loro.



 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com)

lunedì 9 settembre 2019

La fortuna di Cookie


La fortuna di Cookie (Cookie's fortune, 1999) Regia di Robert Altman. Soggetto e sceneggiatura di Anne Rapp. Fotografia di Toyomichi Kurita. Musiche di David A. Stewart. Interpreti: Patricia Neal, Charles Dutton, Liv Tyler, Glenn Close, Julianne Moore, Chris O'Donnell, Ned Beatty, Courtney Vance, Donald Moffat, Lyle Lovett, Danny Darst, Matt Malloy, Niecy Nash, Randle Mell, Rufus Thomas, Ruby Wilson, Preston Strobel. Durata: 118 minuti

Ci sono film che nascono sotto una buona stella: gli attori si divertono, la storia scorre senza intoppi, la musica è quella giusta, tutto funziona alla perfezione. E' quello che succede con "Cookie's fortune" di Robert Altman. La storia raccontata è piuttosto complessa, e visto che c'è una componente di thriller evito di raccontarla per intero: siamo comunque nel sud degli Usa, a Holly Springs nel Mississippi. Una signora molto anziana, soprannominata Cookie (Patricia Neal), è molto amata da vicini e conoscenti; abita in una bella villa e ha due figlie quarantenni. C'è anche una nipote ventenne (Liv Tyler), che ha uno spirito molto indipendente e vive spesso lontana da casa, cercando l'indipendenza economica. Il rapporto della giovane con la madre e la zia è piuttosto problematico, ottimo invece quello con la nonna. Il film si apre in un locale dove si fa musica, con un'ottima cantante nera; nel locale facciamo la conoscenza di Willis (Charles S. Dutton), uno degli amici più cari di Cookie, un afroamericano sui quaranta o cinquant'anni. Per completare il quadro iniziale si può aggiungere che la sorella maggiore (Glenn Close) dirige il teatro della cittadina, e sta mettendo in scena la Salome di Oscar Wilde, protagonista sua sorella (Julianne Moore), un po' attempata per la parte della protagonista. Protagonista del film è anche la città di Holly Springs, che vediamo nei dettagli, e parte importante ha anche il suo mercato del pesce: il pesce gatto, che nel delta del Mississippi è il piatto tradizionale. Una mattina, Cookie viene trovata morta nel suo letto; le figlie non accettano la versione del suicidio e da qui iniziano le indagini della polizia locale. C'è anche la questione del testamento: a chi andrà la fortuna di Cookie? Non racconto quello che segue per non rovinare la visione del film; penso di aver detto più che abbastanza per iniziare la visione. il tono generale del film è comunque disteso, piacevole; c'è molto di sommerso, Altman nelle sue interviste su "La fortuna di Cookie" sorvola con leggerezza sul film e sul suo soggetto, ma i temi trattati sono profondi e meriterebbero un approfondimento che per ora non mi sento di fare.


"La fortuna di Cookie" è un film di attori, al di là della storia in sè è bello vedere gli attori all'opera, in primo luogo i duetti fra Patricia Neal e Charles Dutton, tutta la prima mezz'ora è piacevolissima e avrei voluto che durasse di più. Charles Dutton ha fatto pochi film interessanti, ha lavorato molto nei telefilm e nei film d'azione; è nato nel 1951. Patricia Neal, classe 1926, ha una lunga carriera alle spalle, con molti film di successo: tra le altre cose era la protagonista di "Ultimatum alla Terra" (The day the Earth stood still, 1951).
Molto belle le musiche. All'inizio e alla fine c'è la chitarra di Fred Sanders, blues lento, con la voce di Ruby Wilson, Jimmy Ellis alla batteria, Solomon McDaniel alle tastiere, Terris Tate bass guitar, nel locale dove inizia il film.


Nipoti di Cookie sono le due sorelle Glenn Close (tirannica) e Julianne Moore (sottomessa). Liv Tyler è la ragazza-hobo dai capelli corti, figlia di una delle due, con agnizione finale a sorpresa nei rapporti di parentela, Dutton incluso, nella cittadina dove si svolge il film, tra catfish e bevute di Wild Turkey. Glenn Close è regista in teatro della Salome di Oscar Wilde, dove sua sorella Julianne Moore interpreta Salome con tanto di accenno di danza sul palcoscenico. Nella Salome, al suicidio di Narraboth (interpretato dal giovane poliziotto che fa coppia con la "teppista" Liv Tyler) ci sono delle frasi sul suicidio che si pensava fossero cose da filosofi greci (Socrate), ed è infatti il suicidio di Cookie (pur felice) che verrà mascherato da omicidio dalla nipote Glenn Close, che fa da asse portante del film. Dettaglio non secondario, oltre al suicidio c'è sullo sfondo la Pasqua: morte e Resurrezione, la nostra vita non finisce qui.





 


sabato 24 agosto 2019

Nashville ( I )


Nashville (1975) Regia di Robert Altman Scritto da Joan Tewkesbury Fotografia di Paul Lohmann Montaggio di Dennis Hill Musiche: vedi elenco Interpreti: David Arkin (Norman ), Barbara Baxley (Lady Pearl) Ned Beatty (Delbert Reese ) Karen Black (Connie White) Ronee Blakley (Barbara Jean) Timothy Brown (Tommy Brown) Keith Carradine (Tom Frank ) Geraldine Chaplin (Opal ) Robert DoQui (Wade ) Shelley Duvall (L. A. Joan ) Allen Garfield (Barnett) Henry Gibson (Haven Hamilton ) Scott Glenn (Pfc. Glenn Kelly) Jeff Goldblum (Tricycle Man ) Barbara Harris (Albuquerque) David Hayward (Kenny Fraiser ) Michael Murphy (John Triplette ) Allan Nicholls (Bill ) Dave Peel (Bud Hamilton ) Cristina Raines (Mary ) Bert Remsen (Star ) Lily Tomlin (Linnea Reese ) Gwen Welles (Sueleen Gay ) Keenan Wynn (Mr. Green ) James Dan Calvert (Jimmy Reese ) Donna Denton (Donna Reese ) Merle Kilgore (Trout ) Carol McGinnis (Jewel ) Sheila Bailey (Smokey Mountain Laurel ) Patti Bryant (Smokey Mountain Laurel) Richard Baskin (Frog ) Jonnie Barnett, Vassar Clements, Misty Mountain Boys, Sue Barton, Elliott Gould, Julie Christie, e molti altri. Durata: 2h30'

1.
Il primo equivoco da chiarire, riguardo a "Nashville", è la musica country. Il film di Altman viene sempre presentato come un omaggio alla musica country, e anch'io sono caduto per lungo tempo in questa trappola; ma questo è ciò che dice il suo autore al riguardo:
- Quale è stata la genesi del film?
« Io volevo fare "Gang", ma alla United Artists non interessava. Si erano comperati una società che produceva musica country, e mi affidarono una sceneggiatura che sembrava adatta a Tom Jones. Dopo averlo letto dissi: "Non lo faccio, però farò una storia sulla musica country a modo mio, se dopo mi fate fare Gang." Non ero mai stato a Nashville in vita mia, e per me la musica country era quella che chiamiamo hillbilly. » « (...) io volevo prendere l'abc della musica country, concetti semplicissimi, basilari, come i versi della canzone "per il bene dei bambini diciamoci addio", e inserirli in un contesto generale che richiamasse l'America e la sua politica.»
(da "Altman racconta Altman" a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli 2012, pagine 99-100)
 
Va detto poi che "Nashville" non è un film facile, dura 2 ore e mezzo e si fa una certa fatica per guardarlo dall'inizio alla fine; per capire cosa succede magari è il caso di prendere il quadro di qualche grande pittore del passato, come Bruegel o Bosch o come Paolo Uccello, o magari come il Cenacolo di Leonardo da Vinci. E' difficile capire a prima vista cosa succede in quei grandi dipinti. Sì, nel Cenacolo c'è l'Ultima Cena con Gesù al centro, ma più lo si guarda e più si notano particolari che erano sfuggiti al primo impatto. Nelle grandi scene di battaglia di Paolo Uccello ci sono tanti di quei dettagli che non si finirebbe mai di guardare, e alla fine si rimane con l'idea che quello che stiamo guardando non sia propriamente il reale ma una sua trasfigurazione. La stessa cosa succede con Pieter Bruegel: sì, ci sono i cacciatori nella neve, ma sono solo una piccola parte del dipinto. Con Hyeronimus Bosch, infine, si può anche perdere la testa: cosa sono mai tutti quei dettagli, quei particolari, quei mostri, quei corpi...
Come i grandi pittori del passato si muove Robert Altman in "Nashville"; e non sarà l'unica volta, è una tecnica che gli riesce benissimo e, quando può e quando glielo lasciano fare, la applica in grande stile.
« (...) La forza del film risiede nella sua impronta politica e il fatto che parlasse di musica country non era nient’altro che una metafora. Se fosse stato un film per la Paramount, che alla fine lo distribuì, non ne avrebbero lasciato neanche un minuto così come è. »
da "Altman racconta Altman" a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli 2012, pagine 105-106

(Pieter Bruegel, 1565)

Di cosa ci sta parlando, allora, Robert Altman? Qualcosa di più di un indizio è sistemato poco oltre la metà del film, a 1h25 dall'inizio, quando ci troviamo in un enorme deposito di auto rottamate e c'è Geraldine Chaplin (il suo personaggio si chiama Opal, è una giornalista o almeno così dice):
Geraldine Chaplin: (parla nel registratore) sto vagando in un cimitero, qui i morti non hanno né croci né lapidi né corone che celebrino la loro gloria; giacciono in mucchi putrefatti e arrugginiti, le interiora strappate da mani avide e predatrici; i loro vuoti scheletri rivolgono il loro triste lamento al cielo, la ruggine dei loro corpi ha il colore del sangue secco (dried blood). Mi ricorda un cimitero segreto degli elefanti ... (da qui, in francese) sì, la valle del mistero, questo senso di irrealtà... Queste macchine cercano di comunicare. Macchine, state cercando di dirmi qualcosa? Volete confidarmi un segreto?
(ma a questo punto scopre di non essere da sola. Nel deposito di rottami c'è un uomo giovane, lei si scusa, si chiede se avrà ascoltato, dice che pensava di essere da sola.)


- Il personaggio di Opal, interpretato da Geraldine Chaplin, interagisce con tutti gli altri. Il suo lapsus quando dice di lavorare per la British Broadcasting Company è l'indizio che ci fa capire che è una truffatrice...
« Opal era la nostra guida turistica, il tessuto connettivo. Il personaggio si basava su diverse persone che avevo conosciuto al festival di Cannes, gente che non sai mai se è chi dice di essere. Avevo bisogno di un collante per le scene diverse che stavo girando e lei, grazie allo stratagemma di fingersi giornalista della BBC, divenne la voce che poneva le domande a cui il pubblico cercava risposta. E' stata bravissima a improvvisare. Sono entusiasta di Geraldine.
(da "Altman racconta Altman" a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli 2012, pagina 101
Altman fa dire alla Chaplin anche molte banalità grossolane, come quelle sui musicisti neri "che hanno la musica nel sangue" (eccetera), la fa andare a letto con Carradine (che nel corso del film se le farà tutte) ma molto sbrigativamente; nell'intervista sul libro Altman dice che Opal è una millantatrice, che non lavora affatto per la BBC, e che nel mondo dello spettacolo ci sono molte persone di questo tipo, che si spacciano per persone di livello ma non lo sono affatto. Però fa notare l'importanza di questo personaggio: e in effetti in Nashville la Chaplin è un clown, come in Shakespeare, come Charlie Chaplin suo padre, un personaggio apparentemente ridicolo ma che va a toccare tutti i punti fondamentali, quelli scoperti e quelli più profondi e nascosti. Un clown femmina, candida, goffa, ridicola, ma profonda: come Charlot suo padre.
In particolare, questo: a 1h35' a colloquio con Mr. Triplette che ne ride
Geraldine Chaplin: ... io ho una mia teoria sull'assassinio politico. Ritengo che persone come Madame Pearl e tutti quelli che girano armati in questo Paese siano i veri assassini, perché incitano (they stimulate) altre persone, che forse sarebbero innocenti, a premere il grilletto.
Ed è quello di cui si sta discutendo in Usa almeno dal 2013, in Parlamento, sotto la spinta di numerose stragi causate proprio da queste armi onnipresenti.


(continua)

(le immagini del film vengono da www.imdb.com )

Nashville ( II )


Nashville (1975) Regia di Robert Altman Scritto da Joan Tewkesbury Fotografia di Paul Lohmann Montaggio di Dennis Hill Musiche: vedi elenco Interpreti: David Arkin (Norman ), Barbara Baxley (Lady Pearl) Ned Beatty (Delbert Reese ) Karen Black (Connie White) Ronee Blakley (Barbara Jean) Timothy Brown (Tommy Brown) Keith Carradine (Tom Frank ) Geraldine Chaplin (Opal ) Robert DoQui (Wade ) Shelley Duvall (L. A. Joan ) Allen Garfield (Barnett) Henry Gibson (Haven Hamilton ) Scott Glenn (Pfc. Glenn Kelly) Jeff Goldblum (Tricycle Man ) Barbara Harris (Albuquerque) David Hayward (Kenny Fraiser ) Michael Murphy (John Triplette ) Allan Nicholls (Bill ) Dave Peel (Bud Hamilton ) Cristina Raines (Mary ) Bert Remsen (Star ) Lily Tomlin (Linnea Reese ) Gwen Welles (Sueleen Gay ) Keenan Wynn (Mr. Green ) James Dan Calvert (Jimmy Reese ) Donna Denton (Donna Reese ) Merle Kilgore (Trout ) Carol McGinnis (Jewel ) Sheila Bailey (Smokey Mountain Laurel ) Patti Bryant (Smokey Mountain Laurel) Richard Baskin (Frog ) Jonnie Barnett, Vassar Clements, Misty Mountain Boys, Sue Barton, Elliott Gould, Julie Christie, e molti altri. Durata: 2h30'

2.
Depistare il pubblico, creare confusione in modo che non si guardi al centro del discorso, quasi un percorso da iniziati, non è una caratteristica soltanto dei grandi pittori; lo fa James Joyce in "Ulysses", per esempio, o Dostoevskij nei "Demoni", o Fellini e Kubrick nei loro film. La cosa curiosa è che anche molti critici cinematografici ci cascano (non solo gli spettatori) e finiscono con l'indicare dettagli non fondamentali come se fossero quelli più importanti. Mi piace immaginare l'autore che ride, quando noi non lo vediamo, di certe nostre osservazioni (comprese le mie, of course).
 

Il tema delle armi è dunque al centro di "Nashville":
- Riesci a spiegarti in qualche modo questi assassinii?
« Se si tratta di un assassinio politico, credo che chi uccida abbia la consapevolezza di non essere solo. Non credo che un assassino possa uccidere qualcuno se non sa di essere spalleggiato. Questa è la differenza tra assassinio e omicidio. E' come se la gente gli dicesse: "Quell'uomo deve essere ucciso, è un mostro, sta rovinando il nostro Paese". Per cui l'assassino sente di avere un mandante, anche se non ufficiale; sente di uccidere un'idea, una figura pubblica, e dice: “L'ho fatto io. Sono importante quanto la persona che ho cancellato". Io non mi sento responsabile dell'assassinio di nessuno. E' contro ogni logica, In carcere ci sono ancora quattro o cinque persone che hanno commesso assassinii politici, come Sirhan Sirhan che ha sparato a Robert Kennedy, Hinckley che non è riuscito a uccidere Reagan, e James Earl Ray che forse, e dico forse, ha ucciso Martin Luther King. E nessuno sa dirti perché ha fatto ciò che ha fatto. Non lo sappiamo e accettiamo la cosa: magari è successo perché sono pazzi, oppure perché attraverso il loro gesto volevano richiamare l'attenzione su di sé: "Sono stato io a uccidere Tizio e Caio". In Nashville tutti pensavano che sarebbe stato assassinato il candidato politico, perché questo è un fatto accettabile. Invece io ho fatto uccidere la donna di spettacolo, e non sappiamo il perché.»
- Alla fine tutti si mettono a cantare It Don't Worry Me...
« Le cose brutte succedono e la vita continua... credo vada così. Questi eventi non ci insegnano nulla. Accettiamo qualunque cosa succeda solo per il fatto che è successa. La forza del film risiede nella sua impronta politica e il fatto che parlasse di musica country non era nient’a1tro che una metafora. Se fosse stato un film per la Paramount, che alla fine lo distribuì, non ne avrebbero lasciato neanche un minuto così come è.»
(da "Altman racconta Altman" a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli 2012, pagine 105-106)
Altman dice anche che gli furono mosse accuse dopo l'assassinio di John Lennon, cinque anni dopo l'uscita del film. Ovviamente la risposta è seccata, casomai "Nashville" era un avvertimento a stare attenti, c'erano già stati tanti altri assassinii di persone famose, a partire dai Kennedy, e la questione ci riguarda tutti. Oggi possiamo dire che è purtroppo vero, le persone armate sono sempre di più e non si tratta di un revolver o di una doppietta da cacciatori, ma di mitragliatori, fucili a pompa, bazooka, alle volte (come è successo poche settimane fa tra Piemonte e Lombardia) un vero arsenale da guerra, con tanto di missili aria-aria.

 
Altri miei appunti presi durante la visione:
1) a 20 minuti dall'inizio c'è l'ingorgo, che può far pensare all'inizio di "Roma" di Federico Fellini ma che invece riflette un vero ingorgo incontrato dall'autrice della sceneggiatura Joan Tewkesbury appena giunta a Nashville.
Geraldine Chaplin (Opal): Vorrei che il mio cameraman fosse qui, non c'è mai quando serve! Mi serve una cosa come questa per il documentario, questa è l'America: macchine accatastate e cadaveri maciullati. (però non si vedono cadaveri, in questa scena; qui c'è solo un bambino che mangia un gelato, in primo piano a sinistra)
2) In queste sequenze, Barbara Harris dice che sa riparare e vendere i camion: è il personaggio che va tenuto d'occhio in tutte le sue apparizioni (brevissime) perché il finale sarà suo.

 
3) la signora Pearl parla dei "Kennedy boys" (John e Robert Kennedy), si lamenta che nel Tennessee sono tutti battisti e che "non si fidano di un cattolico neppure se è una brava persona" (si ricorda che il Tennessee fu uno dei pochi stati a non votare per Kennedy)
4) Prima, a 1h32', Geraldine Chaplin nel deposito degli autobus gialli, a riflettere sul significato del colore giallo (Altman dice che la mandava avanti a improvvisare...)
5) Nel finale, il Parthenon di Nashville (l'Atene del Tennessee...) dove c'è il concerto finale e dove verrà uccisa la cantante protagonista: a colpi di pistola.
6) se l'avessi visto al cinema difficilmente avrei capito chi era la biondina che canta nel finale; facendo scorrere il film dall'inizio ho invece potuto notare che Altman la mette quasi ovunque nel corso del film. Magari in piccole scene, ma Barbara Harris c'è sempre. Noi preferiamo guardare gli altri personaggi, ci concentriamo su di essi, e questo è tipico della nostra vita dove difficilmente riusciamo a cogliere le cose più importanti intorno a noi (nella vita e nel film). Un dettaglio da grande pittore, un Leonardo o un Bosch...
7) la canzone finale, "It don't worry me", si potrebbe quasi tradurre con "ma che mi frega"; e quante volte me lo sono sentito dire, "ma che te frega", anche davanti a cose importanti. Non toccavano me direttamente, quindi dovevo lasciar perdere, dire e pensare "a me che me ne frega", "cosa gliene frega a lui". Nasce da questo modo di pensare anche Auschwitz...
8) il libro citato, "Altman racconta Altman" a cura di David Thompson, ed. Feltrinelli, è molto bello e ricco di informazioni su tutto il lavoro di Altman, compresi i telefilm degli anni '50.
 

In conclusione, "Nashville" è un film da rivedere più volte, segnandosi bene i vari personaggi e magari dimenticandosi della musica country, come spiega bene Altman nel libro.
Per oggi mi segno questi attori e personaggi:
- Barbara Harris (Albuquerque) è un personaggio buffo ma avrà tutto il finale, un altro clown importante
- Cristina Raines (Mary) bellissima, in trio con Carradine, da sogno
- Lily Tomlin (Linnea) cantante, maestra di due bambini sordomuti
- Keenan Wynn (Mr Green) è il signore anziano che rimane vedovo nel corso del film ed è (nel film) lo zio di Shelley Duvall
- Gwen Welles (Sueleen) che non sa cantare ma che fa uno streaptease per cercare di fare strada ugualmente nel country
- Karen Black (Connie) che è la rivale della protagonista; canta delle belle canzoni ma non è un personaggio fondamentale
- Ronee Blakely, la protagonista, futura moglie di Wim Wenders nel 1979-1981. Altman dice che le sue canzoni sono molto belle, a differenza di molte delle altre che ascoltiamo nel film (escluse ovviamente quelle di Keith Carradine)
- Keith Carradine, protagonista, autore di "I'm easy" e di "it don't worry me"; piace alle ragazze, nel film avrà una donna diversa ogni sera.
- Geraldine Chaplin (Opal) una giornalista inglese o forse no
- Shelley Duvall (LA Joan) : il suo personaggio pensa solo al sesso
- Allen Garfield: manager e marito della protagonista
- Ned Beatty: marito di Lily Tomlin
- Henry Gibson (Haven Hamilton): l'insopportabile cantante che inizia il film
- Jeff Goldblum: breve apparizione sul chopper triciclo
- Scott Glenn; breve apparizione come un soldato in divisa
- Elliott Gould: se stesso, in visita alla festa
- Julie Christie: se stessa, in visita alla festa
La musica del film è tutt'altro che memorabile, con qualche eccezione ("I'm easy" è molto bella); le canzoni sono quasi tutte opera degli attori che le interpretano. Queste canzoni sono state molto criticate dagli appassionati di country, ma- dice Altman - " è giusto così".

 


(le immagini del film vengono dal sito www.imdb.com )