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venerdì 15 novembre 2019

La proprietà non è più un furto


La proprietà non è più un furto (1973) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri e Ugo Pirro. Fotografia di Luigi Kuveiller. Musiche di Ennio Morricone. Interpreti: Ugo Tognazzi, Flavio Bucci, Daria Nicolodi, Salvo Randone, Mario Scaccia, Orazio Orlando, Elena Fabrizi, Ada Pometti, Cecilia Polizzi, Julien Guiomar, Jacques Herlin, Ettore Garofolo, e altri. Durata: due ore

"La proprietà non è più un furto" è un film del 1973, che arriva dopo "La classe operaia va in paradiso" e precede "Todo modo". E' uno dei film più duri e difficili che ho incontrato, del tutto scomparso dalla programmazione tv, una vera e propria censura non tanto politica e nemmeno per il sesso (figuriamoci, con tutto quello che passa in tv a ogni ora...) ma dovuta proprio alla difficoltà e alla durezza della narrazione. Il film all'uscita fu vietato ai minori di 18 anni, non so se il divieto persista ancora ma in ogni caso sarebbe ora di lasciar perdere quel divieto, visto e considerato che i condannati per truffa ai danni dello Stato, qui da noi, vanno ogni sera al telegiornale a spiegare cosa fare per raddrizzare l'Italia. E' un effetto che Elio Petri e Ugo Pirro (autori del soggetto e della sceneggiatura) non potevano prevedere, sta di fatto che gli italiani votano da decenni, e con sempre maggior seguito, per partiti fondati da condannati in via definitiva al carcere per corruzione, per mafia, per evasione fiscale, o magari per essersi intascati i soldi dei loro stessi elettori. Davanti a questi fenomeni, il Tognazzi protagonista di questo film sembra una mammoletta.


Il soggetto è questo: un impiegato di banca (Flavio Bucci), stufo di contare i soldi degli altri e per di più allergico al denaro, decide di passare all'azione. La sua vittima sarà dapprima un ricco macellaio (Ugo Tognazzi), poi andrà a cercare un ladro vero e proprio, un artista del furto (Mario Scaccia), ma la storia finirà male. Finirà male per il povero impiegato, s'intende, e per il suo maestro: i ladri veri se la passano benissimo e il film si concluderà con un monologo paradossale sulla necessità sociale dell'esistenza dei ladri, recitato da Gigi Proietti. Come faremmo senza i ladri, cosa sarebbe della nostra società senza chi ruba?


"La proprietà non è più un furto" fu accolto malissimo, sia dalla critica che dal pubblico, e anche dagli intellettuali. Penso che lo abbiano capito in pochi, e che tra quei pochi che l'hanno capito molti se la siano presa a male. Gli operai e la FIOM (il sindacato dei metalmeccanici), a cui fu presentato in anteprima, contestarono duramente Petri; che d'altra parte scriverà cose come questa, presa da un bel documentario a lui dedicato:
«Nell'ultimo periodo della mia vita io ho fatto film sgradevoli. Sì, film sgradevoli in una società che ormai chiede gradevolezza a tutto, persino all'impegno. I miei film, al contrario, oltrepassano addirittura il segno della sgradevolezza. A cosa è imputabile tutto questo? Perché faccio film così? Evidentemente, è per una netta sensazione di essere arrivato al punto in cui mi pare che tutte le premesse che c'erano quando io ero ragazzo si siano proprio vanificate. La società ha preso tutto un altro indirizzo, e in me questo non poteva non lasciare una traccia profonda.»
(da "Appunti su un autore", 2005, documentario su Elio Petri a cura di F. Bacci, N. Guarneri e S. Leone)
Sgradevole, come l'omino di Altan viene da dire; e forse è stata una fortuna per Petri che gli sia stato risparmiato quello che è arrivato dopo. Per mia fortuna avevo messo da parte questo ottimo documentario su Elio Petri (realizzato da F. Bacci, N. Guarneri e S. Leone nel 2005) e sono riuscito a prendere qualche punto di riferimento.

Direi che su tutto domina l'ambiguità, a partire dai titoli di testa (un dipinto di Renzo Vespignani con i volti degli attori) dove al centro c'è il volto di Mario Scaccia, diviso a metà dal trucco. In questo film, infatti, non è Salvo Randone (che pure è presente) il personaggio chiave, ma è proprio Scaccia; e bisogna fare attenzione proprio alle scene in cui compare Scaccia. L'ambiguità intesa nel senso che nessuno dei protagonisti è positivo, il poliziotto è ambiguo, il protagonista (come gli rimproverà il padre) non è né carne né pesce, né ladro né onesto; la donna si presta volentieri a essere considerata una cosa e lo dice apertamente. Quanto al ricco macellaio, in teoria è il più sporco di tutti, ma quando ha in mano un'arma decide di non usarla e ha perfino dei momenti di comprensione umana verso il prossimo.

Dal documentario citato ho preso queste osservazioni su "La proprietà non è più un furto", dettagli raccontati dai collaboratori di Petri e dagli stessi attori:
1) "l'attore è come un ladro", e qui Flavio Bucci ruba a Tognazzi (macellaio) proprio i simboli del suo mestiere e del suo successo: il coltello, la casa, l'automobile, la donna... Gli attori "rubano" alle persone che incontrano, e alla vita (la loro, e quella degli altri).
2) "l'avere distrugge l'essere": nel film c'è una citazione esplicita sull'avere e sull'essere, Erich Fromm era molto citato in quegli anni, se ne parlava molto, e questo è un altro tema fondamentale per il film.
3) Tognazzi è un macellaio, come in Brecht ma anche come in Slawomir Mrozek (Il mattatoio) e anche questo è un simbolo molto evidente. Un macellaio molto ricco, facoltoso, e anche disonesto. Il romanesco volutamente artefatto di Tognazzi (che avrebbe sicuramente potuto farlo molto meglio) è un altro elemento da non sottovalutare, un prendere le distanze, il sottolineare che questo personaggio, pur reale, è un simbolo o una maschera; c'è qualcosa che va oltre il personaggio in sè. Il capitalismo, ambiguità, arroganza... Quando gli danno in mano un fucile per sparare al ladro, Tognazzi non spara: non ne ha nessuna intenzione, non è il suo ambito.
4) Vedere Tognazzi in questo film fa pensare a "La tragedia di un uomo ridicolo" di Bertolucci; direi che i due film sono speculari, forse è addirittura lo stesso film. Con Bertolucci Tognazzi interpreta un allevatore di maiali, si vedono le scene del macello, la preparazione delle salsicce, tutte cose che in Petri vengono solo dette e rimangono lontane anche se ben presenti. "L'uomo è un animale carnivoro" è la frase incisa sulle pareti della macelleria, vicina alla cassa. Nel film di Bertolucci c'è il sequestro del figlio, in Petri il furto delle cose materiali.
5) il personaggio di Bucci, all'inizio, è un bancario che è allergico al denaro; da qui parte la sua ribellione, o meglio la sua ricerca di un autentico se stesso che però non troverà. A un certo punto, dopo aver rubato molto, suo padre (Salvo Randone) gli dirà: "non sei un ladro ma non sei nemmeno onesto; e allora, cosa sei?". Nel documentario, a proposito di questo dettaglio, si dice: "il denaro brucia". (da "Appunti su un autore", 2005, documentario su Elio Petri a cura di F. Bacci, N. Guarneri e S. Leone)
 

Gli attori: Ugo Tognazzi è il ricco macellaio che ruba sul peso della carne, ma fa anche speculazioni immobiliari, fa lavoro nero, evasione fiscale; truffa l'assicurazione, corrompe i funzionari di banca, e altro ancora. Daria Nicolodi è "la sua concubina" per usare la definizione data dal poliziotto; nel suo monologo (ogni personaggio ha un suo monologo, guardando in camera direttamente verso noi spettatori) dice che lei è come se fosse una cosa, che è stata comperata come i pelati al negozio, e ride verso noi spettatori, l'essere considerata una cosa non le dispiace.
Flavio Bucci (un grande attore di cui ci si dimentica troppo spesso) è il protagonista, Salvo Randone è suo padre, anche lui bancario ma in pensione. Qui Randone è un po' defilato rispetto agli altri film di Elio Petri, ma le sue battute sono importanti e Petri gli affida la chiusura del film. Orazio Orlando è l'ispettore di polizia, parte importante e che va ricollegata in parte a "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"; ma è Tognazzi quello che somiglia Volontè ispettore di polizia per Petri, le basette e la pettinatura identici a quelli di Volonté in "Indagine", anche molte sue espressioni nei primi piani. E infine Mario Scaccia, che nel film è attore di teatro ma anche abilissimo scassinatore, ladro sopraffino; lo vediamo in teatro nel numero del cabarettista metà uomo e metà donna, un'ambiguità che non è solo sessuale, tutt'altro: qui il sesso è solo un depistaggio dell'autore. Nel dipinto all'inizio del film il volto di Scaccia è proprio come in questo numero comico, diviso verticalmente a metà (come in Calvino, "Il visconte dimezzato" ?). Mario Scaccia è un altro grande attore di teatro, utilizzato poco e male dal cinema italiano: qui si ha un'idea di cosa avrebbe potuto fare, magari anche solo con uno sguardo. Nel film c'è anche Gigi Proietti: appare nel finale, e a lui spetta il discorso in lode dei ladri, modellato sul Bruto di Shakespeare. Un altro monologo notevolissimo, tenuto per il funerale di Albertone (il personaggio di Mario Scaccia). In piccoli ruoli si vedono anche Elena Fabrizi, sorella di Aldo (all'inizio, cliente di Tognazzi al negozio) ed Ettore Garofolo, che fu protagonista di "Mamma Roma" con Pasolini (è uno degli "allievi" di Mario Scaccia).
Il film è molto bello nelle immagini, magnifici i colori (ricorda molto "Partner" di Bertolucci, o i film di Ferreri di quegli anni, come "Dillinger è morto"). Il direttore della fotografia è Luigi Kuveiller; notevole anche la musica di Ennio Morricone.


Altre note prese durante la visione: 1) Tognazzi ha in casa un quadro di Campigli 2) oggi ci sono le macchine che contano le banconote, il lavoro di Flavio Bucci non esiste più. 3) si può notare la brillantina sui capelli del poliziotto Orazio: oggi c'è chi usa il gel, che unge di meno e ha la stessa funzione, ma all'uscita del film era roba da vecchi, completamente fuori moda 4) molti marmi nella macelleria, come era normale, ma molti marmi anche in casa del macellaio, marmi ovunque che danno un aspetto piuttosto cimiteriale. 5) non ho trovato l'elenco dei posti dove è stato girato il film, ed è un peccato. 6) nella scena in cui Scaccia va a rubare le pellicce, si vede per un istante il bigliettino del metronotte. I metronotte oggi sono stati sostituiti dalle guardie giurate, ma erano una presenza molto comune; passavano una volta o due davanti ai bar e ai negozi, davano un'occhiata che tutto fosse in ordine e lasciavano il bigliettino a testimonianza del loro passaggio, così il cliente sapeva che il controllo era stato effettuato. Nel film, il metronotte strizza l'occhio al ladro. (Un metronotte è descritto con simpatia da Carlo Emilio Gadda in "La cognizione del dolore", all'inizio) 7) la cravatta dei bancari: "posso tenere i guanti?" chiede Flavio Bucci al suo capo, che gli risponde; "sì, basta che non tolga la cravatta". Giacca e cravatta, e camicia bianca, erano d'obbligo in banca e anche in molte altre ditte. 8) ci sono riferimenti alla morte di Pinelli e alla strage di Piazza Fontana a Milano, del 1969, nella scena in cui muore Albertone, in questura. Le preoccupazioni dell'ispettore di polizia sono riferibili a ciò che successe a Milano con Pinelli. 9) infine, "la proprietà è una malattia, non un furto": lo dice Flavio Bucci, verso il finale, con riferimento alla sua allergia - ma non solo.


 
 
 

giovedì 23 agosto 2012

Elio Petri: "Indagine" ( I )

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri e Ugo Pirro. Fotografia Luigi Kuveiller. Scenografia: Carlo Egidi. Costumi: Angela Sammaciccia. Musica di Ennio Morricone. Interpreti: Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan (voce di Ileana Zezza), Gianni Santuccio (il questore), Salvo Randone (l’idraulico, doppiato da Corrado Gaipa), Massimo Foschi (il marito della Bolkan), Sergio Tramonti (il giovane anarchico), Orazio Orlando (il brigadiere), Aldo Rendine (Panunzio), Arturo Dominici (dottor Mangani), Vittorio Duse (Canes), Fulvio Grimaldi (il giornalista) Durata: 1h55’

Per molti anni non sono riuscito a farmi un’idea precisa di “Indagine”: quando uscì ebbe un enorme successo, tutti ne parlavano, il film era molto spettacolare, non si era mai visto prima un poliziotto così cattivo e corrotto, la Bolkan era bellissima, eccetera. Ma quando “Indagine” è uscito c’era appena stata la strage di Piazza Fontana (dicembre 1969), i giornali e il telegiornale erano pieni di notizie poi rivelatesi false (Pietro Valpreda veniva indicato come un mostro, ma le prove contro di lui erano state costruite apposta: lo si saprà di preciso solo molti mesi dopo), fuori dai tg si parlava molto del questore Guida e dei suoi trascorsi fascisti (fascismo storico: siamo ai primi anni ’70, molti funzionari ex fascisti erano rimasti ai loro posti). E poi l’accento siciliano di Volonté, la mafia, lo scacciapensieri di Morricone, il sesso, l’iperrealismo, l’esagerazione, la recitazione irritante e sopra le righe, insomma dietro a questo film di Elio Petri c’erano un’infinità di cose che lo rendevano difficile da decifrare. In più, il film è del 1970, io avevo undici-dodici anni, ero quasi un bambino, comunque troppo giovane per capirci davvero qualcosa.
A complicare ancora di più le cose erano venuti i molti film che ne avevano sfruttato il successo, e che avevano un titolo simile, soprattutto quelli di Damiano Damiani: “Perché si uccide un magistrato”, “L’istruttoria è chiusa, dimentichi”, e tutto un filone di titoli che sarebbe divertente mettere qui in elenco, arrivando fino a “Non si sevizia un paperino” (sempre con la Bolkan protagonista) e “Bisturi la mafia bianca”, film che passavano per essere di denuncia ma che invece non avevano quasi nulla da dire, a parte la voglia di sfruttare un filone venuto di moda.
Il film successivo di Petri, “La classe operaia va in Paradiso”, sarebbe stato di tutt’altro genere. Elio Petri, come Stanley Kubrick, ha sempre fatto film molto diversi l’uno dall’altro: diversi per stile, per tematica, per argomento. Anche questo contribuisce a rendere poco classificabili i film di Petri, ci si aspetta da lui una cosa e invece ne fa un’altra; penso che fosse difficile accettare di avere in casa nostra un regista così grande, spettacolare e profondo, irritante e pieno di fascino; in America poteva succedere, da noi era una cosa nuova.
Ancora oggi, scorrendo le pagine di internet in cerca di notizie e immagini, ho trovato le stesse perplessità e le stesse difficoltà a capire: sembra che il tempo sia passato invano. Per esempio, gran parte della critica (anche quella ufficiale, ahinoi) non ha ancora capito la differenza tra “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e i tanti film della serie “Milano violenta”, “La polizia incrimina la legge assolve”, eccetera. Ho perfino trovato “Indagine” catalogato nel “poliziottesco”, insieme ai filmetti che ho citato sopra: purtroppo, è da più di vent’anni che una parte consistente della critica (Marco Giusti e Tatti Sanguineti in testa) ha deciso che i film di serie B e serie C degli anni ’70 sono dei capolavori incompresi, e che i nomi dei loro registi e attori vanno messi al pari di quelli più importanti e celebrati. Non è così, e sarebbe ora di dirlo: i film di Fulci o di Bava o di Dario Argento erano quelli girati in fretta, volutamente dozzinali, che passavano subito ai cinema dei piccoli paesi, per un pubblico di bocca facile. Ci si può anche divertire a vederli, li si può anche amare e volergli bene, ma da qui a farli passare per capolavori la distanza è enorme. Il fatto che la critica non sappia più distinguere tra un capolavoro e un filmetto simpatico è davvero uno caratteri distintivi di questo momento storico – speriamo che passi presto.
Nel frattempo, complici anche tutte queste cose che ho descritto qui sopra (e molto altro ancora) devo confessare che è solo da pochi anni che sono riuscito a mettere a fuoco la figura di Elio Petri. Ho incominciato a interessarmi a lui dopo aver visto “Todo Modo”, che è del 1975 (quindi ero già prossimo ai diciott’anni), ma per avere un’idea chiara della sua filmografia ho dovuto aspettare ancora molti anni.
Alla fine, però, complice anche un po’ di fortuna (lo stavo rileggendo in questi giorni) non ho avuto dubbi: il riferimento principale per “Indagine” è George Orwell, 1984.
Per capire che cosa intendo, bisogna andare alla terza parte del libro, quella finale, il lungo interrogatorio di O’Brien con Winston ormai arrestato, perduto, imprigionato. Però prima porto un momento dal film di Petri: siamo al minuto 31, il monologo di Volonté appena nominato capo dell’Ufficio Politico, davanti ai suoi collaboratori: una riunione “all’americana”, come dice lo stesso Volonté. Il discorso inizia in perfetto stile burocratico, da verbale di polizia, qualcosa di vago e di non chiaro, che però diventa chiarissimo all’ascolto.
- Da oggi assumo la direzione dell’Ufficio Politico. Voi sapete tutti che io fino a ieri mi sono occupato, e con un certo successo, di assassini. Non essendo significata che abbiano designato proprio me, in questo momento, alla direzione dell’Ufficio Politico, ciò è stato deciso poiché tra i reati comuni e i reati politici sempre più si assottigliano le distinzioni, che tendono addirittura a scomparire. Questo scrivetevelo bene nella memoria: sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo, sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale. (...) Le loro azioni tendono al medesimo obiettivo (...) e cioè il rovesciamento dell’attuale ordine sociale.
Volonté prosegue con l’elenco dei reati da perseguire, mettendo insieme scioperi, cortei, rapine, stupri, schedature, bancarottieri, riviste politiche... E poi conclude così:
- L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite. L’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, e ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della Legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà!
(da "Indagine" di Elio Petri, minuto 30-31)
Sono molti i rimandi e le suggestioni che partono da queste ultime righe. Al di là delle volute esagerazioni interpretative di Volonté (grandissimo e iper reale), si va dal Castello e dal Processo di Franz Kafka (“Noi siamo a guardia della Legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo”) fino all’Edipo Re e all’Antigone (“Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere”) magari passando per Voltaire (Candide, Zadig...). Moltissime anche le somiglianza con “Todo modo” di Sciascia, soprattutto quando si parla del Potere e del suo vero fine.
Le ultime frasi, però, sono proprio Orwell:
George Orwell, da “1984”:
S'avvicinò al letto. « Per sempre» disse. « E ora prendiamo in esame la questione del "come" e del "perché". Tu ti rendi conto benissimo come il Partito mantiene se stesso al potere. Ora dimmi un po' perché ci teniamo cosí stretti al potere? Quale ne è la ragione? Perché vogliamo il potere? Su, parla» aggiunse, mentre Winston rimaneva zitto.
Ma Winston non disse niente ancora per un minuto o due. Una sensazione d'immensa stanchezza l'aveva invaso. Un debole e folle lampo d'entusiasmo tornò nello sguardo di O'Brien. Winston sapeva già quel che O'Brien avrebbe detto. Avrebbe detto che il Partito non ricercava il potere per i suoi propri fini, ma soltanto per il bene della maggioranza; che ricercava il potere perché gli uomini in massa sono deboli e vili creature che non sanno sopportare la libertà o rendersi conto della verità e debbono essere governate e sistematicamente ingannate da altre persone che siano piú forti di esse; che per l'uomo c'è una sola alternativa: di scegliere, cioè, tra la libertà e la felicità, e la maggior parte degli uomini tra le due preferisce la felicità; che il Partito era una sorta di tutore permanente dei deboli, una setta che si dedicava a compiere il male in modo da preparar l'avvento del bene, che sacrificava la propria felicità a beneficio di quella degli altri. La cosa piú terribile, pensò Winston, sarebbe stata che O'Brien, una volta dette quelle parole, ci avrebbe creduto. Gli si sarebbe potuto leggere in faccia. O'Brien sapeva ogni cosa. Sapeva mille volte meglio di Winston che cos'era realmente il mondo e in quale degradazione vivevano le masse di individui, e con quali specie di menzogne e di barbarie il Partito ve li manteneva. Tutto aveva capito, tutto aveva pensato, e nulla contava piú: tutto era perfettamente e totalmente giustificato dal fine supremo. Che cosa si può, pensava Winston, contro un pazzo che è piú intelligente di noi, che si degna di ascoltare i nostri argomenti, e che quindi persiste nella sua pazzia?
« Voi ci governate per il nostro bene » disse Winston a voce bassa. « Voi credete che gli uomini non sono capaci di governarsi da sé, e quindi... »
Diede un balzo e quasi mise un grido. Un brivido di dolore gli era passato attraverso il corpo. O'Brien aveva spinto la leva del quadrante fino al trentacinque.
« Questa risposta è stupida, Winston, proprio stupida! » disse. « Stupida, e lo sai benissimo; m'aspettavo di meglio da te. »
Lasciò andare la leva e continuò:
« Ora risponderò io stesso alla mia domanda. Sta a sentire. Il Partito ricerca il potere esclusivamente per i suoi propri fini. Il bene degli altri non ci interessa affatto; ci interessa soltanto il potere. Né la ricchezza, né il lusso, né una vita lunga, né la felicità hanno un vero interesse per noi; ci interessa soltanto il potere, il potere puro. Ti dico subito ciò che significa potere puro. La differenza tra noi e le oligarchie del passato consiste in questo, che noi sappiamo quel che facciamo. Tutti gli altri, anche quelli che ci rassomigliarono piú da vicino, erano tutti vili e ipocriti. I nazisti tedeschi e i comunisti russi si avvicinarono molto ai nostri metodi, ma non ebbero mai il coraggio di dichiarare apertamente i loro motivi, le loro ragioni. Essi pretesero, e forse perfino credettero, d'essersi impadroniti del potere contro la propria elezione e iniziativa, e per un tempo limitato, e che all'angolo della strada ci fosse un paradiso nel quale gli uomini potessero essere liberi e uguali. Noi siamo tutt'altra cosa. Noi sappiamo benissimo che nessuno s'impadronisce del potere con l'intenzione di abbandonarlo in seguito. Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione, ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere. Cominci a capirmi, ora?»
(George Orwell, da “1984”, parte terza capitolo III)
(continua)

Elio Petri: "Indagine" ( II )

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri e Ugo Pirro. Fotografia Luigi Kuveiller. Scenografia: Carlo Egidi. Costumi: Angela Sammaciccia. Musica di Ennio Morricone. Interpreti: Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan (voce di Ileana Zezza), Gianni Santuccio (il questore), Salvo Randone (l’idraulico, doppiato da Corrado Gaipa), Massimo Foschi (il marito della Bolkan), Sergio Tramonti (il giovane anarchico), Orazio Orlando (il brigadiere), Aldo Rendine (Panunzio), Arturo Dominici (dottor Mangani), Vittorio Duse (Canes), Fulvio Grimaldi (il giornalista) Durata: 1h55’

Un altro momento in cui “Indagine” assomiglia a Orwell è quello in cui Florinda Bolkan chiede a Volonté di simulare un interrogatorio poliziesco, per gioco, però fatto come se fosse tutto vero.
“Dai, interrogami...” dice la Bolkan eccitata, pensando al nuovo gioco. Ma lui tace.
Bolkan, in ginocchio, sorridendo complice: Ho capito...il silenzio fa sempre paura.
Volonté: Stai dritta! (lo ripeterà altre volte, sempre con violenza, anche con gli schiaffi) Adesso cerca di immaginare che ti aspettano ore tremende, domande crudeli, inganni, ricatti, tutto. (stacca il telefono) Cerca di ricordare delle cose della tua vita che hai dimenticato, cerca di ricordare le immagini più vergognose della tua vita, e pensa che io posso sapere tutto di te, perché lo Stato mi offre tutti i mezzi per mettere a nudo un individuo (...) Solo se confessi tutto, la tua debolezza, le tue piccole vergogne quotidiane, tu puoi avere il mio perdono e la mia protezione.
Bolkan: Ho capito...fate come coi bambini.
Volontè: Ma tutto ritorna un po’ come i bambini, segnatamente al cospetto dell’autorità costituita, insomma di fronte a uno che rappresenta il Potere, la Legge, tutte le leggi, quelle conosciute e quelle sconosciute. L’indiziato ritorna un po’ bambino e io divento il padre, il modello, l’inattaccabile. La mia faccia diventa quella di Dio, della coscienza. E’ una messa in scena per toccare corde profonde e sentimenti segreti. Ma non ti turbare, vieni...(la abbraccia, sembrava seriamente spaventata) Io ti sto spiegando una mentalità perché, vedi, ma cosa credi, queste sono le basi su cui poggia l’autorità costituita. Professori, dirigenti di partito, procuratori delle imposte, capistazione... Poi finiamo col somigliarci, noi poliziotti coi delinquenti: nelle parole e nelle abitudini, qualche volta perfino nei gesti.
Bolkan: Sei come un bambino, più di tutti gli uomini che ho conosciuto.
Volontè (molto arrabbiato): Questo non lo dovevi dire, gli altri sono i bambini, io non sono un bambino!
(da “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, minuto 37’ dall’inizio)
George Orwell, da “1984”
«...Noi non ci interessiamo minimamente a quegli stupidi delitti che hai commessi. Il Partito non s'interessa degli atti compiuti apertamente: l’unica cosa che ci interessa è il pensiero. Noi non ci contentiamo di distruggere i nostri nemici, noi li trasformiamo. Ti rendi conto di quel che voglio dire?»
Era chino su Winston. La faccia sembrava enorme a causa della vicinanza, e sembrava anche sgradevolmente brutta, per il fatto che era veduta dal basso. Oltre a ciò era pervasa da una sorta di esaltazione, da quell'intensa frenesia propria dei pazzi. Il cuore di Winston ebbe un balzo. Se fosse stato possibile, avrebbe voluto rannicchiarsi ancor di piú nel letto. Ebbe la certezza che O'Brien stava per forzare il quadrante fin sulla soglia dell'incredibile. In quel momento, tuttavia, O'Brien s'era voltato di là. Fece su e giú qualche passo e quindi riprese con accresciuto calore:
« La prima cosa di cui devi renderti conto è che in questo luogo non c'è posto per il martirio. Avrai letto delle persecuzioni religiose del passato. Nel Cinquecento c'era 1'Inquisizione. E fu un completo disastro. Fu creata con lo scopo di sradicare l'eresia e terminò invece col risultato di perpetuarla. Per ogni eretico che veniva arso sul rogo, ve n'erano altri mille che sorgevano al suo posto (...)
(...) Tacque, e per un momento riprese quella sua aria di maestro di scuola che fa le domande a uno scolaretto promettente:
« Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro uomo, Winston?»
Winston ci pensò un po' su. « Facendolo soffrire » disse infine.
« Esattamente. Facendolo soffrire. L'obbedienza non basta. Se non soffre, come si fa a essere sicuri che egli non obbedisca alla sua volontà, anziché alla tua? Il potere consiste appunto nell'infliggere la sofferenza e la mortificazione. Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli degli uomini e nel ricomporli in nuove forme e combinazioni di nostro gradimento. Riesci a vedere, ora, quale tipo di mondo stiamo creando? Esso è proprio l'esatto opposto di quella stupida utopia edonistica immaginata dai riformatori del passato. Un mondo di paura, di tradimenti e di torture, un mondo di gente che calpesta e di gente che è calpestata, un mondo che diventerà non meno, ma píú spietato, man mano che si perfezionerà. Il progresso, nel nostro mondo, vorrà dire soltanto il progresso della sofferenza. Le civiltà del passato pretendevano di essere fondate sull'amore e sulla giustizia. La nostra è fondata sull'odio. Nel nostro mondo non vi saranno altri sentimenti oltre la paura, il furore, il trionfo, e l'auto mortificazione. Tutto il resto verrà distrutto, completamente distrutto. Già stiamo abbattendo i residui del pensiero che erano sopravvissuti da prima della Rivoluzione. Abbiamo abolito i legami tra figli e genitori, tra uomo e uomo, e tra uomo e donna. (...)
(George Orwell, da “1984”, parte terza capitolo III)
Al finto interrogatorio di Florinda Bolkan (ma le sberle sono vere) segue dal minuto 47 l’interrogatorio vero con il marito di lei, primo sospettato ma del tutto innocente. Lo interpreta un grande attore di teatro, Massimo Foschi; Volonté gli offre un caffè, parla degli arredi in Liberty, è amichevole e comprensivo. Quando se ne va, il gesto con cui lo prende in giro come omosessuale è perfetto, l’ho visto fare anch’io molte volte. Prima dice “non è colpevole” scherzando e facendogli il verso, poi lo dice seriamente, con durezza.
Sono passati pochi mesi dal caso Boffo, dal caso Marrazzo: un giornalista e un politico che si sono trovati ad essere ricattabili, per gli stessi motivi che toccano a Massimo Foschi in questo film. Oggi, come nel 1970, l’importante è schedare, poi le schedature rimangono e possono essere usate. A completare la somiglianza, in questa sequenza di “Indagine” si parla anche di travestiti, come nel caso dell’ex presidente della Regione Lazio. Se invece gli "eccessi" sono compiuti da una persona potente, o vicina ai potenti, qualsiasi cosa succeda viene fatta passare per un'inezia. Droga compresa, s'intende.
Sono dettagli che a prima vista sfuggono. Distratti dalla bellezza della Bolkan e dall’accento siciliano di Volonté, dalla politica, dagli arredi, e da tutto il resto, non ascoltiamo e non vediamo quello che succede veramente nel film. Di queste cose, gli autori del film (Elio Petri, Ugo Pirro, lo stesso Volonté) erano certamente consapevoli, ma il loro intento era quello di fare un film spettacolare, qualcosa che tutti potessero vedere e che facesse un buon incasso al botteghino. Con il cinema, fino a tutti gli anni ’70, era possibile rivolgersi a tutti e far discutere un’intera nazione; dagli anni ’80, con la nascita delle tv commerciali, dei videogiochi e delle pay tv, tutto è cambiato. Oggi non è più pensabile far partire un dibattito che coinvolga tutti, a partire da un film: ognuno se ne sta nella sua nicchia, ci sono i canali tematici, si possono passare anche giorni interi senza sapere cosa succede nel mondo, passando da una partita di calcio a un videoclip, da un videogame a un video porno, magari passando attraverso un canale di cucina e di viaggi. La realtà è completamente cancellata o distorta, ed è qualcosa che fa davvero paura. Il mondo descritto da Orwell, per l’appunto.
George Orwell, da “1984”:
O’Brien lo guardava con aria inquisitrice. Aveva più che mai l'aspetto di un maestro che si prenda pena d'insegnare a un ragazzo capriccioso, ma promettente.
« C'è uno slogan del Partito che riguarda il controllo del passato » disse. « Ripetilo, per piacere. »
« Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato» ripeté Winston, sottomesso.
« Chi controlla il presente, controlla il passato » disse O'Brien con un lento cenno d'approvazione del capo. «Credi davvero, Winston, che il passato abbia una esistenza reale?»
Di nuovo quella sensazione d'impotenza s'impadronì di Winston. I suoi occhi corsero al quadrante. Non solo egli non sapeva se la risposta che lo avrebbe salvato dalla sofferenza fisica era "sì” o "no", non sapeva nemmeno quale delle due risposte fosse quella ch'egli credeva realmente esatta.
O'Brien sorrise debolmente. « Tu non sei un metafisico, Winston» disse. « Fino a questo momento non hai mai considerato che cosa propriamente s'intenda per esistenza. Cercherò d'essere piú chiaro. Il passato esiste forse concretamente nello spazio? C'è da qualche parte un luogo, un mondo d'oggetti solidi, dove il passato sta ancora avvenendo? »
« No. »
« Quindi, dove esiste il passato, seppure esiste?»
« Nei documenti. Esso vi è registrato.»
«Nei documenti. E...?»
« E nella mente. Nella memoria degli uomini. »
« Nella memoria, allora. Noi, il Partito, controlliamo tutti i documenti, e controlliamo tutte le memorie. E quindi controlliamo il passato. Non è vero? »
« Ma come si può impedire alla gente di ricordarsi delle cose? » esclamò Winston, dimenticando ancora una volta il quadrante. « È un atto involontario. È fuori di noi stessi: Come potete controllare la memoria? Voi non avete controllato la mia! »
Le maniere di O'Brien divennero di nuovo brusche. Posò una mano sul quadrante.
«Al contrario » egli disse. « Sei tu che non l'hai controllata. Per questo ora sei qui. Sei qui perché hai mancato di umiltà, di disciplina verso te stesso. Tu non hai voluto fare l’atto di sottomissione che è il prezzo della saggezza. Hai preferito essere un pazzo, essere la minoranza di uno. Solo le menti disciplinate possono vedere la realtà, Winston. (...)
(George Orwell, da “1984”, parte terza capitolo III)
Nell’interrogatorio, la violenza viene delegata ad altri, ai sottoposti. Volonté è invece amichevole, vuole i nomi, è amichevole come O’Brien con Winston; e come O’Brien tortura, ma restando amichevole e confidenziale. Così si racconta anche dei torturatori cileni e argentini degli anni ’70: le cronache e le testimonianze, gli atti dei processi celebrati, raccontano di torturatori che alla fine della loro giornata si fermavano a chiacchierare con le loro vittime, dividendo il pasto, parlando di calcio, raccontando loro dei figli e della moglie che non li capisce. E poi riprendevano a torturare, come se nulla fosse: sembrano cose inventate, invece sono agli atti, se ne è parlato nei tribunali, Orwell non si è inventato niente. Questo aspetto nel film non c’è, non viene trattato apertamente ma è appena accennato: Elio Petri ha scelto la strada dell’iperrealismo, una realtà quasi caricaturale, così vera da sembrare finta. Ma questo commissario assassino, che compie di proposito un omicidio e che dissemina di indizi ogni suo passo per farsi riconoscere, non è e non può essere soltanto un commissario di polizia, la dimensione che gli spetta è un’altra, così come accade per l’O’Brien di Orwell. Ma Petri non vuole troppe analisi, la metafisica non gli interessa, e anche lui – come il suo commissario protagonista – sta solo seminando indizi ovunque, certo che saranno in pochi a rendersene conto, e quei pochi (come il personaggio affidato a Salvo Randone) avranno molte difficoltà a parlarne.
George Orwell, da “1984”:
Quell’antica sensazione che cioè, tutto sommato, non importava affatto se O'Brien fosse un amico o un nemico, era di nuovo tornata. O'Brien era semplicemente una persona con la quale si poteva parlare. Forse non c'era tanto bisogno e quindi desiderio di essere amati quanto di essere capiti. O'Brien lo aveva
torturato fino a fargli intravedere la soglia della pazzia, e tra breve, ne era sicuro, l'avrebbe anche messo a morte. Non importava nulla. In qualche senso che andava anche oltre l'amicizia, essi erano, l'uno con l'altro, in una profonda intimità (...)
(...) Winston fu colpito, come lo era stato già prima del resto, dalla stanchezza che si leggeva sulla faccia di O'Brien. Era forte, carnosa, brutale, era piena di intelligenza e d'una specie di misurata passione dinanzi alla quale egli si sentiva disarmato, ma era stanca. Aveva borse sotto gli occhi, la pelle pendeva dagli zigomi. O'Brien si chinò su di lui, quasi per fargli meglio vedere quella sua faccia consunta.
«Tu stai pensando » disse « che la mia faccia è vecchia e stanca. Tu pensi che io sto parlando del potere e che tuttavia non sono nemmeno capace di impedire al mio corpo di invecchiare e decadere. Ti rendi conto, Winston, che l'individuo è soltanto una cellula? E che l'uso, appunto, della cellula costituisce la forza dell'organismo? Muori forse quando ti tagli le unghie? »
Quindi si levò e si allontanò dal letto e riprese a camminare su e giú, con la mano in tasca.
« Noi siamo i sacerdoti del potere» disse. « Iddio è il potere. Ma in questo momento, per quanto riguarda te, il potere è soltanto una parola. Siamo arrivati al punto in cui è bene che tu abbia una qualche idea di che cosa realmente significa il potere. La prima cosa che tu devi capire è che il potere è collettivo. L'individuo raggiunge il potere solo in quanto cessa di essere individuo. Tu conosci lo slogan del Partito: "La libertà è schiavitú". Hai mai pensato che si può rovesciarlo? La schiavitú è libertà. Fino a quando è solo e libero, l'essere umano è sempre condannato alla sconfitta. Deve essere cosí, perché ogni essere umano è condannato a morire, il che costituisce la maggiore di tutte le possibili sconfitte. Ma se egli riesce a fare una completa, totale sottomissione e rinunzia, se riesce a evadere dalla sua stessa identità, se si può completamente immedesimare nel Partito, in modo da fare che egli sia il Partito, solo allora riesce a essere onnipotente e immortale. La seconda cosa che tu devi capire è che il potere significa il potere sugli uomini. Sul corpo... ma soprattutto sulla mente. Il potere sulla materia, quella che tu chiami realtà esterna, non è importante. Il nostro controllo della materia è già assoluto e totale.»
Per un attimo Winston ignorò il quadrante. Fece uno sforzo per sollevarsi a sedere e riuscì, seppure con pena, a piegare un po' il corpo.
« Ma come potete controllare la materia? » esplose. « Non riuscite nemmeno a controllare le condizioni atmosferiche o la legge di gravità. E ci sono le malattie, il dolore, la morte... »
Con la mano O'Brien gli fece cenno di tacere. « Noi controlliamo la materia perché controlliamo lo spirito. La realtà sta dentro il cranio. Tu impari, a poco a poco, Winston. Non c'è . nulla che noi non possiamo fare. Invisibilità... levitazione... tutto! Io potrei librarmi di su questo pavimento come una bolla di sapone, se volessi. Non lo voglio, perché il Partito non lo vuole. Devi mettere da parte, devi liberarti di quelle tali cognizioni ottocentesche attorno alle leggi di natura. Le facciamo noi, le leggi di natura.»
« Ma non le fate affatto voi! Non siete nemmeno padroni di tutt'intero questo pianeta. Che dirai dell'Eurasia e della Estasia? Non le avete ancora vinte!» (...)
(George Orwell, da “1984”, parte terza capitolo III)

(continua)

mercoledì 22 agosto 2012

Elio Petri: "Indagine" ( III )

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri e Ugo Pirro. Fotografia Luigi Kuveiller. Scenografia: Carlo Egidi. Costumi: Angela Sammaciccia. Musica di Ennio Morricone. Interpreti: Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan (voce di Ileana Zezza), Gianni Santuccio (il questore), Salvo Randone (l’idraulico, doppiato da Corrado Gaipa), Massimo Foschi (il marito della Bolkan), Sergio Tramonti (il giovane anarchico), Orazio Orlando (il brigadiere), Aldo Rendine (Panunzio), Arturo Dominici (dottor Mangani), Vittorio Duse (Canes), Fulvio Grimaldi (il giornalista) Durata: 1h55’

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, al di là delle apparenze spettacolari e della bellezza del film in sè, è un apologo sul Potere. In questo si apparenta molto a “Todo modo”, che Petri girerà sei anni dopo. Ma il potere, il rapporto interpersonale e non solo il potere politico o poliziesco, è il tema dominante di tutta l’opera di Elio Petri.
Nel capitolo forse più famoso di “Moby Dick” di Herman Melville è espresso molto bene questo concetto
Herman Melville, Moby Dick
capitolo XXXVI – IL CASSERO
« Vendetta su un bruto senz'anima! » esclamò Starbuck. « Su un bruto che ti colpì solo per il più cieco istinto! Ma è una pazzia! Capitano Achab, suona blasfemo odiare una creatura incosciente. »
« Stammi a sentire di nuovo. Andiamo ancora un po' più a fondo. Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell'azione viva, nel fitto preciso, lì, c'è qualche cosa di sconosciuto ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca. Se l'uomo vuole colpire, deve colpire la maschera! Come può evadere il carcerato se non forza il muro? Per me la balena bianca è quel muro. Me l'hanno spinto accanto. Qualche volta penso che lì dietro non c'è niente. Ma è sempre abbastanza. Mi chiama alla prova. Mi opprime. In essa vedo una forza che è un oltraggio, con una malizia inscrutabile che l'innerva. Quella cosa incomprensibile è soprattutto ciò che odio. Forse la balena bianca è il mandatario, e forse è il mandante, ma io gli rovescerò addosso questo mio odio. Non mi parlare di blasfemia, amico; colpirei il sole se mi offendesse. Perchè se il sole potesse offendermi, io potrei colpirlo: perchè c'è sempre una specie di lealtà nel gioco, e la rivalità presiede su tutta la creazione. Ma io non mi sento soggetto neanche a questa lealtà. Chi è sopra di me? La verità non ha limiti. Non mi guardare così! Uno sguardo stupido è più insopportabile dell'occhiata di un demonio! Ecco, adesso arrossisci e diventi pallido: il mio calore ti ha fuso, ora bruci di rabbia. Via, Starbuck, ciò che è detto con rabbia si disdice da sè. Le parole arrabbiate di certi uomini sono poca offesa. Non volevo provocarti. Scordiamole. Guarda lì, vedi quelle facce turche tutte chiazzate dal sole, quadri dipinti dalla luce, che vivono e respirano? I leopardi pagani, cose senza pensiero e senza culto, che esistono, e cercano, e non danno ragioni per la torrida vita che sentono. La ciurma, amico mio, la ciurma! Non sono tutti dal primo all'ultimo con Achab, in questa faccenda della balena? Guarda Stubb. Ride! Guarda laggiù quel cileno! A pensarci respira come un animale. Resistere dritta in mezzo all'uragano, la tua pianticella sola e sbattuta non lo può, Starbuck. E cos'è in fondo? Pensaci. Si tratta solo di dare una mano a colpire una pinna. Per Starbuck è cosa da niente. Che altro c'è? In questa impresuccia, dunque, la lancia migliore di Nantucket non si tirerà certo indietro, quando ogni mano di castello ha afferrato una cote. Ah, cominci a sentirti eccitato, lo vedo! L'ondata ti porta. Parla, dì qualcosa. Capisco, capisco. Allora il tuo silenzio è quello che vuoi dire. (A parte): Qualcosa è pure partito dalle mie narici gonfie, e l'ha aspirato nei polmoni. Ora Starbuck è mio. E non può più resistermi senza slealtà. »
« Dio mi protegga! Ci protegga tutti! » mormorò Starbuck a bassa voce.
(Herman Melville, Moby Dick, versione di Nemi D’Agostino, ed.Garzanti)
Questo aspetto, “la rivalità che presiede su tutta la creazione”, insieme a quello di una gerarchia da rispettare e che non può essere infranta, è ben presente in tutti i film di Petri e soprattutto in “La classe operaia va in Paradiso”.
Forse questo aspetto dei film non è ben chiaro ad una prima visione, ed è reso difficile anche dal fatto che su gran parte dei film di Petri (quasi tutti) vige da più di trent’anni una forma di censura molto subdola. Sui film di Petri non c’è alcun divieto, ma sono difficili da vedere e da trovare. In tv, “Todo modo” è per esempio quasi introvabile, a quanto mi risulta non c’è nemmeno il dvd: la scusa ufficiale è che si accenna all’uccisione di Aldo Moro un anno prima della sua vera morte, ma anche il Moro di Gianmaria Volonté è solo una maschera, non è il vero Aldo Moro, e questo dovrebbe essere evidente a uno spettatore attento. Viene piuttosto il dubbio che il forte messaggio di critica al Potere sia stato ben colto solo da chi davvero detiene il Potere
- L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite. L’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, e ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della Legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà!
(da "Indagine" di Elio Petri, monologo di Volonté al minuto 30-31)
A questo proposito vorrei sottolineare una parola del monologo: “sacrosanta”. “Le nostre sacrosante funzioni”: non è solo un modo di dire, la funzione del Potere qui assume un valore sacerdotale, e questo valore sacro e santo sarà ben visibile in “Todo modo”. Un valore sacerdotale del comando che però sconfina nel blasfemo, nel paganesimo e nell’idolatria: come ha spiegato in modo eccezionale Herman Melville nel brano che ho portato qui sopra.
Ovviamente, tutto quello che ho scritto qui sopra si può anche dimenticare, e guardare “Indagine” come se fosse un normalissimo film d’intrattenimento: funziona anche così, funziona benissimo, ed è grande merito di Elio Petri, grande narratore per immagini, in questo molto simile a Stanley Kubrick.
Tra gli attori, detto tutto il bene possibile di Volonté e di Florinda Bolkan, scorrendo la locandina ci si imbatte in tre grandissimi attori del teatro italiano: Gianni Santuccio (il questore), Salvo Randone (l’idraulico, doppiato da Corrado Gaipa), Massimo Foschi (il marito della Bolkan).
Gianni Santuccio è il questore, il capo di Volonté: un attore che ha fatto pochissimo cinema, è presente in alcuni sceneggiati Rai, ma soprattutto è stato una colonna portante del Piccolo Teatro di Milano, accanto a Giorgio Strehler, a Tino Carraro, e ad altri grandissimi attori, dal 1945 fino a quando è stato possibile, per decenni e in ogni ruolo immaginabile. Qui bastano poche sequenze per capirne la grandezza: il gesto con cui conduce i suoi nell’ispezione del pozzo, il rimbrotto finale a Volonté, il modo in cui respinge (una per una ) le sue confessioni.
Massimo Foschi qui ha un piccolo ruolo, il marito di Florinda Bolkan interrogato da Volonté e subito scagionato. Foschi nel 1970 aveva già interpretato da protagonista uno spettacolo leggendario, l’Orlando Furioso messo in scena da Luca Ronconi; è protagonista anche della versione tv di quello spettacolo. Il mio primo ricordo di Massimo Foschi è legato al Calibano della Tempesta di Shakespeare, sempre per la regia di Giorgio Strehler.
Ed è quasi superfluo ricordare l’importanza di Salvo Randone, che nei film di Petri va sempre a toccare il lato più oscuro e inquietante del film, quello che va a toccare noi stessi in prima persona. Randone appare qui più enigmatico e sfuggente del solito: ha visto tutto, ha capito tutto, gli hanno perfino spiegato tutto fino in fondo, ma il gioco si è fatto troppo grande per lui. Il suo personaggio è uno stagnaro, come in “I giorni contati”: avendo visto quel film, che è il primo di Elio Petri, sorge spontanea una domanda: dunque Volonté impersona la morte? E’ l’incontro con la Morte a spaventarlo così tanto, come accade con Bergman nel Settimo Sigillo, come lo stesso Randone nelle primissime sequenze di “I giorni contati”? E' la morte ad apparire a Florinda Bolkan e a giocare con lei?
Purtroppo, però, in  questo film Salvo Randone non ha la sua vera voce ma è doppiato; probabilmente era impegnato in qualche tournée in teatro e non era disponibile al momento. La voce di Randone in “Indagine” è comunque quella di un ottimo attore, Corrado Gaipa, di timbro molto simile alla sua.
Altri interpreti, volti e nomi più o meno famosi fra tv e teatro e cinema (anche di serie B e serie C), sono Sergio Tramonti (il giovane anarchico), Orazio Orlando (il brigadiere), Aldo Rendine (Panunzio), Arturo Dominici (il dottor Mangani), Vittorio Duse (Canes), e Fulvio Grimaldi che interpreta il giornalista ed è un vero giornalista, che ha lavorato a lungo per la Rai e per Paese Sera.
Paese Sera è un quotidiano veramente esistito, si pubblicava a Roma e fa da sfondo anche a un film che è strettamente parente di “Indagine”, “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio, sempre con Volonté protagonista, uscito nel 1972.
Su wikipedia ho trovato scritto che nel film appare anche Elio Petri, nei panni di un poliziotto addormentato: io l’ho cercato ma non l’ho visto, ammetto che mi sono distratto.
Altre mie note sparse: 1) Volonté dissemina di indizi ovunque, per tutto il film, ovunque ed evidentissimi, macroscopici, con lo scopo di farsi trovare sapendo che non verrà svelato; così nella Creazione gli indizi sono ovunque, così accade anche in Orwell 1984 2) Petri cita Kafka, ma il finale di “Indagine su un cittadino” è Pirandello purissimo: la verità che scompare, e addirittura un fantasma che scagiona il colpevole, quasi come in Rashomon. Un film che diventa grandioso proprio grazie a questo finale, che lo fa volare alto, ben sopra le polemiche sulla polizia e sul ’68, e ben oltre la marcata caratterizzazione di Volonté. Non a caso anche qui, in questo finale, c’è Salvo Randone. 3) “sei un bambino, fai l’amore come un bambino” dice la Bolkan a Volonté, ed è l’unica frase che veramente lo disturba, prima si arrabbia quando lei glielo dice, poi si nasconde e cerca riparo proprio come farebbe un bambino 4) i manifestanti di sinistra: “appena li abbiamo messi in galera si sono subito divisi in tanti gruppi e gruppetti” 5) le bombe, come quelle dei giorni di Piazza Fontana, qui si dice “alla questura e all’American Express” ma anche nel dicembre 1969 le bombe furono molte, non solo a Piazza Fontana 6) la tortura con acqua e sale, da bere fino a star male, fu davvero usata anche in seguito: ben documentato è il momento in cui fu usata per arrivare a liberare il generale Dozier, a Verona. 7) Pannunzio, con due enne, è il cognome di un famoso giornalista degli anni ’50: Mario Pannunzio. 8) la sala computer che si vede nel film, con le schede perforate e i nastri enormi a girare nelle loro bobine, era qualcosa di nuovissimo e di mai visto prima. Ci viene mostrata la nuova tecnologia, quella che permetterà di schedare e trovare immediatamente ognuno di noi: oggi non solo tutto questo è realtà, ma i mezzi per farlo sono avanzati così tanto che un semplice telefonino è enormemente più potente di tutta questa sala computer. 9) Antonio Pace è il nome del giovane anarchico
Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero, ha una fotografia limpida e meravigliosa (opera di Luigi Kuveiller), scenografie e locations di grande impatto, ed una colonna sonora notevolissima, firmata da Ennio Morricone:
da wikipedia:
La comune predilezione per i timbri espressivi dell'iperbole, del grottesco, dello "straniamento di matrice brechtiana", rendono il connubio tra Elio Petri e il musicista Ennio Morricone uno dei più produttivi, quantitativamente e qualitativamente, del cinema italiano. La colonna sonora di Indagine, che pare aver esercitato una notevole impressione sullo stesso Stanley Kubrick, ne rappresenta, forse, il vertice. Qui, la contaminazione tra ambito classico ed ambito popolaresco (ad esempio il mandolino suonato come fosse un clavicembalo) con gli "inserti ritmicamente imprevedibili del marranzano, del sax soprano e del contrabbasso elettrico" risultano perfettamente funzionali nell'accompagnamento dei moti convulsi della psiche disturbata del protagonista.
Una cosa curiosa di questo film è l’elenco delle scritte cancellate sui muri, che viene fatto al minuto 51, quando appare un grande W MAO.
Si tratta dell’inventario delle scritte sui muri dal 1945 in qua; sarebbe interessante completarlo, chissà se qualcuno lo ha fatto.
- Nell’anno 1948 furono cancellate duemila scritte inneggianti a Stalin, cinquanta a Lenin, mille a Togliatti, trenta al maresciallo Tito, trecento al buce, quattrocentoundici all’Uomo Qualunque. Nel 1956 invece gli Stalin scendono a cento, un calo enorme.
- E Togliatti?
- Stazionario.
- Nel 1958 un centinaio di viva Krusciov, cinquanta Mao Tze, e spuntarono anche un cinquecento “abbasso” Stalin...
- Dottore, faccio notare che per ordini superiori non furono cancellate, ovviamente.
- L’anno scorso i viva Mao arrivarono a tremila, Ho Chi Minh arrivò a diecimila, Che Guevara mille, Marcuse undici tra viva e abbasso.
- Un fatto nuovo: abbiamo notato un paio di viva a un certo Sade.
- (Volontè, ironico) eh, il marchese.
- Per l’anno prossimo si prevedono diecimila viva Mao, cinquecento viva Trotzkij, e una decina di viva Amendola, e forse ancora un cinque-seicento di viva Stalin.
(da Indagine di Elio Petri, la riunione nell’ufficio di Volonté, minuto 51)

domenica 22 luglio 2012

A ciascuno il suo ( I )

A ciascuno il suo (1967) Regia di Elio Petri. Tratto dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia. Sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, Jean Curtelin. Fotografia: Luigi Kuveiller. Musica: Luis Enrique Bacalov. Con Gian Maria Volontè, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Luigi Pistilli (il farmacista), Laura Nucci (madre di Laurana) Mario Scaccia (il prete), Leopoldo Trieste (il deputato PCI) Gianni Pallavicino (Raganà) Luciana Scalise (Rosina) Franco Tranchina (Roscio) Anna Rivero (moglie del farmacista) Orio Cannarozzo (ispettore polizia) Carmelo Olivero (arciprete) Durata: 99 minuti.

“A ciascuno il suo” di Elio Petri è un film di cui è difficile parlare, perché la parte visiva, il ritmo del montaggio, le inquadrature, non sono cose che si possono raccontare. Rivedendolo oggi, mi è tornato alla mente Stanley Kubrick: per la precisione, “The killing”, che in Italia divenne “Rapina a mano armata”.
E’ un film che si guarda senza mai staccare l’attenzione, spettacolare fin dal suo inizio; ma che poi svela molti diversi livelli di lettura e molte cose inaspettate. Insomma, un film di Elio Petri ma anche un libro di Leonardo Sciascia: film e libro vanno di pari passo, e Petri è un maestro dell’immagine in movimento, come Kubrick e come Bertolucci.
Ho voluto intanto rileggere il libro di Sciascia, ed è raro trovare una corrispondenza così precisa fra libro e film, le pagine di Sciascia sono state veramente tradotte in immagini, ed è una cosa che capita raramente, non a questi livelli. Prima di parlare del rapporto fra il libro e il film, però, vorrei ripubblicare qui quello che ne avevo scritto in precedenza (per mia comodità, solo per questo).
Un farmacista siciliano, famoso per le sue avventure galanti, riceve una lettera anonima dove è minacciato di morte. Non è la prima, e la passa agli amici senza darle troppo peso: si sa, nei piccoli paesi di provincia ce n’é di tempo da perdere. E’ fatta con lettere ritagliate da un giornale: uno degli amici, il professor Laurana, ne stacca un pezzetto e guarda cosa c’è scritto dietro il ritaglio: c’è scritto “Unicuique suum”, “A ciascuno il suo”: è un ritaglio preso dall’Osservatore Romano...
E’ l’inizio del film, ed è anche il punto di partenza del romanzo di Leonardo Sciascia dal quale è tratto. Non mi fermo molto sul romanzo (agghiacciante ancora oggi, perché le cose non è che siano poi cambiate molto), ma preferisco parlare di Petri. Quando si parla del cinema italiano, si tende a dimenticarsi di Elio Petri. Una strana rimozione: la collana di nomi inizia con Fellini, Visconti, Antonioni, prosegue con Risi, Rosi, Comencini, Germi, Monicelli... e per Petri non c’è mai abbastanza tempo.
Rivedendo “A ciascuno il suo” sono rimasto ammirato dalla bravura e dall’originalità di Petri. Elio Petri è un intagliatore di diamanti: ogni faccia è diversa dall’altra, a volte in armonia a volte in contrasto, a volte perfettamente lucida altre volte opaca, grezza, magari rotta o sfregiata – come nel finale di questo amarissimo film – ma sempre perfetta e sempre consona al momento e alle circostanze.
E sono rimasto ammirato anche dagli attori: Volonté, Ferzetti, Irene Papas, Mario Scaccia e Luigi Pistilli, uno migliore dell’altro, e un magistrale, immenso, Salvo Randone - che appare in una sola scena ma lascia il segno, come sempre.
(da un blog precedente, anno 2004)
Nei film di Elio Petri Salvo Randone è il centro del film, il colonnello Kurtz. Tutto ruota intorno a lui, lui sembra sempre sapere tutto, eppure è folle (La classe operaia) o cieco, come in questo film. Randone è un altro spreco del cinema italiano, che pure ha regalato soldi e fama ad attori molto meno dotati, come Sordi e Verdone. Qui c’è anche Leopoldo Trieste, in un’apparizione breve e densa (il deputato del PCI).
Alla fine del colloquio tra Volonté e la Papas c’è l’inquadratura di una farfalla notturna sullo stipite; quando, verso la fine, l’avvocato Rosello (Ferzetti) invita fuori Laurana (Volonté) dicendogli che “ci sono là fuori due ragazze libere”, e poi nell’uscire dal club urta una sedia e la allontana con un calcio; in macchina spinge furiosamente la leva del cambio mentre parla con calma (calma apparente, quindi). Ancora: in piazza, Rosello fuma una sigaretta mentre Laurana mangia un cono gelato.
Un film grandissimo, con interpreti perfetti: la Papas, Ferzetti, Volonté, Scaccia... L’accoppiata Petri-Sciascia dà grandi risultati, il film è ancora attualissimo e surclassa, in tutto, molti dei film americani che vengono ritenuti leggendari da critici poco avveduti (magari “leggendario” solo perché c’è Bogart...)
(mio appunto, agosto 1990)
Una cosa di cui mi dimentico sempre è l’origine della frase che dà il titolo al film, “Unicuique suum”. Da dove viene di preciso? Io pensavo che fosse un passo del Vangelo, ma non è così.
da http://www.wikipedia.it/ :
La locuzione latina unicuique suum è la rielaborazione del suum cuique tribuere (in italiano: dare a ciascuno il suo), uno fra i principali precetti del diritto romano. È riscontrabile in Ulpiano, in un frammento della sua opera conservatoci attraverso i Digesta giustinianei. In italiano deve essere tradotto come "a ciascuno il suo", ovvero a ciascuno sia dato quanto gli è dovuto. Questa locuzione è uno dei due motti che aprono la prima pagina dell'Osservatore Romano. L'altro è non praevalebunt.
Wikipedia aggiunge che “a ciascuno il suo” è anche il motto della 15a Compagnia Paracadutisti "Diavoli Neri" dell'Esercito Italiano, e che “Questa stessa locuzione, tradotta in tedesco Jedem das Seine, si trovava all'ingresso del campo di concentramento e di sterminio nazista di Buchenwald in Germania”
Il film comincia come una semplice “storia di corna”, con una vittima innocente; si scoprirà presto che la realtà non è così semplice. Come sempre in Sciascia, e anche nei film di Elio Petri, la storia raccontata è solo un primo livello, su ciò che si vede e su ciò che viene detto la memoria ci costringe a ritornare, spesso quello che abbiamo visto e toccato con mano è solo l’apparenza delle cose – ma è difficile rendersene conto. E forse il senso del film è in questa frase: «...qualcuno che sa tutto e dice le cose un poco per volta», al minuto 60 circa, Volontè sul treno con la Papas.
Per conto suo, Sciascia inizia il romanzo con una citazione molto significativa:
«Ma non crediate che io stia per svelare un mistero o per scrivere un romanzo.»
Edgar Allan Poe, I delitti di rue Morgue.
(dal romanzo “A ciascuno il suo”, citazione iniziale di Sciascia)
(continua)

sabato 21 luglio 2012

A ciascuno il suo ( II )

A ciascuno il suo (1967) Regia di Elio Petri. Tratto dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia. Sceneggiatura di Elio Petri e Ugo Pirro, Jean Curtelin. Fotografia: Luigi Kuveiller. Musica: Luis Enrique Bacalov. Con Gian Maria Volontè, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Luigi Pistilli (il farmacista), Laura Nucci (madre di Laurana) Mario Scaccia (il prete), Leopoldo Trieste (il deputato PCI) Gianni Pallavicino (Raganà) Luciana Scalise (Rosina) Franco Tranchina (Roscio) Anna Rivero (moglie del farmacista) Orio Cannarozzo (ispettore polizia) Carmelo Olivero (arciprete) Durata: 99 minuti.

L’inizio del film somiglia molto a quello scelto da Laurence Olivier per il suo “Henry V”: al termine della panoramica (l’ombra dell’elicottero lasciata ben visibile) non si finisce però in un teatro, ma nella realtà. Ma forse anche questa è solo apparenza, siamo sempre su un palcoscenico, all the world is a stage, tutto il mondo è un palcoscenico...
Jaques: All the world's a stage,
and all men and women merely players.
They have their exits and their entrances,
and one man in his time plays many parts,
his act being seven ages.
(Wlilliam Shakespeare, As you like, atto 2 scena 7 )
A pensarci bene, anche la Sicilia di “A ciascuno il suo” è solo uno sfondo, un depistaggio; non è che ci sia molto che leghi quello che accade alla mafia, per esempio. Forse oggi questo aspetto è più visibile di quando uscì il film: sono passati quarant’anni, mafia e ‘ndrangheta comandano anche a Como e a Varese, e perfino in Germania. Si sono fatti meno rozzi, i figli e i nipoti dei mafiosi hanno studiato: i “vecchi” sono tutti come il personaggio di Gabriele Ferzetti, i “giovani” vanno in giro col tablet e con l’ipod, viaggiano sulla TAV, sono stati a Londra, a Parigi, a New York, in Cina, dappertutto. Alcuni sono perfino deputati europei.
Ma tutto questo nel 1967, quando uscì il film, doveva ancora succedere; in quegli anni, dire Sicilia e pensare alla mafia era del tutto ovvio e scontato, un po’ come dire tedesco e pensare ai nazisti. Curiosando su Google ho perfino scoperto che in alcune locandine del film c’è scritto “Cosa nostra – A ciascuno il suo”, e forse all’epoca sembrava scontato, ma – a guardar bene - la mafia non è affatto la protagonista, né del libro né del film. C’è piuttosto qualcos’altro, un sentimento di estraneità, forse questo:
Poi con calcolata malignità sospirò
- Quel povero dottore Roscio, in quale famiglia era andato ad infilarsi!
- Ma non mi pare... - cominciò Laurana.
- Ci conosciamo tutti, mi creda - lo interruppe la Manno. - Lei, si sa, è un uomo che si occupa soltanto dei suoi studi, dei suoi libri... - quasi con disprezzo. - Non ha tempo per occuparsi di certe cose, per vedere certe cose: ma noi - si rivolse per intesa alla vecchia signora Laurana - noi sappiamo...
- Si, sappiamo, - ammise la vecchia.
(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, capitolo V)
Da questo punto di vista, è emblematico il finale, identico sia nel libro che nel film:
«Laurana? Era un CRETINO!»
Cretini sono tutti quelli che non somigliano a loro, che hanno studiato ma perché gli piaceva studiare, che non fanno professioni “utili” (il geometra capocantiere, per esempio, l’ingegnere addetto a strade e ponti), che perdono le giornate a leggere libri, a informarsi. Questa mentalità esiste da sempre anche in Lombardia, ed è stata descritta benissimo da Lucio Mastronardi (Il maestro di Vigevano).
«Sì, questa è una bella piazza, ma i vigevanesi la torre del Bramante neanche la guardano, pensano solo alle scarpe. A Vigevano chi non fa scarpe è considerato un inetto, un uomo superfluo, che non è utile alla famiglia né alla città». (Lucio Mastronardi, da un’intervista degli anni ’60)
La descrizione del protagonista, il professor Laurana (Gian Maria Volontè) è all’inizio del capitolo V.
Paolo Laurana, professore di italiano e storia nel liceo classico del capoluogo, era considerato dagli studenti un tipo curioso ma bravo e dai padri degli studenti un tipo bravo ma curioso. Il termine curioso, nel giudizio dei figli e in quello dei padri, voleva indicare una stranezza che non arrivava alla bizzarria: opaca, greve, quasi mortificata. Questa sua stranezza, comunque, rendeva ai ragazzi piú leggero il peso della sua bravura; mentre impediva ai padri di trovare in lui il verso giusto per piegarlo non alla clemenza ma alla giustizia (poiché, inutile dirlo, ragazzi che meritino una bocciatura non ce ne sono piú). Era gentile fino alla timidezza, fino alla balbuzie; quando gli facevano una raccomandazione pareva dovesse farne gran conto. Ma ormai si sapeva che la sua gentilezza nascondeva dura decisione, irremovibile giudizio; e che le raccomandazioni gli entravano da un orecchio per subito uscire dall'altro. Per tutto l'anno scolastico la sua vita si svolgeva tra il capoluogo e il paese: partiva con la corriera delle sette, rientrava con quella delle due. Nel pomeriggio si dedicava alla lettura, allo studio; passava la sera al circolo o in farmacia; rincasava verso le otto. Non faceva lezioni private, nemmeno nell'estate, stagione in cui preferiva impegnarsi nei suoi lavori di critica letteraria che poi pubblicava in riviste che nessuno in paese leggeva.
Un uomo onesto, meticoloso, triste; non molto intelligente, e anzi con momenti di positiva ottusità; con scompensi e risentimenti che si conosceva e condannava; non privo di quella coscienza di sé, segreta presunzione e vanità, che gli veniva dall'ambiente della scuola in cui, per preparazione ed umanità, si sentiva ed era tanto diverso dai colleghi, e dall'isolamento in cui, come uomo, per cosí dire, di cultura, veniva a trovarsi.
In politica, era da tutti considerato un comunista: ma non lo era. Per la sua vita privata era considerato una vittima dell'affetto esclusivo e geloso della madre: ed era vero. A quasi quarant'anni ancora dentro di sé andava svolgendo vicende di desiderio e d'amore con alunne e colleghe che non se ne accorgevano o se ne accorgevano appena: e bastava che una ragazza o una collega mostrasse di rispondere al suo vagheggiamento perché subito si gelasse. Il pensiero della madre, di quel che avrebbe detto, del giudizio che avrebbe dato sulla donna da lui scelta, della eventuale convivenza delle due donne, della possibile decisione di una delle due di non fare vita in comune, sempre interveniva a spegnere le effimere passioni, ad allontanare le donne che ne erano state oggetto come dopo una triste esperienza consumata e quindi con un senso di sollievo, di liberazione. Forse ad occhi chiusi avrebbe sposato la donna che sua madre gli avesse portato; ma per sua madre lui, ancora cosí ingenuo, cosí sprovveduto, cosí scoperto alla malizia del mondo e dei tempi, non era in età di fare un passo tanto pericoloso.
Con questo carattere, e nella condizione in cui viveva, non aveva amici. Molte conoscenze, ma nessuna amicizia. Col dottor Roscio, per esempio, aveva fatto il ginnasio, il liceo: ma non si può dire che fossero stati poi amici, quando si erano ritrovati in paese dopo gli anni dell'università. (...)
(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, capitolo V)
Eccolo lì, comunque, quest'uomo riflessivo, timido, forse anche non coraggioso, a giuocare la sua pericolosa carta: al circolo, di sera, proprio quando non manca quasi nessuno. Si parla, come ogni sera, del delitto. E Laurana, di solito silenzioso, dice
- La lettera era composta con parole ritagliate dall'« Osservatore romano ».
La discussione si spegne, succede un silenzio stupefatto.
- Senti senti - fa poi don Luigi Corvaia: e la sua meraviglia non è per l'indizio rivelato ma per la dabbenaggine di chi, rivelandolo, viene ad offrirsi al tiro dell'una e dell'altra parte, della polizia e degli assassini. Mai vista una cosa simile.
(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, capitolo V)
(continua)