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sabato 17 luglio 2010

Gatti ( II )

Un altro gattino giustamente famoso è quello (decisamente fortunato) che viene raccolto a Roma da Anita Ekberg in “La dolce vita” (1960) : Marcello Mastroianni osserva la scena, in disparte ma sperando di avere un destino simile a quello della piccola fiera. Lo stesso gattino lo vediamo tra le mani di Federico Fellini, in una foto presa sul set.

Questo bel gattone che divide la scena con Joseph Cotten ha un ruolo importante in “Il terzo uomo”, il capolavoro diretto da Carol Reed nel 1949. Siamo a Vienna, nella stanza di una meravigliosa Alida Valli; più avanti Cotten noterà questo gatto per strada, nella notte, andare a fare festa ad un uomo che si mantiene accuratamente nell’ombra. E’ la prima apparizione nel film di Harry Lime, ovvero Orson Welles.
C’è poi il gatto bianco di “Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera” del coreano Kim Ki-duk, che secondo me è una gatta ma potrei sbagliarmi. E’ un micione molto tranquillo, così pacioso e pacifico che il Maestro Anziano può usare la sua coda come un pennello, e anche per un bel po’ di tempo. Due cose vanno dette: la prima è che questo gatto ha una coda magnifica, molto lunga e ben fatta, e che quando si trova una coda così la tentazione di usarla come pennello è grande (non fate mai vedere queste immagini ai vostri bambini, il 99% dei gatti non se lo lascerebbe mai fare), e la seconda è che è un peccato non saper leggere cosa sta scrivendo il Maestro. Come ben sa chi ha visto il film, questa non è una scena comica; ma Kim Ki-duk non è nuovo a queste trovate, anche in momenti drammatici. Una terza cosa da dire, perché quel che è giusto è giusto, è che dopo questa scena il gattone bianco abbandonerà il monaco, preferendo starsene su un albero nel bosco: che si sia offeso?

Per chiudere questa puntata, voglio mettere queste belle fotografie di Eduardo de Filippo, che ho trovato su un programma di sala per un’opera di Rossini, “La pietra del paragone”, alla Piccola Scala nel febbraio 1982. Eduardo ne curava la regia, e col cinema non ha molto a che vedere; ma di Eduardo fin qui ho parlato poco, ed è un peccato a cui bisogna in qualche modo rimediare.

lunedì 11 gennaio 2010

Un Guercino coreano

L’arco (Hwal, 2005). Scritto e diretto da Kim Ki-duk. Direttore della fotografia: Jang Seon-back Costumi di Kim Kyung-mi. Musica originale di Kang Eun-il. Interpreti: Han Yeo-reum (la ragazza), Jeon Seong-hwang (il vecchio), Seo Si-jeok (il ragazzo), e altri. Durata: 90 minuti.

Guardando “L’arco”, un film molto recente del coreano Kim Ki-duk, mi sono sorpreso a fare paralleli con la nostra arte europea. Non c’è da stupirsi: Kim ha studiato a Parigi, e poi il mondo non è così piccolo, abbiamo i libri, il cinema, internet... Noi europei ci siamo appassionati alle filosofie orientali, gli orientali si appassionano alle nostre cose belle (ne abbiamo moltissime, a cominciare dall’opera lirica: molti tenori e soprani vengono proprio dalla Corea).
Ma c’era un’immagine sulla quale ho lavorato molto, guardando il film: cercavo di capire perché mi pareva familiare. E’ l’immagine della ragazza, giovanissima, che tende l’arco sorridendo. Ha un volto infantile, un sorriso ineffabile, una presenza quasi incorporea, soprannaturale: cosa mai potrebbe essere?
Poi ho trovato la risposta: e la riporto qua sotto, e tutt’intorno, su e giù per il post.

Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino nasce a Cento (Ferrara) nel 1591, e muore a Bologna nel 1666. Gli esperti (cioè quelli che se ne intendono, una categoria di cui io purtroppo non faccio parte) dicono che dopo gli esordi eccezionali in maturità fece troppi quadri, perché lo pagavano bene e gli conveniva; e così la sua produzione risente dell’eccessiva quantità. Ma fu grandissimo pittore ed è ben noto a chi si occupa di Storia dell’Arte. Il dipinto in questione è un soggetto mitologico ben noto, e rappresenta Amore, Venere, e Marte.
Non so quanto la riproduzione che porto qui possa rendere l’idea di quel che dico. Posso garantirvi che stare davanti a questo quadro, al vero Guercino, con l’angioletto che vi punta addosso la sua freccia, dà una strana impressione. Io lo sapevo che era impossibile, ma in quel preciso momento, alla mostra del Guercino, quell’angioletto, quell’amorino dipinto cinquecento anni fa, stava prendendo di mira proprio me, e nessun altro.
Il film è pieno anche di simboli e significati orientali, sui quali non mi soffermo perché è un argomento molto complesso che non mi compete (a dire il vero, anche la Storia dell’Arte italiana è un argomento che non mi compete – ma alle volte esagero). Per esempio, mi piacerebbe sapere qualcosa sul significato dei colori: la camicetta rosa (non solo per la ragazza ma anche per il vecchio) quando fa le profezie, i nastri colorati intorno ai polsi, le bandiere, i tre puntini accanto all’occhio della ragazza, i riferimenti a yin e yang e all’I-Ching... Ho letto qualche cosa su internet, so che perfino le galline in questo film hanno un loro significato tutt’altro che banale, riferito proprio al rito matrimoniale che vediamo nel finale.
Del Guercino ho già parlato per “Eyes wide shut” di Kubrick e per “Io ballo da sola” di Bertolucci; aggiungo anche qui un altro Guercino, forse il suo più famoso.
E’ una meditazione sul Tempo, ancora una volta: “et in Arcadia ego”, "anch’io ero in Arcadia". I viandanti giungono infine alla favolosa Arcadia, che è da intendersi quasi come il Paradiso in terra; ma anche in Arcadia esiste la morte. Un altro viandante, prima di loro, c’è stato e ha lasciato scritto un messaggio: “et in Arcadia ego”. Ma il tempo passa, anche in Arcadia la nostra esistenza non è eterna. Una meditazione sulla quale non si finisce mai di tornare, soprattutto parlando di cinema, che è per definizione l’arte in movimento: movimento nello spazio, e nel tempo. “Scolpire il tempo”, come diceva Andrej Tarkovskij: la più bella definizione mai data al cinema. E il Tempo è sempre protagonista, nei film di Kim Ki-duk e soprattutto in "L'arco".

venerdì 8 gennaio 2010

L'arco

L’arco (Hwal, 2005). Scritto e diretto da Kim Ki-duk. Direttore della fotografia: Jang Seon-back Costumi di Kim Kyung-mi. Musica originale di Kang Eun-il. Interpreti: Han Yeo-reum (la ragazza), Jeon Seong-hwang (il vecchio), Seo Si-jeok (il ragazzo), e altri. Durata: 90 minuti.

“L’arco” è un racconto mitico, qualcosa che ha a che fare con la mitologia classica, anche se è difficile stabilire se si tratta di Europa o di Asia. Ma è da qui che bisogna partire, dalle trasformazioni di Giove e dalle Metamorfosi di Ovidio, per capire questo film misterioso e affascinante. Non è la storia di un vecchio che vuole sposare una fanciulla, come si legge sulle recensioni e sui riassunti quando c’è da raccontare “la trama”: questo è solo l’aspetto esteriore, l’apparenza, la superficie. I tre protagonisti non hanno un nome, ed è solo per comodità che li chiamerò il vecchio, il ragazzo, la fanciulla: tre nomi molto emblematici, il “vecchio” è tutt’altro che vecchio, ed è un uomo saldo e forte, ma così appare ai due più giovani.
La sostanza è un’altra: che cos’ha di reale questa fanciulla, poco più che bambina, che vediamo all’inizio, sorridente e imperscrutabile, fare oroscopi misteriosi? Da dove viene quel suo sorriso, quella sua profonda forza e sicurezza? E’ un sorriso destinato a svanire, nel corso del film, per poi tornare nel finale, più forte e diverso. E’ il sorriso della sapienza eterna, e questa non è una fanciulla ma una dea, una norna, una nereide, forse la Terra stessa. Ed è il mare che la possiede, non il vecchio; come per Nettuno, come per Plutone. Forse si può dire che “L’arco” è la storia di Proserpina, ambientata in mare.
Ed è, ancora una volta, un racconto sul Tempo: ben esemplificato dal calendario del vecchio, un bel calendario da muro dove dapprima il Tempo scorre ordinato e silenzioso, preciso, ben scandito dalla Natura e dal passare delle stagioni, e pazientemente atteso dal vecchio che lo misura con precisione e soddisfazione, attendendone sereno il compimento fino a poterne cogliere i frutti. Ma poi il vecchio si ribellerà al Tempo, alla giovinezza che sfugge; forse vorrebbe che quella fanciulla rimanesse sempre fanciulla, come tutti i padri: ma non è possibile, la Natura deve fare il suo corso. Allora il vecchio si ribella, tenta di far scorrere il Tempo più veloce per poter cogliere il frutto prima che gli venga rubato; poi quando vede che è tutto perduto strappa con rabbia il calendario e lo getta via, in gesto di aperta ribellione.

Il Tempo è anche nel passato e nel presente, rappresentati dal matrimonio in costume antico, che è una sequenza a cui Kim dedica molta attenzione, e dalla presenza del giovane studente che si innamora della ragazza. Il matrimonio antico verrà poi celebrato sotto gli occhi del giovane, con l’Ipod e il cellulare-macchina digitale: la celebrazione di una divinità, l’incredibile manifestazione di un mito antico davanti ai nostri occhi moderni. Pan è morto, ma è ancora con noi, come nel romanzo di James Stephens (“La pentola dell’oro”), dove si mescolano realtà quotidiana e mito.

Giordano Bruno, nel ‘500, parlava della “magia naturale dei bambini”. Citando, sempre per comodità, dal film di Giuliano Montaldo (molto accurato nella ricostruzione storica), la frase di Bruno è questa: «I bambini si portano dentro una magia naturale che, a poco a poco, crescendo, sono costretti a distruggere.»
La Magia Naturale di cui parlava Giordano Bruno è quindi la “magia naturale dei bambini”, che ben conosciamo e che si manifesta nel sorriso iniziale della fanciulla, un sorriso misterioso e luminoso che scomparirà quando la bambina lascerà il posto alla donna, quando il mondo sarà conosciuto e compreso e perderà la sua magia. Un sorriso ineffabile e sovrannaturale, che colpisce a fondo e taglia il fiato per l’emozione; ma non è tanto la bellezza o la giovinezza a colpire. Su quel volto è disegnato un mistero, il mistero del tempo e del suo fluire. (E forse il vecchio è proprio il Tempo?)
Han Yeo-reum, la protagonista, quando fu girato il film aveva ventidue anni: ed è quasi incredibile, a tratti sembra una bambina e verrebbe da non crederci. Ma, andando avanti nel film, si capisce che, oltre alle qualità fisiche, qui c’è dietro un grande lavoro di attrice. Viene quasi da pensare che Kim Ki-duk abbia deciso di girare “L’arco” costruendolo su misura per le grandi capacità questa ragazza, e probabilmente è andata davvero così. La capacità di questa attrice, di passare da una sequenza all’altra da bambina a donna a ragazza e poi ancora a donna , è una qualità vista pochissime volte e che la apparenta alle grandissime, alla Ullmann, alla Magnani, a Giulietta Masina. Non so se le riuscirà sempre, può darsi che quest’incanto sia dovuto anche all’età, al momento di grazia; ma la sua interpretazione è straordinaria, di quelle che non si dimenticano. E’ una capacità che condivide con gli altri due protagonisti, il vecchio (Jeon Seong-hwang) e il ragazzo (Seo Si-jeok) . Volti, sguardi, gesti: attori meravigliosi, un miracolo che rimanda a Ingmar Bergman, forse l’unico ad aver fatto al cinema, sistematicamente, questo studio sui volti, sui primi piani, sulle emozioni. E’ grande lo sgomento davanti alla bellezza e al mistero di queste immagini, e confesso che Kim Ki-duk è l’unico tra i registi di oggi ad avermi dato le emozioni che mi davano Kurosawa, Tarkovskij, Fellini, Kubrick, Huston, Antonioni. Un altro rimando a cui mi ha fatto piacere pensare, in alcune scene, è il collegamento tra “L’arco” e l’Atalante di Jean Vigo, un film degli anni ’30, meraviglioso, che tutti i film makers conoscono. Anche nel film francese c’è l’acqua, c’è una barca, e c’è un trio di protagonisti composto da due giovani e un vecchio, ma sulla scacchiera i pezzi si muovono in modo molto diverso.
Ma “L’arco” è legatissimo alla nostra realtà quotidiana, non c’è niente di inverosimile, tutto è realistico e quotidiano. I pescatori dilettanti che salgono sulla nave del vecchio, ancorata in mare aperto, sono persone vere e reali; fanno commenti un po’ volgari ma non si chiedono cosa c’è dietro alla situazione del vecchio e della ragazza, anzi pensano di poterne ricavare qualcosa. Il tema, importante ma qui solo accennato, è quello della prostituzione minorile: tema già trattato nel precedente film del regista coreano, “La samaritana”. Ma qui i tentativi di violenza e di approcci sessuali saranno sempre respinti, non è questo il luogo.
Testimoni della realtà quotidiana sono anche piccoli dettagli, come l’usura del legno della barca e dei divani (che il vecchio rattoppa alla meglio con il nastro adesivo), il dettaglio del cerotto sulle dita del vecchio (il tiro con l’arco provoca sempre qualche problema di questo tipo), e perfino i lividi sulle gambe della protagonista, ben visibili a causa della pelle bianchissima, lividi come quelli di una bambina qualsiasi che corre e gioca. Particolari ai quali non siamo più abituati, in un cinema sempre più levigato e plastificato, ma ben presenti nella nostra vita quotidiana. Al cinema oggi si cancellano perfino i nei, figuriamoci i lividi e i cerotti.
Non è quindi un caso che questo film del regista coreano venga subito dopo “La samaritana”, così duro e realistico, e che abbia in comune la stessa protagonista (anzi, quella delle due che nel film precedente muore in circostanze drammatiche). Ma qui bisognerà mettere da parte il significato “apparente” del film, e anche la “spiegazione” che viene data, cioè che la ragazza è stata rapita dal vecchio quand’era bambina: un fatto di cronaca vero ma che svia l’attenzione dal significato più profondo (sulla cronaca, sulla prostituzione minorile e sul sequestro di bambini bisognerà tornare, e lo farò quando parlerò di “La Samaritana”, dove questo tema è esposto con molta durezza e con una condanna molto forte, restando nell’attualità e senza riferimenti mitici). Per capire “L’arco” bisognerà togliere di mezzo anche le forme narrative a cui siamo abituati, le gabbie, i canoni, le maschere: certamente si può guardare a questo film come a una storia di sesso, di rapimenti, di cronaca nera, ma poi qualcosa stride, il finale “non torna” e si rimane sconcertati.
Si può ancora aggiungere qualche considerazione, ma sempre come appunti su cui lavorare: per esempio il richiamo fortissimo della nostra natura più primordiale, che comporta a volte anche la violenza ( con rimandi Jack London, e allo Stevenson di Mr. Hyde). Ma in questo film la violenza è solo accennata, quasi ritualizzata; non ci sono immagini violente come in altri lavori del regista coreano.
“Struggente e stupido, con un’ondata di rabbia”: così definisce l’amore tra il vecchio e la fanciulla l’interprete del vecchio, nell’intervista sul dvd. Ed è così, come nella vita reale ma anche come nei miti di Giove, di Odino, di Krishna: rabbia e distruzione (o autodistruzione), collegati all’amore.
E il contrasto tra il vecchio e il nuovo, tra il passato e il presente, è il tema vero del film. Kim pare dirci che nel contrasto tra il vecchio e il nuovo lui preferisce l’antico, farebbe volentieri a meno di digital e ipod, anche se gli piacciono e li usa e li apprezza. (ma anche questa sarebbe una spiegazione molto riduttiva). Oppure parla del negarsi al futuro, del rinchiudersi su se stessi. Oscillare tra il vecchio e il nuovo, amandoli entrambi.
A questo proposito, sottolineo due brevi sequenze: nel finale, rimasto solo a bordo, il ragazzo slega gallo e gallina, emblemi di un passato con cui è chiaramente a disagio. Non sa maneggiarli, non sa cosa farne. Nella prima parte, lasciata sola dal vecchio, sulla nave, la ragazza spia il suo futuro da adulta, prova ad indossare gli antichi abiti, così come fanno le bambine.
L’arco del titolo è nello stesso tempo un’arma e uno strumento musicale. Già all’inizio vediamo il vecchio inserire una cassa di risonanza tra le corde e il telaio, e suonarlo poi con l’archetto, come uno strumento tradizionale cinese. Musica uguale Tempo: battere il tempo, suonare, battere le ore. Quando si ribellerà per la prima volta, a metà film, la ragazza getterà addosso al vecchio anche la cassa di risonanza dell’arco, prima di spezzare la freccia (nella scena precedente, i due ragazzi giocavano con l’ipod e con la cassa di risonanza, l’antico e il nuovo accostati in una sola sequenza). Le frecce sono quelle del Tempo: la ragazza spezza la freccia di fronte al vecchio, quando lei conosce il ragazzo e lui si oppone – cioè quando esce dall’incanto dell’infanzia.

Il passare del Tempo è sottolineato anche dalle inquadrature della barca, sera, mattino, giorno, nuvole, neve, sole... (forse anche in coreano, come da noi, esiste il doppio significato di Tempo,? tempo meteorologico, weather, e tempo nel senso di time?). Il ciclo delle stagioni, morte e vita, il sangue e la fecondazione, rimandano anche al mito della madre Terra, la Gea della mitologia classica o l’Erda di Wagner (L’anello del Nibelungo), l’estrema consapevolezza, veggenza anche senza l’arco e l’altalena (nel finale). Erda (la Terra) è madre di Brünnhilde, che chiuderà la Tetralogia con queste parole: “Ora so...tutto mi si è aperto...” (Alles, alles, alles weiss ich nun, alles ward mir nun frei...”) : lo sguardo della ragazza nelle ultime inquadrature del film esprime lo stesso concetto, una sapienza e una veggenza ultraterrene. Un film tutto da vedere, di grande bellezza e stranezza, con immagini meravigliose e interpreti meravigliosi, e una luce particolare mai vista prima al cinema. Un film da vedere, più che da raccontare. E ci sarebbe voluto uno come Elèmire Zolla, del quale sento grande mancanza, per venire a capo di questi simboli, segni, indicazioni rituali, miti e religioni, aure ed archetipi...

martedì 15 dicembre 2009

Ferro 3

Ferro 3 (Bin-jip, 2004). Scritto e diretto da Kim Ki-duk. Fotografia di Seong-back Jang. Musica originale: Slvian. Con Seung-yeown Lee, Hee Jae (Hyun-kyoon Lee), Hyuk-ho Kwon, Jeong-ho Choi. Durata 90’

Farsi ombra, diventare invisibili: è possibile?
Impressionante e inquietante, “Ferro 3” di Kim Ki-duk racconta proprio questa storia. Un film sul diventare invisibili, sui fantasmi, sulla violenza e sulla fuga dalla violenza: « Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia realtà o sogno» è la didascalia che chiude il film.
L’inizio di questo film può lasciare perplessi: un ragazzo, il protagonista del film, penetra in case momentaneamente disabitate e vi soggiorna per un po’. Lo fa più volte, sistematicamente: ma non è un ladro, e anzi la sua massima attenzione è nel non lasciare tracce, come se non volesse esistere. E’ così bravo, e così perfetto nel suo agire, che davvero le sue “vittime” tornano a casa e non si accorgono di niente: perché è impossibile accorgersene. Il ragazzo di regola fa queste cose: mangia, si lava, dorme (se è possibile), scatta delle fotografie con una macchina digitale, smonta e rimette in sesto orologi e bilance. Poi ripulisce tutto, cancella ogni traccia, e sparisce.
Quando la polizia lo prenderà, più avanti nel film, guardando le foto riuscirà a individuare le case in cui è entrato, ma tutti gli risponderanno che non c’è niente da denunciare, che è impossibile che qualcuno sia entrato, che tutto era in ordine. Insomma, la visita di un fantasma. Per essere sicuro che nella casa non ci sia nessuno, il ragazzo usa uno stratagemma tipico dei ladri: mette dei volantini pubblicitari sulle porte. Dove la gente va e viene, i volantini vengono tolti; dove non c’è nessuno (anche per un giorno solo) il volantino rimane e quindi la via è libera. Ogni tanto, bisogna scappare in fretta e furia; ma se la casa è grande c’è tempo di nascondersi, ed è questo che dà una svolta al film. Un marito molto violento picchia la moglie, giovane e bella; il ragazzo, che si era infilato nella loro casa, assiste al fatto e non riesce a trattenersi. L’arma con cui immobilizzerà il marito violento è una mazza da golf, il “ferro tre” del titolo: il protagonista è infatti un grande appassionato di golf, e si allena da solo quando può. E questo è un altro dei piccoli misteri del film: il ragazzo non è infatti uno sbandato, è molto colto ed elegante, e vediamo che i soldi non gli mancano – ma non per i furti, che non commette mai. All’inizio del film, lo vediamo arrivare su una grossa motocicletta, ed è con la moto che porterà via la giovane donna, via dal marito violento. Da qui in avanti, sarà insieme a lei che entrerà nelle case, due fantasmi invece di uno. La moto all’inizio me lo aveva reso antipatico (non mi sono mai piaciute le moto), ma ormai ho imparato ad aspettare. Kim è un maestro del cinema, e i suoi attori sono di una bravura tale da rasentare la perfezione assoluta; non solo i due protagonisti ma anche quelli che in teoria sarebbero comprimari. I due vengono presi dalla polizia, insieme, quando si attardano per un incidente: in una delle case da loro visitate c’è un cadavere, un uomo che viveva da solo e che è morto per cause naturali. Invece di fuggire lo accudiscono, lo mettono in ordine, gli fanno una sepoltura accuratissima, con autentica devozione. Quando arriverà la polizia, avvertita dai figli dell’uomo rientrati dopo molto tempo, si sospetterà il peggio: ma le indagini riveleranno le cause naturali della morte e una cerimonia funebre “che neanche un figlio avrebbe fatto con tanta cura”, secondo il resoconto della polizia. La donna viene restituita al marito, lui finisce in cella: perché la macchina fotografica ha registrato la sua attività, e il reato (e la sua reiterazione) è palese.
E’ in carcere, chiuso in cella, che il protagonista impara a diventare invisibile. Una tecnica lenta e lunga, come per le arti marziali; ma funziona. In queste scene, da antologia, fa da contrasto al protagonista un altro attore giovane meraviglioso, quello che interpreta la guardia alla cella, in carcere. Ma a questo punto smetto di raccontare, il film va visto fino in fondo e questo tentativo di riassunto era solo per cercare di aiutarvi ad arrivare fino in fondo: ne vale la pena, e il rischio è quello di rimanere incantati.
Se dal punto di vista visivo, e per i lunghi silenzi, Kim ricorda molto Antonioni, per il resto i rimandi d’obbligo sono a Kubrick . “Arancia Meccanica” per la violenza che il protagonista impara suo malgrado dagli altri: dal ricco, il marito della ragazza, e dal potere, i poliziotti. Una violenza che il protagonista del film rifiuta: nel finale potrebbe vendicarsi facilmente, ma non lo fa. “Shining” torna invece alla memoria per l’atmosfera, per i fantasmi, per il confine tra il non visto e il non visibile. “Clockwork” (l’arancia “a orologeria”, il titolo originale del libro di Anthony Burgess da cui Kubrick trasse il suo film) sono anche le bilance e gli orologi, e le serrature, che smonta. Mi ha molto colpito anche la forma di perfetta simmetria della narrazione, la stessa simmetria che troviamo in Kubrick, così come la perfezione in ogni minimo dettaglio, che fa pensare addirittura a Barry Lyndon. La cura per la manutenzione delle piante è un’altra costante del film: quando il protagonista entra nella casa è sempre meticoloso e pulito, smonta gli orologi e li rimonta alla perfezione, fa fotografie, mangia e poi ripulisce con cura; e annaffia le piante con dedizione, così come la coppia che ha il locale con giardino (buddhista?) dove lei va a dormire in una sequenza fatata. Molto belle le musiche originali, attori meravigliosi, e – per nostra fortuna, a differenza degli altri film di Kim Ki-duk, violenza quasi assente. Se non fosse per l’estrema tensione emotiva, ed erotica, questo è un film che potrebbe essere visto anche dai bambini; ed è ben strano, a pensarci. Ripensando “Ferro 3”, mentre scrivevo queste note, mi ha sorpreso molto l’affiorare di alcuni versi di grandi poeti del Novecento ai quali sono molto affezionato. Siccome l’annotazione è di molti anni fa, non riesco a risalire ai libri da cui sono tratti; ma i versi sono molto belli e vale la pena di rileggerli.
... mimetizzarsi, sparire, confondersi,
amalgamarsi al suolo,
farsi una vita di fronda
e mai ingiallire.
(Vittorio Sereni )
Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato,
ora so - ne son certo:
non ci sono mai stato.
(Giorgio Caproni )
Farsi una vita di fronda, non esistere: sembra essere il desiderio costante di questo ragazzo. Non lasciare tracce; esistere ma senza essere visto, e interferire solo con la persona amata. Vedere “Ferro 3”, così come tutto il cinema di Kim Ki-duk, mi ha fatto pensare ad un vecchio numero della rivista “Segno Cinema”, dove si parlava del “non filmabile” nel cinema. Un “non filmabile” che è in primo luogo l’aldilà, ma anche tutto ciò che sfugge ai nostri cinque sensi ordinari, e che non sappiamo afferrare essendo noi troppo limitati per farlo. Ci sono autori che hanno dedicato la loro intera filmografia a questo tema, penso a Bergman e a Tarkovskij, ma anche a Sjöström o ad Ophuls ; ed altri che vi si sono dedicati a tratti, come Fellini.
La lista sarebbe lunga, ma qui mi fermo: e chiudo il post con la stessa frase che Kim porta in chiusura del film, e che ho già riportato all’inizio: « Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia realtà o sogno».