mercoledì 27 ottobre 2010

Le tentazioni del dottor Antonio

Le tentazioni del dottor Antonio (1962) Regia: Federico Fellini - Soggetto: Federico Fellini -- Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, con la collaborazione di Brunello Rondi e Goffredo Parise -- Fotografia: Otello Martelli - Musica: Nino Rota - Scenografia: Piero Zutti - INTERPRETI: Peppino De Filippo (il dottor Antonio Mazzuolo), Anita Ekberg (la donna del cartellone), Antonio Acqua (il commissario), Eleonora Nagy (la bambina), Dante Maggio, Donatella Della Nora (sorella del dottor Antonio), Giacomo Furia, Alfredo Rizzo, Alberto Sorrentino, Monique Berger, Polidor, Mario Passante, Silvio Bagolini, Achille Majeroni, Enrico Ribulsi, Gesa Meiken, Gondrano Trucchi, Ciccio Bardi, Giulio Paradisi. Durata. 60'.
Segmento del film “Boccaccio 70” Scherzo in quattro atti ideato da Cesare Zavattini
- Gli altri episodi del film sono: “Renzo e Luciana” di Mario Monicelli, “Il Lavoro” di Luchino Visconti, “La riffa” di Vittorio De Sica.

L’invadenza della pubblicità non ha più limiti. Un cartellone pubblicitario grande come quello del film di Fellini è ormai cosa comune; e cara grazia se sopra c’è una donna bella come la Ekberg, perché può capitare di tutto. Per esempio, il mese scorso sono entrato nella stazione del mio paese, e l’ho trovata tappezzata ovunque, perfino sul pavimento. Avevano risparmiato solo il soffitto, ma credo che ci stiano pensando; e non era una pubblicità qualsiasi, non erano biscotti o automobili da comperare: erano usurai, strozzini. Qualcuno mi correggerà: “prestiti”. Ma io rimando al film di Ken Loach “Piovono pietre”, e ripeto: “strozzini” (il mio post con riassunto di quello che succede nel film di Loach è qui sul sito, e se non vi basta il mio post purtroppo c’è anche la nostra quotidiana cronaca nera).
Lo so che tutto questo non c’entra con l’origine del film di Fellini: “Le tentazioni del dottor Antonio” nasce come divertimento sulla base delle reazioni al grande successo (e scandalo) di “La dolce vita”, che è di un paio d’anni precedente. In quel film, famosissimo, si vedevano “le donne nude”, gli spogliarelli, i numeri da night che di solito erano riservati ai ricconi disposti a spendere per vederli dal vivo. Fellini li mostrava al cinema, ma andava bene lo stesso: gran parte della fama di Fellini si basa su questo equivoco, le “donne nude” si vedevano già dalle prime scene di “La dolce vita” (erano in bikini, ma nel 1958 bastava), lo scandalo fu davvero grande e i personaggi come quello qui interpretato da Peppino de Filippo saltarono subito fuori a protestare. Di tutto questo, ben documentato dai giornali dell’epoca, “Le tentazioni del dottor Antonio” è una felice e divertita rielaborazione: e la presenza come protagonista di Anita Ekberg non è certamente casuale.

Però, intanto che rivedevo il film, pensavo che Fellini nel 1962 aveva già vinto un paio di Oscar, e che di conseguenza era di casa negli USA: dove la pubblicità era già una presenza fissa e costante come quella che abbiamo noi oggi.
Nei primi anni ’60, Umberto Eco intervistava Theodor W. Adorno e gli chiedeva un parere proprio su questa cosa:
ECO: Professor Adorno, durante il suo soggiorno negli USA durante il periodo bellico, e in opere ormai molto famose, lei ha espresso giudizi severi nei confronti dell’atteggiamento degli intellettuali verso la televisione. Tuttavia, in alcune conferenze e interviste recenti, lei ha espresso delle tesi che paiono sensibilmente diverse. Vuole dire qualcosa in proposito?
ADORNO: Molto volentieri (...) La critica che ho fatto nei confronti della televisione americana deve essere più esattamente considerata in vista del sistema che vige in quel Paese, il cosiddetto sistema commerciale. In America, le trasmissioni vengono finanziate da ditte che continuamente controllano le reazioni degli spettatori, e quindi ne utilizzano i consensi come una sorta di “controllo” del pubblico. In Europa, invece, dove in genere la tv non è basata sull’economia privata ma è statale, questo controllo delle idee non è così drastico e la libertà (intendo libertà di critica) è nel complesso maggiore. Dal punto di vista sociologico è un fenomeno molto interessante perché si verifica una specie di capovolgimento. Un tempo le istituzioni dell’economia privata, per esempio le Università, erano più libere di quelle organizzate dallo Stato. Questa situazione però si è rovesciata: lo Stato, nei Paesi democratici, offre un’indipendenza dello spirito, mentre là dove gli interessi dei privati sono direttamente in gioco il controllo diventa più rigoroso e continuo. Questi fenomeni sono riscontrabili direttamente nel sistema televisivo americano. Laggiù, la televisione diffonde una forma di gusto collettivo molto commerciale, e perciò, anche se in modo indiretto, provoca dei pregiudizi (...)
(Umberto Eco intervista Theodor W. Adorno, trasmissione Rai del 1966)
Che dire: l’anno era il 1962, o il 1966 per Eco e Adorno: naturale che vedendo il film da noi non si pensasse all’invadenza della pubblicità ma soltanto al sesso e alla sessuofobia, e derivati. Le tv commerciali, da noi, sarebbero arrivate solo vent’anni dopo.
Oggi, anno 2010, jingle fastidiosi e impossibili da evitare invadono perfino la metropolitana e la Stazione Centrale di Milano, manifesti più grandi di quelli di Anita Ekberg sono ormai consuetudine, e quando mi capita di ricevere sul telefonino un’offerta di contratto non mi si dice “Gentile Cliente, questa è la nostra proposta di contratto“ ma “Dai sfogo alla tua voglia di sms!!!”. A molti piace, a me proprio no: avremmo potuto fermare questa valanga di stupidità nel 1995, quando vi fu un referendum popolare su questo tema, ma hanno vinto gli spot e le telepromozioni (io ho sempre votato contro, chi ha votato a favore è pregato di non lamentarsi e di sguazzare felice nell’elemento che ama).
Una mia amica che abitava in Piazzale Lotto, vicino allo stadio di calcio di Milano, quando apriva la finestra di casa aveva davanti un poster altrettanto grande: non con l’immensa Anita Ekberg ma con un omino più piccolo di Peppino de Filippo, trasportato a dimensioni inusitate: il poster rimase lì fino alle elezioni, e l’omino fu eletto. Un “Boccaccio 70” a parti invertite, insomma: e con la differenza che alla mia bella amica dell’omino non importava un fico secco. O tempora, o mores! Quantum mutatus ab illo! Non ci sono più i poster di una volta...

Gli interpreti: Peppino de Filippo, che aveva già recitato con Fellini in “Luci del varietà”, è bravissimo e inarrivabile. Non sembri un’esagerazione: nella vita reale tipi così ne esistevano tanti, Peppino è bravissimo nel ritrarli e darne una versione esemplare. Oggi non si sono estinti, hanno solo cambiato atteggiamenti e vestito, vanno in giro con l’autista e il telefonino: tipi così non si estinguono, sono come le automobili e il software del computer, si aggiornano.
Anita Ekberg, sempre bellissima come nella Fontana di Trevi della “Dolce vita”, fa quello che le chiede Fellini e lo fa benissimo. Accanto a loro molti bravi caratteristi e attori di teatro e del varietà, da Giacomo Furia a Dante Maggio, ad Achille Majeroni (che era già nei “Vitelloni”), e il comico del cinema muto Polidor, presenza fissa nei film di Fellini di questo periodo.
Nino Rota, finissimo musicista, uno dei grandi del Novecento e maestro (tra gli altri) di Riccardo Muti, per l’occasione si inventa un jingle irresistibile, di quelli che quando li hai ascoltati una volta non vanno più via. Del resto, Rota è anche l’autore di “La pappa col pomodoro”...
Tra i temi di “Le tentazioni del dottor Antonio”, che non va sottovalutato e che ha al suo interno molti temi importanti che saranno poi sviluppati nei film successivi, c’è anche il mito della gigantessa, soggetto molto amato anche dal cinema fantasy e horror, con titoli del tipo “La donna alta 36 piedi”. che ha avuto molti remakes anche recenti; e la gigantessa ritornerà in un film di Fellini una decina d’anni dopo, nel “Casanova”. Il titolo del film, ovviamente, è la citazione diretta di uno dei grandi temi a sfondo religioso della storia dell’Arte: nel Rinascimento, un quadro con “le tentazioni di sant’Antonio” lo hanno dipinto quasi tutti. E si intende sant’Antonio abate, che fu eremita nel deserto nei primi secoli del Cristianesimo e che nel deserto fu tentato dal diavolo. Sul tema esiste anche un breve film di Georges Méliès, del 1898: come è prevedibile, la prima cosa che il diavolo fa apparire davanti al santo eremita è una donna, poco vestita e molto conturbante.

4 commenti:

angela ha detto...

nel caso della pubblicità la tentazione non si evolve in trasgressione (conoscenza), è finalizzata al mero consumo

Giuliano ha detto...

quando ho visto questo film, dopo anni e anni, mi sono chiesto: ma come faceva Fellini a prevedere queste cose con tanto anticipo?
Poi mi sono ricordato: noi siamo provinciali, Fellini era stato a lungo in USA, aveva vinto gli Oscar, Hollywood gli aveva fatto ponti d'oro...
L'America era vent'anni avanti rispetto a noi, e dall'America abbiamo importato di tutto, ma negli ultimi anni soprattutto le cose peggiori.
Chissà adesso cosa ci arriverà dalla Cina...(un Berlusconi cinese tra vent'anni?)

Quando si fanno questi discorsi, cara Angela, di solito ci sono i "guardiani dello spot" pronti a saltare su: "Non si può criminalizzare la pubblicità!"
Non si criminalizza nessuno, vorrei solo che la pubblicità stesse nei suoi limiti. Cioè, su scala più ampia: a ognuno il suo mestiere. Sarebbe già un bel passo avanti, l'imprenditore che fa l'imprenditore, per esempio...(senza mazzette e inciuci e conflitti d'interesse...)

Mat ha detto...

Questo film - così come "Toby Dammit" - meriterebbe una pubblicazione a parte dal titolo originale. Entrambi sono fra i migliori di Fellini.

ps: qui la Ekberg mi piace di più di quella che si ammira ne "La Dolce Vita".

Giuliano ha detto...

Di sicuro, qui si diverte di più che a fare il bagno nella Fontana di Trevi! Fa un po' tristezza quando la si vede in "Intervista", ma quando si è alti e robusti...(ne so qualcosa anch'io, come Bud Spencer).
Per E la nave va mi ci vorrà un po' di tempo, magari ripesco il Casanova.
ciao Mat!