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domenica 26 luglio 2020

Io mi fermo qui



Che cosa è la Zona? Lo spiega lo Stalker stesso, al minuto 59.

« La Zona è forse un sistema molto complesso di trabocchetti, e sono tutti mortali. Non so cosa succeda qui in assenza dell’uomo, ma appena arriva qualcuno tutto si comincia a muovere, le vecchie trappole scompaiono e ne appaiono di nuove, posti prima sicuri diventano impraticabili, e il cammino si fa ora semplice e facile ora intricato fino all’inverosimile. E’ la Zona...forse ad alcuni può sembrare capricciosa, ma in ogni momento è proprio come l’abbiamo creata noi, come il nostro stato d’animo. Non vi nascondo che vi sono stati casi in cui la gente è dovuta tornare indietro a mani vuote. Alcuni sono anche morti proprio sulla porta della Stanza; ma quello che succede non dipende dalla Zona, dipende da noi.
- Fa passare i buoni, e ai cattivi taglia la testa?
- No... non lo so... a me sembra che faccia passare solo quelli che non hanno più nessuna speranza...non i cattivi o i buoni ma...gli infelici. Ma anche il più infelice morirebbe subito se non si comportasse come si deve. (rivolgendosi allo scrittore) A lei è andata bene, io l’avevo avvertita, potevo anche non farlo!
(Il Professore) Sapete cosa vi dico? Io mi fermo qui. Mi siedo e aspetto che voi torniate, magari felici. Ho da mangiare, da bere, non mi manca niente; mi fermo qui.
- E’ impossibile. (...) Non si torna indietro per la strada fatta all’andata.»


Sembra un discorso complicato, ma basta cambiare “la Zona” con “la Vita”, e tutto diventa più semplice.
(dal mio post su "Stalker" di Andrej Tarkovskij)



giovedì 1 novembre 2012

Tarkovskij

(Andrej Tarkovskij, Lo specchio)

Mi fermo qui. Un saluto a tutti, e grazie per avermi seguito con tanta pazienza.

Stalker

(Tarkovskij, Stalker)

Solaris

(Andrej Tarkovskij, Solaris)

martedì 18 ottobre 2011

La dolce vita ( III )

Al minuto 55 vediamo per la prima volta Steiner, interpretato da Alain Cuny. Marcello lo incontra casualmente in una chiesa, e una delle sue prime frasi è da tener presente: “come vedi, questi preti non hanno paura del diavolo...”. Steiner è nella chiesa perché è un musicista, sa suonare l’organo. Lo vediamo all’opera: esegue dapprima, scherzando col prete, un breve accenno di jazz-ballabile (probabilmente di Nino Rota), poi suona la famosissima “Toccata e fuga in re minore” di Johann Sebastian Bach, e per una volta si va un po’ più in là del semplice inizio del brano (cosa per la quale ringrazio Fellini). La sua parte, per ora, termina qui: ma Steiner è il personaggio chiave di tutto il film, e lo rivedremo più avanti.
Di Steiner non ci viene detto niente, non sappiamo chi è e cosa fa, si vede che è un uomo di grande cultura e che è benestante, ma non ne sappiamo molto di più.
Dal minuto 57 comincia l’episodio del miracolo: due bambini dicono di aver visto la Madonna, giornalisti e fotografi si precipitano a registrare l’evento. Tra i presenti ci sono anche Marcello e i suoi fotografi di fiducia: negli anni ’50 e ’60 fotografo e reporter formavano una coppia inevitabile e affiatata, come testimoniato in più occasioni anche da Giorgio Bocca e dagli altri giornalisti attivi in quel periodo. Per l’occasione, Marcello si è portato dietro anche Emma (Yvonne Fourneaux) la sua fidanzata, che è molto protettiva e possessiva. Probabilmente, la presenza di Emma è dovuta anche al tentato suicidio che avevamo visto nell’episodio precedente.
Il prato del miracolo ricorda molto le prime immagini di Medjugorje, negli anni ‘80. Il prete intervistato dalla radio è molto scettico, dice che “i miracoli nascono nel raccoglimento, nel silenzio, non in questa confusione” e che i bambini e i loro genitori “sono sicuramente in malafede: chi ha visto la Madonna ha un’altra faccia, un altro sguardo, e non ci specula sopra”.
Tra il pubblico che attende l’apparizione c’è una donna con i capelli bianchi, che risponde sorridendo ma molto decisa a un’osservazione dei fotografi e giornalisti presenti: «Ma come facciamo a essere sicuri che sia proprio la Madonna?» La donna scuote la testa e commenta, con serenità e sorridendo, ma con molta decisione:
- Non ci vogliono proprio credere! ...ma non importa se è proprio la Madonna!
La frase colpisce Emma, che le si avvicina e le dice:
- Ma come, non importa?
- Ma sì, non importa! La nostra Italia è una terra di culti antichi, ricca di forze naturali e soprannaturali, e quindi ognuno ne sente l’influenza. Del resto, chi cerca Dio lo trova dove vuole. Anche lei è venuta per chiedere la grazia?
- No, io sono qui col mio fidanzato, è un giornalista, eccolo...
E’ un discorso da antropologo, alla Ernesto De Martino, che non si addice molto a questa donna così semplice, ma è comunque il segno che il film è stato molto pensato dai suoi autori, e infatti i dialoghi non sono mai banali.
Le due donne fanno comunque amicizia. Più avanti, Emma si mette in disparte e chiede una grazia pregando la Madonna: sente Marcello sempre più distante da lei, teme che la lasci, e vorrebbe sposarsi con lui.
Intanto si fa sera, comincia a piovere, e al contatto con l’acqua saltano le lampadine dei riflettori, surriscaldate; una scena probabilmente molto comune per le riprese in esterni, e che vedremo anche in “Intervista” (e forse anche in “Roma”, se il mio ricordo è giusto).
Alla fine, con il buio, c’è l’apparizione ormai tanto attesa; ma la Madonna si sposta, non sta ferma, i bambini corrono dietro a lei e tutti corrono dietro ai bambini, mettendo in serie difficoltà i cameramen della Rai: nel 1960 le telecamere erano grosse e pesanti, come si vede bene in questa scena serviva una gru per manovrarle. Alla fine, il messaggio è questo: “Bisogna costruire qui una chiesa, altrimenti lei non verrà più”. Nella ressa che segue ci sarà anche un morto: “non rispettate nessuno, siete peggio delle iene”, si grida. Purtroppo, anche questa è una storia vera: i morti nella ressa per le apparizioni, per le visite del Papa, o magari anche soltanto per una festa, per un concerto rock o per una partita di calcio, sono episodi frequenti e tristissimi.
In questa scena mi pare di vedere l’influenza di Dino Buzzati, che scrisse e scriverà molto sul “Corriere” di queste apparizioni, e del soprannaturale: è in questi anni che comincia la sua frequentazione con Fellini, i due avrebbero dovuto fare un film insieme, il famoso “Viaggio di Mastorna”, che però non arriverà mai oltre la fase del progetto.
A 1h11’ siamo a casa di Steiner. Ascoltiamo canti che a me sembrano nordici, finlandesi o sami, ma a cantare e suonare è un’indiana dell’India. A casa Steiner ci sono molte persone, oltre a Emma e Marcello; ascoltiamo come prima cosa gli sproloqui di un orientalista sulle donne orientali, paragonate alle nostre. L’orientalista è interpretato da Leonida Répaci (1898-1985), uno scrittore importante, tra i fondatori del Premio Viareggio, che però oggi è stato quasi completamente dimenticato e del quale anch’io devo ammettere di aver letto pochissimo. Si tratta probabilmente una caricatura dell’orientalista romano Giuseppe Tucci, che fu però studioso serissimo e grande viaggiatore fin dagli anni ’30, in India e nel Tibet ancora chiuso al resto del mondo.
Alla parete di casa Steiner c’è un dipinto di Giorgio Morandi (1890-1964), grande pittore bolognese, famoso per le sue nature morte con le bottiglie, che sono ancora oggi quotatissime. C’è poi una poetessa americana o inglese, anziana e famosa, con la quale Marcello inizia una discussione su letteratura e giornalismo (bei tempi, quando si discuteva ancora di queste cose... oggi le professioni di scrittore e di giornalista sono tra le più sputtanate, campo d’azione quasi soltanto mantenute e portaborse, per non dir di peggio). Veniamo a sapere che Steiner registra i rumori della natura, temporali, canti d’uccelli. A un certo punto della serata, Steiner si allontana dagli altri e va sul balcone; Marcello ne approfitta e va a raggiungerlo. Questo è il discorso fra i due:
Marcello: (sorridendo) Fammi venire più spesso qui da te!
Steiner: Te l’ho detto, vieni quando vuoi. Cosa c’è, Marcello?
Marcello: (sempre sorridendo, un po’ incerto, alzando le spalle) Dovrei cambiare ambiente, dovrei cambiare tante cose...La tua casa è un vero rifugio, sai. I tuoi figli, tua moglie, i tuoi libri, i tuoi amici straordinari...Io sto perdendo i miei giorni, non combinerò più niente. Una volta avevo delle ambizioni, ma...Forse sto perdendo tutto, sto dimenticando tutto.
Steiner: Non credere che la salvezza stia nel chiudersi in casa, non fare come me, Marcello. Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista, ecco. E’ meglio la vita più miserabile, credimi, che l’esistenza protetta da una società organizzata in cui tutto sia previsto, tutto perfetto. Marcello, io posso soltanto esserti amico, quindi mi è impossibile consigliarti; ma se vuoi che io ti aiuti a cambiare abitudini potrei farti conoscere un editore, per esempio, che ti offra un lavoro decente, che ti dia la possibilità di dedicarti a ciò che più ti interessa. Sarà sempre meglio che scrivere per quei giornaletti mezzo fascisti, no? (...)
I due si ripromettono di riparlarne, ma Marcello appare poco entusiasta dell’idea. Subito dopo, vediamo Steiner che va dai suoi bambini, un maschio e una femmina, e li bacia con tenerezza rimboccando loro le coperte. Alla fine, prosegue e completa il suo ragionamento, con un sorriso triste e con molta amarezza:
Steiner: Qualche volta, questa oscurità e questo silenzio mi pesano...è la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto apparenza, e che nasconda l’inferno. Pensa a cosa vedranno i miei figli domani...il mondo sarà meraviglioso, dicono; ma da che punto di vista, se basta uno squillo di telefono per annunciare la fine di tutto...Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato...Dovremmo riuscire ad amarci tanto, a vivere fuori dal tempo, distaccati...(ride, con amarezza), “distaccati”...
In questa scena, Steiner fa dei discorsi che somigliano molto a quelli di Erland Josephson in “Sacrificio” di Tarkovskij; il personaggio di Josephson (che fa esplicito riferimento all’Apocalisse) non li porterà alle estreme conseguenze, ma solo per l’intervento della polizia.
L’espressione “giornaletti mezzofascisti” usata da Steiner è una probabile allusione al settimanale “Gente” dell’editore Rusconi, un buon giornale a metà strada fra pettegolezzo e informazione, molto venduto fino a che è stato di Rusconi (oggi è dei francesi Hachette), che però trovava sempre il modo di mettere in ogni numero grandi fotografie e servizi sui Savoia, sulla famiglia di Mussolini, eccetera.
La moglie di Steiner è Renée Longarini, molto elegante, che all’inizio degli anni ’80 ebbe un breve ritorno di celebrità in tv a fianco di Enzo Tortora, in “Portobello”
Steiner è interpretato da Alain Cuny, un attore francese molto presente nel cinema italiano, ma che io non ho mai amato: è molto professionale, ha la presenza giusta per i ruoli in cui è stato chiamato, ma è sempre molto rigido e la sua “faccia di pietra”, che ricorda molto quella di Jean Marais, mi ha sempre impedito di metterlo fra i miei preferiti. In questo film Alain Cuny ha la voce di Romolo Valli, a dire il vero poco riconoscibile: probabilmente una scelta attoriale, cambiare registro di voce per rendere più credibile (o più astratto?) il personaggio.
Vale la pena di trascrivere ancora un altro dialogo, quello che abbiamo sentito poco prima tra la poetessa inglese e Steiner. La poetessa si lascia andare a una battuta edonista, dicendo un po’ sul serio e un po’ scherzando che in fin dei conti sono fumo, fame e sesso che mandano avanti il mondo. Steiner si mostra sorpreso, e lei risponde così:
La poetessa: Oh, tu leggi i miei versi ma non mi hai mai capito. Sei tu il vero primitivo, primitivo come una guglia gotica: sei così alto che non puoi più sentire nessuna voce, da lassù.
Steiner: Ah sì? Se mi vedessi nella mia vera statura, ti accorgeresti che non sono più alto di così...
Questo scambio di frasi rimarrà sul nastro del registratore, e i poliziotti si ritroveranno ad ascoltarlo dopo, a cose fatte. Ma viene da chiedersi: cosa si intende, per “alto come una guglia gotica”? Siamo sicuri che ci si riferisca proprio a Steiner, e non ad altro? In fin dei conti, le guglie gotiche (“primitivo come una guglia gotica”) ci sono soltanto nelle cattedrali: l’immagine sembra tratta di peso da un film di Bergman, ma “I comunicandi” (“Luci d’inverno”) sarebbe stato girato solo un paio d’anni dopo.
(continua)

mercoledì 18 maggio 2011

Encyclopédie ( I )

La pubblicazione dell’Encyclopédie, nella Francia del ‘700, è un evento fondamentale nella storia europea. L’opera viene ristampata ancora oggi, nonostante tutto il tempo che è passato; e particolarmente belle sono le stampe che fanno da illustrazione. Ne porto qui alcune, insieme a immagini prese da film che fanno loro riferimento, più o meno direttamente.
I film sono “Solaris” di Andrej Tarkovskij (1972) e “Il ragazzo selvaggio” di François Truffaut (1969). L’attore che vediamo nelle immagini in bianco nero è proprio François Truffaut, che ha portato al cinema un libro del medico Jean Itard, risalente alla fine del ‘700.


da wikipedia:
Cronologia dell'impresa editoriale
* 1745: Il libraio ed editore André Le Breton affida a Denis Diderot la traduzione della Cyclopædia, un Dizionario delle Arti e delle Scienze stampato dall'editore inglese Ephraim Chambers nel 1728. In Francia ancora non esisteva alcuna opera simile, essendo all'epoca le arti e i mestieri manuali considerati generalmente di minore importanza. Questo progetto iniziale, piuttosto modesto, prese tuttavia, sotto l'impulso di Diderot e di D'Alembert ben altra ampiezza, proponendosi l'ambizioso obbiettivo di sintetizzare e diffondere in un'unica opera organica tutte le conoscenze del tempo.
* 16 ottobre 1747: Jean Paul de Gua de Malves, cui era stata affidata in origine, rinuncia all'incarico di direzione del progetto di redazione dell'Encyclopédie, che viene ufficialmente affidato a Diderot e D'Alembert, che sino a quel momento era occupato come semplice revisore delle voci scientifiche tradotte da Diderot e da altri collaboratori.
* Novembre 1750: il Prospectus (il Piano dell'opera), redatto da Diderot è diffuso in 8.000 esemplari.
* 1751: pubblicazione del primo volume dell'Encyclopédie, con il Discorso di presentazione di D'Alembert (dal quale è tratto il significativo brano che apre questa voce).
* Gennaio 1752: viene pubblicato il tomo secondo. I Gesuiti, frattanto, ottengono la proibizione dei tomi primo e secondo. Gli interventi di Madame de Pompadour e di Malherbes permettono tuttavia di riprendere la pubblicazione. In ogni caso, D'Alembert, assunto da questo momento in poi un atteggiamento defilato rispetto alla promozione dell'opera, propone di non consacrarsi che ai contributi in materia matematica.
* Febbraio 1752, Il Consiglio di Stato del Regno di Francia vieta di vendere, di comprare o di detenere l'Encyclopédie. Tuttavia, il magistrato Malesherbes, nella sua veste di direttore della Librairie, ossia di massimo responsabile della censura reale sulle opere stampate, si erge a protettore dei filosofi e autorizza la ripresa della pubblicazione.
* Novembre 1753: pubblicazione del tomo terzo.
* Novembre 1755: pubblicazione del tomo quinto.
* 1757: pubblicazione del tomo settimo. A seguito dell'attentato di Robert François Damiens contro Luigi XV, il partito dei devoti coglie l'occasione per sottolineare il lassismo della censura e per dimostrare che lo scopo reale dell'Encyclopédie sarebbe quello di minare il governo assolutista e la religione, promuovendo l'ateismo in forma larvata.
* 8 marzo 1759: Soppressione del privilegio di stampa concesso all'Encyclopédie a seguito dei sommovimenti sociali causati dalla pubblicazione de De l'esprit di Helvetius. Condanna del papa Clemente XIII.


* Settembre 1759: Malherbes ottiene di aggirare la soppressione del privilegio di stampa ottenendo il permesso di pubblicare dei volumi di tavole. La redazione e la pubblicazione del testo proseguono clandestinamente.
* 1762: mutazione degli equilibri politici: un decreto del Parlamento di Francia dispone l'espulsione dei Gesuiti.
* 1764: Diderot scopre episodi di censura esercitati sui testi dell'Encyclopédie esercitati dal suo stesso editore, Le Breton.
* 1765: Diderot conduce a termine il suo lavoro di redazione e di supervisione. Vengono distribuiti gli ultimi dieci volumi. Le Breton passa una settimana nella prigione della Bastiglia accusato di avere inviato clandestinamente a Versailles alcuni esemplari dell'Encyclopédie.

* 1770-1778: un lungo conflitto giuridico vede opposti Diderot, Pierre-Joseph Luneau de Boisjermain e gli editori dell'Encyclopédie a proposito del mancato rispetto degli impegni editoriali assunti nel Prospectus.
* 1772: Gli ultimi due volumi di tavole vengono pubblicati senza difficoltà.
Al fine di portare avanti il loro progetto, Diderot e d'Alembert, che sarà condirettore sino al 1759, si circondano di una "società di letterati", visitano gli studi letterari allora in piena fioritura, seguono i lavori d'edizione e, in parte, anche quelli di commercializzazione. Inizialmente prevista per constare di dieci volumi, la loro Encyclopédie finirà per comprenderne 35 (dei quali tredici di tavole) e richiederà ventiquattro anni di duro lavoro.
L'Encyclopédie è anche un'opera militante che si propone di "sommuovere tutto, senza eccezioni e senza riguardi", e per ottenere tale scopo, Diderot dovrà lottare contro la censura. I Gesuiti rimproverano alla tesi dell'abate Prades di contenere delle proposizioni eretiche e riescono ad organizzare un autodafé. Madame de Pompadour, favorita di Luigi XV, appoggia Diderot.

Il seguito dell'impresa dopo Diderot
All'originale seguirono rapidamente riedizioni, adattamenti e copie non autorizzate. Così, sebbene la prima edizione fosse stata tirata in 4.225 esemplari, se ne contano quasi 24.000 tra tutte le diverse edizioni vendute all'epoca della Rivoluzione francese. Tra il 1776 e il 1777, Charles-Joseph Panckoucke e Jean-Baptiste-René Robinet pubblicarono un "Supplemento all'Enciclopedia" in quattro volumi, più uno di tavole. Una "Tabella alfabetica" apparve in due volumi nel 1780. Dal 1782 al 1832 fu pubblicata una edizione completa in 166 volumi.
[modifica] L'impresa economica
Il Piano dell'opera (Prospectus) del 1750 ottenne un migliaio di sottoscrizioni e le condizioni di acquisto, dettagliate nell'ultima pagina, prevedevano: per dieci volumi in folio dei quali 2 di tavole: 60 lire d'acconto, 36 lire alla consegna del primo volume, prevista per il giugno 1751, 24 lire alla consegna dei successivi, scaglionati di sei mesi in sei mesi, 40 lire alla consegna dell'ottavo volume e dei due tomi di tavole. In tutto, 372 lire.

L'opera, per i tempi di enorme portata, occupò circa mille operai nell'arco di 24 anni. Ci furono 2.250 sottoscrittori per una tiratura di 4.250 copie (numero risibile oggi, ma durante il XVIII secolo, una tiratura "normale" non andava oltre i 1.500 esemplari).
Visto l'elevato prezzo d'acquisto, si può supporre che il lettore tipico dell'opera facesse parte della classe borghese, dell'esercito, dell'amministrazione statale o della Chiesa.[4]. Dal momento che i salotti di lettura si moltiplicavano, è possibile ipotizzare l'opera sia stata consultata da un pubblico significativamente più esteso di quello costituito dai diretti acquirenti.
Il temporaneo divieto imposto alla diffusione dei tomi primo e secondo, lungi dalle intenzioni dei censori, accese la curiosità del pubblico attorno all'opera, stimolando proprio in quel periodo più di 4.000 ordinazioni. A seguito dei sommovimenti generati dalla pubblicazione de De l'esprit, al ritiro del privilegio di stampa e al divieto papale, Le Breton fu condannato, quale pena accessoria, a rimborsare i sottoscrittori, ma nessuno di essi si fece mai avanti per ottenere materialmente alcuna somma.
In conclusione, l'impresa fu un vero successo editoriale: per 1.158.000 lire spese, ne furono guadagnate 2.162.000, praticamente raddoppiando l'investimento.
(fonte: http://www.wikipedia.it/ )

venerdì 13 maggio 2011

La chimica al cinema

Qualche anno fa mi sono trovato coinvolto nella realizzazione di un filmato professionale. E’ andata così: io lavoravo in una ditta chimica, piuttosto importante, che aveva deciso di stabilire rapporti di buon vicinato con gli abitanti dei paesi vicini agli impianti. L’iniziativa si chiamava “fabbriche aperte”: in giorni prefissati, chi voleva venire a visitare la fabbrica avrebbe potuto farlo, guidato dai dipendenti. Un’iniziativa lodevole, anche perché gli impianti chimici sono sempre guardati con molto sospetto e la gente non sa che una bombola in cantina può essere molto più pericolosa di un impianto chimico ben custodito. Di quel progetto faceva parte la realizzazione di un filmato, per realizzare il quale furono chiamati dei professionisti del settore, che usarono la fabbrica come set cinematografico per qualche giorno spostandosi di reparto in reparto.
Io il film non l’ho mai visto, e nelle immagini non ci sono; però quando sono venuti a girare in laboratorio c’ero. Quella settimana mi toccava il turno di notte, il che significa iniziare alle 22 per terminare alle sei del mattino del giorno seguente. La buona regola in fabbrica era di arrivare venti minuti prima, così c’era tutto il tempo per il passaggio di consegne, e così avevo fatto anch’io, come sempre; ma quella sera, alle 21:40, nessuno mi prestava attenzione. I miei due colleghi, impegnati come attori, avevano ben altro da fare: agli ordini del regista e dell’addetto alla fotografia stavano spostando tutto, strumenti e reagenti e bilance, perché così come erano messi creavano dei problemi con le luci. Anche il mio capo, la Dottoressa, era lì presente; e guardava con riprovazione e disapprovazione il mio distacco da quell’alacre attività.
Una volta spostati gli strumenti, le bilance, i reagenti, e tutto lo spostabile, sorse un altro problema: la maggior parte delle nostre analisi concerneva liquidi incolori, assolutamente non fotogenici. In tutti i laboratori di analisi si lavora quasi sempre su diluizioni o su quantità molto piccole di campione: non esiste niente di meno spettacolare di un laboratorio chimico.

 Che fare? Il problema fu presto risolto usando acqua colorata: e così si fa normalmente in tutti i servizi fotografici e nei filmati che vedete in tv e al cinema. Le materie prime possono essere colorate, ma sciogliendone un grammo in un litro d’acqua distillata il colore inevitabilmente si perde. Inoltre, la strumentazione moderna richiede sempre meno quantità di campione, a volte ne basta una goccia o una punta di spatola, che oltretutto va a finire in strumenti magari molto complessi e costosi, ma che visti dal di fuori sono scatoloni somigliantissimi al decoder della tv digitale o al forno di casa vostra. Insomma, dal punto di vista spettacolare il laboratorio chimico è una vera delusione; ne consegue che il 95% delle foto di laboratorio che vedete sui giornali sono foto farlocche, fatte con tutte le migliori intenzioni ma inevitabilmente false: come questa qui sotto.
I miei colleghi-attori se ne andarono solo dopo le 23, di corsa e quasi senza salutare, e soprattutto senza mettere in ordine: l’ingrato compito toccò a me, dato che l’alternativa era darmi malato, piantar lì tutto e andare a casa. Mettere a posto il laboratorio mi tenne occupato fino a mezzanotte inoltrata, e poi dovetti affrontare la mole di lavoro arretrato, perché la fabbrica non si era fermata, la produzione era andata avanti, c’erano gli impianti da controllare e le macchine da scaricare. Insomma, del cinema in fabbrica non sono entusiasta e ora sapete anche perché.

Pochi ambienti sono meno spettacolari di un laboratorio chimico. Dimenticatevi il dottor Jekyll e il dottor Frankenstein, dimenticatevi gli effetti speciali, i fumi, le esplosioni: tutte cose che accadevano ai tempi del dottor Lavoisier nel 1789, ma che oggi sono rarissime. I fumi si fanno sotto cappa, e anche le cappe non sono molto fotogeniche.

Alla realtà di un laboratorio chimico è andato molto vicino Andrej Tarkovskij con il film del 1972 del quale vedete alcune immagini in questo post: l’attore è Anatolij Solonitsin, nei panni dello scienziato Sartorius (“Sartorius” è una nota marca di bilance analitiche e strumenti per laboratorio), sulla stazione orbitante che si muove attorno al pianeta Solaris. La realtà del laboratorio è questa: barbe lunghe, capelli arruffati, magliette macchiate, pantaloni stinti, scarpacce antinfortunistiche. E camici sporchi, perché una fabbrica non è una clinica e capita sempre di aprire fusti, prelevare campioni dai serbatoi, andare a ricevere i camion e le autocisterne e magari arrampicarcisi sopra e guardare dentro per vedere se sono pulite. Non è una realtà molto fotogenica, e non sono sicuro che Tarkovskij abbia fatto bene a mostrarcela in un film: ma così funziona ancora oggi, tra i colleghi che cominciano alle 6 del mattino e quelli che a quell’ora vanno a casa a dormire.
(N.B.: per osservare al meglio le macchie e la stazzonatura della maglietta di Snaut, interpretato dall’attore Jurij Jarvet, è consigliabile fare clic sull’immagine).
La realtà del laboratorio chimico è stata descritta soprattutto da Primo Levi, che su questi ambienti ha scritto racconti meravigliosi. Chi non sa niente di chimica difficilmente riesce a capire quanto sia stato grande Primo Levi come scrittore. E’ una cosa che mi dispiace moltissimo, il Dottor Levi è un grandissimo scrittore ma la Chimica è un terreno ostico per tutti i diplomati del liceo classico, che sono la maggioranza assoluta tra i critici letterari, quelli che in questi casi abbandonano la lettura dopo le prime tre righe ma per contratto parlano anche dei libri che non hanno letto
Riporto qui un breve brano tratto da “Il sistema periodico”, raccomandando la lettura del racconto per intero, perché è bellissimo, profondo e divertente. Da allora sono passati sessant’anni, oggi gli archivi sono quasi tutti computerizzati, ma vi posso assicurare che i coloranti continuano a macchiare le dita, che la glicerina è sempre appiccicosa, e che l’olio di pesce continua a puzzare di pesce (serve per preparare gli ingrassi per il cuoio: borsette e scarpe ne escono meravigliosamente morbide, ma l’odore è difficile da eliminare).
Il giovane dottor Levi, neolaureato assunto in una ditta di vernici, sta cercando di recuperare una produzione andata a male e ammassata in gran quantità nei magazzini; per riuscire nell’impresa, come un investigatore, deve andare a scavare nel passato...
(...) Del resto, cominciavo a sentire intorno a me ed al mio lavoro una curiosità canzonatoria e malevola: chi era questo ultimo venuto, questo pivello a 7000 lire al mese, questo scribacchino maniaco che disturbava le notti della, foresteria scrivendo a macchina chissà che, per intrigarsi degli errori passati e lavare i panni sporchi di una generazione? Ebbi perfino il sospetto che il compito che mi era stato assegnato avesse avuto lo scopo segreto di condurmi ad inciampare contro qualcosa o qualcuno (...) Non mi fu difficile procurarmi, oltre alle PAN, anche le altrettanto inviolabili PDC, Prescrizioni di Collaudo: in un cassetto del laboratorio c'era un pacchetto di schede bisunte, scritte a macchina e piú volte corrette a mano, ognuna delle quali conteneva il modo di eseguire il controllo di una determinata materia prima. La scheda del Blu di Prussia era macchiettata di blu, quella della Glicerina era appiccicosa, e quella dell'Olio di Pesce puzzava di acciughe. Estrassi la scheda del cromato, che per il lungo uso era diventata color dell'aurora, e la lessi con attenzione. Era tutto abbastanza sensato, e conforme alle non lontane nozioni scolastiche: solo un punto mi apparve strano. Avvenuta la disgregazione del pigmento, si prescriveva di aggiungere 23 gocce di un certo reattivo: ora, una goccia non è una unità cosí definita da sopportare un cosí definito coefficiente numerico; e poi, a conti fatti, la dose prescritta era assurdamente elevata: avrebbe allagato l'analisi, conducendo in ogni caso ad un risultato conforme alla specifica. Guardai il rovescio della scheda: portava la data dell'ultima revisione, 4 gennaio 1944; l'atto di nascita del primo lotto impolmonito era del 22 febbraio successivo.
A questo punto si cominciava a vedere la luce. In un archivio polveroso trovai la raccolta delle PDC in disuso, ed ecco, l'edizione precedente della scheda del cromato portava l'indicazione di aggiungere « 2 o 3» gocce, e non « 23»: la «o» fondamentale era mezza cancellata, e nella trascrizione successiva era andata perduta. (..)
(Primo Levi, il racconto intitolato “Cromo”, da “Il sistema periodico”, edizione Einaudi)
PS: Il ritratto di Lavoisier è opera di Jacques-Louis David. La foto sorridente di Primo Levi è del 1979, la consegna del Premio Strega per “La chiave a stella”. La foto del laboratorio con le soluzioni colorate viene da un vecchio giornale che non saprei più indicare; una delle immagini di "Solaris" rappresenta un essiccatore, strumento di vetro molto usato nei laboratori ma qui adibito a funzioni improprie di semplice contenitore. Un’altra immagine rappresenta uno dei grandi miti della fotografia, un mito anche perché ormai quasi estinto: il primo scatto del rullino, quello che non si sa mai se viene e perciò si fa alla prima cosa che capita. In questo caso, il "mio" laboratorio, nell'ormai lontano anno 1990.