Visualizzazione post con etichetta Laurel and Hardy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Laurel and Hardy. Mostra tutti i post

mercoledì 11 maggio 2011

Natura morta ( III )

Negli anni ’90 a Milano si tenne una grande mostra di “nature morte”, molto ampia e molto bella. Al termine della mostra, in una sala a parte, una sorpresa che mi ha lasciato a bocca aperta: la collezione Garnier Valletti.
Confesso di aver dedicato quasi più tempo a Garnier Valletti che non alle nature morte: una cosa così non me la sarei mai aspettata. Dico subito che oggi la collezione di Garnier Valletti è visibile in un apposito museo torinese, Museo della Frutta "Francesco Garnier Valletti" via Pietro Giuria, 15 - 10126 Torino tel. 011.670.8195 - fax 011.670.8196 e-mail: info@museodellafrutta.it  http://www.museodellafrutta.it/  , e porto qui sotto un articolo da La Stampa di Torino che spiega bene di che cosa si tratta.
La collezione pomologica Garnier Valletti, realizzata da Francesco Garnier Valletti alla fine del secolo scorso, comprende 900 frutti. Venne donata all'Accademia dal Municipio di Torino nel 1899 e rimase disordinata e negletta per alcuni anni. Nel 1916 il Socio Giovanni Operti, chimico farmacista, pomologo dilettante, riordinò i frutti, identificando ogni modello che fu dotato di cartellino indicante la varietà ed un numero progressivo corrispondente a quello registrato nel catalogo. La collezione, contenuta in apposite bacheche fu inaugurata nel dicembre del 1916 alla presenza delle autorità.
Nel 1997, durante lavori di ristrutturazione dei locali della cantina dell'Accademia, furono rinvenuti i disegni originali sulla base dei quali Garnier Valletti eseguiva i suoi modelli. Sono circa 2000 fogli, rilegati e non, con disegni e scritti dell'autore. I fogli sono stati fotografati e microfilmati grazie al contributo della Facoltà di Agraria dell'Università di Milano. Attualmente i disegni sono in corso di restauro, grazie ad un finanziamento della Regione Piemonte
Il segreto dei modelli. Un impasto di resina e polvere di alabastro da lavorare a caldo
di elena giovanelli e giovanni valle, la stampa 13.02.2007
Francesco Garnier Valletti, nato a Giaveno nel 1808, rientra a Torino dai suoi soggiorni presso le corti di Vienna e Pietroburgo a metà del secolo. È uno stimato modellatore di fiori e poi di frutta e le nuove scuole professionali istituite in città richiedono collezioni scientifiche utili per la didattica. Nasce anzi l'idea, è il 1853, di dare vita a un "museo di pomologia" capace di illustrare tutti i frutti che si coltivano negli Stati Regi. L'idea sembra concretizzarsi quattro anni dopo, quando viene costituita la Società per il Museo Pomologico di Torino, con sede presso lo Stabilimento Agricolo Burdin, in borgo San Salvario che ospitava, all'epoca, grandi vivai e orti.  Garnier Valletti, con l'incarico di modellatore e compenso pattuito in 3000 lire annue più le spese (in realtà, non saranno più di 1500) realizza una ricca collezione, producendo anche in proprio e tentando di vendere a privati, scuole e varie istituzioni. Ma è dura. L' "Autore Della Pomona Artificiale Italiana - Premiato alle diverse Esposizioni Estere e Nazionali", come riporta la sua carta da visita, non riesce a trovare soluzione alla precarietà. Sorta di co-co-co ante litteram, il suo incarico presso il nascituro Museo Pomologico è bruscamente interrotto, nel 1859, dalla guerra con l'Austria. Mentre il Risorgimento divampa tra battaglie e annessioni, Garnier Valletti, tornato free lance, continua a percorrere le piazze e le campagne martoriate in cerca di committenze.
Pure, è proprio in questi anni tribolati che perfeziona il "fiore del suo segreto", scoperto, è lui stesso a rivelarlo, in sogno, la notte del 5 marzo 1858: un impasto da lavorare a caldo di resina drammar e polvere di alabastro, che rende i suoi frutti pressoché inalterabili, immuni alle offese del tempo e dell'incuria. E così simili al vero che, racconta, "i Membri del Congresso Pomologico di Vienna...vollero espressamente che le mie imitazioni fossero miste e confuse colle frutta naturali congeneri, onde constatarne l'esatta imitazione. Le difficoltà nel distinguere le frutta artificiali dalle naturali" valsero al nostro artista il primo premio.
Garnier Valletti non solo modella, ma disegna; cerca nuove varietà non ancora riprodotte, frequenta le grandi esposizioni copiando, colorando, annotando. Di quando in quando, l'idea di un museo pomologico riaffiora. Si ricostituisce anche, nel 1864, una società ad hoc, ma la mancanza di sottoscrittori la fa abortire. Il miraggio del "posto fisso" resta vago e lontano. Per "i grandi meriti acquisiti all'Esposizione Internazionale di Parigi del 1878" Garnier Valletti è fatto cavaliere da Umberto I, ma tornaconti economici nessuno.
Una opportunità di fuga dal precariato si ripresenta solo nel 1886, con l'istituzione di un "corso teorico pratico di modellazione" promosso dal Comizio Agrario di Torino. Il compenso è modesto, 600 lire, ma il nostro pomologo intravede la possibilità di costituire una vera e propria Scuola. Ma non se ne fa nulla.
Solo più tardi, Garnier Valletti, ormai ottuagenario, otterrà, grazie all'interessamento di autorevoli membri dell'Accademia di Agricoltura, la cattedra di "Pomologia Artificiale" - prima e ultima del genere - istituita ad personam presso il Regio Istituto Tecnico Sommeiller. È il 1889. Finalmente sereno, insegnerà - svelando (con parsimonia) i suoi segreti - per tutto il tempo che gli resta da vivere. Purtroppo, solo pochi mesi, visto che se ne va da questo mondo, banale e complicato, l'8 ottobre di quello stesso anno.
Il museo "Francesco Garnier Valletti" è collocato nel palazzo degli Istituti Anatomici, insieme al Museo di Anatomia Umana "Luigi Rolando" e al Museo di Antropologia Criminale "Cesare Lombroso" (di prossima apertura), in via Pietro Giuria 15 a Torino ed è aperto al pubblico dal febbraio 2007.
Una cosa che non viene detta nell’articolo è che Garnier Valletti era così meticoloso da riprodurre alla perfezione perfino il peso del frutto riprodotto; e i suoi disegni, che nella mostra milanese erano appesi alle pareti, sono così belli che veniva voglia di rubarli. Mi sarei rubato anche le mele, le pere (non sapevo, a quel tempo, che ci fossero così tante varietà di mele e di pere: Garnier Valletti le ha riprodotte tutte), erano così perfette che avendo potuto me ne sarei messa volentieri almeno una in tasca.
Detta tutta l’ammirazione per il lavoro di Garnier Valletti (ci sono ancora oggi grandi artigiani della frutta in marzapane, ma è un’altra cosa), devo però aggiungere che ogni volta che mi trovo a ragionare sulla frutta artificiale il pensiero corre subito a Stan Laurel: “I figli del deserto”, regia di William A. Seiter, anno 1933, con Oliver Hardy e Mae Bush, dieci minuti circa dall’inizio del film.
Però questa è frutta di cera, con la resina vetrificata di Garnier Valletti riuscire in quest’exploit sarebbe stato un’impresa impossibile...

lunedì 20 settembre 2010

La ragazza di Boemia

The bohemian girl (La ragazza di Boemia, 1936) Produzione di Hal Roach. Dall’opera omonima di Michael W. Balfe (1830). Regia di James W. Horne e Charles Rogers. Fotografia di Art Lloyd e Francis Corby. Musica di Michael W. Balfe; la canzone “Heart of a gypsy” è di N. Shilkret & R. Shayon. Interpreti: Stan Laurel, Oliver Hardy, Thelma Todd, Mae Busch, James Finlayson, Antonio Moreno, Darla Hood, Jacqueline Wells, William P. Carleton, Zeffie Tilbury, Mitchell Lewis, Felix Knight, Yogi the myna talking bird. Durata: 71 minuti

«Ho sognato di abitare un castello ricco di marmi, con servitori e cameriere al mio servizio; e io ero l’onore di quel castello, la sua speranza...». Così racconta la giovane zingara, in “The bohemian girl”, a un paterno Oliver Hardy, che rimane estasiato ad ammirarla per tutta la durata del racconto. Nel frattempo, Stan Laurel si mangia tutta la colazione che era stata preparata per due; e quando alla fine Ollie se ne accorge, la risposta è: “Te ne avrei lasciato, ma avevo paura che si raffreddasse.”
Una delle scene più belle del cinema di Stanlio e Ollio deriva, come già “Fra Diavolo” (dello stesso anno) da un’opera lirica dell’Ottocento. Se il Fra Diavolo del francese Auber era datato 1830, qui siamo qualche anno dopo, nel 1843; l’autore di “The bohemian girl” è l’irlandese Michael William Balfe, nato a Dublino nel 1808, che visse a lungo in Italia dove studiò da baritono con i grandi cantanti rossiniani; in seguito, intraprese la carriera di cantante e di direttore d’orchestra. Tornato in patria, divenne uno dei punti di riferimento della vita musicale inglese; fu Balfe, per citare solo un solo episodio, a dirigere la prima rappresentazione londinese del Nabucco, opera di un giovane compositore italiano (allora sconosciuto) che si chiamava Giuseppe Verdi.

L’opera “The bohemian girl” viene generalmente tradotta con “La ragazza di Boemia”, e così è successo anche con il film; ma la traduzione corretta sarebbe “La zingarella” o “La giovane zingara”, dato che nell’Ottocento si pensava che gli zingari venissero dalla Boemia. Anche la Carmen di Bizet, molti anni dopo, canterà “l’amour est enfant du Bohème”, non nel senso di un amore cecoslovacco, ma nel senso di zingaro, libero, non soggetto a vincoli. Era questa la visione degli zingari nei secoli passati, quando ancora non si era costruito dappertutto e dovunque in Europa c’erano ampi spazi liberi in cui muoversi liberamente. La vita del nomade era povera e magari disprezzata, ma faceva invidia per la sua libertà; ed è questo anche il soggetto del coro che vediamo all’inizio del film, le parole che si cantano sono un inno alla vita libera e nomade degli zingari, che non hanno le nostre quotidiane vessazioni.

Il soggetto dell’opera di Balfe viene dal racconto di Cervantes intitolato “La gitanilla”; il libretto originale inglese è di Alfred Bunn, la prima rappresentazione dell’opera avvenne il 27 ottobre 1843, al teatro Drury Lane di Londra. Non mi ricordo di rappresentazioni italiane di quest’opera, ma potrei sbagliarmi; nei Paesi di lingua inglese è molto famosa soprattutto per una sua aria, che è appunto quella che ho citato all’inizio e che nell’originale inizia con questi versi: «I dreamt that I dwelt in marble halls, With vassals and serfs at my side...». E’ un’aria molto eseguita anche da sola, in concerto, perché è scritta bene, ha una bella melodia e permette alle cantanti di fare un’ottima figura; l’esecuzione che ascoltiamo nel film è corretta ma non è una gran cosa. Io la conosco nella versione di Joan Sutherland, grandissima cantante operistica che si può ascoltare al fianco di Luciano Pavarotti nei suoi anni migliori; ma la ricordo anche ascoltata in strada, a Milano, da un gruppo di ragazzi molto giovani che la eseguirono molto bene. E’ citata anche da James Joyce nell’Ulysses, e a parte tutto questo è una melodia non di primissimo ascolto, ma a cui ci si affeziona subito quando si impara a riconoscerla.

A differenza di quanto avviene nel Fra Diavolo, dove i personaggi di Stanlio e Ollio sono un’estensione di personaggi già presenti nel libretto originale e dove la storia originale è seguita molto fedelmente, in “The bohemian girl” il libretto originale serve solo da traccia.
Non conosco l’opera di Balfe per intero, ma su internet c’è il libretto; gli ho dato un’occhiata e ho trovato che la giovane zingara, che non sa di essere figlia di un Conte, vi si innamora di un giovane zingaro, che sa di essere di nobile nascita ma lo deve tenere nascosto. Insomma, una trama molto convenzionale che nel film viene felicemente ribaltata: non sto qui a raccontare come, ma la bambina, rapita per vendetta (il Conte ha fatto frustare uno dei capi degli zingari) finisce poi per essere adottata da Stanlio e Ollio, due zii molto affettuosi e premurosi.
Non sto neanche qui a perdere tempo a raccontare tutte le gags, che sono infinite e memorabili; il film non è un capolavoro e anche le musiche non sono bellissime, ma l’intervento di Stan Laurel e di Oliver Hardy è, come al solito, una benedizione divina.

Qualche notizia su Balfe, da wikipedia:
« Michael William Balfe (Dublino, 15 maggio 1808 - Rowney Abbey Hertfordshiare, 20 ottobre 1870) è stato un musicista, compositore, cantante direttore d'orchestra irlandese, rimasto famoso soprattutto come autore dell'opera The Bohemian Girl. Figlio di un maestro di ballo, dal quale ricevette anche i primi insegnamenti musicali, Balfe, tra il 1814 e il 1815, iniziò a suonare il violino per le classi di danza del padre e, all'età di sette anni, compose la sua prima polacca. Alla morte del genitore nel 1823, l'adolescente Balfe si spostò a Londra dove fu ingaggiato come violinista nell'orchestra del Drury Lane della quale alla fine assunse un ruolo di guida e si esibì anche saltuariamente come direttore. Contemporaneamente, Balfe, che aveva una aggraziata voce di baritono, iniziò ad esibirsi anche come cantante lirico nei teatri di provincia, debuttando senza molta fortuna a Norwich ne Il franco cacciatore di Weber. Nel 1825 si trasferì a Roma dove studiò irregolarmente con Paër e poi a Milano dove approfondì i suoi studi di canto con il grande basso rossiniano Filippo Galli. In Italia scrisse il suo primo componimento drammatico, il balletto La Perouse. Balfe fu quindi scritturato per tre anni da Rossini al Théâtre des Italiens a Parigi dove debuttò, alla fine del 1827, come Figaro nel Barbiere di Siviglia. Balfe ritornò però presto in Italia dove, nei seguenti nove anni, cantò in molti teatri ed iniziò anche la composizione di opere liriche. Durante questo periodo sposò Luisa Roser, una cantante ungherese che aveva conosciuto a Bergamo.

Balfe tornò a Londra nel 1833 ed intensificò l'attività di compositore iniziata in Italia, pur continuando anche la propria carriera di cantante (nel 1838 fu il primo Papageno inglese). Nel 1836, incoraggiato dal successo del precedente Siege of Rochelle, al Drury Lane, egli diede alle scene, l'opera The Maid of Artois, il cui successo fu garantito dalla partecipazione di una stella di prima grandezza come Maria Malibran Dal 1846 al 1852 Balfe ricevette l'incarico di primo direttore per l'opera italiana all'Her Majesty's Theatre [Italian Opera House (1837-1847)], ma continuò a viaggiare per tutta l'Europa curando la rappresentazione dei suoi lavori. In effetti, egli si rivelò un compositore davvero prolifico, come è dimostrato anche dal semplice elenco delle sue opere inglesi. (...) Balfe scrisse anche tre opere in francese (...) e diresse la prima londinese del Nabucco, quando Verdi era ancora molto giovane e sconosciuto. (...) Balfe si ritirò nel 1864 nell'Hertfordshire, dove affittò una tenuta di campagna e morì nel 1870.
Curiosando nel catalogo delle opere di Balfe, molto ricco di titoli, ho trovato anche un Falstaff, anno 1838, cinquantacinque anni prima di Giuseppe Verdi. Il primo interprete del Falstaff di Balfe fu il basso Luigi Lablache, napoletano, grande interprete rossiniano.


Arline: Where have I been wandering in my sleep? and what curious noise awoke me from its pleasant dream? Ah, Thaddeus, would you not like to know my dream? Well, I will tell it you.
I dreamt that I dwelt in marble halls,
With vassals and serfs at my side,
And of all who assembled within those walls,
That I was the hope and the pride.
I had riches too great to count, could boast
Of a high ancestral name;
But I also dreamt, which pleas'd me most,
That you lov'd me still the same,
that you lov'd me, you lov'd me still the same...
I dreamt that suitors sought my hand,
That knights upon bended knee,
And with vows no maiden heart could withstand,
They pledg'd their faith to me.
And I dreamt that one of that noble host
Came forth my hand to claim;
But I also dreamt, which charm'd me most,
That you lov'd me still the same,
that you lov'd me, you lov'd me still the same...
(At the end of the romance, Thaddeus presses Arline to his heart.)
Arline: And do you love me still?
Thaddeus: More than life itself.



sabato 28 agosto 2010

Fra Diavolo ( I )

Fra Diavolo (1933) (altri titoli: The devil’s brother, Bogus bandits) Regia di Hal Roach e Charley Rogers. Sceneggiatura di Jeanie Macpherson, liberamente tratta dall’opera omonima di F. Auber, Scribe e Delavigne (1830). Musica di François Auber (1830); la canzone del cucù è di Marvin Hatley (1928). Interpreti: Stan Laurel, Oliver Hardy, Dennis King (il brigante Fra Diavolo), James Finlayson (Lord Rocburg) Lucille Brown (Zerlina) Arthur Pierson (Lorenzo) Thelma Todd (Lady Pamela) Henry Armetta (l’oste Matteo) James C. Morton (taglialegna) Durata 90’

Confesso subito: questi post sono solo un pretesto, una scusa per parlare di Stan Laurel e di Oliver Hardy e per mettere qui le loro immagini (ci tengo moltissimo). Su Stanlio e Ollio c’è da dire solo una cosa: che gli vogliamo tutti un gran bene. Le vicende degli altri personaggi di questo film le ho sempre considerate solo come una specie di cuscinetto, uno spazio vitale per poter riprendere fiato: “ho riso così tanto che credevo di star male” è la frase che in proposito a “Fra Diavolo” è stata ripetuta in casa mia per generazioni (il film ha quasi ottant’anni), fin da quando lo si poteva vedere soltanto al cinema. E al cinema l’ho visto anch’io, da bambino, perché fino a tutti gli anni ’60 (e anche dopo, finché ci sono stati i cinema) i film di Stanlio e Ollio non sono mai usciti dal repertorio dei film proiettati nelle sale. L’incasso, con Stanlio e Ollio, era sempre garantito.
“Fra Diavolo” è un personaggio storico, il suo vero nome è Michelangelo Arcangelo Pezza: nato a Itri nel 1771 e morto impiccato nel 1806 a Napoli: assassino e brigante ma anche ufficiale borbonico, che combattè contro Napoleone.
“Fra Diavolo” è anche il titolo di un’opera lirica del 1830, testo di Eugène Scribe e musica di François Auber, che riprende molto liberamente le gesta del leggendario bandito, trasformato in una specie di ladro gentiluomo, qualcosa tra Robin Hood e Arsenio Lupin. Scritta in francese, l’opera viene comunemente eseguita in lingua italiana; il libretto italiano è di Manfredo Maggioni. Nell’Ottocento l’italiano era una lingua importante, soprattutto per motivi culturali; questa di eseguire le opere nella nostra lingua e non nella loro scrittura originale era una prassi molto diffusa, applicata anche per Meyerbeer, per la Carmen di Bizet, per il Guillaume Tell di Rossini e perfino per il Lohengrin di Wagner. Nel film, l’originale è però cantato in inglese; nella versione italiana si ascolta un cantante famosissimo, il baritono Tito Gobbi, allora agli inizi di carriera.
François Auber (ma il nome completo è complicatissimo: Daniel-François-Esprit Auber ) nasce a Caen nel 1782 e muore a Parigi nel 1871. Fu un musicista famoso, ma subì il destino comune a molti altri musicisti del primo Ottocento, destinato ad essere dimenticato dopo l’entrata in scena di Donizetti, Bellini, Verdi, Wagner, Bizet e di tutti gli altri grandi operisti di quel periodo, che si presero completamente la scena. La sua opera più famosa è una Manon Lescaut del 1836, che precede quelle di Massenet e di Puccini; il Fra Diavolo è del 1830, e vanta un libretto scritto da Eugène Scribe, uno dei più importanti autori del teatro francese in quegli anni.
Auber è quasi completamente scomparso dal repertorio dei teatri lirici; esistono diverse registrazioni delle sue opere principali, e ogni tanto una sua opera viene riallestita, ma ormai il suo nome è ricordato solo dagli appassionati più competenti. La sua musica è sempre piacevole e si ascolta volentieri, ma non credo che si possa mettere tra i capolavori. Si può ancora dire che, per la sua natura brillante e per l’alternarsi di parti cantate e recitate, “Fra Diavolo” è da considerarsi fra i precursori dell’operetta, un genere che nel 1830 ancora non esisteva.

Confrontando l’opera di Auber con il film, la prima sorpresa è questa: la protagonista è Zerlina, la figlia dell’oste. E’ attorno a Zerlina che si muove tutta l’azione, e a Zerlina sono riservate le arie “da applausi”, in teatro e nei dischi la parte di Zerlina è sempre affidata a soprani importanti. Di tutto questo nel film rimane ben poco, ma qui sta per arrivare la seconda sorpresa, che è questa: i personaggi di Stanlio e Ollio esistono anche nell’opera di Auber, e si chiamano Beppo e Giacomo, i due servitori del brigante. Ovviamente, sono due comprimari; niente a che vedere con quello che si sono inventati Laurel & Hardy, ma ci sono. Una scena importante che li riguarda la vediamo anche nel film, nel finale: quando Stan Laurel ubriaco si mette a cantare la canzone di Zerlina davanti allo specchio. Forse ci si ricorderà (magari a partire dalla decima visione del film, quando si riesce finalmente a prendere un po’ di fiato e si può ragionare su quel che succede) che Stanlio, Ollio e Fra Diavolo (la scena è dopo che sono saliti sul balcone) si trovano senza volerlo a spiare Zerlina davanti allo specchio. Zerlina pensava di essere da sola, invece ecco che Stanlio-Beppo, ubriaco, si mette a canticchiare proprio quella canzone; e così facendo si tradisce e fa intuire chi sia davvero il gentiluomo che si presenta come Marchese di San Marco.
Ed è proprio Zerlina, nell’opera, a intonare per prima la famosa aria di Fra Diavolo, quella che nel film fa da motivo conduttore:
Quell’uom dal fiero aspetto
guardate sul cammino
lo stocco ed il moschetto
ha sempre a sè vicino.
Guardate, un fiocco rosso
ei porta sul cappello
e di velluto indosso
ricchissimo ha il mantel.
Tremate! fin dal sentier del tuono
dell’eco viene il suono: diavolo, diavolo, diavolo!
Queste parole sono cantate solo da Zerlina (soprano); la seconda strofa spetta a Fra Diavolo, travestito da Marchese. Nel testo successivo, il Marchese difenderà il brigante (cioè se stesso).
Quest’aria, usata nel film come motivo conduttore, nell’opera viene citata tre volte, prima Zerlina poi di seguito FD, poi in due concertati, uno dei quali è il finale.

Nel film, la canzone di Fra Diavolo, la ascoltiamo fin dall’inizio, nella versione italiana con la voce di Tito Gobbi, qui agli inizi di carriera, grande e famoso baritono degli anni ’50. Va detto che forse la voce di Gobbi è un po’ pesante per la parte (in Auber è scritta per tenore); nelle vecchie pellicole il sonoro era spesso esagerato, quest’aria cantata in questo modo l’avevo sempre trovata fastidiosa, molto appiccicata e poco naturale; ma il film è stato di recente restaurato e anche la voce di Gobbi è finalmente inserita nel modo giusto. Non ho trovato indicazioni sugli altri cantanti della versione italiana, penso che almeno la voce di Zerlina meriterebbe un’indicazione anche se – va detto anche questo – nel film la parte musicale è molto approssimativa.
(continua)

venerdì 27 agosto 2010

Fra Diavolo ( II )

Fra Diavolo (1933) (altri titoli: The devil’s brother, Bogus bandits) Regia di Hal Roach e Charley Rogers. Sceneggiatura di Jeanie Macpherson, liberamente tratta dall’opera omonima di F. Auber, Scribe e Delavigne (1830). Musica di François Auber (1830); la canzone del cucù è di Marvin Hatley (1928). Interpreti: Stan Laurel, Oliver Hardy, Dennis King (il brigante Fra Diavolo), James Finlayson (Lord Rocburg) Lucille Brown (Zerlina) Arthur Pierson (Lorenzo) Thelma Todd (Lady Pamela) Henry Armetta (l’oste Matteo) James C. Morton (taglialegna) Durata 90’
La prima scena del film è l’accampamento dei banditi, ma nell’opera di Auber si inizia dal minuto 7 del film, il coro fuori dall’osteria. Nel film, si comincia con Fra Diavolo che racconta ai suoi il viaggio accanto a Lady Pamela, e in flashback lo vediamo mentre canta una barcarola, che nell’opera è sempre nel primo atto, ma molto più avanti. La voce, nella versione italiana, è sempre quella del grande baritono Tito Gobbi; che a dire il vero qui è un po’ fuori posto, ci vorrebbe una voce più leggera:
Per riveder la bella
non bada alla procella
il fido barcarol
La procella, cioè la tempesta di mare (è una parola italiana!) nei testi dell’opera lirica c’è sempre, fin dal ‘700 di Haendel: “Tuoni, fulmini, e procelle!” dice il recitativo di Serse, subito prima del famosissimo "largo".
Le cronache dell’epoca dicono che il film “Fra Diavolo” non ebbe immediato successo. In parte – credo – per la difficoltà di seguire la trama dell’opera; ma siamo ai primi anni del sonoro e mettere la musica era quasi un obbligo, molti film dell’inizio degli anni ’30 sono film musicali. Troviamo molte versioni più o meno fedeli dal repertorio musicale dell’Ottocento: La vedova allegra soprattutto (Lubitsch, ma anche i fratelli Marx), e molti musical (Busby Berkeley creò dei veri capolavori partendo da canzoni e dai musical). Vedere il titolo “The devil’s brother” nei titoli di testa rende chiaramente l’idea della difficoltà per gli americani nel capire qualcosa del soggetto: dato che “fra” è alla lettera abbreviazione di “fratello”, “Fra Diavolo” (cioè il soprannome del brigante Michele Pezza, personaggio storico realmente esistito) è diventato “Il fratello del diavolo”, neanche fosse L’esorcista...

Nei titoli di testa si ascoltano brani dell’ouverture (il finale) dell’opera di Auber; nel libretto dell’opera troviamo scritto che la località è Terracina; la scritta in italiano “La taverna del cucù” all’ingresso dell’osteria ci indica comunque che siamo in Italia, inizi dell’Ottocento, era napoleonica.E quindi forse si potevano evitare tutte quelle parrucche, cipria e crinoline che penalizzano la visione del film; soprattutto è da considerare gravissimo errore la parrucca che nasconde la micidiale e famosissima pelata di James Finlayson, e che un po’ gli impedisce di produrre come si deve le sue straordinarie occhiatacce.
Beppo e Giacomo (cioè Stanlio e Ollio: i loro personaggi ci sono anche nell’opera di Auber, ma si tratta di piccole parti) li incontriamo per la prima volta nella scena sesta del primo atto; va ricordato (ma forse è superfluo dirlo) che l’aria del cucù non è di Auber ma di Marvin Hatley, amico e collaboratore di Laurel & Hardy.
Sempre in scena sesta, Fra Diavolo arriva travestito da Marchese, coi suoi assistenti; nel film siamo al minuto 31, ed è anche il momento in cui conosciamo il Toro, personaggio tutt’altro che secondario (vedi il finale!). Diecimila lire di ricompensa (minuto 27) è la taglia sulla testa del brigante Fra Diavolo.
Segue una serie di gags fino al minuto 40, con i tentativi di ribellione di Stanlio e la mancata consegna di Fra Diavolo alle autorità; al minuto 42 c’è “naso nasino nasello” e gags imperdibili fino al minuto 52 dove c’è Zerlina allo specchio, che è la scena chiave del film e dell’opera. Qui Zerlina (la figlia dell’oste) pensa di essere da sola e si contempla allo specchio, trovandosi decisamente bella; invece è spiata da Fra Diavolo e dai suoi aiutanti.

L’aria è nel secondo atto, aria e scena, molto lunga: Zerlina è una gran parte, per un soprano d’agilità. Ne riporto i versi più orecchiabili:
(...) Sì, domani, sì, domani
noi sarem marito e moglie
ei la mano mi darà... (...)
Grazie al ciel, per una serva
questa vita non c’è mal;
non ne sono malcontenta,
no davvero, non c’è mal.
Quest’ultima strofa (“grazie al ciel per una serva...”) sarà poi cantata da Stanlio ubriaco nel finale, e farà capire a Zerlina e al fidanzato Lorenzo che in quel momento la ragazza non era da sola; quindi c’è qualcosa che non torna. E’ il preludio allo smascheramento definitivo di Fra Diavolo / Marchese di san Marco, e "vita" va inteso nel senso di "giro vita": l'attrice che interpreta Zerlina si chiama Lucille Brown ed è davvero ben scelta.

Seguono i preparativi matrimonio con il riccone; la gag del dito di Stanlio è al minuto 52, e qui è d’obbligo mettere nome dell’oste: l’attore che lo interpreta (un mito!) si chiama Henry Armetta.

Poi prosegue l’azione proprio come nel libretto dell’opera di Auber, con il giovane ufficiale Lorenzo accusato del furto dei gioielli, eccetera.
Dal minuto 63 comincia la scena della cantina (un capolavoro assoluto, uno dei vertici della storia del cinema: ma cosa lo dico a fare?) alternata ai corteggiamenti di FraDiavolo.
Quest’aria di Fra Diavolo (molto lunga, anzi troppo lunga) nell’opera di Auber è all’inizio dell’atto terzo. E’ il brigante che ragiona fra sè e sè; ne riporto i versi più comprensibili:
...ho per soggetti / i viaggiatori;
per tributari / i passegger:
no no, nessun di lor mi sfugge...

A proposito, il vino che si beve il vecchio Stan è un Chateau Lafitte del 1710: si direbbe un bianco (così si dice nel film, ma trovare un vino francese a Terracina sembra poco probabile).
Al minuto 77 la grande scena delle risate, poi Zerlina riconosce la sua canzone, e confessa i suoi sospetti a Lorenzo; da qui in avanti, il finale. Il film segue quindi molto fedelmente la trama dell’opera lirica di Auber, ma Stan Laurel e Oliver Hardy con le loro invenzioni rendono inutile (e anche un tantino pesante) capire cosa succede veramente; e Dio li benedica per sempre per le loro invenzioni. Con altri film non sarà così (“I figli del deserto” ma anche “Way out West” hanno trame ben costruite), ma Fra Diavolo va preso per quello che è con tutti i suoi difetti ma con la presenza inarrivabile dei due più grandi attori e autori di tutta la storia del cinema.
“Fra Diavolo” di Auber fu messa in scena alla Scala nella stagione 1991-92, per la direzione di Bruno Campanella, e la regia di Jerome Savary, con scene e costumi Jacques Schmidt. Me lo ricordo come un ottimo allestimento, lontanissimo dal film del 1933 e ambientato nell’Italia intorno al 1950; tutto bello, però con inutili e fastidiose sirene nel finale: i carabinieri che arrestano Diavolo arrivando con le Alfa. Anche il cast era di ottimo livello: Luciana Serra come Zerlina, Giuseppe Sabbatini e Bruce Ford i due tenori (Fra Diavolo e Lorenzo), il baritono Alessandro Corbelli al posto di Finlayson, Martha Senn come Lady Pamela, Luigi Roni come oste Matteo, Mario Luperi come Ollio-Giacomo, Sergio Bertocchi come Stanlio-Beppo. Nel secondo cast, il 9 febbraio 1992 c’erano Luca Canonici (Diavolo), Francesco Piccoli (Lorenzo), ancora la Serra, Bruno Praticò (Finlayson), Sergio Bertocchi con Aldo Bramante, Francesca Franci come Lady Pamela, Ernesto Panariello come oste Matteo. Fra Diavolo è dunque una parte adatta ad un tenore, e non a un baritono scuro come il Tito Gobbi che ascoltiamo nel film; sarebbe stata forse una parte adatta per Alfredo Kraus, ma non si può avere tutto dalla vita ed è più che giusto che il grande tenore delle Canarie abbia fatto altre scelte.
Molti anche i film seri sul brigante Michele Pezza: cito i principali, un Fra Diavolo francese del 1931 (regia di Mario Bonnard), un Fra Diavolo del 1942 per la regia di Luigi Zampa, un Mario Soldati del 1950 (titolo “Donne e briganti”), e non può mancare alla lista un altro film comico, “I tromboni di Fra Diavolo”, anno 1962, regia di Giorgio Simonelli, con Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, e un bel manipolo di caratteristi e di belle donne (mai capito perché Vianello e Tognazzi dicessero che erano brutti film: io mi ci diverto sempre molto, quando mi capita di vederli in tv).
PS: due miei pareri personalissimi: l'attore che interpreta Fra Diavolo si chiama Dennis King, e mi è sempre stato molto antipatico. Anche Lady Pamela (Thelma Todd) non è che sia un mostro di simpatia, ma quantomeno un po' di impegno ce lo mette.