mercoledì 13 novembre 2019

Il seme dell'uomo

 
Il seme dell'uomo (1969) Regia Marco Ferreri. Soggetto Marco Ferreri. Sceneggiatura Marco Ferreri e Sergio Bazzini. Fotografia Mario Vulpiani. Musiche e canzoni di Teo Usuelli; coro atto terzo dal Nabucco di Giuseppe Verdi. Interpreti: Anne Wiazemsky (Dora), Marco/Marzio Margine (Cino), Annie Girardot (la straniera), Rada Rassimov (donna bionda a seguito del Maggiore), Maria Teresa Piaggio (donna riccia a seguito del Maggiore), Milvia Frosini (il prete-Maggiore), Angela Pagano (la suora-militare), Adriano Aprà (il giornalista televisivo), Mario Vulpiani (elicotterista), Vittorio Armentano (il tecnico scienziato bruno), Luciano Odorisio (il tecnico scienziato biondo), Sergio Giussani (l'elicotterista con la bottiglia di whisky), Mario Bagnato (il militare spagnolo), Marco Ferreri (il padrone di casa, morto). Durata 113 min
 
"Il seme dell'uomo" è uno dei film più difficili di Ferreri, che spiega bene anche il pessimismo di "Dillinger è morto", uscito l'anno prima e citato indirettamente con l'apparizione per pochi istanti della colt verniciata da Michel Piccoli. La presunzione e l'ignoranza dell'uomo portano a una catastrofe, e due dei sopravvissuti (Marzio Margine e Anne Wyazemsky), una coppia, non potendo più continuare il loro viaggio, e costretti a fermarsi nel luogo dove sono rimasti bloccati, iniziano a costruire un museo degli oggetti del passato; è soprattutto lui che ci tiene, ed è lui che vorrebbe anche avere dei figli, cioè vorrebbe la prosecuzione della razza umana. La donna, invece, è disponibile al sesso ma si rifiuta di procreare.Quando alla fine l'uomo riesce a fecondarla, dopo averla narcotizzata (lui ha nozioni di erboristeria), ecco che un'esplosione, forse una mina residua, li uccide entrambi. Il seme dell'uomo, quindi, va perduto; la presunzione umana, ancora una volta, è soggetta ai capricci (o al disegno) della Natura. Quasi un'operetta morale di Leopardi, però con molto divertimento e con bei colori, dovuti all'arredamento e soprattutto alla bellissima fotografia di Mario Vulpiani, che qui compare brevemente anche come attore, pochi secondi. E' ottima anche la scelta delle musiche e delle canzoni, magari non belle ma sempre molto appropriate; si ascolta anche il coro atto terzo dal Nabucco di Giuseppe Verdi.
 
Marzio Margine è un attore di teatro, poco presente al cinema; ascoltato in teatro ha una voce gradevole ma molto acuta e qui sembrerebbe doppiato, ma non ho trovato informazioni in proposito (manca anche il nome degli altri doppiatori). Una cosa curiosa è che sui titoli di testa c'è scritto Marco, e non Marzio; non saprei dire perché. Il suo personaggio si fa crescere la barba in modo da somigliare a Marco Ferreri, e finisce con il sembrare quasi identico a lui. Lo stesso Ferreri appare brevemente, alla Hitchcock: è il padrone della villa-museo, anche lui morto per l'epidemia. I due giovani lo seppelliranno e andranno a vivere nella sua casa, all'inizio del film.

 
Anne Wyazemsky, attrice per Bresson e per Godard (e per molto altro) appare meno magra, più piena e più bella; come terza protagonista c'è Annie Girardot nel ruolo della bella intrusa straniera che va a turbare l'intesa di coppia (la Wyazemsky le farà fare una brutta fine, ma era stata assalita).
Ci sono brevissime apparizioni di componenti della troupe, come Mario Vulpiani (presentato con il suo nome e cognome) e Luciano Odorisio; il critico Adriano Aprà appare come lettore dell'ultimo telegiornale. Nel cast anche personaggi curiosi come un prete che è anche un maggiore, la religione militarizzata: lo interpreta una donna doppiata con voce maschile (l'attrice si chiama Milvia Frosini). Il prete-maggiore, che arriva a cavallo insieme ai butteri maremmani (il film è girato a Capalbio) sembra molto rigido e severo, dice che adesso ogni donna deve essere fecondata per garantire la prosecuzione del genere umano, ma poi approva l'idea della casa-museo, nomina Cino come gestore e si mostra molto gentile prima di ripartire.
 

Notevole anche la balena, una grande carcassa spiaggiata che entusiasma lui, pieno di riferimenti letterari (Moby Dick, Pinocchio), e invece preoccupa lei: "tra poco qui non potremo più stare", dice Dora e così succederà. La donna ha colto al volo la realtà, l'uomo non ha capito cosa succede e gioca con fantasie e illusioni destinate a crollare nella vita quotidiana (è una nota di Ferreri per la prima proiezione del film alla Rai). Alla fine, della carcassa della balena divorata dai gabbiani rimarrà un grande scheletro, ma prima la putrefazione della grande massa spingerà i due a cercare un'altra casa (ma torneranno, nel finale).
 
 
"Il seme dell'uomo" ha immagini nitide e belle, molta luce, colori brillanti, tutto in contrasto con la sgradevolezza (cannibalismo compreso) tipica di Ferreri e del suo pessimismo, che qui appare molto attenuata. C'è un'emergenza, ma il tono del film è disteso e rilassato, quasi non sembra, anche i poliziotti sono gentili ed educati, quieti; curano i morenti meglio che possono, tolgono solo l'auto ai due protagonisti ma quasi sembra dispiacergli.
Il rapporto di coppia, la coppia lasciata sola a se stessa in un posto deserto, fa pensare a un altro film di Ferreri, "La cagna" (con Mastroianni e Catherine Deneuve, 1972), la grande balena spiaggiata rimanda alla grande scimmia di "Ciao maschio" (sempre Ferreri, 1978) anch'essa a suo modo "spiaggiata".

Altri appunti presi durante la visione: 1) le cascate, con i fanghi curativi, nel finale. 2) il "conteggio" davanti alla balena, nella scena a tre con la Girardot, serviva per calcolare il tempo necessario per lo sviluppo delle fotografie Polaroid, a sviluppo immediato. 3) i pupazzi di plastica, sempre nel finale, che poi Cino seppellisce in mare. 4) un'automobile ritrovata viene trascinata con i cavalli nella casa-museo: ormai l'automobile è del tutto inutile e servirà solo per il museo degli oggetti ritrovati dopo la catastrofe 5) il maggiore-prete usa una scatola per il trucco al posto dell'inchiostro, per scrivere; il pennello per il fard serve da penna. 6) ancora nel finale, Anne Wyazemsky truccata come la Primavera di Botticelli.

Nel film ci sono molte sequenze documentarie, che iniziano fin dalla sequenza sui titoli di testa. Le musiche sono di Teo Usuelli, collaboratore abituale di Ferreri; dal Nabucco di Giuseppe Verdi si ascolta il celebre "Va' pensiero" sulle immagini dell'ultimo telegiornale, una versione quasi integrale e in una registrazione che si direbbe piuttosto antica, ma sulla quale mancano indicazioni. Gli esterni sono a Capalbio, Forte Macchiatonda, e in un autogrill nelle sequenze iniziali.


Un film da rivedere e da ripensare, che è diventato nel frattempo (purtroppo) di grande attualità: non è un bel mondo quello in cui stiamo vivendo, con la riesumazione del nazifascismo e con la distruzione dell'ambiente in cui viviamo. La cosa più triste, però, è che di tutto questo la gente sembra non preoccuparsi; e il sorriso sempre sulle labbra di Cino (Marzio Margine) è il dettaglio che più mi è rimasto nella memoria alla fine della visione.











lunedì 11 novembre 2019

Kes


 
Kes (1969) Regia di Ken Loach. Soggetto di Barry Hines. Sceneggiatura di Barry Hines, Ken Loach, Tony Garnett. Fotografia di Chris Menges. Musiche di John Cameron. Interpreti: David Bradley, Freddie Fletcher, Lynn Perrie, Colin Welland, Brian Glover, ragazzi e bambini. Durata: 110 minuti
 
Kes è un falco, per la precisione un gheppio, che viene allevato e istruito da un ragazzo, poco più che bambino, nello Yorkshire; ed è uno dei film più belli di Ken Loach (e non solo). Il soggetto viene da un romanzo di Barry Hines che si intitola "A kestrel for a knave". Kestrel è proprio il nome del gheppio in inglese, e Kes è il nome del falco (diminutivo). Il nome scientifico è "Falco tinnunculus", gheppio; "knave" è fante, o furfante, probabilmente con riferimento all'ambiente in cui cresce il ragazzino.

 
Loach inserisce il tema della falconeria  nell'ambito della scuola e della famiglia. Senza padre, il protagonista Billy Casper ha la mamma e un fratello maggiore (fratello solo da parte di madre) già adulto e poco simpatico, oltretutto invischiato in giri più o meno loschi legati alle scommesse sulle corse di cavalli. La falconeria è un tema che per me rimanda subito a Boccaccio (Decameron: giornata quinta, nona novella, "La novella del falcone") anche per i colori autunnali e per il finale tragico e mesto. Per la scuola, il film finisce col ricordare "Diario di un maestro" di Vittorio De Seta, girato praticamente in contemporanea, e anche i romanzi di Charles Dickens per le bacchettate sulle dita a scuola e per il rapporto fra bambini e adulti e fra i ragazzi stessi. Sono scene in cui è facile riconoscersi, anche con una certa sofferenza: il professore di ginnastica un po' stupido e gli spogliatoi con scherzi pesanti fanno parte dei ricordi di quasi tutti. So anche che c'è a chi piace questo mondo, io spero da sempre che sparisca ma dopo cinquant'anni mi tocca constatare che troppo spesso come mentalità siamo ancora fermi lì. Non mancano i momenti comici, come sempre in Ken Loach; e non manca neanche la partita di calcio (siamo in Inghilterra, il football è nato lì). Alcune scene di rock-pub (comico naturale) fanno pensare al Milos Forman di "Taking off"; simpatica la scena iniziale dove Billy legge i fumetti.

 
Kes arriva al minuto 14 circa; Billy lo prende dal nido arrampicandosi su un muro fatiscente. Impara come nutrirlo e addestrarlo da un libro; riuscirà nell'impresa e prenderà bei voti a scuola raccontando la sua storia, in una delle scene più belle del film. E' un film sulla caccia, a molti non piacerebbe oggi ma era un mondo realmente esistente; anche prendere gli uccellini dal nido (non solo i gheppi) era pratica comune. Quello che dovrebbe scandalizzare, e muovere le coscienze, è che oggi i posti dove erano così frequenti alberi e uccelli sono stati in gran parte cementati e asfaltati, magari per far posto a ipermercati e svincoli autostradali; ma qui sto uscendo dall'ambito del film e mi fermo.

 
Anche le sequenze a scuola mostrano cose non piacevoli, con il preside che bacchetta Billy e altri ragazzi per le sigarette, il professore di ginnastica imbecille, gli scherzi sotto la doccia... Si può far notare che "bacchettare" qui va preso alla lettera, una bacchetta rigida con la quale colpire i ragazzi sulle dita delle mani.

 
Il protagonista, l'attore ragazzo David Bradley (poi farà davvero l'attore) è piccolo e magro e ricorda a tratti Andrea Balestri, il Pinocchio di Comencini, ma è sui quattordici anni. Il film è parlato nel dialetto dello Yorkshire; Disney propose una versione col lieto fine a Barry Hines ma Hines si oppose.

 
"Kes" era visibile fino a poco tempo fa su youtube ma in una brutta edizione: sembra ripresa da un telefonino, ma è comunque meglio di niente. Il pensiero corre a chi detiene i diritti e non lo rende visibile, e soprattutto alla Rai, servizio pubblico, che dovrebbe scegliere con maggiore attenzione (e maggiore amore verso il cinema) i film che trasmette, oltretutto avendo a disposizione reti che trasmettono ventiquattro ore su ventiquattro per ogni santo giorno dell'anno. Su youtube ci sono comunque anche sequenze intere tratte dalla versione integrale, che mostrano la magnifica fotografia e fanno intuire la grande bellezza del film.
 

 



(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )



venerdì 8 novembre 2019

Klimt (Raoul Ruiz)


Klimt (2006) Regia: Raoul Ruiz. Sceneggiatura: Raoul Ruiz, Herbert Vesely. Fotografia: Ricardo Aronovich. Montaggio: Valeria Sarmiento, Beatrice Clerico. Musica: Jorge Arriagada. Scenografia: Georg Resetschnig. Costumi: Birgit Hutter. Interpreti: John Malkovich, Veronica Ferres, Saffron Burrows, Stephen Dillane, Paul Hilton, Sandra Ceccarelli, Karl Fischer, Irina Wanka, Antje Charlotte Sieglin, Nikolai Kinski, Joachim Bissmeier, Peter Appiano, Hevesi Gunther Gillian, Alexander Strobele, Dennis Petkovic, Annemarie Düringer, Marion Mitterhammer, Nicole Beutler, Miguel Herz-Kestranek, Aglaia Szyszkowitz, Alexandra Hilverth, Miriam Heard, Rose-Lise Bonin, Martin Brambach, Julie Bräuning, Georg Friedrich, Ariella Hirshfeld, Erwin Leder Pochlatko, Andreas Schmid, Ira Zloczower. Durata: due versioni, 127 minuti o 1h40'

"Klimt" di Raul Ruiz (2006) è un ottimo lavoro dove Ruiz rinuncia un po' al suo stile consueto e cerca di essere più narrativo, mescolando comunque realtà e allucinazione (che nasce dal delirio di Gustav Klimt morente all'ospedale). Purtroppo non sono riuscito a guardare la versione completa del film; quella che ho visto è la versione ridotta, 1h40' circa invece di due ore, ed è più che probabile che tutto sia più chiaro nel disegno originale voluto dall'autore.
 

Il film di Ruiz comincia con Egon Schiele che va a trovare all'ospedale l'amico ormai morente e quasi privo di conoscenza, steso su un lettino; da qui partono ricordi reali e fantasie, oppure vere e proprie allucinazioni dovute anche ai farmaci contro il dolore. Parte di queste allucinazioni è un funzionario statale, che appare a più riprese nel film e con il quale Klimt crede di parlare; il funzionario lo controlla e lo spia, ma con amabilità e buona educazione, anche riguardo al fisco. Il dettaglio fa pensare a una situazione analoga (ma più che reale) vissuta da Ingmar Bergman, che ne parla in alcuni suoi film (Il rito) e nella sua autobiografia. Una vera e propria angoscia, ma che è in realtà il prodotto della sua immaginazione e delle sue preoccupazioni.

Klimt è infatti gravemente malato, e questo porta alle sue allucinazioni; nel film si parla apertamente di una sifilide ormai avanzata, altre fonti biografiche parlano invece di un ictus o dell'influenza spagnola (siamo nel 1918). Ruiz non spiega molto, nel corso del film; le immagini sono sempre molto belle e gli attori molto bravi, ma converrà cercarsi una biografia attendibile di Klimt per capire cosa è vero e cosa non lo è. La narrazione è comunque comprensibile, richiede però attenzione e conoscenza di quel periodo storico. Molto bello anche il lavoro su colori e scenografie, è davvero un Klimt trasposto al cinema.
 

Un'altra difficoltà durante la visione è dovuta alla voluta mescolanza di personaggi veri (Egon Schiele, Kokoschka, lo stesso Klimt...) con altri di fantasia o rielaborati; si vede poco o nulla Emilie Floege. Per esempio (lo apprendo da internet) la Lea de Castro del film è ispirata a Cléo de Mérode, all'epoca molto famosa. Lea de Castro (l'attrice è Saffron Burrows) percorre tutto il film; lei e il suo doppio (l'attrice è Georgia Reeve) conquistano Klimt. Ottimo protagonista è John Malkovich, che riesce perfino ad essere molto somigliante al vero Klimt; ancora più somigliante, mi sembra, è Nicolai Kinski nei panni di Schiele. Molte belle donne nel film, c'è anche Sandra Ceccarelli.
Nel film si parla dei moltissimi figli di Klimt, "quasi tutti avuti da modelle ebree"; su wiki si dice che ne furono riconosciuti 14 dopo la sua morte. La sorella e la madre di Klimt si vedono nel film; pare che la madre avesse seri problemi psichiatrici ma Klimt non volle mai farla ricoverare.


Georges Méliès, vale a dire la nascita del cinema, è molto presente nel film; lo vediamo mentre proietta un film su Lea de Castro che colpisce molto Klimt; e nel film muto c'è anche Klimt. Non mi pare però che Melies abbia davvero girato un film su Klimt, e nemmeno su Cleo de Merode; il catalogo di Méliès è comunque molto vasto, può darsi che il film sia davvero esistito. Nel film vediamo anche Klimt mentre spreme una fetta di torta nuziale in faccia a un critico, che poi gli spiega le sue ragioni; Klimt lo ripulisce e gli chiede scusa. Si dice che un fotografo ha ripreso la scena, chissà se è vero. Nel film si vede anche che Klimt "rubò" le sue opere in mostra, già vendute, e che anche qui fu fotografato per strada con un suo quadro sottobraccio; anche in questo caso non so dire se sia un'invenzione di Ruiz o se ci sia qualcosa di vero; tutte queste scene sono comunque ben fatte e divertenti, e hanno un loro senso all'interno del film.
Le musiche originali di Jorge Arriagada sono belle, come sempre, ma forse è costretto dal periodo storico ad essere meno personale; poi mi sembra di ricordare citazioni da altri autori, forse Debussy, ma non ho trovato un elenco preciso delle musiche.
 

Altri appunti presi durante la visione: 1) Klimt era figlio di un orafo boemo, visse fra il 1862 e il 1918. 2) Molte parolacce di Klimt, pare che ne dicesse davvero tante. 3) Klimt fa anche a cazzotti, nel film, e dimostra una buona tecnica di boxe, e potenza. 4) Cleo de Merode, cioè Lea de Castro, mostra il ritratto a lei fatto da Whistler, ma non ne ho trovato traccia su internet. Cleo de Merode fu comunque ritratta da molti pittori importanti dell'epoca, come Boldini e Lautrec, ed esistono moltissime sue foto. 5) Il dottore che cura Klimt gli dice che metà Vienna ha la sifilide, e probabilmente c'era del vero; lo cura con mercurio, che è un veleno, ma erano quelle le medicine del 1910. Gli antibotici e le altre medicine moderne arriveranno solo trent'anni dopo. 6) Klimt guadagna bene e ha molti appoggi, stando a ciò che si vede nel film. 7) Divertente la scena delle foglie d'oro al minuto 56, con Sandra Ceccarelli che sbatte volutamente la porta. Le foglie d'oro costano poco, perché pesano poco; l'oro può essere infatti stirato in foglie sottilissime ed è usato comunemente anche dai rilegatori di libri. Klimt le impiegò per un periodo piuttosto lungo, ispirato da una visita ai mosaici di Ravenna e dall'arte bizantina. (Qui c'è anche un mio ricordo personale - la foglia d'oro intendo, purtroppo non la Ceccarelli).


 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )


lunedì 4 novembre 2019

Il mestiere delle armi ( I )


Il mestiere delle armi (2001) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi Fotografia di Fabio Olmi. Musiche di Fabio Vacchi. Interpreti: Omero Antonutti (voce del narratore), Hristo Jivkov (Giovanni de' Medici, voce di Giovanni Crippa), Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Fabio Giubbani, Sasa Vulicevic, Dessy Tenekedjieva, Sandra Ceccarelli, Giancarlo Belelli, Paolo Magagna, Nikolaus Moras, Claudio Tombini, Aldo Toscano, Michele Zattara, Vittorio Corcelli, Franco Palmieri, Paolo Roversi, Francesca Lonardelli Durata: 1h36'

1.
"Il mestiere delle armi" racconta gli ultimi giorni di vita di Giovanni dalle Bande Nere, cioè Giovanni de' Medici. Siamo nel novembre 1526, nei pressi di Mantova; Carlo V di Spagna, irritato dal Papa che ha aderito a una lega contro di lui, gli manda contro i lanzichenecchi guidati da Georg von Frundsberg ("Zorzo", cioè Giorgio, nei documenti italiani dell'epoca). Contro Frundsberg si muove Giovanni de' Medici, con un numero di cavalieri ridotto, compiendo azioni che oggi chiameremmo di guerriglia e miranti a colpire gli alemanni nei rifornimenti. Quello che Giovanni non sa è che il duca di Ferrara ha rifornito Frundsberg con l'artiglieria, quattro falconetti (piccoli cannoni molto precisi) che risulteranno decisivi. Lo scontro avviene a Governolo, nel mantovano, dove i lanzi fingono di ritirarsi ma in realtà attirano in trappola Giovanni; nascosti dietro i mattoni di una fornace ci sono i falconetti. Giovanni viene ferito gravemente a una gamba, e morirà pochi giorni dopo di setticemia, il 30 novembre 1526. Da qui in avanti, i lanzichenecchi avranno via libera e giungeranno a Roma in poche settimane, appena finito l'inverno.


Il soggetto è "la gran bontà dei cavalieri antichi": le armi moderne hanno reso nullo il valore individuale. Non erano una novità al tempo di Giovanni de' Medici (le prime armi da fuoco sono già documentate nel '300) ma erano ormai giunte a un grado di perfezione tecnica che le rendeva utilizzabili in battaglia. Olmi ci mostra la loro fusione, la fusione dei proiettili, la rifinitura, le prove contro le armature (che da qui in avanti diventeranno inutili). Il film è molto bello, direi un capolavoro, che si ispira a Paradzhanov in alcune scene, e alle battaglie del Mahabharata di Peter Brook per i lunghi pali distesi, appuntiti. C'è anche, sicuramente, il ricordo dei film storici di Roberto Rossellini; la precisione nei costumi, la ricostruzione delle scene di tecnica e di lavoro (inclusa la chirurgia), l'accurata ricerca di luoghi e scenografie. Molte sequenze ricordano il Mantegna; direi anche che è molto presente, nelle scene finali con l'agonia di Giovanni de' Medici, il "Cristo morto" di Hans Holbein. Questo è il periodo storico in cui a Parma c'era Correggio; Leonardo da Vinci era morto da pochi anni (1519), i conquistadores stavano già mandando merci e spezie dall'America. Nel maggio 1527 ci sarà il sacco di Roma ad opera dei lanzichenecchi; il papa era Clemente VII (settimo).

Parte importante ha Curtatone, presso Mantova (luogo anche di una storica battaglia nel Risorgimento, anno 1848) alla cui porta Giovanni de' Medici rimane bloccato perché c'era l'ordine dei Gonzaga di non aprire mai di notte; si ritarda così l'incontro con i lanzi, con esito fatale. Dalla porta di Curtatone erano infatti già passati i lanzichenecchi, senza difficoltà. I Gonzaga qui si barcamenano: aprono il passo ai lanzi, ma scrivono a Roma che sono stati costretti a farlo; si lamentano con Frundsberg e questi gli risponde per lettera (tutto il film è basato su lettere e documenti d'epoca) che certe cose, compresi stupri e saccheggi, si sa che sono da sempre connesse alla guerra.

Altri miei appunti presi durante la visione: 1) Pietro Aretino legge a Giovanni un passo di Machiavelli dal "Principe", quello sui mercenari. In estrema sintesi, Machiavelli ne sconsiglia l'impiego dicendo che sono pericolosi perché corrono solo dietro ai soldi. 2) oltre all'Aretino nel film c'è Paolo Giovio, ma con minore evidenza. 3) Frundsberg non arrivò a Roma, fu costretto dalla malattia e dall'età avanzata a cedere il comando dei lanzichenecchi. 4) Giovanni de' Medici, ferito, viene ricoverato nel palazzo mantovano di Aloisio Gonzaga, dove verrà operato dal medico Abram Ariè, che gli amputerà una gamba nel tentativo di fermare la cancrena; ma è già passato troppo tempo e l'operazione si rivelerà inutile. 5) i soldati di Giovanni de' Medici, fermi nella notte gelida alla porta di Curtatone, per scaldarsi bruciano i banchi di una chiesa, e rompono le braccia a un Crocifisso di legno, "il Cristo dei poveretti" (Il Cristo dei poveretti, "di chi ha fame e di chi ha freddo": in dialetto c'è la rima, è un modo di dire proverbiale). Stanno per bruciare anche il Cristo ma il prete lo prenderà e lo porterà via così come è, senza braccia.


6) al minuto 11 questo dialogo: "Le nuove armi da fuoco cambiano la guerra, ma sono le guerre che cambiano il mondo". Oggi abbiamo i droni e i kalashnikov, sembra che la potenza distruttiva delle armi non basti mai. 7) Giovanni de' Medici vive fra il 1498 e il 1526, ed è quindi contemporaneo del Correggio, 1489-1534. Una piccola coincidenza mi fa vedere di seguito lo spettacolo di Fo sul Correggio e poi il film di Olmi; lo segnalo per chi fosse interessato ad approfondire questo periodo storico  8) siamo anche negli anni in cui nasce la stampa, Gutenberg; a Padova studia Copernico. Galileo e Giordano Bruno nasceranno una ventina d'anni più tardi. Nel 1521, cinque anni prima della morte di Giovanni de' Medici, Hernan Cortes conquista il Messico.   9) i luoghi del film: gli esterni per la battaglia sono stati girati in Bulgaria; a Mantova la Basilica di sant'Andrea; in provincia di Bergamo a Torre Pallavicina il Palazzo Barbò; a Soncino la Rocca Sforzesca, la Torre ed esterni (informazioni dal sito www.davinotti.com) 10) il dettaglio del cavallo macellato, per nutrire i soldati e lo stesso Giovanni de' Medici, può disturbare ma queste cose facevano parte della vita quotidiana, non solo militare, fino a pochi decenni fa. Oggi la macellazione è diventata invisibile, un tempo era parte della vita quotidiana. 11) "seguire la regola", per un soldato come per un sacerdote: lo dice Giovanni in punto di morte, al prete. 12) non è un film di facile visione, direi che è necessario vederlo più volte per capirlo bene, e questo non è sicuramente un difetto.




(1-continua)

Il mestiere delle armi ( II )


Il mestiere delle armi (2001) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi Fotografia di Fabio Olmi. Musiche di Fabio Vacchi. Interpreti: Omero Antonutti (voce del narratore), Hristo Jivkov (Giovanni de' Medici, voce di Giovanni Crippa), Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Fabio Giubbani, Sasa Vulicevic, Dessy Tenekedjieva, Sandra Ceccarelli, Giancarlo Belelli, Paolo Magagna, Nikolaus Moras, Claudio Tombini, Aldo Toscano, Michele Zattara, Vittorio Corcelli, Franco Palmieri, Paolo Roversi, Francesca Lonardelli Durata: 1h36'

2.
"Il mestiere delle armi" inizia con questa citazione:
« Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre... si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve.» (Tibullo, primo secolo aC)
 
Il film tratta dei fatti antecedenti il sacco di Roma del 1527 e della morte di Giovanni de Medici che spianò agli alemanni la via verso Roma. Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), famoso condottiero, figlio del fiorentino Giovanni de' Medici e di Caterina Sforza, fu battezzato come Ludovico, ma la madre gli cambiò il nome in Giovanni, come il padre. Rimasto orfano, crebbe nella Firenze di Lorenzo il Magnifico sotto la tutela di Jacopo Salviati; quando Salviati fu nominato ambasciatore a Roma, Giovanni lo seguì ed entrò nelle milizie pontificie. Giovanni, che fin da ragazzo era sempre stato molto turbolento e indisciplinato, si rivelò un ottimo comandante militare. Le "bande nere" arrivano nel 1521, le insegne listate a lutto per la morte di papa Leone X.
Se le battaglie del "Mestiere delle armi" sembrano far pensare, oltre che al "Mahabharata" di Peter Brook, ad Eisenstein per "Alexander Nevskij" (una battaglia nella nebbia, invece che sul ghiaccio) Olmi sembra più spesso rifarsi a Rossellini, i magnifici film storici girati negli anni '60 e '70 a fini didattici.
La battaglia di Governolo è vista con gli occhi di un bambino, almeno nel suo inizio; anche questa è una caratteristica di Olmi, che ai bambini dedica sempre molte attenzioni. Il bambino, figlio di contadini del luogo, vede gli eserciti schierati sulle rive opposte del fiume, poi la madre lo porta via. C'è anche un'altra bambina nel film, probabilmente figlia di Giovanni, nelle scene con Sandra Ceccarelli.  Sandra Ceccarelli interpreta una nobildonna di Mantova, anonima; Dessy Tenekedjieva interpreta invece Maria Salviati, moglie di Giovanni e madre di Cosimo de' Medici (figlio di Giovanni).
 
Su Giovanni dalle Bande Nere esistono altri due film italiani: uno diretto da Luis Trenker nel 1937 e intitolato "Condottieri", dove è lo stesso Trenker a interpretare Giovanni de' Medici, e uno del 1956 con protagonista Vittorio Gassman. Non conosco il film di Trenker, il "Giovanni dalle Bande Nere" del 1956 è diretto da Sergio Grieco ed è di buona fattura, anche se al centro del film c'è una storia d'amore fra Gassman e una nobile mantovana, con la morte di Giovanni provocata dal tradimento di un suo stretto collaboratore, eccetera. Un film d'azione senza molte pretese, che però ha il merito di spiegare bene gli antefatti della battaglia che portò a morte Giovanni: la precedente guerra contro i francesi, e poi l'alleanza proprio con i francesi contro le truppe alemanne guidate da Frundsberg.
 
Per capire il periodo storico in cui visse Giovanni de' Medici è utile la visione della lezione-spettacolo di Dario Fo sul Correggio, molto ricca di informazioni e spiegata in modo molto chiaro; non si parla solo di pittura ma anche dei Visconti, degli Sforza, di Urbino, del Mantegna.
 
Cercando informazioni sui luoghi dove è stato girato il film sono incappato in una recensione di Pino Farinotti che dice cose come "tanto rigoroso da essere arrogante" e aggiunge un parere non richiesto sui film storici di Roberto Rossellini: "dell'ultima età non più quella dell'oro". Sono poche righe, ma contengono informazioni fuorvianti e facilmente contestabili: quella di Farinotti è una recensione molto superficiale, viene da dubitare che abbia visto il film per intero. Soprattutto mi chiedo come si faccia a dare dell'arrogante a Ermanno Olmi, tanto più quando si parla di attenzione storica. Non è obbligatorio recensire proprio tutti i film, e se non si capisce cosa succede in un film meglio cambiar mestiere: a cosa serve un critico, se non a far capire i film meno facili, a far crescere il pubblico...
 
Va comunque detto che il film è molto bello, ben fatto e ben curato, ma può essere di difficile comprensione per lo spettatore comune abituato ai Vanzina e ai film d'azione tradizionali; è una scelta precisa da parte di Olmi, così come quella di far sussurrare tutti gli attori, scelta comprensibile e coraggiosa, rara in un film di guerra, coraggiosa visti i tempi grossolani in cui viviamo.
 
 
(...) i miei film sono come alberi. Piccoli misteri, tenaci curiosità che mi crescono dentro fino al punto di volerli condividere (...) Oggi la morte è invisibile, subdola. Si grida allo scandalo per un ragazzo che si spiaccica contro un albero all'uscita della discoteca. Sono le stesse madri che imbandiscono una tavola di veleni truccata da alimenti. (...) Non puoi essere un buon soldato di ventura avendo la consapevolezza della morte. La morte tende le sue trappole ai giovani, lusingandoli con l'illusione di essere invulnerabili. Con l'età finisci con l'accettare; ti predisponi. (...) (Nel cinema italiano) trovo, in generale, una buona qualità di fattura anche nei più giovani; ma sono gli slanci che mancano, i nostri slanci del dopoguerra. E' come se i sentimenti si contraessero. Si finisce per fare dei soliloqui, qualche volta a grandi livelli. Non parlerei di crisi, ma di una momentanea malattia, come un'anemia. Succede a volte che gli intellettuali vadano da una parte e il mondo dall'altra; artisti che celebrano valori e i valori correnti sono altri. Lo vedo anche nelle professioni: c'è una furbizia, un accodarsi nelle aree protette della tecnica e della routine. (...) Viviamo barricati nei nostri appartamenti, accettiamo contatti solo attraverso strumenti che ci garantiscono la chiusura. Le società avanzate producono molte occasioni d'incontro, a patto che questi incontri non avvengano mai. (...)
- Chi sono i lanzichenecchi di oggi?
- Quelli che partono per mettere l'officina dietro casa, ricavata nelle stalle, e poi, senza più guardare in faccia nessuno, fanno devastazione convinti di praticare il proprio diritto-dovere. Partono da ragioni condivisibili, che diventano via via perverse. Fino a vent'anni fa, prima di esplodere nella tracotanza di oggi, il Veneto era prevalentemente rurale e non consegnava i suoi vecchi alle istituzioni. Se li teneva in casa. Oggi nei ricoveri non si trova più posto. (...)
(Ermanno Olmi, intervista a L'Espresso del 3 maggio 2001, per l'uscita di "Il mestiere delle armi")



(Hans Holbein, Cristo morto)
 

venerdì 1 novembre 2019

Un certo giorno


Un certo giorno (1969) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi. Fotografia di Lamberto Caimi. Interpreti: Brunetto Del Vita, Lidia Fuortes, Vitaliano Damioli, Giovanna Ceresa, e altri. Durata: 104 minuti.

Un dirigente d'azienda ha una crisi cardiaca e deve stare a riposo; il collega e amico che è al suo fianco si vede spianata la via verso la posizione di amministratore delegato. Nel frattempo conosce e frequenta una donna giovane e bella appena conosciuta in ufficio (ha già moglie e figlia adulta); l'amico dirigente si rimette dalla malattia e gli confessa che ha deciso di non tornare più in azienda. Tutti gli ostacoli sono quindi scomparsi e il futuro promette bene, ma ecco un incidente stradale improvviso, un morto e un processo, tutto viene rimesso in discussione. Alla fine, il protagonista del film (che lavora in un'agenzia di pubblicità ed è sui cinquant'anni) verrà assolto nel processo perché non ha colpe nell'incidente; lascerà la giovane donna e tornerà in famiglia dalla moglie che gli vuol bene. Non si dice nulla del suo lavoro futuro ma le prospettive sono cambiate, forse la vecchiaia si avvicina.
L'ambiente di lavoro è quello della pubblicità, dove si discute per ore e con serietà assoluta sul nulla. Olmi mostra bene questo mondo, che conosce perché ci ha lavorato, e forse sul mio giudizio influisce molto ciò che è successo nei quarant'anni successivi, anche in politica purtroppo. Forse il film quando uscì non dava quest'impressione, ma certo vedere all'opera il Consiglio di Amministrazione di un'agenzia pubblicitaria non è un bello spettacolo: la scemenza e i luoghi comuni regnano sovrani, le parole perdono il loro senso, gli oggetti sono intercambiabili, basta cambiare l'etichetta et voilà. Ci si rivolge a degli idioti, insomma: i pubblicitari ci prendono tutti per idioti e a un certo punto bisogna ammettere che è vero, visto da oggi sicuramente. Si fanno inchieste di mercato intervistando un po' di persone qua e là per le provincie, e girano molti soldi, "cifre a nove zeri" intorno a questo nulla ben descritto da Olmi con la solita semplicità e con il suo affetto verso i personaggi, nonostante tutto.
 

Un altro punto importante: al processo, l'avvocato sconsiglia al protagonista di dire le cose come sono successe, e cioè che non aveva visto il carrettino a mano. Dovrà dire: l'ho visto, ho suonato il clacson, ho effettuato il sorpasso come da codice, eccetera. La sostanza non cambia, la colpa non c'è in nessuna delle due versioni, ma non si può dire la verità. Se dici la verità, rischi. Ed è un'altra delle osservazioni di Olmi, sottotraccia, quasi come se fosse cosa da poco, una banalità; ma non lo è, e lo so anch'io per esperienza diretta. Un mondo di dissimulatori, questo è il mondo felice in cui viviamo; se dicessimo la verità chissà cosa succederebbe. Anche alla moglie non si racconta tutto, nemmeno se lei ti vuol bene. Eccetera.
Con "Un certo giorno" Ermanno Olmi anticipa Kieslowski (Il Decalogo, Destino) nel mettere insieme tante piccole variabili della nostra vita quotidiana. Olmi va a toccare l'imponderabile: cosa succede veramente nelle nostre vite? Non riusciamo mai a venirne a capo, gli eventi si succedono, malattie e successi, nascite e morti, il lavoro, gli amici... tutto legato a piccole cose imponderabili che alle volte chiamiamo destino. "Destino" è anche il titolo di un film di Kieslowski, che uscirà dieci anni dopo e che a sua volta anticipa il più famoso "Sliding doors", un remake americano dove tutto viene semplificato e che quindi avrà maggior successo.
Di tutto questo, colgo in rete un frammento di Mereghetti dove si dice solo che Olmi è cattolico, la famiglia, eccetera; vale a dire che anche un critico di valore come Mereghetti può non capire cosa succede in un film, e ragionare per stereotipi (pericolo sempre in agguato).
 

Protagonista è Brunetto Del Vita, accanto a lui nessun attore professionista tranne Walter Valdi che appare nel finale come avvocato (meridionale) e che qui era molto giovane. Lidia Fuortes, l'intervistatrice, è molto bella e molto brava, ricorda Paola Pitagora ed è strano che non abbia continuato. A livello personale provo nostalgia, e anche un po' di dolore, nel vedere Milano com'era (la passeggiata nel parco Sempione, la sera) e cioè un posto vivibile e abitato da ottime persone. Musiche di Gino Negri, piuttosto belle come suo solito.

 
PS: il film è tutto a colori; purtroppo non ho potuto fare il solito lavoro sulle immagini e ho raccolto qualche immagine in rete. Ricordo che i miei testi sono liberi e disponibili a chiunque, e che lo scopo di quello che ho scritto qui, nel mio piccolo, è di cercare di non far dimenticare Ermanno Olmi e il suo cinema.