mercoledì 30 maggio 2012

I giorni contati

I giorni contati (1962) Regia di Elio Petri. Soggetto di Tonino Guerra. Sceneggiatura di Elio Petri, Tonino Guerra, Carlo Romano. Fotografia di Ennio Guarnieri. Musiche originali di Ivan Vandor. Interpreti: Salvo Randone, Angela Minervini, Vittorio Caprioli, Regina Bianchi, Franco Sportelli, Mariella Valeri, Paolo Ferrari, L.Buzzanca. Durata: 98 minuti

Questo è il terzo film di Petri da regista, in pratica il secondo dopo un documentario del 1949 e un film con Mastroianni, L’assassino, nel 1961. Ne è protagonista Salvo Randone, grandissimo attore di teatro, e uno dei più grandi attori italiani in assoluto; non so quanto si possa capire di questa sua grandezza da “I giorni contati”, ma Randone in quegli anni era inarrivabile nel teatro pirandelliano, e proprio agli inizi degli anni ’60 era impeganto nella leggendaria tournée shakespeariana con Vittorio Gassman, dove ogni sera si scambiavano i ruoli di Iago e Otello (una sera Gassman era Iago e Randone era Otello, la sera dopo Randone era Iago e Gassman era Otello: ne esiste anche una registrazione RAI). La grandezza di Randone si coglie forse meglio in altri film di Petri, dove ha ruoli solo apparentemente marginali: per esempio in “A ciascuno il suo” e ancora più in “La classe operaia va in paradiso”.
Il film ha un ottimo inizio, da cinema alto, poi si perde per strada in un bozzettismo a tratti un po’ triviale, vagamente pasoliniano, con esplicita citazione di Pasolini all’inizio, sul giornale che viene usato per nascondere il volto del morto, sul tram. In questo senso, e in molti altri compresa la mutilazione fisica, un dito o un braccio da spezzare per frodare l’assicurazione, “I giorni contati” si può immaginare come una prima stesura di “La classe operaia va in paradiso”, con cui ha moltissimo in comune: il personaggio di Randone potrebbe perfino essere lo stesso nei due film, prima e dopo. La follia della vita e del lavoro, il desiderio di qualcosa di culturalmente più alto, negato dal mancato accesso all’istruzione – temi per l’appunto da Paradiso terrestre. Il film è scritto e diretto da Elio Petri, il soggetto originale è di Tonino Guerra; terzo autore della sceneggiatura è Carlo Romano.
Non è un film che si veda volentieri, ma ha molti spunti importanti. Il problema è che non sempre questi temi sono sviluppati benissimo, però si parla di cose vere e importanti. Si parte dallo “stagnaro” (cioè idraulico) di Salvo Randone, che una mattina sul tram andando al lavoro si trova accanto a un uomo che è morto d’improvviso; nessuno se ne era accorto, sembrava che stesse dormendo. Da qui, il “sor Cesare” decide di smettere di lavorare: quell’uomo aveva la sua stessa età, e il fatto lo ha molto impressionato. La mia stessa età nel momento in cui guardo oggi questo film: tra i 52 e i 53 anni.
Il sor Cesare parte da una questione serissima, l’incontro con la Morte: ma la sua decisione “alta” di tirarsi da parte e di non voler più lavorare si scontra con la sua parodia beffarda o drammatica, prima l’incontro con l’amico che non ce la fa più e che ha un lavoro molto peggiore del suo, e poi con la diciassettenne vicina di casa che nello stesso momento decide di smettere di lavorare perché trova uomini compiacenti che le passano volentieri denaro facile.
Gli altri attori: Franco Sportelli è l’amico Amilcare, che dipinge col pennello le strisce pedonali, lavorando di notte; Vittorio Caprioli è il gallerista con cui Cesare è contento di fare amicizia, ma quello ha solo il cesso da riparare; Regina Bianchi è l’ex fidanzata (lui è vedovo) che ha sposato un altro e adesso è nonna; Paolo Ferrari è il malvivente , suo ex garzone; il sempre laido Buzzanca, qui per fortuna doppiato, è il figlio di Cesare in pessimi rapporti col padre.
La ragazza vicina di casa del sor Cesare è Angela Minervini, al suo primo film: ne farà dieci in tutto dal 1962 al 1968, in piccole parti.
(novembre 2010)
Nel 1992 su “I giorni contati” avevo scritto così:
Non è certo un grande film, soprattutto è un film poco riuscito. Forse è un film troppo simile alla vita, e si avvicina così tanto alla verità della vita da riuscire ad essere sgradevole così come lo è la vita. Un grosso contributo alla realistica sgradevolezza lo dà Randone, che anche qui è grandissimo ma è anche troppo uno “studio dal vero”. Film da tenere a mente, comunque: dall’inizio col morto sull’autobus al finale (obbligato) con il protagonista che fa la stessa fine. Di certo Petri non scende a compromessi, per esempio tutta la scena del “mazzolatore” poteva essere girata in modo grottesco, magari con Totò e Peppino de Filippo, e se questo non scendere a compromessi è un pregio può però portare ad un’eccessiva “pesantezza” artistica. Insomma, l’eterno dilemma fra l’arte e la vita: ad essere troppo fedeli alla vita, lo spettatore si annoia o ne viene disturbato, o magari fa gli scongiuri quando si trova davanti ad un film come questo, che parla apertamente del nostro destino, oltre che della nostra vita quotidiana.

mercoledì 9 maggio 2012

Francesco Rosi ( I )

Di Francesco Rosi e del suo cinema posso soltanto parlare bene. In particolare mi piace la sua ruvidezza come persona, il non cercare di piacere ad ogni costo: si tratta dell’esatto opposto di quello che si insegna nelle scuole di management e di comunicazione, e quindi Rosi è sicuramente nel giusto. L’unica cosa negativa che mi sento di rimarcare riguarda la parte finale della sua carriera, dagli anni ’90 in qua, in cui Rosi non è stato all’altezza della lunga serie di ottimi lavori dei trent’anni precedenti; ma sono cose che possono succedere, e i tempi non erano certo i migliori per la serietà di un autore come Francesco Rosi. Non lo sono neanche adesso, di conseguenza temo che non vedremo più nè un Petri né un Rosi, eppure ne avremmo un grande bisogno. In questi nostri tempi, ognuno di noi parla a un piccolo pubblico di gente che la pensa come lui; negli anni ’60 e ’70 il cinema invece si rivolgeva a tutti, e tutti andavano al cinema. Tutto questo oggi non succede più, ed è per questo motivo, per il nostro rinchiuderci davanti a uno schermo sempre più piccolo, magari così piccolo che sta nel palmo di una mano, che il cinema come lo abbiamo conosciuto è destinato a finire, e forse anzi è già finito da almeno una decina d’anni.
da http://www.wikipedia.it/  :
Francesco Rosi (Napoli, 15 novembre 1922) è un regista e sceneggiatore italiano. Durante la seconda guerra mondiale studia giurisprudenza; intraprende poi una carriera come illustratore di libri per bambini. Contemporaneamente inizia a lavorare per Radio Napoli, dove intreccia amicizia con Raffaele La Capria, Aldo Giuffré e Giuseppe Patroni Griffi, con i quali collaborerà spesso in futuro. L'attività teatrale lo portò anche a stringere amicizia con Giorgio Napolitano. Nel 1946 inizia la sua carriera nel mondo dello spettacolo come assistente di Ettore Giannini per l'allestimento teatrale di 'O voto di Salvatore Di Giacomo. È aiuto regista di Luchino Visconti per i film La terra trema (1948) e Senso (1953), e dopo varie sceneggiature (Bellissima, 1951, Processo alla città, 1952) gira alcune scene del film Camicie rosse (1952) di Goffredo Alessandrini. Nel 1956 co-dirige con Vittorio Gassman il film Kean. E’ del 1958 il suo primo lungometraggio, La sfida, che ottiene il consenso di critica e pubblico. L'anno successivo dirige Alberto Sordi in I magliari (1959) (...)
I film di Francesco Rosi che ho sicuramente visto:
* Kean: Genio e sregolatezza (1956)
* I magliari (1959)
* Salvatore Giuliano (1962)
* Le mani sulla città (1963)
* Uomini contro (1970)
* Il caso Mattei (1972)
* Lucky Luciano (1973)
* Cadaveri eccellenti (1976)
* Cristo si è fermato a Eboli (1979)
* Carmen (1984)
* Cronaca di una morte annunciata (1987)
* La tregua (1997)
I film di Francesco Rosi che non vedo da molto tempo, o che non conosco:
* Camicie rosse (1952) - alcune scene
* La sfida (1958) R.Schiaffino, J.Suarez, N.Vingelli
* Il momento della verità (1964) M.Miguelin, Linda Christian
* C'era una volta... (1967) Sofia Loren, Omar Sharif, G.Wilson
* Tre fratelli (1981) C.Vanel, Ph.Noiret, V.Mezzogiorno
* 12 registi per 12 città (1989) - documentario
* Dimenticare Palermo (1990, du un romanzo di C.Roux)
* Diario napoletano (1992)
Francesco Rosi ha iniziato come sceneggiatore, anche per film importanti, collaborando con Luchino Visconti e con altri registi; dai primi anni ’60 ha scritto solo per i film di cui ha curato anche la regia. I film di Rosi come soggettista o sceneggiatore, escludendo i suoi: Bellissima (1951) Processo alla città (1952) Racconti romani (1955) Il bigamo (1956)
Francesco Rosi ha lavorato come regista anche in teatro; wikipedia riporta questi titoli, quasi tutti allestimenti molto recenti:
* In memoria di una signora amica (di Giuseppe Patroni Griffi 1963)
* Napoli milionaria (di Eduardo De Filippo 2003)
* Le voci di dentro (di Eduardo De Filippo 2006)
* Filumena Marturano (di Eduardo De Filippo 2008)

(continua)

Francesco Rosi ( II )

Di molti film di Rosi ho già parlato a parte, quelli che mancano li riassumo qui sotto in attesa di trovare il tempo e l’occasione di rivederli.

Kean: Genio e sregolatezza (1956) V.Gassman, AM Ferrero, E. Rossi Drago
co-regia di Vittorio Gassmann, soggetto di Dumas e Sartre
Edmund Kean (1787-1833) è stato uno dei più grandi attori ottocenteschi, da lui inizia la revisione “romantica” dei grandi ruoli di Shakespeare. Nel 1836 Alexandre Dumas (Dumas padre, quello dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo) gli dedicò un dramma, intitolato semplicemente “Kean”, che fu per molto tempo tra i preferiti dei più importanti attori teatrali. E’ la prima regia di Francesco Rosi, ma il film lo si può attribuire quasi completamente a Vittorio Gassman, reduce da una tournée teatrale proprio con questo titolo. In effetti, nella locandina ufficiale c’è scritto “regia di Vittorio Gassman”, e basta; che ci sia anche la mano di Rosi lo si viene a sapere solo da libri e interviste successive. Il film non è male, ma si poteva fare di meglio; visto oggi, mostra molto il tempo che è passato, e non è così scontato perché molti film in costume, anche più vecchi del “Kean”, sono ancora oggi molto belli da vedere. Più che altro, è poco scorrevole e un po’ legnoso nella recitazione; rimane comunque un film da vedere.
I magliari (1959) Renato Salvatori, Belinda Lee, Alberto Sordi
E’ il terzo film di Rosi da regista, il primo è il Kean con Gassman, il secondo è “La sfida” con Rosanna Schiaffino. Si parla di un tema che era allora di attualità, ma che oggi è stato completamente dimenticato: in Germania, molti immigrati italiani si dedicavano a commerci al confine con la legalità. In questo caso, e può far sorridere ma si tratta di una cosa serissima, è il commercio di stoffe, tessuti, tappeti: da qui il titolo del film, “magliari”, cioè chi vende maglie, vestiti, stoffa. Siamo ancora abbastanza vicini al dopoguerra, il boom economico non era ancora iniziato, la produzione di stoffe e vestiti era ancora lontana dai livelli attuali. Essendo un’attività illegale, anche il commercio di stoffe e tessuti era gestito dalla malavita organizzata, che in seguito si sarebbe dedicata ad attività molto più redditizie, dallo spaccio di droga alla speculazione edilizia. Frequenti, ovviamente, erano le truffe; nel film Rosi ce ne mostra alcune.
E’ ancora oggi un buon film, di valore sicuramente documentario, anche se rischia di richiedere le note a margine per chi ha meno di trent’anni. Forse il suo difetto è che oscilla un po’ troppo tra il film di commedia e il film di denuncia o sentimentale. Il protagonista è più Salvatori che Sordi, ma Sordi era già molto famoso e per questo viene sempre nominato al primo posto. Nel cast ha un posto di rilievo Belinda Lee, molto brava e convincente; forse era questa la storia da sviluppare, ma l’inserimento di Sordi nel cast sposta il film da un’altra parte, ed è un po’ lo stesso difetto del Maestro di Vigevano di Elio Petri, sempre con Sordi protagonista. Ottimi tutti gli altri attori, che spesso hanno scene divertenti, come quella dell’anziano con il gattino, che fa colazione ascoltando musica (“mi hai rovinato tutta la cristalleria”, dice quando l’intruso venuto a chiedere informazioni gli interrompe una melodia sul più bello). E’ comunque un film da far circolare nelle scuole, di valore assoluto, e sarebbe molto utile per far capire tante cose e riflettere sulla storia recente del nostro Paese, e dell’Europa; ma non si farà mai, è ovvio (non con queste persone a capo delle scuole). Molto belli i giri per Hannover e Amburgo, quasi un anticipo di Wenders il finale.
Salvatore Giuliano (1962) F.Wolff, S.Randone, non professionisti
La ricostruzione, molto accurata, della strage di Portella delle Ginestre (1947), e della morte del bandito siciliano Salvatore Giuliano (1922-1950), in un momento molto critico nella storia italiana. Il “bandito Giuliano” era legato all’indipendentismo siciliano e molto probabilmente anche ai servizi segreti americani. Un ottimo film, che non rivedo però da molti anni e sul quale dovrei ritornare.
(continua)

Francesco Rosi ( III )

Le mani sulla città (1963) Rod Steiger, Salvo Randone
La speculazione edilizia a Napoli negli anni del sindaco Lauro, e tutto quello che sarebbe venuto dopo: un capolavoro assoluto, ancora attualissimo (purtroppo per noi, non più solo a Napoli ma ovunque). Ne ho già parlato in un post a parte.
Uomini contro (1970) GM Volonté, M.Frechette, GP Albertini
Un capolavoro del cinema di guerra, che va messo alla pari di “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick (1958) e del successivo “Gallipoli-Gli anni spezzati” di Peter Weir. I tre film sono accomunati dall’ambientazione, la Grande Guerra 1914-1918, in seguito denominata Prima Guerra Mondiale. Tratto dalle memorie in prima persona di Emilio Lussu (1890-1975), autore anche di “Marcia su Roma e dintorni” e di “Un anno sull’altipiano”, libri che andrebbero riletti e fatti conoscere. Lussu è stato un testimone importante di eventi storici molto importanti, fu tra i fondatori del Partito d’Azione (nel quale militò anche Carlo Azeglio Ciampi), che ebbe grande importanza nel primo dopoguerra e negli anni della Costituente, ma che ricevette pochissimi voti alle prime elezioni della Repubblica Italiana, e che per questo si sciolse. Da qui, forse, nascono anche molti dei nostri problemi successivi: nel Partito d’Azione c’erano persone eccellenti, che sarebbero state importanti per la costruzione di un’Italia nuova. Ma tutto questo ormai è passato.
“Uomini contro” è un film che devo cercare e rivedere.
Il caso Mattei (1972) GM Volonté, F.Graziosi, L.Squarzina
Ricostruzione attenta e molto spettacolare di un’altra parte importante e nascosta della storia recente, la vita di Enrico Mattei (1906-1962), dal 1943 alla fondazione dell’ENI, che comportò scontri con i grandi petrolieri americani e inglesi, fino alla morte in un incidente aereo che quasi sicuramente fu omicidio. Ne ho già parlato in un post a parte.
Lucky Luciano (1973) GM Volonté, Rod Steiger
Altro film storico di Rosi, su un altro lato oscuro della nostra storia recente: i rapporti fra la mafia e i servizi segreti americani. Ne ho già parlato in un post a parte.
Cadaveri eccellenti (1976) Lino Ventura, Tino Carraro, Max von Sydow
Film inquietante e ancora di grande attualità, tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia “Il contesto”. Ne ho già parlato in un post a parte.
(continua)

Francesco Rosi ( IV )

Cristo si è fermato a Eboli (1979) GM Volonté, I.Papas
tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Levi, è un capolavoro assoluto, con un grandissimo Gianmaria Volonté. Da rivedere con attenzione, magari rileggendo il libro di Carlo Levi; però a condizione di recuperare la versione integrale RAI (quella sul dvd in commercio è probabilmente la versione ridotta che uscì nei cinema).
Carmen (1984) J.Migenes Johnson, P.Domingo, R.Raimondi
L'opera lirica di Bizet, in una versione per cinema e tv. Una buona lettura, ma non molto di più; ed è forse il miglior complimento che si possa fare a Rosi, visto il pessimo momento che sta attraversando la regia d’opera.
Cronaca di una morte annunciata (1987) GM Volonté, I.Papas, R.Everett, O.Muti
tratto dall'omonimo romanzo di Gabriel García Márquez, me lo ricordo come poco ispirato e nel complesso un po’ troppo televisivo (la tv sbagliata, tra l’altro...), ma è passato molto tempo da quando l’ho visto e potrei anche sbagliarmi.
La tregua (1996) John Turturro, Massimo Ghini
tratto da Primo Levi.
In questo caso, intenti eccellenti ma risultato deludente. “La tregua” è il libro dove Primo Levi racconta la lunga marcia per il ritorno a casa dopo Auschwitz, a piedi o con mezzi di fortuna: siamo alla fine della guerra, viaggiare era un’impresa. “La tregua” è un libro di viaggio, pieno di persone e di voci, non drammatico come “Se questo è un uomo”; a tratti sembra un libro d’avventure, molti episodi sono divertenti. Per chi ha letto il libro, e ne conosce i personaggi, è difficile guardare il film di Rosi, prima o poi si perde la pazienza. Consiglio a tutti di leggere il libro, poi se volete guardare il film, è pur sempre il film di un ottimo regista, con bravi attori, su un soggetto importante.
...Penso a un film da “La tregua” ormai da undici anni, e sono tanti i perché di questa mia tenacia. Posso provare ad elencarli: perché nel resoconto del lungo viaggio di ritorno dalla follia del nazismo, da Auschwitz, da Buchenwald, attraverso un’Europa devastata, c’è nel libro un messaggio di speranza; perché sono convinto che nel mondo di oggi non si possa più parlare di pace, ma di tregua (ex Jugoslavia, Africa...). (...) Primo Levi ha detto, e mi sembra importante ricordarlo, «Ho scritto La tregua per divertirmi e per divertire il pubblico». (...) Gli sceneggiatori Rulli e Petraglia dicono: «La tregua è un magico romanzo picaresco, ricchissimo di risvolti anche comici, pur nella tragicità della situazione.» (...) Scavato nel volto, John Turturro è già diventato Primo Levi: «un uomo che aveva fame», suggerisce l’attore. (..)
(dal Corriere della Sera 9 febbraio 1996, articolo e interviste per la prima di “La tregua” di Francesco Rosi)
I film di Francesco Rosi che non vedo da molto tempo, o che non conosco:
* Camicie rosse (1952) - alcune scene
Un film di Alessandro Blasetti, sui garibaldini.
* La sfida (1958) R.Schiaffino, J.Suarez, N.Vingelli
L’ho visto molti anni fa, non ne ricordo quasi niente; considerato che Rosanna Schiaffino era bellissima, se lo recupero lo guardo volentieri.
* Il momento della verità (1964) M.Miguelin, Linda Christian
Un altro film che non ricordo. Per i curiosi, Linda Christian è la mamma di Romina Power.
* C'era una volta... (1967) Sofia Loren, Omar Sharif, G.Wilson
Una storia di fantasia, in costume, che suona stranissima nella filmografia di Francesco Rosi; è comunque un film piacevole da vedere.
* Tre fratelli (1981) C.Vanel, Ph.Noiret, V.Mezzogiorno
tratto dal racconto “Il terzo figlio” di Platonov . Platonov è uno scrittore molto interessante, tutto quello che ho letto di suo mi è piaciuto, ma di questo film di Rosi ho solo un ricordo lontano.
* 12 registi per 12 città (1989) - documentario
* Dimenticare Palermo (1990 tratto dall'omonimo romanzo di Edmonde Charles-Roux)
* Diario napoletano (1992)
tre film che non ricordo di aver mai visto.
Andando a memoria, alla lista dei film di Rosi verrebbe da aggiungere “Il delitto Matteotti”, un altro capolavoro che è però di Florestano Vancini. Ammetto che ci casco sempre...

...Rosi deve aver sentito che anche l’ultima opera del maestro, “Rocco e i suoi fratelli”, invece che far guadagnare arretrava maggiormente le posizioni neorealiste, come codificandole in una linea borghese, in cui problemi e conflitti popolari erano addolciti da lirismi letterari e teatrali.
(pag. 73 da un libro Giuseppe Ferrara su Rosi, ed. Canesi) (mio appunto del 1989)

martedì 8 maggio 2012

Il caso Mattei

Il caso Mattei (1972)  Regia di Francesco Rosi. Scritto da Francesco Rosi, Tonino Guerra, Tito Di Stefano, Nerio Minuzzo. Fotografia di Pasquale De Santis. Musica di Piero Piccioni. Con Gian Maria Volontè, Peter Baldwin, Luigi Squarzina, Renato Romano, Dario Michaelis, Camillo Milli, Vittorio Fanfoni, Carlo Simoni, Franco Graziosi, Felice Fulchignoni, Jean Rougeul, Blaise Morrissey, Furio Colombo, Ugo Zatterin. Durata 118 minuti

Ho guardato “Il caso Mattei” di Francesco Rosi su una vecchia VHS, proprio il giorno delle elezioni del 2008: 13 e 14 febbraio. Forse non l’avevo mai visto per intero, in ogni caso me lo ricordavo poco e male. E’ una visione che mi ha portato parecchi pensieri, che provo a mettere in ordine. La prima cosa da dire è che il film è molto bello, si guarda come un giallo, e alla fine viene voglia di andarsi a cercare altre notizie.
Francesco Rosi, e Volonté, hanno avuto in dote un dono prezioso: non mettono lo spettatore davanti alla loro opinione, ma raccolgono dati e informazioni che mettono a disposizione di chi guarda il film; non ci sono risposte già pronte, e alla fine siamo noi a decidere. Un metodo galileiano, da scienziato a addirittura da chimico analista. Il problema vero è che la morte di Enrico Mattei risale al 1962, il film è del 1972, e noi oggi non ne sappiamo molto di più di quanto se ne sapesse allora: il giallo (se di “giallo” si vuole parlare) è rimasto insoluto, e il suo segreto è stato nascosto con estrema accuratezza. La stessa accuratezza predisposta per la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, del quale non si hanno più notizie dal 1970: le sue ultime inchieste riguardavano proprio il caso Mattei. Visto oggi, “Il caso Mattei” fa pensare: fa pensare soprattutto a quanto tempo è passato. Non è tanto la distanza temporale, quanto il grande cambiamento che c’è stato in questo Paese. Io avevo quattro anni, quando Mattei morì; per me erano già fatti antichi, negli anni ’70 non se ne parlava quasi più. Mi ricordo bene del “Giorno”, il quotidiano fondato da Mattei, che era un giornale molto bello, il primo quotidiano a colori, con una bella sezione dedicata ai ragazzi. Però lo Stato era molto presente nell’Economia italiana, ed è di quegli anni 70 l’acquisizione dell’Alfa Romeo e della Motta Alemagna (i panettoni) da parte di imprese statali.
E’ in questa veste che Rosi ci presenta Mattei: l’uomo che nel 1947, a guerra finita, si trova a dover liquidare l’Agip, azienda petrolifera che viene ritenuta un “carrozzone fascista” ormai inutile dopo la perdita delle Colonie (la Libia, soprattutto). Ma Enrico Mattei, appena arrivato al vertice dell’Agip, legge un rapporto del suo predecessore e lo chiama, di notte: è vero che l’Agip ha trovato il metano in Val Padana? E’ l’inizio di una grande avventura. L’Agip non verrà liquidata, l’Eni diventerà un colosso, Mattei passerà la sua vita a interferire nei piani delle grandi compagnie petrolifere americane, allora monopoliste mondiali: le “Sette Sorelle”, come venivano chiamate. Perché fare questo, viene chiesto a Mattei? La Exxon e altre grandi compagnie gli hanno fatto proposte favolose (proposte personali) perché venda tutto e si metta alle loro dipendenze. Mattei spiega: vuole dare prestigio e potenza all’Italia. Qualsiasi giudizio si possa dare sull’operato di Mattei (io non me ne intendo e non sono in grado di parlarne, mi limito a riportare la mia impressione basata sulla visione del film), ecco un modo di operare, e di pensare, ormai completamente scomparso dal nostro Paese. E’ questo che fa sembrare così vecchio il film, o meglio: che fa sembrare così vecchio Enrico Mattei, lui e le sue battaglie. Temo che per i ragazzi che vanno a scuola oggi Mattei sia un personaggio incomprensibile. Cosa significa, “dare prestigio allo Stato”? Negli ultimi vent’anni lo Stato è stato presentato sempre come qualcosa di marcio, di indifendibile, di corrotto. Tutto ciò che è statale è deficitario, parassitario, pessimo; tutto ciò che è in mano ai privati è bello, pulito, onesto e rigoglioso. Una visione manichea che non regge ad un’analisi appena approfondita (tra i privati non c’è corruzione? beata ingenuità di chi ci crede), ma è così che va il mondo oggi.
Mattei fece la sua guerra contro le grandi compagnie petrolifere americane, ed oggi abbiamo un presidente Usa che delle grandi compagnie petrolifere americane è diretta emanazione – per tacer del resto. Nel 1962, Mattei diceva che gli arabi avrebbero presto avuto l’indipendenza sulle loro risorse naturali, che allora appartenevano alle Sette Sorelle, e che con loro avremmo avuto a che fare direttamente: anche questa è storia antica, l’OPEC esiste da un pezzo. Si potrebbe continuare: nel film è citato il premier Mossadeq, che fu eliminato (e ucciso) per far tornare lo Scià in Persia (Iran). Mossadeq aveva cercato di detronizzare le Sette Sorelle per dare forza al suo Paese; ma oggi anche lo Scià di Persia è solo uno sbiadito ricordo, una storia chiusa trent’anni fa con la rivolta degli ayatollah, in chiave islamica e non più laica come ai tempi di Mossadeq. Insomma, spesso ci dimentichiamo che per i più giovani parlare di Mattei, o di Parri, o delle correnti democristiane, è un po’ come per quelli della mia generazione quando si parlava di Crispi e di Giolitti.
All’inizio del film, Rosi riporta la storiella che piaceva raccontare a Mattei, quella di un gattino che lui aveva visto da piccolo, mentre si avvicinava affamato a una scodella piena di cibo: i cani lo avevano gettato in là con una zampata, senza nemmeno guardarlo ma con una violenza tale da ucciderlo. “Ecco, - dice l’ex comandante partigiano Mattei, - non voglio che l’Italia faccia quella fine: voglio un’Italia economicamente forte, che sappia far valere le sue ragioni”.
Mattei, testimone della distruzione operata dai fascisti, pensa che al primo posto nella rinascita dell’Italia venga la questione delle risorse, dell’approvvigionamento energetico: e vede per l’Agip, e per l’Eni, un ruolo fondamentale. Il metano in Val Padana si rivelerà insufficiente, il petrolio è quasi inesistente; ma intanto l’Eni è diventata un colosso, è una tigre e non più il gattino di cui parlava la storiella. Come tigre, fa paura e dà fastidio: i sospetti sulla morte di Mattei, precipitato con il suo aereo mentre tornava dalla Sicilia (e in Sicilia, a Gela e a Gagliano, Rosi si ferma per un quarto d’ora abbondante, con Mattei accolto come un principe dalla gente), si concentrano tutti sui potenti a cui ha dato fastidio, portando via ricche commesse e pozzi petroliferi un po’ in tutto il mondo.
Volonté disegna un Mattei diverso da quello che ci raccontano le cronache. Di persona, pare che non fosse così disinvolto e a suo agio nel mondo; viene descritto come un po’ impacciato, rustico, poco elegante. Quando Volonté dice che non sa l’inglese, è difficile crederlo; forse il vero Mattei, al di là del suo valore effettivo, avrà fatto davvero poca impressione ai grandi petrolieri americani. Ma Volonté sapeva certo quello che stava facendo: nel suo personaggio vediamo non tanto la somiglianza fisica con Mattei, ma con quello che ha costruito. Volonté impersona tutta l’Eni, non solo Mattei. Di Mattei il film non nasconde niente, i giornalisti gli pongono domande sulla sua mancanza di scrupoli e lui ne ride; e il Mattei di Volonté non è un uomo simpatico, ma piuttosto brusco e alle volte perfino arrogante.
I film di Rosi, e di Volonté, sono sempre dei punti di partenza e non di arrivo: alla fine di questo film, così come per “Salvatore Giuliano”, rimangono la curiosità e la voglia di saperne di più. A questo film, che parla molto anche di De Mauro, manca un nome: quello di Michele Sindona. Ma anche questa è una storia tutta ancora da raccontare, c’è stato qualcuno che ci ha provato (Michele Placido, con “Un eroe borghese”), ma io penso proprio che oggi la Mafia abbia stravinto. E quando dico oggi intendo proprio l’oggi in cui ho rivisto il film: 13 e 14 aprile 2008. Pochi giorni fa, un importante dirigente di partito ha detto che i mafiosi andrebbero fatti santi, e un italiano su due ha votato per quel partito senza fare una piega. Ed è solo la media nazionale: in Lombardia gli indifferenti alla mafia e alla corruzione sono ancora di più. In Lombardia, a Como a Varese a Bergamo e in Brianza, alla mafia non ci fa più caso nessuno, pensano che sia roba da catanesi con lo scacciapensieri e con la coppola in testa, roba del passato, che forse c’era ancora al tempo di Mattei; ma oggi, suvvia, oggi la mafia non esiste.
(anno 2008, da un blog precedente)

lunedì 7 maggio 2012

Lucky Luciano

Lucky Luciano ( 1973) Regia di Francesco Rosi. Scritto da Francesco Rosi, Tonino Guerra, Lino Jannuzzi. Consulente per la sceneggiatura: Charles Siragusa. Fotografia di Pasqualino De Santis. Musiche di Piero Piccioni. Interpreti: Gianmaria Volonté, Rod Steiger, Charles Siragusa (voce di Adolfo Celi), Vincent Gardenia, Silverio Blasi, Francesco Rosi, Jacques Monod, Pier Maria Pasinetti, Sergio Saviane, Carlo Mazzarella, Edmund O’Brien, Charles Cioffi, Larry Gates, Magda Konopka, Karin Petersen, Dino Curcio. Durata: 115 minuti.

Nel 1973 Francesco Rosi va a descrivere uno dei momenti meglio nascosti della nostra storia recente, la storia del gangster italo-americano Lucky Luciano, che dal 1945 al 1962 visse a Napoli. Il nome di Lucky Luciano è associato non soltanto a storie di mafia, ma anche alle trattative fra la CIA e la mafia, allo sbarco delle truppe USA in Sicilia e ai disegni eversivi conseguenti alla nascita della Repubblica Italiana. Di tutto questo si sa poco o pochissimo, anch’io confondo spesso Luciano con un altro dei tanti (troppi) gangster o mafiosi, e quindi sono grato a Rosi che mi ha aiutato quantomeno a focalizzare l’attenzione su questo personaggio. Va ricordato che Rosi è napoletano, e di conseguenza ha vissuto quegli anni in prima persona.
Il film ha per consulente un poliziotto americano del Narcotic Bureau (cioè che si occupa dello spaccio di droga), anche lui di origini italiane, che si chiama Charles Siragusa e che compare di persona nel film, come attore. La sceneggiatura è di Tonino Guerra, per una volta lontano dal suo mondo abituale, e del giornalista Lino Jannuzzi, che in quegli anni era in prima linea con inchieste serie e anche pericolose.
Da http://www.wikipedia.it/  prendo le prime righe della biografia di Luciano:
Charles Luciano, nato Salvatore Lucania, e soprannominato Lucky Luciano (Lercara Friddi, 24 novembre 1897 - Napoli, 26 gennaio 1962), è stato un criminale italiano, legato alla mafia italo-americana. Assunse negli Stati Uniti d'America il nome di Charles Luciano, e successivamente il soprannome "Lucky", "fortunato". È considerato il padre del moderno crimine organizzato e l'ideatore di una massiccia espansione nel dopoguerra del commercio di eroina. È stato il primo boss ufficiale della moderna famiglia Genovese. Il Time Magazine ha inserito Luciano tra i 20 uomini più influenti del XX secolo. (...)
La biografia di Luciano è ovviamente lunghissima, questo è solo l’inizio. Il film parte comunque proprio da qui, dagli inizi americani di Salvatore Lucanìa, non ancora Lucky Luciano.
Tra i film storici di Francesco Rosi, Lucky Luciano è forse il meno spettacolare; molto di questo è dovuto al personaggio stesso di Luciano (Salvatore Lucanìa, siciliano d’America) che per tutta la sua vita, dopo gli inizi necessariamente turbolenti, preferisce nascondersi, stare sotto traccia, non dare nell’occhio. In questa direzione va anche l’interpretazione di Volonté, magnifico ma sempre sottovoce, senza eccessi, perfetto e probabilmente molto simile all’originale, ma sicuramente antispettacolare.
“Sono qui per divertimento, non per fare affari”, ripete spesso Luciano nel film; non lo dice solo ai poliziotti, ma anche ai suoi amici e alle sue amanti. Lo vediamo infatti spesso ad Agnano, alla fiera del bestiame, o semplicemente a spasso per i vicoli di Napoli, dove visse dal primo dopoguerra fino alla morte, nel 1962. Va anche in visita a Pompei, da bravo turista: una delle scene più belle del film, da antologia. Ovviamente, la meta preferita a Pompei è quella al lupanare.
Tra gli attori del film c’è Charles Siragusa, doppiato da Adolfo Celi, che era un vero poliziotto del Narcotic Bureau e che qui interpreta se stesso; è anche consulente per la sceneggiatura. Rod Steiger interpreta Gene Giannini, personaggio ambiguo di cui non si fidano né Luciano (che lo farà ammazzare) né la polizia, di cui è confidente. Di Giannini è la battuta sulla “monnezza” di Napoli, sulla quale vorrebbe iniziare un racket “come a New York”: battuta di grande attualità anche oggi, purtroppo, e non solo a Napoli.
Luciano in America aveva fatto carriera facendo ammazzare tutti i suoi rivali; per questo fu condannato a 50 anni di galera ma poi scarcerato, graziato dopo nove anni per “importanti contributi” in tempo di guerra; in realtà, sembra, per consistenti mazzette a chi di dovere. Dopo essere stato graziato, venne spedito in Italia nel 1945, a guerra finita. Nel film si vede un frammento con Joe Valachi (quello vero) che depone davanti alla Commissione Mc Clellan; altri nomi che circolano sono quelli del presidente Roosevelt, di cui Luciano si dice molto amico, dei mafiosi Genco Russo e Vito Genovese, alleati della CIA al tempo dello sbarco in Sicilia e anche dopo, e molti altri ancora sui quali mi dovrei informare; da qui parte anche la storia di Michele Sindona, se non ricordo male. (per Michele Sindona, il film da vedere è "Un eroe borghese", regia di Michele Placido: la storia dell'avvocato Giorgio Ambrosoli).
Il vero Lucky Luciano muore (d’infarto?) all’aeroporto di Napoli, mentre sta per essere estradato in USA; Rosi riproduce questa scena nel film, e sul fermo immagine del cadavere mette due voci fuori campo, quelle dei poliziotti del Narcotic Bureau che abbiamo visto in azione.
I due fanno questo dialogo, che conclude il film:
Siragusa: Allora, che devo fare?
Capo Narcotic Bureau: Mah... tu continua a dare la caccia a Luciano, Dewey continuerà a dare la caccia a noi, Hoover continuerà a dare la caccia a Dewey, e alla fine, a furia di girare in tondo, ognuno di noi si troverà al posto dov’era prima, e tutto tornerà come sempre. (ride) Oh, Charlie, Charlie...
(finale di “Lucky Luciano” di Francesco Rosi)
Nel film, che è del 1973, recitano anche Vincent Gardenia, il regista Silverio Blasi, lo stesso Francesco Rosi, il biologo Jacques Monod, e molti giornalisti veri, che si calano alla perfezione nella parte dei giornalisti “d’epoca” che intervistarono Luciano. Molti di loro sono stati ormai dimenticati, ma negli anni ’70 erano nomi importanti del giornalismo italiano: Pier Maria Pasinetti, Sergio Saviane (ferocissimo critico tv sull’Espresso), Carlo Mazzarella (onnipresente in Rai per trent’anni) e altri ancora. Tornando agli attori, Edmund O’Brien è il capo del Narcotic Bureau, Charles Siragusa è doppiato da Adolfo Celi). Come si vede, è un cast necessariamente al maschile, con due eccezioni: Magda Konopka che è la Contessa, e Karin Petersen che interpreta la ballerina Lissoni, che fu per molti anni compagna di vita di Luciano, forse sua moglie ma in segreto, e che morì prematuramente per un tumore.

sabato 5 maggio 2012

Cadaveri eccellenti ( I )

Cadaveri eccellenti (1975) Regia di Francesco Rosi. Dal romanzo “Il contesto” di Leonardo Sciascia. Sceneggiatura di Tonino Guerra, Francesco Rosi, Lino Jannuzzi. Fotografia di Pasqualino De Santis. Musiche di Piero Piccioni, Astor Piazzolla. Interpreti: Lino Ventura, Tino Carraro, Renato Salvatori, Luigi Pistilli, Fernando Rey, Charles Vanel, Alain Cuny, Max von Sydow, Francesco Callari, Paolo Bonacelli, Marcel Bozzuffi, Paolo Graziosi, Maria Carta, Tina Aumont, Carlo Tamberlani, Enrico Ragusa, Silverio Blasi, Florestano Vancini, Anna Proclemer, Alfonso Gatto. Durata: 115 minuti

I “cadaveri eccellenti” di cui parla il titolo del film (il romanzo di Sciascia da cui è tratto si intitola “Il contesto”) sono quelli di importanti magistrati, che vengono uccisi a uno a uno nel corso del film. C’è un richiamo alla realtà di quegli anni, e purtroppo anche dei nostri tempi: i magistrati assassinati sono stati molti. Chi conosce Leonardo Sciascia sa però che nei suoi libri la realtà è quasi sempre un pretesto per parlare d’altro, di qualcosa di metafisico e ultraterreno; ed è quello che accade anche qui, sia pure in misura minore rispetto a “Todo modo”, che è sempre un romanzo di Sciascia ma che fu portato al cinema da un altro regista, Elio Petri, quasi nello stesso anno. Dato che anch’io tendo a fare confusione fra i due film, forse è il caso di mettere un punto fermo: “Cadaveri eccellenti” è del 1975 e ha la regia di Francesco Rosi, “Todo modo” è del 1976 e ha la regia di Elio Petri.
Fare confusione è facile, la storia è diversa ma molte sequenze potrebbero passare da un film all’altro; inoltre, sono di quegli anni altri soggetti simili: “Vogliamo i colonnelli” di Mario Monicelli (1973, con Ugo Tognazzi), Il generale dorme in piedi (1972, regia di F.Massaro, ancora con Tognazzi), alcuni episodi dai “Mostri” di Risi e Monicelli con Tognazzi e Gassman...Queste figurine di politici, generali, manager, preti, cardinali, sembrano improbabili ma sono invece quasi sempre vere, più vere del vero: circolavano allora e circolano ancora oggi, sia pure nei nuovi modelli “aggiornati”, diversi dai vecchi solo nell’abbigliamento e nei gadgets. Il momento più alto di questo tipo di soggetti è qualcosa di irripetibile, visto solo in teatro: il polacco Tadeusz Kantor, spettacoli come “La classe morta” e i suoi generali traballanti, ridotti a scheletri o a carcasse ma ancora intenti a impartire ordini e a fare terrore.
“Cadaveri eccellenti” è dunque un film non facile, che lascia un bel po’ perplessi, da sempre; per capire bene cosa succede bisognerebbe sicuramente leggersi Sciascia, “Il contesto”, ma anche tutto quello che riguarda i golpe mancati degli anni ’60 e ’70 (il golpe Borghese, gladio, le manifestazioni di piazza del 1960 contro il governo Tambroni, eccetera) e tutto quello che riguarda la strategia della tensione, comprese le bombe di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus (la bomba alla stazione di Bologna doveva ancora arrivare: cinque anni dopo l’uscita del film, nel 1980) senza dimenticarsi dell’omicidio del giudice Occorsio, che indagava sul terrorismo neofascista ed era arrivato molto vicino a chi proteggeva e finanziava i neofascisti.
Però di tutto questo nel film c’è solo un’ombra, a Sciascia interessava fare un discorso più ampio, che potesse prescindere dall’attualità.
A questo proposito, ragionando sulla complessità del film, si può portare qui il dialogo tra il giudice Riques (Max von Sydow) e il commissario Rogas (Lino Ventura), che sta indagando sugli omicidi. Anche il giudice Riques finirà assassinato, come tutti gli altri, in una sequenza successiva.
Riques: ...l’errore giudiziario non esiste. Lei è cattolico praticante?
Rogas: Praticante, no.
Riques: Certo, cattolico come tutti. E come tutti quanti penso che andrà ogni tanto a sentire la Messa. Ha mai considerato il problema del pane e del vino che diventano corpo e sangue di Cristo? Ogni volta, dico: ogni volta che il prete mangia quel pane e beve quel vino, il Mistero si compie. Mai, dico mai, succede che il Mistero non avvenga. Il prete può anche essere indegno nella sua vita o nei suoi pensieri, ma il solo fatto che sia stato investito dell’Ordine permette sempre ad ogni celebrazione della Messa che il Mistero si realizzi. Quando il giudice celebra la Legge, è esattamente come il prete che dice Messa. Il giudice può dubitare, interrogare, interrogare se stesso... ma nel momento in cui pronuncia la sentenza, non più. In quel momento la giustizia si è compiuta.
Rogas: Sempre? C’è stato un prete che mentre rompeva l’ostia si è trovato il sangue sulle vesti...
Riques: Perché dubitava. A me non è successo, mai. Nessuna sentenza ha mai sporcato di sangue le mie mani, nessuna condanna ha mai macchiato la mia toga.
Rogas: Certo è sempre una questione di fede.
Riques: Non ci siamo capiti, allora. Non sono cattolico, e naturalmente non sono neanche cristiano. Comunque, non ho mai avuto di queste debolezze, non ho mai creduto a Voltaire e al suo “Trattato sulla tolleranza”; lui ha cominciato con la storia dell’errore giudiziario! La virtù, la pietà, l’innocente caduto nelle mani dell’errore... Quale errore? Il giudice che “con una sentenza può uccidere impunemente”...bah! E’ Voltaire che per primo ha seminato dubbi sull’amministrazione della Giustizia! Ma quando una religione comincia a tenere conto dei dubbi della gente...allora vuol dire che è già morta. E’ così che siamo arrivati a Bertrand Russell, a Sartre, a Marcuse e a tutti i deliri di questi giovani d’oggi.
Rogas: Allora è tutta colpa di Voltaire?
Riques: Sì. Ma Voltaire aveva una scusante: ai suoi tempi non ci si rendeva conto fino in fondo del pericolo di quelle idee. Ma oggi, con l’avvento delle masse, il pericolo è diventato mortale. Se si continua così, la sola forma di giustizia sarà quella che i militari in guerra chiamano decimazione: uccidere per punizione un soldato ogni dieci. Niente, non esistono più individui oggi...non esiste più responsabilità individuale! Il suo mestiere, mio caro amico, è diventato ridicolo. Andava bene in tempo di pace, ma oggi siamo in guerra. Rapine, sequestri, uccisioni, sabotaggi: questa è guerra! E come in tempo di guerra, la risposta è: decimazione! Uno, due, tre, quattro, cinque: fuori! Uno, due, tre, quattro, cinque: Cress condannato!
Rogas: Cress va in giro con una calibro 22, e in canna c’è una pallottola per lei.
(dialogo da “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi, da Sciascia)
In questo dialogo c’è un accenno al famoso miracolo di Bolsena, avvenuto nel 1230, il sanguinamento dell’ostia consacrata davanti a un sacerdote che dubitava: i paramenti macchiati sono ancora oggi conservati e oggetto di venerazione. Ho fatto una breve ricerca e ho scoperto che i miracoli di questo tipo sono molti, quasi tutti avvenuti fra il 700 (a Lanciano) e la fine del 1300. Se si è interessati al tema, le parole da cercare sono consustanziazione o transustanziazione, a seconda che si stia con Lutero o con il papa; su wikipedia alla voce “miracolo eucaristico” c’è un elenco molto lungo dei luoghi e delle date in cui si sono verificati eventi simili.
Suggerisco però di fare attenzione non tanto al fatto che Sciascia parli di questo famoso miracolo, ma a come viene riportato: è dunque il dubitare che fa sanguinare l’ostia, non il fatto in sè ma il dubbio. Non è quindi la semplice descrizione del miracolo. Quanto al paragone della funzione del sacerdote con quella del giudice, confesso che è un argomento che non sono ancora riuscito bene a inquadrare, l’unica cosa che posso fare è un confronto con Kafka, non solo “Il processo” o “Il castello” ma soprattutto il racconto intitolato “Nella colonia penale”
Restando in ambito cinematografico, qualcosa di simile lo si ritrova nei film dei fratelli Coen, in particolare i personaggi affidati a John Goodman (nel film “Barton Fink”) e ad Antonio Banderas (“Non è un paese per vecchi”)
(continua)