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sabato 25 luglio 2020

La diabolica invenzione



La diabolica invenzione (Vynález zkázy, 1958). Regia di Karel Zeman. Tratto da un romanzo di Jules Verne. Sceneggiatura di Frantisek Hrubín, Milan Vácha, Karel Zeman. Fotografia di Antonín Horák, Bohuslav Pikhart, Jirí Tarantík. Scenografie di Zdenek Rozkopal. Costumi di Karel Postrehovsky. Musiche di Zdenek Liska. Interpreti: Lubor Tokos (Simon Hart), Arnost Navrátil (professor Roch), Jana Zatloukalová (Jana), Miroslav Holub (Artigas), Frantisek Slégr (capitano dei pirati), Václav Kyzlink (ing. Serke), Frantisek Cerný (voce del narratore). Durata 1h13'

Karel Zeman (1910-1989) è stato uno dei più grandi autori di film d'animazione, maestro anche nella ricerca di tecniche nuove ed originali. Oggi se ne parla poco, ed è un peccato; per fortuna, o meglio grazie ad appassionati di cinema competenti, molti suoi film si possono trovare on line. Alcuni sono inevitabilmente invecchiati, altri - come questo e come "Il barone di Münchhausen" - sono ancora dei gioielli da non perdere.
"La diabolica invenzione" è il titolo italiano di un film con attori, non quindi con disegni animati; ma gli attori sono ben inseriti su scenografie disegnate; il risultato è un gioiellino, rifatto sulle illustrazioni ottocentesche di Edouard Riou e Léon Benet per i romanzi Jules Verne. Dietro c'è un romanzo che ignoravo del tutto, pur avendo letto molto di Verne: "Face au drapeau", cioè "Di fronte alla bandiera", che è del 1896, quindi uno degli ultimi pubblicati in vita da Verne. La storia ha molte somiglianze con "Il padrone del mondo" ("Robur il conquistatore"), con uno scienziato rapito, e anche con "Ventimila leghe sotto i mari" e con i libri più famosi di Verne, per via dei sottomarini, dei palloni aerostatici, delle macchine e dei motori. La storia non è delle più originali, nemmeno per uno come Verne: uno scienziato che ha inventato un'arma potentissima viene rapito e dovrà mettersi al servizio dei pirati e dei criminali; ma nel finale tutto si risolve, e ne nasce anche una storia d'amore. Non so perché Zeman abbia scelto proprio questo, tra i molti romanzi di Jules Verne disponibili, ma il risultato finale comunque non dispiace.


E' in bianco e nero, con alcune sequenze virate come nel cinema delle origini; ci sono attori e disegni, scenografie di navi e di castelli, e motori di carta che Zeman e il suo staff rendono come una meraviglia; l'ho appena rivisto e devo dire che è molto più riuscito dei tre quarti della computer graphic di oggi, ed è un peccato che Zeman non abbia potuto usare il computer e le tecniche odierne. Alla fine, quello che conta è sempre il talento individuale, l'immaginario, le letture, e anche (soprattutto?) l'amore verso le persone. Dietro i trucchi c'è Méliès, naturalmente: gli effetti speciali nascono insieme al cinema.


Di "La diabolica invenzione" esiste anche una versione americana, che si chiama "The fabulous world of Jules Verne": ma è meno bella, almeno nella versione visibile su youtube, perché l'effetto disegno sparisce, tutto somiglia di più a un film normale e si perdono quasi tutti gli effetti speciali di Zeman, che sono bellissimi, da incanto fin dalle prime sequenze.
Gli attori sono tutti cecoslovacchi, quindi poco noti da noi; sono tutti bravi, ma mi segno in particolare l'unica donna del cast, Jana Zatloukalová, alla quale spettano alcune tra le sequenze migliori del film, e anche il finale in mongolfiera accanto all'amato (l'attore si chiama Lubor Tokos).





venerdì 24 luglio 2020

The dead (John Huston)



The dead (I morti, 1987) Regia di John Huston. Tratto da "Dubliners" di James Joyce. Sceneggiatura di Tony Huston. Fotografia di Fred Murphy. Musiche a cura di Alex North. Interpreti: Donal Mc Cann, Anjelica Huston, Helena Carroll, Cathleen Delaney, Donal Donnelly, Rachel Dowling, Ingrid Craigie, Dan O'Herlihy, Richard Parkinson, Marie Kean, Sean Mc Clory, Frank Patterson. Durata: 83 minuti

"The dead", tratto da un racconto di James Joyce, è l'ultimo film di John Huston, ed è anche uno dei capolavori assoluti nella storia del cinema, ma dovete metterci qualcosa del vostro per capirlo. Non è un film facile, così come non è facile il racconto di Joyce (tratto da "Dubliners", in Italia tradotto spesso come "Gente di Dublino") ma se ce l'ha fatta uno come me ce la può fare chiunque. Coraggio, si può fare.
Siamo a Dublino nel 1904, a una cena organizzata da due zie molto anziane, una riunione di famiglia in ambiente benestante, dove convengono caratteri diversi e dove non manca la questione politica, perché in Irlanda a inizio Novecento c'erano in ballo questioni che pesano ancora oggi. Ma il clima è comunque disteso, nessuno vuole fare torto alle zie, tutto rimane sottotraccia. Filo conduttore delle varie vicende è la coppia di sposi interpretata da Anjelica Huston e Donal Mc Cann; il finale è dedicato a loro ed è toccante, con il ricordo di un ragazzo morto tanti anni fa, che si era innamorato di lei, e il monologo finale del marito, tagliato fuori da quel ricordo lontano e straziante. La canzone che evoca questo ricordo è "The Lass of Aughrim" ("La fanciulla di Aughrim") cantata alla festa dal tenore Bartell d'Arcy; è lo stesso attore Frank Patterson a cantarla, molto bravo). Nel corso della festa ascoltiamo anche, un po' straziata dalla voce senile della zia, un'aria che viene presentata come "Arrayed for the Bridal" e spesso tradotta alla lettera nelle varie recensioni; si tratta di "Son vergin vezzosa", inizio di un concertato dall'opera "I Puritani" di Vincenzo Bellini. A cantarla, meglio che può, è la stessa attrice Cathleen Delaney. Nel corso del film si ascoltano molte battute dedicate all'opera e al teatro, bisognerebbe scrivere un post per ricapitolarle tutte.


Tutti gli attori sono perfetti: sono protagonisti del teatro irlandese e quindi poco noti al grande pubblico, a parte Anjelica Huston. Merita una citazione l'attore che interpreta Freddy (Donal Donnelly) sempre ubriaco, ma dolce e simpatico. La regia del "rozzo" Huston è di grande delicatezza e profondità (non è una novità, la rozzezza di Huston era solo una maschera). John Huston, americano di nascita, abitava da decenni in Irlanda e ne aveva preso anche la cittadinanza; "The dead" è stato girato da Huston già molto malato, assieme ai due figli Tony (autore della sceneggiatura) e Anjelica (protagonista del film). Il film è molto fedele al racconto, anche se con qualche libertà, ben descritta a suo tempo dall'ottimo critico Mario Sesti:
da wikipedia:
«The Dead è un capolavoro di fedeltà al testo, o meglio uno straordinario modello di lucidità e strategie nel passaggio dalla letteratura al cinema. (...) Anche per chi conosce piuttosto bene il racconto, è molto difficile notare le aggiunte, le dilatazioni, i prestiti illeciti, perché essi sono praticati in quella sfera intermedia che potremmo chiamare “immaginario” del testo che non appartiene più semplicemente al testo ma al lavoro che il lettore vi ha prodotto con la sua lettura e il deposito di scena che esso ha generato nella memoria del lettore stesso.»
Mario Sesti, Cineforum, n. 270, dicembre 1987 (da www.wikipedia.it)


A mio parere il racconto più bello dei "Dubliners" è "Arabia", dove mi sono riconosciuto e mi sono rivisto come ero ("Arabia" è il nome di una fiera di inizio secolo, sempre a Dublino). Rileggo il finale in Joyce, e penso che anch'io sto pensando le stesse cose; non c'è fuori la neve, solo questa è la differenza. Riporto qui il finale del racconto, è la cosa migliore che si possa fare.
Si era profondamente addormentata. Appoggiato sui gomiti Gabriel le guardò per alcuni istanti, senza rancore, i capelli scomposti, la bocca semichiusa e ne ascoltò il respiro profondo. Dunque c’era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. Quasi non gli doleva adesso pensare alla. parte meschina che lui, il marito, vi aveva avuto. La guardava dormire come se mai fossero vissuti insieme da uomo e donna. Incuriositi, gli occhi s’attardarono a lungo sul suo viso, sui suoi capelli; e, pensando a quella che doveva essere stata allora, all'epoca della sua prima bellezza di fanciulla, una strana, dolce pietà per lei gli penetrò l’anima. Non voleva confessarlo nemmeno a se stesso che quel viso non era più bello; ma certo non era più il viso per il quale Michael Furey aveva sfidato la morte.
Forse non gli aveva detto tutto. Portò gli occhi alla sedia su cui ella aveva buttato alcuni dei suoi indumenti. Il laccio di una sottana pendeva sul pavimento, uno stivaletto stava in terra ritto, il gambale floscio ripiegato, e il compagno gli giaceva accanto su un fianco.
Lo meravigliava quel disordine di emozioni, un’ora prima. Da dove era nato? Dalla cena delle zie, dal proprio sciocco discorso, dal vino e dal ballo, dall'allegria di quegli ultimi saluti nell’atrio, dal piacere della passeggiata lungo il fiume, sulla neve. Povera zia Julia! Anche lei presto sarebbe stata un'ombra con l'ombra di Patrick Morkan e il suo cavallo. Per un attimo le aveva visto in viso quell'aspetto di larva mentre cantava Adorna per le nozze. Presto forse si sarebbe trovato seduto in quello stesso salotto, vestito di nero, la tuba sulle ginocchia: le imposte sarebbero state accostate e zia Kate seduta accanto a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato com’era morta. Si sarebbe torturato il cervello allora per trovare qualche parola che potesse consolarla e ne avrebbe trovato solo di goffe e inutili. Sì, sì, sarebbe accaduto molto presto.
L’aria della stanza gli gelava le spalle. Si allungò adagio sotto le coperte accanto alla moglie. Ad uno ad uno tutti si sarebbero mutati in ombre. Meglio trapassare baldanzosi nell’altra vita, nel piano della passione, che appassire e svanire a poco a poco nello squallore degli anni. Pensò a come colei che gli giaceva a fianco avesse serbato così a lungo in cuor suo l’immagine degli occhi del suo innamorato quando le aveva detto che non desiderava di vivere.
Lacrime generose gli gonfiarono gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna, ma sapeva che quello doveva essere veramente amore. Più fitte le lacrime gli velarono gli occhi e nella semioscurità immaginò la figura di un giovane in piedi sotto albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli erano accanto. L’anima sua s’avvicinava alle regioni abitate dalla immensa folla dei morti. E pur essendo cosciente di quella loro illusoria e vacillante esistenza, non riusciva ad afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio e impalpabile: la stessa solida terra in cui quei morti avevano un tempo dimorato e procreato, si dissolveva e si rimpiccoliva.
Un battere leggero sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Assonnato guardava i fiocchi neri e argentei cadere di sbieco contro il lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l'ovest. I giornali dicevano il vero: c’era neve dappertutto in Irlanda. Neve cadeva su ogni punto dell'oscura pianura centrale, sulle colline senz'alberi; cadeva lieve sulle paludi di Allen e più a occidente cadeva lieve sulle fosche onde rabbiose dello Shannon. E anche lì, su ogni angolo del cimitero deserto in cima alla collina dov'era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle tombe, sulle punte del cancello e sui roveti spogli.
E l'anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo, stancamente cadere come scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti.
(James Joyce, da "Gente di Dublino - I morti", ed. Einaudi 1978, traduzione di Franca Cancogni)



(le immagini sono nel mio archivio personale da molti anni, alcune di esse vengono da giornali di quando uscì il film, non saprei più indicarne l'origine)


lunedì 29 giugno 2020

Incontri con uomini straordinari


Meetings with remarkable people (1979) Regia di Peter Brook. Tratto dal libro omonimo di Gurdjieff. Sceneggiatura di Peter Brook e Jeanne de Salzmann. Fotografia di Gilbert Taylor. Musiche di Interpreti: Dragan Maksimovic, Terence Stamp, Athol Fugard, Natasha Parry, Colin Blakely, Bruce Myers, Colin Blakely, Gregoire Aslan, Warren Mitchell, Tom Fleming, Bruce Purchase, Fabian Sovagovic. Durata 1h44'

"Incontri con uomini straordinari" è stato, e forse lo è ancora, un libro molto letto e molto citato; l'autore è Georges Gurdjieff (1872 circa -1949), figura ambigua e affascinante, per alcuni un maestro, per altri qualcosa di più simile a un venditore di fumo. In ogni caso, "Incontri con uomini straordinari" è un libro molto bello, ricco di notizie e di informazioni, che si può leggere anche soltanto come un libro d'avventure; la fedeltà all'originale è assicurata anche dalla partecipazione alla sceneggiatura del film da parte di Jeanne de Salzmann, principale allieva di Gurdjieff in Europa e sua esecutrice testamentaria.
Il film che ne trasse Peter Brook nel 1979 è dunque molto fedele al libro, sia pur nei limiti di una riduzione cinematografica, ed è bello da vedere ancora oggi, anche se non raggiunge la magia del "Mahabharata" che il grande regista inglese girerà dieci anni dopo. Se il "Mahabharata" nasce in teatro, e anche al cinema mantiene un'impostazione teatrale, "Incontri con uomini straordinari" è invece girato nei luoghi in cui visse Gurdjieff, o comunque molto vicino a quei luoghi, più esattamente tra l'Afghanistan (l'Afghanistan degli anni '70, prima dell'invasione sovietica e dei talebani) e gli studi inglesi di Pinewood.

Un film "about the search and the searcher" , sulla ricerca e su chi la compie, dice Peter Brook in un'intervista (reperibile su youtube), ed è proprio così, i personaggi sono alla ricerca di se stessi o di qualcosa che dia senso alla vita, e alle volte lo trovano. Un amico di Gurdjieff sceglierà di fare il meccanico sulle navi, il principe russo diventerà un monaco, l'archeologo si fermerà in un altro monastero, e Gurdjieff continuerà a cercare la sua confraternita antichissima e misteriosa. Nel film si vedono con dovizia di particolari le danze descritte da Gurdjieff nei suoi libri, con le musiche trascritte da Thomas de Hartmann che fu suo discepolo; le danze dei dervisci, soprattutto, che Gurdjieff insegnò anche in Europa durante il suo lungo soggiorno in Francia.

Gli attori: il giovane Gurdjieff (che si vede anche da bambino e da ragazzo) è interpretato da Dragan Maksimovic, un attore jugoslavo molto attivo in patria e anche in film di tutta Europa. Terence Stamp è il principe russo che diventa un monaco e una guida spirituale; Athol Fugard è il giovane professore di archeologia che porta Gurdjieff nel deserto del Gobi; Natasha Parry e Bruce Myers sono tra gli amici del giovane Gurdjieff. Nel cast anche Colin Blakely (un tamil) e Gregoire Aslan (principe armeno), e molti altri ottimi attori.
Sul mio piano personale, ammesso che possa interessare a qualcuno, sono lontanissimo da queste cose. Ricordo di aver lasciato perdere Gurdjieff poco dopo aver letto il libro, nonostante l'indubbio fascino del suo racconto. "Incontri con uomini straordinari" è un libro che piace, è divertente come un libro di avventure, ma l'impressione di aver davanti un contaballe o un abile affabulatore è spesso grande. A questo proposito si può sottolineare la sequenza che riguarda di Yazidi, definiti "adoratori del diavolo": ma è solo un'etichetta loro affibbiata dai musulmani, che li ritengono eretici. Se ne è parlato di recente perché anche l'odierna Isis li perseguita. Metto qui un link per chi fosse interessato ad approfondire: detto molto in breve, gli Yazidi sono di etnia curda e la loro religione è molto più antica dell'islam. Inoltre, Gurdjieff non è cristiano, e si vede; gli manca spesso la pietas, che hanno anche i buddhisti, l'amore verso il prossimo. La sua è più una ricerca personale che una vera interazione con il prossimo, e mi scuso per la sintesi molto rozza ma non ho intenzione di dilungarmi troppo e comunque oggi ognuno può cercare notizie molto più facilmente di quando capitò a me negli anni '80.
Avrei ritrovato Gurdjieff molto tempo più tardi, sulla fine degli anni '90, per un incontro con un mio coetaneo romagnolo che si diceva suo seguace, quando già non ci pensavo più. "L'uomo automatico", il liberarsi dagli automatismi che ci condizionano dopo averli appresi da bambini, è alla base dei suoi insegnamenti; è qualcosa di molto interessante, ma non se viene usato per sentirsi più sveglio e più furbo degli altri. Ma anche il mio coetaneo romagnolo non era mai andato a fare i turni in fabbrica, non conosceva la realtà di chi lavora, fuggiva dal vero e dalle malattie, dalla guerra, dalla sofferenza; era andato in India e sfruttava quell'esperienza per vivere alle spalle degli altri, come probabilmente fece Gurdjieff, con corsi molto costosi e "seminari" dove alla fine non è che si imparasse molto. Lo stesso Gurdjieff, verso la fine di "Incontri con uomini straordinari", a domanda precisa risponde che il denaro non è un problema, non è una cosa importante... Mi sono chiesto che cosa volesse dire, e alla fine la risposta più semplice è che il denaro si trova, il fesso o la riccona che ti finanzia prima o poi lo trovi. Mi scuso ancora per le mie sintesi molto estreme, ma l'impressione che si cercasse più che altro di plagiare delle persone mi è rimasta, e non è detto che sia colpa di Gurdjieff. Come maestro, comunque, preferisco Elemire Zolla (che maestro non volle mai essere): Zolla si definiva "felicemente sincretista", diceva che i mistici si somigliano tutti, e che durante la nostra ricerca si può vivere nel mondo anche senza dare a vedere di conoscere qualcosa in più degli altri, e magari in samadhi.
(...) Si può vivere a fianco d'un uomo in samadhi senza notarlo: sbriga le sue faccende e lo si crede coinvolto, si proiettano su di lui i comuni sentimenti e non si ricevono smentite.
Una condizione puramente interiore è priva di connotati. Le metafore con le quali se ne parla designano fatti esterni e perciò falsificano, a cominciare dall'alternativa geometrica di dentro/fuori, esterno/interno. (...) La psiche in samàdhi è unificata in se stessa e nel contempo è unita al mondo o, meglio, nelle parole di Leopardi, annegata nell'infinità dell'essere. Entra negli eventi e ne esce a mano a mano che affiorano e dileguano perché essi le appaiono espressioni finite dell'essere infinito che è la sua stessa essenza, ciò che è e io sono diventano per lei sinonimi. Chi avverte estaticamente l'unità di se stesso e dell'essere, considera illusoria la molteplicità degli eventi, perciò, quando si presentano, non fa scattare la Biade automatica bene/male, amico/nemico. Si lascia attraversare, come un mare, uno specchio.
Il rovescio di samàdhi è ciò che i vecchi psichiatri chiamavano nevrastenia, l'indugio accigliato e penoso sulle cose, che ogni sensazione centellina e cincischia, su ogni immagine vagabonda indugia: non c'è circolazione, nitore mentale, e la psiche si smarrisce in un'incessante fantasticheria.
(...) Gli ufficiali di marina si allenavano a entrare in samàdhi quando erano messi di vedetta ad avvistare sommergibili; dovevano poggiare lo sguardo sull'estremo orizzonte senza mettere a fuoco nessun tratto di mare; così i monaci un tempo apprendevano a tenere lo sguardo sulla linea d'orizzonte della vita, a non tornare sugli eventi trascorsi, a schivare il compiacimento e l'indugio su se stessi, sorvolando il fiume della realtà e scartando i sogni di veglia. (...)
Elemire Zolla, da "Archetipi", capitolo primo, pag.8-12 edizione Marsilio.




(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )

domenica 24 maggio 2020

Tre operai


 
Tre operai (1980) Regia di Francesco Maselli. Tratto da un romanzo di Carlo Bernari. Scritto da Carlo Bernari, Francesco Maselli, Enzo Siciliano. Consulenza storica di Paolo Spriano. Musiche di Giovanna Marini. Interpreti: Stefano Santospago, Nunzia Greco, Imma Piro, Nello Mascia, Paolo Falace, Elena Da Venezia, e molti altri. Durata: quattro puntate di un'ora circa ciascuna

"Tre operai", romanzo di Carlo Bernari, diventa un film in quattro puntate per la regia di Francesco Maselli, trasmesso dalla Rai nel 1980. Il romanzo è del 1934, Carlo Bernari nasce nel 1909 e racconta una storia che inizia a Napoli nel 1914, con un giovane che viene condotto dal padre a lavorare in fabbrica, una tintoria di tessuti che è anche lavanderia, dove le condizioni di lavoro sono pessime (bisolfito, ipoclorito e acido solforico sono delle brutte compagnie) e dove non esiste ancora il sindacato, che c'era già nei siderurgici e negli edili, nei ferrovieri e nei metalmeccanici. E' un ambiente dove anch'io ho iniziato a lavorare, nel comasco, e dove sono rimasto fino ai primi anni '80; le condizioni di lavoro erano molto migliori di quelle che vediamo nel film, e mi verrebbe da scrivere "ovviamente" ma poi non è così ovvio, questo miglioramento, non lo è affatto. Il miglioramento delle condizioni di vita, sul posto di lavoro, non è mai ovvio e non dipende dal passare degli anni: non nasce da solo ma è stato ottenuto con dure lotte e con rischi notevoli da parte di chi si è impegnato per farlo cambiare in meglio. Carlo Bernari e Francesco Maselli ci mostrano come è andata, e io mi segno una frase detta nella prima puntata: che magari ci vorranno cinquant'anni per ottenere dei risultati ma non per questo bisogna scoraggiarsi. Io sono arrivato cinquant'anni dopo queste lotte, e ho visto i risultati. Non tutto era perfetto neanche negli anni '80 e '90 del Novecento, ho conosciuto persone che avevano subìto danni derivati dall'uso dell'idrosolfito e so come vengono prodotti i coloranti (quasi tutti hanno intermedi cancerogeni, e anche quelli naturali richiedono trattamenti pericolosi per l'estrazione e per l'uso), ma i miglioramenti ci sono stati e bisogna ringraziare chi si è impegnato per ottenerli anche a rischio della propria incolumità personale. Bisogna ricordare queste persone, soprattutto in questo inizio di Nuovo Millennio in cui tante di quelle conquiste sono già andate perdute.

 
C'è molto spazio anche per il privato dei protagonisti, "Tre operai" è un romanzo e non un saggio storico; alcune sequenze fecero nascere problemi, perché davvero spinte per l'epoca (per esempio quello che si direbbe un ménage à trois, e per due volte) e viene da pensare che oggi passerebbe tutto inosservato, data la delicatezza con cui viene trattato il tema e visto tutto quello che passa ogni giorno in tv in ogni ora del giorno.
Il primo contatto del giovane protagonista con il sindacato è questo: a una riunione, dove sono presenti dei ferrovieri, espone i suoi problemi e uno dei presenti gli risponde "devi guardarti allo specchio e dirti che sei un coglione, perché non devi aspettare che i tuoi problemi li risolva qualcun altro" e cioè che spetta a lui e ai suoi compagni di lavoro iniziare la lotta per migliorare le loro condizioni. La stessa sera si ferma a parlare con un dirigente sindacale che gli spiegherà con più educazione e comprensione i rudimenti della presa di coscienza operaia.
Nella lavanderia il giovane, interpretato da Stefano Santospago, conosce un altro operaio con cui diventerà amico (Nello Mascia) e la giovane Anna (Nunzia Greco) con la quale nasce subito un grande affetto. Anna ha una sorella, Maria (Imma Piro) bella e spregiudicata, che si fa mantenere da un avvocato; questo è il quartetto dei protagonisti, un 3 + 1 come in Dumas, di cui seguiamo le vicende fino all'avvento del fascismo - quindi il finale non può essere in positivo (il libro di Bernari è del 1934).
Il protagonista studia, s'impegna, tenta la carriera sindacale ma ne verrà respinto con grande delusione perché gli operai sono spesso nati servi e alcuni sono anche traditori; verrà arrestato e mandato in guerra (tre anni in prima linea, 1915-1918) e al ritorno, dopo un'esperienza in Calabria, verrà coinvolto nell'occupazione delle fabbriche (lo storico Paolo Spriano è tra i consulenti di Maselli) con finale negativo perché saranno altri operai a mettere fine all'occupazione aprendo i cancelli ai carabinieri. Proprio in quei giorni, Anna muore di tbc. Nel mezzo, c'è anche la nascita dell'ILVA di Taranto, e tante altre cose.
 
 
"Tre operai" è stato quasi dimenticato, anche cercando in rete si trova poco; ed è un peccato perché Bernari è un autore importante e perché Maselli fa un'ottima regia, molto originale e con tocchi da maestro. "Tre operai" è importante anche perchè ci mostra cosa c'è dietro il mondo della moda, dei vestiti e delle scarpe e borsette che portiamo: le industrie tessili e le concerie sono ai primissimi posti per l'inquinamento delle acque, ma è un dato di fatto che tendiamo a rimuovere. Si è soliti pensare al mondo della moda come a qualcosa di elegante e ovattato, ma dietro c'è questa realtà; in campo tessile e tintoriale qualcosa si è fatto, con i depuratori soprattutto, ma le concerie sono ancora altamente e pesantemente inquinanti. In Italia le concerie sono concentrate in Campania e nel  Veneto, nella zona di Arzignano; molte fabbriche hanno chiuso e sono state delocalizzate negli ultimi decenni, proprio per non dover sopportare i costi della depurazione. E' di questi giorni la notizia che il fiume Sarno, in Campania, era tornato ad avere le acque limpide durante il "lockdown" della primavera 2020; era il fiume più inquinato d'Europa, era tornato pulito ma sono bastati pochi giorni di produzione industriale per farlo tornare morto e avvelenato. "Tre operai" ha il merito di farci riflettere su questa realtà: da dove vengono gli oggetti che usiamo, come vengono prodotti, quale è il loro impatto sull'ambiente?

 
Gli attori sono molto bravi e molto ben condotti dal regista Francesco Maselli. In primo luogo, i tre operai protagonisti: Stefano Santospago è Teodoro, Nello Mascia è Marco, Nunzia Greco è Anna. E poi la sorella di Anna, interpretata da Imma Piro, e molti altri attori tra i quali spiccano Paolo Falace ed Elena Da Venezia, padre e madre di Teodoro.
A Paolo Falace, come padre del protagonista, spettano alcuni dei punti chiave del romanzo e del film: l'inizio, con la presentazione del figlio ai padroni della tintoria dove lui è capoturno, e la scena al minuto 40 della prima puntata, quando spiega al figlio la sua vita e perché è importante che rimanga anche lui a lavorare in mezzo ai veleni. E' una scena toccante, un monologo che andrebbe portato nelle scuole, interpretato in maniera esemplare da Falace.
Le musiche sono di Giovanna Marini, molto adatte e molto originali, dietro c'è la formazione classica della Marini, soprattutto Johann Sebastian Bach. Mi segno ancora l'impianto teatrale, molto bello da vedere nelle scenografie e da ascoltare nella recitazione. Il film è scritto da Maselli insieme allo stesso Bernari e ad Enzo Siciliano, con Paolo Spriano come consulente.

 
Altri miei appunti presi durante la visione:
1) il protagonista si chiama Barrin di cognome, pronunciato Bàrrin alla napoletana; è un cognome di origini francesi e più avanti glielo rinfacceranno. E' un dettaglio autobiografico, perché anche Bernari è uno pseudonimo, il cognome all'anagrafe è Bernard, di origini francesi. 2) Carlo Bernari visse fra il 1909 e il 1992, il romanzo viene terminato nel 1934. 3) i dialoghi sono molto interessanti, anche la storia è ben raccontata: due battute all'inizio sono molto significative, "nessuno vuole più stare al suo posto", perché i figli degli operai adesso vogliono studiare, e "ce ne è voluta per fargli lasciare la scuola" 4) il giovane quando viene assunto si presenta in giacca, cravatta e gilet, ma sarà un lavoro duro; in queste sequenze iniziali dovrebbe avere quindici anni, ma questo bisogna immaginarselo e comunque non disturba. 5) è una tintoria di tessuti, anche se poi si parla di lavanderia e del sindacato dei lavandai; nelle tintorie i tessuti vengono lavati prima di ogni altra lavorazione, perché escono dalle tessiture impregnati di appretti, cioè di colle applicate per evitare che il filato si logori durante la tessitura. 6) a un certo punto arriva un bastimento inglese, ed è probabile che si tratti di cotone. Il cotone, per tutto l'Ottocento, significava tratta degli schiavi; e a inizio Novecento non è che le cose fossero migliorate di molto, nonostante l'abolizione dello schiavismo. 7) "non si resiste più di nove ore su questa vasca" dicono a Teodoro nel suo primo giorno di lavoro. Nove ore: le giornate lavorative che ho conosciuto io erano di otto ore, ma sono state necessarie lotte dure e molti sacrifici per arrivare a questo risultato, sempre messo in discussione. Quella vasca contiene acido solforico, concentrato: è il vetriolo dei film horror. 8)  le sostanze pericolose menzionate nel film, oltre all'acido solforico, sono ipoclorito, bisolfito, e il colorante blu di metilene. L'ipoclorito di sodio è la candeggina; il bisolfito è un forte riducente che serve per decolorare eventuali sbagli di tintura, mentre l'idrosolfito di sodio è usato nel metodo per tingere i jeans, i colori indanthren: ha un odore molto pungente, fortemente irritante, e va usato ad alte temperature. Molti intermedi per coloranti, quasi tutti, sono cancerogeni: non lo sono i coloranti finiti, ma gli intermedi sì, e da qualcuno vengono quindi maneggiati. 9) il vapore, indispensabile in fabbrica: qui siamo nel 1914, vediamo la caldaia con il fuoco acceso, probabilmente alimentata a carbone. 10) nelle sequenze dedicate al mondo del lavoro si vede la scuola di Roberto Rossellini, i grandi film documentari girati da Rossellini negli anni '60 e '70. 11) si può notare anche l'elaborazione elettronica del colore, tipica dei film di questo periodo, simile a quella del "Che fare" di Gianni Serra: erano i primi anni del computer applicato al cinema e alla tv. 12) si faceva cenno alla bravura tecnica di Francesco Maselli: sono da ricordare la camminata per Napoli di Teodoro nella prima puntata, quella analoga di Anna nella terza, e nell'ultima puntata la casa rotonda vicino al mare e la cinepresa che la percorre in una lunga sequenza, nelle scene che precedono la morte di Anna.
 
In conclusione, anch'io mi sono chiesto spesso, come il protagonista di "Tre operai", se abbia davvero senso imparare, conoscere, impegnarsi. La risposta che mi verrebbe, oggi, è no: che non serve, di lasciar perdere i libri e di non informarsi, perché troverai sempre qualcuno che è nato servo e che non vuole cambiamenti, nemmeno in meglio, e magari è qualcuno che è vicinissimo a te. Ho pensato spesso, e non solo durante la visione del film, a quella certa destra che prende posizione contro queste lotte operaie, che giustifica l'ascesa del fascismo con l'occupazione delle fabbriche, che reputa il sindacato come colpevole di ogni cosa, e che in definitiva non vuole che gli operai e i contadini possano studiare, e che non si respirino veleni, e che nelle acciaierie non capitino incidenti come alla Thyssen di Torino (già nel Nuovo Millennio, questa), che a Taranto o a Casale Monferrato non si debba morire di amianto o di polveri e fumi d'acciaieria - ma questo è un discorso ampio, ed è da discussioni su questi temi che nasce il mio pessimismo. Una presa di coscienza è nuovamente necessaria, ma io ormai sono troppo vecchio per ricominciare, e di delusioni ne ho avute molte. Buona fortuna, ma dovrete darvi da fare se volete riottenere ciò che avete perso.
 

 
 
"Tre operai" è visibile, almeno in teoria, su Raiplay. Dico "in teoria" perché Raiplay si blocca di continuo (io abito nella zona di Milano, quindi ben servito dal wifi). A me è andata così: bene con la prima puntata, con la seconda ho dovuto ricominciare da zero per cinque volte (su un'ora...), con la terza puntata ho dovuto rinunciare per due giorni di fila, la terza sera infine è andata.
Così va su Raiplay, ma nessuno tiene conto delle segnalazioni e delle lamentele, anche on line è difficile trovare risposte al disservizio. Pagato con il canone, oltretutto.
 

lunedì 18 maggio 2020

Faust di Marlowe


 
Il Fausto di Marlowe (1977) Regia di Leandro Castellani. Tratto dal testo teatrale di Christopher Marlowe. Traduzione di Rodolfo Wilcock. Musiche di Guido e Maurizio De Angelis. Interpreti: Tino Buazzelli, Antonio Salines, Gastone Pescucci, Nino Fuscagni, Sergio Fiorentini, e molti altri che purtroppo non sono riuscito a recuperare. Durata: due ore circa.

Faust: E com'è che ora sei fuori dell'inferno?
Mefistofele: Ma questo è l'inferno, non ne sono fuori.
(minuto 16)
Non avevo mai letto il Faust di Marlowe, ed è stata una mia grave dimenticanza: a farmelo incontrare è stato Tino Buazzelli, grandissimo interprete con Antonio Salines per un film Rai del 1977, con regia di Leandro Castellani.
Christopher Marlowe (1564-1593) visse nel periodo elisabettiano, coetaneo di William Shakespeare (1564-1616); è rimasta famosa la sua morte, a 29 anni, ucciso in circostanze rimaste ancora oggi ignote. Su Marlowe si è molto romanzato, soprattutto per la sua influenza su Shakespeare (si veda il film famoso "Shakespeare in love"), ma io suggerirei di saltare tutto e di andare direttamente ai suoi testi, soprattutto questo Faust che abbiamo la fortuna di poter vedere e ascoltare in un'ottima edizione italiana. Il titolo originale è "The tragical history of Doctor Faustus", fu pubblicato nel 1604 ma risale a prima del 1590; è considerato il primo testo teatrale dedicato al mito di Faust anche se sicuramente la storia circolava già da tempo, forse da sempre: il mito ancestrale del patto con il diavolo. In Marlowe non c'è redenzione: Faust rimane dannato. Non c'è una Margherita a salvarlo, come poi sarà nel "Faust" di Goethe, ma c'è già l'incontro con Elena di Troia; non ci sono streghe per il sabba, ma uno spirito buono e uno cattivo a consigliarlo (un angelo e un diavolo, si potrebbe dire, ma hanno nomi diversi). C'è anche una satira verso Roma e il cattolicesimo, con le beffe di Faust al Papa, ma la parte più interessante è sicuramente nei dialoghi tra Faust e Mefistofele, come quello che ho riportato all'inizio: l'inferno non è altrove, ma è qui tra noi e basta un minimo di osservazione per rendersene conto. Non riguarda noi tutti, per alcuni di noi c'è forse un Purgatorio (stiamo male perché non ci è concessa la visione di Dio, ma la nostra vita scorre in maniera serena o accettabile), ma per altri c'è davvero l'inferno in terra, e non necessariamente in zone diverse del pianeta.
 
"Il Fausto di Marlowe", secondo la traduzione di Rodolfo Wilcock, è un film a basso costo, ma molto ben fatto innanzitutto per la scelta degli attori, ed è facile pensare che il progetto sia nato intorno alla presenza di Tino Buazzelli come protagonista. Buazzelli è al suo penultimo film, (l'ultimo sarà "Il balordo" tratto da un romanzo di Piero Chiara) e la sua interpretazione è straordinaria, di quelle da non perdere. Molto bravo è anche il suo Mefistofele, Antonio Salines, un attore di teatro ancora in attività che ha recitato in molti film per la tv. Sergio Fiorentini è Lucifero; Gastone Pescucci, che interpreta Wagner, assistente di Faust, è un buffo: un clown shakespeariano (si potrà dire, in Marlowe?) che fa da contraltare alle imprese del suo padrone, ma in modo molto goffo. Purtroppo non sono in grado di elencare gli altri interpreti, perché sono stati tagliati i titoli di coda e non sono riuscito a recuperarne i nomi neanche cercando su internet.

 
Il regista Leandro Castellani non va confuso con Renato Castellani, quasi omonimo e realizzatore per la Rai di altri sceneggiati famosi. Leandro Castellani ha diretto per la Rai "L'affare Dreyfus", "Le cinque giornate di Milano", "Don Minzoni", e molto altro ancora; è un ottimo regista, e meriterebbe maggiore attenzione da parte delle critica e di chi si occupa di storia del cinema (e della televisione). Le musiche dei fratelli De Angelis sono molto adatte al film. Una piacevole sorpresa è scoprire che Elena di Troia, la donna più bella del mondo, ha la pelle scura: purtroppo non posso aggiungere il nome dell'interprete, sempre per la pessima abitudine di tagliare i titoli di coda. Un difetto del film può essere la sfilata dei protagonisti con la Morte che li guida, ripresa dal "Settimo sigillo" ma realizzata in maniera un po' goffa; molto belle invece le maschere e i costumi, alcuni dei quali ispirati ai mammutones sardi.

 
Gli esterni sono girati nelle Marche, posti ben conosciuti dal regista Leandro Castellani che era nativo di Fano: dal sito marchecinema.cultura.marche.it prendo l'elenco completo:
- Il film TV, girato a Urbania (PU): (Chiesa dei Morti, cantine del Palazzo Ducale) nella Cripta di S.Vincenzo del Furlo (PU), nel Palazzo Brancaleoni di Piobbico (PU) e sulle sponde del fiume Candigliano, è ispirato ad un classico del Teatro elisabbettiano: il Faust di Cristopher Marlowe.
Lo sceneggiato è stato programmato in tv, nel marzo del 1977, in due puntate.
- Risalendo il corso del Metauro ci dirigiamo verso Urbania, l’antica Castel Durante. Qui Lattuada nel 1965 con La Mandragola , con l’aiuto della vena dissacrante ed indimenticabile di Totò, ha reso un omaggio cinematografico alle mummie conservate nella cripta della Chiesa dei Morti, come del resto ha fatto anche il regista Castellani che le ha volute come comparse nel suo “Fausto di Marlowe” del 1977. A poche centinaia di metri dalla chiesa troviamo il Palazzo Ducale nelle cui segrete Tino Buazzelli ha fatto rivivere, appunto, il mito di Faust nel già menzionato film di Castellani. La strada del nostro itinerario ora s’inerpica, costeggiando per un tratto il Rio Candigliano, verso Piobbico , sulle tracce delle truppe napoleoniche che nella finzione cinematografica , presso il “Borghetto” , sconfiggono l’esercito austriaco in “Rossini! Rossini!” di Monicelli (1991). Osserva severo dall’alto il Castello di Brancaleone , altro set del film che ha fatto da sfondo anche alle vicende del “Fausto di Marlowe” . (...) sosta ad Acqualagna (ennesima location di “Rossini! Rossini!” e “Qualcosa in cui credere” ) e a San Vincenzo al Furlo (ambientazione di un episodio del “Fausto di Marlowe” ) da dove già s’intravedono le imponenti pareti della Gola del Furlo (...)

 
Sul "Faust di Marlowe" di Leandro Castellani non ho molto di più da dire, se non il consiglio di non perderne la visione e la speranza di poter rivedere questo film in condizioni decenti, cioè restaurato con la cura e l'affetto che meriterebbe. La Rai nasconde spesso le sue produzioni più importanti, è un atteggiamento che non riesco a capire ma così va in questo inizio di Millennio; per intanto ringrazio chi lo ha reso disponibile su youtube.
 
 
Faust: Ah, è così. Anche voi soffrite le torture...
Mefistofele: Più di quanto ne soffrano le anime umane.
(minuto 27)

Faust: Ma lui non ti disse di presentarti a me?
Mefistofele: No, sono accorso per volontà mia.
(il diavolo arriva da solo quando si fa del male, non c'è bisogno di invocarlo o di evocarlo)

- La corsa è inarrestabile, mio Mefistofele, che il tempo segue con calma e muto piede; mi accorcia i giorni e il filo della vita e mi rammenta la scadenza finale. Perciò, mio buon Mefistofele, ti prego, torniamo subito a Wittenberg.
- Vuoi fare il viaggio a piedi, o a cavallo?
- Direi, fin dove arriva questo prato verde e piacevole, a piedi.
(minuto 21 seconda parte)

 


 

sabato 9 maggio 2020

L'idiota (1941, Gerard Philipe)


 
L'idiota (1941) Regia di Georges Lampin. Liberamente ispirato al romanzo di Fiodor Dostoevskij. Sceneggiatura di Charles Spaak e Georges Raevskij. Fotografia di Christian Matras. Musiche per il film di Vladimir de Butzow e Maurice Thiriet, con inserti di Mozart. Interpreti: Gerard Philipe (Myskin), Lucien Coedel (Rogozin), Edwige Feuilliere (Nastassia), Nathalie Nattier (Aglaia), Michel André (Gania), Jean Deboucourt (Tostky), Sylvie (madame Ivolghin), Jeanne Marken (Naria), Maurice Chambreuil (generale Epancin), Tramel (generale Ivolghin), Elisabeth Hardy (Sophie), Roland Armontel (l'ivrogne-Lebedev), Mathilde Casadesus (Adelaide), Marguerite Moreno (Lizaveta Prokofievna), Janine Vienot (Alexandra). Durata: 1h33'

L'idea di un film tratto da "L'idiota" di Dostoevskij, con un grande interprete come Gerard Philipe nella parte del principe Myskin, è di quelle che accendono la fantasia e fanno sperare nel capolavoro. Purtroppo, non è così.
Il film inizia con Myskin che arriva a casa del generale Epancin, saltando tutta la scena iniziale sul treno, ed è già un errore perché la sequenza iniziale, cioè l'incontro di Myskin con Rogozin, è fondamentale per capire quello che succederà, oltre ad essere un capolavoro di scrittura. Viene cancellato anche il personaggio di Lebedev, ridotto a poco più di un predicatore ubriaco, quasi un mendicante.

 
Il Myskin di Gerard Philipe è un bel giovane con la barbetta bionda, e si presenta davanti al domestico di casa Epancin non con un fagotto in mano, come nel libro, ma con un bauletto da viaggio; poco più avanti, a casa di Gavril Ardalionovic, scopriremo cosa contiene il bauletto: un orologio a cucù. Eh sì, Myskin viene dalla Svizzera e quindi si è portato un ricordo; il generale Ivolghin, padre di Gania, lo aiuta ad appenderlo alla parete. Ancora più avanti, verso il finale, troveremo Rogozin intento a costruire un castello di carte: Nastassia sta parlando con Myskin, è una scena cruciale, ma Rogozin evidentemente si annoia e non sa come passare il tempo. Sono solo due dei dettagli che rendono deludente "L'idiot" del regista Georges Lampin, girato in tempi difficili (si era già in guerra) ma sceneggiato da autori solitamente professionali come Charles Spaak e Georges Raevskij.

 
Molte scelte sbagliate anche tra gli attori: Lizaveta Prokofievna sembra la nonna di Aglaia, e non sua madre; Nastassia è una dark lady molto convenzionale, anche se la Feuilliere è brava. Il Rogozin di Lucien Coedel è un vilain molto convenzionale, non ha la follia necessaria al personaggio (si vedano Toshiro Mifune e Gianmaria Volonté, nello stesso ruolo, nei film del 1951 e del 1959), ed è troppo anziano per la parte. Aglaia è una smorfiosa elegante, anche lei un po' troppo avanti con l'età (i protagonisti principali de "L'idiota" sono molto giovani, soprattutto le donne). Rogozin e Myskin sono solo due rivali in amore, c'è la scena in cui si scambiano le croci ma manca il dipinto di Holbein (il "Cristo morto") che rende potente il loro rapporto, quasi uno stesso personaggio diviso in due. Lebedev diventa un mendicante e predicatore, un ubriaco che importuna Rogozin in trattoria; e nel complesso è tutto troppo sbrigativo per risultare credibile, la fratellanza fra i due e la violenza, lo scambio di croci, la rivalità fra le due donne, tutto finisce per sembrare convenzionale e "L'idiota" è ridotto a uno dei tanti film passionali che andavano per la maggiore in quegli anni. 
(qui sotto, l'Aglaia di Nathalie Nattier: l'avevate immaginata così?)

 
La musica è firmata da Vladimir de Butzow e Maurice Thiriet, ma più che altro rimane in memoria Mozart, con due lunghi estratti: una Sonata per pianoforte eseguita a quattro mani dalle sorelle Epancin e "Eine kleine Nacht musik" suonata dall'orchestra nella scena della festa. I costumi sono di Marcel Escoffier, come poi sarà per lo sceneggiato Rai del 1959.
In conclusione, è un film che può ancora piacere, a patto però di non conoscere il libro di Dostoevskij.
 

 
 
 

mercoledì 22 aprile 2020

L'idiota (Akira Kurosawa)


 
L'idiota (Hakuchi, 1951) Regia di Akira Kurosawa. Tratto dal romanzo di Fiodor Dostoevskij. Sceneggiatura di Eijiro Hisaita e Akira Kurosawa. Fotografia di Toshio Ubukata. Musica di Fumio Hayasaka, con inserti di Grieg e Musorgskij. Interpreti: Masayuki Mori (Kameda), Toshiro Mifune (Akama), Setsuko Hara (Taeko-Nastassia), Yoshiko Kuga (Ayako-Aglaia), Takashi Shimura (Ono-Epancin), Durata: 166 minuti

"L'idiota" di Kurosawa è il film immediatamente successivo a "Rashomon", e precede di poco "I sette samurai"; è tratto dal romanzo di Dostoevskij con sceneggiatura dello stesso Kurosawa e di Eijiro Hisaita. Nasce con un programma abizioso, nelle intenzioni di Kurosawa doveva durare più di quattro ore (265 minuti), l'edizione uscita nei cinema è comunque di poco inferiore alle tre ore (166 minuti). Nel suo libro autobiografico, Akira Kurosawa dedica pochissime righe a "L'idiota":
Dopo Rashomon feci un film da L'idiota di Dostoevskij (Hakuchi, 1951) per gli studi Shochiku. Questo Idiota costò molti soldi. Mi scontrai direttamente con i capi dello studio, e quando uscirono le recensioni mi sembrarono una fotocopia del parere dei produttori su di me. Erano tutte virulente. Sull'onda di quel disastro, la Daiei ritirò la sua offerta di fare un altro film con me. Quella gelida comunicazione mi arrivò nei teatri di posa di Chofu della Daiei, nei sobborghi di Tokyo. Uscii dal cancello completamente ebete (...) Arrivai a casa depresso; avevo sì e no la forza di aprire la porta. Ma ecco che arriva di corsa mia moglie. "Congratulazioni!". Non potei fare a meno di irritarmi. Chiesi: "per cosa?" "Rashomon ha vinto il primo premio!"  Rashomon aveva vinto il Leone d'Oro alla mostra internazionale del cinema di Venezia, e io non dovevo più mangiare il riso freddo. Una volta di più era comparso un angelo, sbucando da chissà dove. Io non sapevo nemmeno che Rashomon fosse stato presentato alla mostra del cinema. (...)
(da "Akira Kurosawa - L'ultimo samurai, quasi un'autobiografia" ed. Baldini Castoldi 1995, pag.244)

Nella riduzione di Kurosawa, l'azione è spostata nel Giappone dopo la fine della seconda guerra mondiale, cioè - per l'epoca - in tempo reale, dato che il film esce nel 1951. Il principe Myskin, protagonista del libro di Dostoevskij, diventa un soldato appena uscito da un ospedale militare americano; sul treno che lo porta a casa incontra il suo Rogozin, come nel libro, ma manca del tutto un equivalente di Lebedev. Myskin si chiama Kameda, e Rogozin diventa Akama; anche con i cambiamenti voluti per il film, i due personaggi rimangono quasi inalterati. Kurosawa però dà a Kameda-Myskin un dettaglio fondamentale nella biografia di Dostoevskij: la condanna a morte per fucilazione poi condonata all'ultimo istante. Lo shock di quei momenti provocò le prime gravi crisi epilettiche nello scrittore russo, e questo succede anche a Kameda nel film di Akira Kurosawa. Come nel romanzo originale, è l'epilessia a rendere il protagonista "come un idiota" che poi viene guarito e può tornare a una vita normale. Come nel romanzo originale, con una modifica non sostanziale, Kameda scoprirà di essere ricco: qui si tratta dell'eredità di una grande fattoria, perduta perché Kameda era stato dichiarato morto in guerra.

 
Nastassia Filippovna si chiama Taeko, ed è stata "comperata" quattordicenne da un ricco signore, che adesso le sta cercando un marito regalandole una ricca dote, ed è più o meno la situazione del libro, con la differenza che in Dostoevskij la giovane rimasta orfana viene allevata da Totskij come suo tutore. Totski si chiama Tohata, e Gania (Gavril Ardaljonovic) diventa Kayama.
Al suo arrivo, Kameda-Myskin viene accolto dalla famiglia Ono, che corrisponde abbastanza bene agli Epancin del libro, pur senza titoli militari o nobiliari. La figlia minore di Ono, che corrisponde all'Aglaia di Dostoevskij, si chiama Ayako.
Gli altri personaggi quasi scompaiono, tranne Kolia (Kaoru); si vede appena il padre ubriacone di Gania e di Kolia (nel libro, il generale Ivolghin). Il personaggio di Karube, con i baffetti alla Charlot, è a metà strada fra Lebedev e Ptitsin, ed è un personaggio del tutto secondario.
 
 
Kurosawa ambienta il suo "Idiota" nella neve e nel gelo, d'inverno, così come la pioggia in Rashomon, d'estate; significativa anche la festa sul ghiaccio, con Kolia-Kaoru pattinatore e messaggero, che prelude all'incontro sulla panchina tra Aglaia-Ayako e Kameda-Myskin, incontro quasi identico in Dostoevskij. Il vaso prezioso viene rotto dopo 35', per la festa compleanno di Nastassia-Taeko, invece che nel finale come è in Dostoevskij. Non c'è il "Cristo morto" di Hans Holbein, fondamentale in Dostoevskij, e mancano tutti i riferimenti al Cristianesimo, che in Giappone è una minoranza. Allo stesso modo, Rogozin-Akama e Myskin-Kameda non si scambiano le loro croci, ma un sasso e un amuleto; il sasso è stato raccolto da Kameda subito dopo la mancata fucilazione. Il trauma della fucilazione, come nella vera vita di Dostoevskij, è presente anche nell'incontro di Kameda con Taeko-Nastassia: Kameda rivede gli occhi di Nastassia in quelli di un condannato fucilato davanti a lui. Taeko e Kameda vivono i rispettivi traumi del loro passato: lei, venduta a quattordici anni, comperata da Totski-Tohata, lui portato a un passo dalla morte e graziato solo all'ultimo istante. Dopo la terribile scena tra Rogozin e Myskin, praticamente identica a quella di Dostoevskij anche nella riduzione del film, tranne che nella sua conclusione (qui muoiono entrambi), il finale è con Ayako-Aglaia e Kolia-Kaoru: lei piange e dice "che stupida sono stata, ero io l'idiota, non lui".
 
 
Gli attori: il protagonista è il samurai di Rashomon, Masayuki Mori, quasi irriconoscibile in due parti completamente diverse. Rogozin tocca a Toshiro Mifune, stranamente contenuto e molto diverso dal Gianmaria Volonté dell'edizione Rai 1959; Mifune era reduce dal ruolo del bandito di Rashomon. Le due donne protagoniste sono Setsuko Hara (Taeko-Nastassia) e Yoshiko Kuga (Ayako-Aglaia), entrambe molto brave e molto ben scelte. Takashi Shimura, attore tra i fedelissimi di Kurosawa, è Ono (Epancin), Eijiro Yanagi è Tohada.
Le musiche, firmate da Fumio Hayasaka, comprendono estratti dal "Peer Gynt" di Edvard Grieg, nella prima parte del film, e dalla "Notte sul Monte Calvo" di Modest Musorgskij per lo spettacolo sul ghiaccio.
E' un bel film, richiede molta pazienza ma si è ripagati.