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lunedì 16 settembre 2019

The athlete (Abebe Bikila)


 
The athlete (L'atleta, 2009). Regia di Rasselas Lakew e Davey Frankel. Scritto da Rasselas Lakew, Davey Frankel, Mikael Awake. Fotografia di Toby Moore, Philip Pfeiffer, Radoslav Spassov, Rodney Taylor. Musiche di Christian Meyer. Interpreti: Rasselas Lakew, Dag Malmberg, Ruta Gedmintas, Abba Waka Dessalegn, e molti altri. Durata: 92 minuti
 
"The athlete" è un film del 2009 su Abebe Bikila, due volte campione olimpico nella maratona (1960 e 1964, a Roma e a Tokyo). E' molto bello, quasi un road movie nella parte iniziale, con panorami di grande bellezza dell'altipiano etiopico, e ha anche il pregio, per noi italiani, di raccontare la Storia da un punto di vista diverso da quello della propaganda fascista, che purtroppo lavora ancora. La storia è questa: a 37 anni, Abebe Bikila dopo i successi a Roma e Tokyo e il ritiro alle Olimpiadi di Città del Messico (dove vinse un altro etiope) si sta preparando per Monaco di Baviera 1972. Siamo nel 1969 e Bikila sta tornando a casa, dove ha madre e un figlio, su una Volkswagen maggiolino. Sulla strada avrà un incidente, e rimarrà paralizzato alle gambe.

 
Durante il viaggio, prima dell'incidente, dà un passaggio a un prete cristiano ortodosso: non un missionario perché siamo in Etiopia, terra cristiana da duemila anni per chi non lo sapesse. Il prete lo rimprovera perché non va a Messa e si è dimenticato il Salmo di David, il Miserere, che recitano insieme. (Abbi pietà di me, Signore, secondo la tua misericordia... Libro dei Salmi n.50).
Al minuto 34 trovano in mezzo alla strada un cavallo di piccola taglia, di quelli usati dai contadini; il cavallo non si sposta e Bikila riconosce subito cosa è successo. Il cavallo è stato abbandonato dopo essere stato accecato, perché inabile al lavoro. Abebe Bikila prende la sua pistola d'ordinanza (è un militare) per finirlo ed evitargli altre sofferenze, ma il prete gli chiede di non farlo:
- Non è compito tuo. Lasciagli il tempo che gli resta da vivere.
- Lo uccideranno le iene - risponde Abebe, e si avvicina al cavallo ma poi ripone la pistola e lo lascia andare, accompagnandolo lontano dalla strada. Il prete lo loda per non averlo ucciso, e prega che trovi conforto presso dei contadini più umani.
 
 
Al minuto 30, dopo aver portato il prete a destinazione, Abebe Bikila si incontra con il suo allenatore, il finlandese Onni, che è suo grande amico. Onni gli dice che c'è molto scetticismo intorno a lui, Bikila ha 37 anni ed è considerato finito dopo i due ritiri consecutivi alle maratone di Città del Messico e di Boston. L'atleta si sta comunque allenando per le Olimpiadi del 1972, a Monaco di Baviera. Questo è il dialogo fra Onni e Bikila:
Onni: Stai ancora pensando a Boston e a Mexico?
Bikila: A Monaco.
Onni: Per Monaco dovranno passare tre anni...
Bikila: Sono solo sei raccolti.
Onni: (sorride) Monaco, come le nuvole dell'autunno, sarà lì ad aspettarti.
Bikila: Mentre venivo qui ho incontrato un'anima cieca sulla strada. Era alla fine dei suoi giorni, ma ho voluto che continuasse a vivere perché le sue gambe viaggiavano più lontano di quanto i suoi occhi potessero vedere. Monaco sarà la mia ultima gara. (...)
Onni: Allora attenderò con impazienza il settimo raccolto.
 
 
A Monaco di Baviera, nel 1972, Abebe Bikila avrebbe avuto 40 anni esatti; era cresciuto sotto l'occupazione italiana (fascista), e si era rifugiato sulle montagne con sua madre. I fascisti furono sconfitti nel 1941, dopo solo cinque anni; Abebe era un bambino essendo nato nel 1932. A Roma, correndo la maratona, era passato sotto la stele di Axum: "Cinquecentomila italiani per conquistare l'Etiopia, un solo etiope per conquistare Roma" fu il titolo dei giornali dell'epoca. Bikila fece notizia, nel 1960, anche perché corse la maratona scalzo; in seguito spiegò che gli avevano fornito scarpe difettose, che gli facevano male. In mancanza di ricambi validi, preferì correre senza scarpe. A Tokyo, nel 1964, vincerà correndo con le scarpe. Nel 1968, a Città del Messico, Bikila non terminò la gara: era la sua terza Olimpiade. Monaco di Baviera, 1972, era la sua occasione di riprendersi il posto che meritava. La preparazione per Monaco di Baviera fu però interrotta da un grave incidente, che vediamo nel film: l'automobile di Abebe Bikila esce di strada e si ribalta, Bikila rimane paralizzato.
Nel 1969, dopo l'incidente, Bikila fu ricoverato a lungo in Inghilterra per la riabilitazione, ma non recupererà l'uso delle gambe, e solo in parte l'uso delle mani. Durante la degenza imparò il tiro con l'arco e partecipò alle paralimpiadi di Heidelberg in quella specialità, con un buon piazzamento. Nel 1971 su invito del musicista norvegese ... (cieco) partecipò come conducente a una gara di cani da slitta in Norvegia, vincendola anche dopo essersi rovesciato, rialzandosi da solo. L'invito gli pervenne tramite Onni, l'amico finlandese suo allenatore. Da questa sequenza proviene l'immagine sulla locandina del film. Bikila fu comunque presente a Monaco 1972, dove fu premiato insieme a Jesse Owens. Morirà il 23 ottobre 1973, in Etiopia, per emorragia cerebrale.
 
 
Altri miei appunti presi durante la visione:
1) "Non si risolve una battaglia se prima non la si accetta", dice Abebe Bikila a 1h05' in una conferenza stampa dopo l'incidente e dopo le gare di tiro con l'arco, dove fece buona figura. 2) Il miele dell'altipiano, che Bikila sta portando a casa; a vederlo fa davvero gola. Più in là, il vino al miele nella scena della locanda con gli ufficiali etiopi. 3) Molto bella la sequenza iniziale con la proiezione al cinema, la pellicola, etc. 4) "macchina italiana?" chiede il prete ad Abebe Bikila, salendo sul maggiolino VW. "no, tedesca" risponde Bikila sorridendo. E' evidente il sottinteso.

"The athlete" è scritto, diretto e interpretato dall'ottimo Rasselas Lakew, purtroppo su imdb è menzionato solo questo film (in tutte e tre le mansioni) ed è impossibile trovare altre informazioni su di lui on line. Davey Frankel ha qualche titolo all'attivo, non molti (documentari, uno su Fidel Castro). Gli attori: Dag Malmberg interpreta Onni, allenatore di Abebe e suo amico; Onni era finlandese, cresciuto in Svezia in tempo di guerra, innamorato del sole dell'Etiopia. Ruta Gedmintas è l'infermiera della riabilitazione a Londra. Abba Waka Dessalegn è il prete a cui Bikila dà un passaggio in auto.
Manca, purtroppo, un apparato critico, soprattutto su Hailé Selassié e sulla storia dell'Etiopia; ma il film è comunque bello da vedere, ben recitato e intenso, con panorami mozzafiato, e con molti filmati originali. Siamo molto lontani dalla nostra banalità televisiva per le biografie di Coppi, di Bartali, del Torino 1949, eccetera. Questo è un film serio, ben diretto e ben interpretato.
Un altro appunto da fare al film è che mancano le figure femminili, ed è strano: perché Bikila viveva separato da moglie e figli? Al di là delle curiosità biografiche, dal punto di vista narrativo sarebbe stato utile almeno un accenno alla questione.


Ho visto "The athlete" due volte, uno sulla Tv Svizzera e poi su Telenova, non mi risulta sia mai passato sulla Rai o su altri canali a larga audience. "The athlete" è doppiato in italiano, ma l'impressione è che in Italia sia stato di fatto censurato, in parte perché è un film serio e ben fatto (e questo non piace, "l'argomento non fa audience") ma soprattutto, direi, per motivi di propaganda fascista ancora attiva. L'occupazione dell'Etiopia vista dalla parte degli etiopi, anche se non è al centro del film, evidentemente dà ancora fastidio a qualcuno. Una doppia censura, insomma.

 

giovedì 20 gennaio 2011

The Gods must be crazy

- The Gods must be crazy (1980) Scritto e diretto da Jamie Uys. Fotografia: Robert Lewis, Buster Reynolds Musica: John Boshoff . Girato in Sud Africa e in Botswana. Interpreti: N!xau, Marius Weyers, Sandra Prinsloo, Lou Verwey, Michael Thys, Nic De Jager . Durata : 109 minuti  (titolo italiano “Ma che siamo tutti matti?”)
- The Gods must be crazy II ( 1989 ) Scritto e diretto da Jamie Uys. Fotografia Buster Reynolds. Musica Charles Fox . Girato in Sud Africa e in Botswana. Interpreti: N!xau, Lena Farugia, Hans Strydom, Eiros e Nadies (i due bambini), Erick Bowen, Treasure Tshabalala, Pierre van Pletzen Durata: 98 minuti (titolo italiano “Lassù qualcuno è impazzito”)

Tra i film più divertenti e originali di tutto il Novecento, “The Gods must be crazy” si merita sicuramente uno dei posti di rilievo.
Si tratta di due film, scritti e diretti dal sudafricano Jamie Uys; il titolo originale si traduce “Gli dèi devono essere matti”, ed essendo “dèi” al plurale non ci dovrebbero essere dubbi, ma in Italia si è preferito cambiare i titoli in “Ma che siamo tutti matti?” e in “Lassù qualcuno è impazzito”. Nel primo episodio, in Italia la voce del narratore fu affidata a Paolo Villaggio, una scelta non particolarmente felice (non per Villaggio in sè, ma perché Villaggio con questo film non c'entra niente); nel secondo episodio l’errore è stato corretto.
I due film hanno trame e storie diverse, ma sono molto simili; personalmente preferisco il secondo episodio, per via dei due bambini (due fratellini) che sono irresistibili. Per entrambi, è una "folle giornata" quasi mozartiana, ma ambientata in Sudafrica e in grandi spazi aperti; Jamie Uys sembra un Herzog di buon umore e in vena di scherzi, uno strano incrocio tra Walt Disney e Fitzcarraldo. Ci si diverte, e molto; ma c’è spazio per un discorso tutt’altro che banale sul rapporto fra l’uomo e la natura, sulla guerra e sul terrorismo, e sulla follia del cemento e della fretta nelle grandi città.
Al loro uscire i due film ebbero molti premi e riconoscimenti, perché fanno ridere e sanno anche essere profondi e mai banali, qualità rare; poi sono quasi spariti dai palinsesti tv, ed è un vero peccato. Purtroppo, i palinsesti tv sono quasi sempre affidati a persone non competenti, e si fa passare questa cosa per normale (mah!)

Comunque sia, mi accorgo che di Uys non so proprio niente, così faccio una piccola ricerca su internet. Purtroppo, scopro subito che il bravo regista sudafricano non è più con noi: era nato nel 1921 ed è scomparso nel 1996. Ha girato molti film, che però da noi sono difficili da trovare; ed è un peccato che nessuno abbia mai pensato ad una sua retrospettiva.
Ho rivisto i due film proprio in questi giorni, e li ho trovati ancora perfetti: i protagonisti principali sono probabilmente boscimani (due fratellini spettacolari e il loro meraviglioso papà), e con loro interagiscono bianchi cacciatori d'avorio, terroristi, maestre, etologi e naturalisti, un soldato angolano e uno cubano, una manager d'assalto e un simpatico avventuriero, e tanti altri personaggi. Uys è bravissimo a far recitare i bambini, bravo come De Sica e come Comencini; in più, riesce nell'impresa di far recitare persino una iena (per tacere di lucertole e scorpioni, più qualche leone ed elefante). Miracoloso il montaggio, che non stanca mai pur essendo molto movimentato; ottima la sceneggiatura, inedite e sempre divertenti le gags.
Piace, e molto, a tutti quelli che l’hanno visto: però mi accorgo che quelli che lo hanno visto sono davvero pochi, e so che è inutile sperare in una replica tv o in una retrospettiva (magari notturna) sul lavoro del regista sudafricano. Perché ormai le cose vanno così: questo film è, nella migliore delle ipotesi, classificato ed etichettato come "cult", e perciò (se va bene) lo si può trovare sui canali tematici di nicchia, magari a pagamento. E' un peccato, perché si tratta di film per tutti, ma ormai le cose vanno così. Potete vedere una volta al mese Rambo e i film di Steven Seagal, o l'ennesima replica di Friends e di Lost, ma alcune cose sono perdute per sempre, Chaplin e Fellini compresi. Chissà perché. Ci sarà pure un senso in tutto questo, ma devo ammettere che mi sfugge del tutto. (Porteremo pazienza, come al solito: in attesa del solito bonolis e del solito reality show...)
(Giuliano 2007)

giovedì 27 maggio 2010

Yeelen ( II )

YEELEN (La luce, 1987) Scritto e diretto da Souleymane Cissé (Mali) Fotografia: Jean-Noël Ferragut. Musica: Michel Portal, Salif Keita. Interpreti: Issiaka Kane (Nianankoro); Aoua Sangare (Attu); Niamanto Sanogo (Soma); Balla Moussa Keita (Peul King); Soumba Traore (Nianankoro's Mother); Ismaila Sarr (Djigui); Youssouf Tenin Cissé (Attu's Son); Koke Sangare (Komo Chief). Durata: 106 minuti.
In una radura verde (contrasto forte con il giallo della savana, indica che c’è acqua) si tiene la riunione, il Gran Consiglio, dei sacerdoti del Komo. C’è anche Somà, che spiega a tutti la pericolosità del figlio e la sua perfidia. Sembra la riunione degli Jedi di Guerre Stellari, i maghi sono tutti personalità forti; Somà appare sempre (in tutto il film) come molto aggressivo e arrogante, con voce acuta e urlante. Somà accusa il figlio di aver tradito lo spirito del Komo e di essersi impossessato dei simboli in maniera illecita. I sacerdoti parlano in tono aulico, con molti vocativi, forse in versi: sembra il linguaggio dell’Antico Testamento, ma non arrivano a una conclusione. Somà si rimette in marcia, e invoca il genio dei bivi e dei quadrivi, come se fosse dentro l’Edipo Re, oppure nel blues Crossroads di Robert Johnson (nero americano). Ha sempre con sè il Bastone con i due portatori.

Accompagnato da Attou, non più regina ma ormai sua moglie, Nyanankoro arriva alle rocce; salgono verso l’alto. In montagna c’è l’acqua, in abbondanza. Nyanankoro si rivolge ad un uomo seduto, gli chiede a chi bisogna chiedere il permesso per accedere alla fonte sacra, una cascatella. L’uomo gli dà il permesso (è infatti lui l’incaricato), Nyanankoro si spoglia e si purifica lavandosi e facendo scorrere su di sè l’acqua; poi manda Attou a fare la stessa cosa. Nyanankoro chiede all’uomo seduto l’origine dell’acqua; gli risponde che ce ne è molta, un pozzo senza fondo; ma che gli abitanti del luogo sanno anche come far piovere quando ce ne è bisogno.

L’uomo porta Nyanankoro da suo zio, Djigui Diarra (Gighì Diarà) . E’ cieco, e gli spiega che è il gemello di suo padre. Quando era giovane, chiese al padre di essere iniziato anche lui, e non solo Somà, ai misteri del Komo: era convinto che fosse giusto portarne i benefici alla maggior gente possibile. Ma il padre si arrabbiò moltissimo, andò a prendere l’Ala del Kore, luminosissima, e il suo splendore accecò per sempre Djigui.
“La vita e la morte sono come due scaglie della stessa corazza, l’una vicina all’altra”, dice Djigui a Nyanankoro. Gli profetizza la nascita di un figlio (accanto a loro c’è Attou), maschio. Il bambino sarà importante per il Komo, e ci saranno grandi cambiamenti per i Bambara, e anche catastrofi. I Bambara verranno ridotti in schiavitù e rinnegheranno la loro fede, il paese sarà oggetto di cupidigia da parte di stranieri; però la famiglia di Nyanankoro sarà salva e i cambiamenti alla fine porteranno benefici. Djigui sembra un profeta biblico, ha una tunica gialla molto ricca e ricamata.
Nyanankoro consegna allo zio gli oggetti che gli ha donato la madre; c’è una pietra che il cieco riconosce subito: è l’occhio magico, la pietra che completa l’Ala del Kore. Djigui custodisce l’Ala del Kore; manda il nipote a prenderla e colloca l’occhio al punto giusto, completandola.

Nyanankoro parte per il luogo dove ci sarà lo scontro con il padre. Attou disobbedisce al marito che le aveva detto di stare con Djigui; lo raggiunge in mezzo al paese, ma Nyanankoro (con l’Ala del Kore sulla spalla) la convince a tornare indietro e le dà la sua tunica, per donarla al figlio in suo ricordo. Nyanankoro deve risolvere da solo la sua questione.

Padre e figlio si incontrano. Il Bastone Magico sfugge dalle mani dei portatori, vola in cielo, si libera della copertura, va a conficcarsi in verticale nel terreno, precisamente di fronte all’Ala del Kore posata da Nyanankoro, in parallelo. E’ identica al palo che abbiamo visto all’inizio, quello dove era appeso il gallo sacrificale, con le due pietre piramidali.
“La morte è come un coltello nella cintura”, dice Nyanankoro al padre: intende dire che non è da temere. Ora il ragazzo sa che Somà è davvero suo padre, cosa della quale dubitava.
La Voce del Komo si fa sentire: dice che i Diarra hanno abusato del potere del Komo, che Somà morirà e che il Bastone andrà altrove. Somà è spaventato e perplesso.
Rivediamo il bambino con la capra bianca, come all’inizio, che arriva davanti alla statua del giovane seduto (suo padre Nyanankoro?).

Siamo al combattimento finale. I due si guardano a lungo, c’è una lunga sequenza al rallentatore dell’apparizione di un toro rosso (con le corna lunghe e la gobba come uno zebù), cui segue un toro nero, possente, simile ai nostri tori. Poi un elefante, che si sovrappone al volto del vecchio, e un leone, che si sovrappone al volto del giovane. Dall’Ala del Kore e dal bastone sorge una grande luce, che acceca Somà; segue una luce bianca su tutto lo schermo, per un tempo considerevole.

Alla fine, vediamo rocce vulcaniche, vapori, desolazione, montagne aride.
L’Ala del Kore è ritta e intatta; ad essa si avvicina Attou, che estrae dalla sabbia del deserto due sfere bianchissime, grandi come uova di struzzo. Le si avvicina il bambino, che porta le sfere altrove camminando fra le dune. Le consegna alla madre, che gliene rende una e gli dà la tunica gialla di Nyanankoro; la madre prende l’altra sfera e la porta sotto l’Ala del Kore; la seppellisce in quel punto, poi prende l’Ala del Kore e la porta al bambino. Vanno via insieme; il bambino porta l’Ala del Kore. Il bambino, con la tunica e l’Ala del Kore, da solo, cammina su una duna e sparisce lentamente alla nostra vista. Per tutta la scena, suono di tamburi e di sonagli, e un campana acuta, musica molto simile a quella dei riti buddisti.

Il riassunto che ho fatto non è facile da seguire, e me ne dispiace molto. Ma le cose da raccontare sono molte, e soprattutto manca la parte visiva, che è fondamentale. Nel film ci sono probabilmente molti tagli, si direbbe che manchi qualche raccordo nella storia che ne faciliti la comprensione.
Avrei voluto vedere altri film di Cissé, purtroppo non mi è stato possibile; al di fuori dei festival per specialisti, non c’è mai stato spazio per il cinema africano. Sugli schermi è arrivato di tutto, ma non questo; d’altra parte, non ero io a decidere e così è giusto, perché c’è di sicuro gente molto più capace di me di gestire il cinema e il mondo dell’arte in generale. E in quel periodo, non va dimenticato, nelle sale c’erano i film di Nando Cicero e si erano appena affacciati i Vanzina: non sia mai che fosse arrivato un regista dall’Africa nera a portargli via il posto...(non che oggi la situazione sia molto cambiata; e se è cambiata non è di certo in meglio).

Rimane la sensazione di una grande nostalgia per un tempo che non c’è più: chissà se questi luoghi sono ancora così belli e incontaminati. Da quelle parti infuriano le guerre e le compagnie petrolifere e minerarie, le pianure sono devastate dalle Parigi-Dakar e dai fuoristrada; ed è più che probabile che i figli e i nipoti delle persone che vediamo nel film siano oggi qui vicino a noi, magari nell’appartamento accanto al nostro. Nel caso che stiano leggendo queste mie note, sappiano che vedendoli da qui noi li abbiamo invidiati molto, in quel 1987; e penso che anche loro non si sarebbero mai mossi dal paradiso terrestre se non fossero stati costretti a farlo.

mercoledì 26 maggio 2010

Yeelen ( I )

YEELEN (La luce, 1987) Scritto e diretto da Souleymane Cissé (Mali) Fotografia: Jean-Noël Ferragut. Musica: Michel Portal, Salif Keita. Interpreti: Issiaka Kane (Nianankoro); Aoua Sangare (Attu); Niamanto Sanogo (Soma); Balla Moussa Keita (Peul King); Soumba Traore (Nianankoro's Mother); Ismaila Sarr (Djigui); Youssouf Tenin Cissé (Attu's Son); Koke Sangare (Komo Chief). Durata: 106 minuti.
“Yeelen” è la Luce, ma nel senso della Fisica, nel senso di Einstein: luce ed energia, vita e morte, trasformazione della materia, distruzione ma anche rinascita.
Yeelen è l’elemento magico al cinema. Una magia ormai perduta, penso che nemmeno in Africa ci siano ancora panorami così intatti e persone così antiche e così belle. Ci sono volti e posti che vanno perduti, nel corso del tempo; volti e posti che si sono conservati intatti per secoli, o per millenni, e che la modernità ha spazzato via. Di questo parla Yeelen, ed è un film ormai difficile da trovare ma di grande incanto. Girato nel 1987 da Souleiman Cissé, grande regista africano nativo del Mali, è un film che sembra vivere fuori del tempo e fuori dello spazio.
In che epoca è ambientato Yeelen? Difficile da capire, potrebbe essere proprio quel 1986, o magari duecento anni prima; un ambiente arcaico e senza tempo, dove si parla di un viaggio e di un’iniziazione, proprio come nelle nostre storie e leggende, e come in Guerre Stellari – ma con ben altro stile e profondità. Storie e personaggi che sembrano presi dalla Bibbia, in un’ambientazione antica e favolosa, con maghi e profeti.
Il film inizia con il Sole che sorge: giallo e arancio, è un Sole enorme, che occupa tutta l’inquadratura. Dapprima vediamo metà del disco del Sole all’orizzonte, poi il Sole intero ormai sorto completamente. Subito dopo, il fuoco; e il sacrificio di un gallo, appeso al Bastone Magico. E un bambino sui cinque anni, nero e nudo, porta una capra bianca al guinzaglio; la lega vicino all’Ala del Kore. L’Ala del Kore è vicina ad una statua di legno che rappresenta un uomo seduto, nudo, di aspetto tranquillo, quasi sorridente, con le mani incrociate e le braccia appoggiate sulle ginocchia. Al centro della fronte, nella posizione del “terzo occhio” buddhista, la statua ha una grossa pietra lucente, verde: uno smeraldo o qualcosa che gli somiglia molto. Ha molto in comune con un Buddha, anche se fisicamente è diverso (snello e atletico, giovane, fisicamente simile alla gente del posto, simile ai Buddha giovani frequenti in Thailandia).
Sul Bastone Magico, posto a una certa distanza dall’Ala del Kore e dalla Statua, in posizione a loro simmetrica, è appeso a testa in giù un gallo che sta per essere sacrificato. Sotto il gallo, nel Bastone, sono incastonate due pietre brillanti tagliate a forma di piramide.

Prima del film, sui titoli di testa, avevamo visto didascalie e ideogrammi: serviranno nel corso del film, e li trascrivo qui meglio che posso:
« Il calore (Goniya) dà il fuoco; e i due mondi, la terra e il cielo (Dyé Na) esistono per via della luce. “Komo” per i Bambara è l’incarnazione del sapere divino. Il suo insegnamento è basato sulla conoscenza dei Segni dei tempi e dei mondi. Komo comprende in sè tutti gli aspetti della vita e del sapere. Il “Kore” è il settimo e ultimo stadio di iniziazione Bambara. Ha per simbolo l’avvoltoio sacro Mawla Duga, uccello dei grandi spazi, della caccia, del sapere, e della mente. Il suo emblema è un cavallo di legno, simbolo dello spirito umano. Il suo scettro è una tavoletta traforata chiamata Kore Kaman oppure Ala del Kore. Kalankalanni, o “bastone magico”, serve a ritrovare ciò che è perduto, e a scoprire i briganti, i ladri, i malfattori, i traditori, gli spergiuri. L’Ala del Kore e il bastone magico fanno parte delle millenarie tradizioni del Mali.»La storia è quella del conflitto fra un padre e un figlio, entrambi maghi. Il padre sta cercando il figlio, per ucciderlo: è convinto che il ragazzo si sia impossessato in maniera fraudolenta dei simboli della magia. La magia del Kore si trasmette di padre in figlio, ma non è detto che ciò avvenga automaticamente, è il padre che deve decidere.

Per questa ragione, la madre del ragazzo lo ha tenuto lontano dal padre; ma ora questa situazione deve risolversi. Più avanti, nel corso del film, sapremo che il padre ha fatto un uso distorto dei suoi poteri: se ne è servito per uso personale e anche con intenti malvagi. Il ragazzo (Nyanankoro) sputa nella pentola con l’acqua, e vede lontano; vede il Bastone portato dai due servitori del padre (Somà). La madre, che è accanto a lui nella casa, lo mette in guardia dall’andargli incontro: suo padre lo può incenerire anche con un solo sguardo. La madre è molto invecchiata e imbruttita, anche se non si direbbe anziana; consegna al ragazzo un amuleto e un feticcio, gli dice che non si può continuare a nascondersi e che tra poco saprà perchè il padre lo cerca. Ora si separeranno; la madre andrà dallo sciamano Kouyaté, che forse potrà rappacificare padre e figlio; il ragazzo andrà da uno zio, al quale dovrà consegnare l’amuleto, che potrà aiutarlo a difendersi. La madre ha un abito azzurro, luminoso; il figlio una tunica gialla scolorita, del colore della terra. Vedremo la donna fare abluzioni nella laguna e invocare la Dea delle acque perché salvi il Paese e suo figlio dalla distruzione.

Il padre di Nyanankoro è in marcia con il Bastone, portato a spalla da due uomini (in orizzontale e coperto da una stuoia). E’ il Bastone a guidare i due uomini, che fanno molta fatica a portarlo e che dal Bastone sono comandati; vorrebbero lasciarlo ma non possono. Somà, il padre, invoca Marì, “dio delle sabbie e delle savane”, che lo aiuti a ritrovare il figlio, così che possa ucciderlo e riportare al loro posto gli amuleti che il ragazzo gli ha sottratto con il furto. I tre arrivano alla fucina di un fabbro (un buco nel terreno con due bambini a muovere i mantici, usando i piedi). Il fuoco è rosso e giallo, gli stessi colori della savana.

Intanto, Nyanankoro incontra uno spirito, che sta su un albero. Lo spirito, che ha un aspetto bestiale (corpo di uomo e testa di iena) ride fragorosamente, e gli profetizza la riuscita dell’impresa e un futuro radioso per la sua discendenza. Il ragazzo riprende il cammino. Vediamo panorami sconfinati, senza case né capanne; alberi folli e solitari, immensi o scheletrici. Nyanankoro cammina sulla terra arida e secca, poi arriva all’umido; trova del verde, e una mandria di bovini dalle lunghe corna. Un bambino dà l’allarme: è a guardia della mandria, e pensa che Nyanankoro sia un ladro di bestiame. Nyanankoro cerca di fuggire ma viene raggiunto, anche da gente a cavallo; è catturato, legato, e portato al villaggio dei Peul, dal Re. E’ incolpato di furto e si prospetta per lui la morte. Il Re è sui quarant’anni, ha lunghi capelli neri e treccine con nastri bianchi che cadono sulla fronte; ha un abito ricco, di bel color arancione. Chiede se il prigioniero capisce il Peul, e gli si risponde di no. Allora si rivolge a un interprete, che fa qualche domanda al prigioniero. Ma due soldati vogliono eseguire subito la condanna: il ragazzo è fuggito, quindi è di sicuro un ladro.
Nyanakoro fa due incantesimi senza alzare un dito: blocca il lanciere a mezz’aria, e fa scaturire il fuoco dal bastone dell’altro; quindi si libera da solo e guarda il Re, che è stupito e spaventato.

Sul confine dei Peul, prove di guerra: si tracciano due linee parallele, in mezzo si mette un pugnale con la lama verso l’alto e il manico interrato. Due guerrieri si affrontano in una lotta che consiste nello spingersi con la fronte, senza usare le mani; chi va oltre la linea segnata per terra ha perso. Intorno assistono i Peul e i guerrieri nemici, che hanno volti dipinti con bianco, verde brillante, azzurro luminoso. Il Peul perde e si uccide con il coltello; i nemici irrompono nel territorio Peul.

Gli altri Peul corrono dal Re e gli raccontano del pericolo incombente; il Re si consulta con i suoi e chiede aiuto al mago straniero. Nyanankoro acconsente; si fa portare un osso di cavallo (una tibia), quindi si allontana. Una volta solo, prende la tibia e la divide in due per il lungo; nel mezzo mette due bastoncini, richiude la tibia e lega con cura. Seppellisce la tibia in un tumulo, piantandola in verticale a colpi di mazza; infine ci sputa sopra. I nemici sono assaliti dalle api, e sono nel panico; intorno a loro si accendono misteriosi fuochi che li tengono prigionieri.

Il Re è molto contento, vorrebbe tenere con sè Nyanankoro e gli offre una delle sue figlie in sposa. Nyanankoro è felice dell’offerta, ma dice che deve andare; il Re comprende, ma rinnova l’offerta e il ragazzo dice che un giorno tornerà e accetterà la proposta. Ma c’è ancora una cosa che il giovane mago dovrebbe fare, e riguarda l’ultima moglie del Re, la più giovane, che è sterile. Nyanankoro dice che non è facile, ma ci proverà, e partirà l’indomani.

La Regina si chiama Attou, è giovane e bellissima; i due lasciati soli non resistono al richiamo del sesso. Nyanankoro confesserà tutto al Re, chiedendo la morte per avere tradito la fiducia; ma il Re è molto comprensivo, lo manda via ma gli dà una spada riccamente intarsiata, e gli manda dietro anche la ragazza, con la quale non vuole avere più nulla a che fare. La ragazza, piangendo, segue Nyanankoro e insieme abbandonano il villaggio.

Intanto il padre è sempre in marcia sulle orme del figlio; di notte, evoca un cane rosso e un albino; che arrivano camminando all’indietro, sotto lo sguardo sbalordito dei due portatori. Cerca sempre qualcuno che gli dia un’indicazione per ritrovare gli amuleti rubati.
Lo zio Bafing, con un altro Bastone magico e due portatori, arriva dai Peul; ha un abito giallo, cioce o calzari bianche, capelli e barba bianchissimi; la barba è un pizzetto ben curato. E’ vecchio ma forte e alto, poderoso; si rivolge al Re Peul chiamandolo “piccolo peul”, e il Re si offende e fa per dargli uno schiaffo, ma rimane con la mano a mezz’aria. Bafing ride del piccolo Peul, lo libera e se ne va per la sua strada, che il Bastone gli indica. E’ l’unica scena in cui appare, probabilmente altre scene sono state tagliate dal film perché più avanti (alla riunione dei sacerdoti del Komo) Somà dirà che Nyanankoro ha tolto a Bafing il bastone ed è quindi molto potente e pericoloso.
(continua)