Visualizzazione post con etichetta persone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta persone. Mostra tutti i post

giovedì 10 febbraio 2011

Harvey

Harvey (idem, 1950) Regia di Henry Koster . Tratto da una commedia di Mary Chase. Sceneggiatura di Mary Chase, Oscar Brodney, Myles Connolly Fotografia: William H.Daniels Musica: Frank Skinner Interpreti: James Stewart, Josephine Hull, Peggy Dow, Charles Drake, Cecil Kellaway, Victoria Horne, Jesse White (104 minuti)

« Vede, dottore, mia madre mi diceva sempre: “In questo mondo, Elwood (...) devi essere o molto astuto o molto amabile”. Io preferivo l’astuzia, ma consiglio l’amabilità. (pausa, sorriso appena accennato) Vi autorizzo a citarmi.»
(minuto 80)


- Tutti dobbiamo affrontare la realtà, Mr. Dowd, un giorno o l’altro...
- Vede, dottore, io ho lottato con la realtà per 35 anni, e sono felice di dire che l’ho vinta sfuggendola.
(minuto 58)

Harvey è sparito. Che tristezza: quand’ero bambino l’avevo visto, e mi era piaciuto molto anche se l’esistenza di un coniglio gigante, grande come un uomo adulto e per di più invisibile, mi aveva inquietato parecchio. Ma il coniglio era amico di James Stewart, e quindi non poteva essere cattivo.
Mi dispiace molto che i bambini di oggi siano privati della compagnia di Harvey, e siano costretti ad accontentarsi di Sponge Bob o dei Simpsons o di qualche cartoon giapponese dozzinale. Mi dispiace molto perchè Harvey non è uno qualsiasi, non è uno di quelli fatti con lo stampino da un ufficio marketing. Harvey non è pubblicità, non è un logo, non è un jingle: va dove vuole, sta con chi vuole, di farsi vedere non se lo sogna neanche. Se uno vuole davvero vedere Harvey, non c’è problema: ma bisogna rispettare certe regole, le prime delle quali sono la buona educazione e la correttezza nei rapporti umani. Se non vediamo Harvey, oggi, è solo perché è lui che preferisce stare lontano.
Harvey non si vede mai, nel film, ma è come se ci fosse: era un “mostro” gentile e simpatico, per la precisione un “pookah”, stretto parente degli animali incontrati da Alice nel paese delle meraviglie, creato su misura per tutte quelle generazioni che erano cresciute sui libri, e quindi avevano abbastanza immaginazione per vedere un coniglio anche dove non c’era. Oggi i bambini non leggono più, gli adulti men che meno; e si tende a far vedere tutto nei minimi dettagli, anche i fantasmi e i mostri dell’ID, e questo secondo me è un grave difetto – però mi si dice che piacciono, questi orchi e diavoli e vampiri tutti uguali e indistinguibili gli uni dagli altri, che vagano dall’uno all’altro film senza nemmeno lavarsi o cambiarsi l’abito di scena. Ma io ho molta nostalgia per quella paura che sapevano mettere i libri, una paura che nasceva anche non facendo vedere nulla: un conto è dire “un coniglio alto un metro e ottanta seduto vicino a te”, e un altro è vederlo rappresentato, diventato un pupazzone come tanti.
Nei libri non c’è quasi mai una descrizione precisa (“il caos strisciante Nyarlathothep”, o magari “una donna bellissima”) perché la fantasia può ben riempire questi spazi, e le creature fantastiche che sappiamo inventarci da soli saranno sempre superiori a quello che gli esperti di trucchi cinematografici potranno mettere in immagine. In ogni caso la creatura evocata, mostro o donna bellissima che sia, sarà qualcosa di nostro, di personale, che non condivideremo con nessun altro; nei film ci tocca accontentarci della fantasia di qualcun altro.
In questo caso poi non c’è proprio da aver paura: sì, forse il protagonista del film (che fu prima recitato anche in teatro proprio da Jimmy Stewart, con grande successo) è davvero matto, ma forse sono più matti gli altri, quelli che non vedono il Grande Coniglio e cercano di normalizzare anche la fantasia più innocua.
Comunque sia, so per certo che il mio Harvey (quello che ho visto in questo film) non è uguale al vostro: caso mai, è assolutamente identico a quello che vede James Stewart, e scusate se è poco.
Volendo privarsi di una piccola parte del piacere che si prova guardando il film, e tornando a parlare un po’ più seriamente, si può ricordare che in “Harvey” vengono toccati due temi tutt’altro che secondari: l’alcoolismo (nel film tutti bevono, e abbondantemente) e la follia, cioè il tema del manicomio. A questo proposito bisogna ricordare la data in cui fu scritta la commedia e quella in cui fu girato il film: gli anni ’40. Riguardo all’alcolismo, oggi siamo caduti nell’eccesso opposto e sinceramente mi disturba molto veder definire “ubriaco” chi ha bevuto un bicchiere di vino: un conto sono le patologie, un altro conto è mettere tutto insieme, un bicchiere in compagnia come se fosse un vizio gravissimo. Mi sento come se avessero preso il potere dei fanatici, una setta di pazzi che vuole spiegarmi cosa devo fare in ogni singolo istante della mia vita (Harvey sarebbe molto d’accordo col mio pensiero).
L’altra questione, quella dei manicomi, è invece serissima: risale proprio a quel periodo, per esempio, la lobotomia operata su una sorella di John F. Kennedy, il futuro presidente degli USA: che aveva il solo torto di essere un po’ esuberante in materia di sesso. Nel caso non ci si fosse pensato, è quello che vogliono fare, per via chimica o per via chirurgica, anche al nostro amico Elwood: il risultato sarebbe la stessa cosa che si vede su Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ridurre un uomo allo stato puramente vegetativo. Siamo ancora ben lontani dagli studi di Basaglia, una riforma che non è stata capita e che è stata spiegata malissimo; ancora peggio, fin da subito alla riforma Basaglia furono tagliati i fondi, e senza soldi anche le iniziative migliori sono destinate a fallire o a rimanere a metà. Ma così va il mondo, quello reale; e forse è meglio tornare al film, almeno per oggi.
“Harvey” è un piccolo capolavoro, pieno di dialoghi brillanti e di attori molto piacevoli. Le battute che si ascoltano sono una meglio dell’altra, e mi limito a segnalare “Signore, quello non è mia madre!” che è veramente da antologia (ma non dico a che punto è, così vi coglierà di sorpresa - come è giusto che sia, d’altronde). Gli attori sono forse poco noti, oggi: ma Josephine Hull è presente in molti film di Frank Capra, così come Cecil Kellaway, uno dei grandi caratteristi del cinema di Hollywood degli anni ’30 e ’40. Eccellente il doppiaggio italiano, voci bellissime con uno splendido Gino Cervi a rifare James Stewart tale e quale, ma in italiano: una performance da grandissimo attore, e non certo l’unica visto che in quegli stessi anni Cervi doppiava anche Laurence Olivier, in Shakespeare. Ma mi fermo qui, aggiungo solo una riga per le musiche di Frank Skinner, molto azzeccate.
PS: la signora qui sotto è Mary Chase (1907-1981), autrice del soggetto: Harvey l'ha scritto lei, e ha anche collaborato al film.

sabato 20 novembre 2010

Canzone per Solveig

Quando l’angelo interpretato da Bruno Ganz, nella finzione scenica di “Il cielo sopra Berlino”, incontra Solveig Dommartin, trapezista in un piccolo circo, se ne innamora e per lei decide di scendere sulla Terra rinunciando così alla sua natura angelica per diventare un uomo come tanti, sappiamo subito che non poteva andare diversamente.
Non è una questione di bellezza: per nostra fortuna, donne belle ce ne sono tante, sulla Terra; sarebbe difficile sceglierne una solo in base alla bellezza. Ma Solveig appare radiosa, esprime un fascino quasi soprannaturale, e non stupisce che molti, all’uscita dal cinema, si trovassero a pensare che l’angelo del film era proprio lei, Solveig Dommartin.
Di lei wikipedia dice:
Solveig Dommartin (Parigi, 16 maggio 1961 – Parigi, 11 gennaio 2007) è stata un'attrice e regista francese. La sua carriera iniziò in teatro con la "Compagnia Timothee Laine" e con il "Theater Labor Warschau". Ebbe le sue prime esperienze in campo cinematografico facendo l'assistente di Jacques Rozier. Il suo debutto in qualità di attrice di cinema fu con il film Il cielo sopra Berlino (1987) diretto dal regista Wim Wenders. In questo film, dove recitava la parte di una acrobata di circo, mostrò una grande abilità impadronendosi della tecnica acrobatica in soli due mesi. In questo modo non ci fu la necessità di farla sostituire da una controfigura.  Insieme a Wim Wenders fu coautrice del film Fino alla fine del mondo (1991) e con il regista fece un lungo viaggio intorno al mondo in cerca delle location più adatte per il progetto. In seguito girarono insieme Così vicino così lontano, che riprende temi e personaggi di “Il cielo sopra Berlino.”  Wim Wenders ebbe a dire riguardo a Fino alla fine del mondo: "Solveig Dommartin ed io abbiamo scritto insieme la storia del nostro film, e pensavamo che solo noi due avevamo il diritto di entrare in quell'area sacra costituita dai sogni di una persona, solo se avessimo portato qualcosa in quel lavoro che per noi stessi era sacro".  Solveig Dommartin morì di infarto nel 2007.
Eh sì, l’angelo ci ha lasciati, ormai; e da molto tempo.
Solveig Dommartin è la trapezista che vediamo all’inizio di “Il cielo sopra Berlino”, il film di Wim Wenders girato nel 1987. Vederla e innamorarsi di lei è quasi inevitabile, ed è quindi più che comprensibile che l’angelo Damiel lasci il suo mondo fumoso e spirituale, un mondo d’ombre grigie che non possono intervenire nelle nostre vicende, per scendere in mezzo a noi e sporcarsi un po’ come facciamo noi tutti i giorni, con questo mondo nato dal fango.
Damiel è ben felice di stare accanto a lei, ha avuto una grande fortuna e non rimpiange di aver lasciato l’altro mondo, quello dove non c’è sofferenza. Lo ritroviamo, un po’ preoccupato ma felice, in “Così lontano così vicino”, del 1993: hanno avuto una bambina, stanno ancora insieme, lei deve lavorare in un bar per arrotondare lo stipendio, ma va bene anche così, va bene tutto...
Nella realtà, si può ben dire che Damiel (che nel film è interpretato da Bruno Ganz) era lo stesso Wim Wenders, dato che Solveig Dommartin era la sua compagna nella vita.
Dev’essere stato un grande amore, grandissimo: il film seguente a “Il cielo sopra Berlino”, “Fino alla fine del mondo”, è una continua dichiarazione d’amore di Wenders per Solveig. Ogni inquadratura di quel film (un film lunghissimo) è dedicata a lei, e bisogna proprio non voler vedere per non accorgersene. La bella storia è destinata ad interrompersi, perché in seguito Solveig e Wenders si sarebbero separati: così va il mondo, del resto. Forse non è giusto né bello, ma non è certo una novità. Non so nemmeno se Solveig fosse un’attrice, a volte mi verrebbe da dire di no, e non è certo un volerla sminuire: Solveig era una presenza, una donna molto bella ma una donna normale, una donna vera ma anche una presenza di quelle che riempiono di sè lo schermo, e che hanno una luce particolare che fa sembrare banali gli attori che lavorano con lei (a meno che non siano grandi come Bruno Ganz, s’intende). Da un lato, per un attore, questo può essere un grande regalo; da un altro, avere una grande presenza può diventare un grave handicap, se non si trovano le parti giuste e i film giusti.
Solveig Dommartin conobbe Wenders quando aveva già qualche esperienza come attrice, ma ormai aveva cambiato mestiere e lavorava nello staff del grande regista tedesco, non ricordo più con quali mansioni. Wenders ebbe l’intuizione giusta e la portò sullo schermo, con ruoli da protagonista. Solveig Dommartin è molto brava e molto bella, nei film di Wenders; e imparò anche a fare la trapezista, con grande impegno: non c’è mai la controfigura, è proprio lei che fa tutti i numeri, anche quelli più difficili.
Ma anche gli angeli eterni ed immortali, quando discendono sulla Terra, sono soggetti al passare del Tempo; ed è per questo che Solveig Dommartin non c’è più.
Ma che non ci sia proprio davvero più, direi che è presto per dirlo. Magari è qui accanto a noi, ci passa, ci vede, ci sorride, e noi non la vediamo: come fanno gli angeli nel film che l’ha resa famosa.

lunedì 4 ottobre 2010

Il mio nemico più caro

Il mio nemico più caro – Mein liebster Feind, di Werner Herzog (1999) Documentario in ricordo di Klaus Kinski, scritto da Werner Herzog. Fotografia: Peter Zeitlinger. Con Klaus Kinski, Werner Herzog, Eva Mattes, Isabelle Adjani, Claudia Cardinale, Justo Gonzales, Beat Presser, Thomas Mauch, Mick Jagger, Jason Robards, Klaus Kinski, Beniño Moreno Placido, Guillermo Rios, (95 minuti)

Klaus Kinski era davvero terrificante. All’inizio del film, Werner Herzog racconta come l’ha conosciuto: nella casa dove viveva, nei primi anni ’50, si affittavano delle camere. Lì visse per tre mesi con Kinski, che era già adulto mentre lui era ancora bambino: Kinski nasce nel 1926, Herzog è del 1942. Il racconto di Herzog è questo: Kinski che si barrica nel bagno, per due giorni interi, sempre gridando a voce altissima. Quando ne esce, il bagno è completamente distrutto: nel senso dei sanitari e della vasca da bagno, ridotti in briciole...
“Ogni mio capello bianco l’ho chiamato Kinski”, dirà ridendo Werner Herzog verso la fine, mentre scherza – commosso – con uno dei suoi più stretti collaboratori, testimone e vittima anche lui delle esplosioni di Kinski. Kinski e Herzog hanno girato cinque film insieme: Aguirre, Nosferatu, Woyzeck (subito dopo Nosferatu, coi capelli di Kinski che cominciavano appena a ricrescere), Fitzcarraldo, Cobra Verde.

Klaus Kinski muore nel 1991, e qualche anno dopo Werner Herzog gli dedica questo ricordo caldo e commosso. Le prime sequenze che vediamo sono tratte da uno spettacolo teatrale dove Kinski interpretava Gesù, ma alla sua maniera (faceva anche l’Idiota di Dostoevskij). “Il pubblico riempiva gli stadi per vederlo sbraitare”, commenta Herzog.
Provo a riassumere alcune delle frasi di Herzog che più mi hanno colpito o divertito: “All’inizio della lavorazione di Aguirre mi resi conto di avere due problemi: il budget ridottissimo e Kinski.” Sul set di “Aguirre”, Kinski arriva con un’attrezzatura da montagna favolosa, pensa di essere al centro di ogni inquadratura, dice di amare la natura ma ne ha uno strano concetto (che non prevede le zanzare). Sul set di “Fitzcarraldo”, gli indios amazzonici parlano sempre sottovoce: Kinski gridava sempre e li lascia esterrefatti, perché non è a quel modo che si risolvono i conflitti; più tardi diranno a Herzog che è di lui che avevano paura e non di “quel pazzo biondo che grida sempre”, perché Herzog durante i litigi taceva e questo impressionava molto gli indios.

Il capo indio si offrì di ammazzargli Kinski gratuitamente, per sollevarlo da cotanto peso: Herzog ce lo mostra, è quello che inveisce durante la scena del pranzo a bordo della nave. L’ira degli indios verso Kinski era vera, e in questa sequenza è palpabile; ma Herzog dirà al capo tribù che lo ringrazia molto, ma di lasciar perdere: per ora il pazzo biondo gli serve, poi si vedrà, terremo presente.
Sempre durante la lavorazione di Fitzcarraldo, Herzog minaccia Kinski (che se ne vuole andare) di sparargli con un fucile; sorridendo, Herzog (“ma io non sono matto, lo so perché mi hanno visitato e sono sanissimo di mente”) racconta di aver progettato nei dettagli, in seguito, l’assassinio di Kinski.
Prende anche in mano il libro con l’autobiografia di Kinski: è pieno di insulti contro di lui. Herzog ne legge un brano e sorride ancora: racconta che Kinski andò da lui chiedendogli di aiutarlo a inventarsi qualche insulto particolarmente forte, perché “altrimenti il mio libro non interesserà a nessuno”, e così fecero.
Le attrici parlano di Kinski come di un uomo gentilissimo: Eva Mattes, che recitò con Kinski in “Woyzeck”, ne parla benissimo e ricorda la felicità con la quale il terribile Kinski andò ad abbracciarla quando fu lei, e non lui, a ricevere il premio a Cannes. Eva Mattes, lo stesso Herzog e Claudia Cardinale (“Fitzcarraldo”), ne raccontano il perfezionismo e la professionalità (la Cardinale lo racconta come molto timido e molto gentile).
Il rapporto tra Kinski e Herzog fu molto conflittuale, ma anche di profondo affetto e amicizia; e il regista non nasconde la sua commozione quando parla di quell’amico così terribile. Senza Kinski, forse Herzog non avrebbe mai avuto successo e fama mondiale; e senza Herzog è più che probabile che Kinski avrebbe avuto solo ruoli da caratterista nella sua vita (quando recita la parte del gobbo in “Per un pugno di dollari” ha già quarant’anni; la recita benissimo, ma dura pochi minuti).
Il documentario è molto bello, soprattutto per chi conosce bene i film di cui si parla. Ci sono anche momenti interessanti di per sè, come quando viene mostrata la scena del campanile da “Fitzcarraldo” nella prima versione, con Mick Jagger e Jason Robards: Robards è Fitzcarraldo, Jagger il suo aiutante. Entrambi daranno forfait, uno per malattia l’altro perché spaventato dalle difficoltà. E c’è Herzog che dice: «Fitzcarraldo è una grande metafora. Non so di che cosa, ma è una metafora. » (e ride ancora)
Il finale è una lunga sequenza di Klaus Kinski sorridente, con una farfalla tropicale che gli cammina addosso, e che proprio non se ne vuole andare. E una farfalla è il miglior simbolo che si potesse scegliere per terminare questo film dedicato a un amico che non c’è più.

venerdì 23 luglio 2010

Don Chisciotte di Pabst ( II )

Don Quixote (1933) Regia di Georg Wilhelm Pabst. Dal romanzo di Cervantes. Sceneggiatura di Alexandre Arnoux , Paul Morand, Georg W. Pabst. Fotografia di Nicolas Farkas e Paul Portier. Montaggio di Hans Oser. Musiche di Jacques Ibert (con un’aria di Dargominsky). Con Fiodor Scialiapin, Georges Dodane (Dorville), Renée Valliers, Mady Berry, Mireille Balin, René Donnio, Jean de Limur . Durata: 73 minutiIn Cervantes c'è molta musica. Don Chisciotte stesso suona e canta in più di un'occasione: ecco come ce lo descrive Cervantes stesso.
CAPITOLI XLIV-XLVI
Della strana avventura che nel castello accadde a don Chisciotte
(...) Arrivate le undici di sera, don Chisciotte trovò una vihuela nella sua stanza. La provò, aprì la grata e sentì che camminava gente nel giardino. Dopo avere percorso con le dita i tasti della vihuela e averla accordata come meglio seppe, sputò e tossì, quindi, con una voce un po' roca ma intonata. cantò la seguente romanza che egli stesso aveva composta quel giorno:
Romance: Soglion le forze d'amore - Antonio de Ribera / Cervantes
Soglion le forze d'amore fare impazzire le anime (....)
(eccetera.)
La vihuela è un antico strumento ad arco, uno degli antenati del violino e del violoncello; va ricordato che Cervantes visse fra il 1500 e il 1600 (morì nel 1616, come Shakespeare). Così la definisce la Garzantina: «la vihuela è un antico strumento cordofono spagnolo, distinto nei due tipi “de arco” e “de mano”. Con la definizione “vihuela de arco” nei secoli XIII-XV si indicava la “viella” medievale (fibula) mentre nel secolo XVI diventò sinonimo di “viola da gamba”. La “vihuela de mano” invece, nata probabilmente alla fine del ‘400, a corde pizzicate e su fondo piatto (fino a sei corde, di cui cinque doppie) ebbe larga diffusione presso la società elegante spagnola, dove raggiunse una notorietà pari a quella che ebbe il liuto in altri paesi europei (...)»

Nella colonna sonora del film si ascoltano però soltanto strumenti moderni, dato che la musica fu composta per l’occasione da Jacques Ibert (francese, 1890-1962). Ibert è un ottimo compositore, e sono molto belle le sue canzoni (in tedesco sarebbero “lieder”) composte per il film e cantate da Scialiapin. I testi sono del poeta francese Alexandre Arnoux (1884-1973) che penso che siano ancora sotto copyright; perciò ne riporto solo uno, quello finale della morte di Don Chisciotte: chi ha visto il film e ha ascoltato Scialiapin capirà perché.
Chanson de la mort de Don Quichotte
Musica di Jacques Ibert, testo di Alexandre Arnoux (1884-1973)
Ne pleure pas Sancho, ne pleure pas, mon bon...
Ton maître n'est pas mort,
il n'est pas loin de toi :
Il vit dans une île heureuse
Où tout est pur et sans mensonges,
Dans l'île enfin trouvée
où tu viendras un jour...
Dans l'île désirée,
o mon ami Sancho!
Les livres sont brûlés
et font un tas de cendres;
Si tous les livres m'ont tué
il suffit d'un pour que je vive.
Fantôme dans la vie,
et réel dans la mort :
tel est l'étrange sort
du pauvre Don Quichotte.


Per le musiche di questo film fu in origine contattato Maurice Ravel, che scrisse tre canzoni ancora oggi nel repertorio dei maggiori cantanti; poi fu scelto Ibert ma non so bene come siano andate le cose, e d'altra parte oggi sarebbe poco più di una curiosità. Le tre canzoni di Ravel sono state registrate molte volte, probabilmente l’interpretazione di riferimento è quella del baritono francese Gérard Souzay. A me piacciono moltissimo, anche per i testi, e a dire il vero ci sono molto affezionato perché si tratta di uno dei miei primissimi ascolti, quelli che mi fecero decidere ad esplorare il pianeta della vocalità operistica. Le canzoni di Ibert, quelle che ascoltiamo nel film cantate da Scialiapin, sono sempre molto belle; ma va detto che Ibert era un “soltanto” un ottimo compositore, mentre la musica di Ravel appartiene alle sfere celesti.
Nel film si ascolta anche un’aria di Aleksandr Dargominskij (1813-1869), probabilmente scelta da Scialiapin stesso: si intitola “Sierra Nevada”.

Dato che è Cervantes stesso a far interpretare molta musica a Don Chisciotte, non stupisce quindi, al di là della statura dell'interprete (un Don Chisciotte così perfetto che rende difficile immaginarsene un altro) che per il film di Pabst sia stato scelto un grande e famoso cantante, il russo Fiodor Scialiapin, nato a Kazan nel 1873 e morto a Parigi nel 1938, cinque anni dopo l’uscita di questo film. Di Scialiapin, grande basso operistico, si diceva che in quel periodo (cent'anni fa) lui, Titta Ruffo ed Enrico Caruso fossero i padroni di New York: nel senso che i loro ingaggi erano così elevati che avrebbero ben potuto comperarsene una parte cospicua. I suoi dischi, così come quelli di Caruso, diedero grande impulso alla nascente industria fonografica; ascoltati oggi, rivelano una voce splendida e seducente ma anche un interprete molto approssimativo; lo stesso discorso vale per Enrico Caruso. La cosa non deve sorprendere: quando l’opera era una cosa viva capitava spesso che i cantanti d’opera si prendessero molte libertà, alle volte approvate dagli stessi compositori, alle volte no. L'aria di Filippo II (Giuseppe Verdi, dall’opera “Don Carlos”) che ascoltiamo nelle registrazioni di Scialiapin si può definire per metà di Verdi e per metà opera del cantante stesso, e si tratta probabilmente di incisioni fatte in maniera poco professionale, ma quelli erano i tempi e questi documenti sono comunque preziosi.

Le foto di scena di Scialiapin sono tutte impressionanti, e i resoconti delle sue apparizioni sul palcoscenico lo sono ancora di più. Del resto, guardando questo suo “Don Chisciotte” non si fatica a credere a questi racconti: basterà notare che il vero Scialiapin, nella sua vita quotidiana, non assomigliava affatto al Cavaliere Errante di Cervantes; nel film invece l’identificazione è totale, indimenticabile e perfetta. Il vero Scialiapin (ne porto qui qualche immagine) era un uomo alto e robusto, un bel tipo di russo così come siamo abituato ad immaginarci i russi; e nel film ogni tanto si intravvede questa sua robustezza fisica, ma l’interpretazione e il trucco sono talmente perfetti che si ha l’impressione di avere davanti il vero Don Chisciotte, e non un attore che lo recita.

PS 1: la trascrizione dei nomi russi, scritti nell’alfabeto cirillico, è sempre una cosa che mi mette in seria difficoltà. Ho scelto la vecchia trascrizione italiana, Scialiapin (con l’accento sulla seconda a, Scialiàpin), per mia comodità personale; ma chi volesse cercare informazioni può scegliere tra Féodor Chaliapine (alla francese: così compare nei titoli di testa del film), Shalyapin, Schaljapin, e quant’altro ancora. Avrei potuto usare la trascrizione ufficiale, scientifica, ma richiede caratteri appositi che non tutti i computer riescono a leggere.
PS 2: le musiche originali citate nel libro di Cervantes sono state pubblicate pochi anni fa, per festeggiare i 400 anni del libro, in una bella edizione, due cd con un libro accluso. Ne riporto i dati per chi volesse cercarla: Hesperion XXI direttore Jordi Savall, cd AliaVox AVSA 9843.