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domenica 5 settembre 2010

Oche, anatre, paperi

Che differenza c’è tra un’oca e un’anatra? Facile, avrebbero detto i nostri nonni: le oche hanno il collo lungo e le anatre no. E’ un ottimo criterio, basato sull’osservazione e sulla pratica quotidiana; ma in realtà i naturalisti non fanno una distinzione così netta. Si sa, gli scienziati sono persone serie, e come tutte le persone serie non si basano sulla prima impressione ma spaccano il capello in quattro: mettono oche, anatre e cigni tutti nello stesso ordine degli anseriformi e nella famiglia degli anatidi, e poi si mettono a distinguere oca da oca, anatra da anatra, cigno da cigno: perché di anatre (“nädra”, “näder”, come dicono a Parma) ce ne sono tante, tantissime, una meraviglia. Ogni volta che prendo in mano un libro sulle oche e sulle anatre mi fermo sempre estasiato a rimirare la diversità e la somiglianza delle varie specie. Le oche e le anatre sono come le farfalle, sempre uguali e sempre diverse, un’infinità di variazioni sullo stesso disegno di base.
A me piacciono soprattutto le oche, quelle bianche non hanno niente da invidiare ai cigni in quanto a bellezza. Sono bestie molto robuste, quando s’arrabbiano soffiano come i gatti e se ti vengono contro sanno far paura, perché sono grosse e se beccano fanno male.
L’ordine degli Anseriformi, uccelli acquatici e buoni volatori, è costituito da due famiglie, animidi e anatidi. Le caratteristiche che li accomunano (copio e incollo dal mio vecchio Brehm) sono il becco largo e provvisto di lamelle trasversali atte a filtrare l’acqua alla ricerca di cibo, le zampe palmate che fendono vigorosamente l’acqua, le ali grandi, e il piumaggio fitto reso impermeabile da un’apposita ghiandola. Gli animidi comprendono due soli generi, anhima e chauna; la Palamedea Cornuta (anhima cornuta) vive in Sud America. Si tratta di animali esteriormente più simili alle galline che ai paperi: penso che si tratti della convergenza evolutiva, quel fenomeno per cui animali diversi assumono forme uguali perché vivono nello stesso ambiente: l’esempio tipico sono i pesci e i delfini. Sembrano galline perché non volano, vivono a terra e raspano, beccano e cercano vermi. Comunque sia, di animidi nei film me ne ricordo pochi, magari ci sono ma non ci ho mai fatto caso (provvederò quanto prima).
Grande successo al cinema ha invece la famiglia degli Anatidi, che vanta un’enorme varietà di specie, circa 150. Il cigno selvatico si chiama cygnus cygnus, il cigno nero (australiano di origine e ignoto da noi fino al ‘700) chenoys atrata. Ma i cigni avranno una puntata tutta per loro.
Del genere anser fanno parte l’oca selvatica (anser anser) e l’oca domestica, che deriva da incroci con l’ anser anser e l’oca cignoide cygnopsis cygnoides. Del genere branta fanno parte l’oca colombaccio e l’oca del Canada (branta bernicla e branta canadensis); del genere anas il germano reale (anas platyrynchos, l’anatra selvatica) e l’anatra domestica sua discendente. Ma di anatre ce ne sono tante, come il mestolone, genere spatula (un nome che parla da solo), lo smergo (mergus merganser), l’anatra mandarina, eccetera.
Va detto che a contare tutte le oche che si trovano nei film non si finirebbe più, e che questo mio post è da considerarsi come l’inizio di una lunga serie (chissà).

L'oca da cui comincio (no, non questa qui sopra, che è un'anatra di Herzog) è in “Viaggio al centro della terra” (1959) di Henry Levin, tratto dal romanzo di Jules Verne. L’oca nel romanzo non c’è, e infatti non ho mai capito bene perché mai un’oca dovrebbe affrontare un viaggio nelle viscere di un vulcano, ma si tratta di una produzione Disney e gli animali sono d’obbligo. Si vede che quest’oca aveva raccomandazioni potenti, così come molte altre oche nostrane che siedono perfino in Parlamento. Però va detto che è molto bella la scena all’inizio, in cui l’oca becca del granturco sulla porta e James Mason con il suo assistente (il cantante Pat Boone), dall’altra parte della stanza, scambiano i colpi per segnali Morse e cercano di tirar fuori almeno una frase di senso compiuto da quelle che in realtà sono beccate sul legno. L’oca appartiene a un giovane islandese grande e grosso, che si chiama Hans e farà da guida alpina nella discesa sotto terra, dentro il vulcano dal quale parte l’avventura. Hans c’è anche nel libro, ma senza animali al seguito, e arriverà fino in fondo parlando poco e dimostrando il suo valore; il film è piuttosto improbabile ma molto divertente. Quanto all’oca, ho uno scoop clamoroso: al centro della terra l’oca non c’è mai arrivata, si tratta di un falso storico e se fate clic sull’immagine qui sotto sarete in grado di smascherare i falsari con i vostri occhi.

“Laughterhouse”, del 1984, diretto da Richard Eyre, è un film inglese che in italiano è stato tradotto come “Il giorno delle oche”, con Ian Holm protagonista. Racconta un fatto vero, la storia di un allevatore che fa camminare le sue cinquemila oche per cento miglia per portarle al mercato; se non ricordo male, c’era in corso uno sciopero dei camionisti che impediva il trasporto normale degli animali, e quell’allevatore doveva assolutamente andare a vendere le sue oche. Quando uscì vinse parecchi premi, ma non me lo ricordo come un grande film. Un tema molto originale un po’ sprecato dalla sceneggiatura, con un grande attore protagonista (per chi ha visto “Il signore degli anelli”, è da Ian Holm che comincia la saga degli hobbit). Ha anche un altro titolo, “Singleton’s Pluck”, ma tutto quello che sono riuscito a trovare sono le due locandine, ed è un peccato.
Le due immagini all'inizio vengono da “Cuore di vetro” di Werner Herzog, del 1974. Quest’anatra bellissima (un’anatra muta, se non sbaglio) prima cammina sulle carte da gioco della taverna, e poi fa compagnia al veggente Hias (l’attore è Joseph Bierbichler).Un’altra anatra Herzog la mette nel finale di “La ballata di Stroszek”: è un’anatra ammaestrata, si mette una moneta e lei suona il tamburo (ma non è una scena comica, come ben sa chi ha visto il film).
Ma poi bisogna aggiungere le oche della “Carica dei 101” (per oggi ne metto una sola, in apertura, come rappresentanza), e il titolo del film che in Italia è famoso come “La guerra lampo dei fratelli Marx” ma nell’originale è “Duck soup”, “minestra d’anatra”, un’espressione gergale che sta ad indicare qualcosa di bizzarro e senza senso, ripresa anche da Stan Laurel e Oliver Hardy in un loro film del periodo prima del sonoro.

Qui mi fermo, ma mi rimetto in osservazione e aspetto vostre segnalazioni. Come dice lo zio Gianfilippo (Gianfilippo Rameau: un prozio, per la precisione), le rappel des oiseaux è appena incominciato, e il bello deve ancora venire.
PS: “Leda e il papero” è opera di Albert Hurter, copyright Walt Disney.
PPS: Mi sorge un dubbio: avrò dimenticato di nominare qualcuno d’importante? E’ mezz’ora che ci penso, ma non so venire a capo del mio dubbio. Mah!

sabato 4 settembre 2010

Cicogne

Trovare le cicogne nel cinema non è facile, ma basta pensarci un po’ e i risultati arrivano. Per cominciare vado a prendere il mio vecchio Brehm, perché un po’ di precisione non guasta. L’oracolo, così consultato, alla voce “cicogna” risponde: Regno: Animale. Sottoregno: Metazoi. Tipo: Vertebrati. Classe: Uccelli. Sottoclasse: Neognati. Ordine: Ciconiformi.
La cicogna appartiene all’ordine dei Ciconiformi, che comprende anche aironi, spatole e fenicotteri, “uccelli più o meno legati agli ambienti acquatici ed eccellenti volatori”. Le caratteristiche fisiche più evidenti, tra quelle che accomunano questi Uccelli, sono: zampe lunghe, adatte a camminare nelle erbe dei prati o nelle acque poco profonde delle paludi, con tibie in parte prive di penne; dita generalmente palmate, in parte o completamente; ali possenti, larghe e rotonde; coda breve; collo lungo e mobile che, insieme con il becco opportunamente conformato, consente la ricerca di prede acquatiche senza bisogno di immergersi.
L’ordine dei ciconiformi comprende sette famiglie: ardeidi (airone, nitticora, tarabuso), coclearidi (becco a cucchiaio), baleniciptidi (becco a scarpa), scopidi (umbretta, che vive nell’Africa meridionale), ciconidi (cicogne e marabù africano), treschiornitidi (ibis sacro, spatola, mignattaio), fenicotteridi (fenicottero rosa o flamingo). Il nome scientifico della cicogna bianca è ciconia ciconia, l’airone cenerino è ardea cinerea. L’ibis sacro è treskiornis aethiopica, il fenicottero rosa è Phoenicopterus antiquorum.
Messe un po' in ordine le mie nozioni sulle cicogne, comincio la ricerca su internet. Nel nostro immaginario la cicogna è quella che porta i bambini, ed è da qui che parto. La prima sorpresa è che in inglese la cicogna è maschio: è infatti un Mister Stork quello che ho trovato nei cartoni animati, e di regola è un Mr. Stork ubriaco, che si sbaglia a consegnare i neonati.

Walt Disney si serve almeno due volte di Mr.Stork: con Abele, l’agnel leone (un cartoon molto simpatico che però non ebbe seguito) e con Dumbo, molto più famoso. Ma anche a Bugs Bunny, sul versante Looney Tunes, capita di incappare in un Mr. Stork vistosamente fuori di zucca, che lo consegna a una mamma Gorilla con risultati decisamente demenziali (ne farà le spese papà Gorilla, che in quel piccolino lì proprio non ci si riconosce – ma Bunny si diverte un mondo, e in quell’errore ci sguazza da par suo). Non ho trovato le immagini di Bunny allevato dai gorilla, e me ne dispiace molto; anche con Dumbo e Abel mi sono dovuto arrangiare, però i disegni sono belli lo stesso, vengono da siti specializzati nei disegni tratti da cartoni animati, e volendo li si può stampare e colorare.
A New York era frequentatissimo un locale chiamato “Stork Club”, club della cicogna: vi sono ambientati molti film, nel vero locale o ina sua imitazione. Per esempio è allo Stork Club che Henry Fonda suona il contrabbasso in un gruppo jazz nel “Ladro” di Alfred Hitchcock (1955).
L’idea della cicogna mi è venuta guardando “L’enigma di Kaspar Hauser” di Werner Herzog, dove la cicogna interpreta se stessa, e a portare i bambini non ci pensa proprio. Vive nel giardino della casa del buon signore che ha adottato il trovatello Kaspar, ed è molto a suo agio. Herzog ha una mano particolarmente felice con gli animali, che nei suoi film recitano così bene che sembrano pagati; la nostra cicogna tedesca è così tranquilla che, senza scomporsi davanti alla cinepresa, trova una ranocchia in giardino e se la mangia. (Questa è la vera natura delle cicogne, cari lettori).

Nasce invece sotto un cavolo il bambino protagonista di “Miracolo a Milano”: è lì che lo trova la vecchina che lo alleverà come se fosse suo. Non ci sono dunque cicogne dunque nel capolavoro di De Sica e Zavattini, e me ne dispiace molto; in compenso ho trovato una bella foto di una cicogna in compagnia di Antonio Albanese. (Avevo dei dubbi, date le dimensioni pensavo ad un airone: ringrazio il lettore qui nei commenti, che mi spiega che si tratta di una cicogna, e che probabilmente il film è "E' già ieri" del regista Giulio Manfredonia, anno 2004)
E infine, cercando la cicogna in tutte le lingue, mi sono imbattuto in Larry Storch: “storch” è infatti il nome tedesco della cicogna, e io di Larry Storch (il caporale Agarn) ho un bel ricordo, legato ai Forti di Forte Coraggio, che era la mia serie tv preferita di quand’ero bambino. Accanto a lui c’è Melodie Patterson, altro personaggio del telefilm; mi mancano ancora il capitano Parmenter, il sergente O’Rourke e Gatto Matto, perciò adesso lascio volar via le cicogne e vado a cercarmeli.

venerdì 3 settembre 2010

Galline

C’è un rapporto profondo tra la gallina e la filosofia, e la poesia. Un rapporto profondo e inesplicabile, ma certo.
Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio,
torna il lavoro usato. (...)
(Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta)


Del resto, come dice l’altro Poeta (un Poeta forse orientale, visto l’accenno alla Ruota, di tradizione probabilmente buddhista):
Tutta la vita è una ruota
e la gallina seduta
sulla via
ripete, ripete,
il suo verso.
(attrib. inc., forse Kokusrenatus, attestato in Lombardia dalla seconda metà del sec. XX)
Va però notato che la figura della Ruota, la Ruota della Fortuna, è ben presente anche nella nostra tradizione, come testimoniano gli arcani dei Tarocchi.
Una terza metafora me la fornì un conoscente, parecchi anni or sono; ed è questa: «Un contadino va nell’aia con un sacco pieno di granturco, e lo butta a piena manciate. Le galline beccano contente, quiete e pacifiche, ognuna sul suo. Ma se il contadino arriva con il sacco vuoto, e butta solo una manciata di chicchi, le galline cominceranno a beccarsi e mangeranno soltanto le più forti e le più aggressive, nonché le più furbe.». Ecco una bella metafora dell’Economia, che fa il paio con le osservazioni sulle tortore di Konrad Lorenz: il grande etologo, premio Nobel per la Medicina nel 1973, ne parla diffusamente in “L’anello di Re Salomone”, uno dei libri più profondi e più piacevoli da leggere che io abbia mai incontrato.

Le galline si prestano alle metafore, anche se di per sè, come disse il Poeta – anzi: i Poeti, perché erano due, ora che mi ricordo: anche musici, forse cantastorie o trovieri – non la si direbbe un animale intelligente. La metafora qui sopra, che viene forse da Ambienti Universitari, significa che in tempo di ricchezza e prosperità (come negli anni ’60 e ’70) la gente si ricorda del suo prossimo, ci va d’accordo, ed è quindi ben disposta a votare a sinistra; nei tempi di difficoltà e di carestia, ognuno pensa per sè e il voto va a finire a destra.
Erano i tempi in cui destra e sinistra erano ancora ben distinguibili, e speriamo che non tornino se il prezzo da pagare è questo; però questa metafora da cortile ha come postulato che quando c’è una maggioranza troppo forte in Parlamento c’è da preoccuparsi. Sono segnali empirici, tipo “rosso di sera bel tempo si spera”, ma sono pur sempre segnali di cui tener conto, tanto più che il granturco e il grano duro (quello per gli spaghetti) ormai viene tutto dal Canada, via mare, anzi oceano. In Italia il grano duro non si coltiva più, e anche il granturco è stato ormai soppiantato, soprattutto nell’alacre Lombardia, da ampie piantagioni di cemento e asfalto, molto più redditizie.
Dal punto di vista scientifico, la Gallina fa parte dell’Ordine dei Galliformi, che comprende anche i fagiani, i pavoni, le quaglie e la pernice rossa (fasianidi), il gallo cedrone e la pernice bianca (tetraonidi), la faraona (numididi), il tacchino (meleagridi). Il genere “Gallus” fa parte della famiglia dei fasianidi.
La Gallina era una volta un animale comune, comunissimo. Oggi, temo che per molti bambini (e anche per molti ventenni o trentenni) sia più facile vedere un piccione che non una gallina, o magari un passero. Per vedere i piccioni, basta andare in Piazza del Duomo; per vedere una gallina non serve a molto nemmeno il supermercato, che ne espone in grande quantità ma solo nel loro aspetto, come dire, più carnale.
Al cinema, la Gallina (il Gallo si merita un post a parte, e l’avrà) è molto ben rappresentata, anche se di solito ha parti da comprimaria; e quindi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Merita però un posto di rilievo la Gallinella Saggia, “The wise little hen”, il cartoon in cui ascoltiamo le prime parole pronunciate da Paperino (“non posso, perché mi fa male il pancino”). Sempre nel campo dell’animazione, bisogna ricordare “Galline in fuga” un lungometraggio del grande Nick Park (bello, ma francamente preferisco “Wallace e Gromit”).

Le galline in gabbia che vedete qui sotto sono invece (una grande avventura? temo di no) in viaggio sul vagone di un treno che va a Mosca, e vengono da “Fine alla fine del mondo” di Wim Wenders (chi mi sa indicare il minuto esatto in cui appaiono vince una foto del mio gatto siamese).
L’elenco potrebbe continuare, e i suggerimenti sono – come sempre – molto ben accetti. Però, arrivato alla mia età e visto ormai come va il mondo, non riesco a non dedicare il post alla Gallina che chiude “La ballata di Stroszek” di Werner Herzog (1976). La “gallina danzante” viene da un parco di divertimenti nel North Carolina, in una riserva indiana: lì è andato a scovarla Werner Herzog. Funziona così: si mette una moneta e la gallina, debitamente ammaestrata, esce dalla sua gabbietta, entra in un piccolo teatro, tira una cordicella da una specie di juke box che fa partire la musica: una rumba, per la precisione. Finito il tempo concesso dalla monetina, la gallina smette di ballare e torna nel suo alloggio. Le fanno compagnia un coniglio pompiere, un papero che suona il tamburo, e un’altra gallina, che suona il piano con il becco e con le zampe. Sembrerebbe una cosa divertente, e forse l’intenzione di chi ha creato il parco era quella; Herzog usa questa sequenza come un ininterrotto loop finale, mentre il suo protagonista (Stroszek, interpretato dallo stesso attore di “Kaspar Hauser”) è impegnato in un altro tipo di danza, la stessa che balliamo anche noi ogni giorno. C’è chi se ne accorge, e chi no: e del resto, finché dura il becchime, la vita della gallina non è poi così male e non è nemmeno complicata. Pensare complica la vita, questo sembra dirci la nostra bellissima “dancing chicken”; meglio lasciare il mondo così come è, e non tentare di cambiarlo: potrebbe andare anche peggio.

domenica 18 luglio 2010

Gatti ( III )


Questo gattino molto piccolo, quasi un neonato, viene da “L’eterna illusione” di Frank Capra ( You can’t take it with you, 1938) ed ha una funzione molto importante: il fermacarte.
Si tratta di uno dei film più divertenti di Capra, il gattino abita in una simpatica “casa di matti” dove tutti sono decisamente eccentrici: qui vediamo la signora Penny Sycamore (l’attrice si chiama Spring Byington) mentre sta scrivendo un importantissimo romanzo, e un fermacarte le è assolutamente indispensabile. Il gattino svolge egregiamente la sua funzione, recita benissimo, e solo alla fine della sua scena si lascia sfuggire un “miao” che sa tanto di richiesta d’aiuto: ma è così piccolo che ci può stare, e anzi funziona benissimo.




L’altro gattino, che sembra un suo gemello, è svedese e recita in “Hets” (“Spasimo”, “Tormento”) un film del 1944 di Alf Sjöberg, che ha la caratteristica di essere stato scritto da Ingmar Bergman, al suo debutto assoluto nel mondo del cinema. Bergman scrive soggetto e sceneggiatura, e forse anche questo gattino è dovuto ad una sua invenzione (ma non è detto, sono piccole furbizie che si sono sempre fatte). Si tratta di un gattino molto fortunato, che avrà fatto sospirare d’invidia molti spettatori: è infatti nello stesso letto con Mai Zetterling, giovanissima e molto carina. Il film è drammatico, somiglia un po’ a “L’attimo fuggente” di Peter Weir e un po’ a “M” di Fritz Lang; e la parte del gattino non finisce qui, e anzi gli spetta ancora spazio nel finale, dove andrà a rappresentare la speranza, e la vita che continua.




Un terzo gatto lo prendo non dal cinema ma da un documentario della TSI (Svizzera Italiana) su Philip Glass e su Bob Wilson, realizzato nel 1992 per una ripresa dell’opera “Einstein on the beach”. L’ho registrato tanti anni fa, mi capita spesso di rivederlo, è molto buffo e mi coglie sempre di sorpresa. Eccolo qua in sequenza: il gatto non c’è, il gatto c’è, il gatto si guarda in giro e decide che va tutto magnificamente e si può continuare il sonnellino. Sul pianoforte, naturalmente: e dove, se no?



sabato 17 luglio 2010

Gatti ( II )

Un altro gattino giustamente famoso è quello (decisamente fortunato) che viene raccolto a Roma da Anita Ekberg in “La dolce vita” (1960) : Marcello Mastroianni osserva la scena, in disparte ma sperando di avere un destino simile a quello della piccola fiera. Lo stesso gattino lo vediamo tra le mani di Federico Fellini, in una foto presa sul set.

Questo bel gattone che divide la scena con Joseph Cotten ha un ruolo importante in “Il terzo uomo”, il capolavoro diretto da Carol Reed nel 1949. Siamo a Vienna, nella stanza di una meravigliosa Alida Valli; più avanti Cotten noterà questo gatto per strada, nella notte, andare a fare festa ad un uomo che si mantiene accuratamente nell’ombra. E’ la prima apparizione nel film di Harry Lime, ovvero Orson Welles.
C’è poi il gatto bianco di “Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera” del coreano Kim Ki-duk, che secondo me è una gatta ma potrei sbagliarmi. E’ un micione molto tranquillo, così pacioso e pacifico che il Maestro Anziano può usare la sua coda come un pennello, e anche per un bel po’ di tempo. Due cose vanno dette: la prima è che questo gatto ha una coda magnifica, molto lunga e ben fatta, e che quando si trova una coda così la tentazione di usarla come pennello è grande (non fate mai vedere queste immagini ai vostri bambini, il 99% dei gatti non se lo lascerebbe mai fare), e la seconda è che è un peccato non saper leggere cosa sta scrivendo il Maestro. Come ben sa chi ha visto il film, questa non è una scena comica; ma Kim Ki-duk non è nuovo a queste trovate, anche in momenti drammatici. Una terza cosa da dire, perché quel che è giusto è giusto, è che dopo questa scena il gattone bianco abbandonerà il monaco, preferendo starsene su un albero nel bosco: che si sia offeso?

Per chiudere questa puntata, voglio mettere queste belle fotografie di Eduardo de Filippo, che ho trovato su un programma di sala per un’opera di Rossini, “La pietra del paragone”, alla Piccola Scala nel febbraio 1982. Eduardo ne curava la regia, e col cinema non ha molto a che vedere; ma di Eduardo fin qui ho parlato poco, ed è un peccato a cui bisogna in qualche modo rimediare.