Al di là delle nuvole (Par-delà de nuages, Beyond the clouds, 1995) regia di Michelangelo Antonioni e di Wim Wenders. Tratto dal libro "Quel bowling sul Tevere", di Michelangelo Antonioni (fine anni 70). Scritto da M.Antonioni, Tonino Guerra, Francesco Marcucci, Wim Wenders. Fotografia di Alfio Contini e di Robby Müller. Musiche originali di Laurent Petitgand e di Brian Eno. Nella chiesa di Aix, Chant Lucernaire de l’Avent: musica di padre A.Gouzes e testi dei padri JP Revel e D.Bourgeois, Abbaye de Sylvanès, anno 1983. Canzoni di Van Morrison, U2, eccetera. Interpreti: John Malkovich (prologo, entractes, un episodio, epilogo), Ines Sastre e Kim Rossi Stuart (episodio di Ferrara), John Malkovich e Sophie Marceau (episodio di Portofino), Peter Weller, Chiara Caselli, Fanny Ardant e Jean Reno (episodio di Parigi), Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau (episodio di Bouches du Rhone), Irène Jacob e Vincent Perez (episodio di Aix en Provence) e con Enrica Antonioni (proprietaria della boutique di Portofino), Veronica Lazar, Sophie Semin, Carine Angeli, Alessandra Bonarrota, Laurence Calabrese, Tracey Caligiuri, Hervé Décalion, J. Emmanuel Gartmann, Sherman Green, Suzy Lorraine, Cesare Luciani, Muriel Mottais, Bertrand Peillard, Giulia Urso, Sara Ricci, Sabry Tchal Gadjieff, Frere Jean-Philippe Revel, Frere Daniel Bourgeois. Girato a Ferrara, Comacchio, Portofino, Parigi, Aix en Provence (Paroisse de Saint Jean de Malte). Durata: 112’
E’ un film in quattro episodi, tutti girati da Antonioni: Wenders fu presente sul set perché l’assicurazione voleva un altro regista pronto a prendere il posto del regista italiano, ormai molto anziano e malato. Antonioni girò tutti i singoli episodi, Wenders girò la cornice che li contiene. Visto dopo tanti anni, mi conferma nell’opinione che Antonioni avesse perso ormai da decenni la sua vera ispirazione. Trovo invece un Wenders ancora in ottima forma: suoi sono il prologo, l’epilogo, i raccordi fra un episodio e l’altro, tutti con John Malkovich protagonista.
Le immagini e le location sono meravigliose, trovo invece ridicoli i soggetti, e spesso anche i dialoghi. La storia di Kim Rossi Stuart che non riesce a far l’amore con la ragazza che ama è raccontata così male (al di là della bravura degli interpreti e della bellezza delle immagini) che alla fine non solo non ci si commuove, ma viene piuttosto da dare del pirla al protagonista. Ruberei comunque l’idea del giovane stanchissimo che si addormenta quando arriva l’ora dell’appuntamento, anche se non mi sembra un’idea del tutto nuova. Insomma, qui ci voleva Kleist, Ophuls, Lubitsch, e non questo Antonioni; o magari un film intero di novanta minuti dedicato a questo episodio, però con l’Antonioni degli anni ’60.
Curioso l’episodio con John Malkovich e Sophie Marceau, un incontro con rivelazione finale a sorpresa, sicuramente una storia vera; ovviamente il finale della storia non si racconta, non in casi come questo. In quest’episodio si vede brevemente anche Enrica Fico, moglie di Antonioni: è lei la proprietaria della boutique dove lavora la Marceau.
Assolutamente ridicolo l’episodio parigino con Fanny Ardant, poca cosa oltre lo spunto iniziale (di per sè buono), la donna tradita che vende tutto e si trasferisce in un altro appartamento dove c’è un uomo tradito dalla moglie, che gli ha venduto tutti i mobili e anche l’appartamento. Un’idea di partenza degna del Nathaniel Hawthorne di “Wakefield”, ma resa in un modo così ridicolo che avrebbe invece meritato Feydeau o Allais. Antonioni ci mostra la Ardant con le lacrime agli occhi: non è quindi una barzelletta, cercava davvero di commuoverci. Molto bella, ma buttata via, la storia che racconta Chiara Caselli a Peter Weller, all’inizio dell’episodio: i portatori di una spedizione in Messico, in cerca di un tempio inca perduto nella foresta, che si fermano un giorno intero e che poi, quando ripartono, spiegano agli scienziati che stavano andando troppo veloci: “bisognava dare alle nostre anime il tempo di raggiungerci”. Qui vedo la mano di Tonino Guerra: anche noi stiamo andando troppo veloci, le nostre anime non ci raggiungeranno mai più, se non dopo il disastro.
Mastroianni e Jeanne Moreau, in aperta campagna, di nuovo insieme ad Antonioni trent’anni dopo “La notte”, fanno bei ragionamenti sul fare copie e sull’arte della riproduzione fotostatica: un argomento che appassiona molto sia Antonioni che Wenders. Su questo argomento bisognerà tornare. Qui vale la pena di ascoltare il sonoro originale (in francese) che è in presa diretta per tutti e due i grandi attori.
E’ comunque bello l’episodio finale con Irène Jacob e Vincent Perez, girato ad Aix en Provence, anche perché il fatto che la ragazza stia per farsi suora questa volta dà un senso a tutto, e si capisce senza troppo arzigogolare. Magnifica la panoramica notturna sulla città antica, e molto belli anche gli interni nella chiesa di Saint Jean de Malte, con musiche sacre moderne molto interessanti: Chant Lucernaire de l’Avent, musica di padre A.Gouzes e testi dei padri JP Revel e D.Bourgeois, Abbaye de Sylvanès, anno 1983.
All’uscita dal cinema, nel 1995, ero rimasto affascinato dalle immagini (uno spettacolo per gli occhi, opera di due maghi della fotografia come Alfio Contini e Robby Müller), ma decisamente perplesso su tutto il resto: «Trovo molto distante da me questo mondo di lusso, un mondo costosissimo dove però i soldi non sono mai un problema, e dove donne bellissime vanno subito a letto con tutti; e trovo decisamente ridicolo, da film con la Fenech e Pierino, che Antonioni costruisca storie e situazioni solo per mostrarci nude le attrici (tutte meno la Ardant, che fa comunque la sua figura in minigonna e sottoveste). Apprezzo molto dal punto di vista estetico, ma da un regista come Antonioni mi aspetterei molto di più.»
Visto il tempo che è passato, posso aggiungere di essere rimasto ben impressionato da John Malkovich, un attore che mi è sempre piaciuto molto anche per un motivo non secondario: se mettessi giù una ventina di chili potrei farmi passare per un suo parente stretto. La pettinatura, quantomeno, è la stessa.
«I vecchi registi hanno una grande chance: hanno visto così tanti cambiamenti che raramente si fanno impressionare dalle novità e dalle “magie” dell’elettronica. Il loro sguardo non ha mai perso confidenza con l’immagine, mentre le nuove generazioni, io compreso, sovrastate dalla tecnologia, non hanno più quest’intimità (...)»
Wim Wenders su Antonioni, dal cds 28.2.1995
(dichiarazione curiosa, riletta oggi: anche perché Antonioni fu uno dei primissimi a fare film con l’elettronica)
- Però il legame con i vecchi maestri è una costante per lei. Cos’è, attrazione, venerazione, curiosità?
- Sono momenti della vita in cui si esprime la mia reverenza verso i maestri. Il cinema ha un legame particolare con l’invecchiamento, con l’età. Mi commuove molto vedere qualcuno giovane e poi vecchio, vedere come la macchina da presa testimoni questa mutazione: nell’opera di Truffaut, seguire il progressivo invecchiamento di Jean Pierre Leaud di film in film è più struggente che alcuni dei film stessi. E’ toccante il cinema come immagine della nostra mortalità. (...) Un’emozione unica del cinema è che la sua nascita ci è familiare, che esistono tra noi persone come Manoel de Oliveira che hanno visto i primi film della storia: è il nostro secolo, ancora così vicino a noi, non remoto come sono remote le origini e le personalità di ogni altra arte. (...) Antonioni è sempre esterno, guarda dal di fuori i suoi personaggi; io voglio entrare in loro e prestare loro i miei occhi. Lui persegue una de-identificazione, io l’identificazione. Questo cambia tutto, rende le regole del gioco molto differenti. Invece, abbiamo spesso gli stessi gusti estetici in fatto di inquadrature, di paesaggio; e un atteggiamento analogo di impegno esigente (autoesigente, anche) verso il lavoro: una moralità professionale simile, si può dire. (...)
(Wim Wenders a Lietta Tornabuoni, espr 21.1.1995)
Tutte le volte che in passato ho cercato di inserire delle scene erotiche nei miei film, il risultato è stato sempre la conferma della mia opinione, e cioè che ci sono delle situazioni in cui una cinepresa non dovrebbe esserci. (Wim Wenders, da espresso 15.9.1991)
Sono diventato allergico alle immagini che vogliono attirare troppa attenzione su se stesse. Le immagini diventano belle solo se sono sostenute da una storia. Sono pronto ad abolire ogni forma di bellezza se questa non serve alla verità della storia.
(Wim Wenders, int. cds 19.10.1993)
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lunedì 21 novembre 2011
martedì 16 agosto 2011
Michelangelo Antonioni ( I )
Michelangelo Antonioni è un regista che ammiro moltissimo, soprattutto per i film che vanno dal 1960 (“L’avventura”) a metà anni ’70 (“Professione reporter”), una serie di capolavori davvero impressionante. Però ho anche molti problemi con Antonioni, perché, anche se ha avuto al suo fianco fior di scrittori, come Tonino Guerra, alle volte con Antonioni è difficile cogliere il confine tra la fesseria e il capolavoro. Ho rivisto in questi giorni “Blow up”, l’ho trovato magnifico, ma davanti a certi suoi momenti il dubbio mi è tornato: mi starà mica prendendo in giro?
Il dubbio sulla reale profondità di Antonioni diventa quasi una certezza davanti ai suoi ultimi film, nei quali sembra prevalere un lato voyeuristico che era sempre presente (le donne di Antonioni sono sempre state bellissime) che finisce col rendere stranamente poco affascinante la bellezza delle immagini, pari a quelle dei suoi film più celebrati. Queste mie difficoltà si vedono bene anche da questi mie brevi appunti, presi nel corso di una ventina d’anni, nei quali ho trovato un filo conduttore: ogni volta, alla fine di un film di Antonioni, rimango ammirato ma non so bene che cosa pensare. Penso che quelli su Antonioni siano i miei appunti più inutili in assoluto, sarebbe meglio dimenticarseli e andare subito a guardare i film, ma ormai li ho messi in fila, il lavoro è fatto, eccoli qui.
I film di Antonioni che ho visto:
Gente del Po (1947, documentario) ***
Cronaca di un amore (1950, L.Bosè, M.Girotti, Gino Rossi) ****
La signora senza camelie (1953, L.Bosè, Gino Cervi, A.Checchi. A.Cuny, I.Desny) ***
Le amiche (1955, E.Rossi Drago, V.Cortese, G.Ferzetti) ***
Il grido (1957, Steve Cochran, Alida Valli) **
L’avventura (1960, M.Vitti, G.Ferzetti, Lea Massari, R.Ricci) ****
La notte (1961, J.Moreau, M.Vitti, M.Mastroianni) ***
L’eclisse (1962, M.Vitti, F.Rabal, Lilla Brignone, A.Delon) ****
Il deserto rosso (1964, M.Vitti, Richard Harris, C.De Prà) ****
Zabriskie Point (1969, M.Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor) ****
Blow up (1970, D.Hemmings, V.Redgrave, Sarah Miles) ****
Professione reporter (1974, J.Nicholson, Maria Schneider) ****
Il mistero di Oberwald (1981, M.Vitti, F.Branciaroli) **
Identificazione di una donna (1982 T.Milian, Lara Wendel, Daniela Silverio) **
Al di là delle nuvole (1995, insieme a Wim Wenders) **
Blow-up
Un capolavoro; qui si capisce perché Wenders viene accostato a lui. 1) Vanessa Redgrave è bellissima, misteriosa e affascinante come un sogno. 2) La luce nel parco dove Hemmings fotografa l'omicidio: anche questa è una sequenza onirica, il parco conserva qualcosa di misterioso. 3) la sequenza finale del tennis mimato (è un film non invecchiato, appassionante) 4) Hemmings che va dalla ragazza antiquaria e la vede mentre fa l'amore. 5)la sequenza con le due "aspiranti modelle", una scena di sesso che avrebbe potuto girare Kubrick. Ed è proprio con Eyes wide shut che il paragone viene spontaneo, il conflitto fra sogno (droga?) e realtà è il tema di Blow up , la ricerca del particolare nascosto nel sogno (come in Wenders); e il finale sospeso è come un risveglio. (gennaio 2000)
La fotomodella Veruschka è figlia di uno degli uomini chiave della Resistenza antinazista in Germania, il conte Heinrich von Lehndorff-Steinort, e della contessa Gottliebe von Kalnein, nobiltà prussiana. E’ la secondogenita, è alta un metro e ottanta, e il suo nome completo è Vera Gottliebe Anna von Lehndorff-Steinort. (notizia dal Venerdì di Repubblica, 14 aprile 2011)
Jane Birkin su Antonioni
- Il suo primo ruolo cinematografico è stato nel 1965 in The knack (Palma d'Oro a Cannes) di Richard Lester, regista simbolo della Swinging London. Lei avrebbe potuto diventare una delle divine creature del movimento. Perché si è sottratta?
«Non l'ho fatto apposta. La vita è una serie di traiettorie inattese, imprevedibili. Mio marito John Barry era partito in America. Avevo vent'anni, avevo già avuto Kate ed ero molto triste. Sono tornata a vivere con i miei genitori, ma mi pesava. Allora ho accettato di fare un provino per un film. A Parigi. Così ho conosciuto Serge e non sono più tornata».
- Ma prima ancora c'era stato Blow up.
«Dovevo essere solo una comparsa, ma quel film ha segnato la mia carriera. Antonioni è stato di una estrema delicatezza con me e ha sempre seguito la mia carriera. Che grazia, che onestà, che pazienza. Ricordo il provino per Blow up: qualcuno mi chiede di scrivere il mio nome su un muro. Lo scrivo piccolissimo. Mi urlano: più grande! Alla terza lettera ti giri di profilo. JAN, profilo, E B e qualcuno urla ancora: perché fai così? Mi hanno detto di fare così, rispondo. Dice: scrivi forse il tuo nome così grande per attirare l'attenzione su di te? Allora scoppio a piangere farfugliando: mi hanno chiesto di scriverlo grande. E sento: cut! Allora Antonioní è venuto verso di me. "Questo volevo sapere: se lei era vulnerabile. Ora le do tre pagine da leggere, ma ci pensi bene perché nel film dovrà essere completamente nuda". Sono tornata a casa e ho raccontato tutto a John. "Se proprio ti devi spogliare, un film di Antonioni è quello per cui vale la pena farlo", mi ha detto. Ma ha aggiunto: "È comunque so che non lo farai mai. Perfino quando ti spogli a casa spegni sempre la luce". Merde! Mi sono detta. Lo farò».
intervista a Jane Birkin di Laura Putti,Repubblica 13 maggio 2007
Zabriskie Point
A guardarlo dal punto di vista delle immagini e delle sensazioni, soprattutto nella parte centrale, è un film magnifico, e Wenders viene da lì (Nel corso del tempo). Per il resto, molte perplessità: cos’è, la storia di un killer psicopatico che fugge con una ragazza ignara? A fermarsi soltanto sulla storia raccontata, sembra il classico thriller dozzinale. Conclusione: la storia è come una buccia di banana, serve per avvolgere e proteggere la parte buona. Del ’68 e delle rivolte giovanili ad Antonioni non importava molto, gli è servito solo da spunto per girare quello che voleva girare; idem per Blow up, che è forse più riuscito grazie all’espediente dell’omicidio nella foto. Qui è più anarchico e individualista, e quelle esplosioni finali finiscono con il dare il vero senso al film, oltre che rimandare a film come "Koyaanisqatsi" di Godfrey Reggio, che verranno molti anni dopo e che di questo finale sono quasi una citazione diretta.
(aprile 2000)
Professione reporter
- Da che cosa fuggi?
- Voltati indietro, e guarda.
(Maria Schneider e Jack Nicholson)
- Che cosa vedi?
- Un bambino e una vecchia, che stanno discutendo su quale strada prendere. (pausa)
- Non dovevi venire. (voci da fuori) E adesso, cosa vedi?
- Un uomo che si gratta una spalla, un bambino che tira dei sassi, e polvere. C'è molta polvere qui. (pausa) Non è strano come succedono le cose, qui? Come ce le costruiamo? (pausa) Sarebbe terribile essere ciechi...
- Io conoscevo un uomo che era cieco. Quando arrivò all'età di 40 anni si fece fare un'operazione e riacquistò la vista.
- E cosa ha provato?
- All'inizio era felice, incantato... Facce, colori, paesaggi... Ma poi tutto cominciò a cambiare: il mondo era più brutto di come se lo era immaginato. Nessuno gli aveva mai detto quanto sporco fosse, quanta miseria... Vedeva squallore dappertutto. Quando era cieco attraversava la strada da solo, con un bastone. Dopo aver riacquistato la vista, lo prese la paura. Cominciò a vivere nell'oscurità, non usciva più di casa. Dopo tre anni si tolse la vita. (lunga pausa) Ma tu che ci fai qui con me? (pausa; bacio)
(dialogo marocchino fra Nicholson e Maria Schneider, verso la fine)
Il protagonista del film dice apertamente di non credere alle coincidenze, al caso. Il fatto che io abbia visto questo film il 3 di maggio, dopo tanti anni, non è sicuramente una coincidenza. Questo remake del Fu Mattia Pascal è uno dei film più belli di Antonioni.
(maggio 2000)
(continua)
Il dubbio sulla reale profondità di Antonioni diventa quasi una certezza davanti ai suoi ultimi film, nei quali sembra prevalere un lato voyeuristico che era sempre presente (le donne di Antonioni sono sempre state bellissime) che finisce col rendere stranamente poco affascinante la bellezza delle immagini, pari a quelle dei suoi film più celebrati. Queste mie difficoltà si vedono bene anche da questi mie brevi appunti, presi nel corso di una ventina d’anni, nei quali ho trovato un filo conduttore: ogni volta, alla fine di un film di Antonioni, rimango ammirato ma non so bene che cosa pensare. Penso che quelli su Antonioni siano i miei appunti più inutili in assoluto, sarebbe meglio dimenticarseli e andare subito a guardare i film, ma ormai li ho messi in fila, il lavoro è fatto, eccoli qui.
I film di Antonioni che ho visto:
Gente del Po (1947, documentario) ***
Cronaca di un amore (1950, L.Bosè, M.Girotti, Gino Rossi) ****
La signora senza camelie (1953, L.Bosè, Gino Cervi, A.Checchi. A.Cuny, I.Desny) ***
Le amiche (1955, E.Rossi Drago, V.Cortese, G.Ferzetti) ***
Il grido (1957, Steve Cochran, Alida Valli) **
L’avventura (1960, M.Vitti, G.Ferzetti, Lea Massari, R.Ricci) ****
La notte (1961, J.Moreau, M.Vitti, M.Mastroianni) ***
L’eclisse (1962, M.Vitti, F.Rabal, Lilla Brignone, A.Delon) ****
Il deserto rosso (1964, M.Vitti, Richard Harris, C.De Prà) ****
Zabriskie Point (1969, M.Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor) ****
Blow up (1970, D.Hemmings, V.Redgrave, Sarah Miles) ****
Professione reporter (1974, J.Nicholson, Maria Schneider) ****
Il mistero di Oberwald (1981, M.Vitti, F.Branciaroli) **
Identificazione di una donna (1982 T.Milian, Lara Wendel, Daniela Silverio) **
Al di là delle nuvole (1995, insieme a Wim Wenders) **
Blow-up
Un capolavoro; qui si capisce perché Wenders viene accostato a lui. 1) Vanessa Redgrave è bellissima, misteriosa e affascinante come un sogno. 2) La luce nel parco dove Hemmings fotografa l'omicidio: anche questa è una sequenza onirica, il parco conserva qualcosa di misterioso. 3) la sequenza finale del tennis mimato (è un film non invecchiato, appassionante) 4) Hemmings che va dalla ragazza antiquaria e la vede mentre fa l'amore. 5)la sequenza con le due "aspiranti modelle", una scena di sesso che avrebbe potuto girare Kubrick. Ed è proprio con Eyes wide shut che il paragone viene spontaneo, il conflitto fra sogno (droga?) e realtà è il tema di Blow up , la ricerca del particolare nascosto nel sogno (come in Wenders); e il finale sospeso è come un risveglio. (gennaio 2000)
La fotomodella Veruschka è figlia di uno degli uomini chiave della Resistenza antinazista in Germania, il conte Heinrich von Lehndorff-Steinort, e della contessa Gottliebe von Kalnein, nobiltà prussiana. E’ la secondogenita, è alta un metro e ottanta, e il suo nome completo è Vera Gottliebe Anna von Lehndorff-Steinort. (notizia dal Venerdì di Repubblica, 14 aprile 2011)
Jane Birkin su Antonioni
- Il suo primo ruolo cinematografico è stato nel 1965 in The knack (Palma d'Oro a Cannes) di Richard Lester, regista simbolo della Swinging London. Lei avrebbe potuto diventare una delle divine creature del movimento. Perché si è sottratta?
«Non l'ho fatto apposta. La vita è una serie di traiettorie inattese, imprevedibili. Mio marito John Barry era partito in America. Avevo vent'anni, avevo già avuto Kate ed ero molto triste. Sono tornata a vivere con i miei genitori, ma mi pesava. Allora ho accettato di fare un provino per un film. A Parigi. Così ho conosciuto Serge e non sono più tornata».
- Ma prima ancora c'era stato Blow up.
«Dovevo essere solo una comparsa, ma quel film ha segnato la mia carriera. Antonioni è stato di una estrema delicatezza con me e ha sempre seguito la mia carriera. Che grazia, che onestà, che pazienza. Ricordo il provino per Blow up: qualcuno mi chiede di scrivere il mio nome su un muro. Lo scrivo piccolissimo. Mi urlano: più grande! Alla terza lettera ti giri di profilo. JAN, profilo, E B e qualcuno urla ancora: perché fai così? Mi hanno detto di fare così, rispondo. Dice: scrivi forse il tuo nome così grande per attirare l'attenzione su di te? Allora scoppio a piangere farfugliando: mi hanno chiesto di scriverlo grande. E sento: cut! Allora Antonioní è venuto verso di me. "Questo volevo sapere: se lei era vulnerabile. Ora le do tre pagine da leggere, ma ci pensi bene perché nel film dovrà essere completamente nuda". Sono tornata a casa e ho raccontato tutto a John. "Se proprio ti devi spogliare, un film di Antonioni è quello per cui vale la pena farlo", mi ha detto. Ma ha aggiunto: "È comunque so che non lo farai mai. Perfino quando ti spogli a casa spegni sempre la luce". Merde! Mi sono detta. Lo farò».
intervista a Jane Birkin di Laura Putti,Repubblica 13 maggio 2007
Zabriskie Point
A guardarlo dal punto di vista delle immagini e delle sensazioni, soprattutto nella parte centrale, è un film magnifico, e Wenders viene da lì (Nel corso del tempo). Per il resto, molte perplessità: cos’è, la storia di un killer psicopatico che fugge con una ragazza ignara? A fermarsi soltanto sulla storia raccontata, sembra il classico thriller dozzinale. Conclusione: la storia è come una buccia di banana, serve per avvolgere e proteggere la parte buona. Del ’68 e delle rivolte giovanili ad Antonioni non importava molto, gli è servito solo da spunto per girare quello che voleva girare; idem per Blow up, che è forse più riuscito grazie all’espediente dell’omicidio nella foto. Qui è più anarchico e individualista, e quelle esplosioni finali finiscono con il dare il vero senso al film, oltre che rimandare a film come "Koyaanisqatsi" di Godfrey Reggio, che verranno molti anni dopo e che di questo finale sono quasi una citazione diretta.
(aprile 2000)
Professione reporter
- Da che cosa fuggi?
- Voltati indietro, e guarda.
(Maria Schneider e Jack Nicholson)
- Che cosa vedi?
- Un bambino e una vecchia, che stanno discutendo su quale strada prendere. (pausa)
- Non dovevi venire. (voci da fuori) E adesso, cosa vedi?
- Un uomo che si gratta una spalla, un bambino che tira dei sassi, e polvere. C'è molta polvere qui. (pausa) Non è strano come succedono le cose, qui? Come ce le costruiamo? (pausa) Sarebbe terribile essere ciechi...
- Io conoscevo un uomo che era cieco. Quando arrivò all'età di 40 anni si fece fare un'operazione e riacquistò la vista.
- E cosa ha provato?
- All'inizio era felice, incantato... Facce, colori, paesaggi... Ma poi tutto cominciò a cambiare: il mondo era più brutto di come se lo era immaginato. Nessuno gli aveva mai detto quanto sporco fosse, quanta miseria... Vedeva squallore dappertutto. Quando era cieco attraversava la strada da solo, con un bastone. Dopo aver riacquistato la vista, lo prese la paura. Cominciò a vivere nell'oscurità, non usciva più di casa. Dopo tre anni si tolse la vita. (lunga pausa) Ma tu che ci fai qui con me? (pausa; bacio)
(dialogo marocchino fra Nicholson e Maria Schneider, verso la fine)
Il protagonista del film dice apertamente di non credere alle coincidenze, al caso. Il fatto che io abbia visto questo film il 3 di maggio, dopo tanti anni, non è sicuramente una coincidenza. Questo remake del Fu Mattia Pascal è uno dei film più belli di Antonioni.
(maggio 2000)
(continua)
Michelangelo Antonioni ( II )
Quando si parlava molto di Antonioni, negli ani ’60 e ’70, saltava sempre fuori questa parola: “incomunicabilità”. Ce ne era anche un’altra: “alienazione”. L’immagine consueta era quella di Monica Vitti, bella, elegante, problematica. Questo accadeva quaranta o cinquant’anni fa: ma non sono sicuro che negli anni ’60 ci sia stato davvero un problema di incomunicabilità o di alienazione. Incomunicabilità e alienazione esistono oggi, nell’epoca in cui tutti girano con le orecchi chiuse dalle cuffie dell’ipod e con gli occhi fissi sul videofonino, ma nessuno ne parla più.
Un altro pensiero che mi torna spesso: se andate a vedere nei titoli di testa e di coda dei film di Antonioni, trovate sempre i nomi e gli indirizzi dei sarti che hanno realizzato i vestiti delle protagoniste. Dato che stiamo parlando degli anni ’50 e ’60, viene spontaneo osservare che i film di Antonioni (e di Fellini, e di Visconti...) hanno dato un contributo fondamentale al grande successo del “made in Italy”, dagli anni ’70 in su. Gli abiti di Monica Vitti in “Deserto rosso”, anno 1964, portati con grande eleganza da una grande attrice, non potevano non colpire gli ambienti interessati all’alta moda, a Parigi e negli USA. Da quando non ci sono più gli Antonioni e i Fellini e i Visconti, questo volano è venuto a mancare: anche da cose come questa nasce la grande crisi economica italiana, con buona pace di chi pensa che il cinema non serve a niente. In Italia si facevano cose belle ed eleganti, Antonioni e Fellini, Rossellini e Visconti, portavano prestigio al nostro Paese. Nessuno li ha sostituiti, e ci sono gravi colpe in questo declino: so anche i nomi di quelli che hanno affondato il cinema e la cultura in Italia, ma guai a dirli, questi nomi. Loro poi si offendono e protestano.
L'Avventura (1960) Regia di Michelangelo Antonioni. Scritto da Tonino Guerra, Elio Bartolini, M.Antonioni. Fotografia di Aldo Scavarda. Musiche originali di Giovanni Fusco Con Gabriele Ferzetti, Lea Massari, Monica Vitti, Dominique Blanchar, Renzo Ricci (145 minuti)
- Questa piccola villa verrà soffocata, tra poco.
- Lì ci verranno tutte case.
- Eh già. Non ci si salva più.
Difficile da riconoscere, ma questo dialogo è l'inizio di uno dei film più famosi di Michelangelo Antonioni, "L'avventura". E ' un film del 1960, ma non sembra. I protagonisti del dialogo sono Renzo Ricci, che interpreta il padre di Lea Massari (è lei che apre il film) e un anonimo muratore, che fa una rapida comparsa. Ricci è un diplomatico in pensione, e sua figlia sta per sposarsi con un architetto affermato. La piccola villa in questione è proprio quella del diplomatico, e sulle periferie romane incombe la speculazione edilizia.
Più avanti nel film, vedremo che il mancato genero, l'attore Gabriele Ferzetti, è molto ricco e affermato, ma soffre perché per il successo ha dovuto sacrificare la sua creatività, vera o presunta che fosse. Davanti allo splendore del barocco di Noto, in Sicilia, farà dei piccoli dispetti a un giovane architetto che sta studiando: rovescia sul disegno l'inchiostro di china, e sfiora la lite. Nel finale, tradisce malamente Monica Vitti, e piange.
Rivedendo questo film, dopo tanti anni, mi ha fatto una certa impressione notare che non è affatto invecchiato, e che anzi si è conservato benissimo, in tutta la sua modernità. Nel 1960, l'Italia poteva ancora salvarsi, ma la sua classe dirigente era fatta di tante persone della stessa stoffa dell'architetto interpretato da Ferzetti: per il denaro, e per il successo, si rinuncia presto al meglio di se stessi. E' una specie di patto col diavolo, un diavolo in apparenza bonario, come quello di tanti film di Alberto Sordi: praticamente non si vede, ma c'è e lavora. Ogni piccolo compromesso, con se stessi e con gli altri, è una sua vittoria. Nel film, e sempre a Noto, c'è anche questo dialogo fra Monica Vitti e Ferzetti:
- Io invece sono convinta che tu potresti fare cose belle...
- Non lo so... A chi servono ormai le cose belle? Quanto durano? Una volta avevano i secoli davanti, oggi al massimo sono dieci, vent'anni: e poi?
Ma siamo all'inizio di un amore, un amore ormai senza più remore, e quindi ci può essere un po' di ottimismo. Ma solo per la ragazza: ormai il nostro architetto sa che la redenzione attraverso l'amore non è più possibile, e che in fin dei conti anche l'Olandese Volante della leggenda viene sì salvato dall'amore di Senta, ma ad un prezzo troppo alto.
Oggi la speculazione edilizia, ben raccontata da tanti film degli anni '50 e '60 ( "Il tetto" di De Sica; "Le mani sulla città" , di Rosi...) è il nostro presente. Oggi ogni metro quadrato di asfalto o di cemento è un piccolo peggioramento, ma a convivere con il cemento e con l'asfalto ci siamo abituati, ed è questo ormai il nostro paesaggio naturale; e la stessa cosa è successa per i film, e per la pubblicità sempre più invadente con la quale vengono stravolti e infarciti, in televisione.
Il deserto rosso
Al di là dei noiosissimi discorsi che si facevano sempre su Antonioni (l’incomunicabilità, eccetera) e tenendo conto che il film è del 1964, colpisce molto vedere l’ANIC e l’AGIP, l’inquinamento da petrolio del delta del Po, le navi e i tralicci (come il Bertolucci di “La via del petrolio”, tre anni dopo), in sequenze quasi documentarie. Evidentemente, Antonioni sentiva molto questi temi, il tema del lavoro e quello degli operai: ma qui c’è anche molto la mano di Tonino Guerra, che ha scritto il film con Antonioni. Troviamo alcune cose che verranno poi riprese da Guerra negli anni successivi: in “Nostalghia” di Tarkovskij c’è il discorso dell’1+1=1, due gocce d’acqua che fanno una goccia più grande, però qui a fare l’esempio è un bambino, figlio della Vitti (a un’ora circa dall’inizio). E in “Amarcord” di Fellini c’è il Rex che passa vicinissimo alle barche, mentre qui c’è la nave da “bandiera gialla”. Interessante anche il paragone con il Bertolucci di “Prima della rivoluzione” (1963) per le sequenze di Stagno Lombardo: i due film sono praticamente contemporanei, è come se i due registi si fossero passati la parola. Nebbia, mare, banchine, nave, piattaforme petrolifere, Harris che cerca operai per la Patagonia, apparentano questo film ai documentari di Olmi per la Edison (anni ’50), oltre che al Bertolucci di “La via del petrolio” (1967). Non so cosa avesse in mente Antonioni, però visto da oggi il personaggio di Monica Vitti appare (chiedo scusa) come una cretina ricca che non sa come passare il tempo, apre un negozio pagato dal marito ma poi non sa cosa farne, eccetera. Altrettanto da cretini mi appare la scena nella casetta di legno sul mare, con i “giochini spinti”: però qui è interessante notare il confronto con il comportamento della gente comune del ferrarese, e del delta, come la giovane donna che liquida i discorsi cretini sul sesso dicendo “mi piace fare queste cose, non mi piace parlarne”.
Alle notizie sull’inquinamento, come quando il pescatore dice che le anguille “sanno di petrolio”, Richard Harris e il marito della Vitti ridono come se fossero scemenze, e ridono anche di fronte all’evidenza, come si fa ancora oggi in quegli ambienti, sia politici che industriali.
E’ molto reale anche il timore della poliomielite per il figlio della Vitti: l’anno è il 1964, erano ancora in corso le campagne di vaccinazione e quando io andavo a scuola, in quegli anni, in ogni classe c’era almeno un bambino poliomielitico.
I costumi sono di Gitt Magrini, al solito molto belli, e nei titoli di testa sono indicate le case di moda che li producono: quando si straparla del “made in Italy” ci si dimentica sempre del volano (di enorme potenza) che furono i film di Antonioni e di Fellini, visti in tutto il mondo e, cosa importante, visti dalle persone che contavano. Oggi tutto questo non esiste più, e bisognerebbe partire da qui per riflettere sulla crisi economica attuale, alla faccia dei Tremonti e dei Bossi (“con la cultura non si mangia”, dichiarazioni recentissime del ministro per l’Economia: gli ignorantoni e i ballabiott al governo...).
Musica di tal Fusco, con vocalizzi molto brutti di tal Cecilia Fusco (figlia?) e musiche elettroniche di Vittorio Gelmetti. Nel film si nomina spesso Medicina, che è un paese in provincia di Bologna: in quanti l’avranno capito, a parte Primo Casalini?
Tra le curiosità, un coniglio sulla riva del mare (che rischia di annegare, povera anima) sulla spiaggia rosa di Budelli dove è ambientato il racconto della Vitti a suo figlio, con la bambina che nuota nel mare limpido tra rocce che sembrano persone vere: chissà se è ancora così, Budelli...
E il veliero che vi appare, così come l’immagine della ragazza giovanissima che nuota, sono un rimando d’obbligo al finale di “Dillinger è morto” di Marco Ferreri, anno 1968.
La notte
Comincia come un capolavoro, poi si affloscia. Mastroianni dorme per quasi tutto il film, la Moreau sembra Laura Antonelli a cinquant’anni, la Vitti è molto bella. Non lo direi un bel film, ma c’è la mano del maestro in quasi tutte le sequenze. (settembre 1991)
- Questa sera ero molto triste, poi giocando con te mi era passata....e a desso sento che mi ripiglia! E’ come la tristezza di un cane...
Vitti a Mastroianni, da La notte (T.Guerra?)
Ho rivisto La notte (sceneggiatura di Tonino Guerra) ed è ancora un bel film, con qualche goffaggine e ingenuità (le passeggiate della Moreau, Gaslini che suona sotto la pioggia) che forse all’epoca sembravano nuove. Imbarazzante anche l’inizio, con la sequenza in ospedale e la “pazza seduttrice ninfomane”. Roba da ricchi, fin dall’inizio: ma Antonioni è comunque un maestro anche nel trattare personaggi così aridi, nelle sue mani sembra perfino che abbiano davvero dei sentimenti. (maggio 1997)
Jeanne Moreau su Antonioni
«"La notte" ha per me uno strano significato. Avevo incontrato Antonioni nel 1950 quando preparava I vinti. Io ero "pensionnaire" alla Comedie Française e lui mi chiese di girare quel film. Ma allora la compagnia aveva regole molto rigide, la sera si recitava e non mi fu permesso di lasciare Parigi. Nel '59 ero più libera e tutto era previsto per girare La notte, tanto che io dissi di no a Visconti per Rocco e i suoi fratelli. Ma Antonioni preferì girare prima L'avventura e io dovetti aspettare un anno». Al suo posto Visconti prese Annie Girardot la quale, grazie a Rocco, iniziò una carriera e incontrò Renato Salvatori. «Quel film trasformò la vita personale di Annie, la sua vita sentimentale. Si vede che quello era il suo il destino».
Le riprese di La notte furono molto dure. «Antonioni parlava pochissimo con Marcello e con me. Si girava sempre di notte fino all'alba. In francese, in inglese e in italiano, ed ero talmente allo stremo delle forze che quando, di giorno, dormivo, sognavo di venire svegliata da qualcuno che bussava alla porta. E mi svegliavo piangendo, implorando di non svegliarmi».
Condizioni fisiche difficili, un set povero. «Sono arrivata a Milano con i miei abiti, tutti comperati da Chanel. Gli abiti che indosso sono i miei. Ma i veri problemi sono stati altri: non fui pagata, e, anzi, Marcello e io pagammo i tecnici romani perché quelli milanesi, naturalmente, ebbero il loro compenso. Ricordo che dopo fui dura con Antonioni, parlai male di lui come regista, ma mi pentii. Un maestro è un maestro, anche se ha un cattivo carattere e idee diverse dalle tue».
intervista a Jeanne Moreau di Laura Putti, Repubblica 15 aprile 2007
(continua)
Un altro pensiero che mi torna spesso: se andate a vedere nei titoli di testa e di coda dei film di Antonioni, trovate sempre i nomi e gli indirizzi dei sarti che hanno realizzato i vestiti delle protagoniste. Dato che stiamo parlando degli anni ’50 e ’60, viene spontaneo osservare che i film di Antonioni (e di Fellini, e di Visconti...) hanno dato un contributo fondamentale al grande successo del “made in Italy”, dagli anni ’70 in su. Gli abiti di Monica Vitti in “Deserto rosso”, anno 1964, portati con grande eleganza da una grande attrice, non potevano non colpire gli ambienti interessati all’alta moda, a Parigi e negli USA. Da quando non ci sono più gli Antonioni e i Fellini e i Visconti, questo volano è venuto a mancare: anche da cose come questa nasce la grande crisi economica italiana, con buona pace di chi pensa che il cinema non serve a niente. In Italia si facevano cose belle ed eleganti, Antonioni e Fellini, Rossellini e Visconti, portavano prestigio al nostro Paese. Nessuno li ha sostituiti, e ci sono gravi colpe in questo declino: so anche i nomi di quelli che hanno affondato il cinema e la cultura in Italia, ma guai a dirli, questi nomi. Loro poi si offendono e protestano.
L'Avventura (1960) Regia di Michelangelo Antonioni. Scritto da Tonino Guerra, Elio Bartolini, M.Antonioni. Fotografia di Aldo Scavarda. Musiche originali di Giovanni Fusco Con Gabriele Ferzetti, Lea Massari, Monica Vitti, Dominique Blanchar, Renzo Ricci (145 minuti)
- Questa piccola villa verrà soffocata, tra poco.
- Lì ci verranno tutte case.
- Eh già. Non ci si salva più.
Difficile da riconoscere, ma questo dialogo è l'inizio di uno dei film più famosi di Michelangelo Antonioni, "L'avventura". E ' un film del 1960, ma non sembra. I protagonisti del dialogo sono Renzo Ricci, che interpreta il padre di Lea Massari (è lei che apre il film) e un anonimo muratore, che fa una rapida comparsa. Ricci è un diplomatico in pensione, e sua figlia sta per sposarsi con un architetto affermato. La piccola villa in questione è proprio quella del diplomatico, e sulle periferie romane incombe la speculazione edilizia.
Più avanti nel film, vedremo che il mancato genero, l'attore Gabriele Ferzetti, è molto ricco e affermato, ma soffre perché per il successo ha dovuto sacrificare la sua creatività, vera o presunta che fosse. Davanti allo splendore del barocco di Noto, in Sicilia, farà dei piccoli dispetti a un giovane architetto che sta studiando: rovescia sul disegno l'inchiostro di china, e sfiora la lite. Nel finale, tradisce malamente Monica Vitti, e piange.
Rivedendo questo film, dopo tanti anni, mi ha fatto una certa impressione notare che non è affatto invecchiato, e che anzi si è conservato benissimo, in tutta la sua modernità. Nel 1960, l'Italia poteva ancora salvarsi, ma la sua classe dirigente era fatta di tante persone della stessa stoffa dell'architetto interpretato da Ferzetti: per il denaro, e per il successo, si rinuncia presto al meglio di se stessi. E' una specie di patto col diavolo, un diavolo in apparenza bonario, come quello di tanti film di Alberto Sordi: praticamente non si vede, ma c'è e lavora. Ogni piccolo compromesso, con se stessi e con gli altri, è una sua vittoria. Nel film, e sempre a Noto, c'è anche questo dialogo fra Monica Vitti e Ferzetti:
- Io invece sono convinta che tu potresti fare cose belle...
- Non lo so... A chi servono ormai le cose belle? Quanto durano? Una volta avevano i secoli davanti, oggi al massimo sono dieci, vent'anni: e poi?
Ma siamo all'inizio di un amore, un amore ormai senza più remore, e quindi ci può essere un po' di ottimismo. Ma solo per la ragazza: ormai il nostro architetto sa che la redenzione attraverso l'amore non è più possibile, e che in fin dei conti anche l'Olandese Volante della leggenda viene sì salvato dall'amore di Senta, ma ad un prezzo troppo alto.
Oggi la speculazione edilizia, ben raccontata da tanti film degli anni '50 e '60 ( "Il tetto" di De Sica; "Le mani sulla città" , di Rosi...) è il nostro presente. Oggi ogni metro quadrato di asfalto o di cemento è un piccolo peggioramento, ma a convivere con il cemento e con l'asfalto ci siamo abituati, ed è questo ormai il nostro paesaggio naturale; e la stessa cosa è successa per i film, e per la pubblicità sempre più invadente con la quale vengono stravolti e infarciti, in televisione.
Il deserto rosso
Al di là dei noiosissimi discorsi che si facevano sempre su Antonioni (l’incomunicabilità, eccetera) e tenendo conto che il film è del 1964, colpisce molto vedere l’ANIC e l’AGIP, l’inquinamento da petrolio del delta del Po, le navi e i tralicci (come il Bertolucci di “La via del petrolio”, tre anni dopo), in sequenze quasi documentarie. Evidentemente, Antonioni sentiva molto questi temi, il tema del lavoro e quello degli operai: ma qui c’è anche molto la mano di Tonino Guerra, che ha scritto il film con Antonioni. Troviamo alcune cose che verranno poi riprese da Guerra negli anni successivi: in “Nostalghia” di Tarkovskij c’è il discorso dell’1+1=1, due gocce d’acqua che fanno una goccia più grande, però qui a fare l’esempio è un bambino, figlio della Vitti (a un’ora circa dall’inizio). E in “Amarcord” di Fellini c’è il Rex che passa vicinissimo alle barche, mentre qui c’è la nave da “bandiera gialla”. Interessante anche il paragone con il Bertolucci di “Prima della rivoluzione” (1963) per le sequenze di Stagno Lombardo: i due film sono praticamente contemporanei, è come se i due registi si fossero passati la parola. Nebbia, mare, banchine, nave, piattaforme petrolifere, Harris che cerca operai per la Patagonia, apparentano questo film ai documentari di Olmi per la Edison (anni ’50), oltre che al Bertolucci di “La via del petrolio” (1967). Non so cosa avesse in mente Antonioni, però visto da oggi il personaggio di Monica Vitti appare (chiedo scusa) come una cretina ricca che non sa come passare il tempo, apre un negozio pagato dal marito ma poi non sa cosa farne, eccetera. Altrettanto da cretini mi appare la scena nella casetta di legno sul mare, con i “giochini spinti”: però qui è interessante notare il confronto con il comportamento della gente comune del ferrarese, e del delta, come la giovane donna che liquida i discorsi cretini sul sesso dicendo “mi piace fare queste cose, non mi piace parlarne”.
Alle notizie sull’inquinamento, come quando il pescatore dice che le anguille “sanno di petrolio”, Richard Harris e il marito della Vitti ridono come se fossero scemenze, e ridono anche di fronte all’evidenza, come si fa ancora oggi in quegli ambienti, sia politici che industriali.
E’ molto reale anche il timore della poliomielite per il figlio della Vitti: l’anno è il 1964, erano ancora in corso le campagne di vaccinazione e quando io andavo a scuola, in quegli anni, in ogni classe c’era almeno un bambino poliomielitico.
I costumi sono di Gitt Magrini, al solito molto belli, e nei titoli di testa sono indicate le case di moda che li producono: quando si straparla del “made in Italy” ci si dimentica sempre del volano (di enorme potenza) che furono i film di Antonioni e di Fellini, visti in tutto il mondo e, cosa importante, visti dalle persone che contavano. Oggi tutto questo non esiste più, e bisognerebbe partire da qui per riflettere sulla crisi economica attuale, alla faccia dei Tremonti e dei Bossi (“con la cultura non si mangia”, dichiarazioni recentissime del ministro per l’Economia: gli ignorantoni e i ballabiott al governo...).
Musica di tal Fusco, con vocalizzi molto brutti di tal Cecilia Fusco (figlia?) e musiche elettroniche di Vittorio Gelmetti. Nel film si nomina spesso Medicina, che è un paese in provincia di Bologna: in quanti l’avranno capito, a parte Primo Casalini?
Tra le curiosità, un coniglio sulla riva del mare (che rischia di annegare, povera anima) sulla spiaggia rosa di Budelli dove è ambientato il racconto della Vitti a suo figlio, con la bambina che nuota nel mare limpido tra rocce che sembrano persone vere: chissà se è ancora così, Budelli...
E il veliero che vi appare, così come l’immagine della ragazza giovanissima che nuota, sono un rimando d’obbligo al finale di “Dillinger è morto” di Marco Ferreri, anno 1968.
La notte
Comincia come un capolavoro, poi si affloscia. Mastroianni dorme per quasi tutto il film, la Moreau sembra Laura Antonelli a cinquant’anni, la Vitti è molto bella. Non lo direi un bel film, ma c’è la mano del maestro in quasi tutte le sequenze. (settembre 1991)
- Questa sera ero molto triste, poi giocando con te mi era passata....e a desso sento che mi ripiglia! E’ come la tristezza di un cane...
Vitti a Mastroianni, da La notte (T.Guerra?)
Ho rivisto La notte (sceneggiatura di Tonino Guerra) ed è ancora un bel film, con qualche goffaggine e ingenuità (le passeggiate della Moreau, Gaslini che suona sotto la pioggia) che forse all’epoca sembravano nuove. Imbarazzante anche l’inizio, con la sequenza in ospedale e la “pazza seduttrice ninfomane”. Roba da ricchi, fin dall’inizio: ma Antonioni è comunque un maestro anche nel trattare personaggi così aridi, nelle sue mani sembra perfino che abbiano davvero dei sentimenti. (maggio 1997)
Jeanne Moreau su Antonioni
«"La notte" ha per me uno strano significato. Avevo incontrato Antonioni nel 1950 quando preparava I vinti. Io ero "pensionnaire" alla Comedie Française e lui mi chiese di girare quel film. Ma allora la compagnia aveva regole molto rigide, la sera si recitava e non mi fu permesso di lasciare Parigi. Nel '59 ero più libera e tutto era previsto per girare La notte, tanto che io dissi di no a Visconti per Rocco e i suoi fratelli. Ma Antonioni preferì girare prima L'avventura e io dovetti aspettare un anno». Al suo posto Visconti prese Annie Girardot la quale, grazie a Rocco, iniziò una carriera e incontrò Renato Salvatori. «Quel film trasformò la vita personale di Annie, la sua vita sentimentale. Si vede che quello era il suo il destino».
Le riprese di La notte furono molto dure. «Antonioni parlava pochissimo con Marcello e con me. Si girava sempre di notte fino all'alba. In francese, in inglese e in italiano, ed ero talmente allo stremo delle forze che quando, di giorno, dormivo, sognavo di venire svegliata da qualcuno che bussava alla porta. E mi svegliavo piangendo, implorando di non svegliarmi».
Condizioni fisiche difficili, un set povero. «Sono arrivata a Milano con i miei abiti, tutti comperati da Chanel. Gli abiti che indosso sono i miei. Ma i veri problemi sono stati altri: non fui pagata, e, anzi, Marcello e io pagammo i tecnici romani perché quelli milanesi, naturalmente, ebbero il loro compenso. Ricordo che dopo fui dura con Antonioni, parlai male di lui come regista, ma mi pentii. Un maestro è un maestro, anche se ha un cattivo carattere e idee diverse dalle tue».
intervista a Jeanne Moreau di Laura Putti, Repubblica 15 aprile 2007
(continua)
Michelangelo Antonioni ( III )
L'eclisse
Marta ha nostalgia del Kenya.
Vitti: Forse laggiù si pensa meno alla felicità! Le cose devono andare avanti un po' per conto loro, no? sbaglio?
Marta: No.
Vitti: Qui invece è tutto una gran fatica. Anche l'amore.
L’eclisse non è bello come altri film di Antonioni, ma può andare. Monica Vitti è cotonata, e anche lei è meno bella che altrove; e poi non c’è Mastroianni. Al suo posto, Alain Delon che interpreta un figlio di papà che fa l’agente di borsa a Roma. Insomma, tutto è un po’ così, la storia d’amore di questa ragazza annoiata è un po’ noiosa anche per noi «Perché dici sempre “non so”? E perché vieni sempre con me?» le chiede Delon. Lei non risponde ma è chiaro: non sa che cosa fare, e lui è un bel ragazzo. Però dirlo apertamente nel film non sta bene, e lei risponde con un «Vorrei non amarti» falso come un fotoromanzo. E difatti così gira la scena Antonioni, come se fosse un fotoromanzo.
Gran parte del film è girata in Borsa. Ottima Lilla Brignone, “malata di borsa”, che se la prende col centrosinistra appena nato. Monica Vitti fa una “danza negra”, l’amica del Kenya le dice che i negri sono come le scimmie. La “kenyana” è Mirella Ricciardi, l’altra amica è Rosanna Rory. Monica Vitti segue l’uomo che ha appena perso 50 milioni, lui si ferma al bar, fa dei disegni su un foglio. Sul foglio, che la Vitti raccoglie, ci sono dei fiori. Poi c’è la spider rubata, che finisce in acqua e che viene ripescata (con il morto). E il minuto di silenzio in Borsa. (marzo 2001)
E’ un capolavoro nella sua prima parte, e una pizza nella seconda (cioè da quando entra in scena da protagonista Alain Delon: ma anche Rabal, all’inizio, non scherza...). Da ricordare: Monica Vitti che “fa la negra” in casa dell’amica kenyana e la lunga sequenza in Borsa. E la Brignone, grandissima. Ma Antonioni era in stato di grazia, e in tutto il film le immagini sono splendide, e la narrazione per immagini è da manuale (il tempo in scorrimento, “scolpire il tempo”) Chi somigli ad Antonioni? Forse un po’ Moretti, qua e là. La Vitti è meno bella che in L’avventura e in Deserto rosso, ma sempre grande. Fa un po’ effetto vedere dalla parte dell'adulto questi anni ’60 nei quali ero bambino...La prima parte faceva un po’ pensare a “Professione reporter”. (luglio 1993)
Il grido
Lo si può apprezzare solo come tappa di approdo a qualcosa (L’avventura, Deserto rosso...) che sarebbe seguito. Il film è in realtà molto noioso, ma contiene germi interessanti, c’è anche un po’ il Wenders migliore, residui di neorealismo e documentarismo La sera prima avevo visto “Gente del Po”, primo film di Antonioni, un documentario breve del 1940, ed è quasi lo stesso film. Il suicidio del protagonista (si chiama Aldo) mi richiama un po’ un film di fantascienza, uno di Val Guest, quello che si svolge nella raffineria, e un po’ quel film di gangster con James Cagney che nel finale salta in aria su un impianto per qualche produzione che non so non mi ricordo più cos’era. Monica Vitti doppia l’attrice che fa la benzinaia, Steve Cochran è così noioso che quando muore si è perfino contenti perché finalmente il film è finito, e non si capisce bene come mai trovi quattro donne in due ore, e tutte giuste. Si capisce bene, invece, perché Alida Valli lo pianta. (Tra questo qui e “Moderato cantabile” di Peter Brook ho usato parecchio lo scorrimento veloce). (ottobre 1990)
Identificazione di una donna
Oscilla tra il film fesso e il grande cinema. Lo si guarda perché Antonioni è un maestro, ogni sua inquadratura è un incanto e una lezione di cinema, il tempo scorre denso nei suoi fotogrammi. Lo si guarda volentieri anche per la bellezza della Silverio e della Wendel; però il soggetto è da film fesso, e che il dio del cinema mi perdoni. (anno 1993)
Le amiche
Girato nel 1955, dimostra che Antonioni è sempre stato un maestro, anche se i suoi soggetti non sono sempre all’altezza. Questo ad esempio è un film falso, e la sua protagonista Clelia non è certo migliore delle altre “signore in pelliccia”. Si segnala anche Valentina Cortese, in una parte dimessa che non mi sarei aspettato da lei. Però il film è davvero girato bene, scritto e raccontato altrettanto bene, e gli attori recitano in maniera ideale. Se il soggetto, degno dei Vanzina anche se è tratto da Pavese, riesce a sembrare bello e interessante, è ragione per rendere omaggio al talento di Antonioni. (settembre 1993)
Al di là delle nuvole
E’ davvero un Antonioni: purtroppo, l’ultimo Antonioni, quello di Identificazione di una donna. L’episodio con KRS è condotto in modo ridicolo, idem quello con la Ardant e l’appartamento vuoto, gli altri così così, piuttosto bello solo il finale (“domani entro in convento”). Molto bella la fotografia, e i luoghi scelti come set. Mi dispiace doverlo dire, ma avevano ragione a ridere quei ragazzi dietro di me, al cinema. (settembre 1995)
“Un progetto che prevedeva storie europee, brevi, condensate e compatte come haiku giapponesi” dice Antonioni all’Espresso 11.09.1995. (Mah, sarà...)
spot per la Nannini
Michelangelo Antonioni, un quarto di secolo fa, girò lo spot (filmino) per la “camera a gas” di Gianna Nannini. Nulla di memorabile, un videoclip come tanti, non si direbbe proprio che sia opera di Antonioni.
(agosto 2007)
- Hollywood è come stare da nessuna parte e parlare con nessuno di niente.
(Michelangelo Antonioni, citazione da RCTV anno 1995)
«Bel regista Antonioni. Ha una Flaminia Zagato, una volta sulla fettuccia di Terracina mi ha fatto tirare il collo.» (battuta di Vittorio Gassman, dal “Sorpasso” di Dino Risi) (citato su L’Espresso 9 agosto 2007)
A proposito di Antonioni
Ho seguito con un po’ di noia (e anche fastidio, a volte) il profluvio di luoghi comuni seguiti alla morte quasi contemporanea di Bergman e di Antonioni, quest’estate. In particolare mi ha disturbato il richiamo alla mancanza di emozioni e alla noia che ispirerebbero i film di Antonioni. Non che la notazione in sè sia sbagliata, ci mancherebbe: ha anzi in sè molto di giusto, ed è una critica più che legittima. Mi ha disturbato che si sia approfittato di questo aspetto per fare una colpa ad Antonioni di essere stato troppo personale, di non aver fatto quello che ci si aspettava da lui, di non essere andato dietro agli umori del pubblico pagante.
Antonioni ha fatto i film che voleva fare. Era un grande artista, e ai grandi artisti è permesso fare quello che vogliono, con le loro creazioni. Anche agli altri è permesso, ma la differenza va rimarcata. Invece pare che si voglia livellare tutto, piallare ogni piccola sporgenza e adeguare tutto ai gusti di questo e di quello. A me piacciono le differenze, mi piace Antonioni così come mi piace Totò, sono contento perfino che ci siano Massimo Boldi e Christian De Sica, perché fanno ridere e perché più c’è varietà e più il mondo è bello e vale la pena di viverci. Questo è un mondo dove sempre più specie si estinguono, e un altro Antonioni non ci sarà più. Spariscono gli ippogrifi, gli unicorni, i pappagalli, gli uccelli del paradiso, gli orsi delle caverne, le tigri dai denti a sciabola, spariscono le libellule, le lucciole, i bradipi e gli elefanti, spariscono perfino le mucche e le farfalle, rimangono solo i cani da appartamento, i gatti castrati, i ratti e gli scarafaggi. C’è un gigantesco progetto di normalizzazione in corso: con gli animali siamo a buon punto, con il cinema è ormai cosa fatta. A meno che non si svegli il popolo di internet, e non venga soffocato: oggi la tecnologia è a portata di tutti, in teoria tutti possono realizzare un capolavoro con poca spesa. Però questo è un altro discorso, per intanto prendo atto di quello che succede; poi chiudo e passo la parola, perché di opinioni ce ne sono tante ed è giusto che io – elefante antidiluviano – venga qui, faccia il mio numero (un bel barrito con la proboscide alzata), e poi lasci spazio anche agli altri.
(dall'altro blog, anno 2007)
Marta ha nostalgia del Kenya.
Vitti: Forse laggiù si pensa meno alla felicità! Le cose devono andare avanti un po' per conto loro, no? sbaglio?
Marta: No.
Vitti: Qui invece è tutto una gran fatica. Anche l'amore.
L’eclisse non è bello come altri film di Antonioni, ma può andare. Monica Vitti è cotonata, e anche lei è meno bella che altrove; e poi non c’è Mastroianni. Al suo posto, Alain Delon che interpreta un figlio di papà che fa l’agente di borsa a Roma. Insomma, tutto è un po’ così, la storia d’amore di questa ragazza annoiata è un po’ noiosa anche per noi «Perché dici sempre “non so”? E perché vieni sempre con me?» le chiede Delon. Lei non risponde ma è chiaro: non sa che cosa fare, e lui è un bel ragazzo. Però dirlo apertamente nel film non sta bene, e lei risponde con un «Vorrei non amarti» falso come un fotoromanzo. E difatti così gira la scena Antonioni, come se fosse un fotoromanzo.
Gran parte del film è girata in Borsa. Ottima Lilla Brignone, “malata di borsa”, che se la prende col centrosinistra appena nato. Monica Vitti fa una “danza negra”, l’amica del Kenya le dice che i negri sono come le scimmie. La “kenyana” è Mirella Ricciardi, l’altra amica è Rosanna Rory. Monica Vitti segue l’uomo che ha appena perso 50 milioni, lui si ferma al bar, fa dei disegni su un foglio. Sul foglio, che la Vitti raccoglie, ci sono dei fiori. Poi c’è la spider rubata, che finisce in acqua e che viene ripescata (con il morto). E il minuto di silenzio in Borsa. (marzo 2001)
E’ un capolavoro nella sua prima parte, e una pizza nella seconda (cioè da quando entra in scena da protagonista Alain Delon: ma anche Rabal, all’inizio, non scherza...). Da ricordare: Monica Vitti che “fa la negra” in casa dell’amica kenyana e la lunga sequenza in Borsa. E la Brignone, grandissima. Ma Antonioni era in stato di grazia, e in tutto il film le immagini sono splendide, e la narrazione per immagini è da manuale (il tempo in scorrimento, “scolpire il tempo”) Chi somigli ad Antonioni? Forse un po’ Moretti, qua e là. La Vitti è meno bella che in L’avventura e in Deserto rosso, ma sempre grande. Fa un po’ effetto vedere dalla parte dell'adulto questi anni ’60 nei quali ero bambino...La prima parte faceva un po’ pensare a “Professione reporter”. (luglio 1993)
Il grido
Lo si può apprezzare solo come tappa di approdo a qualcosa (L’avventura, Deserto rosso...) che sarebbe seguito. Il film è in realtà molto noioso, ma contiene germi interessanti, c’è anche un po’ il Wenders migliore, residui di neorealismo e documentarismo La sera prima avevo visto “Gente del Po”, primo film di Antonioni, un documentario breve del 1940, ed è quasi lo stesso film. Il suicidio del protagonista (si chiama Aldo) mi richiama un po’ un film di fantascienza, uno di Val Guest, quello che si svolge nella raffineria, e un po’ quel film di gangster con James Cagney che nel finale salta in aria su un impianto per qualche produzione che non so non mi ricordo più cos’era. Monica Vitti doppia l’attrice che fa la benzinaia, Steve Cochran è così noioso che quando muore si è perfino contenti perché finalmente il film è finito, e non si capisce bene come mai trovi quattro donne in due ore, e tutte giuste. Si capisce bene, invece, perché Alida Valli lo pianta. (Tra questo qui e “Moderato cantabile” di Peter Brook ho usato parecchio lo scorrimento veloce). (ottobre 1990)
Identificazione di una donna
Oscilla tra il film fesso e il grande cinema. Lo si guarda perché Antonioni è un maestro, ogni sua inquadratura è un incanto e una lezione di cinema, il tempo scorre denso nei suoi fotogrammi. Lo si guarda volentieri anche per la bellezza della Silverio e della Wendel; però il soggetto è da film fesso, e che il dio del cinema mi perdoni. (anno 1993)
Le amiche
Girato nel 1955, dimostra che Antonioni è sempre stato un maestro, anche se i suoi soggetti non sono sempre all’altezza. Questo ad esempio è un film falso, e la sua protagonista Clelia non è certo migliore delle altre “signore in pelliccia”. Si segnala anche Valentina Cortese, in una parte dimessa che non mi sarei aspettato da lei. Però il film è davvero girato bene, scritto e raccontato altrettanto bene, e gli attori recitano in maniera ideale. Se il soggetto, degno dei Vanzina anche se è tratto da Pavese, riesce a sembrare bello e interessante, è ragione per rendere omaggio al talento di Antonioni. (settembre 1993)
Al di là delle nuvole
E’ davvero un Antonioni: purtroppo, l’ultimo Antonioni, quello di Identificazione di una donna. L’episodio con KRS è condotto in modo ridicolo, idem quello con la Ardant e l’appartamento vuoto, gli altri così così, piuttosto bello solo il finale (“domani entro in convento”). Molto bella la fotografia, e i luoghi scelti come set. Mi dispiace doverlo dire, ma avevano ragione a ridere quei ragazzi dietro di me, al cinema. (settembre 1995)
“Un progetto che prevedeva storie europee, brevi, condensate e compatte come haiku giapponesi” dice Antonioni all’Espresso 11.09.1995. (Mah, sarà...)
spot per la Nannini
Michelangelo Antonioni, un quarto di secolo fa, girò lo spot (filmino) per la “camera a gas” di Gianna Nannini. Nulla di memorabile, un videoclip come tanti, non si direbbe proprio che sia opera di Antonioni.
(agosto 2007)
- Hollywood è come stare da nessuna parte e parlare con nessuno di niente.
(Michelangelo Antonioni, citazione da RCTV anno 1995)
«Bel regista Antonioni. Ha una Flaminia Zagato, una volta sulla fettuccia di Terracina mi ha fatto tirare il collo.» (battuta di Vittorio Gassman, dal “Sorpasso” di Dino Risi) (citato su L’Espresso 9 agosto 2007)
A proposito di Antonioni
Ho seguito con un po’ di noia (e anche fastidio, a volte) il profluvio di luoghi comuni seguiti alla morte quasi contemporanea di Bergman e di Antonioni, quest’estate. In particolare mi ha disturbato il richiamo alla mancanza di emozioni e alla noia che ispirerebbero i film di Antonioni. Non che la notazione in sè sia sbagliata, ci mancherebbe: ha anzi in sè molto di giusto, ed è una critica più che legittima. Mi ha disturbato che si sia approfittato di questo aspetto per fare una colpa ad Antonioni di essere stato troppo personale, di non aver fatto quello che ci si aspettava da lui, di non essere andato dietro agli umori del pubblico pagante.
Antonioni ha fatto i film che voleva fare. Era un grande artista, e ai grandi artisti è permesso fare quello che vogliono, con le loro creazioni. Anche agli altri è permesso, ma la differenza va rimarcata. Invece pare che si voglia livellare tutto, piallare ogni piccola sporgenza e adeguare tutto ai gusti di questo e di quello. A me piacciono le differenze, mi piace Antonioni così come mi piace Totò, sono contento perfino che ci siano Massimo Boldi e Christian De Sica, perché fanno ridere e perché più c’è varietà e più il mondo è bello e vale la pena di viverci. Questo è un mondo dove sempre più specie si estinguono, e un altro Antonioni non ci sarà più. Spariscono gli ippogrifi, gli unicorni, i pappagalli, gli uccelli del paradiso, gli orsi delle caverne, le tigri dai denti a sciabola, spariscono le libellule, le lucciole, i bradipi e gli elefanti, spariscono perfino le mucche e le farfalle, rimangono solo i cani da appartamento, i gatti castrati, i ratti e gli scarafaggi. C’è un gigantesco progetto di normalizzazione in corso: con gli animali siamo a buon punto, con il cinema è ormai cosa fatta. A meno che non si svegli il popolo di internet, e non venga soffocato: oggi la tecnologia è a portata di tutti, in teoria tutti possono realizzare un capolavoro con poca spesa. Però questo è un altro discorso, per intanto prendo atto di quello che succede; poi chiudo e passo la parola, perché di opinioni ce ne sono tante ed è giusto che io – elefante antidiluviano – venga qui, faccia il mio numero (un bel barrito con la proboscide alzata), e poi lasci spazio anche agli altri.
(dall'altro blog, anno 2007)
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