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giovedì 8 aprile 2010

Una notte all'Opera ( I )

A Night at the Opera (1935) Regia di Sam Wood Fotografia: Merrit B. Gerstad Musica: Giuseppe Verdi, Ruggiero Leoncavallo, Chico e Harpo Marx. Musiche originali e arrangiamenti di Herbert Stothart, canzoni: “Alone” di Nacio Herb Brown e Arthur Freed , “Così cosà” di Ned Washington, Kaper & Jurmann. Coreografie di Chester Hale. Con Groucho, Chico e Harpo Marx; Margaret Dumont, Siegfried Rumann, Kitty Carlisle, Allan Jones, Walter King (96 minuti)

Chi non ha mai visto i fratelli Marx non sa cosa si è perso, ma per sua fortuna è ancora in tempo per rimediare: si consiglia soprattutto “La guerra lampo dei fratelli Marx” (Duck soup, 1933) e “Una notte all’opera” (A night at the Opera, 1935), che sono i due più belli, ma in tutti i film dei Marx c’è sempre almeno una scena da non perdere.
Ecco, tutto quello che c’era da dire sui fratelli Marx l’ho detto: di più non c’è molto da aggiungere, a parte le biografie. Ma su questo ci sono moltissimi libri e siti internet, cos’altro scrivere? Parlerei per mesi dei Marx, riempirei il sito di foto e di filmati, ma per fortuna non ce n’è bisogno, Groucho e i suoi fratelli sono tutt’altro che dimenticati.
Una cosa però la posso fare, ed è parlare di “Una notte all’Opera” come appassionato di musica e d’opera lirica. Ecco, qui forse posso essere utile a qualcuno: capire cosa succede nel film, dal punto di vista operistico, rende il film ancora più divertente. Per esempio, questo costume che indossa Harpo: è quasi sicuramente preso dalla Madama Butterfly, una divisa da ufficiale di marina americano, primi del '900.
L'opera lirica in tv o al cinema, o su dvd, è quasi sempre uno strazio. Lo dico da appassionato, loggionista alla Scala per vent'anni filati: se ne salvano pochi, di film e dvd tratti da una cosa che è assolutamente nata e fatta per il teatro. Detto questo, e nominati per la precisione alcuni dei pochi capolavori in questo campo (Il flauto magico di Mozart-Bergman, il Don Giovanni di Mozart-Losey, il Mosè e Aronne di Schoenberg-Straub&Huillet, qualche ripresa storica di tipo documentario, i "Racconti di Hoffmann" di Offenbach con la regia di Powell&Pressburger), questo è il film che sbaraglia il campo in maniera assoluta. E non c'è da meravigliarsi, perché l'Opera contiene in sè la follia, che ne è parte essenziale: e la follia assoluta, al cinema, sono i Fratelli Marx. Qui sono così grandi che si raggiunge la poesia; peccato soltanto che l’esecuzione musicale sia di qualità scarsa, si poteva e si doveva fare di meglio, ma pazienza.
Quel “Trovatore” (libretto di Salvatore Cammarano, musica di Giuseppe Verdi, prima rappresentazione 1853) nel finale, con Harpo che si arrampica sulle funi del palcoscenico e così facendo cambia continuamente la scena che appare sullo sfondo, davanti ai cantanti, è assolutamente magico, inarrivabile. Ma sono memorabili anche l'inizio, con Groucho che si chiede come farà il Pagliaccio a dormire con quei bottoni così grossi sul pigiama, e con la stesura del contratto fra Groucho e Chico; e la scena della cabina, che con la musica ha a che fare molto più di quanto non si pensi (che cos'è, una fuga, un concertato, un contrappunto a più voci?). La vera natura dell'opera lirica emerge nel cinema in modo così clamoroso solo poche altre volte, per esempio nei film di Sergio Leone, con gli attori che si fermano e il tempo che si dilata, come accade nelle nostre emozioni quotidiane e come accade sul palcoscenico dell'Opera Lirica. Ma è un discorso lungo, qui mi fermo e vi rimando a “Una notte all’Opera” e a tutti i film dei fratelli Marx, certamente, ma anche al concertato della Lucia di Lammermoor di Donizetti - quando le spade si sguainano, tutti i protagonisti sono in scena e sembra che stia per succedere una carneficina, ma invece inizia il grande concertato: "Chi mi frena in tal momento?".

La prima opera che incontriamo è “I Pagliacci” di Ruggiero Leoncavallo (1857-1919): non è un’opera buffa, come si potrebbe pensare, ma un dramma che nasce da una storia vera, un pagliaccio che uccide la sua compagna per gelosia, durante uno spettacolo in piazza. Il padre di Leoncavallo era un magistrato, e si trovò a dover giudicare questo triste fatto; e il giovane Ruggiero se ne ricordò quando cercava un soggetto per una sua opera. Leoncavallo scriveva da sè anche i testi, a differenza degli altri musicisti; e il testo dei “Pagliacci” è decisamente buono, migliore di molti altri libretti d’opera. La prima rappresentazione dei “Pagliacci” avvenne nel 1892: dato che il film è del 1935 è quindi da considerarsi musica contemporanea, più contemporanea di quanto non lo siano per noi i Beatles o Lucio Battisti.
L’allestimento che vediamo nel film è molto fedele all’originale: all’apertura del sipario si annuncia infatti “un grande spettacolo a ventitré ore” (cioè alle undici di sera: i libretti d’opera sono spesso un po’ tortuosi nell’esprimere un concetto), ed è esattamente quello che mostrano le immagini.
Le libertà verso i “Pagliacci” arriveranno dopo: il tenore famoso ma antipatico (un altro tenore più simpatico, suo rivale, è invece amico dei Marx) cadrà subito vittima delle gags di Groucho e di Chico, che non sto qui a raccontare ma che consiglio caldamente di vedere.
E’ da notare che Groucho canticchia più volte nel film uno dei momenti più celebri dell’opera, il famoso “Ridi pagliaccio”: però, non conoscendo l’italiano, equivoca sul titolo e canta invece “Ridi pagliacci”. Direi che non se ne accorge nessuno, una piccola imprecisione che sottolineo solo perché di solito i Marx sono dei perfezionisti assoluti e non ammettono errori.

mercoledì 7 aprile 2010

Una notte all'opera ( II )

A Night at the Opera (1935) Regia di Sam Wood Fotografia: Merrit B. Gerstad Musica: Giuseppe Verdi, Ruggiero Leoncavallo, Chico e Harpo Marx. Musiche originali e arrangiamenti di Herbert Stothart, canzoni: “Alone” di Nacio Herb Brown e Arthur Freed , “Così cosà” di Ned Washington, Kaper & Jurmann. Coreografie di Chester Hale. Con Groucho, Chico e Harpo Marx; Margaret Dumont, Siegfried Rumann, Kitty Carlisle, Allan Jones, Walter King (96 minuti)
Nella parte centrale del film, come ben sanno gli appassionati, siamo a bordo di una nave: episodio comune, prima dell’inizio dei viaggi aerei, ancora nei primi anni ’60. Le lunghe navigazioni dall’Europa all’America (Usa e Argentina, soprattutto) hanno una ricca aneddotica nelle memorie dei più grandi cantanti e direttori d’orchestra del Novecento. In “Una notte all’Opera” si immagina che la prima parte si svolga in Italia (se ci si fa caso, nel teatro i cartelli sono scritti in italiano) e che poi ci si sposti in America.
Qui si ascoltano le canzoni scritte apposta per il film da autori famosi in quegli anni ad Hollywood: devo dire che sono bruttine, soprattutto l’interminabile “Così cosà” che riprende e sviluppa quasi tutti i luoghi comuni sull’Italia e gli italiani. Anche le coreografie non mi sembrano memorabili, ma alcune cose sono divertenti, direi soprattutto la grande spaghettata offerta a Chico e ad Harpo; ma questi sono i momenti del film dei quali farei volentieri a meno.

La passione per l’opera in America nasce in gran parte dall’immigrazione italiana. A questo proposito, riporto qui un frammento da questo articolo di Federico Rampini, che racconta dell’emigrazione italiana in California: « (...) Pescatori e netturbini forniscono la base di massa per un fenomeno culturale, la popolarità dell'opera. Nel 1850 all'angolo fra Jackson Street e Kearny si inaugura il primo teatro lirico della California, con La Sonnambula di Bellini. Per reclutare i coristi il direttore d'orchestra va a colpo sicuro: li prende sui moli del Fishermen's Wharf, dove i pescatori rammendano le tele cantando a memoria Ernani e La Traviata. Quando la soprano Luisa Tetrazzini annuncia che interpreterà dei brani d'opera alla vigilia di Natale del 1910, le autorità devono spostare il concerto in piazza, sulla Market Street: per ascoltarla accorre una folla di 250mila persone. Prima del miracolo economico giapponese, molto prima che la globalizzazione risvegli l'Asia tutta intera, San Francisco s'impone come la più importante piazza finanziaria affacciata sul Pacifico. Anche questo avviene grazie agli italiani. Il milanese John Fugazi nel 1893 crea la cassa di risparmio Columbus Savings & Loans. Il ligure Andrea Sbarboro nel 1899 fonda la Italian-American Bank. La figura più importante è Amedeo Giannini che nel 1904 dà origine alla Bank of Italy, poi divenuta la Bank of America, tuttora uno dei colossi della finanza mondiale. In un'epoca in cui ancora i banchieri vogliono svolgere una missione sociale, Giannini si conquista l'aureola del salvatore di North Beach. Dopo il terremoto che distrugge San Francisco nel 1906, lui dà fondo alle riserve per prestare senza garanzie a tutte le famiglie di pescatori della zona. Grazie ai suoi aiuti nella ricostruzione, il quartiere italiano è il primo a rinascere dalle macerie. Anche nel ruolo della California come laboratorio di rivoluzioni tecnologiche, c'è un'impronta italiana. Per esempio quella di Giovanni e Teresa Jacuzzi, immigrati nel 1907 da Casarsa nel Friuli coi loro tredici figli. Una dinastia d'ingegneri con la passione dei motori a propulsione. Ne inventano per estrarre 1'acqua dai pozzi e irrigare 1'agricoltura più fertile d'America. Poi li usano nell'aviazione, fondano la compagnia aerea Jacuzzi Brothers che collega con voli di linea San Francisco e Oakland, Richmond, Sacramento. Abbandonano gli aerei nel 1921, dopo un tragico incidente sul parco Yosemite. (...)»
Federico Rampini, La Repubblica, 27.12.2009
Il personaggio di Chico Marx, nell’originale, è la caricatura dell’immigrato italiano; dal suo accento improbabile nascono alcune delle sue gags migliori, ma per noi italiani non è facile tradurle. All’inizio di “Una notte all’opera”, anche Harpo diventa italiano: lo scambio dei salami con Chico è significativo, oltre che divertente. Cos’altro potrebbero regalarsi, due italiani che non si rivedono da tanto tempo?
Alla festa a bordo del transatlantico seguono i numeri musicali di Chico e di Harpo, che sono molto belli, tutti da vedere. Harpo e Chico erano eccellenti musicisti, a differenza di Groucho; qui abbiamo un bel saggio della loro bravura. Si inizia con Chico che suona il pianoforte in maniera buffa: ed è molto bello ascoltare il sonoro originale del film, con le risate autentiche dei bambini. Avendo tentato di imparare a suonare il pianoforte, tanti anni fa, devo dire che questi sono i momenti in cui sospiro e provo una vera invidia (di quelle verdi). Specifico meglio: ho molto ammirato ma non ho mai invidiato Pollini o Arrau o Benedetti Michelangeli; ho invidiato Horowitz e Artur Rubinstein; ho amato molto Sviatoslav Richter; ma quello che avrei voluto veramente fare è quello che fa Chico Marx, suonare per far ridere i bambini. E Chico non solo suona bene, ma è anche molto divertente: senza bisogno di smorfie o di parolacce, semplicemente suonando.

Dopo Chico, è il turno di Harpo: che prima gioca e scherza con il pianoforte, poi passa al suo strumento: l’arpa. In quasi tutti i suoi film Harpo Marx suona l’arpa: e diventa serissimo, si vede che ci teneva molto e che gli piaceva. Ed anche per me è un piacere, ogni volta, rivederlo e ascoltarlo suonare.
Per chi non ne sapesse niente, va ricordato che l’arpa non è uno strumento riservato solo alle signore: uno dei più grandi solisti d’arpa fu lo spagnolo Nicanor Zabaleta, e in un altro campo, la musica del Nord Europa, un famoso suonatore d’arpa è il bretone Alan Stivell.

martedì 6 aprile 2010

Una notte all'Opera ( III )

A Night at the Opera (1935) Regia di Sam Wood Fotografia: Merrit B. Gerstad Musica: Giuseppe Verdi, Ruggiero Leoncavallo, Chico e Harpo Marx. Musiche originali e arrangiamenti di Herbert Stothart, canzoni: “Alone” di Nacio Herb Brown e Arthur Freed , “Così cosà” di Ned Washington, Kaper & Jurmann. Coreografie di Chester Hale. Con Groucho, Chico e Harpo Marx; Margaret Dumont, Siegfried Rumann, Kitty Carlisle, Allan Jones, Walter King (96 minuti)
In “Una notte all’Opera” il momento clou è senz’altro “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi. Mentre per “I pagliacci” di Leoncavallo ci eravamo limitati a vedere un allestimento tradizionale, qui la fantasia dei Marx si scatena: ma è una sequenza di quelle che non si possono raccontare, tutta da vedere, da non perdere.
“Il Trovatore” nasce da un romanzone spagnolo di ambientazione medievale del quale si è persa la memoria; la sua prima rappresentazione è nel 1853. Il libretto è stato scritto da Salvatore Cammarano, la storia è quella di due fratelli che non sanno di essere fratelli, perché uno di loro fu rapito nella culla. Il fratello rapito, allevato dagli zingari, è un trovatore: cioè un poeta e cantante, che fa innamorare di sè la bella Leonora. Leonora vive nel castello del Conte di Luna: che è il fratello del Trovatore, ma non lo sa.

Lo sfondo di questa storia è una guerra civile che non saprei identificare; e gran parte vi hanno gli zingari, che vediamo in gran numero sul palcoscenico. Agli zingari del Trovatore, Giuseppe Verdi ha dedicato molta musica e un coro famoso; a questa musica si associano di solito danze e balli, in palcoscenico. Ed è quello che vediamo anche in “Una notte all’Opera”, con la differenza che Harpo e Chico si intromettono nella coreografia. Qualcosa di simile avviene anche in “Il Milione” di René Clair, di qualche anno precedente: un altro capolavoro, anch’esso da non perdere.

La zingara Azucena è protagonista nel “Trovatore”: una parte bellissima, che tutte le cantanti (il ruolo è per mezzosoprano) cercano di interpretare prima o poi nella loro carriera. Ha dei caratteri stregoneschi, ma non è un personaggio del tutto negativo: è stata una madre affettuosa per Manrico (il trovatore), e la sua cattiveria nel corso dell’opera è motivata da gravi angherie subite in passato. Tutto questo viene spiegato nel libretto, e non mi dilungo: questo accenno serve soltanto per capire le smorfie che fanno i Marx (tutti e tre) all’apparire di Azucena; che a dire il vero è truccata in modo molto greve ed esagerato. Non è affatto necessario conciare così la povera zingara, che nell’opera ha molta dignità; ma nel film ci può stare.

L’ultima scena del “Trovatore” che vediamo nel film è il famoso “miserere”, una delle più belle pagine verdiane. Il trovatore è stato catturato dal Conte e confinato in una torre; Leonora vive con lui questo momento di passione, mentre il coro (fuori scena) intona un canto sacro in latino, appunto il “Miserere”.
Che sarà anche il bis, ad opera finita, eseguito tra gli applausi per il tenore (quello simpatico) e per il soprano. Applausi tutt’altro che giustificati: si tratta di un’esecuzione molto scadente, ed è un peccato. “Una notte all’opera” , con tutte le sue invenzioni e la sua fantasia, avrebbe meritato un cast di tutt’altro livello. Gli interpreti vocali di questa scena rimangono anonimi: non sono citati nei titoli di coda, ed è meglio che sia così. Meglio per noi, e per loro (ma è probabile che siano gli stessi attori che vediamo in scena).
E’ notevole la somiglianza (più che voluta) del direttore d’orchestra con Arturo Toscanini. Questo fermo immagine, per esempio, potrebbe facilmente trarre in inganno, ed essere pubblicato su qualche rivista spacciandolo per una vera foto del Maestro, tra i più grandi del Novecento. Il vero Toscanini in quegli anni stava lasciando l’Italia, e (dopo l’Anschluss) anche l’Europa: nazisti e fascisti lo spinsero a cercare rifugio in America, dove gli furono tributati grandi onori e dove la rete tv NBC creò un’orchestra apposta per lui.
Harpo e Chico si infiltrano nell’orchestra, e creano danni: quello qui sopra è lo spartito (si direbbe legato al baseball) che viene eseguito dall’orchestra “per errore”.
In ultima analisi, basterà una riga per ribadire quello che tutti gli appassionati di cinema già sanno: “A night at the Opera” è uno dei più grandi film della storia del cinema, ma solo quando ci sono in scena i fratelli Marx.