giovedì 28 ottobre 2010

La luna ( I )

La luna (1979) Regia di Bernardo Bertolucci. Scritto da Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci, Franco Arcalli. Fotografia di Vittorio Storaro. Musica di Giuseppe Verdi (scene da Il Trovatore e Un ballo in maschera, frammenti da “Rigoletto” e “La traviata”), Wolfgang A. Mozart (Soave sia il vento, da Così fan tutte), molte canzoni. Musiche originali di Ennio Morricone. Interpreti: Jill Clayburgh, Matthew Barry, Tomas Milian, Elisabetta Campeti (Arianna), Veronica Lazar (Marina), Fred Gwynne (Douglas), Peter Eyre (Edward), Stéphane Barat (Mustafà), Rodolfo Lodi (maestro di canto), Roberto Benigni, Pippo Campanini, Renato Salvatori, Franco Citti, Carlo Verdone, Enzo Siciliano. Durata: 142 minuti
Hai voglia a dire “questo film me lo ricordo”... In realtà sono passati trent’anni dall’unica volta che l’ho visto, al cinema; e il mio ricordo mi diceva soltanto che questo è un film molto bello, ma è anche un pugno nello stomaco. Una madre che scopre il figlio quindicenne che si droga: ed è droga pesante, non uno scherzo ma qualcosa di terribile. Siamo nel 1979, la droga (l’eroina) era ancora assunta in modo molto cruento e doloroso, con un’iniezione nelle vene. Gli eroinomani si facevano anche due iniezioni al giorno: in capo a una settimana, le vene che affiorano non bastavano più. Questo è ciò che viene raccontato nel film, e da qui nasce il “pugno nello stomaco” di cui dicevo prima: un pugno tanto più violento quanto il film è bello, luminoso, pieno di bella musica e di gente ricca e ben educata.

Oggi ci siamo civilizzati, la droga viene assunta con metodi meno cruenti, con il tramite di pastiglie e inalazione di polveri, ma sempre droga resta. Da qualche anno, gli analisti chimici hanno cominciato a prendere in cosiderazione l’acqua che raggiunge i depuratori delle grandi città: prima non era mai venuto in mente a nessuno di farlo, ma – dato che droghe e farmaci vengono smaltiti attraverso le urine – questo è il dato sicuramente più attendibile che abbiamo sulla diffusione delle droghe, più attendibile delle statistiche sul consumo di droga, alle quali sfugge sempre, per forza di cose, una parte del mercato. I dati sulla presenza di droghe nei liquidi di scarico, dunque, esistono e sono impressionanti. Drammi come questo che ci presentava Bertolucci nel 1979 esistono ancora, ma accorgersene è diventato sempre più difficile, per un genitore. La siringa non esiste quasi più; le crisi di astinenza sono governabili con pastiglie e con una buona dose di sonno; le conseguenze sono però le stesse.
Bertolucci non nasconde mai niente, per questo – anche se fa un cinema magnifico e spettacolare, e sa raccontare una storia meglio di chiunque altro - può risultare sgradevole. Tenere sempre gli occhi aperti, non chiudere gli occhi sulla realtà, non far finta che la realtà non esista: questo sembra essere il motto di Bertolucci, che può davvero risultare duro e sgradevole, e qui lo è come poche altre volte. Bisogna aggiungere che il film ha momenti di enorme bellezza, che Roma al cinema si è vista così bella e calda poche altre volte, e che comunque tutto si risolve bene, con un lieto fine almeno momentaneo. Nella nostra realtà, ci ricorda Bertoluccci, avvengono anche cose sgradevoli, che possono perfino arrivare a toccarci direttamente: anche se al cinema ci si va per divertirsi, non è certo voltando gli occhi da un’altra parte che si risolvono i problemi.
Oltretutto, Bertolucci ha la finezza di mostrarci degrado e droga nei quartieri ricchi, tra gente famosa, e non nei bassifondi o tra studenti non meglio identificabili, o magari tra i giovani militari. E’ questo, per esempio, il senso della scena nel bar, quella con Citti: un ragazzo non ricco avrebbe finito con il prostituirsi per avere la sua dose di droga, è questo che ci sta dicendo Bertolucci. Per sua fortuna, il ragazzo protagonista del film ha una madre ricca e famosa, che lo assisterà e lo aiuterà sia pure con goffaggini e cadute nel vuoto.
Giustamente, nell’intervista riportata sul dvd ufficiale, Bertolucci si stupisce di un fatto: che cioè, dopo l’uscita di “La luna”, abbiano suscitato più disgusto e riprovazione le scene che trattano di incesto, che non quelle dove si vede il ragazzo che si droga. Io avrei preferito non vedere nessuna delle due, così come avrei preferito non vedere alcune ben determinate sequenze di “Novecento”, ma capisco le ragioni di Bertolucci e approvo la sua poetica, e pur avendo sempre qualcosa da ridire non posso non ammirare la bellezza e la potenza dei suoi film, soprattutto se confrontati con la pochezza del cinema degli ultimi anni, non soltanto quello italiano ma anche – ed è triste doverlo dire - quello di Hollywood.
“La luna” è il film che Bertolucci gira subito dopo “Novecento”, ed è interessante notare che qui comincia un cambio di stile, rispetto anche al “Conformista”, e che Bertolucci diventa più leggero, più luminoso: è lo stile che porterà ai film successivi, al “Piccolo Buddha”, a “L’assedio”, al trionfo degli Oscar di “L’ultimo imperatore”. Questo primo stile di Bertolucci, più diretto e “violento”, tornerà in “The dreamers”, bello e difficile, che è a tutt’oggi il suo ultimo film.

In “La luna” grandissima parte ha l’opera lirica, con tanto di visita alla casa natale di Giuseppe Verdi. Le due opere di Verdi che vediamo nel film sono “Il trovatore” e “Un ballo in maschera”; in più si ascolta un frammento dal “Così fan tutte” di Mozart, nella scena dell’incontro con il vecchio maestro di canto, e un frammento dal preludio alla “Traviata”, sempre di Verdi. Non so quanto ne possano capire gli sfortunatissimi spettatori che non conoscono l’opera, ma non sono scelte fatte a caso, non è musica messa qui soltanto per amore della musica di Verdi, ma è una scelta strettamente connessa alla narrazione: ne parlerò diffusamente nel prossimo post, per intanto anticipo che io sono sempre molto geloso per l’opera, perché ognuno ha il suo immaginario e “Tacea la notte placida” io lo vedo in modo diverso. Inoltre trovo Jill Clayburgh poco credibile come cantante d’opera, anche se c’è una cantante che le somiglia moltissimo fisicamente e che nel 1979 era nel pieno della carriera, il soprano (italiana di origine bulgara) Raina Kabaivanska. E’ comunque molto bello il giro dietro le quinte del ragazzo, e sono divertenti da vedere gli scenari con teli dipinti e l’acqua “di plastica” mossa a mano, che fa rima con le cascate del Niagara viste al cinema nella scena precedente.

Gli attori: Jill Clayburgh è brava ma poco simpatica, e questo non aiuta a immedesimarsi nel suo personaggio; mi viene da dire che si tratta esattamente di ciò che voleva Bertolucci. Il ragazzo, suo figlio, è molto ben scelto; l’attore che lo interpreta, Matthew Barry, ha continuato a fare cinema sia come attore che come “casting director” in moltissimi film.
Il terzo protagonista è Tomas Milian, reduce dai successi commerciali della serie di “Monnezza”; molti non lo sanno ma Milian (cubano) è sempre stato un attore serissimo e molto controllato, e quindi non deve stupire di vederlo anche qui così serio e intenso. L’eccezione per Milian fu, appunto, il personaggio di “Monnezza”, al quale si dice molto legato e molto affezionato, e direi che ha ragione perché si tratta di un’eccellente prova d’attore. In “La luna” Milian interpreta un maestro di scuola, in una bella sequenza che dovrebbe essere mostrata ad libitum all’attuale ministro dell’Istruzione, la signora Gelmini secondo la quale bocciare gli studenti è l’unica forma di istruzione possibile.

Ci sono molte altre belle presenze nel cast: Alida Valli, come sempre bravissima e di grande presenza, è la madre di Tomas Milian; l’amico Pippo Campanini (che non faceva l’attore di mestiere) ricambia Bertolucci con una presenza buffa e sorridente nella parte dell’oste; piccole ma significative apparizioni per due attori importanti come Renato Salvatori e Franco Citti. Ci sono anche Roberto Benigni e Carlo Verdone, in due parti minuscole ma comunque ben riuscite (il tappezziere e il regista d’opera a Caracalla), più lo scrittore e critico Enzo Siciliano come direttore d’orchestra in teatro.
L’attore che interpreta il marito di Jill Clayburgh, all’inizio del film, ha un nome che mi suonava stranamente familiare; guardando su http://www.imdb.com/ ho capito subito perché: si chiama Fred Gwynne e ha interpretato un centinaio di film nella sua carriera, ma in apertura di pagina c’è un faccione sorridente, Herman Monster, capofamiglia stile Frankenstein del telefilm anni ’60 rivale degli Addams. Difficile da riconoscere sotto quel trucco pesantissimo, ma Fred Gwynne è proprio quello dei “Mostri”: qui lo vediamo con la sua vera faccia, ed è un attore di quelli a cui ci si affeziona, devo dire che vederlo uscire di scena così presto fa davvero dispiacere.

Rodolfo Lodi, l’anziano maestro di canto, è un attore attivo negli anni ’50 e ’60; Veronica Lazar (Marina, l’amica di Jill Clayburgh) ha recitato in molti film di Bertolucci; Elisabetta Campeti appare solo in questo film, ed è un peccato perché è molto brava. Lo stesso discorso vale per l’altro ragazzo del cast, Stéphane Barat (Mustafà), anche lui molto bravo, al quale spetta un piccolo anticipo di “Il tè nel deserto”.

2 commenti:

bandeàpart ha detto...

ho scoperto oggi il tuo bellissimo blog...ti linko e ti posto sul mio...se ti va di venire a dare un'occhiata sono qui (http://cineclubbandeapart.blogspot.com/)

ciao

Giuliano ha detto...

ho un debole per la gente di Bari...(in Puglia si mangia bene e ci sono tante cose buone, quasi come a Parma)
:-)