venerdì 18 dicembre 2009

The Navigators

The Navigators (Paul, Mick e gli altri, 2001). Regia di Ken Loach. Scritto da Rob Dawber. Fotografia di Barry Ackroyd e Mike Eley. Musica di George Fenton. Con Tom Craig, Joe Duttine, Venn Tracey, Dean Andrews, Clare McSwain, Juliet Bates, Charlie Brown, John Aston. Durata: 96’

Paul è sposato con Lisa e ha due bambine alle quali vuole un gran bene. E’ separato: Lisa non lo fa nemmeno entrare in casa ed è così dura che quando lui le porta un mazzo di fiori gli dice di farlo passare attraverso la buca delle lettere, e così vediamo che succede, con i risultati prevedibili. Ma Paul è un bravo ragazzo e un ottimo padre, stravede per le bambine ed è ricambiato. Quando le porta a pattinare sul ghiaccio, Ken Loach ci regala una delle sue sequenze più belle. A metà film, Paul (che è bello e giovane, come la sua ex moglie) trova compagnia. Va a casa della sua amica ma quando le cose cominciano a prendere una buona piega ecco apparire una bella biondina: è la figlia della giovane donna, anche lei separata come Paul. Spiega che ha avuto un incubo, e che adesso vorrebbe un po’ di latte caldo preparato dalla sua mamma. I due si ricompongono e la mamma prende in braccio la sua bambina. Poi la bimba si rivolge a Paul, gli chiede se è un amico della mamma e se hanno intenzione di sbaciucchiarsi (no, vero? che orrore!), poi gli spiega che ieri sera ha letto un libro dove c’erano dei mostri, e adesso se li è sognati; ma che se avesse saputo che c’erano i mostri mica lo avrebbe letto, perché lei preferisce le fate. Paul è d’accordo, e le promette che le regalerà un libro sulle fate. E’ una scena chiave, al di là della simpatia della bambina. I mostri e le fate: noi tutti preferiamo le fate, ma adesso sono arrivati i mostri, e sappiamo anche chi li ha evocati.
Anche Paul verrà lasciato a casa dalle Ferrovie. Con i soldi della buonuscita affitterà una casa proprio per poter tenere con sè le sorelline nei giorni in cui gli è consentito: prima lo avevamo visto ospite a casa di Mick, evidentemente la separazione è appena avvenuta. Paul sa che i soldi non dureranno molto e che d’ora in poi dovrà adattarsi, diventare “flessibile” come richiedono i tempi. Questo Paul così dolce e gentile è lo stesso Paul che vedremo, alla fine del film, adattarsi a sollevare il compagno gravemente ferito sul lavoro e a portarlo via dal luogo dell’incidente per simulare un improbabile incidente automobilistico, condannandolo così a sicura morte. Ma, almeno, così facendo il nuovo lavoro faticosamente trovato non sarà perso.
Ho partecipato anch’io al varo della Legge 626, quella sulla sicurezza e la salute nei posti di lavoro. Non ne ho alcun merito: ero lì, ero disponibile, e mi hanno mandato a fare un corso. La 626 è l’unica legge che ho studiato, qualcosa ne so anch’io: non molto, ma quel che basta. Ho partecipato anche alla morte della Legge 626: anche qui, non ne ho colpa, anzi ho fatto tutto quello che potevo fare, e cioè ho votato contro: non in Parlamento, of course, ma alle elezioni. L’ho fatto più e più volte, ma ho perso. Gli italiani hanno preferito cancellare la Legge 626, e se vi dicono che c’è ancora non credeteci: la 626 è stata cancellata dall’introduzione delle leggi sul precariato, dalle agenzie private per il collocamento, dalla delocalizzazione delle fabbriche in Paesi meno sindacalizzati del nostro.
Di queste cose ci parla Ken Loach in “The Navigators”, tradotto in Italia con “Paul Mick e gli altri”: è uno dei suoi film più duri, direi anche difficile da guardare fino in fondo, nonostante la consueta bravura del regista inglese. Troppa realtà verrebbe da dire: la realtà che preferiremmo non vedere, lo stesso disagio che ci provoca in tv una trasmissione bellissima come “Report” di Milena Gabanelli. Al di là delle grandi leggi dell’Economia, ragionando in termini di puro tornaconto personale, quello che è successo negli ultimi vent’anni è veramente ridicolo, o tragico: fate voi. Si è convinta la gente che un futuro incerto è preferibile a un futuro certo, che un lavoro precario è meglio di uno fisso, che si poteva saltare giù dall’aereo senza rischio e senza paracadute. Non è che si sia detto: “è cambiato il mondo, PURTROPPO bisogna adattarsi”: no, si è detto che essere precari è una grande opportunità, e gli elettori ci hanno creduto. Un lavoro di propaganda da maestri dell’affabulazione: ma dall’altra parte, in questi casi, c’è anche bisogno di un esercito intero composto da fresconi di prima qualità, ed è stato facile trovarli. Loach nel suo film ce ne mostra alcuni: “si guadagna di più, e abbiamo cacciato i fannulloni che si imboscavano sempre”, dicono verso la fine del film alcuni degli operai, ormai ex colleghi delle Ferrovie. Si guadagna di più, certo: ma solo perché poi i contributi te li devi pagare tu, non hai ferie né permessi né tutele, e a quarant’anni ti buttano fuori. La realtà fa più paura dell’horror.
Il film inizia con un luogo e una data: South Yorkshire, 1995. Siamo in Ferrovia, e si vede uno che timbra per tutti, come in una nostra cronaca recente. Ma gli operai sono già tutti presenti, e pronti a iniziare il lavoro. E’ così che è sempre successo, un po’ dappertutto e senza problemi per lo svolgimento del lavoro: con i vecchi sistema di timbratura del cartellino, prima dell’introduzione del badge personale, si poteva fare. Poi si vede che cambia il cartello al deposito: non più “Ferrovie Britanniche” ma “East Midland”. In assemblea, il sindacalista spiega ai lavoratori cosa sta succedendo, ma prima fa allontare un collega biondo: adesso è di un’altra compagnia, la North Midland. Tutti sghignazzano, sarà mica una spia, ‘sto biondo: ma poi si comincia. Adesso gli operai appartengono a una Società privata, e cambia tutto: bisogna aggiudicarsi gli appalti, la Ditta spenderà soldi in pubblicità, bisogna imparare a stare sul mercato, essere flessibili, eccetera. Quando il sindacalista arriva alle parole “pacchetto clienti” scoppia di nuovo l’ilarità generale e fioriscono le battute oscene. L’ilarità finisce quando Jackson spiega un altro punto:
- Bisognerà lavorare in completa sicurezza.
- Noi lavoriamo già in completa sicurezza! – protestano i ferrovieri.
Il sindacalista, sempre più imbarazzato prosegue a leggere ciò che gli è stato detto di leggere.
- I decessi devono rimanere entro un limite accettabile.
- E quale è il limite accettabile?
- Due all’anno.
- Sono due anni che non muore nessuno. Chi si offre volontario?
- Ehi, io sto solo leggendo quello che c’è scritto qui!
Poi viene distribuita a tutti una lettera, una busta chiusa già pronta in apposita scatola. La nuova società ha fatto i suoi conti, bisogna ridurre il personale, ci saranno degli esuberi, e sulla lettera c’è l’offerta (lo “scivolo”) per chi se ne vuole andare fin da adesso. E poi si va a lavorare, sui binari. Sui binari, ecco un’altra novità: il biondo della North Midland non può più lavorare con loro, e viene di nuovo allontanato. «E come facciamo a cambiare i binari, senza il misuratore?» . Ma così è, e c’è poco da discutere.
Alla fine del turno di lavoro, tutte le buste sono state aperte e gli operai sanno cosa c’è scritto sulle lettere. Inizia il dibattito sullo “scivolo”: alcuni accettano subito, prendono la buonuscita e se ne vanno seduta stante. Altri ci pensano, altri si ribellano come fa Jerry, il più anziano del gruppo e il più attivo politicamente. « Dopo il discorso di stamattina, la cosa migliore da fare è prendere i soldi e andarsene da un’altra parte», spiega uno di quelli che se ne vanno. « Ma così rinunciate a tutte le conquiste che abbiamo ottenuto, la cassa malattia, le ferie, la sicurezza...». Un’alzata di spalle, e via. Poco alla volta, vedremo che Jerry rimarrà da solo nel deposito; e più avanti nel film vedremo che gli ultimi a rimanere verranno licenziati e non avranno nemmeno i soldi della buonuscita.
Le novità riguardano anche l’addetto alle pulizie: se vuole continuare, d’ora in avanti dovrà mettersi in proprio, presentare un’offerta in busta chiusa, pagarsi le spese in anticipo, e sperare di essere scelto dalla East Midland.
Poco dopo, già cambia il cartello: East Midland è diventata Gilchrist. “Non esistono più accordi” dice il nuovo proprietario della East Midland/Gilchrist, rivolto al capodeposito; e siccome lui tentenna, gli mette davanti un foglio: “Capisco, so cosa intende. Ecco, queste sono le sue dimissioni. Firmi qui.” Il capodeposito si chiama Bill ed è un ex ferroviere che ha fatto carriera: è entrato in fabbrica con Jerry e insieme hanno lavorato per diversi anni, si conoscono e sono ancora amici. Si sono sempre rispettati e una parola data era sacra, figuriamoci un accordo scritto. Ma adesso tocca a lui andare a riferire le novità a Jerry e agli altri, oppure sarà in mezzo ad una strada.
Quando la Gilchrist chiude il deposito, i pochi che hanno scelto di restare vengono licenziati, anche Mick. Segue la beffa dei colloqui con le agenzie private. Uno di loro, ingenuo, racconta delle sue allergie: con l’asma e le allergie si è tagliato automaticamente fuori da qualsiasi lavoro. Mick trova subito lavoro, ma quando fa presente le più elementari norme di sicurezza (per spostare una traversina di cemento servono dieci persone e non sei, e soprattutto non è un lavoro da farsi su un binario attivo), riceve a casa una telefonata: gli dicono di non presentarsi più. La moglie lo spinge ad andare ancora all’agenzia privata di collocamento, e lì un’impiegata si commuove e gli spiega bene come stanno le cose: non lo chiameranno mai più, perché si è fatto una pessima fama. L’agenzia non può rischiare il suo buon nome, Mick deve capire che li ha messi in imbarazzo.
Ci sono molti momenti divertenti, e anche decisamente buffi: è l’umorismo tipico di un ambiente maschile e operaio, non finissimo, ma si ride e questo film sembra così vero che quasi non si crede che sia un film. Il mondo operaio è davvero così. Tra le scene buffe (e molto partecipi) ricordo il turpiloquio dell’addetto alle pulizie, lo scherzo delle sardine, la gag dell’uomo che sposta l’orologio dopo l’imposizione di timbrare anche all’uscita. Anche qui, come in “Piovono pietre”, uno scarico otturato crea un momento (diciamo così) di imbarazzo: ma è la scena che precede della tragedia finale.
Il finale è amaro, amarissimo. Purtroppo, è un finale a cui le cronache recenti ci hanno ormai abituato: uno degli operai viene gravemente ferito sul posto di lavoro, e il suo corpo verrà spostato per simulare un incidente stradale.
Non so se vi ricordate, ma subito dopo l’introduzione anche in Italia di norme simili, con i massicci “scivoli” e prepensionamenti ci furono due incidenti spaventosi nei pressi di Piacenza, sui treni più moderni e più veloci. Nel film di Loach, si parla anche di questo: quando Mick e gli altri si trovano di fronte i nuovi compagni di lavoro, quelli spediti dalle agenzie di precariato, dopo il primo contatto rimangono di sasso: “...ma questi sono muratori, non hanno mai visto un binario; e servivano quattro persone, non due.”.
Tornando a “Report”, le inchieste di Milena Gabanelli sono in archivio: i ferrovieri che hanno collaborato sono stati immediatamente licenziati, e riassunti solo dopo molto tempo e grazie a un intervento della Magistratura. Finché regge la Magistratura, insomma, qualcosa si può sperare.
Nessuno ammetterà mai che quei disastri di dieci anni fa sono stati causati dalla mancanza di esperienza del personale, e anche questo fa parte del gioco. Così come è diventato normale prendere ciò che disturba e buttarlo in soffitta: degli incidenti di Piacenza ormai si ricordano solo i parenti delle vittime, e nessuno ha pagato per quei morti e quei feriti. Se qualcuno ha pagato, state pur certi che la colpa è sempre del macchinista, dell’addetto agli scambi, del casellante.

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