lunedì 28 dicembre 2009

Echi da un paese oscuro

Echi da un paese oscuro (Echos aus einem düsteren Reich, 1990) Regia di Werner Herzog. Documentario su Jean Bedel Bokassa e la Repubblica Centro Africana, realizzato con Michael Goldsmith. Durata 91 minuti

- Quanti figli ha suo marito, signora?
La signora, che si chiama Augustine Assemat, ha un bel volto luminoso e cordiale; è l’ultima moglie di Jean Bedel Bokassa, madre del suo figlio più piccolo. Augustine sorride e risponde:
- Lui dice che sono cinquantaquattro.
- E da quante madri?
Augustine arrossisce un po’, sorride ancora, fa un piccolo gesto imbarazzato: non lo sa di preciso, ma sono tante.
Jean Bedel Bokassa (1921-1996) è stato, insieme all’ugandese Idi Amin Dada, uno dei dittatori più famosi degli ultimi decenni. Un personaggio da favola, per molti versi: una favola cattiva, quella del capo africano crudele e sanguinario, che si circonda di sfarzo e di lusso, che si ispira a Napoleone e si dichiara Imperatore, con tanto di festa interminabile in abiti primo Ottocento e cerimonia cattolica. Intanto su di lui circolano voci che sembrano ancora più incredibili, voci non solo di sevizie e torture agli oppositori, ma anche di cannibalismo.
« Je ne suis pas cannibal! » dice Bokassa stesso, con forza, in un filmato tratto dal processo che si sta celebrando a Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana, nei giorni in cui Werner Herzog decide di raccontarne la storia in questo documentario. Per girarlo, si serve della collaborazione di Michael Goldsmith, corrispondente dal Sudafrica della Associated Press. Goldsmith, considerato una spia, fu incarcerato e condannato a morte da Bokassa in persona; è lui ad aprire il film e ad intervistare, con molto tatto, la signora Bokassa nel dialogo che ho riportato all’inizio. Per quest’intervista si è recato al castello di Haudricourt, in Francia, vicino a Parigi. Bokassa è in prigione quando si gira il film, è tornato a Bangui per essere processato una seconda volta. Verrà condannato a morte per la seconda volta, pena poi commutata in ergastolo; verrà graziato nel 1993 e morirà a casa sua di infarto nel 1996. Herzog è colpito da questa vicenda, il dittatore potrebbe restare tranquillo dentro questa magnifica reggia europea, e invece decide di tornare in Centro Africa e farsi processare.
Con l’aiuto di Goldsmith, Herzog va ad intervistare David Dacko, che fu presidente della Repubblica CentroAfricana prima e dopo Bokassa, e i due avvocati francesi che furono suoi difensori nel processo di Bangui. Dacko racconta che venne tenuto tre anni e mezzo in prigione senza poter parlare con nessuno; era nudo, catene ai piedi, manette, sdraiato sul cemento. In tutto, ha fatto sette anni in prigione. L’avvocato Szpiner parla di Bokassa, militare nell’esercito francese, cresciuto nel mito di De Gaulle; ricorda che Bokassa visse vent’anni lontano dall’Africa, si può dire che di africano avesse ben poco.
Seguono filmati con le cerimonie ufficiali: Bokassa è accolto con tutti gli onori e il rispetto dovuto ad un capo di Stato da De Gaulle, da Giscard d’Estaing, dal Papa, dai russi, dagli americani, da tutti. C’è il filmato dell’incoronazione, molto lungo e dettagliato: tra gli ospiti di rilievo c’è anche un cardinale. La cerimonia si svolge come se fossimo a Versailles, fra tute mimetiche e carrozze napoleoniche, mentre il bambino-principe sbadiglia e si addormenta sul trono.
Ma, soprattutto, Herzog va a cercare i familiari di Bokassa, ed è questa la parte più impressionante del film. Le figlie, al castello di Haudricourt, sono tutte belle, giovani, serene, intelligenti, molto fini. Sono figlie di madri diverse: una rumena, una cinese, una vietnamita. Anche il più piccolo, il maschietto nato dall’unione con Augustine Assemat, è molto bello e bene educato. E poi c’è la storia delle due figlie vietnamite: Bokassa sapeva di avere una figlia, nata in Indocina quando era là con l’esercito francese, e decide di cercarla. Se ne presenta una, che viene adottata con tutti gli onori ma si rivelerà falsa; e poi ne arriverà una vera, con tutte le carte in regola. Si chiamano tutte e due Martina: Bokassa perdonò la falsa e la tenne con sè come figlia, alla pari delle altre. Goldsmith intervista la vera Martina, tra le giostre di una fiera; racconta che Bokassa la riconobbe come figlia perché si ricordava di un particolare, un dito fratturato, che le raccontava sua madre. Segue il filmato del fastoso matrimonio cattolico delle due Martine, nello stesso giorno. Il marito della falsa Martina partecipò a un colpo di Stato e fu giustiziato; la falsa Martina sparì e non se ne seppe più niente. Restava un bambino, loro figlio; il marito della vera Martina, medico, fu incaricato di farlo sparire; verrà processato e condannato per l’infanticidio del nipote. Ma sua moglie, la vera Martine, nega tutto: dice a Goldsmith che in quelle circostanze è normale che si venga incolpati di qualsiasi cosa.
A Venezia, Goldsmith incontra Marie-Reine Hassen, costretta a sposare Bokassa che aveva incarcerato tutta la sua famiglia. Dice che Bokassa si comportò con lei con molta gentilezza, da vero innamorato: ma lei era stata molte settimane in prigione, era scheletrica e piangeva, disse di sì solo per poter liberare i fratelli.
Le testimonianze sono molte, sia con filmati originali che con interviste filmate da Herzog. La presenza di Michael Goldsmith è fondamentale in questo film. Goldsmith è un signore sui sessant’anni, di un’eleganza classica molto inglese; sembra quasi di rivedere Enzo Biagi, la stessa mitezza, la stessa educazione, e la stessa precisione. Da tutto questo materiale nasce un film in cui il richiamo a Shakespeare è fortissimo, e inevitabile. Questi re folli e assassini, ma anche amati e rispettati, a loro modo grandiosi e sicuramente memorabili. Qualcosa di inquietante e di memorabile, un Macbeth, un Tito Andronico, un Riccardo III. Come loro, Bokassa è stregato dal potere, commette spaventose atrocità, è amato e rispettato, ha grandi moti d’animo e bassezze inarrivabili – e ricostruire la verità non è facile.
L’avvocato Gibault, che prende la difesa di Bokassa dopo la condanna, racconta a Goldsmith che lo vede regolarmente, in carcere, dove è trattato bene. E’ diventato mistico, legge sempre la Bibbia e si firma “apostolo di Cristo”.
Non manca l’elemento magico e stregonesco: Szpiner racconta che al processo succedevano cose strane, alcune testimonianze contro Bokassa erano grottesche, tipo quella messa a verbale nel 1980 che raccontava di una mano che si stacca dal corpo di un morto messo allo spiedo, e che si mette a camminare (come negli Addams): ma Dacko conferma le accuse, dice che molte testimonianze furono volutamente alterate e che molti testimoni furono spaventati e obbligati a non presentarsi al processo. Szpiner dice anche che a un certo punto si fece il nome di una donna, che aveva tre seni e quindi era una strega. Il processo si fermò molto su quel punto, la vicenda della strega si portò via parecchie ore di dibattito, ma non aveva nulla a che vedere con il processo a Bokassa.
Goldsmith si trasferisce sul lago, tra i pescatori. Uno di loro racconta, e un altro traduce in francese:
- Parla degli spiriti malvagi che vivono sott’acqua. Ce ne sono di quelli che vengono al mattino, al levar del sole. Gli spiriti malvagi appaiono in forma di persone, si trasformano in esseri umani, voltano la schiena al sole e guardano a lungo. Anche se qualcuno viene dietro di loro con delle pietre e fa gran rumore, non si scompongono. Se li disturbano, scendono immediatamente sott’acqua, senza dire niente, e non si voltano mai. Sono donne e uomini, e tutti hanno i capelli fin dietro la schiena. Si fermano un po’, e quando sentono che il sole comincia a scaldare discendono sott’acqua immediatamente e poi si trasformano in pesci, o in ippopotami, oppure in caimani, per vivere sott’acqua. Fuori erano esseri umani, sott’acqua si trasformano in animali. Alle volte attaccano i pescatori: c’era un ippopotamo, meno di due anni fa, che ha ucciso molte persone e allora il presidente della Repubblica ha preso la decisione che lo si ammazzasse.
I pescatori dicono che amavano Bokassa, ma che dopo è diventato molto cattivo, e che tutto quello che si racconta su di lui è vero. L’interprete fa molti esempi, e anche il pescatore che ha raccontato la storia degli spiriti dice che Bokassa va condannato.

Il film inizia con un sogno di Goldsmith: granchi rossi che coprono la terra, ma nessuno se ne cura. Vediamo un’immagine simile, ma vera: un treno, che avanza sul binario coperto da piccoli granchi.
Il finale è nello zoo di Bokassa, ridotto a pochi esemplari. Ne esiste un altro più grande, non lontano, ma era qui che i condannati venivano dati in pasto a leoni e coccodrilli. I leoni non ci sono più, dal 1984; i coccodrilli sono giù nel laghetto. Il custode chiede a Goldsmith una sigaretta: non è per lui, che non sa nemmeno accenderla, ma è per una scimmia, uno scimpanzé adulto che sa fumare e che per questo è diventato un’attrazione. Lo scimpanzé che fuma ha un’espressione inquietante, sembra davvero umano; non nel senso positivo che siamo abituati a dare alla parola, ma nel senso di un’umanità degradata, abbrutita. Un condannato, un prigioniero che fuma, quasi meccanicamente, più per passare il tempo che per il piacere di farlo. Goldsmith chiede a Herzog di interrompere le riprese, non sopporta questa immagine. Herzog gli spiega che non può, e insieme concordano che questa sarà la sequenza finale. Goldsmith ne ha viste tante, ma non sopporta questo scimpanzé che fuma; ed è una sequenza che davvero disturba, ma vedendola si capisce subito perché Herzog abbia voluto tenerla, in un documentario come questo.
Non avevo ben inquadrato “Echi da un paese oscuro”, fino a che non mi è capitato di leggere un intervento che ricordava le atrocità commesse dai fascisti qui in Lombardia, negli anni della Repubblica di Salò. I figli di quegli assassini sono pur sempre tra di noi, alcuni di loro hanno cariche politiche ed economiche importanti, si dichiarano alfieri del cattolicesimo e della moralità, nessuno parla più dei loro padri e forse è giusto che sia così.
Bokassa ha avuto un’enormità di figli, quindi ha vinto: biologicamente, dal punto di vista genetico, è così. Herzog ce li ha mostrati, e sono persone fini, piacevoli, eleganti, educate. Chissà cosa faranno oggi. Se non commettono reati, è più che giusto che seguano la loro strada, e che magari diventino chirurghi o politici, anche se nel loro sangue hanno il dna di un assassino o di un cannibale; ma il pensarlo un po’ mi inquieta.
D’altra parte, qualcuno ha fatto notare che Abele morì senza avere figli, e quindi siamo tutti discendenti di Caino: non è proprio così perché la Bibbia dice che Adamo ebbe altri figli in seguito, ma certamente stupratori e assassini sono stati biologicamente privilegiati, nel corso dei secoli, e forse è meglio non andare troppo a cercare tra i nostri antenati, e quindi è giusto non far pesare ai nostri Governatori le colpe dei loro padri. Forse noi tutti discendiamo da assassini, forse siamo davvero la stirpe di Caino. Ed è forse per questo che lo sguardo dello scimpanzé di Bokassa ci disturba così tanto.



PS: Come sempre in Herzog, il film è pieno di musica. Ma questo non è “Apocalisse nel deserto”, anche la qualità delle immagini è per forza di cose più bassa, perciò posso limitarmi a riportarne l’elenco così come appare nei titoli di coda:
Bartok 4 pezzi per orchestra op.12
Prokofiev Sonata per due violini op.56
Lutoslawski Grave Métamorphoses per piano e violoncello
Sciostakovic Tre duetti per violino e Preludio
JS Bach Sonata violoncello e klavier BWV ??
Bartok Concerto per violino e orchestra op. post.
Esther Lamandier La rosa enflorece (canzone in stile ebraico o provenzale)
Sciostakovic Sonata violoncello e pianoforte in re bemolle D Moll op.40
Schubert Trio piano violino violoncello n.2 Es dur op.100
Schubert Notturno op.148

4 commenti:

Amfortas ha detto...

Sai che questo post è stato una sorpresa? Non sapevo che esistesse questo film, ti ringrazio. È in vendita?
Ciao Giuliano.

Giuliano ha detto...

Che mi risulti, no. L'ho registrato da Raitre tempo fa, e temo che sia stata l'unica occasione in cui fu trasmesso: come puoi vedere, per ricavare qualche immagine mi sono dovuto arrangiare.
E' fatto quasi tutto da filmati di repertorio, poi ci sono le sequenze girate da Herzog, quella dei pescatori e queste con Goldsmith.
Tra l'altro, verrebbe voglia di sapere come è continuata la storia... bisognerà fare un po' di ricerche.

Studio1 ha detto...

che fine ha fatto goldsmith?

Giuliano ha detto...

Non lo so, me lo chiedevo anch'io... Il film iniziava con un appello di Herzog, ma poi Herzog spiegava che era stato ritrovato. Ma ormai il film ha vent'anni, il problema dei documentari è che invecchiano - ma questo rimarrà sempre attuale, visto il tema.
Grazie del commento!