giovedì 20 ottobre 2011

Lo sceicco bianco

Lo sceicco bianco (1952) Regia: Federico Fellini - Soggetto: Federico Fellini e Tullio Pinelli, da un'idea di Michelangelo Antonioni - Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli, con la collaborazione di Ennio Flaiano - Fotografia: Arturo Gallea - Musica: Nino Rota, diretta da Fernando Previtali - Scenografia: Raffaello Tolfo - Produttore: Luigi Rovere - Durata: 85'.
INTERPRETI: Brunella Bovo (Wanda Giardino in Cavalli), Leopoldo Trieste (Ivan Cavalli), Alberto Sordi (Fernando Rivoli, “lo sceicco bianco"), Giulietta Masina (Cabiria), Lilia Landi (Felga), Ernesto Almirante (il regista di fumetti), Fanny Marchiò (Mariena Vellardi), Gina Mascetti (la moglie dello "sceicco bianco"), Enzo Maggio (il portiere d'albergo), Ettore M. Margadonna (lo zio di Ivan), Jole Silvani, Anna Primula, Nino Billi, Armando Libianchi, Ugo Attanasio, Elettra Zago, Giulio Moreschi, Piero Antonucci, il comico Aroldino, Giorgio Savioni, Antonio Acqua, Carlo Mazzoni, Rino Leandri, Guglielmo Leoncini.

E’ il primo film da regista di Federico Fellini, il primo che firma da solo dopo l’esordio con “Luci del varietà” due anni prima, in collaborazione con il più esperto Alberto Lattuada.
In un’intervista degli anni ’80 Fellini, molto di buon umore, scherza sulla sua prima regia, e minimizza. Secondo me invece era già molto capace, “Lo sceicco bianco” non sembra il film di un esordiente e del resto Fellini aveva già dieci anni di cinema alle spalle, avendo cominciato a frequentare Cinecittà già nel 1942.
L’intervistatore: Lei come ha scoperto la sua voglia di regia?
Federico Fellini: Allora, la voglia di regia...(ride) Può darsi che ci sia, la voglia di regia: ma io veramente non me la sono mai scoperta perché io pensavo di non essere affatto né votato né vocato. Non me la sono mai sentita, io non avevo nessuna voglia di fare il regista...
L’intervistatore (interrompendolo, incalzando): Per lei è stato facile o difficoltoso arrivare al “grande film”, il suo primo film...
Federico Fellini (con pazienza): Appunto, le stavo dicendo che tutto questo arrivò per l’avventatezza di un produttore che si chiamava Rovere, che trovandosi sul tavolino una sceneggiatura che io avevo scritto con Pinelli e che doveva venire diretta da Antonioni, avendo Antonioni all’ultimo momento rifiutato di dirigerla perché non gli piaceva, non gli era congeniale, e avendo io difeso accanitamente questa sceneggiatura, ma proprio per tentare di avere l’ultima rata che se no venivano (i creditori) a minacciarmi, il produttore allora mi ha detto: «Ma allora perché non lo fai tu?». Me l’ha detto con un tale tempismo, proprio mentre io dicevo che era il copione più bello del mondo, che raramente, eccetera, che io non sono stato pronto a dire “ma io che c’entro, io faccio lo sceneggiatore”.... (...) Non sapevo niente di tecnica, non sapevo il valore degli obiettivi... i primi operatori mi prendevano anche un po’ in giro. C’era Aldo Tonti, che era un buffoncello, spiritoso, che mi obbligava a guardare in un punto dove non si vedeva niente, una specie di manovella, sotto (mima il gesto, fa una specie di mirino con le dita di una mano e lo pone vicino all’occhio, ridendo). Io non avevo il coraggio di dire che non si vedeva niente, e continuavo a dire “mettiti un po’ più in basso”, queste cose qui. Invece era un bottone, quello: l’obiettivo era un po’ più sotto.
(Federico Fellini, da un’intervista filmata alla RAI negli anni ’80)
Su questa intervista, che vista nel filmato Rai è molto divertente, ci sono da dire un paio di cose: la prima parte si riferisce proprio a “Lo sceicco bianco”, e basta guardare in locandina per vedere che i nomi sono proprio quelli, il produttore è Rovere e il soggetto originale è di Michelangelo Antonioni. Nella seconda parte invece Fellini si riferisce a qualche film precedente a cui aveva collaborato come sceneggiatore, perché Aldo Tonti (uno dei grandi maestri della luce nel cinema italiano) non è direttore della fotografia né qui né in “Luci del varietà”.
Su “Lo sceicco bianco” non ho molte cose da dire, e non ho mai preso appunti perché la narrazione è molto chiara e lineare, gli attori sono tutti bravissimi, il film è divertente ancora oggi, e non ho molto di più da dire. La storia è molto semplice: due sposini di provincia in viaggio di nozze a Roma (nel 1950 non si andava a Sharm e nemmeno alle Maldive), con tanto di udienza in Vaticano, e il grande fascino dei fotoromanzi che spinge la sposina ad andare a cercare di conoscere il suo divo preferito, appunto “lo sceicco bianco” di una fortunata serie di storie a fumetti. Quando si scopre che lo sceicco bianco è nientemeno che Alberto Sordi, metà film è già raccontato...
Rimane qualcosa da dire sui fotoromanzi, storie a fumetti raccontate mediante fotografie, che oggi sopravvivono a stento nelle edicole ma che sono stati un enorme successo editoriale dagli anni ’40 fino a tutti gli anni ’70. E’ al grande successo dei fotoromanzi che si sono rifatti i telefilm televisivi degli ultimi anni, le cosiddette soap-opera: di solito viene detto che le “fiction” sono il corrispondente dei teleromanzi della Rai negli anni ’60, ma non è del tutto vero. Nelle produzioni Rai degli anni ’50 e ’60 il soggetto erano quasi sempre i grandi capolavori della letteratura, da Dostoevskij agli americani, e gli attori erano i più grandi presenti sulla scena teatrale, da Tino Carraro a Lilla Brignone, e già questo dovrebbe bastare. La fiction odierna, che oggi ha più o meno lo stesso successo dei fotoromanzi, ha una realizzazione molto veloce e un po’ approssimativa, il più delle volte basta un bel viso (come nei fotoromanzi) per diventare un divo o una diva.
Si può aggiungere qualche parola sugli attori: su Alberto Sordi c’è poco da dire; Giulietta Masina abbozza qui il personaggio che completerà in “Le notti di Cabiria” del 1957. Leopoldo Trieste, che rivedremo nei Vitelloni (come Sordi) è stato non solo attore di grande talento ma anche commediografo; Brunella Bovo veniva dal successo di “Miracolo a Milano”, è la persona giusta nel ruolo giusto, e dispiace che poi non abbia continuato la sua carriera in questo modo. Una curiosità per Ernesto Almirante, regista dei fotoromanzi: proviene da una famiglia di attori di teatro, di grande tradizione, ed è lo zio del fucilatore fascista che poi divenne segretario del MSI. Un’altra grande famiglia di attori di teatro (e di varietà) è rappresentata da Enzo Maggio, ma ci vorrebbe uno storico del teatro per ricostruire la carriera di tutti i comprimari di questo film.
La musica è già di Nino Rota, una collaborazione destinata a durare per decenni.
L’ultima cosa che mi sento di dire su “Lo sceicco bianco” è che Brunella Bovo non è mia parente, si tratta di semplice omonimia: e un po’ mi dispiace, una zia così l’avrei vista molto volentieri in giro per casa.
- E cosa mi dici dello Sceicco bianco, il tuo primo film da solo?
Fellini: Spesso negli anni successivi, preparando Satyricon, Roma, Casanova, macchine produttive complesse e difficili, pensavo con nostalgia allo Sceicco bianco. Mi sarebbe piaciuto rifarlo, con l'esperienza, il distacco di adesso, e con la voglia di giocare più lievemente con il racconto e i personaggi. Come ho già detto tante volte, io non pensavo che avrei fatto il regista. Anche dopo Luci del varietà, che fu un successino tiepido tiepido, ero convinto che avrei soggiornato chissà ancora per quanto tempo in quella zona limbale che è la sceneggiatura; un territorio, una dimensione che sembrava appartenermi di più per la irresponsabilità del lavoro collettivo, la mancanza di un vero impegno, l'aria di bivacco sornione e senza colpa.
Il primo giorno di riprese fu un fallimento totale, non girai nemmeno un'inquadratura. Non c'è niente di più difficile e disperante che avere la macchina da presa su una zattera in mare aperto e tentare di far restare nell'inquadratura la barchetta con gli attori. Il mare è uno schienone immenso che si muove continuamente, basta un attimo, e quando rimetti l'occhio alla macchina, dentro al quadro non c'è più niente, solo l'orizzonte o il sole che t'abbaglia.
Quella mattina (la mia prima mattina da regista) ero uscito di casa all'alba, dopo aver salutato Giulietta, un po' emozionata, e aver ricevuto gli auguri un po' scettici della governante, che sulla porta aveva ripetuto « Ma morirà di caldo, così! », perché io, nonostante fosse già estate, mi ero vestito da regista: maglione, scarponi, gambali, vetrino affumicato al collo e un fischietto come gli arbitri di calcio. Roma era deserta. Scrutavo le strade, le case, gli alberi, cercando un segno propizio, beneaugurante; ed ecco che un sacrestano apre il portale di una chiesa, come lo facesse per me. Cedo a una antica soggezione, scendo dalla macchina ed entro. Volevo pasticciare una preghiera, tentare una invocazione, rendermi meritevole di un aiuto; non si sa mai. Stranamente, data l’ora mattutina, la chiesa era tutta illuminata, e in mezzo c'era un catafalco con centinaia di candele dalla fiammella immobile e dritta. Un uomo pelato, inginocchiato vicino alla bara, piangeva con la testa dentro il fazzoletto. Tornai di corsa in macchina facendo corna a raggiera, dai piedi fino a un metro sopra la testa. (...)
(Federico Fellini, da Intervista sul Cinema, a cura di Giovanni Grazzini; ed. Laterza 1983)

2 commenti:

Mat ha detto...

Ho visto questo film soltanto una volta e devo dire che mi è piaciuto: è come dici tu, Giuliano, una storia chiara e lineare, e piuttosto divertente. Leopolodo Trieste è molto bravo nell'interpretare la parte del marito sgomento che non sa che pesci prendere per andare a cercare la moglie. Sordi è perfetto nella sua parte, è proprio un ruolo su misura: spavaldo, facilone ma poi succube (e vittima) della propria moglie. E' interessante notare la presenza di Masina/Cabiria... chissà se questo film successivo frullava già nella testa di Fellini con ben cinque anni d'anticipo.

Giuliano ha detto...

mi piacerebbe sapere cosa si dicevano Fellini e sua moglie, parlando dei film e dei loro progetti...penso che il ruolo di Giulietta Masina sia stato molto importante, ma queste cose non le sapremo mai.