martedì 18 ottobre 2011

La dolce vita ( III )

Al minuto 55 vediamo per la prima volta Steiner, interpretato da Alain Cuny. Marcello lo incontra casualmente in una chiesa, e una delle sue prime frasi è da tener presente: “come vedi, questi preti non hanno paura del diavolo...”. Steiner è nella chiesa perché è un musicista, sa suonare l’organo. Lo vediamo all’opera: esegue dapprima, scherzando col prete, un breve accenno di jazz-ballabile (probabilmente di Nino Rota), poi suona la famosissima “Toccata e fuga in re minore” di Johann Sebastian Bach, e per una volta si va un po’ più in là del semplice inizio del brano (cosa per la quale ringrazio Fellini). La sua parte, per ora, termina qui: ma Steiner è il personaggio chiave di tutto il film, e lo rivedremo più avanti.
Di Steiner non ci viene detto niente, non sappiamo chi è e cosa fa, si vede che è un uomo di grande cultura e che è benestante, ma non ne sappiamo molto di più.
Dal minuto 57 comincia l’episodio del miracolo: due bambini dicono di aver visto la Madonna, giornalisti e fotografi si precipitano a registrare l’evento. Tra i presenti ci sono anche Marcello e i suoi fotografi di fiducia: negli anni ’50 e ’60 fotografo e reporter formavano una coppia inevitabile e affiatata, come testimoniato in più occasioni anche da Giorgio Bocca e dagli altri giornalisti attivi in quel periodo. Per l’occasione, Marcello si è portato dietro anche Emma (Yvonne Fourneaux) la sua fidanzata, che è molto protettiva e possessiva. Probabilmente, la presenza di Emma è dovuta anche al tentato suicidio che avevamo visto nell’episodio precedente.
Il prato del miracolo ricorda molto le prime immagini di Medjugorje, negli anni ‘80. Il prete intervistato dalla radio è molto scettico, dice che “i miracoli nascono nel raccoglimento, nel silenzio, non in questa confusione” e che i bambini e i loro genitori “sono sicuramente in malafede: chi ha visto la Madonna ha un’altra faccia, un altro sguardo, e non ci specula sopra”.
Tra il pubblico che attende l’apparizione c’è una donna con i capelli bianchi, che risponde sorridendo ma molto decisa a un’osservazione dei fotografi e giornalisti presenti: «Ma come facciamo a essere sicuri che sia proprio la Madonna?» La donna scuote la testa e commenta, con serenità e sorridendo, ma con molta decisione:
- Non ci vogliono proprio credere! ...ma non importa se è proprio la Madonna!
La frase colpisce Emma, che le si avvicina e le dice:
- Ma come, non importa?
- Ma sì, non importa! La nostra Italia è una terra di culti antichi, ricca di forze naturali e soprannaturali, e quindi ognuno ne sente l’influenza. Del resto, chi cerca Dio lo trova dove vuole. Anche lei è venuta per chiedere la grazia?
- No, io sono qui col mio fidanzato, è un giornalista, eccolo...
E’ un discorso da antropologo, alla Ernesto De Martino, che non si addice molto a questa donna così semplice, ma è comunque il segno che il film è stato molto pensato dai suoi autori, e infatti i dialoghi non sono mai banali.
Le due donne fanno comunque amicizia. Più avanti, Emma si mette in disparte e chiede una grazia pregando la Madonna: sente Marcello sempre più distante da lei, teme che la lasci, e vorrebbe sposarsi con lui.
Intanto si fa sera, comincia a piovere, e al contatto con l’acqua saltano le lampadine dei riflettori, surriscaldate; una scena probabilmente molto comune per le riprese in esterni, e che vedremo anche in “Intervista” (e forse anche in “Roma”, se il mio ricordo è giusto).
Alla fine, con il buio, c’è l’apparizione ormai tanto attesa; ma la Madonna si sposta, non sta ferma, i bambini corrono dietro a lei e tutti corrono dietro ai bambini, mettendo in serie difficoltà i cameramen della Rai: nel 1960 le telecamere erano grosse e pesanti, come si vede bene in questa scena serviva una gru per manovrarle. Alla fine, il messaggio è questo: “Bisogna costruire qui una chiesa, altrimenti lei non verrà più”. Nella ressa che segue ci sarà anche un morto: “non rispettate nessuno, siete peggio delle iene”, si grida. Purtroppo, anche questa è una storia vera: i morti nella ressa per le apparizioni, per le visite del Papa, o magari anche soltanto per una festa, per un concerto rock o per una partita di calcio, sono episodi frequenti e tristissimi.
In questa scena mi pare di vedere l’influenza di Dino Buzzati, che scrisse e scriverà molto sul “Corriere” di queste apparizioni, e del soprannaturale: è in questi anni che comincia la sua frequentazione con Fellini, i due avrebbero dovuto fare un film insieme, il famoso “Viaggio di Mastorna”, che però non arriverà mai oltre la fase del progetto.
A 1h11’ siamo a casa di Steiner. Ascoltiamo canti che a me sembrano nordici, finlandesi o sami, ma a cantare e suonare è un’indiana dell’India. A casa Steiner ci sono molte persone, oltre a Emma e Marcello; ascoltiamo come prima cosa gli sproloqui di un orientalista sulle donne orientali, paragonate alle nostre. L’orientalista è interpretato da Leonida Répaci (1898-1985), uno scrittore importante, tra i fondatori del Premio Viareggio, che però oggi è stato quasi completamente dimenticato e del quale anch’io devo ammettere di aver letto pochissimo. Si tratta probabilmente una caricatura dell’orientalista romano Giuseppe Tucci, che fu però studioso serissimo e grande viaggiatore fin dagli anni ’30, in India e nel Tibet ancora chiuso al resto del mondo.
Alla parete di casa Steiner c’è un dipinto di Giorgio Morandi (1890-1964), grande pittore bolognese, famoso per le sue nature morte con le bottiglie, che sono ancora oggi quotatissime. C’è poi una poetessa americana o inglese, anziana e famosa, con la quale Marcello inizia una discussione su letteratura e giornalismo (bei tempi, quando si discuteva ancora di queste cose... oggi le professioni di scrittore e di giornalista sono tra le più sputtanate, campo d’azione quasi soltanto mantenute e portaborse, per non dir di peggio). Veniamo a sapere che Steiner registra i rumori della natura, temporali, canti d’uccelli. A un certo punto della serata, Steiner si allontana dagli altri e va sul balcone; Marcello ne approfitta e va a raggiungerlo. Questo è il discorso fra i due:
Marcello: (sorridendo) Fammi venire più spesso qui da te!
Steiner: Te l’ho detto, vieni quando vuoi. Cosa c’è, Marcello?
Marcello: (sempre sorridendo, un po’ incerto, alzando le spalle) Dovrei cambiare ambiente, dovrei cambiare tante cose...La tua casa è un vero rifugio, sai. I tuoi figli, tua moglie, i tuoi libri, i tuoi amici straordinari...Io sto perdendo i miei giorni, non combinerò più niente. Una volta avevo delle ambizioni, ma...Forse sto perdendo tutto, sto dimenticando tutto.
Steiner: Non credere che la salvezza stia nel chiudersi in casa, non fare come me, Marcello. Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista, ecco. E’ meglio la vita più miserabile, credimi, che l’esistenza protetta da una società organizzata in cui tutto sia previsto, tutto perfetto. Marcello, io posso soltanto esserti amico, quindi mi è impossibile consigliarti; ma se vuoi che io ti aiuti a cambiare abitudini potrei farti conoscere un editore, per esempio, che ti offra un lavoro decente, che ti dia la possibilità di dedicarti a ciò che più ti interessa. Sarà sempre meglio che scrivere per quei giornaletti mezzo fascisti, no? (...)
I due si ripromettono di riparlarne, ma Marcello appare poco entusiasta dell’idea. Subito dopo, vediamo Steiner che va dai suoi bambini, un maschio e una femmina, e li bacia con tenerezza rimboccando loro le coperte. Alla fine, prosegue e completa il suo ragionamento, con un sorriso triste e con molta amarezza:
Steiner: Qualche volta, questa oscurità e questo silenzio mi pesano...è la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto apparenza, e che nasconda l’inferno. Pensa a cosa vedranno i miei figli domani...il mondo sarà meraviglioso, dicono; ma da che punto di vista, se basta uno squillo di telefono per annunciare la fine di tutto...Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato...Dovremmo riuscire ad amarci tanto, a vivere fuori dal tempo, distaccati...(ride, con amarezza), “distaccati”...
In questa scena, Steiner fa dei discorsi che somigliano molto a quelli di Erland Josephson in “Sacrificio” di Tarkovskij; il personaggio di Josephson (che fa esplicito riferimento all’Apocalisse) non li porterà alle estreme conseguenze, ma solo per l’intervento della polizia.
L’espressione “giornaletti mezzofascisti” usata da Steiner è una probabile allusione al settimanale “Gente” dell’editore Rusconi, un buon giornale a metà strada fra pettegolezzo e informazione, molto venduto fino a che è stato di Rusconi (oggi è dei francesi Hachette), che però trovava sempre il modo di mettere in ogni numero grandi fotografie e servizi sui Savoia, sulla famiglia di Mussolini, eccetera.
La moglie di Steiner è Renée Longarini, molto elegante, che all’inizio degli anni ’80 ebbe un breve ritorno di celebrità in tv a fianco di Enzo Tortora, in “Portobello”
Steiner è interpretato da Alain Cuny, un attore francese molto presente nel cinema italiano, ma che io non ho mai amato: è molto professionale, ha la presenza giusta per i ruoli in cui è stato chiamato, ma è sempre molto rigido e la sua “faccia di pietra”, che ricorda molto quella di Jean Marais, mi ha sempre impedito di metterlo fra i miei preferiti. In questo film Alain Cuny ha la voce di Romolo Valli, a dire il vero poco riconoscibile: probabilmente una scelta attoriale, cambiare registro di voce per rendere più credibile (o più astratto?) il personaggio.
Vale la pena di trascrivere ancora un altro dialogo, quello che abbiamo sentito poco prima tra la poetessa inglese e Steiner. La poetessa si lascia andare a una battuta edonista, dicendo un po’ sul serio e un po’ scherzando che in fin dei conti sono fumo, fame e sesso che mandano avanti il mondo. Steiner si mostra sorpreso, e lei risponde così:
La poetessa: Oh, tu leggi i miei versi ma non mi hai mai capito. Sei tu il vero primitivo, primitivo come una guglia gotica: sei così alto che non puoi più sentire nessuna voce, da lassù.
Steiner: Ah sì? Se mi vedessi nella mia vera statura, ti accorgeresti che non sono più alto di così...
Questo scambio di frasi rimarrà sul nastro del registratore, e i poliziotti si ritroveranno ad ascoltarlo dopo, a cose fatte. Ma viene da chiedersi: cosa si intende, per “alto come una guglia gotica”? Siamo sicuri che ci si riferisca proprio a Steiner, e non ad altro? In fin dei conti, le guglie gotiche (“primitivo come una guglia gotica”) ci sono soltanto nelle cattedrali: l’immagine sembra tratta di peso da un film di Bergman, ma “I comunicandi” (“Luci d’inverno”) sarebbe stato girato solo un paio d’anni dopo.
(continua)

2 commenti:

Mat ha detto...

Come ti avevo già accennato, tutta la parte relativa all'apparizione della Madonna è quella che meno amo, anche se questa frase l'"Italia è una terra di culti antichi, ricca di forze naturali e soprannaturali, e quindi ognuno ne sente l’influenza" mi ha sempre colpito. Tutta la parte relativa a Steiner è invece molto affascinante, ricca di riferimenti colti, come giustamente hai sottolineato tu, caro Giuliano. Alcune cose non le sapevo proprio, per cui grazie ancora una volta per le tue preziose informazioni. La faccia di pietra di Cuny è però molto efficace in un bel film di Rosi: "Uomini contro". Ecco, dovresti dedicare qualche post al cinema di Francesco Rosi, ma non so se esso è di tuo gradimento.

Giuliano ha detto...

Rosi è grandissimo, ma penso che i suoi film si capiscano benissimo e non ci sia molto da dire, oltre al prendere nota. Le mani sulla città, per esempio, uscito poco dopo La dolce vita...Oggi Bossi e Berlusconi in Lombardia si sono comportati come Lauro a Napoli negli anni '50, vedere quel film fa impressione, e sta per arrivare l'ennesimo condono edilizio e fiscale.
Alain Cuny è davvero molto efficace, anche con Ferreri (L'udienza), e in tanti altri film, questo compreso. Però gli preferisco altri attori...