sabato 21 novembre 2009

Riff Raff


Riff raff (Meglio perderli che trovarli, 1991). Regia di Ken Loach. Scritto da Bill Jesse. Fotografia: Barry Ackroyd. Musiche originali di Stewart Copeland. Con Robert Carlyle, Emer McCourt, Richard Belgrave, Jim R. Coleman, Ricky Tomlinson, David Finch, e molti altri. Durata: 95 minuti.

Fannulloni? Fannullone a chi? Chi ha vissuto la vita della fabbrica lo sa benissimo: in fabbrica ci si arrangia, soprattutto chi lavora in officina. Quelli dell’officina, gli elettricisti, i tornitori, fanno un po’ di tutto nei ritagli di tempo; gli altri lo sanno e ne sono ben contenti, a cominciare dai capi. Quando gli si fa una richiesta, di solito la risposta è: “sì, ma dammi tempo”. Difficilmente il lavoro, quello per cui si è pagati dalla fabbrica, ne scapita: c’è tempo per l’una e l’altra cosa, in un perfetto connubio dove gli interessi (a differenza di quello che succede in Parlamento) non entrano mai in conflitto ma si dividono gli spazi tranquillamente.
E sui posti di lavoro, per chi non lo sa, capita spesso che ci siano tempi morti: dipende dall’organizzazione aziendale. Per esempio, un ferroviere può essere “reperibile”: è a disposizione e deve presenziare, ma interviene solo in caso di emergenza; se l’emergenza non arriva, deve pur passare il tempo in qualche modo. E potrei tirar fuori il mio caso personale, tecnico di laboratorio in una ditta che era cresciuta in fretta ma aveva mantenuto un’organizzazione da fabbrica piccola: libri di 400 pagine letti in una notte per non aver nulla da fare durante il mio turno. Ma la colpa non era mia, era di chi organizzava il lavoro. Noi si diceva: sì, ma cosa veniamo giù a fare il sabato pomeriggio, o la domenica? Poi alla fine venivamo convinti (dai nostri capi): “ti pagano di più e lavori di meno”, e l’argomento era molto convincente.
E poi i fannulloni, quelli veri, non vengono mai licenziati. Di regola, sono ben raccomandati e ben protetti: non sono lì per caso. Ne consegue che quando nelle alte sfere si parla di fannulloni da licenziare il fannullone da licenziare, caro lettore, sei proprio tu: e non protestare, non importa un fico secco a nessuno se svolgi bene il tuo lavoro e se arrivi tutte le mattine ampiamente in orario. Un’altra leggenda da sfatare è infatti quella secondo la quale se fai bene il tuo lavoro sarai ricompensato. Non è così, e lo dimostrano ampiamente i recenti scandali bancari e negli ospedali: parliamoci chiaro, un impiegato di banca che avesse sconsigliato al cliente di acquistare bonds argentini o azioni Cirio e Parmalat, negli anni scorsi, avrebbe rischiato il licenziamento. Quei bonds andavano piazzati, lo sapevano tutti che era roba che scotta ma bisognava fare un favore al potente di turno. La stessa cosa accade al chirurgo che rifiuta di fare un’operazione inutile, in una struttura privata dove le operazioni chirurgiche inutili sono la prima fonte di guadagno.
Insomma, se lavori bene sei di impiccio e perdi il posto: sembra un paradosso, e invece capita spesso.
In “Riff Raff” Ken Loach raccontava (vent’anni fa: dunque ci aveva avvertito, ma noi non lo abbiamo ascoltato) le storie di vita di un gruppo di operai che lavorano – in nero – in un cantiere edilizio, sfruttati dalla malavita. Nei cantieri di oggi, sarà dura ritrovare l’umorismo degli operai di Ken Loach, che trova sempre il modo di far sorridere chi guarda i suoi film, o di raccontare una bella storia d’amore. Nella vita vera, oggi, sul lavoro non c’è tempo quasi di conoscersi, e accade molto peggio di quello che vediamo nel film: gli operai in nero feriti durante il lavoro in cantiere, e trasportati lontano, in strada, a simulare improbabili incidenti automobilistici, sono cronaca di questi mesi e purtroppo non me li sono inventati io.
All’epoca, “Riff Raff” piacque ed ebbe un buon successo, ma non destò sensazione: gli operai non erano ancora stati cancellati dai notiziari, non è che raccontare la loro vita fosse poi una cosa così rivoluzionaria, almeno da noi. In Inghilterra no, là c’era già Margaret Thatcher. Ritrovare le stesse storie di vita, ma oggi, e in peggio, e qui da noi nell’anno 2008, è davvero triste.
Quando si raccontano storie di fabbrica e di lavoro, spesso assurde, non solo i grandi incidenti ma anche le storie quotidiane di piccoli soprusi, la gente preferisce non ascoltare. Se io racconto qualcosa che mi è successo, per esempio, capita quasi sempre che mi dicano: “Ecco, ma tu però dovevi...”.
L’errore sta in quel TU, come se fosse una cosa che riguarda solo me e che con un po’ d’accortezza avrei potuto evitare: non è così. L’errore sta nel pensare che ciò vediamo nel film di Loach riguardi solo i personaggi dei film di Ken Loach, così carini o così teneri o così buffi.
L’errore sta anche nell’usare certe parole al posto di altre: “l’omino delle pizze” “l’omino che porta i pacchi” “il muratore” “l’idraulico” “la ragazza del bar”... Dietro ognuna di queste frasette sbrigative ci sono delle persone, è il caso di ricordarlo: identiche a noi e con i nostri stessi diritti.
Dico questo pensando a tutte le disgrazie che mi è toccato leggere in queste settimane. Un ministro chiacchierone e presenzialista (nelle trasmissioni tv) s’inventa slogan contro i fannulloni, e tutti gli vanno dietro beati e contenti. Un addetto ai tram viene colto sul fatto mentre fabbrica una cuccia per il suo cane in orario di lavoro, e – apriti cielo – diventa il ricettacolo di tutte le nefandezze e il simbolo incarnato e vivente del fannullonismo. Penso allo “scandalo” degli otto dipendenti licenziati da Trenitalia quest’estate: uno solo timbrava per otto. Può anche darsi che siano davvero fannulloni assenteisti, ma con i vecchi cartellini, quelli in cartoncino, questa era una pratica comune. “Timbra tu per tutti che intanto noi andiamo in reparto”, per esempio: con mille varianti possibili, senza nessun dolo o ritardo per l’azienda. I capi queste cose dovrebbero saperlo: sono i capi reparto che sanno, quando io arrivo in ritardo, se devono preoccuparsi per la mia assenza (“gli sarà mica successo qualcosa?”) oppure se devono sbuffare e andare su tutte le furie. Se un capo non è capace di capire queste cose, vuol dire che fare il capo non è il suo posto, e che è meglio rimuovere il capo piuttosto che licenziare gli impiegati.
Se una donna riceva una telefonata che le dice che suo figlio è all’asilo con 39 di febbre, ha tutto il diritto di mollare il lavoro e correre dal bambino: sembra scontato, ma non è affatto così. Già oggi questa donna se la passa male, domani con la lotta ai fannulloni sarà la prima ad essere licenziata: prima viene il lavoro, e dopo viene il figlio. Se vuole lavorare, perché ha fatto dei figli? Come se avere un bambino (o due) fosse solo una scusa per chi non ha voglia di lavorare: e questo non è un paradosso, è vita quotidiana e molte donne (madri) se lo sono sentite dire. Bisognerebbe piuttosto fare la guerra ai furbi e ai furbetti, e in questo caso l’on. Brunetta, medaglia d’oro dei furbastri per il 2008 e il 2009, se la passerebbe male (tranquilli, non succederà mai: quelli come Brunetta se la cavano sempre, anche nella Rivoluzione Francese i suoi antenati scamparono alla ghigliottina facendosi credere indispensabili).
Questa gente, il ministro soprattutto, ma anche i giornalisti e i commentatori da strada, non hanno in genere la minima idea della vita di fabbrica. Chi ha più di 25 anni, e ha qualche anno di esperienza lavorativa “non protetta” alle spalle, queste cose le sa. Penso che Loach stesso sia rimasto molto stupito da certe reazioni ai suoi film, ma tanto la gente mica ti ascolta. Che molta gente ci caschi ancora, al punto da glorificare un ministro che cerca consenso con facili slogan da spot, è una cosa che fa cascare le braccia.
“Ma allora tu vuoi difendere i fannulloni” diranno i “malloristi”, sempre pronti con i loro “ma allora tu”, come se da me dipendesse l’andamento del mondo. Niente affatto! Sto solo portando qui la vera esperienza del lavoro. I fannulloni, i pasticcioni, gli incompetenti, sono spesso difesi dai loro capi: e anche questo è risaputo. Chi ha lavorato lo sa; chi non ha mai lavorato in vita sua ma ha chiacchierato molto e ha la lingua sciolta, come il ministro Brunetta, o non lo sa o (più probabile) sta facendo il furbo.
Di tutte queste cose, e in maniera comica, ci parla Ken Loach in «Riff Raff»: un film molto divertente ma anche tragico. Loach è l'unico vero erede diretto di Charlie Chaplin. Ama i suoi personaggi, riesce a unire le storie d’amore con il grigiore del mondo, il comico e il buffonesco con la tragedia; e qui sta la sua grandezza. E’ il cinema di uno che ha qualcosa da dire, finalmente; non le solite riprese di vecchie idee e remakes, di amori da spiaggia o di storie di trentenni e cinquantenni in crisi. Finalmente uno che sta fuori dal mercato, e che va a vedere cosa succede nel mondo (“l’Africa è qui, non vedete in che condizioni lavoriamo?” dicono gli operai inglesi in “Riff Raff”), nel bene come nel male.
Così in “Riff Raff” Loach ci racconta una bella e classica storia d’amore tra due giovani, ma senza nasconderci che lui ogni tanto ruba e che lei ha problemi di droga. Eppure sono personaggi positivi, vogliono vivere e alle volte sbagliano, ma si vogliono bene e hanno buoni princìpi; se avessero dei figli, li crescerebbero meglio di tante coppie ricche e rispettate. Certo Loach ha mestiere e sa come trattare la realtà (mai prendere del tutto sul serio gli artisti, che siano poeti, letterati o cineasti sanno sempre come maneggiare la materia bruta della nostra vita). Ma lo spettatore attento sa a che punto bisogna fare la tara a quel che si vede; e in ogni caso giù il cappello davanti a un simile narratore.
Ripenso spesso a Primo Levi, e ai suoi discorsi sull’etica del lavoro: li trovate in “La chiave a stella”, “Il sistema periodico”, “L’altrui mestiere”... In tutti i suoi libri, compreso “Se questo è un uomo”, dove Levi racconta del muratore che, anche rinchiuso ad Auschwitz, continuava a costruire muri a regola d’arte, controllando col filo a piombo che fossero perfetti . Ecco, il dottor Levi (che era direttore di una fabbrica di vernici: fu il suo lavoro per più di trent’anni) mi manca molto, e vorrei che fosse qui per poter fare una chiacchierata con lui: su Ken Loach, e su che cosa è diventato il mondo del lavoro in Italia.
PS: Su internet ho trovato anche questa foto dell’ex Prince of Wales Hospital di Tottenham, un edificio che fu ristrutturato per farne appartamenti. Secondo la didascalia, il cantiere edile allestito durante questi lavori fu usato come set da Ken Loach per Riff Raff.


2 commenti:

giacy.nta ha detto...

Proprio ieri ho visto Riff Raff e mentre osservavo gli edili al lavoro, pensavo che, quando si guarda un edificio, molto difficilmente si pensa a chi l'ha tirato su. Così, mi sembra davvero giusto chiudere il post con le foto dell' ex Prince of Wales Hospital di Tottenham.

p.s.
grazie per avermi portato a conoscere K.Loach

Giuliano ha detto...

penso spesso a Ken Loach...in Gran Bretagna hanno vissuto con molto anticipo quello che è successo da noi. Sarebbe bastato guardare i suoi film, e invece. Mah.