sabato 7 novembre 2009

L'enigma di Kaspar Hauser


Jeder für sich und Gott gegen alle (L'enigma di Kaspar Hauser, 1974) Regia di Werner Herzog Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein, Klaus Wyborny. Scenografia: Henning von Gierke. Costumi: Gisela Storch, Ann Poppel. Musica: Pachelbel, Albinoni, Mozart, Orlando di Lasso. Interpreti: Bruno S., Walter Ladengast, Brigitte Mira, Hans Musäus, Volker Prechtel, Willy Semmelrogge, Florian Fricke, Enno Patalas, Clemens Scheitz, Alfred Edel, Markus Weller, Dorothea Kraft, Durata 110 minuti

“En una encantada torre,
por lo que sé, vivo preso.
Qué me haran por lo que ignoro,
si por lo que sé me han muerto?
Qué un hombre con tanta hambre
viniese a morir viviendo!”
(Pedro Calderòn de la Barca, La vida es sueño, atto terzo scena prima)
Non so perché mi siano venuti alla mente, e perché tornino così insistenti, questi versi di Calderon de la Barca (1600-1681) ogni volta che ripenso a Kaspar Hauser, uno dei film più belli di Werner Herzog; ci sono delle analogie, ma le differenze sono maggiori delle somiglianze.
Intanto, “Kaspar Hauser” è una storia vera e non un ragionamento filosofico; e poi in questa scena dentro alla Torre non c’è il Principe, c’è il buffone Clarino, che ha fame, e non solo fame di vita ma la vera e propria fame di chi non ha mangiato da un bel po’.
Di rimandi se ne possono trovare altri: Platone e il mito della caverna; Georg Büchner; Jean Itard e il suo ragazzo selvaggio; e i grandi pittori tedeschi e fiamminghi, dei quali questo film è una citazione continua (una meraviglia continua, ad ogni fotogramma: l’incanto non smette mai per tutta la durata del film). Tutti paragoni interessanti, anche se bisogna dire che, a differenza dei trovatelli “normali” come quello del libro settecentesco di Itard (messo in film da Truffaut), Kaspar Hauser rimane umano, non è un ragazzo allevato dai lupi, ha pur ricevuto un’educazione e sembra un alieno piovuto dal cielo piuttosto che un trovatello.
Quella di Kaspar Hauser è una storia vera, ben conosciuta, con moltissime testimonianze dirette anche di autori importanti, che ha generato moltissimi libri e inchieste e che anche su internet è molto ben rappresentata. Comincia a Norimberga, nel 1828: è da quelle parti che fu trovato il giovane, con una lettera in mano, nel bel mezzo della piazza del paese. Nessuno sapeva chi fosse, lui diceva solo poche frasi, evidentemente imparate a memoria, ma mostrava segni di non essere un trovatello qualsiasi: sapeva scrivere il suo nome ed era persino vaccinato, cosa rarissima all’epoca. Quando si diffuse la notizia del suo ritrovamento, cominciarono a circolare parecchie leggende sul suo conto: la più famosa è che fosse un discendente di una delle case principesche della Germania di allora, abbandonato da bambino (come Edipo) per non creare intralci dinastici. La leggenda venne alimentata anche dal fatto che Kaspar fu ucciso, a coltellate, non appena si sparse la voce che stava bene e che, dopo aver imparato a scrivere correttamente, aveva iniziato a scrivere le sue memorie. Il diario di Kaspar esiste ancora, ma si limita a riportare le poche cose che anche lui poteva ricordare: che era stato tenuto segregato per molti anni senza vedere nessuno, che c’era qualcuno che lo accudiva ma che lui non l’ha mai visto in volto, e poco di più. Il mistero si è conservato per quasi duecento anni, e ancora oggi non si sa chi fosse Kaspar e da dove sia sbucato così all’improvviso; pochi anni fa i discendenti della casa reale del Baden hanno confrontato il loro DNA con quello di Kaspar (il sangue sulla camicia), che è risultato completamente diverso.
C’è un museo, ad Ansbach, dove sono conservati il libro di preghiere di Kaspar e la sua camicia insanguinata, mentre la lettera che aveva in mano è in un altro museo.
Nel 1974 Herzog affronta questa storia prendendosi qualche libertà, ma conservando molti dei dialoghi autentici di Kaspar, e nel complesso dando una ricostruzione molto verosimile, ed anche affascinante e spettacolare. La libertà maggiore se la prende con la scelta del protagonista, un uomo di quarant’anni invece di un adolescente: ma è una scelta ampiamente giustificata dalla personalità dell’attore scelto, e dalla riuscita eccezionale del film.
L’attore protagonista non è un attore: si chiama Bruno S., Herzog lo ha incontrato come musicista di strada e la sua professione era quella di operaio in una grande industria tedesca. Si tratta di un uomo che ha avuto un passato travagliato, molto simile a quello del vero Kaspar: abbandonato dalla madre, che lo picchiava, ha passato la sua infanzia in vari orfanotrofi, con gravi problemi, rischiando più volte di passare per un handicappato psichico. In realtà, in questo film Bruno recita: soprattutto all’inizio, deve interpretare un vero handicappato e ci riesce benissimo, ma chi volesse vedere la sua presenza quotidiana può andare a un altro film di Herzog, “La ballata di Stroszek”. La scelta di non indicare il nome completo è sua: Bruno S., con il cognome limitato alla sola iniziale, perché non vuole fare l’attore di mestiere e perché è così che è finito sui giornali le prime volte, con il nome indicato solo con l’iniziale, come capita ai minorenni che hanno problemi con la giustizia. Problemi di piccola portata, superati da Bruno quando ha potuto avere una occupazione stabile e una casa per lui e per i suoi amatissimi strumenti musicali.

Nel suo commento, Herzog spiega punto per punto cosa c’è di vero e che cosa c’è di inventato nel film. Sono vere quasi tutte le parole di Kaspar, vera la sua reazione alla Messa (lo disturbano “i fedeli che gridano in coro, poi loro smettono e comincia a gridare il prete”: la reazione di un bambino, come quelli che piangono e disturbano alle Messe ancora oggi) che è raccontata da Feuerbach.
E’ un’invenzione di Herzog tutta la scena del circo (il nano è un attore professionista, Hombrecito è un regista filippino amico di Herzog, che suona con il naso un flauto filippino); inventata è la bellissima storia della carovana; inventati i problemi di logica. Sono scene bellissime, grandissimo cinema, e se Herzog non le avesse girate ci sarebbe da lamentarsi con lui. Invece queste scene ci sono, per questo non finirò mai di ringraziarlo e nella storia ci stanno benissimo, non si poteva fare di meglio.
E’ vero il particolare di Kaspar che cerca di insegnare al gatto a camminare su due gambe.
Vere sono le frasi “Gli uomini per me sono come dei lupi”, “Quando sono caduto giù dal cielo mi sono fatto molto male”, “Il mio letto è il posto più bello del mondo” e “Perché non posso suonare come respiro? La musica mi colpisce qui, nel petto”: sono frasi che nel film Kaspar rivolge al Dottore, l’ottimo Walter Ladengast, che lo accoglie in casa sua e gli dà un’istruzione.

Nel booklet accluso al dvd è riportata una cronologia molto utile, che riporto:
1812 : Nascita di Kaspar, forse il 12 aprile. Verso il 15 ottobre viene affidato allo sconosciuto.
26 maggio 1828: Kaspar viene trovato sulla piazza di Norimberga. Il 7 luglio il borgomastro Binder comunica la notizia ai giornali. Il 7 agosto il borgomastro si vede recapitare un biglietto anonimo in cui Kaspar è dichiarato erede legittimo del Granducato del Baden. Il 18 agosto Kaspar va a vivere in casa del dottor Daumer.
17 ottobre 1829: Kaspar viene ferito per la prima volta.
Tra il 1829 e il 1831 Kaspar lascia Daumer e va a vivere da altri ospiti e mecenati, e infine si ferma ad Ansbach dal maestro Meyer.
14 dicembre 1833: Kaspar viene ferito una seconda volta. Morirà il 17 dicembre. Il 20 dicembre viene sepolto nel cimitero di Ansbach; sulla sua tomba viene scolpita questa epigrafe: «Hic jacet Gasparus Hauser, aenigma sui temporis ignota nativitas occulta mors.»

Paul Verlaine scrisse una poesia su Kaspar, nel 1873. Anche Werner Herzog pubblicò un libro sulla storia di Kaspar Hauser, edito da Feltrinelli nel 1979. Il film in originale ha un titolo che è davvero oscuro: “Ognuno per sè e Dio contro tutti”. A tutt’oggi, mi risulta difficile da capire; ma Herzog da qualche parte dovrebbe averlo spiegato.
Le riprese del film (viene più che spontaneo chiedersi dove siano quei posti, guardando il film: c’è di che rimanere a bocca aperta) sono state effettuate a Dinkelsbürg in Franconia, nel Sahara Spagnolo (la sequenza dei sogni, e il racconto finale), e sul monte Croagh Patrick in Irlanda (i pellegrini che vanno al Santuario). Ma tutto il film è una meraviglia continua, quasi ogni fermo immagine potrebbe essere stampato e incorniciato, come se fosse un dipinto: la qualità dell’immagine in Herzog (non solo qui ma in Nosferatu, Aguirre, Cuore di vetro, Fitzcarraldo, e via elencando) merita un discorso a parte, e prima o poi mi proverò a farlo.

Sono molto belle le scene nelle quali vengono presentati dei problemi di logica al povero Kaspar: molti intellettuali di quel tempo si sono davvero interessati al caso, andavano a trovare Kaspar, ormai istruito nell’arte della conversazione, e gli ponevano quesiti di ogni tipo. Ma la logica di Kaspar non è quella dei Professori, e le sue risposte sono sorprendenti: queste scene sono uno dei motivi per i quali vedere questo film è non solo consigliabile per la bellezza, ma anche per puro divertimento. A Kaspar vengono posti i famosi problemini di logica che tanto piacciono a filosofi e matematici: se in un villaggio ci sono solo persone che dicono la verità, e nell’altro solo persone che dicono bugie, come fai a riconoscere – ma con una sola domanda! – da quale dei due villaggi viene l’uomo che hai incontrato? Kaspar dapprima è poco interessato alla cosa, ma alla fine risponde che lui gli chiede: “Sei una ranocchia?” e se l’altro gli risponde di sì allora viene dal villaggio dei mentitori – ma non è questa la risposta esatta, il Professore è molto seccato, e Kaspar ancora di più perché a lui quella risposta sembra perfetta (sembra perfetta anche a me, lo confesso: è per questo che non ho mai preso la laurea né in matematica né in filosofia). Ma gli pongono anche domande di teologia, vorrebbero che lui, selvaggio senza istruzione, riconoscesse Dio naturalmente, senza bisogno di spiegargli la dottrina e la filosofia, come vorrebbe una certa corrente filosofica e teologica: ma a Kaspar queste questioni sembrano astruse, lui ragiona secondo un altro metodo. E’ la logica della torre, che vediamo in una discussione con il buon Dottore che lo ospita e che lo istruisce: dentro la torre c’è più spazio che fuori, perché da fuori se mi guardo intorno non vedo più la torre, mentre quando ero nella torre (in prigione) ovunque guardavo c’era la torre, e dunque c’è più spazio dentro che fuori la torre. Non racconto la scena della mela, perché è degna di Stan Laurel e mi dispiacerebbe rovinare la sorpresa; ma di questa logica abbiamo molti esempi, nel film.

A Werner Herzog è sempre piaciuto un mondo lavorare con attori non professionisti. Uno di loro è Clemens Scheitz, il piccolo e anziano signore presente in molti film di Herzog di quel periodo: qui interpreta lo scrivano. Herzog dice di amarlo molto, e di aver scritto il finale apposta per lui.
Ma ci sono anche molti attori professionisti, attori tedeschi da noi poco noti ma presenze familiari in Germania, come Brigitte Mira e Walter Ladengast, e il gran naso di Volker Prechtel (il buon carceriere) che visto una volta lo si riconosce sempre.

A questo punto devo fare un piccolo monumento alla casa editrice dei dvd, l’ottima Ripley’s Home Video. Il commento al film del regista, passo per passo, in questo caso (così come in “Cuore di vetro”) non è una semplice curiosità, ma è qualcosa di essenziale. E poi c’è l’intervista a Herzog, riportata tra gli extra, che è piena di riflessioni tutt’altro che banali. Mi segno, al volo (ripromettendomi di fare meglio il lavoro in un altro momento): 1) andare oltre le proprie possibilità, poi magari fallire, ma migliorarsi. 2) la Creazione è un dono meraviglioso, ma non è perfetta ed è migliorabile, a patto di non snaturarla come stiamo facendo. 3) Arte e musica aiutano a sopportare la parte brutta della vita; bisogna avere una visione della vita per poter vivere senza essere sopraffatti dagli errori. 4) l’Estetica viene da sola, ma non è mai sola. Non si può parlare astrattamente di estetica, deve essere sempre supportata dalla pratica. C’è una “porta secondaria” dalla quale l’estetica entra, e che si apre quando tutto il resto è a posto (inquadratura, dettagli, eccetera). 5) il cinema deve darsi il coraggio di portare avanti i nostri sogni, e realizzarli. 6) Herzog dice di non amare la natura (ne ha un concetto leopardiano) al contrario di ciò che dicono i critici guardando i suoi film; ma è cresciuto nei boschi, tra le montagne della Baviera, e non potrebbe vivere lontano da essa.

2 commenti:

Dario D'Angelo ha detto...

Questo e La ballata di Stroszek sono tra i film che mi hanno formato, che hanno influenzato il mio approccio con il mondo. E' difficile parlare di qualcosa quando quest'ultima non solletica solo la tua parte "razionale"... ecco, andrebbero visti, è la sola cosa che aggiungerei :-)

Giuliano ha detto...

Quanto di più lontano immaginabile dalla tv e dai film pensati per metterci dentro gli spot...
Non so quanti ragazzi oggi potrebbero perdersi dentro a un film ricco e magnifico come questo. E penso anche che oggi un Herzog, un Wenders, un Kubrick, un Fellini, un Tarkovskij, verrebbero messi alla porta dai produttori, e senza tanti complimenti.
In questo momento storico avere delle idee è un reato...