domenica 8 novembre 2009

La musica in "Kaspar Hauser"


Jeder für sich und Gott gegen alle (L'enigma di Kaspar Hauser, 1974) Regia di Werner Herzog Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein, Klaus Wyborny. Scenografia: Henning von Gierke. Costumi: Gisela Storch, Ann Poppel. Musica: Pachelbel, Albinoni, Mozart, Orlando di Lasso. Interpreti: Bruno S., Walter Ladengast, Brigitte Mira, Hans Musäus, Volker Prechtel, Willy Semmelrogge, Florian Fricke, Enno Patalas, Clemens Scheitz, Alfred Edel, Markus Weller, Dorothea Kraft, Durata 110 minuti

Mi piace molto l’uso della musica che fa Werner Herzog nei suoi film. Non sono mai scelte banali, e rivelano una grande conoscenza e competenza anche in campi diversissimi. “L’enigma di Kaspar Hauser” è uno dei suoi film più belli, girato nel 1974 (ne ho parlato qui pochi giorni fa) ed è esemplare anche dal punto di vista musicale.
Il film inizia con un’aria di Mozart da “Il flauto magico” (Die Zauberflöte, 1791). E’ l’aria “del ritratto”: siamo all’inizio dell’opera, il principe Tamino vede per la prima volta il ritratto di una ragazza, e ci sta dicendo che quello che vede gli piace moltissimo. E’ un’aria estatica, contemplativa, che ben si adatta alle immagini che scorrono sullo schermo. La ascoltiamo in una registrazione d’epoca, molto bella e molto ben conservata: si tratta del tenore Heinrich Knote e risale al 1910. Il testo dice così: « Dies Bildnis ist bezaubernd schön, / Wie noch kein Auge je gesehn! / Ich fühl es, wie dies Götterbild / mein Herz mit neuer Regung füllt (...) ». L’autore dei versi è Emmanuel Schikaneder, impresario teatrale, attore e cantante; non è grande poesia, ma funziona. Tamino ci sta dicendo che quel ritratto è incantevole, che nessun occhio ne ha mai visto uno simile, che questa divina pittura gli riempie l’anima di nuove emozioni, eccetera. A dare vita a questi versi ci ha pensato Mozart: la musica è meravigliosa e l’esecuzione è ottima.


In “Kaspar Hauser” troviamo due brani molto famosi, usatissimi negli spot pubblicitari e anche nei matrimoni: il Canone di Pachelbel e l’Adagio di Albinoni. Sono due brani significativi, nella storia della musica del Novecento. Per lungo tempo sono stati tra i pochi (pochissimi) brani di musica antica eseguiti regolarmente in concerto e incisi su disco. A questi due si potrebbe aggiungere la famosa “aria sulla quarta corda” di Johann Sebastian Bach, che ha avuto milioni di arrangiamenti, a partire dalla sigla tv di “Quark”, ma in Kaspar Hauser non c’è e non ne posso parlare (la versione originale dell’”Aria sulla quarta corda” si trova nella Suite in re maggiore n.3 BWV 1068). Dagli anni ’50 e ‘60 è cominciato il grande lavoro di ricerca, sono stati tolti dagli archivi i manoscritti, si è fatta luce su pagine decisamente inaspettate, prima riservate ai soli studiosi, poi arrivate anche al grande pubblico: sono emersi aspetti sorprendenti o dimenticati, come l’intensa produzione teatrale di Vivaldi, fin lì confinato alla musica sacra e a qualche estratto dalle Stagioni. Quando uscì il film, cominciavano ad affermarsi i Solisti Veneti di Claudio Scimone, grandissimo direttore e grandissimi musicisti, che hanno svolto (e continuano a svolgere) un enorme lavoro di ricerca e di esecuzione attenta e fedele. I principali esecutori odierni di questo repertorio, punti di riferimento per Vivaldi e Albinoni, quando uscì il film di Herzog avevano dodici-quindici anni: per fare solo qualche nome, Fabio Bonizzoni, Rinaldo Alessandrini, Fabio Biondi, Ottavio Dantone, Giovanni Antonini.


Johann Pachelbel (Norimberga, 1653-1706), organista fra i massimi del suo tempo e punto di riferimento insieme a Dietrich Buxtehude del giovane Bach, continua ad essere poco frequente nei concerti e nelle registrazioni, delle sue composizioni si ascolta veramente poco: sono riemersi nel frattempo decine di autori di quel periodo, ma Pachelbel è rimasto confinato dentro a questo “canone”. Magari un motivo c’è, e qualche musicista ce lo farà sapere. Il Canone di Pachelbel si ascolta bene a 1h30, per la visione dei pellegrini sul monte, seguita da Kaspar che gioca col piccolo corvo e poi dalla sequenza in cui guarda nell’acqua, e da quella dell’erba mossa dal vento.
Da tempo sappiamo invece che l’Adagio di Albinoni (il brano che viene chiamato con questo nome) è in realtà opera di Remo Giazotto, il musicologo romano che curò la revisione dei suoi manoscritti, oltre che quelli di Locatelli, Stradella, Alessandro Scarlatti; Giazotto ha anche scritto una biografia di Albinoni, pubblicata nel 1945. “Adagio” è solo un’indicazione musicale; di tempi lenti, larghi e andanti e adagi, Albinoni ne ha scritti parecchi: e i tempi lenti (di Albinoni, di Vivaldi, di Haendel, di Pergolesi...) sono tra le cose più belle da ascoltare di tutta la storia della musica. Il mio parere è che non si può nemmeno dire che l’Adagio in questione sia un falso: è plausibilissimo, a forza di leggere e trascrivere questa musica meravigliosa, può ben darsi che sia stato Albinoni stesso, dall’Empireo dove ormai risiede, a suggerirlo a Giazotto. L’operazione è perfettamente riuscita, l’Adagio di Albinoni & Giazotto non è più falso di tante trascrizioni d’epoca riportate sulle antologie usate per gli esami del Conservatorio. Tommaso Albinoni (Venezia, 1671-1750) è invece ben presente ancora oggi nei programmi dei concerti e nelle incisioni discografiche; gli nuoce molto la vicinanza con Vivaldi (così come per Alessandro e Benedetto Marcello, tutti veneziani e contemporanei), ma pian piano si sta riscoprendo tutta la sua vasta produzione, e le sorprese non mancano. L’Adagio di Albinoni è a 1h05, la barca sull’acqua e il cigno, e poi Kaspar nel giardino.
L’uso di questi brani famosi potrebbe sembrare una scelta facile, ma non è così. Herzog li prende tutti e due, e fa benissimo: sono molto belli, molto adatti, e a me piace ancora molto questa esecuzione.

Del film fa parte anche il “Requiem a cinque voci” di Orlando di Lasso. Si tratta di un musicista dei più grandi: fiammingo, 1532-1594, visse a lungo in Italia e soprattutto a Roma, dove conobbe e frequentò Pierluigi da Palestrina. E’ stupefacente leggere quanto viaggiavano e quanto si frequentavano questi maestri, pittori musicisti architetti scultori, in un’epoca in cui l’unico mezzo per spostarsi era il cavallo (ad essere fortunati). E’ da questi spostamenti che nasce la grande cultura europea, e la storia della musica è piena di queste storie e di questi incroci: Bach studiò a lungo Vivaldi, per esempio, e se ne faceva mandare le opere man mano che venivano stampate; e i grandi maestri della polifonia fiamminga vissero a Venezia, a Roma, a Napoli, o a Mantova (dove c’era Claudio Monteverdi), in un continuo reciproco studio e scambio. Le informazioni su Orlando di Lasso riempiono colonne intere delle enciclopedie: per capire perché basta ascoltare i frammenti della sua musica inseriti da Herzog in questo film, al minuto 16 quando lo Sconosciuto porta Kaspar sulle montagne, aspetta l’alba e poi lo lascia nella piazza di Norimberga, o, più brevemente, a 1h27, per il primo ferimento di Kaspar.
Nel corso del film vediamo anche Florian Fricke, abituale collaboratore di Herzog e leader dei “Popol Vuh”, nella breve parte del pianista cieco, probabilmente scritta solo per averlo nel film; ascoltiamo anche Bruno S., che è un vero musicista, ma qui gli tocca fare la parte dell’imbranato. Sembra che la cosa gli sia dispiaciuta moltissimo: quel brano di Mozart lo conosceva a memoria per conto suo, ma la parte richiedeva che lui fosse solo un principiante e la recita benissimo.
C’è anche un Quartetto d’archi non identificato, nella scena a casa di Lord Stanhope: forse ancora Mozart, ma può darsi che sia Haydn. Il flauto che si suona col naso, nella scena del circo, è un flauto filippino; “Hombrecito” è interpretato dal regista Kidlat Tahimik, originario di Manila, che sta suonando un motivo tradizionale del suo Paese. Nel piccolo circo vediamo, dopo il mangiatore di fuoco, tra orsi e cammelli ammaestrati, anche un piccolo Mozart: gli somiglia molto, non suona ma guarda fisso in un buco del terreno e niente riesce a smuoverlo. E c’è il flauto che accompagna la meravigliosa sequenza dei berberi nel deserto, nel finale: la storia di cui Kaspar conosce solo l’inizio. Una carovana di berberi è guidata da un vecchio cieco, nel deserto. Vedono le montagne davanti a loro e si convincono di essersi perduti; consultare la bussola non fa che aumentare la confusione. E allora si rivolgono al vecchio: che assaggia la sabbia, alza il volto verso il sole, e conclude che le montagne sono solo un’illusione, e che si può riprendere il cammino. La carovana giunge ad una grande città, come era previsto: “...ma non è questa la storia. – dice Kaspar – La vera storia inizia in quella città, ma io non la conosco.”
C’è molto altro, in “Kaspar Hauser” e in Werner Herzog, che è una fonte inesauribile di storie, di musiche, di immagini. C’è molta musica, nei film di Herzog: dai blues alla polifonia sacra, dai cilindri Edison alle incisioni più recenti, sempre con grande pertinenza e perfetta adesione alle immagini. E, c’è, soprattutto, il Silenzio: e chi conosce e ama la musica sa quanto sia importante il Silenzio.

5 commenti:

Ermione ha detto...

Molto molto interessante e ricco di notizie. Ma dove le trovi ? Sai un sacco di particolari, davvero un bel post.
Mi fai venir voglia di rivedere questo film, che ricordo come uno dei più belli, se non il più bello, di Herzog: ma mi sembra di non averlo, provvederà.

Giuliano ha detto...

Alcune fonti: Radiotre (specialmente Paolo Terni e Sandro Cappelletto, ma anche altri) e il commento di Herzog sul dvd, scena per scena e sottotitoli compresi (altrimenti il tenore Knothe non l'avrei mai saputo rintracciare, è bravissimo ma non è famoso).
E poi sono trent'anni che prendo appunti...
ciao Ermione, buona settimana!! (e una grattatina dietro l'orecchio alle gatte)

Giuliano ha detto...

...ma se qualcuno trova degli errori e me li corregge, ne sono ben contento.

emime ha detto...

ciao,
interessante con fonti affidabili.

Vorrei segnalare una piccola omissione (parziale e forse voluta?). Hai citato giustamente i Popol Vuh senza indicare il brano che Fricke accenna.

Ebbene, si tratta di Einsjäger & Siebenjäger, un capolavoro che consiglio a tutti gli amanti di questo gruppo. Un capolavoro strumentale che veramente "stringe il petto" come Kaspar riferisce quando sente suonare Fricke.

Giuliano ha detto...

Grazie a te, emime: questi commenti mi fanno sempre piacere.
Non ascolto i Popol Vuh da una vita, a parte i film di Herzog... è solo per questo che non sono in grado di dare un titolo ai singoli brani (però c'ero quando uscivano i loro lp, avevo un amico che ne era molto appassionato).