martedì 20 luglio 2010

Brazil ( I )

Brazil (1985) Regia di Terry Gilliam. Scritto da Terry Gilliam, Tom Stoppard, Charles McKeown. Fotografia di Roger Pratt. Musiche originali di Michael Kamen; “Brazil” di Ary Barroso, eseguita da Geoff & Maria Muldaur. Con Jonathan Pryce (Sam Lowry), Kim Greist (Jill Layton), Robert De Niro (Archibald "Harry" Tuttle) , Ian Holm (il capufficio), Michael Palin (Jack Lint), Katherine Helmond (la madre di Sam), Bob Hoskins (l’idraulico), Ian Richardson (Mr. Warren), Peter Vaughan (Mr. Helpmann), Jim Broadbent (Dr. Jaffe), Charles McKeown (Harry Lime), Barbara Hicks (Mrs. Terrain), Diana Martin (il Telegramma Cantato), e altri. Durata 142’

“Brazil” non ha nulla a che fare con il Brasile: lo dico per chi non c’era e per chi non ha mai visto il film. E’ una variazione sul tema di “1984” di George Orwell, e “Brazil” è una canzone molto famosa, quella che molti di noi ancora canticchiano quando siamo soprappensiero.
“Brazil” di Terry Gilliam incomincia così:
« Ore 20.49, un luogo qualunque del XX secolo.»
Dalla tv, parte un allegro spot con una rassicurante voce maschile:
- Salve gente! Sono qui con voi per parlarvi di condutture. Le condutture della vostra casa vi sembrano vecchie e fuori moda? Perché non le cambiate? Central Service ve ne offre una vasta gamma dalla linee nuove ed eleganti (...) Non perdete tempo! Recatevi subito alla più vicina sala d’esposizione di Central Service. Ricordatevi: “CENTRAL SERVICE”, la garanzia di un grande nome.
Alla fine dello spot, vediamo che il televisore da cui si parlava era nella vetrina di un grande negozio di elettrodomestici, che salta in aria; ne nasce un incendio. Parte il titolo del film: BRAZIL, scritto in allegre luci al neon, da insegna di Las Vegas.
Dalla tv rovesciata per terra, tra le fiamme, si continuano le trasmissioni. Nello stesso tono allegro e rassicurante dello spot, ecco l’intervistatore del telegiornale, che si chiama David:
- In rappresentanza del Ministero dell’Informazione abbiamo qui il Viceministro, l’onorevole Eugene Helpmann.
- Buonasera David!
(Helpmann ha una faccia bonaria e paterna da vecchio colonnello inglese, coi baffi bianchi)
- Signor Viceministro, cosa c’è dietro al grande aumento del numero degli attentati terroristici?
- Una mancanza di sportività. C’è una sparuta minoranza di persone che sembra aver completamente dimenticato i vecchi valori di una volta, e non riesce a sopportare l’idea di aver perso la sua battaglia. Se queste persone accettassero le regole del gioco, otterrebbero molto di più dalla vita.
- Tuttavia, signor Helpmann, c’è chi ritiene che il Ministero dell’Informazione si sia ampliato troppo, e in settori che non sono di sua competenza.
- Vede, in una società libera l’informazione deve penetrare ovunque, ed è solo per questo che ci stiamo potenziando.
- E’ un potenziamento un po’ caro: si parla di spese intorno al sette per cento del bilancio statale.
- Mi rendo conto delle preoccupazioni dei contribuenti. La gente vuole che il suo denaro non vada sprecato, per questo insistiamo nella politica degli investimenti e del recupero dei costi dell’informazione. Chi viene condannato dal Tribunale deve pagare non solo le spese della sua detenzione, ma anche quella degli interrogatori, degli accertamenti e delle indagini fatte sul suo conto.
- Lei pensa che il governo vincerà questa battaglia contro il terrorismo?
- Ne sono convinto. La nostra morale è molto più elevata della loro. Stiamo ribattendo colpo su colpo ogni loro mossa, e sono già molti quelli che hanno deciso di ritirarsi dalla lotta. Credetemi, il terrorismo ha le ore contate.
(Durante la trasmissione, ci siamo lentamente spostati dalla piazza in fiamme dopo l’attentato terroristico all’interno del centro computer del Ministero dell’Informazione, dove un solerte funzionario scova uno scarafaggio e cerca di catturarlo. Ma lo scarafaggio cade nella stampante del computer: morendo la sporca e cambia un cognome, che da “Tuttle” diventa “Buttle”). Intanto, Mr. Helpmann sta finendo il suo discorso.
- ... e quindi un criminale non deve costare nulla ad un cittadino onesto.
- Signor Helpmann, torniamo al terrorismo. Sono diciassette anni che dalla prima bomba...
- E’ un numero che gli porterà sfortuna!
Helpmann ride, molto contento della sua battuta.
- Grazie signor Viceministro, non ho altro da chiederle.
- Grazie a lei David, e grazie a tutti i telespettatori. Buon Natale!
Riascoltare oggi queste battute iniziali di “Brazil” mette i brividi. All’epoca, non le avevo capite: ma oggi è tutto più chiaro. Notate: il Viceministro non risponde mai alle domande. Ci gira intorno, si aggrappa alle ultime parole dette, lancia slogan (“il cittadino onesto non deve pagare per i criminali”), ma non entra mai dentro al problema. E il problema è quello, terribile: sono 17 anni che il terrorismo mette le bombe, la gente continua a morire e non si è mai riuscito a risolvere il problema; però intanto si è instaurato un clima di terrore dall’alto, e di controllo continuo sulla vita di ogni cittadino, fin nell’intimità.
Quando uscì il film, il terrorismo era l’IRA, o le BR in Italia. Oggi, alla parola “terrorismo” di solito aggiungiamo quasi automaticamente un aggettivo, “islamico”. Per combattere il terrorismo islamico, ormai da dieci anni, le donne non possono più portare pinzette per le ciglia e forbicine per le unghie sugli aerei, e i bambini non possono portare da casa nemmeno una bottiglietta d’acqua da bere. Non è stata una misura transitoria, nessuno si è preoccupato, nessuno ha detto "purtroppo bisogna prendere questi provvedimenti", e tutti ci siamo abituati senza troppi problemi, anzi ben contenti, contentoni. Le videocamere ci osservano ovunque, e registrano i nostri movimenti; carte di credito e bancomat e telepass segnano ogni nostro passaggio, tra poco spariranno tutti gli impiegati di banca, e anche la tv sta diventando interattiva: saremo costretti a parlare soltanto con le macchine, qualsiasi cosa succeda. E la manutenzione, chissà a chi finita in mano la manutenzione degli impianti... Nessun film, nessun autore satirico, avrebbe mai immaginato uno scenario simile: eppure è diventato tutto vero.
Un’altra cosa che nessuno avrebbe mai previsto è il telefonino, magari con annesso video, macchina fotografica digitale, e connessione internet. Gli autori di fantascienza si sono spesso dilungati a descrivere un mondo dove a poveri umani tartassati (o androidi, o cyborg) veniva imposto a forza un meccanismo che li rendeva rintracciabili ovunque, e ne marcava ogni passo. Ovviamente, i poveri disgraziati a cui era toccata questa sorte facevano ogni sforzo possibile per liberarsi di quel terribile marchingegno: un collare, un braccialetto, una pillola, un microchip, una carica esplosiva, un circuito stampato ben in vista sulla fronte, che magari l’Eroe staccava via incidendo la carne con un coltello, in una scena molto drammatica.
Nessuno avrebbe mai immaginato che gli umani si sarebbero dotati volentieri, orgogliosi, di uno di questi marchingegni, lamentandosi anzi molto e molto soffrendo se non ne hanno uno, o se ne hanno un modello vecchio di tre mesi e non aggiornatissimo, e magari sfottendo il loro vicino che non ha lo stesso collare – pardon, videofonino – o che ne ha uno più vecchio che magari funziona ancora.
Non ho potuto controllare l’originale, ma penso che le “condutture” della versione italiana siano “tubes” nell’originale: del resto, il film è strabordante di tubi e di fili e di condutture, con annessi idraulici ed elettricisti ed esperti di condizionatori d’aria. Quando uscì il film, anche questo poteva sembrare un dettaglio poco comprensibile: oggi, nell’epoca di Youtube, è tutto molto più chiaro. (continua)

4 commenti:

Gegio ha detto...

Se non fosse per la regia di Gilliam, avrei veramente paura di uno spot per le tubature in prima serata. Devo rivederlo, le tue parole mi hanno ricordato qualcosa della dittatura presente nel film, ma vorrei avere con me anche 1984, al quale, nel bene o nel male, si ispira, come V per Vendetta peraltro.

Giuliano ha detto...

Il romanzo di Orwell l'ho riletto un paio d'anni fa, e l'ho trovato impressionante: non è solo la questione del "grande fratello", è anche una riflessione sull'intera nostra vita, parente stretto del Libro di Giobbe.
"Brazil" è più condotto sul filo del gioco, ma molto intelligente e serissimo là dove si deve essere seri (sembra una banalità, ma non è una cosa che riesca facilmente...). Gilliam era bravissimo in queste cose, poi si è un po' perso a guardarsi addosso, peccato.

candida ha detto...

caro giuliano, vien proprio voglia di vederlo, Brazil, dopo averti letto. Me lo procurerò per qualche seratina afosa. Mi colpisce la partecipazione di Stoppard. La sua ultima opera è una trilogia fiume (9 ore in 3 parti) intitolata, guarda caso, "The Coast of Utopia". Lì Stoppard è come se facesse un passo indietro rispetto a Orwell e alle distopie per andare a studiare quasi la genesi del pensiero utopico contemporaneo nelle angosce esistenziali dei protagonisti dell'intelligencija russa dell'Ottocento: Bakunin, Belinskij, Herzen... Così la visione allucinata di un mondo stile Dick non sembra poi così lontana dalla placida ambientazione cechoviana delle tenute nobiliari della Russia di duecento anni fa. In entrambi i casi gli eroi si dibattono cercando dei recessi in cui resistere al pensiero unico e in entrambi i casi spesso la prigionia finisce per essere qualcosa di più profondo e interiore dei lacci dispensati dal potere.

Giuliano ha detto...

Non che sia un film facile, ma l'impressione finale è di quelle belle, cioè che i primi a divertirsi (e a crederci) fossero proprio gli attori e gli autori che ci stavano lavorando.
Per esempio, De Niro si vede pochissimo ma c'è, e ci dà dentro: ben diverso dal De Niro che abbiamo visto in tanti, troppi, film.
Cara Candida, come dicevo anche nel commento sopra, l'anno scorso rileggendo Orwell mi sono reso conto che somiglia molto al Libro di Giobbe, e che questa entità che sa tutto e conosce tutto non può essere "soltanto" un regime totalitario: secondo me le scene chiave sono quelle dove compare il misterioso cospiratore dentro al bar, all'inizio e alla fine di "1984".
Però tu mi citi autori che conosco poco, quasi soltanto di nome. Posso però confermarti che qualcosa di Cechov in "Brazil" c'è.