lunedì 26 luglio 2010

Monica e il desiderio

SOMMAREN MED MONNIKA (MONICA E IL DESIDERIO, 1952). Regia: Ingmar Bergman. Soggetto: dal romanzo di Per Anders Fogelström. Sceneggiatura: Per Anders Fogelström e Ingmar Bergman. Fotografia: Gunnar Fischer. Musica: Erik Nordgren. Scenografia: P. A. Lundgren e Nils Svenwall. Interpreti: Lars Ekborg (Harry), Harriet Andersson (Monnika), Dagmar Ebbesen (la zia di Harry), Ake Fridell (il padre di Monnika), Renée Björling (la padrona della villa), John Harryson (Lelle), Georg Funqvist (il magazziniere), Ake Grönberg (l'operaio della tornitura), Bengt Eklund, Sigge Fürst, Naemi Briese. Produzione: Helge Hagerman per la Svenskfilmindustri.

“L’estate con Monika”, il vero titolo del film, rende benissimo il senso di quello che vi succede: due ragazzi sotto i vent’anni, la loro prima esperienza d’amore vero, un’estate meravigliosa. Durerà poco: l’estate in Svezia non è molto lunga, e quando si è felici i giorni sembrano correre più veloci, ed è tutto così bello non si fa nemmeno in tempo a rendersi conto di cosa succede. Il titolo che fu dato al film dal distributore italiano non è brutto, ma è evidente che si è cercato di mettere qualcosa di morboso (di pornografico?) in un film che di morboso ha ben poco, essendo piuttosto concentrato sulla vita quotidiana, sul lavoro, sull’amore. Un film molto bello, uno dei più belli di Bergman, che ci racconta in maniera esemplare una storia comune, la stessa storia che viene raccontata e replicata ad ogni momento: non dal cinema o dai libri, ma dalla vita stessa.

Dunque si tratta di neorealismo? Dipende da che parte lo si vede, quale è il punto di osservazione. Ragionando sul neorealismo, e anche per smontare i luoghi comuni e le frasi ripetute “a pappagallo” (un ottimo esercizio), mi è capitato di notare che la maggior parte della critica è di origine borghese o medio impiegatizia, non ha vissuto sulla sua pelle queste situazioni, “Ladri di biciclette” gli sembra un film esotico, come se si parlasse degli usi e costumi degli eskimesi, idem “Umberto D” o “La terra trema”: ma questo capitava vent’anni fa. Oggi va ancora peggio, sembra che parlare del mondo vero, degli operai ma anche degli handicappati, sia stata solo una moda; e certo è più figo occuparsi delle top models e delle vacanze a Sharm el Sheikh. In “Monika” di Bergman la parte dedicata al mondo del lavoro l’ho trovata del tutto uguale al mondo dove ho vissuto io; quello che ho trovato di diverso è tutta la parte girata in mare (qui in Lombardia il mare non c’è).

Queste persone io le ho conosciute veramente, ancora negli anni ’80 era facile trovarne di molto simili, anche da noi. Per esempio, mi ha toccato molto il ragazzo che fa tardi sul lavoro perché suo padre è all’ospedale e (proprio nello stesso giorno) si è ritrovato a passare la notte con la ragazza che ama: per questo ritardo (la prima notte d’amore con la ragazza della sua vita!) verrà licenziato e il suo collega si arrabbia con lui perché adesso gli toccherà fare anche il suo lavoro. Ma in fabbrica bastava (e basta) molto meno per diventare antipatici: per esempio entrare per la prima volta in reparto, e guardarsi in giro. Tutti quei tubi, quel vapore, le macchine, le vasche...chi li ha mai visti, a sedici o diciassette anni? “Quello lì non capisce niente e non ha voglia di lavorare”, ti dicono subito; e sei bollato così, e ci vuole tempo per rimediare. In altri posti, se si è fortunati, ci sono invece colleghi migliori, magari quelli che quando ti vedono spaesato sorridono e ti dicono “siediti lì e aspetta che poi ti chiamo io quando mi serve aiuto”: è quello che succede al protagonista di “Monica e il desiderio” nella parte finale del film, quando ha trovato un nuovo lavoro come tornitore. (detto en passant, è così che si combattono gli infortuni: altro che casco e guanti).
«Vai a casa, adesso qui gireresti a vuoto e rischieresti di tagliarti un dito.Torna domani, e cerca di essere sobrio» gli dice sorridendo il collega più anziano, quando viene a sapere che al giovane operaio è appena nata una bambina. Questo attore ha una faccia particolarmente simpatica: si chiama Ake Grönberg e Bergman gli affiderà la parte del protagonista nel suo film successivo. Con un bel paio di baffoni, e forse ancora più in carne, Grönberg diventerà il padrone del circo di “Sera di un saltimbanco” (Una vampata d’amore) con Harriet Andersson al suo fianco.

La critica a proposito di questo film parla quasi sempre di un Bergman non ancora pienamente maturo, ancora alla ricerca di una sua tematica: io direi piuttosto di un Bergman già pienamente conscio dei suoi mezzi e delle sue possibilità, ma ancora molto giovane. Non è più un ragazzo, ha 32 anni e due divorzi alle spalle, è un autore compiuto e come tale va trattato. Caso mai, si può parlare di cambio di stile per i film successivi, che sono opera di un uomo di 40 anni, con una visione di vita completamente diversa. Al tempo di “Il settimo sigillo”, “Il posto delle fragole” e “Luci d’inverno”, Ingmar Bergman ha già varcato la “linea d’ombra” di cui parla Joseph Conrad; ma nel 1952 era ancora molto giovane, e io direi che è un dato di cui tener conto.
Guardando “Monika” a distanza di tanti anni, viene alla mente “Aurora” di Murnau, si vedono già i luoghi e le atmosfere di “L’ora del lupo” (la scena in cui Harriet va a rubare da mangiare e viene presa e portata nella villa); si vedono treni e ponti come in Ozu e in Wenders, ed è molto presente il tema dell’alcolismo, molto frequente nei paesi nordici (come per la scrittrice Selma Lagerlöf, uno dei punti di riferimento di Bergman).

Tornando per un attimo al neorealismo italiano, mi sono anche venuti in mente (per contrasto) tutti quei film e telefilm americani dove si vedono persone che fanno colazione alle nove, quieti e sereni, pulitini, felici, la famiglia intera padre madre e bambini e cane. La realtà della maggioranza delle persone è stata invece quella che ci mostra qui Bergman: il lavoro a turni, la sveglia alle cinque sperando di sentirla, la bambina piccola che piange... Quando si sposano, lui ha 19 anni e lei quasi 18; è la zia a dirlo al prete, ed il ruolo della zia, molto bello, fa pensare a molte care persone che non ci sono più, sempre disposte a dare una mano a chi ne aveva bisogno, e senza pretendere nulla in cambio.
Harriet Andersson, qui molto giovane, non sembra un’attrice svedese e ricorda spesso per temperamento Anna Magnani (la scena dello specchio, nel finale), e si concede anche un nudo integrale che ai suoi tempi avrà fatto sicuramente scandalo. Viene da sorridere, oggi, pensando alla censura italiana del tempo, al mito delle svedesi, ai film di Alberto Sordi...tutte cose che hanno fatto epoca e riempito i pensieri degli italiani per decenni. La fortuna italiana di un autore difficile come Bergman nasce anche (soprattutto?) da queste cose, girare una sequenza con una donna nuda era una cosa proibita, peccaminosa. Ancora negli anni ’70 si favoleggiava dei “film dell’Est con le donne nude che non si capiva mai perché ma c’erano sempre” come dice ogni tanto ancora qualche critico frescone. Ma qui Bergman, nel finale, spiega benissimo perché si vede Monika nuda: è il ricordo principale di un amore, di una prima volta. La stessa cosa fa per esempio Kieslowski, per citare un “autore dell’est con le donne nude”, come direbbe qualche disk jockey promosso presentatore tv o qualche critico molto superficiale, troppo abituato ai film di Pierino e dei Vanzina.
E’ una cosa che può sembrare strana, ma tutti i film di Bergman, anche i più duri e i più difficili, furono distribuiti regolarmente. Io tendo a pensare che sia per questo motivo, per le donne nude: lo stesso equivoco accadde per Fellini, furono le “donne nude” dentro “La dolce vita” che lo resero popolare; per lo stesso motivo, perché entrambi attiravano spettatori che pensavano a ben altro, credo che sia nato l’equivoco su “Fellini e Bergman che non ci si capisce niente”. Tutto questo ormai è storia e fa parte del passato, ma ne faccio cenno qui perché vedo che sono luoghi comuni duri a morire. Eppure, in tv e sui giornali c’è gente che ha studiato, che ha fatto il Dams e le scuole di sceneggiatura...ma la nostra pigrizia mentale è un ostacolo duro da superare, e ai luoghi comuni, si sa, ci si affeziona; e provare a smontarli è quasi sempre una fatica inutile.

(...)La mia idea era di fare un film a basso costo, in condizioni improntate a una rigorosa semplicità, lontano dagli studi, e riducendo al massimo il personale. “Monica e il desiderio” ebbe il segnale di via libera come mio secondo film ai tempi del mio contratto “da schiavo”. Il provino con Harriet Andersson e Lars Ekborg fu realizzato in uno degli ambienti preparati per “Donne in attesa”. Di nuovo, passavo da un film all'altro.
Non ho mai fatto un film meno complicato di “Monica e il desiderio”. Tiravamo semplicemente avanti e si girava. Ci rallegravamo della nostra libertà. Il successo di pubblico fu considerevole.
Era istruttivo portare avanti un talento originale come Harriet Andersson e osservare come si comportava davanti alla macchina da presa. Lei aveva fatto teatro e rivista, e aveva avuto piccole parti in film come Anderssonskans Kalle e Biffen och Bananen. Sgomitando, ottenne la parte della ragazza nel film di Gustaf Molander “Trots” (Sfida). Quando dovetti fare “Monica e il desiderio”, presso la direzione della produzione l'incertezza era grande. Domandai a Gustaf Molander di Harriet. Lui mi guardò e, strizzando l'occhio, disse: «Se tu credi di poter ricavare qualcosa da lei, è divertente». Soltanto più tardi capii il sottinteso gentile e scabroso che si celava nella raccomandazione del mio collega più anziano.
Harriet Andersson è uno dei geni della cinematografia. Se ne incontrano soltanto alcuni rari esemplari durante il cammino tortuoso attraverso la giungla di questo mestiere. Ecco un esempio. L'estate è finita. Harry non è in casa e Monica esce con Lelle. Al caffè lui fa suonare il juke box. Nel fracasso dello swing la cinepresa si volta verso Harriet. Lei sposta lo sguardo dal suo partner direttamente sull'obiettivo. Così veniva stabilito, all'improvviso e per la prima volta nella storia del cinema, un impudico contatto diretto con lo spettatore.
(Ingmar Bergman, da “Immagini”, ed. Garzanti, pag.255-256)



6 commenti:

candida ha detto...

che combinazione, leggevo in questi giorni alcune dichiarazioni di Otar Iosseliani sui primi piani che lui non ama perché sarebbero impudici non da parte dell'attore ma da quella del regista e dello spettatore. E invece qui in queste bellissime immagini mi pare che il segreto di lei sia perfettamente conservato, anzi rimbalzato come una domanda e un enigma verso di noi che guardiamo. Non ti pare?

Giuliano ha detto...

Ho letto i tuoi post su Iosseliani, e avrei voluto dire qualcosa ma si tratta di un autore che ho frequentato poco, e che non ho mai capito bene del tutto. Insomma, avevo paura di scrivere cose stupide!
(però il Merlo Canterino di Ioseliani è un film molto divertente).
Bergman è il maestro dei primi piani...Però qui fa qualcosa di diverso, lascia il campo ad Harriet. Il primo Bergman è stupefacente, da questo punto di vista.
Il pensiero che ho avuto, e che lì per lì sembra strano (e lo è!) è stato questo: come Oliver Hardy. Però qui la situazione è molto drammatica, non c'è niente da ridere.

candida ha detto...

Oliver Hardy? Non sono sicura di capire.
(e se poi tu non scrivi per non dire cose stupide, mi sa che questo è l'ultimo commento che faccio anche io :P )
Lascia il campo, è proprio l'espressione giusta.

Giuliano ha detto...

E' un discorso serio, perché Oliver Hardy fa spesso di questi sguardi in macchina. Qui il contesto è molto diverso, ma la scena da cui ho preso i fotogrammi è molto simile. Harriet Andersson guarda proprio verso di noi, come faceva Ollio: e se ci fai caso succede pochissime volte nella storia del cinema. In questo caso, seguendo l'istinto della sua attrice, Bergman ha fatto una sequenza da antologia. Lo farà ancora, e se vai a vedere Harriet Andersson vent'anni dopo, in Sussurri e grida, è ancora più sconvolgente.

Mi dispiace per l'incompresione! I tuoi commenti sono sempre molto belli, e aggiungono sempre qualcosa a cui non avevo pensato. Io lascio pochissimi commenti, e quasi tutti sul sito del mio amico che parla di calcio. Su Ioseliani avrei voluto dire qualcosa, ma mi sono sempre trovato molto distante dal suo cinema, quel film non l'ho visto e mi sono fermato soltanto per non parlare di qualcosa che non conosco. (ho visto altri film di Ioseliani, come "Caccia alle farfalle", li vedevo quando uscivano nei cinema).

candida ha detto...

nessuna incomprensione! scherzavo. Caccia alle farfalle ha spiazzato anche me, mi ricordo che mi aveva lasciato confusa. Poi non l'ho più trovato. Invece il merlo, le foglie che cadono mi erano piaciuti molto (magari perché li ho visti da studente a Mosca e non è che capissi proprio tutto! ma bastava poco e tutto mi sembrava bello). In Giardini in autunno mi pare che abbia ritrovato una sua straniata semplicità. Chissà se ti piacerebbe, a me pare di sì. Per questo ho voglia di vedere l'ultimo, ma quando uscirà qui???

Giuliano ha detto...

Ho molta stima di Ioseliani, ma non è possibile essere in sintonia con tutti, anche se è bello provarci. Per esempio, Anghelopoulos: non ci ho mai capito molto, ma mi fido del parere di Tonino Guerra che lo conosce bene. Prima o poi troverò la chiave...
Questo discorso sul comico e sul drammatico è molto bello (su Oliver Hardy e Harriet Andersson, per esempio; ma si può fare anche con Charlot), ma io purtroppo non ho le basi giuste per portarlo avanti. Ci penserò su, qualcosa si può provare a fare e mi hai dato una bella idea.
(non so se te l'ho mai detto, ma io ho sempre lavorato in fabbrica: quando dico che non ho una grande preparazione dico soltanto la verità. però, come insegnava Umberto Eco nei suoi scritti, l'importante è sapere dove cercare le informazioni.) (oggi con internet è tutto molto più facile, ma c'è da stare attenti)