Cacciatore bianco, cuore nero. (White Hunter Black Heart, 1990) Regia di Clint Eastwood Tratto da un racconto di Peter Viertel, ispirato alla lavorazione del film “La regina d’Africa” di John Huston. Sceneggiatura di James Bridges, Burt Kennedy, Peter Viertel. Fotografia: Jack N.Green. Girato in Inghilterra e nello Zimbabwe. Musiche originali: Lennie Niehaus. Interpreti Clint Eastwood (Wilson-Huston), Jeff Fahey (Verrill-Viertel), George Dzundza (Paul Landers, il produttore), Boy Mathias Chuma (Kiwu) Alun Armstrong (Lockhart, supervisore al film in Africa) Timothy Spall (il pilota dell’aereo, Hodkins), Geoffrey Hutchings (Alec Laing), Charlotte Cornwell (miss Wilding, segretaria di Wilson), Clive Mantly (Harry) Martin Jacobs (il primo cacciatore bianco, a metà film), Conrad Asquith (il cacciatore bianco nel finale, Ogilvy), Norman Lumsden (butler George), i tre soci inglesi del produttore: Edward Tudor-Pole (Reissar), Roddy Maude-Roxby (Thompson) Richard Warwick (Basil Fields); Catherine Neilson (Irene Saunders, la donna del racconto con il cagnolino) Richard Vanstone ( Phil Duncan-H.Bogart) Jamie Koss (mrs. Duncan-L.Bacall) Marisa Berenson (Kay Gibson-K.Hepburn) (110 minuti)
La parte girata in Africa è quella più bella, forse valeva la pena di avere più fiducia nel soggetto e di partire direttamente da qui, o comunque di tagliare molti minuti dalla parte iniziale.
E’ qui che diventano protagonisti gli elefanti: il regista ne vuole uccidere uno, e che sia maestoso, prima di iniziare le riprese del film. Anzi, confessa apertamente fin dall’inizio al suo sceneggiatore di essere andato in Africa solo per quello. Tutti giudicano una follia questo suo atteggiamento, ma i portatori si trovano facilmente, così come si trova senza problemi anche il “cacciatore bianco” che farà da capo spedizione. John Wilson (Clint Eastwood) trova anche un suo alter ego nel cacciatore africano Kiwu, che lo porterà proprio a ridosso degli elefanti, per due volte nel corso del film.
Nella prima occasione, lo scrittore ed il pilota dell'aereo restano da soli sulla jeep, mentre il regista e Kiwu vanno a sparare all'elefante. Sulla jeep, lo Scrittore e il pilota parlano degli elefanti:
Lo Scrittore: No, non li avevo mai visti in libertà. Sono maestosi... Sembrano indistruttibili, parte integrante della Terra. Ci fanno sentire come piccoli mostri di un altro pianeta, senza dignità. Ci fanno credere in Dio, nel miracolo della creazione. Fanno parte di un mondo che non esiste più, ormai. Danno il senso dell'eternità.
Il pilota: Lei le sa trovare le parole, Pete... per forza che fa lo scrittore.(...)
John Wilson tornerà senza aver sparato, lo hanno fermato perché era troppo pericoloso in quel momento: le femmine avevano i piccoli vicino a loro.
Questo dialogo ha una corrispondenza precisa in “Le radici del cielo” di John Huston, un film del 1958 che Eastwood aveva sicuramente ben presente, che però è scritto da Romain Gary e non da Viertel:
Siamo al minuto 4, Leslie Howard ha già avuto il suo da fare con un bracconiere, ed è stato un po’ scortese; la ragazza a cui ha appena ordinato una birra è molto gentile e perplessa, forse è il caso di dare qualche spiegazione.
- Mi scusi...ma ho vissuto così tanto tempo tra gli elefanti che ho disimparato a trattare con la gente.
- Con gli elefanti? Duqnue lei è un cacciatore?
- No! no, io vivo con loro, mi piacciono. Mi piace guardarli, sentirli barrire...anzi, non so cosa darei per diventare un elefante anch’io (...) In Africa vengono uccisi diecimila elefanti all’anno, di media. L’anno scorso ne uccisero trentamila: se continua così non ne resterà uno. (...) Chiunque abbia visto le grandi mandrie in marcia verso gli ultimi spazi residui di terra libera capisce che sono qualcosa che gli uomini non possono permettersi di perdere. Ma no, loro devono uccidere, distruggere, tutto ciò che è bello deve sparire, tutto ciò che è libero! Presto su questa Terra non resterà da distruggere che noi stessi. (...) Siamo a un punto, su questa Terra, che l’uomo ha bisogno di rieducarsi alla Terra. Non possiamo pretendere pietà da Dio quando facciamo scempio del Creato! (...)
da “Le radici del cielo” di John Huston
Sempre da “Le radici del cielo”:
...Friedrich Ledebur, il Queequeg di Moby Dick, interpreta un vecchio naturalista, è affidato il monologo più importante del film, quello che ne spiega il significato più profondo: siamo al minuto 37.
Professor Qvist: Il mio dovere è proteggere tutte le specie, tutte le radici viventi che il cielo ha piantato qui sulla Terra. Ho lottato tutta la mia vita per la loro preservazione. L’uomo sta distruggendo le foreste, avvelenando gli oceani e avvelena l’aria stessa che respiriamo con le radiazioni. Gli oceani, le foreste, le specie animali e l’umanità sono le radici del cielo. Avvelenate il cielo e le sue radici, e l’albero seccherà e morirà. Le stelle spariranno e il cielo verrà distrutto: sparirà il cielo su questa terra.
da “Le radici del cielo” di John Huston
Tornando a “Cacciatore bianco, cuore nero” questo è il momento che probabilmente spiega tutto il film:
Eastwood-Wilson: Ti sbagli, Pete. Non è un delitto uccidere un elefante: è una cosa molto più grave. E' un peccato. L'unico peccato che si può commettere comperando una licenza, ed è per questo che io voglio farlo.
Un altro dialogo importante, Eastwood-Wilson al produttore del film:
- ...la parte del “cacciatore bianco” è un fatto sacro (...) è un argomento troppo profondo perché il tuo minuscolo cervello possa intenderlo (...) Per farti capire cosa significa (...) dovrei cancellare tutti gli anni che hai passato (a fare il venditore ambulante) calpestando tappeti e pavimenti con scarpe troppo strette.
Da “Le radici del cielo” di John Huston:
Al minuto 47, su un’automobile guidata da un autista africano (che si chiama Yusef e avrà una parte importante nel finale), si trova la strada sbarrata da un piccolo corteo di elefanti che la attraversano. L’automobile è costretta a fermarsi e l’autista (nero africano) sbotta:
- Come si può costruire un Paese moderno con queste bestie in mezzo?
- Perché diavolo sei venuto con me? – gli chiede seccatissimo Morel (Leslie Howard).
- Ordini di Waitari. – risponde Yusef; cioè, ordini del suo capo politico: Emile Waitari (nella finzione cinematografica) è il leader del movimento indipendentista. Ma è significativo che sia proprio un nativo africano a spazientirsi per la presenza degli elefanti, della Natura ancora incontaminata.
Nel finale, dopo la morte di Kiwu, i tamburi battono un ritmo che significa “cacciatore bianco, cuore nero”. Eastwood dice “action” con voce rotta, e partono i titoli di coda là dove inizia “The African Queen”. L’incanto della natura africana è stato spezzato, per sempre. Ancora pochi anni, e gli africani come Kiwu non esisteranno più, esisteranno solo persone simili a noi europei e americani, gli addetti al marketing avranno il predominio, anche in Africa nasceranno le immobiliari, anche il paesaggio cambierà, e moriranno molti più elefanti che in una semplice battuta di caccia. Tutto questo era già chiaro alla fine degli anni ’50.
Nel 2007, su un altro blog, scrivevo questo breve riassunto:
"Cacciatore bianco, cuore nero" è un film di Clint Eastwood, girato nel 1991. Dopo aver lasciato il poncho, il sombrero e il sigaro che gli aveva affibbiato Sergio Leone, ormai 40 anni fa, Eastwood è diventato un grande regista; e sono storia recente i premi Oscar per il suo ultimo film. Quindi non scopro niente di nuovo se dico che è ormai un maestro riconosciuto; ma questo suo "White hunter" è stato molto snobbato, dalla critica e dai premi, e non ho mai capito bene perché. Forse perché i critici non hanno più la pazienza, o il tempo, per vedere un film fino alla fine e capire quello che ci sta dicendo l'autore? E' un atteggiamento lecito per il comune spettatore, soprattutto se il film è molto lungo, ma da un critico si vorrebbe qualcosa di più.
"Cacciatore bianco" racconta la lavorazione di un film di John Huston, uno dei più famosi: "La regina d'Africa", del 1951, con Humphrey Bogart e Katharine Hepburn. E' una libera ricostruzione, non una biografia: perciò si usano nomi fittizi, ci sono parecchie libertà (ed è giusto, perché in questo caso sono altre le cose importanti). Eastwood si prende la parte del protagonista: John Huston stesso, intrattabile, irascibile, duro e rissoso, ma anche incredibilmente talentuoso e affascinante. Huston va in Africa per fare un film, ma lo fa a modo suo. E' lui il padrone del film, non i produttori che ci mettono i soldi: Eastwood ci tiene a farcelo sapere, ed è quello che racconta nella prima parte della storia. Che poi si sposta in Africa, in un hotel dove il regista zittisce un'inglese filonazista e antisemita e fa a cazzotti (perdendo) con un uomo, un altro razzista, per lo stesso motivo; e prosegue con un safari, voluto a tutti i costi da Huston-Eastwood. Nel safari, realizzato vicino alla zona dove si girerà il film, muore una guida africana, fedele guida e amico stimato da tutti. Ma il film deve andare avanti; e il regista viene condotto davanti alla macchina presa, a dare il via all'azione scenica, mentre i tamburi degli africani raccontano quello che è successo, e ritmano un messaggio che viene tradotto così: "Cacciatore bianco, cuore nero". L'espressione di Eastwood, e la voce strozzata con la quale dice "Azione" sono il finale della storia; e la scena da sola vale più di tanti film ben più celebrati e di successo che una critica distratta fa passare per capolavori.
Qualche parola sugli attori: ottimo Eastwood, molto bravo George Dzundza (il produttore), molto funzionali tutti gli altri, con ottimi attori come Alun Armstrong e Timothy Spall a dar risalto a piccole parti. Marisa Berenson (“Barry Lyndon” con Kubrick) riappare qui per interpretare Katharine Hepburn, ma è poco più di una comparsa. Il vero punto debole del cast è Jeff Fahey (lo scrittore Viertel-Verrill), che ha un volto piuttosto inquietante e che come attore è abbastanza inespressivo, oltre a non essere per niente somigliante alle foto del vero Viertel.
Qui sotto, due immagini del vero John Huston: da "Il tesoro della Sierra Madre" , dove si è ritagliato una piccola parte come attore. L'uomo di spalle, coi capelli tagliati da poco, è Humphrey Bogart.
martedì 6 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
Mezzanotte nel giardino del bene e del male ( I )
Mezzanotte nel giardino del bene e del male (Midnight in the garden of good and evil, 1997) Regia di Clint Eastwood. Scritto da John Berendt e John Lee Hancock. Fotografia di Jack N. Green. Musiche originali di Lennie Niehaus. Girato in Georgia (USA). Interpreti: Kevin Spacey, John Cusack, Alison Eastwood, Jack Thompson, Irma P. Hall (Minerva), Jude Law, Chablis Deveau, Kim Hunter, e molti altri. Durata: 155 minuti
“Mezzanotte nel giardino del bene e del male” è un film che sconcerta, ma che è ugualmente molto bello. E’ un film strano, che non si accosterebbe mai a Clint Eastwood il duro, il cowboy, l’ispettore Callaghan, il veterano...Eppure questo film esiste, e si sa da tempo che il vecchio Clint sceglie con cura i suoi soggetti, quindi bisogna tenerne conto, anche perché ha un corrispettivo importante nella filmografia di John Huston, uno dei punti di riferimento per Eastwood come autore: “Riflessi in un occhio d’oro” (1967). Un altro riferimento obbligato, sempre tra i film di John Huston, è “Sotto il vulcano” (1983) un film girato in Messico, tratto da un romanzo di Malcolm Lowry.
“Mezzanotte nel giardino del bene e del male” (ed è ben strano per chi pensa a Eastwood e ai suoi personaggi di maggior successo) è un film dove ci sono omosessuali ovunque, più o meno nascosti, e dove non solo il tema principale è l’omosessualità, ma i protagonisti ha largo spazio un transessuale (“Lady Chablis”) e dove il soggetto verte su un omicidio commesso tra omosessuali, con relativo processo. E’ vero che alla fine il protagonista (John Cusack, eterosessuale) sposerà la bellissima Mandy (Alison Eastwood, figlia di Clint); però qualche domanda in proposito bisogna pur farsela.
E qui viene in soccorso la scena madre del film, la scena del cimitero: dove ci si ritrova per un rito voodoo “mezz’ora prima di mezzanotte per fare del bene, mezz’ora dopo la mezzanotte per fare del male” secondo quanto ci spiega la donna che compie quel rito, e che si chiama Minerva (l’attrice è Irma P. Hall, presente in molti film e telefilm, uno di quei volti che però difficilmente si ricordano). «Savannah è nel pieno centro del mondo vudu», spiega fin dall’inizio Kevin Spacey all’estraneo Cusack, un giornalista che è appena arrivato in città. Il rito viene compiuto per rendere benevola l’anima di un morto, un giovane che è stato assassinato: è il delitto su cui vertono le indagini e il processo che vedremo nel corso del film.
Devo alle mie antiche letture di Elemire Zolla, antropologo e storico delle religioni, la soluzione del quesito: si tratta del mito dell’androgino, basilare nell’alchimia. L’androgino, e il morto, sono nella zona di passaggio, né di qui né di là; né maschi né femmine, né morti né vivi, o forse ambedue le cose. Il vero tema del film (che pure si basa su un fatto di cronaca) è dunque questa zona, la “zona di passaggio” dove nulla è certo e dove le identità sono dubbie, e non è necessariamente l’identità sessuale quella di cui si parla. Ancora una volta, come in “Billy Budd” di Melville (l’autore di “Moby Dick”) e con “Morte a Venezia” di Thomas Mann, o magari con Nabokov e “Lolita”, chi tenta di spiegare il significato facendo leva solo sull’aspetto più esteriore e superficiale – il sesso – è destinato a sbagliare strada e a non capire.
La somiglianza con i due film di John Huston che ho citato sopra è dovuta appunto a questi fattori: in “Riflessi in un occhio d’oro” (1967), uno dei film più sgradevoli che mi sia mai capitato di vedere (grande e bello, ma sgradevolissimo), l’omosessualità è latente nel personaggio interpretato da Marlon Brando, tutti i rapporti fra le persone sono ambigui, e su tutto comanda la Natura, l’ambiente, animali e piante, la foresta, i cavalli, la caserma e l’ambiente militare contribuiscono a rendere tutto opprimente e repressivo. E’ una disciplina rigida che si vorrebbe mantenere, ma da ogni parte tutto sfugge al controllo dei due militari (Marlon Brando e Brian Keith) che dovrebbero avere il comando. In “Sotto il vulcano”, invece, è il clima di morte e di impotenza a regnare su tutto il film: la festa e i rituali messicani per il due novembre, l’alcolismo disperato del protagonista, il forte amore per lui di sua moglie e di suo fratello, rendono il clima molto simile a quello che si vede in “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”. In più, su tutti e tre i film, è la notte a segnare le sequenze più impressionanti, la notte e l’oscurità che contribuiscono a rendere tutto più incerto, anche i nostri confini personali, anche il confine fra la morte e la vita. Il lieto fine del film di Eastwood, con il matrimonio fra i due giovani, uomo e donna, sta a significare che anche da queste situazioni estreme può nascere del bene, può nascere una nuova vita.
Questo è il dialogo (a tre) che avviene nel cimitero, a mezzanotte, più o meno al centro del film.
Siamo nel cimitero della città di Savannah, in Georgia, poco prima di mezzanotte: Kevin Spacey porta John Cusack da Minerva, nera sacerdotessa del vudu.
Minerva ( a Cusack): Mi fai una gran pena, figliolo.
Spacey (guarda Cusack, poi chiede a Minerva): Dicci perché, Minerva.
Minerva: Lui è convinto che nessuno lo ami.
Cusack: Che cosa ne sa? Noi non ci siamo mai visti...
Minerva: Tu hai un buco dentro. Troppe domande! Senza le risposte non sai decidere se essere così o così.
Cusack: (sorpreso ed esterrefatto, guarda Spacey e rimane in silenzio)
Minerva (a Cusack): Le risposte non esistono. (ride forte davanti allo sguardo perplesso del giovane) Hai fatto un sacco di strada per venire a scoprirle quaggiù... (ride ancora, forte, più a lungo; poi si rivolge a Spacey) Adesso mettiamoci al lavoro, li hai presi i soldi?
Segue il rito vudu per rendere amica l’anima del morto assassinato.
La scena si ripeterà nel finale, però stavolta è Minerva a chiamare Cusack e a portarlo di notte al cimitero. A questo punto del film, Spacey è in prigione in attesa del processo. Ma il rito si interrompe, e non viene portato a termine; Minerva legge le perplessità sul volto di Cusack e si arrabbia: «Non azzardarti a ridere di me!» e se ne va lasciandolo da solo sulla tomba di Billy Hanson.
Questo personaggio lo abbiamo visto da vivo, per poche sequenze: l’interprete è un grande Jude Law. Va fatto notare che “Billy Hanson” suona quasi come “Billy Handsome”, il bel marinaio, “the handsome mariner”, del romanzo “Billy Budd” di Herman Melville. Billy Budd è l’innocente, il giovane amato da tutti, che viene mandato a morte: nel film di Eastwood “Billy Hanson” è una figura molto più ambigua e perfino odioso, ma mi sembra di poter dire che questo nome non è stato messo a caso.
(continua)
“Mezzanotte nel giardino del bene e del male” è un film che sconcerta, ma che è ugualmente molto bello. E’ un film strano, che non si accosterebbe mai a Clint Eastwood il duro, il cowboy, l’ispettore Callaghan, il veterano...Eppure questo film esiste, e si sa da tempo che il vecchio Clint sceglie con cura i suoi soggetti, quindi bisogna tenerne conto, anche perché ha un corrispettivo importante nella filmografia di John Huston, uno dei punti di riferimento per Eastwood come autore: “Riflessi in un occhio d’oro” (1967). Un altro riferimento obbligato, sempre tra i film di John Huston, è “Sotto il vulcano” (1983) un film girato in Messico, tratto da un romanzo di Malcolm Lowry.
“Mezzanotte nel giardino del bene e del male” (ed è ben strano per chi pensa a Eastwood e ai suoi personaggi di maggior successo) è un film dove ci sono omosessuali ovunque, più o meno nascosti, e dove non solo il tema principale è l’omosessualità, ma i protagonisti ha largo spazio un transessuale (“Lady Chablis”) e dove il soggetto verte su un omicidio commesso tra omosessuali, con relativo processo. E’ vero che alla fine il protagonista (John Cusack, eterosessuale) sposerà la bellissima Mandy (Alison Eastwood, figlia di Clint); però qualche domanda in proposito bisogna pur farsela.
E qui viene in soccorso la scena madre del film, la scena del cimitero: dove ci si ritrova per un rito voodoo “mezz’ora prima di mezzanotte per fare del bene, mezz’ora dopo la mezzanotte per fare del male” secondo quanto ci spiega la donna che compie quel rito, e che si chiama Minerva (l’attrice è Irma P. Hall, presente in molti film e telefilm, uno di quei volti che però difficilmente si ricordano). «Savannah è nel pieno centro del mondo vudu», spiega fin dall’inizio Kevin Spacey all’estraneo Cusack, un giornalista che è appena arrivato in città. Il rito viene compiuto per rendere benevola l’anima di un morto, un giovane che è stato assassinato: è il delitto su cui vertono le indagini e il processo che vedremo nel corso del film.
Devo alle mie antiche letture di Elemire Zolla, antropologo e storico delle religioni, la soluzione del quesito: si tratta del mito dell’androgino, basilare nell’alchimia. L’androgino, e il morto, sono nella zona di passaggio, né di qui né di là; né maschi né femmine, né morti né vivi, o forse ambedue le cose. Il vero tema del film (che pure si basa su un fatto di cronaca) è dunque questa zona, la “zona di passaggio” dove nulla è certo e dove le identità sono dubbie, e non è necessariamente l’identità sessuale quella di cui si parla. Ancora una volta, come in “Billy Budd” di Melville (l’autore di “Moby Dick”) e con “Morte a Venezia” di Thomas Mann, o magari con Nabokov e “Lolita”, chi tenta di spiegare il significato facendo leva solo sull’aspetto più esteriore e superficiale – il sesso – è destinato a sbagliare strada e a non capire.
La somiglianza con i due film di John Huston che ho citato sopra è dovuta appunto a questi fattori: in “Riflessi in un occhio d’oro” (1967), uno dei film più sgradevoli che mi sia mai capitato di vedere (grande e bello, ma sgradevolissimo), l’omosessualità è latente nel personaggio interpretato da Marlon Brando, tutti i rapporti fra le persone sono ambigui, e su tutto comanda la Natura, l’ambiente, animali e piante, la foresta, i cavalli, la caserma e l’ambiente militare contribuiscono a rendere tutto opprimente e repressivo. E’ una disciplina rigida che si vorrebbe mantenere, ma da ogni parte tutto sfugge al controllo dei due militari (Marlon Brando e Brian Keith) che dovrebbero avere il comando. In “Sotto il vulcano”, invece, è il clima di morte e di impotenza a regnare su tutto il film: la festa e i rituali messicani per il due novembre, l’alcolismo disperato del protagonista, il forte amore per lui di sua moglie e di suo fratello, rendono il clima molto simile a quello che si vede in “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”. In più, su tutti e tre i film, è la notte a segnare le sequenze più impressionanti, la notte e l’oscurità che contribuiscono a rendere tutto più incerto, anche i nostri confini personali, anche il confine fra la morte e la vita. Il lieto fine del film di Eastwood, con il matrimonio fra i due giovani, uomo e donna, sta a significare che anche da queste situazioni estreme può nascere del bene, può nascere una nuova vita.
Questo è il dialogo (a tre) che avviene nel cimitero, a mezzanotte, più o meno al centro del film.
Siamo nel cimitero della città di Savannah, in Georgia, poco prima di mezzanotte: Kevin Spacey porta John Cusack da Minerva, nera sacerdotessa del vudu.
Minerva ( a Cusack): Mi fai una gran pena, figliolo.
Spacey (guarda Cusack, poi chiede a Minerva): Dicci perché, Minerva.
Minerva: Lui è convinto che nessuno lo ami.
Cusack: Che cosa ne sa? Noi non ci siamo mai visti...
Minerva: Tu hai un buco dentro. Troppe domande! Senza le risposte non sai decidere se essere così o così.
Cusack: (sorpreso ed esterrefatto, guarda Spacey e rimane in silenzio)
Minerva (a Cusack): Le risposte non esistono. (ride forte davanti allo sguardo perplesso del giovane) Hai fatto un sacco di strada per venire a scoprirle quaggiù... (ride ancora, forte, più a lungo; poi si rivolge a Spacey) Adesso mettiamoci al lavoro, li hai presi i soldi?
Segue il rito vudu per rendere amica l’anima del morto assassinato.
La scena si ripeterà nel finale, però stavolta è Minerva a chiamare Cusack e a portarlo di notte al cimitero. A questo punto del film, Spacey è in prigione in attesa del processo. Ma il rito si interrompe, e non viene portato a termine; Minerva legge le perplessità sul volto di Cusack e si arrabbia: «Non azzardarti a ridere di me!» e se ne va lasciandolo da solo sulla tomba di Billy Hanson.
Questo personaggio lo abbiamo visto da vivo, per poche sequenze: l’interprete è un grande Jude Law. Va fatto notare che “Billy Hanson” suona quasi come “Billy Handsome”, il bel marinaio, “the handsome mariner”, del romanzo “Billy Budd” di Herman Melville. Billy Budd è l’innocente, il giovane amato da tutti, che viene mandato a morte: nel film di Eastwood “Billy Hanson” è una figura molto più ambigua e perfino odioso, ma mi sembra di poter dire che questo nome non è stato messo a caso.
(continua)
Mezzanotte nel giardino del bene e del male ( II )
Mezzanotte nel giardino del bene e del male (Midnight in the garden of good and evil, 1997) Regia di Clint Eastwood. Scritto da John Berendt e John Lee Hancock. Fotografia di Jack N. Green. Musiche originali di Lennie Niehaus. Girato in Georgia (USA). Interpreti: Kevin Spacey, John Cusack, Alison Eastwood, Jack Thompson, Irma P. Hall (Minerva), Jude Law, Chablis Deveau, Kim Hunter, e molti altri. Durata: 155 minuti
“Mezzanotte nel giardino del bene e del male” è sicuramente troppo lungo e troppo oscuro; non è perfettamente riuscito, ma è condotto con mano ferma, da maestro, il che evita di cadere nel ridicolo – dato il soggetto, era un rischio consistente. E’ recitato alla grande da tutti, con grande convinzione e bravura; strepitoso Jude Law nella sua breve parte. Ci sono sequenze straordinarie, ed è degna del Don Sebastian di Oliveira (“No, o la vana gloria del comando” del 1990) l’apparizione finale del morto, proprio quando Spacey, assolto, sta morendo di infarto (in questa sequenza, Jude Law è da brividi). Memorabile anche la statua del cimitero, quella che fa anche da poster per tutto il film.
Nella versione italiana, il transessuale nero è doppiato da una donna: penso che sia una cattiva idea, perché rende il personaggio più normale e accettabile. Ma questo film è già molto sgradevole per conto suo, mi sembra normale che si sia cercato di attenuarne qualche aspetto là dove era possibile; penso anzi che in anni passati un film come questo avrebbe avuto enormi problemi di censura e di distribuzione, anche se non vi sono scene di sesso. La censura alle volte agisce in modo strano: dato che non ho a disposizione il dvd, ho cercato le immagini su internet e vi sono infatti moltissime immagini, ma non ne ho trovata nessuna della scena del cimitero. Per avere almeno una foto di Minerva ho dovuto digitare il nome dell’attrice che la interpreta, Irma P. Hall; e per trovare il nome di Irma P. Hall ho dovuto ricorrere a www.imdb.com , perché non c’era in quasi nessuno dei riassunti su internet, segno inequivocabile di una cosa: il film è stato visto fino in fondo veramente da poche persone, e anche quelle poche hanno rimosso i particolari più disturbanti. (Quasi tutti invece si ricordano del transessuale, ed è un’osservazione che lascio volentieri agli antropologi e ai sessuologi, nonché agli psicanalisti, perché spiega molto di questi nostri tempi che stiamo vivendo).
Ci sono poi, nella città dove si svolge il film, i “matti”, gli stravaganti o gli eccentrici, che hanno parte importante nello svolgimento della storia: di essi, ricordo quello che va in giro con le mosche cavalline e con una bottiglietta di veleno per punire tutti avvelenando le acque; un personaggio che pare direttamente ispirato a quello del Dracula di Bram Stoker, ben interpretato da Topor nel film di Herzog, ma anche al signore delle mosche, cioè Belzebù. Un altro signore, peraltro tranquillo, porta a spasso un cane inesistente, un cane fantasma, un labrador morto da molti anni; e c’è spazio anche per il bulldog, simbolo della Georgia, che mi ricordo perché lo avevo anch’io su una felpa (comperata nel 1992: bisognerebbe cominciare a far caso ai simboli che ci mettiamo addosso).
A questo proposito, ragionando su normalità e stranezza, si può ricordare il momento in cui Minerva, nella scena del cimitero, dice che “Billy Hanson di là si trova male, perché è tutto diverso da quello che si aspettava” e chiede al suo assassino (non ancora reo confesso) di continuare a parlare bene di lui, così si placherà almeno un po’. Allora Spacey parla della passione per le automobili del giovane morto, e di com’era contento della sua macchina: si sa che automobili e motociclette sono considerate cose “normali” e apprezzate.
Sapere che la bellissima Mandy è interpretata dalla figlia di Clint (Alison Eastwood) aiuta a capire in anticipo quale sarà il finale, almeno per il protagonista: un finale rassicurante, sereno, non più ambiguo. L’ambiente in cui ci troviamo è quello della ricca borghesia americana, nella quale circolano però strani percorsi; e rivedendo il film viene da pensare che forse Eastwood sarebbe stato più adatto di Kubrick, per “Eyes wide shut” – ovvero “Doppio sogno” di Schnitzler. Ma il film di Kubrick non era ancora uscito, nel 1997 di “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”.
“Mezzanotte nel giardino del bene e del male” è sicuramente troppo lungo e troppo oscuro; non è perfettamente riuscito, ma è condotto con mano ferma, da maestro, il che evita di cadere nel ridicolo – dato il soggetto, era un rischio consistente. E’ recitato alla grande da tutti, con grande convinzione e bravura; strepitoso Jude Law nella sua breve parte. Ci sono sequenze straordinarie, ed è degna del Don Sebastian di Oliveira (“No, o la vana gloria del comando” del 1990) l’apparizione finale del morto, proprio quando Spacey, assolto, sta morendo di infarto (in questa sequenza, Jude Law è da brividi). Memorabile anche la statua del cimitero, quella che fa anche da poster per tutto il film.
Nella versione italiana, il transessuale nero è doppiato da una donna: penso che sia una cattiva idea, perché rende il personaggio più normale e accettabile. Ma questo film è già molto sgradevole per conto suo, mi sembra normale che si sia cercato di attenuarne qualche aspetto là dove era possibile; penso anzi che in anni passati un film come questo avrebbe avuto enormi problemi di censura e di distribuzione, anche se non vi sono scene di sesso. La censura alle volte agisce in modo strano: dato che non ho a disposizione il dvd, ho cercato le immagini su internet e vi sono infatti moltissime immagini, ma non ne ho trovata nessuna della scena del cimitero. Per avere almeno una foto di Minerva ho dovuto digitare il nome dell’attrice che la interpreta, Irma P. Hall; e per trovare il nome di Irma P. Hall ho dovuto ricorrere a www.imdb.com , perché non c’era in quasi nessuno dei riassunti su internet, segno inequivocabile di una cosa: il film è stato visto fino in fondo veramente da poche persone, e anche quelle poche hanno rimosso i particolari più disturbanti. (Quasi tutti invece si ricordano del transessuale, ed è un’osservazione che lascio volentieri agli antropologi e ai sessuologi, nonché agli psicanalisti, perché spiega molto di questi nostri tempi che stiamo vivendo).
A questo proposito, ragionando su normalità e stranezza, si può ricordare il momento in cui Minerva, nella scena del cimitero, dice che “Billy Hanson di là si trova male, perché è tutto diverso da quello che si aspettava” e chiede al suo assassino (non ancora reo confesso) di continuare a parlare bene di lui, così si placherà almeno un po’. Allora Spacey parla della passione per le automobili del giovane morto, e di com’era contento della sua macchina: si sa che automobili e motociclette sono considerate cose “normali” e apprezzate.
Sapere che la bellissima Mandy è interpretata dalla figlia di Clint (Alison Eastwood) aiuta a capire in anticipo quale sarà il finale, almeno per il protagonista: un finale rassicurante, sereno, non più ambiguo. L’ambiente in cui ci troviamo è quello della ricca borghesia americana, nella quale circolano però strani percorsi; e rivedendo il film viene da pensare che forse Eastwood sarebbe stato più adatto di Kubrick, per “Eyes wide shut” – ovvero “Doppio sogno” di Schnitzler. Ma il film di Kubrick non era ancora uscito, nel 1997 di “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”.
venerdì 2 settembre 2011
René Clair ( I )
René Clair nasce nel 1898, e a poco più di vent’anni, nel 1920, è già nel cinema come attore; il suo primo film da regista è del 1923, l’ultimo del 1965. Tre anni prima della sua nascita i fratelli Lumière effettuavano la prima proiezione pubblica di immagini in movimento; Clair da bambino ha sicuramente visto i film di Georges Méliès, che iniziò a produrne nel 1896 e finì la sua carriera nel 1918. A Georges Méliès, alla sua casa di produzione, alla nascita del cinema, René Clair dedicherà un film nel 1947, “Il silenzio è d’oro”, dove la nascita del cinema è descritta con la precisione e l’accuratezza (e l’affetto) che poteva avere solo chi a quella nascita aveva assistito.
René Clair è la felicità nel cinema. In seguito girerà anche film drammatici, come “Grandi manovre” (1956), ma penso che si possa dire che è con Clair, dagli anni '20 in poi, che la felicità fa il suo ingresso nel cinema; prima c’erano stato film comici, film brillanti, ma niente di paragonabile a “Il milione” o a “Sotto i tetti di Parigi”. A Clair devono molto, moltissimo, tutti i registi di cinema “brillante”, un primato probabilmente da condividere con Lubitsch, che era più vecchio di sei anni e col quale condivide sicuramente l’origine teatrale; ma per chi conosce Clair è difficile non riconoscere la sua influenza su Blake Edwards, su William Wyler, e anche su Mary Poppins (regista Stevenson) e su tutte le commedie della Disney.
René Clair non nasce dal nulla: dietro di lui c’è il grande teatro brillante francese di fine Ottocento, Labiche in primo luogo, autore di farse e commedie ancora oggi molto rappresentate e piacevolissime nei loro giochi ad incastro, come “Il cappello di paglia di Firenze” o “I due timidi”, che sono anche due titoli dei suoi film, ancora nel periodo del muto (1927 e 1928).
Non tutti i film di Clair sono dei capolavori, ma tutti quelli che ho visto me li ricordo volentieri e torno spesso a rivederli; alcuni erano difficili da capire per un diciottenne (a diciott’anni si fa molto caso alle mode e ai vestiti degli adulti, soprattutto se è “roba del nonno”), altri si capiscono al volo, come “Il milione” o “Parigi che dorme”, “A nous la liberté”...
Le donne di Clair sono tutte molto piacevoli, e molto determinate al di là dell’apparente fragilità: nel periodo francese, quello iniziale (il migliore) appaiono quasi sempre piccole e ben fatte, il tipo della ballerina, con una luce particolare negli occhi che va molto al di là della bellezza puramente fisica. E’ un tipo in cui si può far rientrare anche Gina Lollobrigida di “Le belle delle notte”, ma probabilmente qui c’è all’origine una scelta della produzione. Nel periodo americano, spesso sono delle star scelte dai produttori (Veronica Lake, per esempio) in Grandi manovre è invece il turno di Michèle Morgan, donna matura e consapevole. La più simpatica delle attrici di Clair è sicuramente Annabella, nome d’arte di Susanne Georgette Charpentier (1909-1996). (nella foto qui sopra Clair è con Louise Brooks: è bello sapere che si conoscevano. Qui sotto, invece, Annabella in "14 luglio"; le altre immagini del post vengono da "Entr'acte" e da "Le million").
Un’altra costante dei film di Clair è il “noir”, l’ambiente della malavita, celebratissimo negli anni ’30 e ’50 anche qui da noi e non solo in Francia. La malavita di Clair non è comunque quella dei film di altri registi francesi, quelli con Jean Gabin da protagonista: siamo molto più vicini alle farse di Mack Sennet e di Buster Keaton, o ai film di Charlie Chaplin, cose piccole, banditi tutto sommato gentili e spesso anche un po’ pasticcioni. Raramente si arriva ad un finale drammatico, quasi soltanto in “Grandi manovre” o in “Quartiere dei lillà”, ma anche in questi film il dramma è appena accennato, anche se non lascia indifferenti.
René Clair rimarrà sempre un autore fedele a se stesso, ben riconoscibile anche nei film americani, nonostante il lungo percorso di tempo come autore, che va da dal 1922 al 1965; morirà nel 1981.
Non sono riuscito a vedere tutti i film di Clair come avrei desiderato: mi sono fermato a poco più di metà strada, e molti non li rivedo da vent’anni, o giù di lì. Siccome sono un bel po’ noioso, mi piacerebbe vederli o rivederli in un’edizione decente, ben restaurata: le copie che circolavano erano quasi sempre piuttosto usurate, ed è un peccato. Visto lo stato in cui versa la tv italiana, governata da autentici incompetenti su ogni canale, difficilmente riuscirò a completare il mio percorso; dispero ormai anche dei dvd, e mi toccherà quindi fare ordini su internet; ma fino a agli anni ’90 i film di Clair passavano regolarmente in tv, anche in orari decenti.
I film di Clair che ho visto:
Parigi che dorme (1923, H.Rolland, A.Préjean, M.Rodrigue) ****
Entr’acte (1924, F.Picabia, Man Ray, M.Duchamp, E.Satie) ****
Le voyage imaginaire (1925, J.Borlin, A.Préjean, Dolly Davis) ***
La tour (1928, documentario sulla Torre Eiffel) ***
Sotto i tetti di Parigi (1930 A.Préjean, Pola Illery, G.Modot) ****
Il milione (1931 Annabella, R.Lefevre, V.Greville, L.Allibert) ****
A nous la liberté (1931 R.Cordy, H.Marchand, Rolla France) ****
Quatorze juillet (1932 Annabella, Pola Illery, G.Rigaud) ****
L’ultimo miliardario (1934 Max Dearly, R.Saint-Cyr, M.Mellot) **
Il fantasma galante (1935 R.Donat, Jean Parker) ***
L’ammaliatrice (1941 M.Dietrich, B.Cabot, M.Auer) **
Ho sposato una strega (1942 V.Lake, F.March) ***
Avvenne domani (1943 Dick Powell, Linda Darnell, Jack Oakie) ***
Dieci piccoli indiani (1945 W.Huston, B.Fitzgerald) ***
Il silenzio è d’oro (1947 M.Chevalier, F.Perier, M.Derrien) ***
La bellezza del diavolo (1950 G.Philipe, Michel Simon, N.Besnard) ****
Le belle della notte (1952 G.Philipe, G.Lollobrigida, M.Carol) ***
Grandi manovre (1955 G.Philipe, M.Morgan) ****
Quartiere dei lillà (1957 P.Brasseur, G.Brassens, Dany Carrel) ***
I due piccioni (1962 Leslie Caron, C.Aznavour) ***
da http://www.wikipedia.it/ :
René Clair (nome d'arte di René Chomette) (Parigi, 11 novembre 1898 - Neuilly-sur-Seine, 15 marzo 1981) è stato un regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico francese.
Nato a Parigi, crebbe nel quartiere di Les Halles. Frequentò il Lycée Montaigne ed il Lycée Louis-le-Grand. Durante la prima guerra mondiale servì nell'esercito francese come autista di ambulanze. Dopo la guerra iniziò una carriera come giornalista sotto lo pseudonimo di René Desprès. Fece anche il suo debutto come attore e divenne l'assistente di Jacques de Baroncelli e Henri Diamant-Berger. Iniziò la carriera di regista nel 1924, distinguendosi subito con Entr'acte (Intermezzo), un cortometraggio dadaista tratto da un'idea del pittore Francis Picabia. Il suo primo successo fu il film muto Un chapeau de paille d'Italie (1927), tratto dalla farsa teatrale Un chapeau de paille d'Italie di Eugène Labiche e Marc Michel. Poi seguirono film quali: Sotto i tetti di Parigi (1930), Il milione e A me la libertà (entrambi del 1931), Per le vie di Parigi (1933), L'ultimo miliardario (1934).
Seguirono altri film girati nel Regno Unito e poi a Hollywood, negli Stati Uniti: tra questi, Il fantasma galante (1936), L'ammaliatrice (1941), Ho sposato una strega (1942) e Avvenne domani (1944). Durante la seconda guerra mondiale, trovandosi negli Stati Uniti venne privato della cittadinanza francese dal governo della repubblica di Vichy.
Nel dopoguerra Clair torna in patria e nel 1947 realizza un altro capolavoro, Il silenzio è d'oro. I film successivi sono La bellezza del diavolo (1950), Le belle della notte (1952), Grandi manovre (1955), Quartiere dei lillà (1957). Gli è stato dato un dottorato onorario dall'Università di Cambridge ed ha ricevuto il Grand Prix du Cinéma Français nel 1953. Nel 1960 è stato eletto all'Académie Française. Divenne l'icona assoluta del cinema francese, ed il riconoscimento principale assegnato dall'Académie Française per il cinema porta il suo nome. Nel 1974 è presidente del Festival di Cannes. "Clair è il primo "autore" a pieno titolo del cinema francese, in grado d'imporre il comando di un unico individuo in tutte le fasi creative. Ma questo essere autore non si manifesta tanto nella valorizzazione della regia nè nella direzione degli attori, quanto nella preparazione scrupolosa della sceneggiatura" (N. Berge)
(continua)
René Clair è la felicità nel cinema. In seguito girerà anche film drammatici, come “Grandi manovre” (1956), ma penso che si possa dire che è con Clair, dagli anni '20 in poi, che la felicità fa il suo ingresso nel cinema; prima c’erano stato film comici, film brillanti, ma niente di paragonabile a “Il milione” o a “Sotto i tetti di Parigi”. A Clair devono molto, moltissimo, tutti i registi di cinema “brillante”, un primato probabilmente da condividere con Lubitsch, che era più vecchio di sei anni e col quale condivide sicuramente l’origine teatrale; ma per chi conosce Clair è difficile non riconoscere la sua influenza su Blake Edwards, su William Wyler, e anche su Mary Poppins (regista Stevenson) e su tutte le commedie della Disney.
René Clair non nasce dal nulla: dietro di lui c’è il grande teatro brillante francese di fine Ottocento, Labiche in primo luogo, autore di farse e commedie ancora oggi molto rappresentate e piacevolissime nei loro giochi ad incastro, come “Il cappello di paglia di Firenze” o “I due timidi”, che sono anche due titoli dei suoi film, ancora nel periodo del muto (1927 e 1928).
Non tutti i film di Clair sono dei capolavori, ma tutti quelli che ho visto me li ricordo volentieri e torno spesso a rivederli; alcuni erano difficili da capire per un diciottenne (a diciott’anni si fa molto caso alle mode e ai vestiti degli adulti, soprattutto se è “roba del nonno”), altri si capiscono al volo, come “Il milione” o “Parigi che dorme”, “A nous la liberté”...
Le donne di Clair sono tutte molto piacevoli, e molto determinate al di là dell’apparente fragilità: nel periodo francese, quello iniziale (il migliore) appaiono quasi sempre piccole e ben fatte, il tipo della ballerina, con una luce particolare negli occhi che va molto al di là della bellezza puramente fisica. E’ un tipo in cui si può far rientrare anche Gina Lollobrigida di “Le belle delle notte”, ma probabilmente qui c’è all’origine una scelta della produzione. Nel periodo americano, spesso sono delle star scelte dai produttori (Veronica Lake, per esempio) in Grandi manovre è invece il turno di Michèle Morgan, donna matura e consapevole. La più simpatica delle attrici di Clair è sicuramente Annabella, nome d’arte di Susanne Georgette Charpentier (1909-1996). (nella foto qui sopra Clair è con Louise Brooks: è bello sapere che si conoscevano. Qui sotto, invece, Annabella in "14 luglio"; le altre immagini del post vengono da "Entr'acte" e da "Le million").
Un’altra costante dei film di Clair è il “noir”, l’ambiente della malavita, celebratissimo negli anni ’30 e ’50 anche qui da noi e non solo in Francia. La malavita di Clair non è comunque quella dei film di altri registi francesi, quelli con Jean Gabin da protagonista: siamo molto più vicini alle farse di Mack Sennet e di Buster Keaton, o ai film di Charlie Chaplin, cose piccole, banditi tutto sommato gentili e spesso anche un po’ pasticcioni. Raramente si arriva ad un finale drammatico, quasi soltanto in “Grandi manovre” o in “Quartiere dei lillà”, ma anche in questi film il dramma è appena accennato, anche se non lascia indifferenti.
René Clair rimarrà sempre un autore fedele a se stesso, ben riconoscibile anche nei film americani, nonostante il lungo percorso di tempo come autore, che va da dal 1922 al 1965; morirà nel 1981.
Non sono riuscito a vedere tutti i film di Clair come avrei desiderato: mi sono fermato a poco più di metà strada, e molti non li rivedo da vent’anni, o giù di lì. Siccome sono un bel po’ noioso, mi piacerebbe vederli o rivederli in un’edizione decente, ben restaurata: le copie che circolavano erano quasi sempre piuttosto usurate, ed è un peccato. Visto lo stato in cui versa la tv italiana, governata da autentici incompetenti su ogni canale, difficilmente riuscirò a completare il mio percorso; dispero ormai anche dei dvd, e mi toccherà quindi fare ordini su internet; ma fino a agli anni ’90 i film di Clair passavano regolarmente in tv, anche in orari decenti.
I film di Clair che ho visto:
Parigi che dorme (1923, H.Rolland, A.Préjean, M.Rodrigue) ****
Entr’acte (1924, F.Picabia, Man Ray, M.Duchamp, E.Satie) ****
Le voyage imaginaire (1925, J.Borlin, A.Préjean, Dolly Davis) ***
La tour (1928, documentario sulla Torre Eiffel) ***
Sotto i tetti di Parigi (1930 A.Préjean, Pola Illery, G.Modot) ****
Il milione (1931 Annabella, R.Lefevre, V.Greville, L.Allibert) ****
A nous la liberté (1931 R.Cordy, H.Marchand, Rolla France) ****
Quatorze juillet (1932 Annabella, Pola Illery, G.Rigaud) ****
L’ultimo miliardario (1934 Max Dearly, R.Saint-Cyr, M.Mellot) **
Il fantasma galante (1935 R.Donat, Jean Parker) ***
L’ammaliatrice (1941 M.Dietrich, B.Cabot, M.Auer) **
Ho sposato una strega (1942 V.Lake, F.March) ***
Avvenne domani (1943 Dick Powell, Linda Darnell, Jack Oakie) ***
Dieci piccoli indiani (1945 W.Huston, B.Fitzgerald) ***
Il silenzio è d’oro (1947 M.Chevalier, F.Perier, M.Derrien) ***
La bellezza del diavolo (1950 G.Philipe, Michel Simon, N.Besnard) ****
Le belle della notte (1952 G.Philipe, G.Lollobrigida, M.Carol) ***
Grandi manovre (1955 G.Philipe, M.Morgan) ****
Quartiere dei lillà (1957 P.Brasseur, G.Brassens, Dany Carrel) ***
I due piccioni (1962 Leslie Caron, C.Aznavour) ***
da http://www.wikipedia.it/ :
René Clair (nome d'arte di René Chomette) (Parigi, 11 novembre 1898 - Neuilly-sur-Seine, 15 marzo 1981) è stato un regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico francese.
Nato a Parigi, crebbe nel quartiere di Les Halles. Frequentò il Lycée Montaigne ed il Lycée Louis-le-Grand. Durante la prima guerra mondiale servì nell'esercito francese come autista di ambulanze. Dopo la guerra iniziò una carriera come giornalista sotto lo pseudonimo di René Desprès. Fece anche il suo debutto come attore e divenne l'assistente di Jacques de Baroncelli e Henri Diamant-Berger. Iniziò la carriera di regista nel 1924, distinguendosi subito con Entr'acte (Intermezzo), un cortometraggio dadaista tratto da un'idea del pittore Francis Picabia. Il suo primo successo fu il film muto Un chapeau de paille d'Italie (1927), tratto dalla farsa teatrale Un chapeau de paille d'Italie di Eugène Labiche e Marc Michel. Poi seguirono film quali: Sotto i tetti di Parigi (1930), Il milione e A me la libertà (entrambi del 1931), Per le vie di Parigi (1933), L'ultimo miliardario (1934).
Seguirono altri film girati nel Regno Unito e poi a Hollywood, negli Stati Uniti: tra questi, Il fantasma galante (1936), L'ammaliatrice (1941), Ho sposato una strega (1942) e Avvenne domani (1944). Durante la seconda guerra mondiale, trovandosi negli Stati Uniti venne privato della cittadinanza francese dal governo della repubblica di Vichy.
Nel dopoguerra Clair torna in patria e nel 1947 realizza un altro capolavoro, Il silenzio è d'oro. I film successivi sono La bellezza del diavolo (1950), Le belle della notte (1952), Grandi manovre (1955), Quartiere dei lillà (1957). Gli è stato dato un dottorato onorario dall'Università di Cambridge ed ha ricevuto il Grand Prix du Cinéma Français nel 1953. Nel 1960 è stato eletto all'Académie Française. Divenne l'icona assoluta del cinema francese, ed il riconoscimento principale assegnato dall'Académie Française per il cinema porta il suo nome. Nel 1974 è presidente del Festival di Cannes. "Clair è il primo "autore" a pieno titolo del cinema francese, in grado d'imporre il comando di un unico individuo in tutte le fasi creative. Ma questo essere autore non si manifesta tanto nella valorizzazione della regia nè nella direzione degli attori, quanto nella preparazione scrupolosa della sceneggiatura" (N. Berge)
(continua)
René Clair ( II )
QUATORZE JUILLET (PER LE VIE DI PARIGI, 1932) Regia, soggetto, sceneggiatura e dialoghi: René Clair; fotografia: Georges Périnal e Louis Page; scenografia: Lazare Meerson; musica: Maurice Jaubert; interpreti: Georges Rigaud (Jean), Annabella (Anna), Pola Illery (Pola), Paul Olivier (Sig. Imaque), Raymond Cordy (l'autista), Aimos (Charles), Tomy Bourdelle (Fernand), Pré fils; durata: 100'.
Il quattordici luglio, festa nazionale in Francia, è per Clair il pretesto per una serie di piccole storie, leggere o drammatiche, con al centro una coppia di giovani, una fioraia e un taxista. All’inizio del film, la fioraia verrà licenziata dal ristorante dove lavora: è una situazione che abbiamo visto in molti film, perché a quei tempi si usava, fiori, sigari e sigarette venduti da belle ragazze ai ricchi clienti. All’origine del licenziamento ci sono le avances di un ricco ubriaco: ma, come si capisce subito, tutto è destinato ad andare a buon fine. Il riccone ubriaco è infatti dello stesso tipo di quello incontrato da Charlot in “Luci della città”: non è cattivo ma quando beve non sa più bene quello che fa; le avances alla fiorista da parte dei clienti sono considerate cosa normale dal proprietario del ristorante, ma la fioraia non è d’accordo. Noi spettatori sappiamo tutto fin dall’inizio il signore ubriaco non aveva affatto cattive intenzioni, e le sue confusioni mentali daranno presto buoni frutti.
Insomma, è tutto un equivoco e tutto si risolverà bene, a metà strada tra il comico e il drammatico: ma questo è solo l’inizio della storia, che sarebbe troppo lungo riassumere. Ben più drammatico sarà il film nella sua seconda parte, con il giovane innamorato che finisce per legarsi a una banda di rapinatori; ma, prima che succeda il peggio (lo si può dire perché è chiaro fin dall’inizio) la ragazza riuscirà a riportarlo tra le sue braccia.
Le minute e affettuose osservazioni della gente e soprattutto dei “piccoli”, operai, fioraie, negozianti, e anche balordi e malavitosi, rendono “Quatorze juillet” quasi un anticipo di Jacques Tati, con rimandi precisi a Chaplin e Dickens: mostrare il mondo così come è, usando il pretesto di una bella storia d’amore. E’ un film particolarmente felice, e va a fare un’ideale trilogia con Il Milione e Sotto i tetti di Parigi, girati poco tempo prima; mentre direi che “A nous la liberté”, che lo precede di un anno, è un’altra cosa: soprattutto perché il suo perno principale non è una storia d’amore. Pola Illery fa la pupa del gangster, ed è una parte molto spinta per l’epoca; Annabella è come al solito dolce e delicata, e molto sensuale. Il protagonista maschile è finalmente un bel ragazzo, più credibile rispetto ai caratteristi che Clair aveva fin qui usato per le parti di amoroso: ma qui serve che sia un bel ragazzo. C’è il milonario ubriaco come in Chaplin (film quasi contemporaneo, ma viene prima Clair), c’è la bella fioraia, c’è anche Raymond Cordy che fa il taxista (gli viene bene), c’è la gag della danza che non riesce mai a partire (all’inizio), gli acquazzoni, i banditi, e naturalmente anche le feste per il 14 luglio...Un vrai Clair, dieci e lode.
Le musiche sono di Maurice Jaubert, lo stesso di “L’Atalante” di Jean Vigo; delle musiche fa parte anche la pianola meccanica del bar, che funziona a moneta. Un antenato del juke-box degli anni ’60, che parte “a spinta” anche senza moneta, proprio come i flipper e juke-box veri: siamo agli inizi del cinema sonoro, ogni pretesto è buono per inserire della musica nella colonna sonora, e questa pianola meccanica nel corso della storia diventa un vero e proprio personaggio.
I DUE PICCIONI (Les deux pigeons, 1962). Episodio dal film “Les quatre vérites” Scritto e diretto da René Clair, liberamente tratto da una novella di La Fontaine. Fotografia: Armand Thirard. Scenografia: Léon Barsacq. Musica: Georges Garvarenz. Interpreti: Leslie Caron, Charles Aznavour, Raymond Bussieres, Durata: meno di venti minuti.
Non è una gran cosa, ma è simpatico. Dura un quarto d’ora, ci sono Leslie Caron e Charles Aznavour chiusi dentro un appartamento (quello di lei) proprio per il weekend di Pasqua; i due non si conoscevano, lui era venuto per aiutare lei che era rimasta chiusa in casa. L’uomo è molto seccato, stava partendo per un weekend i campagna e invece eccolo lì chiuso con un’antipatica viziata: oltretutto, gli tocca assistere dall’alto al furto della sua roba che aveva messo nell’auto parcheggiata in strada. La situazione ovviamente cambia, col passare del tempo; e quando sta per nascere qualcosa, ecco che arriva il fabbro, quello che avevano chiamato due giorni prima, e sistema a dovere la serratura.
Il titolo, “I due piccioni”, si riferisce a una fiaba di La Fontaine, che però viene solo accennata, e io non la conosco e non saprei ripeterla. Leslie Caron interpreta una famosa modella, Aznavour è un corniciaio artigiano (quasi come Bruno Ganz in “Ripley’s game”).
Il film è del 1962, in bianco e nero, e fa parte di “Les quatre verités”, girato con Luis Berlanga, Alessandro Blasetti, Hervé Bromberger. Nell’episodio di Blasetti c’è Sylva Koscina con Monica Vitti, entrambe in mutande o comunque poco vestite: l’unico, vero, grande motivo d’interesse della parte del film che non è firmata da René Clair. (aprile 2008)
(continua)
Il quattordici luglio, festa nazionale in Francia, è per Clair il pretesto per una serie di piccole storie, leggere o drammatiche, con al centro una coppia di giovani, una fioraia e un taxista. All’inizio del film, la fioraia verrà licenziata dal ristorante dove lavora: è una situazione che abbiamo visto in molti film, perché a quei tempi si usava, fiori, sigari e sigarette venduti da belle ragazze ai ricchi clienti. All’origine del licenziamento ci sono le avances di un ricco ubriaco: ma, come si capisce subito, tutto è destinato ad andare a buon fine. Il riccone ubriaco è infatti dello stesso tipo di quello incontrato da Charlot in “Luci della città”: non è cattivo ma quando beve non sa più bene quello che fa; le avances alla fiorista da parte dei clienti sono considerate cosa normale dal proprietario del ristorante, ma la fioraia non è d’accordo. Noi spettatori sappiamo tutto fin dall’inizio il signore ubriaco non aveva affatto cattive intenzioni, e le sue confusioni mentali daranno presto buoni frutti.
Insomma, è tutto un equivoco e tutto si risolverà bene, a metà strada tra il comico e il drammatico: ma questo è solo l’inizio della storia, che sarebbe troppo lungo riassumere. Ben più drammatico sarà il film nella sua seconda parte, con il giovane innamorato che finisce per legarsi a una banda di rapinatori; ma, prima che succeda il peggio (lo si può dire perché è chiaro fin dall’inizio) la ragazza riuscirà a riportarlo tra le sue braccia.
Le minute e affettuose osservazioni della gente e soprattutto dei “piccoli”, operai, fioraie, negozianti, e anche balordi e malavitosi, rendono “Quatorze juillet” quasi un anticipo di Jacques Tati, con rimandi precisi a Chaplin e Dickens: mostrare il mondo così come è, usando il pretesto di una bella storia d’amore. E’ un film particolarmente felice, e va a fare un’ideale trilogia con Il Milione e Sotto i tetti di Parigi, girati poco tempo prima; mentre direi che “A nous la liberté”, che lo precede di un anno, è un’altra cosa: soprattutto perché il suo perno principale non è una storia d’amore. Pola Illery fa la pupa del gangster, ed è una parte molto spinta per l’epoca; Annabella è come al solito dolce e delicata, e molto sensuale. Il protagonista maschile è finalmente un bel ragazzo, più credibile rispetto ai caratteristi che Clair aveva fin qui usato per le parti di amoroso: ma qui serve che sia un bel ragazzo. C’è il milonario ubriaco come in Chaplin (film quasi contemporaneo, ma viene prima Clair), c’è la bella fioraia, c’è anche Raymond Cordy che fa il taxista (gli viene bene), c’è la gag della danza che non riesce mai a partire (all’inizio), gli acquazzoni, i banditi, e naturalmente anche le feste per il 14 luglio...Un vrai Clair, dieci e lode.
Le musiche sono di Maurice Jaubert, lo stesso di “L’Atalante” di Jean Vigo; delle musiche fa parte anche la pianola meccanica del bar, che funziona a moneta. Un antenato del juke-box degli anni ’60, che parte “a spinta” anche senza moneta, proprio come i flipper e juke-box veri: siamo agli inizi del cinema sonoro, ogni pretesto è buono per inserire della musica nella colonna sonora, e questa pianola meccanica nel corso della storia diventa un vero e proprio personaggio.
I DUE PICCIONI (Les deux pigeons, 1962). Episodio dal film “Les quatre vérites” Scritto e diretto da René Clair, liberamente tratto da una novella di La Fontaine. Fotografia: Armand Thirard. Scenografia: Léon Barsacq. Musica: Georges Garvarenz. Interpreti: Leslie Caron, Charles Aznavour, Raymond Bussieres, Durata: meno di venti minuti.
Non è una gran cosa, ma è simpatico. Dura un quarto d’ora, ci sono Leslie Caron e Charles Aznavour chiusi dentro un appartamento (quello di lei) proprio per il weekend di Pasqua; i due non si conoscevano, lui era venuto per aiutare lei che era rimasta chiusa in casa. L’uomo è molto seccato, stava partendo per un weekend i campagna e invece eccolo lì chiuso con un’antipatica viziata: oltretutto, gli tocca assistere dall’alto al furto della sua roba che aveva messo nell’auto parcheggiata in strada. La situazione ovviamente cambia, col passare del tempo; e quando sta per nascere qualcosa, ecco che arriva il fabbro, quello che avevano chiamato due giorni prima, e sistema a dovere la serratura.
Il titolo, “I due piccioni”, si riferisce a una fiaba di La Fontaine, che però viene solo accennata, e io non la conosco e non saprei ripeterla. Leslie Caron interpreta una famosa modella, Aznavour è un corniciaio artigiano (quasi come Bruno Ganz in “Ripley’s game”).
Il film è del 1962, in bianco e nero, e fa parte di “Les quatre verités”, girato con Luis Berlanga, Alessandro Blasetti, Hervé Bromberger. Nell’episodio di Blasetti c’è Sylva Koscina con Monica Vitti, entrambe in mutande o comunque poco vestite: l’unico, vero, grande motivo d’interesse della parte del film che non è firmata da René Clair. (aprile 2008)
(continua)
René Clair ( III )
PORTE DES LILAS (QUARTIERE DEI LILLA’, 1957) Regia, sceneggiatura e dialoghi: René Clair (dal romanzo di René Fallet “La grande ceinture”); fotografia: Robert Lefebvre e Albert Militon; scenografia: Léon Barsacq; musica: Georges Brassens; interpreti: Pierre Brasseur (Joujou), Georges Brassens (l'Artista), Henry Vidal (Pierre Barbier, il ricercato), Dany Carrel (Maria), Raymond Buissières (Alphonse), Amédée (Paulo), Alain Buvette (l'amico di Paulo), Bugette (il brigadiere), Annette Poivre (Nénette), Gabrielle Fontan (Signora Sabatier) Alice Tissot , Albert Michel, Gérard Buhr, Paul Faivre, Teddy Bilis, Bever, Sylvain. Durata: 95'.
Un pericoloso bandito si nasconde nella casa di un abitante del Quartiere dei Lillà, a Parigi : a condividere il segreto sono l’Artista (Georges Brassens, un musicista) e il suo amico Joujou, un simpatico balordo dedito all’alcool (Pierre Brasseur). Potrebbe essere l’inizio di un thriller, ma invece Clair indirizza il soggetto verso una commedia leggera da teatro dell’assurdo, dove l’ospite (il bandito) diventa via via sempre più ingombrante e finisce col non andarsene più. Per la prima ora del film, dunque, il tono generale è molto piacevole, e siamo all’altezza del René Clair migliore, con molte belle trovate; però poi bisogna trovare un finale alla storia, e bisogna ammettere non era facile. Qui entra in gioco la ragazza, la bella Maria (Dany Carrel) di cui è innamorato da sempre Joujou, e che invece finirà per innamorarsi del bandito. Il finale è quindi molto serio, addirittura drammatico; ma io cerco di non raccontare mai i finali e anche per oggi mi atterrò alla regola.
Fra le trovate più belle di Clair, da antologia del cinema, è la ricostruzione della rapina fatta attraverso i giochi dei bambini, in strada: un’idea che sarebbe venuta a pochi altri (magari a De Sica e Zavattini), condotta con mano veramente felice. Un’altra trovata molto felice, che però rischia di sfuggire a chi non conosce bene la lingua francese (come me) è l’uso delle canzoni e della musica di Georges Brassens (l’Artista che ospita suo malgrado in casa il pericoloso bandito). Le musiche e le canzoni di Brassens, voce e chitarra acustica, sono molto belle e sempre perfettamente intonate alle sequenze in cui vengono eseguite. L’uso della musica come parte integrante della narrazione è del resto una delle caratteristiche di René Clair, fin dai tempi di “Sotto i tetti di Parigi” e di “Il milione”, agli inizi del sonoro, e sempre con esiti felicissimi.
Nel film c’è anche musica di Schubert, sia pure molto “massacrata” (cioè eseguita non in tono) dalla radio che ascolta il bandito: si tratta di frammenti dal quintetto “Die Forelle” (La trota) e del famosissimo Moment musicale n.3 in fa minore, in origine per pianoforte.
Eccellenti gli attori, come sempre, e molto buono il doppiaggio italiano in cui è immediatamente riconoscibile la voce di Carlo Romano (Joujou-Pierre Brasseur). (agosto 2011)
I film di Clair che mi mancano o che vorrei rivedere:
Un chapeau de paille d’Italie (1927)
E’ una commedia magnifica, scritta a metà Ottocento da Labiche. Conosco bene la versione operistica che ne fece Nino Rota nel 1955, “Il cappello di paglia di Firenze”, musica e libretto (il libretto insieme alla moglie); dopo aver visto “Il milione” il sospetto che anche René Clair ne abbia tratto qualcosa di molto divertente è più che fondato.
I due timidi (1928)
E’ ancora una commedia di Labiche.
Break the news-Vogliamo la celebrità (1937)
Girato in America, con Maurice Chevalier protagonista: dovrei averlo visto, ma in anni così lontani che ne ho perso la memoria.
Accadde domani (1943)
Questo invece me lo ricordo bene, soprattutto per i costumi che mi sembravano davvero bizzarri. E’ un film ancora oggi molto copiato, quasi sempre senza citare la fonte: l’uomo che riceve ogni giorno il giornale di domani...
La beauté du diable (1949)
Il Faust di Goethe, protagonisti due attori che amo moltissimo, forse i miei preferiti in assoluto : Michel Simon e Gerard Philipe. Visto e rivisto, ma purtroppo mi manca da troppo tempo; e ne vorrei un bel dvd, di quelli fatti bene, con il sonoro originale, con tanti retroscena, interviste d’epoca...
Tutto l’oro del mondo (1961)
Un ricordo vago, più che altro per il titolo.
Les fêtes galantes (1965)
Ha un titolo italiano molto balordo, “Per il re per la patria e per Susanna”: l’originale si rifà a Lully, a Rameau, ma non mi ricordo di averlo mai visto. E’ l’ultimo film girato da René Clair.
Un pericoloso bandito si nasconde nella casa di un abitante del Quartiere dei Lillà, a Parigi : a condividere il segreto sono l’Artista (Georges Brassens, un musicista) e il suo amico Joujou, un simpatico balordo dedito all’alcool (Pierre Brasseur). Potrebbe essere l’inizio di un thriller, ma invece Clair indirizza il soggetto verso una commedia leggera da teatro dell’assurdo, dove l’ospite (il bandito) diventa via via sempre più ingombrante e finisce col non andarsene più. Per la prima ora del film, dunque, il tono generale è molto piacevole, e siamo all’altezza del René Clair migliore, con molte belle trovate; però poi bisogna trovare un finale alla storia, e bisogna ammettere non era facile. Qui entra in gioco la ragazza, la bella Maria (Dany Carrel) di cui è innamorato da sempre Joujou, e che invece finirà per innamorarsi del bandito. Il finale è quindi molto serio, addirittura drammatico; ma io cerco di non raccontare mai i finali e anche per oggi mi atterrò alla regola.
Fra le trovate più belle di Clair, da antologia del cinema, è la ricostruzione della rapina fatta attraverso i giochi dei bambini, in strada: un’idea che sarebbe venuta a pochi altri (magari a De Sica e Zavattini), condotta con mano veramente felice. Un’altra trovata molto felice, che però rischia di sfuggire a chi non conosce bene la lingua francese (come me) è l’uso delle canzoni e della musica di Georges Brassens (l’Artista che ospita suo malgrado in casa il pericoloso bandito). Le musiche e le canzoni di Brassens, voce e chitarra acustica, sono molto belle e sempre perfettamente intonate alle sequenze in cui vengono eseguite. L’uso della musica come parte integrante della narrazione è del resto una delle caratteristiche di René Clair, fin dai tempi di “Sotto i tetti di Parigi” e di “Il milione”, agli inizi del sonoro, e sempre con esiti felicissimi.
Nel film c’è anche musica di Schubert, sia pure molto “massacrata” (cioè eseguita non in tono) dalla radio che ascolta il bandito: si tratta di frammenti dal quintetto “Die Forelle” (La trota) e del famosissimo Moment musicale n.3 in fa minore, in origine per pianoforte.
Eccellenti gli attori, come sempre, e molto buono il doppiaggio italiano in cui è immediatamente riconoscibile la voce di Carlo Romano (Joujou-Pierre Brasseur). (agosto 2011)
I film di Clair che mi mancano o che vorrei rivedere:
Un chapeau de paille d’Italie (1927)
E’ una commedia magnifica, scritta a metà Ottocento da Labiche. Conosco bene la versione operistica che ne fece Nino Rota nel 1955, “Il cappello di paglia di Firenze”, musica e libretto (il libretto insieme alla moglie); dopo aver visto “Il milione” il sospetto che anche René Clair ne abbia tratto qualcosa di molto divertente è più che fondato.
I due timidi (1928)
E’ ancora una commedia di Labiche.
Break the news-Vogliamo la celebrità (1937)
Girato in America, con Maurice Chevalier protagonista: dovrei averlo visto, ma in anni così lontani che ne ho perso la memoria.
Accadde domani (1943)
Questo invece me lo ricordo bene, soprattutto per i costumi che mi sembravano davvero bizzarri. E’ un film ancora oggi molto copiato, quasi sempre senza citare la fonte: l’uomo che riceve ogni giorno il giornale di domani...
La beauté du diable (1949)
Il Faust di Goethe, protagonisti due attori che amo moltissimo, forse i miei preferiti in assoluto : Michel Simon e Gerard Philipe. Visto e rivisto, ma purtroppo mi manca da troppo tempo; e ne vorrei un bel dvd, di quelli fatti bene, con il sonoro originale, con tanti retroscena, interviste d’epoca...
Tutto l’oro del mondo (1961)
Un ricordo vago, più che altro per il titolo.
Les fêtes galantes (1965)
Ha un titolo italiano molto balordo, “Per il re per la patria e per Susanna”: l’originale si rifà a Lully, a Rameau, ma non mi ricordo di averlo mai visto. E’ l’ultimo film girato da René Clair.
lunedì 29 agosto 2011
Il silenzio è d'oro
IL SILENZIO È D’ORO (Le silence est d’or, 1947). Scritto e diretto da René Clair. Fotografia di Armand Thirard e A.Douarinou. Scenografia di Léon Barsacq. Musica: Georges Van Parys. Interpreti: Maurice Chevalier, François Perier, Marcelle Derrien (Madeleine), Dany Robin (Lucette), Robert Pizani (Duperrier), Christiane Sertilange (Marinette), Paul Olivier, Gaston Modot, Raymond Cordy, Paul Demange (il sultano), e molti altri. Durata: 100 minuti.
Un omaggio di René Clair all’inventore del cinema come lo conosciamo oggi, Georges Méliès. Méliès, mago e prestigiatore, aveva rilevato a Parigi il teatro che era stato del famoso Houdini; quando i Lumière fanno la loro prima proiezione va a vederla e chiede di comperare una di quelle macchine, ma i Lumière non gliela concedono e allora Méliès (che è anche un abile artigiano) se ne fabbrica una da solo, inizia a girare brevi film, e soprattutto scopre i trucchi cinematografici. La presenza di fantasmi e diavoli che appaiono e scompaiono nei suoi film (il diavolo è quasi sempre lo stesso Méliès nel classico costume mefistofelico) sono l’immediata garanzia di successo per il nuovo mezzo appena inventato. Méliès inizia a produrre film nel 1896, un anno dopo la prima proiezione dei Lumière, e terminerà la sua carriera nel 1918, non riuscendo più a stare al passo dei colossi americani, francesi e italiani (a Torino, Pastrone e “Cabiria”) che avevano cominciato a muoversi con ben altri mezzi rispetto a quelli ancora artigianali di Georges Méliès; e soprattutto con ben altri capitali a disposizione.
René Clair si ispira dichiaratamente a Méliès per questo film, ma il suo protagonista non assomiglia affatto al vero Méliès: affidando la parte a Maurice Chevalier, attore brillante e con fama di scapolo e di viveur, Clair prende le distanze dal film biografico sia pure nel contesto di una riproduzione storica perfetta. Tra i collaboratori di Clair per questo film, infatti, ci sono alcuni tecnici che avevano lavorato con Méliès: la ricostruzione dei teatri di posa è eseguita con estrema attenzione anche al minimo dettaglio, così come la tecnica di costruzione delle scenografie, la posizione della cinepresa e del palcoscenico, se si va a confrontare si scopre che tutto è identico alle fotografie prese mentre Méliès lavorava, e non poteva essere diversamente perché René Clair aveva veramente vissuto quell’epoca, cominciando a fare cinema (come attore) già nel 1920. A differenza di Méliès, però, Emile (Maurice Chevalier) ha un produttore a cui rendere conto: ecco un’altra differenza significativa, ancora un modo per prendere le distanze dal film biografico e anche un modo per Clair di parlare un po’ di se stesso e delle sue esperienze personali. Va anche detto che Clair è forse troppo preso personalmente dal soggetto per poter condurre lucidamente il film, che è a tratti un po’ confuso, discontinuo (cosa strana per Clair).
Il film inizia benissimo, per strada, con un anticipo di Grandi Manovre, tra l’altro: i dragoni a cavallo si vedono in un breve frammento della sfilata del carnevale, e dopo i dragoni sfilano i moschettieri, ma con l’ombrello, perché piove. Si prosegue poi un po’ a sbalzi, il film si perde per strada, torna grande per alcune sequenze, finisce con un’idea ottima ma realizzata un po’ stancamente. C’è spazio anche per l’ometto che porta sul set una capra: gli avevano chiesto un cammello, ma lui ha solo una capra, e dunque la capra finirà col recitare nei film di Emile Clément. E c’è spazio per tutti gli omini dei film di Clair, Raymond Cordy e soci, come nel Milione: si rappresenta la nascita del cinema, i primi anni, ed è un gran bel vedere perché la ricostruzione è minuziosa. René Clair c’era, ha conosciuto Méliès, ha visto i suoi studi, li ricostruisce in questo film. Si vede anche molto teatro: varietà, can can, donnine, comici, canzoni e cantanti, e non possono mancare i musicisti di strada come in Sotto i tetti di Parigi.
Chevalier è in gran forma, così come l’attore che fa Celestin, padre della protagonista, vale a dire l’uomo che sposò la donna che era amata da Chevalier; e che adesso ha una figlia ventenne, identica a sua madre. Celestin è un ometto simpatico ma ridicolo, sempre in giro in tournée, anche in Algeria; anche dopo vent’anni, pur mantenendo inalterata l’amicizia, Emile-Chevalier non si capacita che la donna che amava si sia sposata con uno come lui. Sarà però la ragazza, la figlia di Celestin, a condurre il gioco. Sembra inerte, indifferente, ma si fa sempre quello che vuole lei; le piace Emile ma sceglierà il suo giovane assistente (interpretato da François Perier), e se non fosse per lei il ragazzo non si sarebbe mai deciso. Chevalier anziano ha qualcosa di James Stewart anziano (forse si somigliavano anche da giovani, ma era difficile notarlo).
Sono tutti bravi gli altri attori, soprattutto nelle piccole parti; però la protagonista non va, non funziona, ed è grave perché le donne come lei sono sempre state il vero centro dei film di Clair. Così come è un po’ scialbo il suo innamorato, che però si dimostrerà (sul palcoscenico) un ottimo attore; e sul suo non essere bello ci si scherza, con ottimi esiti, nei dialoghi. Del resto, i veri divi ai tempi di Méliès non erano ancora arrivati: gli attori erano ancora volti anonimi, all’inizio del cinema. Divertente la scena del ricchissimo Sultano in visita agli studios, dal quale ci si aspettano importanti finanziamenti: come prevedibile prima chiede se la ragazza che recita è in vendita, ma poi protesterà e vorrà il lieto fine, che gli verrà dato cambiando lì per lì la sceneggiatura: lo accontentano, certo che lo accontentano. Anche a voi piace il lieto fine, vero?
Un omaggio di René Clair all’inventore del cinema come lo conosciamo oggi, Georges Méliès. Méliès, mago e prestigiatore, aveva rilevato a Parigi il teatro che era stato del famoso Houdini; quando i Lumière fanno la loro prima proiezione va a vederla e chiede di comperare una di quelle macchine, ma i Lumière non gliela concedono e allora Méliès (che è anche un abile artigiano) se ne fabbrica una da solo, inizia a girare brevi film, e soprattutto scopre i trucchi cinematografici. La presenza di fantasmi e diavoli che appaiono e scompaiono nei suoi film (il diavolo è quasi sempre lo stesso Méliès nel classico costume mefistofelico) sono l’immediata garanzia di successo per il nuovo mezzo appena inventato. Méliès inizia a produrre film nel 1896, un anno dopo la prima proiezione dei Lumière, e terminerà la sua carriera nel 1918, non riuscendo più a stare al passo dei colossi americani, francesi e italiani (a Torino, Pastrone e “Cabiria”) che avevano cominciato a muoversi con ben altri mezzi rispetto a quelli ancora artigianali di Georges Méliès; e soprattutto con ben altri capitali a disposizione.
René Clair si ispira dichiaratamente a Méliès per questo film, ma il suo protagonista non assomiglia affatto al vero Méliès: affidando la parte a Maurice Chevalier, attore brillante e con fama di scapolo e di viveur, Clair prende le distanze dal film biografico sia pure nel contesto di una riproduzione storica perfetta. Tra i collaboratori di Clair per questo film, infatti, ci sono alcuni tecnici che avevano lavorato con Méliès: la ricostruzione dei teatri di posa è eseguita con estrema attenzione anche al minimo dettaglio, così come la tecnica di costruzione delle scenografie, la posizione della cinepresa e del palcoscenico, se si va a confrontare si scopre che tutto è identico alle fotografie prese mentre Méliès lavorava, e non poteva essere diversamente perché René Clair aveva veramente vissuto quell’epoca, cominciando a fare cinema (come attore) già nel 1920. A differenza di Méliès, però, Emile (Maurice Chevalier) ha un produttore a cui rendere conto: ecco un’altra differenza significativa, ancora un modo per prendere le distanze dal film biografico e anche un modo per Clair di parlare un po’ di se stesso e delle sue esperienze personali. Va anche detto che Clair è forse troppo preso personalmente dal soggetto per poter condurre lucidamente il film, che è a tratti un po’ confuso, discontinuo (cosa strana per Clair).
Il film inizia benissimo, per strada, con un anticipo di Grandi Manovre, tra l’altro: i dragoni a cavallo si vedono in un breve frammento della sfilata del carnevale, e dopo i dragoni sfilano i moschettieri, ma con l’ombrello, perché piove. Si prosegue poi un po’ a sbalzi, il film si perde per strada, torna grande per alcune sequenze, finisce con un’idea ottima ma realizzata un po’ stancamente. C’è spazio anche per l’ometto che porta sul set una capra: gli avevano chiesto un cammello, ma lui ha solo una capra, e dunque la capra finirà col recitare nei film di Emile Clément. E c’è spazio per tutti gli omini dei film di Clair, Raymond Cordy e soci, come nel Milione: si rappresenta la nascita del cinema, i primi anni, ed è un gran bel vedere perché la ricostruzione è minuziosa. René Clair c’era, ha conosciuto Méliès, ha visto i suoi studi, li ricostruisce in questo film. Si vede anche molto teatro: varietà, can can, donnine, comici, canzoni e cantanti, e non possono mancare i musicisti di strada come in Sotto i tetti di Parigi.
Chevalier è in gran forma, così come l’attore che fa Celestin, padre della protagonista, vale a dire l’uomo che sposò la donna che era amata da Chevalier; e che adesso ha una figlia ventenne, identica a sua madre. Celestin è un ometto simpatico ma ridicolo, sempre in giro in tournée, anche in Algeria; anche dopo vent’anni, pur mantenendo inalterata l’amicizia, Emile-Chevalier non si capacita che la donna che amava si sia sposata con uno come lui. Sarà però la ragazza, la figlia di Celestin, a condurre il gioco. Sembra inerte, indifferente, ma si fa sempre quello che vuole lei; le piace Emile ma sceglierà il suo giovane assistente (interpretato da François Perier), e se non fosse per lei il ragazzo non si sarebbe mai deciso. Chevalier anziano ha qualcosa di James Stewart anziano (forse si somigliavano anche da giovani, ma era difficile notarlo).
Sono tutti bravi gli altri attori, soprattutto nelle piccole parti; però la protagonista non va, non funziona, ed è grave perché le donne come lei sono sempre state il vero centro dei film di Clair. Così come è un po’ scialbo il suo innamorato, che però si dimostrerà (sul palcoscenico) un ottimo attore; e sul suo non essere bello ci si scherza, con ottimi esiti, nei dialoghi. Del resto, i veri divi ai tempi di Méliès non erano ancora arrivati: gli attori erano ancora volti anonimi, all’inizio del cinema. Divertente la scena del ricchissimo Sultano in visita agli studios, dal quale ci si aspettano importanti finanziamenti: come prevedibile prima chiede se la ragazza che recita è in vendita, ma poi protesterà e vorrà il lieto fine, che gli verrà dato cambiando lì per lì la sceneggiatura: lo accontentano, certo che lo accontentano. Anche a voi piace il lieto fine, vero?
Iscriviti a:
Post (Atom)




























































