martedì 12 gennaio 2010

Shining

The Shining, Regia di Stanley Kubrick (1980) Sceneggiatura: Stanley Kubrick e Diane Johnson, dall'omonimo romanzo di Stephen King Fotografia: John Alcott Scenografia: Roy Walker Costumi: Milena Canonero Musica: Walter Carlos, Rachel Elkind Interpreti: Jack Nicholson (Jack Torrance), Shelley Duvall (Wendy Torrance), Danny Lloyd (Danny Torrance), Scatman Crothers (Hallorann), Philip Stone (Delbert Grady), Joe Turkel (Lloyd), Barry Nelson (Stuart Ullman), Anne Jackson (pediatra), Lia Beldam (giovane donna nel bagno), Billie Gibson (vecchia nel bagno), Lisa e Louise Burns (le gemelle Grady) Durata: 144 minuti

Da tifoso accanito di Kubrick, che ho difeso molte volte non solo dai detrattori ma anche dai “fans” più superficiali che pensano che sia un esaltatore della violenza, devo ammettere che con Shining ho due problemi. Il primo è che a me non piace l’horror, inteso come genere. Mi è capitato di vedere parecchi film classificati come horror (alcuni li ho portati qui), ma non certo per vedere sangue e budella o psicopatici in azione. Il secondo problema è che trovo Stephen King uno degli scrittori più noiosi che io abbia mai incontrato, e sì che di “mattoni” ne ho letti tanti. Ho provato a leggere i suoi libri, incuriosito dalla scelta di Kubrick e dai molti pareri positivi, ma non sono mai riuscito ad arrivare fino in fondo (per intenderci: negli stessi anni ho letto due volte “Guerra e pace”di Tolstoj e “Ulysses” di Joyce, non è la pazienza che mi manca e i libri di 800 pagine non mi spaventano).
Adesso che mi sono tolto il peso dallo stomaco, posso passare a parlare del film. La mia opinione è che i difetti del film siano tutti da imputare a Stephen King, e che Kubrick si sia sentito attratto non tanto dal soggetto in sè, quanto da due fattori: il primo è la possibilità di avere l’Overlook Hotel come set, e del secondo preferisco accennare solo alla fine. Nell’Overlook Hotel il regista ha una scenografia perfetta, e la percorre in lungo e in largo per tutto il film, labirinto esterno compreso; a giudicare da quanto ci si è divertito (forse ancora più dell’astronave di 2001, o dei panorami irlandesi di “Barry Lyndon”), mi sono convinto di avere ragione anche se non ho trovato scritti o dichiarazioni di Kubrick in proposito. Ho letto diversi libri e interviste con Kubrick, che si dilunga volentieri sui suoi film preferiti, Barry Lyndon in testa, ma di Shining si parla sempre poco, e secondo me la ragione è chiara.
Torno a vedere il film dopo molto tempo, e bastano le sequenze iniziali per riconciliarmi subito con Kubrick. Sono sequenze di una bellezza mozzafiato, in montagna, mentre l’automobile di Jack Torrance si avvia verso l’albergo dove avverrà il colloquio in cui verrà assunto come custode per l’inverno; ma anche tutto il resto del film, interni ed esterni, è favoloso. La visione completa del film mi conferma nella mia opinione, e chiedo scusa agli ammiratori di Stephen King ma devo proprio ripeterla: un magnifico esercizio di stile intorno ad un soggetto di quart’ordine.
La musica all’inizio del film viene presentata come “Rocky Mountains”, di W.Carlos. Non so perché i titoli di testa e di coda siano così reticenti, è ben strano per un perfezionista di grande competenza musicale come Kubrick. Questo brano musicale così forte e impressionante non è certo opera di Walter Carlos, che si è limitato ad arrangiarlo (così come fece per la Nona Sinfonia di Beethoven in “Arancia Meccanica”): si tratta di una sequenza dal Dies Irae, un brano della Messa di Requiem in latino. Il testo si riferisce al Giorno del Giudizio (dies irae, dies illa: “nel giorno dell’ira, in quel preciso giorno...”) ed è attribuito ad un discepolo di San Francesco, Tommaso da Celano (1190-1260), che ne trascrisse anche la musica. Nella forma in cui la conosciamo oggi, la sequenza del “dies irae” risale al secolo XIV, ed è stata ripresa infinite volte da compositori più o meno grandi. Chi volesse ascoltare questo brano nella sua forma più spettacolare può rivolgersi alla “Sinfonia fantastica” di Héctor Berlioz. Il resto della musica firmata da Walter Carlos & Rachel Elkind è bruttina ma funzionale, sembra tratta dai film di fantascienza anni 50, roba di poco conto ma non era importante che fosse bella perché arriva benissimo all’effetto che voleva raggiungere Kubrick.
Al minuto 37, alla fine della chiacchierata del bambino con le due gemelle, a cui segue il dialogo del bambino con il padre seduto sul letto, e ormai folle, Kubrick ci fa ascoltare un frammento da uno dei più grandi musicisti del Novecento: la “Musica per archi, percussioni e celesta” di Béla Bartok. La celesta è uno strumento dall’aspetto esteriore simile ad un pianoforte, ma la sua tastiera va a colpire delle lastre d’acciaio intonate, che danno un suono simile a piccole campane. E’ uno strumento molto suggestivo, inventato a metà Ottocento e usato da grandi musicisti come Ciaikovskij (i balletti) e come Shostakovic (la Quinta Sinfonia, per esempio).
Le altre musiche del film sono di Penderecki e Ligeti. Kubrick sembra concepire la musica del Novecento come qualcosa di lugubre e angosciante, e direi che non ha tutti i torti, ma sarebbe un discorso lungo.
L’ungherese György Ligeti (1923-2006) aveva già fornito a Kubrick le musiche per il viaggio verso Giove dell’astronauta Bowman, in “Odissea nello spazio”; qui ascoltiamo “Lontano”.
Il polacco Krzystof Penderecki, nato nel 1933, è un compositore di grande spessore ed importanza, che ammetto di aver sempre seguito poco, ma che ho anche avuto il piacere di vedere mentre dirige le sue opere. In “Shining” ascoltiamo molto di Penderecki, quasi tutta musica sacra (almeno nelle intenzioni del compositore polacco): "The Awakening of Jakob", "Utrenja - Ewangelia", "Utrenja - Kanon Paschy", "De Natura Sonoris N.1 e N.2", "Polymorphia", "Kanon for 52 string orchestra and tape".
E poi ci sono le canzoni, che a me piacciono moltissimo (ho un debole per questo repertorio, Hoagy Carmichael, Bix Beiderbecke e dintorni). Ho scoperto che c’è un leggero anacronismo, perché sono canzoni degli anni ’30 mentre la festa a cui partecipò Jack Torrance è quella del 4 luglio 1921, come si legge bene dalla didascalia sulla foto che chiude il film. Non ne so molto, mi limito a riportarne i titoli: "Masquerade" (Jack Hilton and his Orchestra), "Midnight, the Stars and You" (Jimmy Campbell, Reginald Connelly, Harry M. Woods; Ray Noble Orchestra with Al Bowlly), "It's All Forgotten Now" (Ray Noble Orchestra with Al Bowlly), "Home (When Shadows Fall)" (Henry Hall & the Gleneagles Hotel Band).
Il doppiaggio (compresa la macchina per scrivere di Jack) è accuratissimo, le voci sono quelle di attori di prim’ordine e vale la pena di citarli: Giancarlo Giannini (sontuoso e perfetto) e Livia Giampalmo, Marcello Tusco è Halloran, Roberto Herlitzka è il barista Lloyd, Gianni Bonagura è Grady. Personalmente, trovo molto brutta la traduzione di “shining” con “luccicanza”, un neologismo coniato per l’occasione, che per fortuna non ha avuto seguito nella lingua italiana. Ricordo che quando uscì il film intervistarono Simona Izzo, che l’aveva inventato e ne era orgogliosa: il significato è corretto, qualcosa come un lampo, una luce improvvisa riguardante telepatia e premonizione.
Il bambino protagonista è molto bello ma è poco simpatico e poco espressivo, si direbbe un bambino da spot pubblicitario. Shelley Duvall è incantevole, ho un debole per lei, e da quando l’ho vista nel suo primo film con Altman (una parte molto sexy, se mi si passa il termine: “Anche gli uccelli uccidono”, 1969) mi piace ancora di più. In questo film recita così bene che non si fa mai sovrastare da Nicholson, e non stupisce che alla fine sia lei a vincere, nonostante tutto. Qui è molto simile ad una moglie vera, così come la si vede alla mattina appena alzata, o nei momenti di malavoglia.
Scatman Crothers è di una simpatia unica, nei primi piani somiglia a Carlton Myers, e mi sono chiesto spesso come mai non lo si è più visto, dopo il successo di questo film. La risposta è, purtroppo, molto semplice: Crothers è morto pochi anni dopo il film, nel 1986. Era un cantante e showman di teatro, lo “scat” del suo soprannome è infatti un genere musicale, un cantare parlando e imitando gli strumenti musicali, come facevano Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald . Nel film, la sua morte repentina è una dei momenti più bassi del soggetto, anche se – va detto – è il suo arrivo a distrarre Jack Torrance e a salvare la vita di Wendy.
Per Jack Nicholson questo film fu un nodo fondamentale nella sua carriera, uno “switch” per usare un termine americano. Il vecchio Jack aveva iniziato con parti da ragazzo educato e introverso, o comunque da attore molto serio e controllato: film molto belli come “5 pezzi facili”, “L’ultima corvée”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Easy rider”. Il film è una svolta anche nella carriera di Kubrick, da allora sempre meno sobrio e sempre un po’ sopra le righe, come Jack Nicholson; ma dopo “Shining” Stanley Kubrick ha fatto solo due film, viene da pensare che forse se ne era reso conto.
“Non potrò mai farvi niente di male”, “Vedrai che si sistemerà tutto”, e simili, sono espedienti narrativi usati da scrittori di quart’ordine; ma piacciono sempre, e forse è in questa prevedibilità che si nasconde il grandissimo successo di Stephen King. Per quanto mi riguarda, King è lo scrittore più noioso e prevedibile della storia della letteratura, e una delle cose che non gli perdono è l’ennesima ripetizione dello stereotipo usuratissimo dello scrittore in crisi d’ispirazione, che straccia i fogli e diventa matto perché non trova più l’ispirazione. Se il personaggio di Jack Torrance non cade nel ridicolo, gran parte del merito è di Jack Nicholson (l’altra parte è merito di Kubrick). Frasi come “la tragedia dell’inverno ‘70”, citata all’inizio per far spavento, a me ricordano irresistibilmente “la catastrofe del carrello da thè” dei fumetti di Bristow (Bristow di Franck Dickens, primi anni ’60): non so cosa farci, so che è terribile ma è così.
Comunque di questo film io mi porto via molte sequenze, per esempio Nicholson gioca a baseball nella hall vuota, o il suo ingresso nella Gold Room, con il cameriere in giacca rossa; e la grande festa danzante, e il dialogo con Grady nel bagno rosso e bianco (non rosso sangue, si badi). E l’apparizione delle due gemelline, che è la citazione di una famosa fotografia di Diane Arbus scattata nel 1967.
“Shining” è anche il film della Steadycam, la macchina da presa condotta a mano dall’operatore: per l’epoca era una novità assoluta, e Kubrick era sempre attento alle novità della tecnologia.
Una nota finale, dai titoli di coda, per Leon Vitali, “assistente personale del signor Kubrick”: come attore, ha interpretato il figliastro di Barry Lyndon, quello del duello alla pistola nel finale del film, il più grande duello alla pistola di tutta la storia del cinema.

Rivedendo “Shining” è anche inevitabile pensare al tempo che è passato (quasi trent’anni). Oggi il bambino giocherebbe incollato alla playstation, non girerebbe per i corridoi e di conseguenza non entrerebbe nella stanza 237; e se accadesse, forse le gemelle gli chiederebbero di farle giocare anche loro con la playstation. E poi ci sono i telefonini, c’è il satellite, c’è internet... E di nuovo c’è anche la smania di risparmiare sul personale: forse con i manager di oggi pagare tre persone per nove mesi sarebbe ritenuto eccessivo... (il personale è un costo, si sa).
Ma soprattutto ho in mente le statistiche (recenti) su stupri e violenze in famiglia, che non riporto per non angosciarvi troppo. E’ questo il vero orrore, purtroppo, e non quello descritto dal film. Sono queste statistiche che vengono messe in scena da Kubrick: la maggior parte delle violenze avviene in famiglia, forse è di questo che ci voleva parlare Kubrick ed era questo il suo vero interesse nel soggetto, oltre al grande giocattolo dell’Overlook Hotel, metafora del nostro abbandono e delle nostre solitudini vere o immaginarie.
Fate attenzione ai dialoghi, quando Shelley Duvall ha in mano la mazza da baseball per difendersi dal marito: forse è una scena che si sta ripetendo anche ora, speriamo in maniera meno cruenta, da qualche parte, magari non troppo distante da casa vostra.

6 commenti:

Gegio ha detto...

Cavolo!!! Bellissimo post, soprattutto per le citazioni musicali!!! Anch'io prima di Shining ho letto pochissimo di King, ma rimarrà nei miei ricordi una fine d'estate con un suo romanzo al suono dei Notting hillibies; avevo 17 anni e non era chissà cosa, anche perché ora come ora non ne ricordo assolutamente il titolo...

Giuliano ha detto...

Kubrick era uno di quelli di cui non mancavo un film, al cinema: però dopo "Barry Lyndon" ne faceva pochi, pochissimi, con intervalli anche di sei o sette anni.
A Kubrick devo anche la mia passione per la musica: quando avevo 13-14 anni c'era dappertutto il Beethoven di "Arancia Meccanica", poi tornò nei cinema "Odissea nello Spazio". Mi sono chiesto: ma che musica è questa? E da allora, ormai sono passati tanti anni, qualcosa ho imparato.
(grazie Gegio!)

Gegio ha detto...

Diciamo pure che partire da Kubrick per apprezzare la musica classica è molto positivo. Anch'io potrei farlo...

Giuliano ha detto...

Sì, oltretutto oggi i cd costano pochissimo, soprattutto quelli migliori: perché il cd è ormai considerato vecchiume, e perché le incisioni dei grandi direttori (Bruno Walter, Karajan, Kleiber, anche molte cose di Abbado) sono considerate obsolete - ma negli anni '60 le registrazioni erano già ottime, e soprattutto non taroccate come quelle recenti, dove l'elaborazione al computer regna sovrana.

Ho scritto tante cose sulla musica in Kubrick, se ti va di leggerle basta che fai clic su "Kubrick" sull'indice del blog.
ciao Gegio!

Gegio ha detto...

Ho intenzione, nel futuro prossimo, diciamo tra 6-7 mesi, di farmi delle maratone per i registi di calibro come Kubrick, e dovrò fare delle considerazioni anche sulle colonne sonore.

Giuliano ha detto...

Per la musica, i film notevoli di Kubrick sono quelli da "Odissea nello spazio" in poi, ma già nel "Dottor Stranamore" comincia a divertirsi molto: la canzone sui titoli di coda è fenomenale, e un accostamento simile Kubrick lo ripeterà con "paint it black" e la marcia di Topolino alla fine di FMJ.

Se vuoi un bel disco per iniziare, le "Suites per orchestra jazz" di Dimitri Sciostakovic: uno dei valzer è quello che apre "Eyes wide shut".