mercoledì 14 marzo 2012

Luigi Comencini ( III )

Incompreso (1966 S.Colagrande, A.Quayle, G.Moll, S.Giannozzi) ****
dal romanzo di Florence Montgomery. Sceneggiatura di Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Giuseppe Mangione, Lucia Drudi Demby. Musiche di Fiorenzo Carpi.
Uno dei primi film che ho visto al cinema, oltretutto in un cinema serio (a Como) e non in quello bello ma piccolo che c’era nel mio paese. Molte le cose che mi avevano colpito, era la prima volta che vedevo una scuola inglese per esempio; anche per questo era mi difficile identificarmi con qualcuno nel film; nonostante questo, mi era piaciuto. Credo di aver cominciato a capire con “Incompreso” che non sempre la storia raccontata è importante: la storia triste di “Incompreso” non mi era piaciuta, ma il film sì. Una cosa curiosa è che, col passare del tempo, mi ero convinto che il padre fosse Romolo Valli: invece no, è l’inglese Anthony Quayle (ancora oggi rischio di confondermi). Il manifesto del film somiglia curiosamente a quello che userà Bergman per "Fanny e Alexander", ma penso che sia solo un caso, dovuto all'uso della lanterna magica da parte dei bambini protagonisti.
Prima o poi intendo rivederlo.
Le avventure di Pinocchio (tv 1972 A.Balestri, N.Manfredi, F.Franchi, C.Ingrassia) ****
da Collodi. Sceneggiatura di Luigi Comencini e Suso Cecchi D’Amico. Musiche di Fiorenzo Carpi
Quando fu trasmesso in tv io avevo tredici o quattordici anni, ricordo lo scetticismo per la scelta di Nino Manfredi e di molti altri attori famosi (Gina Lollobrigida, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia...). Anch’io ero molto scettico, poi mi capitò di vederne un pezzo per caso, ed era veramente bello. Ancora oggi lo considero un capolavoro, ma non l’ho mai visto dall’inizio alla fine; e purtroppo il dvd in commercio non è la versione integrale, ma quella ridotta (molto ridotta) che uscì nelle sale cinematografiche. Bellissime le musiche di Fiorenzo Carpi, uno dei nostri più grandi musicisti degli ultimi cinquant’anni, che fu collaboratore anche di Strehler. Del motivo conduttore di Pinocchio ho un ricordo nitido che risale a metà anni ’80: la Fiorentina aveva vinto a San Siro contro il Milan (già ipermilionario e berlusconiano, quello di Sacchi), e i tifosi toscani in giro per Milano cantavano proprio la musica di Carpi, e anche piuttosto bene.
Un altro film da vedere con calma, prima di parlarne ancora; un capolavoro.
Lo scopone scientifico (1972 A.Sordi, S.Mangano, Bette Davis, J.Cotten) *
soggetto e sceneggiatura di Rodolfo Sònego
Un film di Sordi, più che di Comencini, scritto dallo sceneggiatore di fiducia di Alberto Sordi. Attori anziani e importanti: Joseph Cotten fu amico e collaboratore di Orson Welles in molti suoi film (Citizen Kane, Il terzo uomo, L’orgoglio degli Amberson...); Bette Davis era stata una grandissima star negli anni ’30 e ’40; in più c’era Silvana Mangano. Nonostante tutto questo, un altro film che non sono mai riuscito a sopportare.
Mio Dio, come sono caduta in basso (1974 Laura Antonelli, M.Placido, A.Lionello) *
scritto da Ivo Perilli e da Comencini.
Visto una volta sola, tanti anni fa, ma solo per via di Laura Antonelli. Da allora cerco di far finta di non averlo visto Lo rivedrei ancora, ma sempre e solo per Laura Antonelli (so che sto esagerando, ma se non fosse stato firmato da Comencini sarei di sicuro molto più indulgente).
La donna della domenica (1975 M.Mastroianni, P.Caruso, J.Bisset, JL Trintignant) **
scritto da Fruttero e Lucentini, anche sceneggiatori con Age e Scarpelli
Tratto da un famoso romanzo di Fruttero e Lucentini, passa per essere un capolavoro: penso proprio che sia colpa mia (non mi piacciono i gialli) ma io mi sono sempre annoiato a morte nel vederlo. Inoltre, ho da sempre molte riserve su Fruttero e Lucentini: capisco la loro importanza nel mondo dell'editoria, ma in loro c'è sempre stata molta superficialità e anche una volgarità di fondo che me li ha sempre resi estranei; molte battute e situazioni di questo film (quasi tutte) starebbero bene in un film di Pierino con Lino Banfi e mi meraviglio di ritrovarle in Comencini. Fastidiose e stucchevoli le sigarette in primo piano, in molte sequenze, ma era comunque un modo per procurarsi soldi: pubblicità occulta, se non fosse così in primo piano. Si usava, ma questo dettaglio rende ancora più chiara la sensazione di un prodotto "alimentare", girato soltanto pensando ai soldi.
Direi che Monicelli ne avrebbe tratto qualcosa di meglio, ma è comunque ben fatto, con bravi attori, e Torino è una città molto bella.
(continua)

Luigi Comencini ( IV )

Il gatto ( 1977 Ugo Tognazzi, Mariangela Melato) ***
scritto da Rodolfo Sonego, sceneggiato da Sonego con Augusto Caminito e Fulvio Marcolin.
Mariangela Melato e Ugo Tognazzi sono fratello e sorella; lei legge i gialli, lui le strappa di nascosto l’ultima pagina per farle dispetto, ma con molta cura, così arriva fino in fondo e non se ne accorge fino a quando è il momento. Forse il film non è una gran cosa, ma Tognazzi e la Melato sono in gran forma.
Wikipedia lo riassume così: «I pettegoli e avidi fratelli Amedeo e Ofelia Pegoraro, hanno ricevuto in eredità un vecchio condominio in centro a Roma, nel quale abitano e dal quale traggono il loro sostentamento, incassando le magre pigioni dei vetusti appartamenti. Dopo aver ricevuto un'allettante offerta economica per la vendita del palazzo, a condizione che sia libero da persone e cose, si dedicano con costanza nel convincere, con ogni mezzo a disposizione, gli inquilini a lasciare i loro appartamenti e trasferirsi altrove. Operando una certosina attività investigativa, che non esclude la perquisizione degli appartamenti durante l'assenza degli occupanti, allo scopo di ottenere informazioni con le quali ricattare gli affittuari e costringerli al trasferimento, gli astuti fratelli hanno buon gioco nell'eliminare molti locatari. In un caso, riescono persino a far arrestare un'insospettabile coppia di anziani concertisti, spesso assenti per le continue tournée all'estero, dopo aver scoperto che arrotondano gli stipendi trasportando droga. Amedeo e Ofelia mostrano di essere candidamente privi di ogni scrupolo morale e mantengono un infantile comportamento reciprocamente ostile e dispettoso, ma la loro alleanza e determinazione nel perseguimento del comune obiettivo è incrollabile ed efficace. Il raggiungimento dell'agognato traguardo è impedito dagli ultimi due inquilini che resistono ad ogni sollecitazione e sembrano inattaccabili: l'affascinante prete-operaio don Pezzolla, del quale Ofelia è segretamente invaghita e la bella Wanda Yukovich, spigliata segretaria di uno studio legale, che riscuote le celate simpatie di Amedeo.»
L'ingorgo - Una storia impossibile (1979)
soggetto di Comencini, scritto da Comencini con Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi
con Tognazzi, Sordi, Mastroianni, Sandrelli, MiouMiou, Fernando Rey, Annie Girardot, Ciccio Ingrassia, Solvi Stubing, Gerard Depardieu, Angela Molina.
Un colossale ingorgo, le strade invase dalle automobili, tutto è bloccato: un film che vorrei rivedere da molti anni. Non è un capolavoro, ma è stato molto copiato, anche a Hollywood c’è chi ci ha vinto l’Oscar (vedi Michael Douglas, per esempio). Purtroppo non lo rivedo da molti anni.
Maccari ha lavorato molto con Risi e Monicelli, Zapponi è uno degli sceneggiatori di fiducia di Fellini nei suoi ultimi film, Solvi Stubing è una modella bionda e bellissima che divenne molto famosa in tv negli anni ’60 con la pubblicità della birra Peroni.
Voltati Eugenio (1980 S.Marconi, C.André, Dalila Di Lazzaro, F.Bonelli) **
scritto da Comencini con Massimo Patrizi
Lo confondo spesso con “Caro Michele” di Monicelli (1976, con Mariangela Melato) e con “Lo chiameremo Andrea” di Vittorio De Sica (1973, Nino Manfredi e ancora la Melato). Un film interessante, però non lo vedo da quando è uscito, cioè da trent’anni. Tra gli interpreti Memè Perlini, importante regista teatrale romano. Viene riassunto così su wikipedia: «La storia racconta di Eugenio, un bambino di dieci anni figlio di convinti sessantottini la cui unione inizia a scricchiolare fin dopo la sua nascita, per poi terminare in una consensuale vita separata. La vita del bambino è raccontata attraverso episodi in flash-back, raccolti da quello del suo abbandono in campagna da parte di un amico del padre Giancarlo, infastidito dal suo comportamento, e delle successive ricerche per ritrovarlo. Scopriamo così le vicende di due figli dei fiori incapaci (ma forse neppure desiderosi) di costruire e mantenere una relazione stabile, e del loro figlio trattato da loro e dai parenti più prossimi come un pacco da scaricare. Eugenio cresce così con un forte senso di abbandono e solitudine, che in alcuni casi si riflette con atteggiamenti di ribellione, in altri con timorose richieste d'affetto. Il suo personaggio (interpretato da un bravissimo Francesco Bonelli) è descritto con grande sensibilità dal regista lombardo, che scava nelle relazioni in deterioramento progressivo della società del tempo; che, eppure, pare dotata di un grado di sincerità oggi perduto. Anche i nonni paterni (tra cui Bernard Blier), pur affezionati al nipote, non vogliono accollarsi la responsabilità di un bambino che avrebbe bisogno di una famiglia stabile. La lettura più lucida della vicenda la dà Memè Perlini (l'amico di Giancarlo) quando è costretto a parlare di fronte al commissario dei carabinieri: il suo è stato sì un gesto sciocco, ma in fin dei conti avrebbe risolto una questione che tutti, all'interno della famiglia di Eugenio, tiravano a protrarre, ma nessuno aveva il coraggio di affrontare decisamente. Il fatto - dice - è che oramai i figli non son più "il bastone della vecchiaia" per i genitori, anzi, sono dei pesi che spesso una coppia deve portarsi a lungo sulle spalle. Così si spiega anche il riferimento alla "selezione naturale" che aveva tentato di buttar lì di fronte al padre inferocito per la scomparsa del figlio. E sempre il volto Perlini si presta a mostrare lo sguardo irridente e profondo del regista quando, nell'ultima scena, dopo il ritrovamento di Eugenio in una cascina, spinge il ragazzo a scappare di nuovo dalla famiglia al completo, che ancora una volta vorrebbe scaricarlo, e ad affrontare da solo l'età matura. Comencini dimostra una incredibile capacità di sviluppare con leggerezza eppur intelligenza una storia tanto complessa; la sua analisi aleggia sul film senza pesare per l'intera durata, dando però di tanto in tanto degli affondi che scuotono.» (da www.wikipedia.it )
Cercasi Gesù (1982 Beppe Grillo, Maria Schneider, Fernando Rey)
scritto da Comencini con Massimo Patrizi, collabora anche Antonio Ricci
Uno dei pochi film importanti di Beppe Grillo, insieme a “Scemo di guerra” di Monicelli e a “Topo Galileo” di Lattuada; in seguito, come si sa, Grillo avrebbe scelto un’altra strada. L’altra protagonista è Maria Schneider, l’attrice di “Ultimo tango a Parigi” e di “Professione reporter”. Il soggetto, sempre da wikipedia, è questo: «Un'editrice cattolica progetta di pubblicare a puntate la vita di Gesù e ricerca un volto di Cristo che soddisfi i gusti moderni. Don Filippo, responsabile dell'editrice, riesce a scoprire il volto richiesto in un occasionale autostoppista, Giovanni, al quale ha dato un passaggio in macchina, assieme a un'insolente terrorista, Francesca. Il volto del nuovo Gesù viene riprodotto in migliaia di poster che tappezzano i muri di Roma. Giovanni intanto ha trovato ospitalità presso un falegname. Va alla ricerca di Francesca per restituirle la sua sacca ove ha trovato una pistola, regala il milione ricevuto in compenso dall'editrice a una drogata, si adira quando i preti vogliono trascinarlo in un'iniziativa sfacciatamente commerciale per sfruttare il suo fortunato volto di Cristo, è disposto a bruciarlo quando i preti lasciano senza lavoro gli operai di una tipografia. Alla fine Giovanni è sequestrato dalla terrorista Francesca. I preti dovrebbero pagare il riscatto: ma Francesca viene uccisa dai suoi compagni perché non ha consegnato l'ostaggio, mentre i preti mandano Giovanni-Gesù a riposare in una casa di cura. L'ultimo saluto lo riceverà da un bambino paralitico, il quale, convinto che Giovanni sia Gesù, gli ha chiesto insistentemente di essere guarito e difatti si alza dalla sua carrozzella e comincia a muovere i primi passi.» (da www.wikipedia.it)
Nel 1986 ne scrivevo così: Cercasi Gesù è un filmetto un po’ debole ma simpatico, tendente al malinconico, salvato da un regista geniale, che è Comencini, da un ottimo Beppe Grillo, nonché dalla Schneider che ha una sua presenza. (dicembre 1986)
(continua)

Luigi Comencini ( V )

Cuore (tv 1984, J.Dorelli, E. De Filippo, G. De Sio, B.Blier) **
dal romanzo di De Amicis sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, Cristina Comencini, Luigi Comencini
Non mi ha mai convinto, nonostante la presenza di molti bravi attori; e del resto non è facile trarre un film da “Cuore”. Comencini si inventa la proiezione di film (muti: siamo a inizio secolo) per i racconti mensili, e tutto sommato non è una cattiva idea, ma Cuore è in sostanza una raccolta di racconti uniti da una cornice, più o meno come il Decameron, e forse la cosa migliore sarebbe di farne dei film a sè stanti, sviluppando le molte idee che contiene. Però anche questa è solo una mia ipotesi; più che altro non mi ha mai convinto molto Dorelli come attore, è bravo e simpatico ma anche piuttosto fragile (in quegli anni, Dorelli ha lavorato molto per la RAI: ricordo La coscienza di Zeno, 1988 con Sandro Bolchi, e la biografia di San Filippo Neri in “State buoni se potete” con Luigi Magni, 1983). Un po’ troppo ingessato, di maniera, ma non male.
La Storia (tv 1986, C.Cardinale, L.Wilson, F.Fiorentini, M.Spada) **
dal romanzo di Elsa Morante. Sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, Cristina Comencini
Come per La ragazza di Bube, il soggetto è molto interessante ma il film non mi ha mai preso molto. Si tratta dell’Italia in tempo di guerra, e di un romanzo famoso; ho provato a rivederlo di recente, quando è stato replicato da Rai Storia (canale 54 digitale terrestre), ma il fatto che inizi con un lungo discorso del buce, in filmati d’epoca, mi ha decisamente indisposto. Forse nel 1984 non era così, ma oggi, 2012 d.C., il buce in tv (e non solo) lo si vede troppo, lo si è visto troppo, e temo che non sia ancora finita.
Un ragazzo di Calabria (1987 GM Volontè, D.Abatantuono, S.Polimeno) **
scritto da Demetrio Casile, scen. di Demetrio Casile con Ugo Pirro e Francesca Comencini.
Volonté e Abatantuono sono rispettivamente l’allenatore e il padre di un ragazzo calabrese che ha una grande passione per l’atletica. Il personaggio di Volonté è quello di una promessa dell’atletica che dovette interrompere la sua carriera, in anni lontanti, e che si rivede nel ragazzo; il personaggio di Abatantuono è quello di un padre affettuoso ma severo. Il ragazzo protagonista si chiama Santo Polimeno. Siamo negli anni intorno al 1960, le olimpiadi Roma, il grande maratoneta etiope Abebe Bikila; il ragazzo, dapprima contrastato dal padre, finirà col vincere i Giochi della Gioventù.  E’ un buon film, forse un po’ di maniera ma ben fatto e ben recitato.
La bohème di Giacomo Puccini (1988)
Dopo il grande successo del film di Bergman tratto dal “Flauto magico” di Mozart, nel 1974, furono prodotti per il cinema molti film che erano allestimenti molto fedeli di opere liriche. Il più famoso di questi film è il “Don Giovanni” (sempre Mozart) diretto da Joseph Losey nel 1978, ma nel filone va messo sicuramente anche “Amadeus” di Milos Forman (1984) che vinse una gran quantità di Oscar e fu campione di incassi. Qui siamo già nel 1988, e si tratta della versione tv e cinema dell’opera di Puccini. Protagonista femminile è Barbara Hendricks, grandissima cantante, molto giovane e molto bella, afroamericana: una Mimì di Parigi e nera di pelle, si ragionava all’epoca, in fin dei conti, è tutt’altro che inverosimile. Il ruolo di Rodolfo è diviso fra Josè Carreras e Luca Canonici, due tenori: Carreras incise la parte cantata e doveva essere protagonista anche del film, ma proprio in quel periodo fu colpito da una grave malattia (dalla quale è poi fortunatamente guarito) e dovette essere sostituito durante le riprese dall’ottimo Luca Canonici, anche lui tenore e anche lui di bell’aspetto. Di conseguenza, si ascolta Carreras e si vede Canonici: il che sembra un po’ strano, ma non disturba. Tra gli altri interpreti, il soprano Angela Maria Blasi (Musetta), il basso Federico Davià, e il baritono canadese Gino Quilico, già protagonista nel 1985 dell’Orfeo di Monteverdi nel film di Claude Goretta. Nel film c’è anche Ciccio Ingrassia (ovviamente doppiato), che è il venditore di giocattoli Parpignol: come ben sanno gli appassionati d’opera, è una di quelle parti in cui si canta una frase sola (“ecco i giocattoli di Parpignol”), ma molto esposta; se la si sbaglia si rischia una figuraccia.
Ai film vanno aggiunti due ottime trasmissioni per la RAI:
I bambini e noi (1970) (Serie TV)
L’amore in Italia (1976-78)
da www.wikipedia.it : «Luigi Comencini fu ingaggiato dalla RAI nel 1976 per girare un documentario sull'amore negli anni settanta in Italia ed il risultato fu “L'amore in Italia”, un'inchiesta in cinque puntate andate in onda nel dicembre 1978 su Rai uno. Gli autori dell'inchiesta, oltre a Luigi Comencini, furono Fabio Pellarin e Italo Moscati. Le interviste furono girate in tutta Italia tra il febbraio del 1977 e l'aprile del 1978.
Elenco e titoli delle puntate:
1. La donna è mia e ne faccio quello che mi pare
2. La fortuna di avere marito
3. Innamorati
4. Ad occhi aperti
5. A che cosa serve l'educazione sessuale?
A seguito della messa in onda, nel 1979 uscì un libro omonimo con tutte le interviste, più quelle montate ma non inserite per varie ragioni nell'inchiesta televisiva. Il libro è stato pubblicato dalla Arnoldo Mondadori Editore.»
Sono riuscito a recuperare di recente, sempre su RaiStoria (canale 54 digitale terrestre) molte parti di queste due inchieste. Si tratta di un autentico capolavoro, da non perdere, con alcune sequenze davvero esilaranti (il marito e la moglie siciliani, per esempio), altre ancora interessanti, della maggior parte delle quali si vorrebbe sapere come è continuata la storia, ed è un peccato che non ne esista un’edizione completa e ben curata. Anche Rai Storia, purtroppo, non trasmette queste due serie in ordine e ben sistemate, ma a spezzoni, come riempitivo. Mi sembra un peccato molto grave, ma a pensarci bene, coi tempi che corrono, avere un canale come Rai Storia è già una gran fortuna. Durerà? Temo proprio di no.

sabato 10 marzo 2012

The dreamers ( I )

The dreamers (2003) regia di Bernardo Bertolucci. Da un racconto di Gilbert Adair. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Gilbert Adair Fotografia: Fabio Cianchetti Musica: Jimi Hendrix, The Doors, Bob Dylan, Fred Astaire, Michel Polnareff, Charles Trenet, Françoise Hardy, Nino Ferrer, Martial Solal, The Platters, Edith Piaf. Con Michael Pitt, Eva Green e Louis Garrel ; Anna Chancellor e Robin Renucci (i genitori), Jean-Pierre Kalfon, Jean-Pierre Léaud, Henri Langlois (immagini di repertorio), Florian Cadiou, Pierre Hancisse (115 minuti)

Un attimo prima del maggio ’68, a Parigi, due ragazzi e una ragazza si trovano da soli in un appartamento, e fanno vita comune. Sembrerebbe un film come tanti, ma c’è molto di morboso in questa situazione, anche perché due di loro sono fratello e sorella. Ma non è questo il punto, e ho trovato fastidioso, quando è uscito il film, il troppo indulgere, anche del trailer, sulle scene di sesso. Si sa che Bertolucci dal sesso è molto attratto, e ci gioca parecchio, almeno dal tempo di “Ultimo tango a Parigi” che aveva questa stessa situazione decisamente claustrofobica, sia pure dentro una storia molto diversa. C’è anche, ed è importante, il gioco del cinema nel cinema: con molte citazioni importanti e con i tre ragazzi che rifanno la scena di “Jules e Jim” di Truffaut della corsa per i corridoi del Louvre. Ma, mi ripeto, non è questo il punto.
A me piace molto il modo di fare cinema di Bertolucci, che anche in questo film si conferma un maestro: nelle immagini, nel modo di raccontare, nel guidare gli attori. Insomma, questo è proprio un Bertolucci, con tutti suoi pregi e tutti i suoi difetti, compreso il troppo indulgere sul sesso. Il difetto vero del film è invece che per capirlo bene bisogna avere una certa età, e anche una certa formazione. Per esempio, nel film Bertolucci dà quasi per scontato che tutti conoscano Chaplin e Keaton: ahinoi, non è più così... Una volta i loro film erano programmati regolarmente in tv, ma per un ragazzo di 15-25 anni non è mica così scontato. Anzi, si potrebbe senz’altro dire che l’essere troppo appassionati di cinema, e in genere l’essere troppo appassionati di qualcosa che non sia la formula uno o il campionato di calcio o il festival di Sanremo, è diventato un handicap, un difetto grave dal quale bisogna emendarsi: è una spiacevole novità degli ultimi vent’anni, mentre non era così negli anni ’60 e ’70, dove uno poteva dire di ricordarsi di questo o quel film, o di questo o quel libro, senza doversene vergognare pubblicamente.
Ma non vorrei parlare troppo di queste cose, non oggi: perché questo è un film da vedere, e perché – oltre alla bella confezione – contiene un messaggio importante (il famoso "messaggio": una volta si usava, oggi invece è diventata una parola sconveniente...). Il messaggio è questo: che non bisogna chiudersi in se stessi, e che le società che si chiudono su se stesse finiscono per morire. Morire per asfissia, e infatti è questa la decisione che prende nel finale la protagonista; ed è grazie a un intervento da fuori (dalla vita vera), cioè un sasso che rompe il vetro, che viene evitata la morte dei tre ragazzi per asfissia, perché la ragazza aveva chiuso tutto e aperto il gas. In questa chiave vanno lette anche le cose che hanno disturbato molti degli spettatori del film: l'incesto, la masturbazione, e tutto quel rinchiudersi (al cinema prima, e poi nell'appartamento). E poi il finale: anche la violenza (la violenza dentro il '68 francese) è un richiudersi su se stessi, un negarsi al dialogo. Nel libro da cui è tratto il film, il finale era diverso e il ragazzo americano moriva colpito da un proiettile vagante; ed quindi è un gran bel messaggio che ci manda Bertolucci, e molto attuale. Peccato che poi in tv e sui giornali si parli soltanto delle scene di sesso...
(anno 2003, da un blog precedente)
The dreamers è bello e difficile. Bertolucci ha la capacità di avvincere, e questo è anche il suo limite: per questo film si è parlato quasi soltanto delle scene di sesso...Invece il significato è più profondo, a chiudersi in se stessi si rischia di morire asfissiati. Così sta facendo la nostra società, e non c’è neanche un ’68 alle porte che ci possa salvare dandoci una via d’uscita, più o meno apparente. Bertolucci, figlio di un poeta, lo ha capito e ce lo spiega. (anno 2003, miei appunti)
«Quando abbiamo deciso quel titolo sapevamo che una parte del pubblico intende la parola "sognatori" quasi come insulto, ma l'ho chiamato così perché è la capacità di sognare quella che ci porta avanti, che il sogno sia realizzato oppure no. L'importante è sognare».
(Bertolucci al Venerdì di Repubblica, luglio 2010)
(continua)

The dreamers ( II )

The dreamers (2003) regia di Bernardo Bertolucci. Da un racconto di Gilbert Adair. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Gilbert Adair Fotografia: Fabio Cianchetti Musica: Jimi Hendrix, The Doors, Bob Dylan, Fred Astaire, Michel Polnareff, Charles Trenet, Françoise Hardy, Nino Ferrer, Martial Solal, The Platters, Edith Piaf. Con Michael Pitt, Eva Green e Louis Garrel ; Anna Chancellor e Robin Renucci (i genitori), Jean-Pierre Kalfon, Jean-Pierre Léaud, Henri Langlois (immagini di repertorio), Florian Cadiou, Pierre Hancisse (115 minuti)

Il film inizia con dei titoli di testa molto belli, su una delle più belle musiche di Jimi Hendrix "Third Stone from the Sun" del 1967. Alla fine dei titoli di testa conosciamo subito uno dei protagonisti, il ragazzo americano (californiano) interpretato da Michael Pitt; per lui Parigi è un’esperienza nuova, e camminando per strada incontra i moti che precedono immediatamente quelli del maggio 1968, con la polizia in tenuta antisommossa, e gli studenti in protesta.
Il fatto a cui si fa riferimento è la chiusura della Cinematheque Française, decisa dal governo francese, e la conseguente cacciata di Henri Langlois, suo fondatore. Bertolucci ci presenta i filmati autentici di quegli anni, alternati con le immagini fatte apposta per il film che hanno gli stessi protagonisti, Jean-Pierre Kalfon e Jean-Pierre Léaud. Kalfon e Léaud riprendono se stessi da giovani, con gli stessi gesti, alternando le immagini originali del ’68 con altre girate apposta per il film. Tra i manifestanti, il giovane americano incontra gli altri due protagonisti del film, due gemelli della sua stessa età, fratello e sorella, figli di un importante poeta francese (ovviamente un personaggio inventato) e di una donna americana, il che facilita i dialoghi in inglese.
A questo punto, dopo poco più di dieci minuti dall’inizio, devo già confessare alcune mie difficoltà. Alla fine, anche dopo molti anni, è un film che apprezzo e che continua a piacermi: ma i tre protagonisti sono piuttosto antipatici, vedo citazioni da film che non mi interessano, non sono mai stato un “cinephile”, e soprattutto nutro un fremito d’orrore nel vedere che questi “cinefili” stanno nella prima fila di poltroncine del cinema, cioè nella posizione peggiore per vedere e apprezzare.
Sembreranno forse delle battute, e in parte lo sono, ma questo inizio mi è bastato per sentire tutta la storia come estranea, e anche un bel po’ falsa. Poi, la bravura di Bertolucci, dei suoi collaboratori e degli interpreti aiuta molto ad andare avanti; ma confesso apertamente che, se non avessi saputo che era un film di un regista che mi interessa, avrei interrotto la visione a questo punto. Invece sono andato avanti, e ho fatto bene; ma io nel maggio 1968 non avevo ancora dieci anni, la mia famiglia ha tutt’altra estrazione, vivo in provincia e da me i cineforum non ci sono mai stati, quando avrei potuto andare ai cineforum mi sono trovato nell’impossibilità di farlo a causa degli orari prima della scuola e poi del lavoro, e – infine – Eva Green (così come appare nel film) è molto bella ma anche molto antipatica, io mi sarei cercato un’altra ragazza e sarebbe stata tutt’altra storia.
Tornando al film, la funzione della Cinematheque Française era sicuramente molto importante, e per capire la ragione di queste manifestazioni di protesta bisogna riportare tutto nel contesto di quegli anni. La Cinematheque Française, come si spiega bene nel film, proiettava “qualsiasi cosa”: ed era importante in un’epoca in cui non c’erano tutte queste possibilità (dvd, internet, vhs, canali tematici...) che abbiamo oggi. Viene da dire che qualcosa del genere sarebbe enormemente importante ancora oggi, in un’epoca in cui la tv trasmette quasi soltanto merda (chiedo scusa per la parola, ma è quella giusta) e tutto viene fatto in funzione della pubblicità e dell’audience.
da http://www.wikipedia.it/
Henri Langlois (Smirne, 13 novembre 1914 - Parigi, 13 gennaio 1977) è stato un funzionario francese, direttore della Cinémathèque Française, pioniere del restauro e della conservazione delle pellicole cinematografiche. Nel 1936, insieme a Georges Franju e Jean Mitry fondò la Cinémathèque Française, che divenne nel corso degli anni una delle principali cineteche del mondo.
Durante la seconda guerra mondiale salvò decine di pellicole durante l'occupazione nazista della Francia. È stato una figura chiave per la cultura cinematografica di molti registi del movimento della Nouvelle Vague. Nel febbraio 1968 la sua rimozione dalla direzione della Cinémathèque da parte del ministro della cultura francese André Malraux provocò l'insurrezione di molti intellettuali, registi e critici; il 15 febbraio la polizia intervenne per disperdere una manifestazione di tremila persone di fronte alla Cineteca. Registi come Truffaut, Godard, Chabrol, Resnais, Renoir e Carné formarono un "Comitato di difesa della Cinémathèque". Alla fine Langlois fu reintegrato al suo posto di direttore artistico e tecnico. L'episodio è ricordato come uno dei segnali premonitori del "maggio francese" del 1968.
da http://www.wikipedia.fr/  :
Jean-Pierre Kalfon né le 30 octobre 1938 à Paris, est un acteur et chanteur français. Il travaille dans sa jeunesse aux Folies Bergères puis se lance dans le théâtre et fonde sa propre compagnie, Théâtre 15, où il est acteur et metteur en scène. Il débute au cinéma en 1962 avec Le Concerto de la peur, La drogue du vice de José Bénazéraf. Il devient très proche de Pierre Clémenti et d'une jeune bande d'acteurs, autour de Marc'O. Il tourne ensuite avec Jean-Luc Godard (Week-end), Philippe Garrel (Le Lit de la vierge) , Claude Lelouch avec qui il tourne sept films. Il a fondé un groupe rock dont il est le chanteur, " Kalfon Rock chaud ", et joué dans plus de 65 longs métrages. Abonné aux personnages troubles, il tourne avec François Truffaut (Vivement dimanche!) , Claude Chabrol (Le Cri du hibou). Parallèlement, il accepte les propositions d'un cinéma plus populaire avec Folle d'elle ou Gamer. Jean-Pierre Kalfon a incarné un Louis XIV secret dans Saint-Cyr, un metteur en scène dans La Répétition, un caïd dans Total Western.
Di Jean Pierre Léaud invece non dico niente perché è un attore molto noto, debuttò da bambino con « I quattrocento colpi » di Truffaut e da allora non ha mai smesso di fare film ; è anche tra i protagonisti di «Ultimo tango a Parigi».
Al minuto 18 il ragazzo americano è a casa dei suoi nuovi amici, a tavola con i loro genitori (genitori giovani, quarantenni), e vediamo e ascoltiamo il suo discorso sulla sezione aurea, con l’accendino e i disegni sulla tovaglia. E’ una situazione molto irreale, anch’io ho giocato spesso con righe e disegni (lo fanno in molti, soprattutto da bambini) e posso dirlo: in queste circostanze è molto più facile prendersi del cretino. Anche se siamo nella casa di un poeta, mi sembra ben difficile che qualcuno stia ad ascoltare questi discorsi a bocca aperta e con aria ammirata. Invece qui il padre dei due suoi nuovi amici fa un discorso filosofico-mistico, che provo a riassumere velocemente: “quello che noi vediamo intorno a noi ci sembra caotico e disordinato, ma visto dall’alto, da Dio, ogni cosa va al suo posto in un ordine preciso”.
Subito dopo, padre e figlio litigano su quello che sta succedendo “là fuori” (il padre è un poeta ricco e famoso). Il tema è: bisogna dunque accettare tutto in silenzio? Non bisogna dunque ribellarsi a ciò che riteniamo sbagliato?
Il padre: Prima di poter cambiare il mondo devi renderti conto che tu stesso fai parte del mondo. Non puoi restartene fuori a guardare dentro.
Il figlio: Sei tu quello che se ne sta di fuori (...)
E gli rimprovera la mancata firma su un documento contro la guerra in Vietnam: come intellettuale importante, il padre-poeta avrebbe dovuto dire la sua, almeno secondo l’opinione di suo figlio.
E’ uno dei temi fondamentali del film, forse quello più importante: qui viene enunciato in secondo piano, la madre sfuma subito il contrasto, ma queste stesse parole verranno usate dal giovane americano più avanti nel film, quando il ragazzo francese citerà Mao (“La rivoluzione non è un pranzo di gala”) e si sentirà rispondere “tu te ne stai sempre qui con tua sorella e i tuoi amici, non sei mai sceso in strada”. Il film si chiuderà proprio su questo tema.
Poi i genitori se ne vanno, lasciano campo libero ai figli e al loro amico, tutta la casa e gli assegni già firmati sul caminetto, “ma usateli solo se ne avete davvero bisogno”. Troveranno un macello al loro ritorno, è ovvio: a parte le questioni dedicate al sesso, sarà come aver lasciato la casa a dei bambini di sette anni.
(continua)

The dreamers ( III )

The dreamers (2003) regia di Bernardo Bertolucci. Da un racconto di Gilbert Adair. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Gilbert Adair Fotografia: Fabio Cianchetti Musica: Jimi Hendrix, The Doors, Bob Dylan, Fred Astaire, Michel Polnareff, Charles Trenet, Françoise Hardy, Nino Ferrer, Martial Solal, The Platters, Edith Piaf. Con Michael Pitt, Eva Green e Louis Garrel ; Anna Chancellor e Robin Renucci (i genitori), Jean-Pierre Kalfon, Jean-Pierre Léaud, Henri Langlois (immagini di repertorio), Florian Cadiou, Pierre Hancisse (115 minuti)

Dopo i primi venti minuti, i tre ragazzi sono da soli nella bella e grande casa borghese, e ci rimarranno fino alla fine del film: che nonostante le apparenze iniziali è quasi tutto girato in interni e in poche stanze. A pensarci bene, è un dato che sorprende.
La casa è un appartamento di gran pregio in un palazzo d’epoca, a Parigi: siamo tra arredi borghesi, i “borghesi comunisti” e l’intruso, una situazione e molti dialoghi che rimandano a “Prima della Rivoluzione”, il secondo film di Bertolucci, dove questa situazione è spiegata nel dettaglio (i discorsi alla Festa dell’Unità, nel finale del film del 1963). E’ facile pensare a Bertolucci che rivede se stesso da giovane, diviso fra il palco al Regio di Parma e la voglia di spaccare tutto, e forse i figli del poeta di questo film sono una proiezione di suo padre e di se stesso, la sua parte femminile e quella maschile. Il padre di Bernardo Bertolucci è un poeta importante, come il padre dei due ragazzi francesi di questo film; facile pensare che questa casa bellissima e piena di libri sia una proiezione della casa dei Bertolucci a Parma, ma il paragone deve finire qui, questo non è un film biografico e, come spiegava Bertolucci stesso nelle interviste relative a “The dreamers”, non è un film sul passato, ma sul presente. E’ il presente che si è chiuso in se stesso, tra fantasie di sesso, videogiochi, barriere di tornelli e obliteratrici, cuffie nelle orecchie, nostalgie per regimi totalitari: un presente chiuso in se stesso esattamente come i ragazzi di “The dreamers”. Il finale, quindi, è ancora tutto da scrivere: che sia il 2003 o questo 2012, non sappiamo ancora come andrà a finire questa storia.
Oltre a “Prima della rivoluzione” (del 1962) molti sono i rimandi a “Ultimo tango a Parigi”, altro film di Bertolucci, uscito nel 1972: un grande appartamento a Parigi, le scene di sesso molto esplicite, l’identico periodo storico, il chiudersi in se stessi. La famiglia di Michael Pitt sembra molto vicina a quella di Marlon Brando in Ultimo tango, americani e contadini, gente di provincia rispetto a Parigi. I due fratelli gemelli sono viziati, infantili, estremi nelle loro azioni e reazioni proprio come due bambini. “Voi non crescerete mai” dirà a un certo punto l’americano a Théo, dopo la scena della vasca a 1h14 dall’inizio. L’entusiasmo per l’avventura sta per finire, il giovane californiano tutto sommato è molto più maturo degli altri due.
Il film a questo punto è da vedere, i tre giocano, litigano, leggono libri e fanno giochi (dal backgammon all’indovinare il titolo di un film), c’è molto sesso e molto esplicito (compreso un bel po’ di cattivo gusto), viene in mente “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore per i molti inserti di film (Chaplin, Keaton, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Freaks di Todd Browning, molto cinema francese). A me è venuto in mente, ancora più potente, “Dead poets society” di Peter Weir (in Italia “L’attimo fuggente”), un altro film molto toccante, e molto bello, dove però in fin dei conti i protagonisti sono tutti giovani ricchi senza alcuna preoccupazione per il futuro. Pensare al futuro fa stare molto male, a diciott’anni e non solo: chi ha visto il film di Weir sa cosa intendo. Qui, in “The dreamers”, il futuro non esiste; si evita di pensarci, e viene rimosso continuamente. Ma il futuro finirà con l’irrompere nella casa, nonostante tutto, e con fragore.
E dunque preferisco fermarmi qui e dedicare qualche riga alla musica che si ascolta in queste scene:
Bob Dylan, “Queen Jane” è alla fine della corsa nel Louvre; un disco di Charles Trenet (La mer) per Isabelle che si spoglia; Jim Morrison e i Doors per la scena del pranzo allestito da Théo con i rifiuti. Françoise Hardy "Tous les garçons et les filles” nella scena del bar, la cannuccia e la bibita divisa in due; i Platters (anche sullo schermo) per la scena del bacio al cinema; musica per orchestra, forse Halffter, per la barricata nella strada, inaspettata e vista con molto stupore.
Ancora i Doors per la camera di Isabelle, con la voce di Jim Morrison che canta “I’m a spy in the house of love”; ancora Trenet e La mer per il fratello che si apparta con una ragazza, suscitando la rabbia e la gelosia di Isabelle. Con l’apparizione della tenda, “Dark star” dei californiani Grateful Dead (ma si sente appena).
Eva Green come Venere di Milo appare a 1h22, con i guanti neri su sfondo nero a simulare la mancanza delle braccia: un trucco alla Méliès (le origini del cinema, 1895: Bertolucci lo aveva già fatto in “Partner”) o meglio ancora come l’animazione di Topo Gigio, che avviene con lo stesso sistema.
Dal sesso e dai giochi sul cinema, che ricordano molto i discorsi del protagonista con Gianni Amico in “Prima della Rivoluzione”, si uscirà solo nel finale, con la politica. A 1h26 Théo recita Mao, “La rivoluzione non è un pranzo di gala” (per esteso) e l’amico americano gli risponde “Se tu credessi veramente in quello che dici, saresti là fuori, in strada”; e poi scopre che Isabelle non è mai uscita da sola con un ragazzo, sempre con il fratello e con gli amici. Dai litigi e dalle crisi di gelosia si esce presto, Isabelle si inventa la tenda nel salotto, Théo va a prendere i vini pregiati in cantina, tutti e tre si addormentano insieme. A questo punto i genitori tornano e trovano un porcile, ma non dicono niente, vanno via in silenzio lasciando un altro assegno. I tre ragazzi dormono beatamente e non se ne accorgono nemmeno.
Siamo a 1h33 dall’inizio, è Isabelle che si sveglia e se ne accorge, trova l’assegno e prende il tubo del gas mentre scorrono le immagini del finale di “Mouchette” di Robert Bresson, a 1h38. Il film sembra destinato a finire così, ma poi un sasso rompe il vetro della finestra, “la strada entra nella camera”, Isabelle corre a rimettere a posto il tubo del gas e tutti e tre corrono in strada a vedere che cosa sta succedendo.
“Dans la rue!” gridano i manifestanti, e proseguono con il famoso “Ce n'est qu’un debut, continuons le combat”. Davanti ai manifestanti, tra le barricate, con la polizia schierata e pronta alla carica, vediamo Matthew che si allontana mentre Theo “cala il passamontagna” e lancia una molotov, dando inizio ai disordini. Isabelle è con il fratello.
Il film finisce qui, su un’immagine livida, tra barricate, macchine rovesciate, polizia in assetto di sommossa, fuochi. Su queste immagini parte la voce di Edith Piaf, “je ne regrette rien”, non rinnego niente; e potrebbe essere un finale in stile Kubrick (come in “Full metal jacket”, la marcia di Topolino e Paint it black) ma presto la voce della Piaf sfuma, e ritorna Hendrix come nei titoli di testa.
I titoli di coda scorrono in senso inverso rispetto al solito, piovono dall’alto e se ne vanno dal basso.
Menzione d’obbligo (fin qui non lo avevo ancora fatto) per Fabio Cianchetti, direttore della fotografia, degno erede di Vittorio Storaro.
(continua)