lunedì 25 gennaio 2010

Le soulier de satin ( V )


Le soulier de satin (La scarpina di raso, 1985) . Regia di Manoel de Oliveira. Testo di Paul Claudel, Adattamento di Manoel de Oliveira. Prodotto da Paulo Branco. Fotografia di Elso Roque. Costumi di Jasmin de Matos. Musiche originali di João Paes, con arrangiamenti e citazioni da “La folie d’Espagne” e dal “Don Carlos di Giuseppe Verdi (arie di Filippo II e della Contessa Eboli). Durata: 410 minuti ( sei ore e cinquanta minuti)
INTERPRETI: Jean-Luc Buquet (Le présentateur) Luís Miguel Cintra (Don Rodrigue), Patricia Barzyk (Dona Prouhèze) Anne Consigny (Marie des Sept-Épées) Anne Gautier (Dona Musique) Bernard Alane (Le vice-roi de Naples) Jean-Pierre Bernard (Don Camille) Marie-Christine Barrault (La lune) Isabelle Weingarten (L'Ange Gardien) Henri Serre (Le premier roi) Jean-Yves Berteloot (Le deuxième roi) Catherine Jarret (La premier actrice) Anny Romand (La deuxième actrice) Bérangère Jean (La bouchère) Franck Oger (Don Pélage) Jean Badin (Don Balthazar) Denise Gence (Le chemin de Saint-Jacques) Maria Barroso (La voix des saints) Odette Barrois (Dona Honoria) Madeleine Marion (La religieuse) Roland Monod (Le frère Léon) Rosette (La Camériste) Manuela de Freitas (Dona Isabel) Yann Roussel (Le Chinois) Claude Merlin (Diégo Rodriguez) Yves Llobregat (L'Irrépressible) Jean-Luc Porraz (Don Gil) Pascal Jouan (L'archéologue) Marthe Moudiki-Moreau (La Négresse Jabarbara) Francis Frappat (Mangiacavallo) Takashi Kawahara (Le Japonais Daibutsu) Paulo Rocha (Premier prêtre) Jorge Silva Melo (Deuxième prêtre) Diogo Dória (Almagro) Jacques Le Carpentier (Don Ramire) Catherine Georges (La Logeuse) Pierre Decazes (Don Léopol August) Patrick Osmond (Don Fernand) Didier Lesour (Le secrétaire) Bernard Métreaux (Le capitaine) Christophe Allwright (Un seigneur) Frédéric Youx (Un seigneur) Filipe Ferrer (Le chapelain) Daniel Briquet, Luís Lucas , Fernando Oliveira , Melim Teixeira (Banderantes), Jasmim de Matos (Le tailleur de Cadix) Alain Ganas, Paul Pavel, Dominique Ratonnat, João Botelho (Seigneurs chez le tailleur) Jean Dolande (Le sergent napolitain) Bernard Ristroph (L'annoncier) Olivier Achard (L'Alférès) Michel Caccia (Envoyé du Roi) Patrick Valverde (Capitaine de Diégo Rodriguez) Michel Roubaix (Don Alcindas) Olivier Rabourdin (Un pêcheur) Stéphane May (Bogotillos) Olivier Dayan (Alcochette) Carlos Wallenstein (Professeur Hinnulus) Jacques Parsi (Professeur Bidince) Jean-Claude Broche (Un soldat) Rémy Darcy (Le Chambellan) Raymond Meunier, Bernard Montini, Claude-Bernard Perot, Christian Kursner , Christian Baltauss , Bernard Tixier , José Capela , José Manuel Mendes , Pedro Queiroz (Ministres) Duarte de Almeida , Jean-Pierre Tailhade, Alexandre de Sousa (Courtisans) Rogério Vieira, Antonio Caldeira Pires , Marques D'Arede (Soldats) Manuel Cintra , José Wallenstein , Nuno Carinhas (Sentinelles) Virgílio Castelo, Alexandre Melo, Rogério Samora (Officiers) Miguel Azguime (Tambour)

 Oliveira e Claudel ci portano in una chiesa di Praga, nel quartiere Mala Strana.
Vediamo Donna Prodezza in preghiera nella chiesa; poi appaiono bambini, e Santi.


Oliveira ci mostra gli attori truccati come i Santi nelle immagini sacre, con i segni del loro martirio: riconosco (salvo errori) San Bartolomeo (scorticato) e san Dionigi (decapitato); ma è una sequenza che meriterebbe un’analisi molto accurata, ma per ora preferisco lasciar parlare le immagini, e passare alla sequenza successiva.


In mare, sulla nave, in pieno Oceano: un accademico dell’Università di Salamanca osserva le balene e un altro personaggio gli fa da spalla. C’è ancora molta gente che ragiona così...
- Il mare è cosparso di piccole isole, ognuna con il suo pennacchio bianco.
- Siamo capitati, a quanto pare, dentro a una migrazione di balene. “Balene”, mi dice il comandante: è il termine volgare, queste sono “Cetus magna”. Hanno un testone cavo, pieno di sperma liquido, con un occhietto piccolo come il bottone del gilet, sistemato vicino alla mascella; il buco dell’orecchio è talmente piccolo che non potresti infilarci una matita. Le sembra una cosa come si deve? E’ rivoltante, è una buffonata. E pensare che la natura è piena di queste cose assurde, esagerate! Né buon senso, né senso della proporzione, della misura, dell’onestà! Ah, non si sa dove guardare...
- Eccone una che si è messa in piedi come una torre, e si gira con un colpo di coda per abbracciare l’orizzonte intero, come se niente fosse! E, Iddio mi perdoni, uno di questi mostri si è messo sul fianco, e un balenotto gli succhia la mammella...sembra un’isola che sfrutti una montagna!
- Rivoltante! Disgustoso! Scandaloso! Qui, proprio sotto ai miei occhi, un pesce che poppa!

 - E’ gran merito di Sua Magnificenza l’esporsi a tali incontri: lasciare una cattedra sublime a Salamanca, dalla quale dettavate legge a un popolo di studenti...
- E’ stato l’amore della grammatica a rapirmi, a trasportarmi qui. “E’ forse possibile amare troppo la grammatica?”, si chiede Quintiliano...
- Quintiliano dice questo?
- Cara, bella, deliziosa grammatica! Figlia, sposa, madre, amante, pane dei professori! Ogni giorno scopro in te fascini nuovi. Sono capace di tutto per te! Mi ha portato a fare questo viaggio la volontà di tutti i chierici di Spagna: lo scandalo era troppo grande! Mi sono buttato ai piedi del Re: che cosa c’è che cosa succede al purissimo idioma castigliano? Che cosa sono questi soldati lanciati nudi in quest’odioso Nuovo Mondo? Là faranno nascere una lingua per il loro uso, senza ascoltare il parere di chi è patentato per fornire ogni mezzo di espressione? Una lingua senza professori, come una giustizia senza giudici! Una licenza spaventosa! Ho letto i loro compiti, dispacci, disposizioni...c’erano solo errori! (...)
- Ecco cosa significa, per un Paese, lasciare la tradizione.
- La Tradizione! Ah, è proprio questa la parola giusta. (...) E’ stato forse un Castigliano a portarci di là del mare? No, è stato un genovese, un meteco, un avventuriero pazzo (...) un bugiardo, un bastardo nato da un turco e da un’ebrea! E quell’altro, che non contento di scoprire un’altra terra, decise di portarci in dono anche un altro Oceano! Come se uno non bastasse! E quale è il suo nome? Magalianiche! Magellanus quidam. Un portoghese rinnegato (...) Tutto ciò accade perché la plebe smetta di rispettare i superiori (ce l’ha con il Re in persona) e perché tutti sappiano che la terra è rotonda, e che io, e il Re di Spagna, e le dame della sua corte, e tutti i professori di Salamanca, camminiamo sul soffitto a testa in giù, come le mosche!
- Ah, se la loro audacia si fermasse a questo...Ho sentito di recente le idee di questo schiavone o tartaro, un tale Bennique, o Borniche, canonico di Thorn...
- Ah, fermo: non sarà piuttosto Tours in Francia, Turonibus, di cui fu vescovo San Martino?
- No, si tratta di Thorn, in Svizzera, dove la gente parla in polacco.
- Ah, per me è la stessa cosa. Si tratta pur sempre di quelle regioni barbare d’oltre Pirenei delle quali, per uno spagnolo, è vergognoso perfino conoscere il nome (...) Ebbene, che cosa dice Borniche? Parlate senza timore, sono pronto a tutto, vi ascolto.

 - Dice...Ah, signore, oso appena ripetere un’idea così ridicola. Dice che la terra...dice che non è il sole a girare intorno alla terra, ma è la terra...
- Sì, è la terra che gira intorno al sole! Ecco, basta dire l’opposto di ciò che pensa la brava gente, niente di più facile! Così si acquista subito e a poco prezzo una cupa fama di originalità. Ma per accorgersi che è il sole a girare, basta il nostro buon senso spagnolo.
- Odio i fabbricanti di teorie. Una volta, queste cose non erano possibili. (...)
- Se sono matti, vanno rinchiusi. Se sono sinceri, vanno fucilati! (...)

Il nuovo è accettabile solo quando somiglia al vecchio, conclude trionfante il saggio di Salamanca; e qui finisce questa scena, durante la quale è nominato più volte, con ammirazione, il castigliano Pedro de las Vegas (ammetto di non saperne niente).


In questa scena fa anche la sua prima apparizione la lettera - la lettera che è uno dei motivi conduttori per l'opera di Claudel. Ma io mi sono perso dietro alle balene e alle osservazioni dei pianeti, non mi ricordo più se è una lettera di Rodrigo alla sua amata, o viceversa; mi riprometto di indagare.
Ma intanto siamo in mare, su un’altra nave, dove troviamo Almagro e Rodrigo: è la nuova scena, dove Almagro è accusato di tradimento: ma sarà materia per il prossimo post.

Le soulier de satin ( VI )

Le soulier de satin (La scarpina di raso, 1985) . Regia di Manoel de Oliveira. Testo di Paul Claudel, Adattamento di Manoel de Oliveira. Prodotto da Paulo Branco. Fotografia di Elso Roque. Costumi di Jasmin de Matos. Musiche originali di João Paes, con arrangiamenti e citazioni da “La folie d’Espagne” e dal “Don Carlos di Giuseppe Verdi (arie di Filippo II e della Contessa Eboli). Durata: 410 minuti ( sei ore e cinquanta minuti)
INTERPRETI: Jean-Luc Buquet (Le présentateur) Luís Miguel Cintra (Don Rodrigue), Patricia Barzyk (Dona Prouhèze) Anne Consigny (Marie des Sept-Épées) Anne Gautier (Dona Musique) Bernard Alane (Le vice-roi de Naples) Jean-Pierre Bernard (Don Camille) Marie-Christine Barrault (La lune) Isabelle Weingarten (L'Ange Gardien) Henri Serre (Le premier roi) Jean-Yves Berteloot (Le deuxième roi) Catherine Jarret (La premier actrice) Anny Romand (La deuxième actrice) Bérangère Jean (La bouchère) Franck Oger (Don Pélage) Jean Badin (Don Balthazar) Denise Gence (Le chemin de Saint-Jacques) Maria Barroso (La voix des saints) Odette Barrois (Dona Honoria) Madeleine Marion (La religieuse) Roland Monod (Le frère Léon) Rosette (La Camériste) Manuela de Freitas (Dona Isabel) Yann Roussel (Le Chinois) Claude Merlin (Diégo Rodriguez) Yves Llobregat (L'Irrépressible) Jean-Luc Porraz (Don Gil) Pascal Jouan (L'archéologue) Marthe Moudiki-Moreau (La Négresse Jabarbara) Francis Frappat (Mangiacavallo) Takashi Kawahara (Le Japonais Daibutsu) Paulo Rocha (Premier prêtre) Jorge Silva Melo (Deuxième prêtre) Diogo Dória (Almagro) Jacques Le Carpentier (Don Ramire) Catherine Georges (La Logeuse) Pierre Decazes (Don Léopol August) Patrick Osmond (Don Fernand) Didier Lesour (Le secrétaire) Bernard Métreaux (Le capitaine) Christophe Allwright (Un seigneur) Frédéric Youx (Un seigneur) Filipe Ferrer (Le chapelain) Daniel Briquet, Luís Lucas , Fernando Oliveira , Melim Teixeira (Banderantes), Jasmim de Matos (Le tailleur de Cadix) Alain Ganas, Paul Pavel, Dominique Ratonnat, João Botelho (Seigneurs chez le tailleur) Jean Dolande (Le sergent napolitain) Bernard Ristroph (L'annoncier) Olivier Achard (L'Alférès) Michel Caccia (Envoyé du Roi) Patrick Valverde (Capitaine de Diégo Rodriguez) Michel Roubaix (Don Alcindas) Olivier Rabourdin (Un pêcheur) Stéphane May (Bogotillos) Olivier Dayan (Alcochette) Carlos Wallenstein (Professeur Hinnulus) Jacques Parsi (Professeur Bidince) Jean-Claude Broche (Un soldat) Rémy Darcy (Le Chambellan) Raymond Meunier, Bernard Montini, Claude-Bernard Perot, Christian Kursner , Christian Baltauss , Bernard Tixier , José Capela , José Manuel Mendes , Pedro Queiroz (Ministres) Duarte de Almeida , Jean-Pierre Tailhade, Alexandre de Sousa (Courtisans) Rogério Vieira, Antonio Caldeira Pires , Marques D'Arede (Soldats) Manuel Cintra , José Wallenstein , Nuno Carinhas (Sentinelles) Virgílio Castelo, Alexandre Melo, Rogério Samora (Officiers) Miguel Azguime (Tambour)

Confesso di essermi perso. Da qui in avanti sarò necessariamente sbrigativo, in molti punti, perché mi mancano punti di riferimenti precisi: soprattutto, non sono ancora riuscito a trovare il libro di Paul Claudel, e non so nemmeno se mi interessa davvero.
Però il film rimane splendido, Oliveira è in forma smagliante, dal punto di vista delle immagini qui c’è materiale per un decennio, e l’unica curiosità riguardo a Claudel è questa: dove finisce Claudel e dove comincia Oliveira? Alcune trovate e invenzioni di Manoel de Oliveira sono sorprendenti, si oscilla tra la battuta di spirito, il cartone animato, e la profondità insondabile: queste tre possibilità, tutte insieme, le hanno solo i grandissimi.
Comunque sia, ci provo e ricomincio da dove mi ero fermato: su una nave in mezzo al mare, nel ‘500. Tempo di esplorazioni, e di conquiste: spagnoli e portoghesi si contendono il Nuovo Mondo. Sullo sfondo, la storia d’amore fra Don Rodrigo e Donna Prodezza.
Almagro e Don Rodrigo, sulla nave al largo del Nuovo Mondo: ipotesi di ribellione del giovane Almagro, al quale infine viene offerta « tutta l’India a sud di Lima », che dovrà però conquistare mettendo a rischio la sua vita. Si accenna ad un canale che unisca i due oceani. Una lunga scena, molto suggestiva, con dialoghi intensi che si meriterebbero un film tutto per loro – Oliveira è fatto anche di queste cose, oltre che della magia delle immagini. Almagro è Diogo Doria, don Rodrigo è Luis Miguel Cintra: due fedelissimi di Manoel de Oliveira, presenti in più della metà dei suoi film.
Torniamo poi in Marocco, a Mogador, dove ascoltiamo i commenti dei soldati di sentinella sugli spalti della fortezza.
A Panama, c’è la scena del manichino sbuffante: una donna sbatte il manichino come un tappeto. Il manichino è lo scienziato che avevamo visto nella scena delle balene, morto “per un raggio di sole” appena arrivato nel Nuovo Mondo. La donna che lo batte come un tappeto dice che deve fargli cadere la lettera che ha nel gilet: non la vuole toccare, perché porta sfortuna, e vuole che cada da sola come fanno le prugne mature. E’ una delle scene più inattese del film, bizzarra e divertente. La lettera in questione è il centro narrativo del poema di Claudel: scritta da Donna Prodezza a Don Rodrigo, gira molte mani senza mai essere aperta, e nasce intorno ad essa una vera leggenda. Parte consistente di questa leggenda è, appunto, l’ipotesi che la lettera porti sfortuna: ipotesi che pare confermata dalla morte improvvisa di chi l’aveva in mano, appunto lo sfortunato scienziato (un grammatico dell’Università Castigliana) che si proponeva di mettere ordine nel Nuovo Mondo, appena scoperto e così disordinato e sgrammaticato. Infine, a forza di battere con il battipanni, la lettera cade e può essere raccolta.
Da qui in avanti un’altra scena curiosa: due personaggi (don Ramiro e donna Isabella) che diventano carte dei tarocchi (il Bagatto e la Temperanza), e ancora la lettera come protagonista. Don Ramiro è stato appena nominato governatore del Messico, ma è una mossa di don Rodrigo, che adesso è vicerè delle Indie, per toglierselo di torno. In combutta con sua moglie, donna Isabella, userà la lettera famosa per togliersi di torno Rodrigo.
Torniamo quindi a Mogador: una tenda nel deserto dove riposa Prodezza. Un uomo incappucciato le riporta il grano del rosario che lei aveva perso, ma la cosa avviene nel sonno di lei, che scambia tutto questo per un sogno. L’uomo misterioso dice che pur essendo da soli gli sembra di essere con molta gente silenziosa “come gli accadde col Marabutto” (evidente il riferimento di Oliveira al cinema e al teatro). L’uomo si allontana, il sogno di Prodezza continua: appare sullo sfondo il mappamondo, l’America, il Giappone. Poi sipario, poi appare l’Angelo custode.
La legge eterna del sacramento mentre unisce Prodezza a Pelagio, la divide però da Rodrigo, come il vasto oceano che copre l'orizzonte. Prodezza invoca l'aiuto del suo sorvegliante per impedirle la fuga verso l'amante "Custoditemi bene e io vi sarò molto grata"!
L’Angelo Custode, con elmo, corazza e spada da guerriero, è Isabelle Weingarten: un’attrice francese che in quel periodo era compagna di Wim Wenders e che recita da protagonista in “Lo stato delle cose”. L’umo misterioso che sorveglia il sonno di Donna Prodezza è, sia pure in vesti romanzesche, un personaggio storico veramente esistito, sul conto del quale circolano molte leggende: il pirata turco Ochialì, vero terrore dei mari e delle coste del Mediterraneo, un cristiano rinnegato di origini calabresi, che combattè anche a Lepanto.
(continua)

La carrozza d'oro ( II )

La carrozza d’oro (La carrosse d'or , 1952). Regia: Jean Renoír; Soggetto: liberamente ispirato a Le carrosse du Saint-Sacrement di Prosper Mérimée; Sceneggiatura: Jean Renoir, Renzo Avanzo, Giulio Macchi, Jack Kirkland e Ginette Doynel; Fotografia: Claude Renoir e H. Ronald; Scenografia: Mario Chiari e Gianni Polidori; Musica: Antonio Vivaldi adattato da Gino Marinuzzi; Interpreti: Anna Magnani (Camilla), Duncan Lamont (il viceré), Odoardo Spadaro (Don Antonio), Riccardo Rioli (Ramon), Paul Campbell (Felipe), Nada Fiorelli (Isabella), Georges Higgins (Martinez), Dante (Arlecchino), Rino (il dottore), Gisella Mathews (la marchesa Altamirano), Lina Marengo (la vecchia attrice), Ralph Truman (Duca di Castro), Elena Altieri (Duchessa di Castro), Renato Chiantoni (Capitan Fracassa), Giulio Tedeschi (Baldassarre), Alfredo Kolner (Florindo), Alfredo Medini (Pulcinella), i fratelli Medini (quattro bambini), John Pasetti (capitano delle guardie), William Tubbs (l'albergatore), Cecil Mathews (il barone), Fedo Keeling (il visconte), Jean Debucourt (il vescovo). Durata: 103’
“Era il letto più comodo di quella nave”, dice Camilla indicando la Carrozza al suo innamorato Felipe, con vivo rimpianto. Felipe le chiede di sposarlo; lei ne è contenta ma vorrebbe prima il successo, sia economico che come attrice.
Nella compagnia c’è anche Isabella: è molto giovane ma ha cinque figli, tutti vestiti da Arlecchino meno il piccolino nella culla. Questi piccoli Arlecchini e Arlecchine sono forse la cosa più bella del film, saltano fuori dappertutto, fanno capriole, ridono, piangono, stanno bravi e fanno chiasso: insomma fanno quello che fanno tutti i bambini da che mondo è mondo. La storia in sè, quella da riassumere nella trama, andrebbe avanti anche senza di loro: ma io dico che sono loro i veri protagonisti, alla faccia del Torero e degli innamorati di Camilla.
Il rimando d’obbligo, per i costumi, è Picasso.
La Magnani-Camilla interpreta Colombina nel suo debutto in Perù: è molto bello il suo numero allo specchio con Arlecchino (che è il papà di tutti i piccoli Arlecchini di cui si diceva). Il pubblico è quello che è, e quasi nessuno ha pagato il biglietto: ma bisogna pur cominciare. Poi entra nel teatro Ramon il Toreador, il vero idolo locale, che le ruba la scena; lei ne è indispettita e recita voltando le spalle al pubblico. Ramon ride di gusto per questa trovata, ed è il successo.
Il successo costa all’attrice l’amore di Felipe, che si arruola e parte a combattere gli indios, non senza essersi prima scontrato violentemente con il Torero, ormai suo rivale in amore a tutti gli effetti. Il fattaccio avviene dietro le quinte; sul palcoscenico, Arlecchino deve combattere con i diavoli dell’inferno ma chiama invano Colombina in suo soccorso. Colombina-Camilla non può arrivare sul palcoscenico perché è trattenuta dietro le quinte dai due suoi pretendenti che litigano; ma poi li manda al diavolo tutti e due.
Sul palcoscenico, lo spettacolo continua: dopo aver chiamato invano a piena voce Colombina, Arlecchino invoca sottovoce: “Camilla!!”; il pubblico se ne accorge e ride. A questo punto, entra in scena Balanzone: qualcosa bisogna pur fare. Balanzone inciampa e cade (un numero di grande repertorio) e lo spettacolo va avanti. Camilla sta ancora litigando dietro le quinte con Felipe; finirà a schiaffoni e Felipe andrà lontano ma ora Camilla ha l’oro e il successo, e il Vicerè e il Toreador ai suoi piedi.
Ma intanto la compagnia viene invitata a corte. Tutto è molto diverso, il pubblico è più composto, sussiegoso. Il Vicerè in persona invita Camilla in privato, lei non vuole andare. Ma il Capocomico insiste: come si fa a non andare? Ne va del futuro della compagnia.
Ma poi Colombina-Camilla ride del Vicerè quando si toglie la parrucca: quelle parrucche facevano davvero un gran caldo, non se ne poteva più. Dunque si era appartato per quello, per togliersi in pace la parrucca? E lei che temeva, che pensava... Era stanca e contrariata, ma ora ride con la bella risata piena della Magnani, e il Vicerè ride con lei.
- Siamo qui tutti per l’oro, - dice il Vicerè – se stiamo qui è solo per quello...E la porta sulla Carrozza, dove lei ha dormito per tutto il viaggio e dove ha perduto un pettine, che ritrova. Ma la simpatica conversazione è interrotta dal Capocomico, che appare con tutta la compagnia:
- Vogliate perdonare, stiamo cercando la signora Camilla.
- Eccola qua, - dice sorridente il Vicerè; e indica gli attori con un ampio gesto. – Il vostro mondo, Camilla.
E Camilla si ricongiunge alla compagnia, al mondo a cui appartiene.
Ma il Vicerè l’ha presa molto sul serio, si reca a casa dell’attrice e viene ricevuto a cena (fuori c’è il Torero che fa una serenata). Con Camilla, il Vicerè si sente a suo agio: è un uomo giovane, in fin dei conti, e Camilla è molto più divertente delle sue solite nobili amanti.
Si trova così bene che ad un certo punto le regala la Carrozza, suscitando lo scandalo generale.
I nobili dicono al Vicerè che è un rivoluzionario, che è attraverso di lui che la rivoluzione sta arrivando, proprio per questo suo gesto di donare il Simbolo; e lo vogliono destituire. Il vicerè vuol tassare i nobili? Scandalo! I nobili non hanno mai pagato tasse. Il Vicerè vuol forse far pagare a loro la carrozza con la scusa dei soldati e delle spese militari? Ma poi tutti vogliono la Carrozza, vogliono almeno farci un giro. Ma il Vicerè spiazza tutti: la Carrozza fu ordinata in tempo di pace, ora i soldi servono davvero per la guerra. La carrozza la pago io, dice il vicerè, ma d’ora in avanti ne farò quello che mi pare e piace. (Sono tutti ricchissimi, con l’oro del Perù)
Invano il Vicerè, orgoglioso, spiega che pagherà di tasca sua la Carrozza, che non ci sarà nessuna spesa per lo Stato; ormai la decisione di rimuoverlo è presa, c’è già il suo successore, manca solo l’avallo del Vescovo a cui spetta la decisione (gravissima) in questi casi. Il Re è in Spagna, lontano: è il potere religioso ad avere l’ultima decisione nelle questioni gravi.
E già i servitori si apprestano ad abbandonare il vecchio Vicerè per passare al nuovo; ma non per tutti è così, a molti dispiace vedere passare di mano il potere, che per di più sarà nelle mani di un arrogante e non di un gentiluomo come è adesso.
E’ la messa in scena del Potere e dei suoi riti. Non tutti i servi e i cortigiani sono pronti a cambiare bandiera quando cambia il vento: “Non mi piace il Duca” “Neanche a me” dicono due della Corte, quando sembra ormai chiaro che il Viceré debba essere messo da parte, nel finale ( ma non sarà così, perché Camilla donerà la carrozza al vescovo).
“Fuori di qua, fuori, a respirare l’aria! Aria pura!”E Camilla si reca a corte e prende possesso della Carrozza, (“un simbolo”, come l’aveva definita poco prima il Vicerè) mettendoci dentro tutti i Commedianti, i bambini, portandola in mezzo al popolo e ai poveri. E vanno in giro felici. (Una scena che mi ricorda Pirandello, i Giganti della Montagna)
La Magnani è il popolo, è quanto di più popolano si possa trovare fra gli attori: per questo è stata scelta da Renoir come protagonista.
Con la Carrozza, Camilla porta tutti alla corrida, dove c’è Ramon. La corrida la vediamo solo sul volto di Camilla, come in Bresson e come a teatro. Quando il torero la bacia, Camilla dice “Finalmente trovo un uomo vero. Un uomo semplice... non ha niente dentro – niente di complicato, intendo.”
L’altro innamorato, Felipe, non fa parte del teatro, è figlio di un armaiolo e diventa ufficiale in Perù dopo aver lasciato Camilla. Lo ritroviamo nel finale, racconta che ha imparato a conoscere gli indiani, che non sono barbari ma persone migliori di loro, che vuole abbandonare la civiltà; e chiede a Camilla di andare con lui. Lei è contenta, vorrebbe portare anche la Carrozza – ma lì non ci sono strade, come si fa? Ma, ora che ha l’amore, Camilla è disposta a rinunciare a tutto.
I tre innamorati, il Torero, Felipe e il Vicerè, si troveranno per puro caso tutti insieme nella stessa stanza, in casa di Camilla. E’ il momento delle decisioni, e i tre uomini, molto delusi, lasciano cadere le loro rivalità. Camilla faccia quello che vuole, loro si ritirano: tutti e tre.
Infine, quando tutto sembra deciso, giunge il Vescovo: e Camilla è con lui. Camilla ha donato la Carrozza alla Chiesa, e così facendo ha salvato il Vicerè, che riceve una nuova investitura.
Nel discorso di ringraziamento del Vescovo, molto solenne, la Carrozza d’Oro è correlata alla morte: d’ora in avanti servirà per il soccorso estremo. E Camilla canterà nella Messa solenne.
Il Vescovo è il deus ex machina della vicenda, il suo arriva salva tutti e risolve la situazione altrimenti compromessa; e tutto il suo discorso è molto importante per la comprensione del film.
Ma il sipario a questo punto si chiude, rimangono soli Camilla e il Capocomico (un grande attore di teatro, Odoardo Spadaro):
“Non perdere il tuo tempo nella vita reale!” dice il Capocomico a Camilla, quando tutte le illusioni (il Vicerè, il Torero, Felipe, la Carrozza) sono scomparse. “Solo nelle due ore della recita tu diventi te stessa”.
- E il Vicerè, e Felipe, e il Toreador?
- Spariti. Ora fanno parte del pubblico. Li rimpiangi?
- Un poco.
E tutto ritorna al Teatro, come all’inizio del film; e forse dal Teatro non ci eravamo mai mossi, luci e colori sono svaniti, si riprenderà domani alla stessa ora, come capita spesso anche nella nostra vera vita.
Alcune note sparse:
- Camilla dice: “Ho successo, ma solo come attrice...come donna rovino tutto” (è un discorso molto simile a quello che farà lo Stalker di Tarkovskij, un quarto di secolo dopo).
- Renoir si muove tra Velazquez e Tiepolo, Caravaggio e Picasso. Scene e costumi sono molto belli, meravigliosi i bambini. E non si possono dimenticare le porte che si aprono e si chiudono, l’andare e venire dalle stanze, come fra le quinte del teatro: anche questo è un tratto tipico del cinema di Jean Renoir, che rimanda direttamente a “La regola del gioco”
- La Magnani canta e balla, come faceva in teatro con Totò: tra i suoi numeri la “tarantella dei maccheroni” e la canzone (goldoniana?) “Giubilo d’essere vedova, gaudio d’essere libera...” E recita almeno tre volte il tormentone del pasticcio di porco: una cena molto popolare, che mi rimanda direttamente ad antiche letture del Capitan Fracassa di Gautier, con la barca dei comici sempre pronta a far festa con cibo e vino non troppo complicati.
La musica è lo specchio del film, e lo rispecchia completamente: è un Vivaldi trasferito a Napoli, mischiato e confuso con Pergolesi, un puzzle di musiche difficile da ricostruire, compilato dal grande direttore d’orchestra Gino Marinuzzi. Il riferimento d’obbligo è al Pulcinella di Stravinskij, o a Respighi.
Ascoltiamo un clavicembalo ancora pesante, prima della riscoperta degli strumenti originali: quello di Wanda Landowska e dei tentativi novecenteschi di Manuel de Falla.
E’ cambiata la percezione di Vivaldi, che allora sembrava fatuo e leggero, quasi inconsistente. Oggi sappiamo quanto può essere drammatico, e quanto ha scritto per il teatro; e forse Renoir lo aveva già capito.
Anche la percezione del teatro è cambiata: il teatro oggi non è più una forma popolare, ma un passatempo per pochi; gli attori sono spesso figli di papà, non più gente semplice e povera.
Il Potere, quello è rimasto uguale: non tanto nella figura del Vicerè, quanto in quella della sua corte. Nella vita reale, il Vicerè è stato davvero destituito, e oggi comanda (un po’ dappertutto) quell’arrogante del Duca.
Anche le nostre illusioni sono svanite da un pezzo, sono durate una quarantina d’anni – non poco, ma un giro sulla Carrozza i poveri e i semplici l’hanno fatto davvero. E chissà dove è finita oggi la Carrozza d’Oro: forse giace dimenticata in qualche deposito polveroso, come l’Arca dell’Alleanza di Steven Spielberg.

Il diavolo, probabilmente ( III )

Il diavolo, probabilmente (Le diable, probablement - 1977). Regia di Robert Bresson Fotografia di Pasqualino De Santis. Musica: nella sequenza della chiesa di Saint Remy, “Ego dormio, et cor meum vigilat” di Claudio Monteverdi . Musiche originali di Philippe Sarde. Con Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Laetita Carcano (Edwige), Henri de Maublanc (Michel), Geoffroy Gaussen (il libraio), Nicolas Deguin (Valentin), Regis Hanrion (lo psicoanalista). Durata: 95 minuti.
Siamo ancora in casa di Michel e Alberta: con gesti antichi, rituali, si apparecchia una tavola. Pane, sale, zucchero, piatti bianchi, tovaglia bianca. L’illusione di una casa, di un focolare; ma tutto è fermo, distante, cristallizzato. Candele, vino, pane: sembra l’ultima cena.
Alla fine, cicche sul tavolo, piatti sporchi, bicchieri di vino rosso semivuoti, come un’osteria.
Poi vediamo Charles a letto con Alberta: la situazione è di due che hanno fatto l’amore, ma è poco verosimile perché Charles continua a sembrare un efebo, o un bambino.
A questo punto segue la scena del tram, quella che dà il titolo al film e che ho già riportato nel primo post: “Il diavolo, probabilmente”, dice il passeggero riferendosi al male nel mondo, e a ciò che ci disturba nel nostro quieto vivere.
Immagini di bombe atomiche, e di centrali nucleari. Una lezione universitaria, o forse una conferenza. Il relatore (sempre uno giovane) spiega con termini tecnici precisi, poi dice che “ingegneri e tecnici ci stanno pensando”, e risponde alle domande con tono positivo e tranquillizzante.
- Consoliamoci, saranno le generazioni future a pagare”, è il commento di Charles e Michel.
Poi, sul tram, i due tornano a casa e continuano a ragionare sulla conferenza e sulle parole del relatore. Bresson illustra il dialogo con sequenze quasi documentarie, come già aveva fatto con il lavoro dell’accordatore dell’organo, ma sul tram: i viaggiatori che salgono e scendono, le porte, l’obliteratrice, i gradini, gli specchietti, le manovre dell’autista. Tutto molto ordinato e pulito.
Charles: Per tranquillizzare la gente basta negare l’evidenza.
Michel: Quale evidenza? Siamo in pieno soprannaturale, niente è visibile. (...)
Charles: I governi hanno la vista corta.
Primo passeggero (un uomo tranquillo sui 40, voltandosi da davanti): Non prendetevela con i governi! In questo momento, in tutto il mondo, nessuno e nessun governo può vantarsi di governare. Sono le masse a determinare gli eventi, e forze oscure di cui è impossibile conoscere le leggi.
Voci di altri passeggeri (mentre è inquadrato il retrovisore):
Voce femminile: La verità è che qualche cosa ci spinge contro quello che siamo.
Voce maschile: Bisogna starci, starci sempre.
Altra voce maschile: Se no passi per quello che protesta sempre.
Voce maschile: Ma chi è allora che si diverte a farsi beffe dell’umanità?
Altra voce: Già, chi ci manovra sotto sotto?
Primo passeggero (inquadrato): Il diavolo, probabilmente.
Frenata improvvisa, un incidente. Il conducente scende a controllare. Clacson, rumori di strada, inquadratura ferma sulla porta aperta e sull’estintore a lato guida.

Sulle rive del fiume, in un prato. Cartello in legno: “Baignade interdite”. Ragazzi e ragazze giovani, in costume da bagno. Charles e Michel ragionano sulle due ragazze.
- La trovi egoista?
- Mi lascia andare via ed è triste, è peggio che se non mi lasciasse andare.
Le due ragazze (in teoria, rivali) ragionano di Charles, sedute sotto un albero. Ancora Rohmer, e ancora Dostoevskij (L’Idiota) per il colloquio delle due donne.
Un pescatore addormentato viene attorniato dai ragazzi. Tutti attendiamo che il galleggiante affondi. Quando affonda, il pescatore continua a dormire; è Charles che tira fuori il pesciolino e lo butta sull’erba.
- Ha pescato un pesce vivo, - commentano i ragazzi. Bresson ne inquadra i piedi nudi, quasi a sottolinearne l’innocenza e la natura angelica, come nei quadri del Rinascimento; ma arriva la polizia e tutti si nascondono tra l’erba. (echi del Getsemani?)
“C’è un movimento strano”, dice il poliziotto nel walkie talkie, mentre perlustra l’erba in cerca dei giovani sediziosi.
Il libraio offre soldi e un buon lavoro a Edwige, tira fuori il libretto degli assegni, lei lo sbatte via.
- Non lo troverai mai più un amico come me – dice il libraio alla ragazza. (ancora L’idiota?)
Pavimenti, selciati, scale, porte, infissi, sedie.
Michel attende Alberte, lasciata da Charles che ha scelto Edwige, sedendosi sulle scale di casa. Vesti angeliche, quasi da Madonna, piedi nudi di lei: ancora immagini che evocano gli angeli nei dipinti del Rinascimento.

Valentin, amico di Charles, compie piccoli furti in un negozio. Charles lo vede fuggire, dice che è per la droga. Insieme a Edwige lo assistono, gli danno da mangiare, un letto in cui dormire. Poi Charles va anche a comperare la droga per Valentin, gli regala oggetti che può rivendere (a Charles i soldi non mancano mai, suo padre è benestante).
La casa è piena di libri. Charles apre un libro e lo legge a Valentin:
- Victor Hugo dice qui: “A proposito delle cattedrali, sono dei luoghi davvero santi. Una cattedrale, una chiesa, è il divino, c’è Dio, ma appena arriva un prete Dio non c’è più.” Esagera, non ti pare?
- Lo sai che a me Dio...
- Puoi venirci lo stesso (nella cattedrale), andiamoci insieme.
- A una condizione.
- D’accordo.
Si vede la siringa nel braccio di Valentin, dettaglio lungo e preciso.

Valentin e Charles nella cattedrale di Saint Remy (?), tra le sedie di legno, dormono sul pavimento con il sacco a pelo. Charles ha portato un giradischi, che suona Monteverdi. La scelta di questo brano è molto particolare: si tratta di “Ego dormio et cor meo vigilat”, che non fa parte di nessuna delle raccolte principali di Monteverdi, e che è piuttosto difficile da trovare anche oggi: e nel 1977 le incisioni discografiche di Claudio Monteverdi erano una rarità.
Mentre Charles dorme, Valentin si alza e ruba dalle cassette delle elemosine. Si riempie di monete le tasche della giacca, ne lascia molte sul pavimento: sembra l’apertura del forziere del tesoro, o la scena di Aladino nelle Mille e una notte; Bresson ce la mostra con molta cura e con molte immagini. La mattina dopo, la polizia trova Charles ancora addormentato e lo arrestano. Charles se la cava perché c’erano due sacchi a pelo, ma deve rendere conto dei volantini che aveva in tasca (“erano nelle mie tasche appallottolati, se avessi voluto diffonderli mi sarei comportato diversamente”), e anche del giradischi (“se vi dicessi perché l’ho portato non mi credereste mai”).
Tornato a casa, Charles è sconvolto. Gli amici gli sono vicini, prendono un appuntamento con un famoso psicanalista. Ma poi lui sparisce, Michel Edwige e Alberte lo vanno a cercare. Ma Charles è andato davvero dallo psicoanalista.
Vediamo la lunga seduta. Charles non vuole partecipare alla società, lo psicoanalista gli dice che l’inazione è una scusa per la pigrizia.
- Forse, ma che cosa cambia? Se il mio scopo fosse il denaro e il profitto, sarei rispettato da tutti. (...)
- Constatare che ha ragione non la riconcilia con la vita?
- Perdendo la vita, ecco che cosa perderei: (prende di tasca un giornale appallottolato, legge un lungo elenco di cose più o meno quotidiane).- Lei è credente?
- Credo più che posso nella vita eterna, ma se mi suicido non posso pensare che sarà giudicato per non aver capito ciò che nessuno può capire.
- Da quando pensa alla morte?
Lungo silenzio. Il dottore telefona, sappiamo che avverte Edwige e gli altri che Charles è da lui.
Poi la conversazione continua. Lo psicoanalista gli chiede della sua famiglia, di suo padre (un ricco commerciante, o qualcosa del genere: Charles non lo sa di preciso).
- E sua madre?
- Più lui diventa ricco, più lei lo ama.
Charles rifiuta tutte le politiche, contesta il consumismo. Il dottore gli fissa un altro appuntamento.
- Dottore, io non sono malato. Non è una malattia vedere chiaro.
- Sì, sì. Duecento franchi a seduta.

Charles dice che lui non vuole morire, che gli fa orrore pensare che un momento ci siamo, e il momento dopo non ci siamo più. E’ a questo punto che il dottore si fa scappare una frase:
- E’ per questo che gli antichi romani chiedevano aiuto a uno schiavo, o a un amico.A casa, Charles cerca Edwige ma lei non è ancora tornata. Prende dei soldi (molti soldi) e va da Valentin:
- Ho bisogno di un favore da amico, da antico romano.

Le soulier de satin ( VII )

Le soulier de satin (La scarpina di raso, 1985) . Regia di Manoel de Oliveira. Testo di Paul Claudel, Adattamento di Manoel de Oliveira. Prodotto da Paulo Branco. Fotografia di Elso Roque. Costumi di Jasmin de Matos. Musiche originali di João Paes, con arrangiamenti e citazioni da “La folie d’Espagne” e dal “Don Carlos di Giuseppe Verdi (arie di Filippo II e della Contessa Eboli). Durata: 410 minuti ( sei ore e cinquanta minuti)
INTERPRETI: Jean-Luc Buquet (Le présentateur) Luís Miguel Cintra (Don Rodrigue), Patricia Barzyk (Dona Prouhèze) Anne Consigny (Marie des Sept-Épées) Anne Gautier (Dona Musique) Bernard Alane (Le vice-roi de Naples) Jean-Pierre Bernard (Don Camille) Marie-Christine Barrault (La lune) Isabelle Weingarten (L'Ange Gardien) Henri Serre (Le premier roi) Jean-Yves Berteloot (Le deuxième roi) Catherine Jarret (La premier actrice) Anny Romand (La deuxième actrice) Bérangère Jean (La bouchère) Franck Oger (Don Pélage) Jean Badin (Don Balthazar) Denise Gence (Le chemin de Saint-Jacques) Maria Barroso (La voix des saints) Odette Barrois (Dona Honoria) Madeleine Marion (La religieuse) Roland Monod (Le frère Léon) Rosette (La Camériste) Manuela de Freitas (Dona Isabel) Yann Roussel (Le Chinois) Claude Merlin (Diégo Rodriguez) Yves Llobregat (L'Irrépressible) Jean-Luc Porraz (Don Gil) Pascal Jouan (L'archéologue) Marthe Moudiki-Moreau (La Négresse Jabarbara) Francis Frappat (Mangiacavallo) Takashi Kawahara (Le Japonais Daibutsu) Paulo Rocha (Premier prêtre) Jorge Silva Melo (Deuxième prêtre) Diogo Dória (Almagro) Jacques Le Carpentier (Don Ramire) Catherine Georges (La Logeuse) Pierre Decazes (Don Léopol August) Patrick Osmond (Don Fernand) Didier Lesour (Le secrétaire) Bernard Métreaux (Le capitaine) Christophe Allwright (Un seigneur) Frédéric Youx (Un seigneur) Filipe Ferrer (Le chapelain) Daniel Briquet, Luís Lucas , Fernando Oliveira , Melim Teixeira (Banderantes), Jasmim de Matos (Le tailleur de Cadix) Alain Ganas, Paul Pavel, Dominique Ratonnat, João Botelho (Seigneurs chez le tailleur) Jean Dolande (Le sergent napolitain) Bernard Ristroph (L'annoncier) Olivier Achard (L'Alférès) Michel Caccia (Envoyé du Roi) Patrick Valverde (Capitaine de Diégo Rodriguez) Michel Roubaix (Don Alcindas) Olivier Rabourdin (Un pêcheur) Stéphane May (Bogotillos) Olivier Dayan (Alcochette) Carlos Wallenstein (Professeur Hinnulus) Jacques Parsi (Professeur Bidince) Jean-Claude Broche (Un soldat) Rémy Darcy (Le Chambellan) Raymond Meunier, Bernard Montini, Claude-Bernard Perot, Christian Kursner , Christian Baltauss , Bernard Tixier , José Capela , José Manuel Mendes , Pedro Queiroz (Ministres) Duarte de Almeida , Jean-Pierre Tailhade, Alexandre de Sousa (Courtisans) Rogério Vieira, Antonio Caldeira Pires , Marques D'Arede (Soldats) Manuel Cintra , José Wallenstein , Nuno Carinhas (Sentinelles) Virgílio Castelo, Alexandre Melo, Rogério Samora (Officiers) Miguel Azguime (Tambour)

Panama, palazzo del vicerè. Musicisti, che eseguono musiche del ‘500: un’ottima esecuzione. In queste scene c’è molta musica: musiche moresche per l’episodio di Ochialì, musica moderna (con rimandi a Boulez) per l’apparizione dell’angelo, e il famoso tema detto “follia di Spagna”, che nasce proprio in questo periodo, probabilmente di origine amerinda, e che ebbe innumerevoli versioni: le più famose (ma cent’anni più tardi) saranno quelle di Corelli e di Vivaldi. Il tema della follia di Spagna però si ascolta più avanti, quando donna Prodezza abbandonerà la nave di don Rodrigo.
Donna Isabella canta e accenna alla lettera di Prodezza, davanti a don Rodrigo: che finalmente la riceve, dopo dieci anni.
 Il terzo personaggio di questa scena è il segretario di Rodrigo, che si chiama Rodilard: i musicisti rimangono sullo sfondo.
Rodilard: Quest’orchestra è pessima. Non capisco come vostra altezza possa tollerarla.
Rodrigo: Se fosse migliore, ascolterei quello che suona. Sarebbe una gran noia.
Rodilard: Quanto a me, in ogni cosa apprezzo solo la perfezione.
Nella scena successiva vediamo Donna Prodezza, dopo la morte del marito a Mogador, a casa del “prode francescano” che dice di aver sposato: non è un frate ma il pirata turco Ochialì, cristiano rinnegato. Si tratta di un personaggio storico veramente esistito; che qui è evidentemente romanzato e inserito nella narrazione, ma che fu un autentico terrore per le popolazioni del Mediterraneo, e sul quale abbiamo moltissimi riscontri storici. Su Ochialì, o Uccialì, la voce di http://www.wikipedia.it/  è molto lunga:
Uluç Ali Pascià
Uluç Alì (Isola di Capo Rizzuto, 1519 - Istanbul, 1587) è stato un corsaro e ammiraglio ottomano. Di nascita cristiana, pare che il suo vero nome fosse Giovanni Dionigi Galeni. Il suo nome musulmano si trova scritto in diversi modi: Uluç Alì, Uluj Alì, Uluch Alì, Ulug Alì; significava "Alì il rinnegato". Fu soprannominato anche Kiliç Alì ("Alì la spada"). I cristiani, storpiando il suo nome, lo chiamavano Occhialì o Luccialì. Da ammiraglio della flotta turca partecipò alla battaglia di Lepanto, come comandante dell'ala sinistra e fu l'unico (con poche imbarcazioni al suo comando) a sopravvivere a quella battaglia.
'Uluj Alì nacque in Calabria, col probabile nome di Giovanni Dionigi Galeni, nel 1519. Stava per entrare in convento e divenire monaco, quando fu catturato dal corsaro algerino Khayr al-Din Barbarossa nel 1536 a le Castella, presso Isola di Capo Rizzuto in Calabria. Fatto prigioniero e messo al remo, rinnegò la religione cristiana dopo alcuni anni, per poter uccidere un turco che lo aveva schiaffeggiato e non essere di conseguenza ucciso in base alla legge islamica: questo episodio è riferito nel Don Chisciotte da Miguel de Cervantes, che lo aveva appreso mentre era anch'egli schiavo dei turchi. Diventato musulmano, sposò la figlia di un altro calabrese convertito, Jafar Pascià e iniziò la propria carriera di corsaro, con grande successo. Divenne governatore (bey) d'Algeri, di Tripoli e di Tunisi. Da corsaro imperversò in tutto il Mar Mediterraneo. Opera sua furono le catture nei pressi di Favignana della galera di Pietro Mendoza (1555 ca.), a Marettimo quella di Vincenzo Cicala e Luigi Osorio (1561). Il suo nome è legato a numerose incursioni sulle coste italiane, soprattutto quelle del Regno di Napoli, allora dominio spagnolo. Secondo alcune voci dell'epoca, tramò anche con vari cospiratori calabresi per staccare la Calabria dai regni spagnoli e unirla ai domini turchi. Partecipò alla battaglia di Gerba nel 1560 e successivamente cercò di catturare il duca Emanuele Filiberto di Savoia presso Nizza. Nel 1564 partecipò ai ripetuti assalti e ai saccheggi del paese di Civezza, nell'attuale provincia di Imperia. L'eroica resistenza della popolazione del piccolo paesino passò alla storia.
Subentrò a Dragut a capo della flotta ottomana, quando questi morì durante l'assedio di Malta del 1565. Fu quindi autore di rilevanti imprese belliche, fra le quali l'assalto e il successivo assedio nell'agosto 1571 della città dalmata di Curzola. Considerato il miglior ammiraglio della flotta ottomana, nell'ottobre del 1571 combatté a Lepanto contro Gianandrea Doria. Fu l'unico che nella battaglia riuscì ad insidiare Don Giovanni d'Austria e poi a portare in salvo una trentina di navi turche recando ad Istanbul, come trofeo, lo stendardo dei Cavalieri di Malta dopo una precipitosa fuga durante l'infuriare della battaglia. Dopo questa battaglia ottenne dal Sultano ottomano Selim II il titolo di ammiraglio della flotta turca e l'appellativo di Kiliç Alì (Alì la Spada). Forte della nuova carica ricostruì in un anno la flotta distrutta a Lepanto e nel 1572 riuscì a sfidare ancora le flotte cristiane, anche se con scarso successo. Nel 1574 riconquistò all'impero ottomano Tunisi, che era stata espugnata l'anno prima dalla flotta cristiana.
Morì nel luglio del 1587 nel suo palazzo sulla collina di Top-Hana vicino Istanbul e lasciò ai suoi numerosi schiavi e servitori case e beni di proprietà, concentrati in un villaggio da lui fondato e chiamato Nuova Calabria. Secondo alcuni resoconti, in punto di morte sarebbe tornato alla fede cristiana, ma gli storici turchi negano con decisione questa eventualità, visto che già in vita gli erano stati offerti feudi e ricchezze in terre cristiane che egli aveva sempre rifiutato preferendo la libertà di costumi di cui godevano a quel tempo i cristiani convertiti all'Islam. Altra leggenda che circola sul suo nome racconta di un viaggio clandestino sulla costa calabrese al solo scopo di riabbracciare la madre che, stando alle cronache coeve, lo avrebbe invece maledetto proprio per la sua abiura. Ricerche recenti, però, ascrivono questa leggenda alla propaganda spagnola ed ecclesiastica.
A Istanbul resta la Kiliç Ali Pasa Camii, moschea costruita dalla sua beneficenza, che si trova poco distante dal quartiere di Galata. È un complesso (Kiliç Ali Pasa Külliyesi), in cui sono presenti la sepoltura (türbe) di Uluch Alì, la moschea (cami), la scuola coranica (madrasa) e un bagno (hammam). Inoltre, a Le Castella, in provincia di Crotone, è presente un busto nella piazza a lui dedicata ("Piazza Uccialì"). La stessa copia del busto è stata donata dallo scultore a Gustavo Valente, storico e biografo dello stesso Uluch Alì, e attualmente si trova all'esterno dell'abitazione sita a Celico in provincia di Cosenza. Presso la chiesa matrice di Mola di Bari, ricostruita da maestranze dalmate nella seconda metà del XVI secolo, è presente un affresco raffigurante in più scene l'assedio di Curzola, nel quale è Uruch Alì è rappresentato come un sultano assiso su un trono dorato sormontato da una mezzaluna.
Uluch Alì è citato (con la grafia Uchalì) nel Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, nel racconto che fa nel Primo volume l'ex schiavo dei turchi. Cervantes ricorda in questo brano sia Uluch Alì, sia il di lui figlio ed erede. Presumibilmente aveva appreso le notizie su di loro durante la sua prigionia ad Algeri. Uccialì è l'unico comandante turco a fare rientro ad Istanbul dopo la battaglia di Lepanto. (nelle immagini qui sotto, sempre da wikipedia, il vero Uccialì e il monumento in suo onore a Crotone)
(continua)