mercoledì 18 dicembre 2019

Anima persa


 
Anima persa (1977) Regia di Dino Risi. Soggetto di Giovanni Arpino. Sceneggiatura di Dino Risi e Bernardino Zapponi. Fotografia di Tonino Delli Colli. Musiche di Francis Lai. Interpreti: Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Anicée Alvina, Ester Carloni, Michele Capnist, Gino Cavalieri. Durata: 1h40'

"Anima persa", tratto da un romanzo di Giovanni Arpino, racconta di un ragazzo (Danilo Mattei) che si trasferisce a Venezia per seguire la scuola d'Arte; è di famiglia ricca e va ad abitare dallo zio in un grande palazzo pieno di affreschi e con una enorme biblioteca. Lo zio, un ingegnere (Vittorio Gassman) ha una moglie giovane e bella (Catherine Deneuve) e si dimostra molto ospitale e perfino affettuoso, ma nel palazzo c'è qualcosa che non va. Rumori strani, grida: a un certo punto dicono al ragazzo che si tratta del fratello dello zio, che ha problemi mentali e che non si vuol far ricoverare in manicomio. Sarà proprio così?
Raccontato in questo modo, ridotto ai minimi termini, sembrerebbe la trama perfetta per un film dell'orrore: ma così non è. Non lo è prima di tutto per la bellezza delle immagini: siamo a Venezia, ed è una Venezia magica e splendida, fotografata da un maestro delle luci come Tonino Delli Colli. Non è un horror perché il soggetto tocca altri temi, più profondi; ma va anche detto che non è un film ben riuscito e che ha molti difetti. Ed è un peccato, perché si poteva fare di più e Dino Risi avrebbe avuto i mezzi per riuscirci.

 
"Anima persa" è in bilico tra capolavoro e fetecchia, e i due aspetti sono così ben mescolati e amalgamati che diventa difficile separarli. Ci sono tutti i difetti di Risi e anche tutti i difetti di Arpino, soprattutto una certa superficialità spacciata per profondità o per verità, come le battute sull'Ulysses di Joyce o i luoghi comuni stucchevoli su chi studia entomologia, davvero pessimi e degni di Fantozzi o di Pierino. La confezione è splendida, Venezia meravigliosa e oscura fotografata da un Tonino Delli Colli in gran forma, interni e palazzi sontuosi e cadenti, un teatro in disuso, costumi, scale, maschere, tutto magnifico; ma alla fine qualcosa non torna.

 
Il soggetto è interessante (il tema del doppio, Jekyll e Hyde) ma il finale è da filmetto, un Dario Argento o poco di più, ed è davvero un peccato ("Che fine ha fatto Baby Jane", e cosette così).
Vittorio Gassman ne è il protagonista perfetto: anche lui porta qui tutti i suoi difetti e le sue qualità, è severo e gigione, sembra profondo ma è in realtà molto superficiale. Anche qui, si poteva fare di meglio e Gassman avrebbe certamente potuto rendere meglio il personaggio. Stesso discorso per Catherine Deneuve, che ripete (molto bene, va detto) il suo personaggio di tanti film. Dietro il loro matrimonio c'è una storia di pedofilia, la giovinezza e l'innocenza dell'infanzia che non si possono conservare: il tema è importante, la realizzazione è da filmetto di terza visione, una moneta falsa. Si evocano dei e demoni, sullo sfondo c'è il tema della malattia mentale, e sono temi che colpiscono ma anche qui, a un certo punto, viene da dire un "mah". Danilo Mattei (il ragazzo protagonista) appare incolore, poco espressivo; bravina invece Anicée Alvina, sia pur doppiata come improbabile veneziana (questa del doppiaggio in un veneziano caricaturale è un'altra palla al piede del film). La Alvina ebbe momenti di grande successo grazie a un film con Robbe Grillet, "Spostamenti progressivi del piacere"; nel mio ricordo, avendo visto "Anima persa" un'unica volta quando era uscito nei cinema, al loro posto avevo messo Agostina Belli e Alessandro Momo (la scena della scuola di nudo), che invece sono in altri film di quel periodo.
 
Alcune battute del personaggio di Gassman meritano attenzione; è "un triestino asburgico di madre lingua tedesca", ma il clima che crea in casa è degno del peggior stile fantozziano, con letture collettive e obbligate di Hölderlin, una biblioteca enorme che sgomenta (dovrà mica leggerli tutti??), i recitativi di Bach "che non si possono interrompere" (per chi non lo sapesse si tratta del Vangelo: che sia in tedesco mi pare secondario, le "Passioni" di Bach sono una meraviglia da conoscere). Qui Dino Risi dà il suo peggio, tanto valeva chiamare direttamente Paolo Villaggio, che del resto con Gassman lavorava abitualmente in quel periodo. Pesanti e fastidiosi anche i luoghi comuni sull'entomologia e sulle scienze naturali, anch'essi parte di una subcultura caciarona che non si riesce a sradicare: se non ci fossero stati gli entomologi non sapremmo da dove viene la malaria, tanto per fare un esempio, e se non ci fossero stati i "pallosi" scienziati che studiano sui vetrini da laboratorio non avremmo gli antibiotici e moriremmo ancora di difterite e di tbc, ma vallo a spiegare a questa gente. Risi, Arpino e Gassman qui propagano e nutrono la stupidità, spiace dirlo ma è così. Questi grossi difetti sono di Arpino o di Risi, o magari di Zapponi che firma con loro la sceneggiatura? Non lo saprò mai, perché ho letto Arpino a suo tempo (compresi i litigi con Gianni Brera) ma non ho nessuna voglia di tornarci sopra. Ho ben presente anche Risi e Gassman nel "Sorpasso": le stesse battute stupide, la stessa superficialità e grossolanità. La normalità sarebbe dunque andare in spider suonando il clacson sull'Aurelia, secondo lo psichiatra Risi...meno male che ha rinunciato a fare lo psichiatra, viene da dire. Subcultura, grossolanità, superficialità e volgarità da leghisti ante litteram: è questo il difetto principale di Risi e di altri registi e attori della "commedia all'italiana" di quegli anni, e spiace ripeterlo ma bisognerà pur dirlo ogni tanto, altrimenti le nuove generazioni penseranno che eravamo davvero tutti così. Ammiro molto Dino Risi e non mi sono mai perso un suo film, ma l'assecondare i difetti del pubblico è stata la sua tara principale, per fortuna con molte felici eccezioni ("La marcia su Roma", "Fantasma d'amore", "Una vita difficile").

 
Penosa anche la battuta su Joyce "che non deve stare vicino a Goethe" visto che "Joyce è uno dei pagliacci della letteratura e della lingua" e andrebbe messo "con Gadda e Rabelais". E poi "Goethe è apollineo", ed ecco un altro luogo comune che si aggiunge ai tanti altri del film, di quelli che fanno dubitare che siano mai andati oltre una sfogliatura veloce sia di Gadda che di Joyce che di Goethe. Apollinea la scena del sabba, nel Faust di Goethe? E Gadda, divertente ma anche tragico, che spiega "barocco è il mondo" alle accuse di essere barocco, è un pagliaccio? E Joyce, maestro di ogni genere letterario? Chi sarà qui l'autore di queste fesserie, forse Arpino o forse Gassman, che sembra davvero credere nelle scemenze che dice (e che del resto ha ripetuto anche in altre sedi) ?

 
Belle le scene all'Accademia, con il maestro della scuola di pittura che partendo da un famoso Vermeer mostra (con mascherine sulla clavicembalista del quadro) che Vermeer contiene già tutta la pittura che seguirà, incluso Burri; e prima ancora dice che il disegno è la pittura, che non si può nascondere un cattivo disegno con il colore e che il cattivo disegno salta sempre fuori.


C'è poi il discorso sui rebus (minuto 17) tra surrealismo e poesia; all'ingegner Gassman piacciono ma non gli interessa risolverli:
- A volte penso che mi piacerebbe vivere dentro un rebus...
Deneuve: - Perché, non è così? Non viviamo tutti dentro un rebus?
Restando alla Settimana Enigmistica, il pazzo davanti alla petroliera arenata grida: "Eufrasio!" e nel finale si spiega perché: è una parola panvocalica, cioè contiene tutte le vocali dell'alfabeto. Il recluso pazzo "odia il ticchettio degli orologi", e dunque il passare del tempo, l'infanzia e la giovinezza che non si possono fermare. E' il tema principale del soggetto, ma è difficile rendersene conto. (Si potrebbe dire con una battuta che negli anni '70 non esistevano ancora gli orologi digitali: il tempo corre lo stesso, anche senza ticchettio).
Toccato in maniera superficiale anche il tema della malattia mentale: "i matti conoscono la verità e la verità fa paura, per questo li tengono rinchiusi" (i matti e i bambini conoscono la verità) dice l'ingegnere mentre si passa davanti al manicomio di Venezia. Si può ricordare che Dino Risi era laureato in medicina, specializzazione psichiatria.
Poi l'ingegnere dice che le donne sono come i vegetali, citando Strindberg (Strindberg, o piuttosto uno dei suoi personaggi? ecco ancora la superficialità...): "le donne hanno odore di sedano". Si tratta di citazioni fatte a capocchia, estrapolando una riga da testi complessi e senza citare la fonte precisa, così si fa dire a un autore quello che è possibile dire e anche il suo contrario. L'ingegnere di Gassman si spinge più in là, e dice apertamente che la donna è l'anello di congiunzione tra vegetale e animale, tirando in ballo l'evoluzione: un discorso che vorrebbe essere forse misogino, ma che serve solo a fare confusione. (Detto en passant, il DNA mitocondriale esiste davvero: ma questo è un discorso molto complesso, da scienziati "pallosi e chini sui vetrini del laboratorio", e che non ha niente a che vedere con il film).

 
Altri appunti presi durante la visione: 1) Gassman accompagna il nipote all'Accademia e definisce i "capelloni" che la frequentano (un termine molto usato da noi nel dopo' 68) come "residui di un esercito in fuga", "i figli di Assalonne, ribelli al padre". 2) L'educazione severa, asburgica (o forse fascista, sottotraccia?), è un altro dei temi buttati via nel film, e ancora una volta bisogna dire che si poteva fare di più. 3) Il cognome Stolz fa pensare a Verdi, il soprano Teresa Stolz; tradotto in italiano, "stolz" significa fiero o superbo. 4) Le musiche noiose sono di Francis Lai, che fa tanto "Anonimo Veneziano"; in effetti, la superficialità è la medesima. 5) Nel corso del film si storpia malamente qualche aria d'opera (l'Arlesiana?). 6) In definitiva, di questo film mi porto dietro Anicée Alvina, come modella: la stessa cosa che avevo pensato nel '77 insomma, quando avevo provato una sincera invidia per il protagonista che aveva più o meno la mia stessa età.
 
 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )
 

domenica 15 dicembre 2019

Le orme


Le orme (Footsteps on the moon, 1975). Regia di Luigi Bazzoni. Scritto da Mario Fanelli e Luigi Bazzoni. Fotografia di Vittorio Storaro. Scenografia di Pierluigi Pizzi. Musiche di Nicola Piovani. Interpreti: Florinda Bolkan, Klaus Kinski, Peter Mc Enery, Nicoletta Elmi, Lila Kedrova, Caterina Boratto, Esmeralda Ruspoli, Rosita Toros, Myriam Acevedo, John Karlsen. Durata: 110 minuti
 
"Le orme" (Footsteps on the moon) è stato per me una piacevole sorpresa: era uscito nel 1975 ma io non ne sapevo o non ne ricordavo nulla, di certo lo avevo confuso con altri film usciti in quel periodo, sempre con la Bolkan. Anche di Luigi Bazzoni non sapevo niente, è difficile trovare informazioni e c'è pochissimo anche on line. Ho scoperto che era di Parma, che ha un fratello (Camillo) anche lui regista e direttore della fotografia, e che era del giro dei Bertolucci; ha fatto un film con Francesco Barilli, e qui lavora con Storaro (direttore della fotografia) e Perpignani (al montaggio).
Il soggetto di "Le orme" è di quelli che una volta riassunti fanno scappare la voglia di vedere il film: una schizofrenica e le sue visioni. Ma nel film c'è molto di più, innanzitutto dal punto di vista visivo, e poi è ben scritto e molto ben recitato, una vera e propria prova d'autore, ed è un peccato che dopo questo film Luigi Bazzoni non abbia più girato altro, a parte un frammento di documentario parecchi anni dopo. La protagonista, Florinda Bolkan, è un'interprete che lavora ad alti livelli, ed è di professionalità esemplare; ma a un certo punto della sua vita si perde, comincia ad avere strani sogni che si ripetono (un astronauta sulla luna, inseguito da misteriosi alieni); dopo essersi assentata dal lavoro, senza esserne resa conto, trova in casa una cartolina spedita da una località lontana a lei ignota (Garma) e scopre di essere stata effettivamente in quel posto, ma non ne ha memoria. Il resto del film non va raccontato, o quantomeno io non ho nessuna intenzione di rovinare la visione del film a chi ancora non lo conoscesse.
 

In realtà, il miglior riassunto di "Le orme" è nelle parole di Vittorio Storaro: «Colours can be used as a language. Unfortunately, today newer film makers seem to prefer to tell audience exactly what's going on, and what everything is about instead of using colour, productional design, music, actor's body language and camera angles to communicate.» (Vittorio Storaro per "Le orme" di Luigi Bazzoni, citato da Oliver Cramer sul blog "The Kirkpatrick Mission" )
(I colori possono essere usati come una lingua parlata. Purtroppo, i registi di oggi sembrano preferire il metodo di raccontare cosa succede, in modo piatto, invece di usare nella comunicazione colori, tecniche, musica, recitazione e fisicità degli attori, lo studio dell'angolazione delle riprese.)
Storaro ci dice che della storia raccontata, in "Le orme", ci deve importare poco o niente: il film è nei colori, nelle immagini, nella musica, nelle angolazioni dell'inquadratura, nello studio dei volti e dei luoghi, negli attori... E qui Storaro dà davvero il meglio di sè, la qualità delle luci e delle immagini ricorda molto "Il conformista" (quindi, una meraviglia nell'uso e nella scelta di luce e colori) e chi ha visto i grandi film di Bertolucci non si può perdere lo spettacolo del film di Bazzoni.
Altri riferimenti possibili: Wim Wenders, "Lo stato delle cose", per la fantascienza in bianco e nero virato: "Shining" di Kubrick per l'albergo vuoto e per la presenza della protagonista in epoche diverse, ma anche Henry James, "Il giro di vite", per la bambina e per le presenze inquietanti.
 

"Le orme" è girato a Phaselis, in Turchia; nei titoli di coda è citato il villaggio Valtur di Kemer, lì vicino, che ha ospitato la troupe. La città e l'albergo, nel film, sono chiamati Garma ma non so dire se sia una città vera; cercando su internet ho scoperto che esistono molte Garma: in Iran, Croazia, Iraq, Libia, Nepal, Tibet, Australia.
Le scenografie sono di Pierluigi Pizzi, uno dei più grandi in questo campo, la musica (molto funzionale) di Nicola Piovani, il montaggio di Roberto Perpignani, la fotografia di Vittorio Storaro.
Gli attori: Florinda Bolkan molto bella e molto brava, un'ottima prova, regge quasi da sola il film. Klaus Kinski (Mr.Blackmann) appare nella sequenza con gli astronauti; la bambina è Nicoletta Elmi, ci sono Lila Kedrova e Caterina Boratto, il giovane attore è Peter Mc Enery.
 

Luigi Bazzoni ha girato altri film prima di questo, alcuni con lo pseudonimo Marc Meyer. Non li conosco e mi segno due titoli a caso: "Giornata nera per l'ariete" e "La donna del lago" con Virna Lisi. Un suo film del 1968, girato come un western all'italiana, è in realtà una trasposizione della "Carmen" di Mérimée (e di Bizet), intitolato "L'uomo, l'orgoglio, la vendetta". "Le orme" è l'ultimo film di Bazzoni, e spiace che non abbia più continuato proprio quando cominciava a vedersi un vero lavoro d'autore; dopo "Le orme" troviamo solo i documentari (peraltro molto belli) della serie "Roma Imago Urbis", datati 1994 e girati con Vittorio Storaro.
Il soggetto è di Mario Fanelli, un autore che non conoscevo e che curiosamente nei titoli di testa è indicato (due volte) come Fenelli. Il titolo originale del romanzo di Fanelli è "Las Huellas". Fanelli ha lavorato molto in Jugoslavia, ha molti titoli di cinema su www.imdb.com scritti nel corso di una ventina d'anni, ed è indicato anche come co-regista di "Le orme".


E infine, pensando a quello che succede nel film, mi sono detto che se dovessimo davvero ricordare tutte le nostre vite precedenti saremmo come la Bolkan in questo film, vale a dire che sarebbe inevitabile stare molto male. Forse il non ricordare è una difesa:
«...Mnemosine è dunque la memoria della comunione originaria del celeste e del terrestre. Le era dedicata una delle due fonti che i morti incontravano nell'Ade; le anime di coloro che si erano purificati dalle passioni bevevano alla sua fonte l'acqua fresca di vita, e uscendo dai cicli dolorosi dell'esistenza si ricongiungevano agli dei. Quelle dei malvagi si abbeveravano invece alla fonte chiamata Lete, ovvero l'oblio, perdendo la memoria della loro passata esistenza terrena, e poi venivano scagliate in un pelago profondo, metafora dell'oscurità e della dannazione; ma se non erano del tutto malvage rientravano nella vita con altri corpi (...) »
(Alfredo Cattabiani, da "Erbario", editore Rusconi, pag.23)



venerdì 13 dicembre 2019

Ultimo tango a Parigi ( II )


Ultimo tango a Parigi (Last tango in Paris, 1972). Scritto e diretto da Bernardo Bertolucci. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli, Agnes Varda. Fotografia di Vittorio Storaro Costumi di Gitt Magrini. Musiche di Gato Barbieri. Interpreti: Marlon Brando (doppiato da Giuseppe Rinaldi), Maria Schneider (doppiata da Maria Pia Di Meo), Massimo Girotti, Jean Pierre Léaud (doppiato da Massimo Turci), Gitt Magrini (madre di Jeanne), Laura Betti (è nelle scene tagliate dalla censura), Maria Michi (suocera di Brando), Giovanna Galletti (prostituta anziana), Armand Abplanalp (cliente prostituta), Catherine Allegret, Catherine Breillat, Veronica Lazar, Luce Marquand, e molti altri. Durata originale: 136 minuti

Su "Ultimo tango a Parigi" avevo scritto qui a suo tempo, rimarcando la mia distanza da questo film, cosa che del resto non ha la minima importanza. Nel frattempo (sono passati sette anni) l'ho visto finalmente in lingua originale (cioè francese e inglese) e in un'edizione decente, su dvd.
"Ultimo tango" si mostra per quello che è, un ottimo film anche se molto cupo e con parecchi difetti, finalmente oggi al riparo da commenti stupidi e da parodie cretine (ma qualche cretino o cretina si trova sempre, basterà aspettare).
La prima cosa da dire è che si tratta di una vanitas, (qui per una spiegazione più completa) come poi sarà "Io ballo da sola" (qui) : un soggetto importante nella storia dell'Arte, la giovane e la morte, il decadimento fisico che non si può fermare, il destino comune a noi tutti; non stupisce che questo sia sfuggito a Germaine Greer (vedi interventi sul dvd, nel terzo documentario) che ne fa una lettura in chiave quasi esclusivamente femminista. Germaine Greer non riesce a capire che è questo il motivo per cui Maria Schneider si vede nuda e Marlon Brando invece no: la Schneider era perfetta per una vanitas, Brando nudo a quel tempo sarebbe stato magari un San Gerolamo; ma si sa che la lettura dei simboli è ormai cosa che sfugge quasi a tutti (rimando ad Elemire Zolla, "Aure", ed. Marsilio: il mondo in cui viviamo ha perso questa capacità di lettura). C'è poi questa battuta curiosa che Maria dice a Brando: "ti proibisco di scherzare sul '58"; questa me la dovevo proprio segnare, perché anch'io sono del '58, come anche Giacomo Puccini del resto. Il tempo, si sa, vola.
La censura operata su "Ultimo tango" va a colpire ben altro che la scena del burro, è il film intero che disturba e non certo per il sesso ma perché ha colpito in pieno uno dei nostri nervi scoperti: la morte, la giovinezza che passa, l'incertezza del futuro, il suicidio. Come nell'Amleto lo spettatore incolto e sprovveduto cerca di difendersi con la parodia o sbeffeggiando il testo, dicendo che è noioso, ripetendo stupidamente qualche frase buttata lì con l'aria di chi la sa lunga ("essere o non essere": ma avete mai letto il monologo di Amleto per intero?). L'essere o non essere, oppure i dialoghi tra Brando e la Schneider ridotti a un "facciamo così, facciamo questo", come se fosse un film di Verdone. Con "Ultimo tango" Bertolucci è stato chiarissimo, siamo noi che abbiamo paura e cerchiamo di difenderci banalizzando e irridendo. E' paura, la verità della vita, la Vanitas, che fa paura.

Ci sono dei bei dialoghi, come questo di Maria Schneider con Brando:
- Eri felice da piccola?
- L'infanzia è meravigliosa.
- I bambini sono peggio dei grandi, fanno la spia, sanno solo ammirare l'autorità, si vendono per una caramella.
- Io non ero così, scrivevo poesie, disegnavo bei castelli con le torri, tante torri.
- Non pensavi mai al sesso?
- No, niente sesso. Solo le torri.
- Ma eri innamorata del tuo maestro.
- Era una donna. (...)
Si tratta di ricordi veri o falsi? O magari falsi ricordi creduti veri?
 

Jean Pierre Leaud interpreta un regista che fa del "cinema verità", e sta filmando la sua ragazza come si farebbe oggi con lo smartphone.
Nel metrò, Maria Schneider dice a Leaud (non a Brando!) :
- Il film è finito. Sono stanca di farmi violentare, mi costringi a fare cose che non ho mai fatto.
Si rivolge non a Brando, ma a Leaud che la sta solo (solo?) filmando; direi che è qualcosa che Maria Schneider può effettivamente aver detto proprio a Bertolucci, durante le riprese. (segue riappacificazione e domanda di matrimonio)
Nel finale, Leaud e Maria sono nell'appartamento, felici; lei simula il volo, poi una nube sul volto. Leaud è severo, serissimo, e dice:
LUI: - Non possiamo più giocare così, non siamo più bambini. Siamo adulti.
LEI: - Adulti? Ma è terribile.
LUI: - Sì, è terribile.
LEI: - Gli adulti cosa fanno?
LUI: - Non lo so. Dovremo inventare i gesti, le parole... Gli adulti, per esempio... (si abbracciano) Una cosa la so per certo, gli adulti sono calmi, seri, logici, e pelosi. Sono rilassati, e risolvono tutti i problemi.
LEI: - Sì, sì.
LUI: - Perciò, questo appartamento non può andar bene per noi (...) è deprimente, c'è cattivo odore. (...)
(la causa del cattivo odore è probabilmente il topo morto trovato da Marlon Brando nelle sequenze precedenti)
E ancora:
Leaud: oggi è l'ultimo giorno di riprese, il film è finito. A me non piace ciò che muore e che finisce. Bisogna cominciare qualcosa di nuovo, insieme, subito.
 

Altri appunti presi durante la visione: 1) Ci sono molti treni (compreso il metrò in superficie) come in Ozu e in Wenders. 2) La prostituta dal viso pesantemente truccato, come la morte, per nascondere l'avanzare del tempo; il volto della suicida anch'esso pesantemente truccato, come per Eduardo de Filippo nel finale di "Gli esami non finiscono mai". 3) La pubblicità a vivaci colori, come in "Partner", soprattutto nel metrò, quasi sempre di detersivi. 4) La vita di coppia, il matrimonio. 5) Massimo Girotti "doppio" di Brando 6) Massimo Girotti, Maria Michi, Giovanna Galletti: Luchino Visconti e il cinema italiano, e Brando per Hollywood "mitica" 7) Anche girare un film è fermare il tempo, o il tentativo di farlo. Ma il tempo passa lo stesso, si ferma il passato credendo che sia il presente, la morte al lavoro, Cocteau... 8) La scena "del dito" di Maria Schneider fa il paio con quella "del burro", ma di questa scena non ho mai sentito parlare, ed è un altro caso da psicoanalisi. Sono comunque due scene eliminabili e poco significative; nella "scena del burro" c'è comunque un attacco alla famiglia e alla tradizione, nell'altra solo volgarità o poco più. 9) La tomba del cane Mustafà, oggi per quel nome dato a un cane si parlerebbe di vilipendio, bei tempi quando si poteva scherzare, e poi ci sono cani che si chiamano Dick, Bill, perché mai non Mustafà. 10) c'è una citazione dall'Atalante di Jean Vigo, sempre bella da rivedere. 11) Maria Michi è la madre della suicida, la Galletti è la prostituta americana 12) Nel documentario allegato al dvd, Vittorio Storaro dice che la luce predominante nel film è l'arancione, che allora non ne conosceva il simbolismo ma che oggi sa di cosa si tratta: il sole al tramonto ma anche l'utero materno visto dal di dentro.
E molto altro ancora.


 

martedì 10 dicembre 2019

Fantasma (Murnau, 1922)


Fantasma (Phantom, 1922). Regia di Friedrich W. Murnau Soggetto di Gerhart Hauptmann. Sceneggiatura di Thea von Harbou e Hans von Twardowski. Fotografia di Axel Graatkjaer e Theophan Ouchakoff. Interpreti: Alfred Abel, Aud Egede-Nissen, Frida Richard, Lil Dagover, Lya De Putti, Hans von Twardowski, e molti altri. Durata: 2h20'

"Fantasma" è del 1922, anno in cui Friedrich Murnau gira tre film: "Nosferatu", "La terra che brucia", e questo. "Der letzte Mann" è del 24, "Faust" e "Tartufo" del 1926: si passa da commedie a storie di vampiri, da Goethe a Molière. Murnau viene presentato ancora oggi come personaggio misterioso, oscuro al pari del suo "Nosferatu", ma forse tante idee andrebbero aggiornate e vanno considerate un residuo di quando la maggior parte dei suoi film erano poco visibili o considerati perduti. Per esempio, "Fantasma" è classificato da wikipedia.it alla categoria "horror": ma così non è, si tratta di un errore piuttosto grossolano.
 

"Fantasma" non è una storia di fantasmi: tratto da un romanzo di Gerhart Hauptmann (premio Nobel nel 1912) ricorda a tratti i drammi di Strindberg, ed è piuttosto parente del "Monaco nero" di Cecov, ma senza visioni. L'elemento soprannaturale è del tutto assente, però il protagonista, un impiegato comunale (l'attore si chiama Alfred Abel) pensa di aver trovato la Musa, sotto forma della poesia (l'amico rilegatore Starke gli dice che ha un grande avvenire) e dell'incontro casuale con la bella Veronika, di ricca famiglia, della quale si innamora perdutamente e senza speranza (anzi, i servitori lo mandano via e i familiari di lei lo denunciano per molestie).
 

L'incontro con la Musa (o con il monaco nero di Cecov, se si vuole) finisce così: l'editore rifiuterà le poesie, e il giovane si consolerà con una prostituta di nome Melitta che somiglia molto a Veronika, ma che chiede molti soldi. Ridotto a "un fantasma" (sono parole sue) perderà il lavoro e si farà invischiare in affari poco puliti; l'anziana zia che ha truffato lo denuncerà, e lui finirà in carcere. C'è un finale in positivo, che noi già immaginiamo perché il film è tutto un lungo flashback: la figlia del rilegatore è innamorata del giovane, lo attende all'uscita del carcere insieme al padre, e ci sarà una rinascita.

Il film è molto lungo, 2h20' circa, ben recitato, ed è molto diverso da "Nosferatu": il che fa pensare anche a quanta superficialità e a quanti luoghi comuni (magari divertenti da raccontare) circolino intorno al nome di F. W. Murnau. Non direi che sia un film riuscito, la narrazione è un po' macchinosa e gli attori non "bucano" lo schermo; però siamo nel 1922 e bisogna pur tenerne conto.
Buona comunque la recitazione di tutti, già molto simile a quella cui siamo abituati; bello il restauro del film, presentato su Raitre una decina d'anni fa, con virati molto significativi e mai messi a casaccio. C'è una sola sequenza onirica che rimanda all'espressionismo, a 40' circa dalla fine quando la città sembra cadere addosso al protagonista (la fine del quarto tempo, se non sbaglio).

Gli attori: Alfred Abel è il protagonista, forse un po' anziano per la parte, un Ugo Pagliai più snello. Aud Egede-Nissen (la Carozza del "Mabuse" di Fritz Lang) interpreta sua sorella, che lascia la casa e la madre malata; il "cognato" dissoluto convincerà il giovane alla truffa e alle rapine che lo rovineranno. Lil Dagover, interprete del "Caligari" di Robert Wiene, è la figlia del rilegatore; Lya de Putti, una delle grandi dive di quel tempo, interpreta il doppio ruolo di Veronika e della sua sosia Melitta (Melitta ha più spazio, Veronika si vede poco).
 

"Fantasma" è comunque n film di grande spessore, ben recitato e ben fatto; probabilmente il problema per lo spettatore di oggi sta nel soggetto o magari nella sua riduzione. Chissà come è il romanzo originale, viene da chiedersi; e, in ogni caso, per le storie di Muse e di poeti forse non è più il tempo. Questo è il tempo in cui si ride e si alzano le spalle su Auschwitz, nel 1922 i tempi brutti stavano per arrivare e chissà quanti anni buoni abbiamo ancora davanti noi, cen'tanni dopo.




 

sabato 7 dicembre 2019

Faust ( Murnau, 1926)


Faust, eine deutsche Volkssage (1926) Regia di Friedrich Murnau. Tratto da Goethe e da "Historia von Doktor Faust" (1587). Sceneggiatura di Hans Kyser. Interpreti: Emil Jannings, Camilla Horn, Gösta Ekman, Wilhelm von Dieterle, Frida Richard, Yvette Guilbert, Hanna Ralph, e molti altri. Durata: 115 minuti.

Il "Faust" di Murnau è uno dei capolavori assoluti nella storia del cinema, un film così grande che non ho mai smesso di chiedermi come mai non sia mai stato programmato sui canali del servizio pubblico, e nemmeno reso disponibile su dvd. E' difficile parlarne, perché sono proprio le immagini in movimento a spiegarne la grandezza: era così ai tempi del grande cinema di prima del sonoro, è stato così per i più grandi autori del cinema dopo l'arrivo del sonoro, come Stanley Kubrick e Akira Kurosawa. Dietro al "Faust", ovviamente, c'è Goethe; e gli orizzonti si ampliano ancora di più. Difficile parlare del "Faust", meglio lasciar la parola a chi ne sa più di me; per oggi mi limito a segnalare la presenza del film di Murnau anche su youtube, finalmente reso disponibile a chiunque.
 


"Faust" è del 1926, pochi anni e molti film dopo il leggendario "Nosferatu" del 1922. E' l'ultimo film di Murnau in Germania, insieme a "Tartufo" (da Molière: una commedia); poi ci sarà l'America, "Sunrise", e la tragica morte in un incidente d'auto. Grandioso e visionario nei momenti drammatici, visto da oggi il "Faust" di Murnau si perde un po' quando si trova in momenti di commedia (la parte centrale, Gretchen con i gioielli, la scena di Martha) ma questo era scontato e bisogna pur tener conto del tempo che è passato.


Oltre che dall'elisabettiano Christopher Marlowe e da Goethe, questo "Faust" è tratto da "Historia von Doktor Faust", del 1587; la narrazione inizia con Faust che cerca di debellare la peste, e ci riuscirà solo con l'aiuto del diavolo. Ma poi il dottor Faust arretra davanti al crocifisso di una malata, la gente intuisce cosa può essere successo, e si ribella a questa guarigione infernale. Prima ancora, c'è il prologo in cielo, come in Goethe (e come nel Libro di Giobbe) con l'arcangelo Michele e satana, evidente modello per "Fantasia" di Disney, con un grande Emil Jannings. Per il resto, il percorso narrativo è abbastanza simile al "Faust" di Gounod, senza dimenticare di citare Georges Méliès per i voli di Mefistofele e Faust.

Emil Jannings, un altro attore leggendario, è un satana veramente infernale, mentre come Mefistofele è scattante e laido, quasi untuoso, visibilmente doppio e perfido, tutt'altro che simpatico a differenza del Michel Simon del film di René Clair (La bellezza del diavolo, 1949). Le scene di Gretchen nella neve, quando perde il bambino, ricordano e anticipano nello stile "Sunrise" (sempre di Murnau, nel periodo americano). Camilla Horn è Gretchen, molto brava; Faust giovane è Gösta Ekman, forse il punto debole del film, incipriato e rigido nella recitazione, a tratti sembra un golem o una marionetta. L'arcangelo Michele è Werner Fütterer, che somiglia molto a Ekman; ho pensato infatti che fosse lo stesso Ekman a interpretarlo, ma così non è. Wilhelm Dieterle, futuro regista di Hollywood, impersona Valentin: è alto e robusto, molto prestante fisicamente, ed è una buona interpretazione. Hanna Ralph è la duchessa di Parma, un ruolo secondario.
 

Il Faust di Murnau ripropone la domanda di Giobbe: il Signore a cui ci rivolgiamo è assente e non dà risposte. Dio e le preghiere non ci salvano dalla peste, Mefistofele invece ci riesce. Serve, servirebbe, una fede smisurata in Dio: Giobbe l'aveva ma dovette sopportare la perdita di ogni bene e anche delle persone a lui più care (la peste, la guerra, la malattia in genere...) oltre alle più terribili malattie personali. Facile pensare che Giobbe muore, come il Faust di Murnau, e solo dopo la morte può ricominciare; ma anche questa è una lettura troppo semplicistica e solo la lettura dei grandi testi, come i Vangeli, il Libro di Giobbe, e anche il Faust di Goethe, può aiutare a farci una ragione delle nostre eterne domande.




 

giovedì 5 dicembre 2019

Radio America ( Altman)

 
A Prairie Home Companion (Radio America, 2006). Regia di Robert Altman. Scritto da Robert Altman e Garrison Keillor. Fotografia di Ed Lachman. Direzione musicale (canzoni e jingle) di Richard Dworsky. Interpreti: Garrison Keillor, Kevin Kline, Meryl Streep, Lily Tomlin, Virginia Madsen, Tommy Lee Jones, Woody Harrelson, John C. Reilly, Lindsay Lohan, Maya Rudolph, Tim Russell, Sue Scott, Mary Louise Burke, Tom Keith, Jearlyn Steele, Robin e Linda Williams, Prudence Johnson, Richard Dworsky, Pat Donohue, Andy Stein, Gary Raynor, Arnie Kinsella, Peter Ostroushko, Butch Thompson. Durata: 106 minuti

Una radio trasmette da trent'anni uno show in diretta; le riprese avvengono in un teatro che si chiama Fitzgerald, perché vi passava spesso Francis Scott Fitzgerald. E' uno show di musica leggera, tendente al country; c'è molta pubblicità ma non disturba (strano ma vero) e tutti quelli che vi si esibiscono, musicisti e attori, tecnici e cantanti, sono solidi professionisti a prova di errore. Non so se da noi si sia mai fatto qualcosa di simile, ricordo che i concerti di musica sinfonica alla Rai avevano il pubblico in sala e venivano trasmessi in diretta dagli Auditorium (si fa ancora oggi ma le orchestre Rai si sono ridotte a una sola), poi c'erano trasmissioni leggere come Gran Varietà o La corrida, ma nessuna di queste corrisponde perfettamente a ciò che vediamo nel film di Altman. E' un film molto americano, insomma, e per persone di una certa età; ma passati i primi cinque minuti di ambientamento comincia a piacere, si delineano i personaggi, la narrazione si fa quasi lineare, distesa. Ci si mette comodi e si guarda cosa succede. Ci si diverte, gli attori sono simpatici, i personaggi piacciono; il sottofondo però è drammatico perché tutto sta per finire. I proprietari hanno venduto la stazione radio, e il teatro verrà demolito e trasformato in un autosilo. In più, tra le quinte è comparsa un'elegante e misteriosa signora vestita di un impermeabile bianco; nessuno l'ha mai vista prima, chi mai potrà essere?

 
Ho cercato qualche informazione su Garrison Keillor, protagonista del film, e ho trovato una voce molto ricca su wikipedia in inglese. Ne traggo qualche notizia biografica: all'anagrafe è Gary Edward Keillor, nato nel 1942; comincia a lavorare in radio nel 1969. Dal 1974 al 2016 è alla Minnesota Public Radio (MPR) con uno show simile a quello che vediamo nel film di Altman; la differenza principale sta nel fatto che i personaggi inventati da Garrison Keillor per il suo show radiofonico prendono vita nel film, interpretati da attori. Per esempio, Kevin Kline interpreta Guy Noir, vicepresidente e responsabile della sicurezza, uno dei personaggi immaginati da Keillor. Sono invenzioni di Keillor anche le sorelle Johnson (Meryl Streep e Lily Tomlin) e i due mandriani canterini (Woody Harrelson e John C. Reilly). Altri personaggi sono reali: cantanti e musicisti realmente presenti nello show, il rumorista, i tecnici e le segretarie. Come si vede dalle date, Keillor ha continuato a lavorare nello stesso show anche dopo la realizzazione del film, per dieci anni; alla radio aveva anche una rubrica quotidiana di cinque minuti, "The writer's almanac", dove si occupava di tematiche culturali. Keillor è infatti anche un libraio, e per l'apertura della sua libreria a Saint Paul, Minnesota, nel 2006 scrisse questa poesia in rima dedicata ai lettori:
A bookstore is for people who love books and need
To touch them, open them, browse for a while,
And find some common good – that's why we read.
Readers and writers are two sides of the same gold coin.
You write and I read and in that moment I find
A union more perfect than any club I could join:
The simple intimacy of being one mind.
Here in a book-filled room on a busy street,
Strangers — living and dead — are hoping to meet.
Garrison Keillor si è sposato tre volte, ha due figli (un maschio e una femmina) e ha dichiarato pubblicamente di essersi sempre sentito molto vicino agli autistici.
 

"Radio America" è l'ultimo film di Robert Altman. Poco tempo prima, alla cerimonia della premiazione degli Oscar, aveva rivelato di aver subito un trapianto di cuore; aveva ottantun anni. La causa della morte però non fu dovuta al trapianto, ma a un cancro. Questo spiega a sufficienza la presenza della "donna misteriosa", che però non appare come una presenza negativa. Il clima complessivo del film è il divertimento, lo stare in compagnia di amici, il piacere di cantare e di fare musica. La morte appare nella figura di Asfodelo, angelo della morte (Virginia Madsen), e si può far notare che questa figura, la donna elegante nel soprabito bianco, è già presente in uno dei primi film di Robert Altman, "Brewster Mc Cloud" (Anche gli uccelli uccidono): lo stesso soprabito, la stessa figura (il ruolo era affidato a Sally Kellerman).

 
Ho fatto una breve ricerca sull'asfodelo, che risulta essere una pianta tranquilla, con la quale si fanno cesti e che è perfino commestibile (in Puglia e in Sicilia era d'uso comune e forse lo è ancora). Però wikipedia.it dà anche significati diversi, più antichi; probabilmente è a questi significati che si deve la scelta di Robert Altman per il nome della sua donna misteriosa.
Per Omero (Odissea XI, 487-491; 539; 573) l'asfodelo è la pianta degli Inferi. Per gli antichi Greci il Regno dei Morti era suddiviso in tre parti: il Tartaro per gli empi, i Campi Elisi per i buoni, ed infine i prati di asfodeli per quelli che in vita non erano stati né buoni né cattivi. Per tutte queste credenze, ed altre ancora, i Greci usavano piantare asfodeli sulle tombe, considerando i prati di asfodeli il soggiorno dei morti. Un esempio forse non casuale lo abbiamo in Capo Miseno.
Epimenide, considerato da alcuni uno dei sette sapienti, usava l'asfodelo (e la malva) per le sue capacità di scacciare la fame e la sete. Ce ne parla Plutarco nel "Convito dei sette sapienti". La leggenda vuole che Epimenide grazie all'uso di radici e erbe non avesse bisogno di mangiare e che vivesse 157 anni, ce ne parla Diogene Laerzio.
Teofrasto, nella sua "Ricerca sulle piante", afferma che le radici d'asfodelo sono commestibili.
Gli asfodeli sono citati, fra l'altro, anche nell'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam quale pianta non presente là dove ella (la pazzia) sarebbe nata (par. 8. Luogo di nascita della follia).
A Gadoni, in Sardegna, l'asfodelo viene utilizzato per svolgere il rito di "is fraccheras", ovvero il rito dei morti (1, 2 novembre). Alcuni giorni prima di questa data gli abitanti del paese si recano in montagna per la raccolta dell'asfodelo (in sardo "s'iscraria"), con il quale formano dei lunghi fasci di circa 2-3 metri di lunghezza ed un diametro di circa 30-40 cm.  A mezzogiorno del 1º novembre si suonano ininterrottamente le campane a morto (I'agonia) per 24 ore e nel pomeriggio dello stesso giorno i bambini del paese fanno la questua, andando di casa in casa alla ricerca di una qualsiasi offerta da parte delle famiglie (generalmente cibo da consumare in piazza per la festa). La mattina del 2 novembre, per commemorare i defunti, viene celebrata la Santa Messa in cimitero mentre all'imbrunire si accende un piccolo fuoco nel piazzale davanti alla chiesa, si spengono le luci ed inizia la magia: i giovani prendono un fascio di asfodelo a testa, ne bruciano la parte posteriore e corrono con questo in spalla per le vie del centro storico del paese con un percorso ad anello, l''abilità consiste nel correre veloce in modo da riportare "la fracchera" ancora in fiamme al punto di partenza. Una volta giunti nuovamente al fuoco, i giovani si dispongono attorno ad esso e contemporaneamente lanciano i fasci di asfodelo all'interno del fuocherello, in modo che esso diventi grandissimo. A questo punto si dà inizio ai festeggiamenti in piazza tra balli, canti, castagne arrosto e buon vino rosso. Si dice che il rito servisse a scacciare via le anime, in modo che esse seguendo i fasci di luce andassero via. In passato la stessa notte del 2 novembre si era soliti fare ‘Sa conca e mortu‘, realizzata con una zucca, la quale veniva svuotata dalle parti molli e venivano scavati dei fori a forma di occhi, naso e bocca. A rendere macabro il rito era una candela sistemata all'interno della zucca. Veniva posata sui vecchi muri, in genere bui, o sui davanzali delle finestre. I passanti, vedendola erano soliti spaventarsi.
(testi tratti da www.wikipedia.it)
Asfodelo si presenta finalmente come un angelo a Kevin Kline: "Questa è una rivelazione" dice seria a Kline che scherza e tenta di corteggiarla; ma lui è affascinato e continua: "Cosa sentiresti?". E l'angelo risponde: "Io sentirei Amore".


Altre note prese durante la visione: 1) "La voce amica della prateria" è una possibile traduzione del titolo originale, presa dal libro "Altman racconta Altman" ed.Feltrinelli: un libro fondamentale per chi vuol capire il cinema di Altman, e non solo. 2) far caso ai testi delle canzoni, quasi tutte sullo scorrere del tempo. 3) c'è tanta pubblicità ma non disturba; i nostri "creativi" senza idee dovrebbero prendere appunti. 4) i due "mandriani" Lefty e Dusty hanno canzoni e dialoghi volgarissimi e osceni; spesso la volgarità e l'oscenità sono usate in funzione apotropaica, cioè a tener lontana l'idea della morte. 5) Kevin Kline è in gran forma e ci regala piccole scene simpatiche 6) Tommy Lee Jones è il "tagliateste" della compagnia nuova proprietaria del teatro, e appare a 1h04; farà la fine che si meritano quelli con le sue funzioni, ma non servirà a nulla e il teatro verrà demolito lo stesso. 7) "perché ti dai tanto da fare per ottenere qualcosa che neanche vuoi?" (testo di una delle canzoni, verso il finale) 8) nel palco d'onore c'è un busto di Scott Fitzgerald; il tagliateste non sa chi sia ma lui veniva sempre in quel teatro, che non a caso porta il suo nome. 9) "Radio America" non è il titolo originale del film di Altman, ed è anzi il titolo originale di un altro film uscito anni dopo: tenerlo presente nel caso di ricerche on line.


E, infine, questi due dialoghi fra il "tagliateste" (Tommy Lee Jones) e Kevin Kline nelle vesti del vicepresidente della proprietà uscente:
Tagliateste: Da quanto tempo va avanti (questo show), cinquant'anni?
Kline: quasi... trenta o giù di lì
Tagliateste: Strano, una macchina del tempo! Mi sento un antropologo che scopre una tribù di uomini primitivi accovacciati accanto al fuoco a raccontare storie mentre nell'aria volano le scintille...

Kline: Ci sono tante brave persone là sulla scena, tante. (...) questa gente ci ha messo l'anima, qui dentro.
Tagliateste: Ora l'anima la può mettere in qualcos'altro, c'è sempre qualcosa in cui mettere l'anima, le pare? Come dicono le Scritture, uno deve perdere la vita prima di riuscire a trovarla.
Il tagliateste aggiunge che i proprietari della compagnia che vuole acquistare e demolire il teatro si dicono religiosi, "uomini di fede": come Trump, verrebbe da dire - ma per sua fortuna Robert Altman non ha visto cosa sta succedendo oggi, e non solo in America.

 
 
 

martedì 3 dicembre 2019

Godard Alphaville


Agente Lemmy Caution: missione Alphaville (Une étrange aventure de Lemmy Caution, 1965) regia di Jean Luc Godard. Soggetto ispirato ai libri di Peter Cheyney. Sceneggiatura di Jean Luc Godard. Fotografia di Raoul Coutard. Musiche di Paul Misraki. Interpreti: Eddie Constantine, Anna Karina, Akim Tamiroff, Howard Vernon, Christa Lang, Valerie Boisgel, Jean Pierre Leaud, e molti altri. Durata: 1h30' (1h40' nella versione originale)

"Alphaville" è la città dove si reca in missione segreta l'agente Lemmy Caution, per contattare uno scienziato fuggitivo. Siamo in un futuro imprecisato, l'agente viene dai "paesi esterni", Alphaville è strettamente governata da un calcolatore elettronico che si chiama Alpha 60, presente in ogni parte della grande città, in modo capillare, quasi un sistema di linfonodi. Riuscirà nella sua missione l'agente segreto? Sembra la trama di un film di fantascienza, ma Alphaville è esattamente la Parigi del 1965, gli oggetti e i vestiti sono quelli in uso nell'anno dell'uscita del film (magari anche un po' più antiquati, come l'impermeabile dell'agente segreto o la sua macchina fotografica), e per uno spettatore di oggi non è facile raccapezzarsi; ma questo è un film molto famoso e molto citato, se la prima impressione può essere negativa bisogna comunque tenerne conto. Una prima informazione utile, per capire "Alphaville", è nei dialoghi: si tratta quasi sempre di citazioni filosofiche o letterarie, da Borges a Eluard, da Shakespeare a Bergson, e molto altro ancora. Insomma, un gioco più che un film di fantascienza come si poteva pensare; e sta a noi decidere se parteciparvi o no.
 

Per molto tempo, "Alphaville" è stato l'unico film di Godard che io abbia visto. In tv non passava quasi niente di suo, al cinema i suoi film uscivano subito dalla programmazione; di Godard sentivo molto parlare, ma vedere i suoi film era difficile. Le cose cambiarono un po' con l'avvento delle videocassette, ma non tanto; i nuovi canali tv cominciarono a mettere in onda qualcosa di Godard, non per convinzione e giusto per riempire i palinsesti, ma saltare da "Alphaville" a "Crepa padrone" non aiutava certo a farsi un'idea del grande regista francese. Non mi aiutavano nemmeno i suoi film di maggior successo, quelli con Jean Paul Belmondo, e fu fuorviante a inizio anni '80 il rumore mediatico intorno a "Je vous salue Marie". Anche la critica aiutava a confondere le idee: troppi adepti osannanti, le analisi e le recensioni sui film di Godard erano sempre un po' troppo sopra le righe. Insomma, per avere un'idea completa di Godard (un Maestro, detto in breve) mi è toccato aspettare l'avvento dei dvd, e ringraziare la programmazione notturna di Fuori Orario su Raitre (bei tempi, quando c'era ancora Fuori Orario...). Così, ho approfittato di una replica tv di "Alphaville" per ricominciare da capo con Godard.

 
"Una strana avventura di Lemmy Caution" è il vero titolo in francese, e si tratta in effetti di un film strano, spiazzante. Non so bene che effetto potesse fare alla sua uscita (io avevo appena cominciato ad andare a scuola), posso dire che vedere "Alphaville" dopo aver visto Kubrick fa una certa impressione. Alphaville sembra un film vecchio, sorpassato; "Odissea nello spazio" (uscito solo tre anni dopo) è ancora un film di grande fascino, e forse la differenza sta nel fatto che Godard usa i veri computer dell'epoca, che oggi sembrano grandi armadi o poco più, mentre Kubrick si inventò qualcosa di nuovo a partire dall'esistente, spesso anticipando il futuro. Non c'è niente che invecchi più rapidamente dell'attualità, e anche "Alphaville", sotto questo aspetto, ne è una conferma.
 

In più, non avevo mai visto un film con Eddie Constantine, e non ne ho visto altri nemmeno in seguito; su wikpedia leggo che era un attore famoso anche in Italia, ma a me non risulta. Forse negli anni '50, ma da quando mi ricordo io anche nei cinema di terza visione o dei piccoli paesi trovare un film di Lemmy Caution era altamente improbabile. Di conseguenza, mi sfugge completamente qualcosa di fondamentale per la comprensione del film di Godard, ed Eddie Constantine mi sembra solo una copia di Humphrey Bogart, neanche troppo interessante.
Ho trovato però interessante, nella visione recente, l'anticipo delle atmosfere dei romanzi di Philip K. Dick, quegli anni '30 e '50 e le atmosfere da film di gangsters mescolate con la fantascienza; e da qui, da Blade runner e da Ubik, inizio a interessarmi veramente ad "Alphaville".
 

Al centro del film c'è un grande computer, che si chiama "Alpha 60". E' interessante fare un paragone con HAL 9000, il computer più famoso nella storia del cinema: la voce di Alpha 60 è meccanica, gutturale, noiosa. Su www.imdb.com, nella sezione delle curiosità, c'è chi la paragona a un rutto; è così anche nella versione italiana, mentre sembra che nella versione inglese sia stata usata una voce più normale. In più, Alpha 60 all'ascolto odierno ricorda a tratti un Darth Vader di Guerre stellari, anticipato nel respiro affannoso (un computer che respira?). HAL 9000, invece (questo lo sanno tutti, è raro trovare qualcuno che non abbia mai visto almeno quelle scene di "2001 Odissea nello spazio) ha una voce gentile, di bel timbro, perfino affettuosa. La differenza principale è però che Alpha 60 controlla tutto, come in Orwell 1984 o forse - meglio ancora - come nel Dottor Mabuse di Fritz Lang. Gli abitanti di Alphaville gli sono sottomessi, come se fossero stati azzerati e riprogrammati, senza sentimenti, in loro non c'è nemmeno la rabbia degli androidi di Blade runner. Il tormentone che ripetono nel film è, nella versione italiana, "io sto benissimo grazie prego", tutto di fila, una forma di cortesia che esclude la conversazione. Le donne sono ovviamente giovani, belle e disponibili; gli uomini sono bruttini e anzianotti, molto violenti e sempre con armi a portata di mano.
 

I dialoghi sono costruiti quasi completamente con citazioni letterarie o filosofiche; wikipedia cita Henri Bergson, Nietzsche (i morti che non possono morire), Pascal, e io non ci sarei mai arrivato. Ho riconosciuto invece Borges e Shakespeare: il computer, a 1h20 dice "il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il tempo; il tempo è una tigre che mi dilania, ma io sono la tigre" e questo è Borges, o forse Chuang-tzu. Io aggiungerei, dal Mahabharata: La morte è una tigre acquattata nei cespugli. Noi facciamo figli per la morte, ma la morte non può divorare chi si è scrollato la vita di dosso come polvere. La morte non ha potere davanti all’eternità. Il vento e la vita scorrono partendo dall’infinito. La luna beve il respiro della vita, il sole beve la luna, e l’infinito beve il sole. Il saggio si libra tra i mondi. Quando il suo corpo è distrutto, quando non ne rimane traccia, allora la morte stessa è distrutta a sua volta, e il saggio contempla l’infinito. (vedi Peter Brook, il film tratto dal Mahabharata)
Di Shakespeare ho trovato due citazioni: "Dormire forse sognare" (Amleto) è al minuto 53, mentre "il tempo è la sostanza di cui io sono fatto" riporta a "siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni" (La tempesta: non è la stessa cosa, ma è inevitabile pensarci).


Il libro che Eddie Constantine dà ad Anna Karina (minuto 55) si intitola "Capitale del dolore" ed è di Paul Eluard, pubblicato nel 1926. Lei legge:
- Noi viviamo nell'oblio delle nostre metamorfosi, ma quest'eco che risuona lungo tutto il giorno, quest'eco fuori dal tempo, di angoscia e di carezza... Siamo vicini o lontani dalla nostra coscienza?
Eddie Constantine continua: "morire di non morire", "per prenderci in trappola", "gli uomini che cambiano"; li definisce "messaggi segreti".
Nel corso del film, concetti ribaditi più volte sono che si vive solo nel presente, e che il presente è spaventoso, perché è irreversibile.
 

Gli attori: protagonista è Eddie Constantine, attore americano che ebbe una discreta popolarità in Francia proprio nel ruolo del detective Lemmy Caution, in film a basso costo. Anna Karina è stata protagonista dei primi film di Godard, ed era anche sua moglie; le cronache del tempo ci informano che in questo periodo stavano divorziando, e questo forse spiega i commenti sulla giovane donna, del tipo "denti aguzzi da vampiro"; molti dialoghi sembrano presi dalla vita di coppia, tipo l'essere nata in Giappone (a "Tokyorama") o a Firenze. La presenza di Akim Tamiroff rimanda ai film di Orson Welles, nelle poche scene in cui è presente. Howard Vernon è il professor Von Braun / Leonard Nosferatu: Nosferatu (non morto) è il vampiro nel celebre film di Murnau degli anni '20, von Braun è stato uno scienziato tedesco (nazista) esperto di missilistica che lavorava in quegli anni per la Nasa. Jean Pierre Leaud fa una brevissima apparizione e non è nemmeno menzionato nei titoli di testa. I doppiatori italiani sono Renato Turi (che dà voce ad Alpha 60 rifacendo l'originale francese), Emilio Cigoli (bravo ma un po' soporifero), Rita Savagnone, Luigi Pavese, Pino Locchi.
Le musiche di Paul Misraki sono enfatiche, a tratti invadenti.

 
Altri appunti: 1) al minuto 58 circa il libro non è la Bibbia (che deve essere in tutte le stanze) ma è un dizionario; si spiega che ogni tanto scompaiono delle parole, vengono vietate (Orwell, ma anche l'oggi 2020...) Qui la parola cercata è coscienza, ma tra le parole vietate ci sono anche "piangere" e "perché" 2) nel doppiaggio italiano bisogna dire "poiché" invece di "perché", ma in questo modo non si capisce cosa vuol dire Godard 3) in alcune scene viene da pensare a Kafka (Il Castello, soprattutto) 4) l'atmosfera anni '30 o '40 , vista da oggi, fa pensare a un anticipo di Philip K. Dick 5) "Ma cosa fa, piange?" "No, perché è vietato" : Anna Karina quando Eddie Constantine è pestato sull'ascensore, minuto 35 circa 6) E, infine, al minuto 12: "d'altronde è sempre così, non si capisce mai niente finché una sera si finisce per morire".

 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )