lunedì 9 aprile 2012

La tragedia di un uomo ridicolo ( V )

La tragedia di un uomo ridicolo (1981). Regia di Bernardo Bertolucci. Scritto da Bernardo Bertolucci. Fotografia di Carlo Di Palma. Musiche originali di Ennio Morricone; altre musiche tratte da Offenbach (valzer dai Racconti di Hoffmann), brani da discoteca e da balera. Scene e arredi di Gianni Silvestri. Costumi di Lina Nerli Taviani. Girato tra Parma, Torrechiara, Langhirano, Corniglio; il caseificio è a Piadena. Interpreti: Ugo Tognazzi, Anouk Aimée, Victor Cavallo, Laura Morante, Riccardo Tognazzi, Vittorio Caprioli, Renato Salvatori, Olimpia Carlisi (la numerologa), Pietro Longari Ponzoni (il barone), Margherita Chiari (la domestica rock). Durata: 1h52’

Dopo un’ora abbondante dall’inizio, finalmente, il padrone del caseificio capisce cosa c’era che non gli tornava in Adelfo: sono i suoi maiali, è infatti Adelfo che li cura. Lo avevamo visto lavarsi più volte, in precedenza, ma adesso sappiamo perché. Adelfo nega che sia puzza, a lui i maiali piacciono anche se i maiali sono tutti contenti perché gli si dà da mangiare, e quando accorrono “strillano come se li volessero ammazzare” (è una battuta di Adelfo). Anche qui, è facile capire il nesso con la nostra situazione quotidiana; direi proprio che è una battuta politica, oltretutto di grande attualità in questo disgraziato 2012 d.C. E infatti vediamo subito dopo, di seguito, subito dopo aver visto i maiali contenti perché gli si dà da mangiare, uno di loro, morto, dissanguato, scottato, come già in “Novecento”, con metodi più moderni ma anche molto più orribili. Del resto, è questo che c’è dietro un panino al prosciutto.
Pietro Longari Ponzoni, un amico di Bertolucci che in Novecento interpretava il marito di Alida Valli, è il barone-usuraio che dà i soldi in contanti a Tognazzi. Lo fa al circolo, e non in un luogo più appartato, perché ci gode “a farlo sotto il naso di quelli là”.
E qui comincia il cammino in montagna di Spaggiari con la moglie, con il terzo incomodo di una valigia piena di soldi. La valigia, come per “L’avaro” di Molière, è la vera protagonista di questa sequenza.
Memorabile la battuta di Tognazzi a 1h36, dopo il colpo di pistola sparato per errore dalla moglie, e finito nella valigia:
- Nei boschi di castagni capita spesso di sentirsi spiati...
Il film sta per finire. Consegnato il riscatto, o meglio abbandonata la valigia (quasi come nei film dei fratelli Coen), marito e moglie aspettano gli eventi. Con il binocolo da marina che avevamo visto all’inizio, Anouk Aimée guarda dall’alto di una terrazza se suo figlio sta tornando libero. Dietro di lei, il marito le confessa che è tutta una truffa, che forse il ragazzo è già morto.
Siamo a 1h40, dall’inizio, e il discorso di Tognazzi a questo punto mi ha sempre fatto una grande impressione. Sembra quasi rivolto a me: Tognazzi aveva l’età dei miei zii e dei miei genitori, dopo la generazione di Tognazzi ci sono io, i suoi figli hanno più o meno la mia età. C’era stato un salto generazionale notevole, rispetto al passato (un passato lunghissimo, contadino), di questa diversità coi miei nonni mi rendevo conto fin da bambino, ma loro erano lì e li capivo; poi il divario è cresciuto in maniera esponenziale, le nuove generazioni non riusciranno mai a capire la vita millenaria che sta dietro di loro, ed è una cosa che mi inquieta molto. Si tratta della classe dirigente di oggi, quelli che nel 1981 avevano l’età di Ricky Tognazzi oggi ci governano, e con loro anche persone più giovani, i nati negli anni ’70. A questo proposito mi viene in mente la poesia di Pasolini, i figli di papà contrapposti ai poliziotti: nel ’68 tra quelli che contestavano i vecchi c’erano anche Giuliano Ferrara, Cusani, Paolo Liguori e molti che sono poi finiti con Berlusconi o con Sarkozy, ministri, sindaci, dirigenti d’azienda. E’ a loro che si rivolgeva Pasolini, quando ricordava che i poliziotti erano figli di contadini e di operai.
Ma è un discorso che rischia di diventare troppo grande. Questo è il dialogo del film:
- I figli che ci circondano sono dei mostri, più pallidi di come eravamo noi; hanno occhi spenti, trattano i padri con troppo rispetto oppure con troppo disprezzo. Non sono più capaci di ridere: sghignazzano, o sono cupi; e soprattutto non parlano più. E noi non sappiamo capire dai loro silenzi se chiedono aiuto o se stanno per spararti addosso. Sono dei criminali...
- Tutti?
- No, ma potrebbero esserlo.
La madre rifiuta questo discorso, il suo Giovanni non è così. Allora il padre le confessa la truffa, lei non ci crede, e poi gli dice:
- Chi è il mostro? Tu vorresti che Giovanni fosse morto...
La truffa è infatti possibile solo se Giovanni è davvero morto.
Altri appunti sparsi: 1) “il grande vecchio”, citato due volte di fila da Adelfo, detta per Tognazzi che porta i soldi, ma è una battuta che si riferisce al terrorismo e ai colpi di Stato, alla P2... 2) Tognazzi canta la Traviata, l’aria di Germont padre, “ah il tuo vecchio genitor, tu non sai quanto soffrì...” mentre cammina nei boschi con la valigia del miliardo (di lire, del 1981). 3) Il ballo nel finale, che evoca strani paralleli con Fellini e La voce della luna (che è posteriore), la scena della discoteca con Paolo Villaggio. Forse è il contrasto tra un luogo naturale, appartato e silenzioso, e le luci e i suoni artificiali, alla quale seguono poi la banda, e il ballo degli anziani. 4) il ragazzo che balla con un piede nudo, citazione di una scena simile nel finale di “La commare secca”, primo film di Bertolucci (la scarpa l’aveva persa all’inizio, dunque è tutto vero?) 5) la maga numerologa, interpretata da Olimpia Carlisi, sembra un personaggio ridimensionato per non far diventare troppo lungo il film, e che in origine doveva avere certamente maggiore importanza. Nei titoli di coda è citata una “consulente per la numerologia”, Maria Luisa Bavastro; ma la numerolgia e la veggenza passano quasi inosservate, nel corso del film.
E questo scambio di battute, sempre nel finale, alla discoteca, fra Tognazzi e Adelfo:
- Perché mi hai portato qui?
- Sono io che l’ho portata qui, o non è piuttosto lei che mi ha seguito?
Nel finale, il padre li vede tutti insieme, solo lui è l’escluso. Madre figlio e fidanzata si sono già riabbracciati, nessuno è venuto a chiamarlo ma è comunque contento, abbraccia il figlio e gli mette al collo la sua sciarpa, con un gesto di vero affetto.
- Ma sì, tutto è chiaro...con i soldi hanno pagato il riscatto e lui è tornato vivo. Ma pagato a chi?
Ma no, l’unica cosa che conta è che Giovanni è vivo e sta bene. Il compito di scoprire la verità sull’enigma di un figlio rapito, morto e resuscitato, lo lascio a voi. Io preferisco non saperlo.
Le musiche originali sono di Ennio Morricone, già collaboratore di Bertolucci in molti altri suoi film; la domestica in cucina balla con The Boppers: Rock’n’roll is good for the soul; la musica nella discoteca è Linda and The Dark: Horror movies (due gruppi di cui non so niente); il valzer di Offenbach, famossimo, è il brano suonato da Anouk Aimée agli usurai, al pianoforte. Al minuto 36 Tognazzi allo specchio accenna ad canzone di Ettore Petrolini “sono contento di morire ma mi dispiace”; nella camminata in montagna sempre Tognazzi intona (beh, quasi) l’aria di Germont dalla Traviata di Giuseppe Verdi.
Il valzer finale, per banda, è probabilmente ancora il Concerto Cantoni di Colorno, come in Novecento e in Strategia del ragno, una musica che mi strappa l’anima e un finale da antologia.
In definitiva, uno dei film più lineari di Bertolucci, ma anche uno dei più difficili, quasi come “Il conformista”, che infatti torna spesso alla memoria.

mercoledì 4 aprile 2012

L'opera al cinema ( IX )

Un capitolo a parte (anzi, più di uno) meriterebbe la filmografia dei grandi cantanti d’opera; sarebbe però un lavoro da professionista o da ricercatore, e io purtroppo non sono né l’uno né l’altro. Per oggi mi limito a mettere qui qualche dato con l’aiuto fondamentale di http://www.imdb.com/  , poi magari riuscirò a far di meglio, chissà. I nomi che preso in esame per oggi sono quelli di Beniamino Gigli, Gino Bechi, Ezio Pinza, Giacomo Lauri Volpi, Tito Schipa, Maria Callas, Tito Gobbi, Lauritz Melchior; la foto qui sopra ritrae Ezio Pinza con Danny Kaye.
Comincio da un grandissimo tenore: i film di Beniamino Gigli sono 24, dal 1935 di “Non ti scordar di me”, regia di Augusto Genina, fino al 1953 con la biografia di “Puccini”, regia di Carmine Gallone, protagonista Gabriele Ferzetti. Gigli è stato uno dei più grandi tenori del Novecento, uno dei più grandi dell’epoca del disco; molti lo conoscono solo per l’ultima parte della sua carriera, nella quale incise molte canzoni (famosissima ancora oggi la sua interpretazione di “mamma, solo per te la mia canzone vola...”), ma queste sono cose secondarie, Beniamino Gigli è stato davvero un tenore favoloso e gli appassionati d’opera lo sanno molto bene. Gigli nasce a Recanati nel 1890, nel 1914 è già in carriera, nel 1918 debutta alla Scala (con il Mefistofele di Arrigo Boito), e poi prosegue interpretando tutti i maggiori ruoli operistici, sempre con grande tecnica e finezza interpretativa. Passati i quarant’anni, al culmine della fama in tutto il mondo, Gigli comincia a girare film come attore protagonista: sono quasi tutti film piacevoli, leggeri, non particolarmente memorabili, il classico genere di film costruito intorno a un personaggio famoso. I registi e gli sceneggiatori di questi film sono spesso nomi di tutto rispetto nella storia del cinema italiano: come Augusto Genina, per esempio, che girò film d’azione rimasti famosi, e come Carmine Gallone. In questi film il grande tenore appare col suo normale aspetto fisico, cioè quello di un signore elegante, dal fisico un po’ appesantito, che nonostante tutto riesce a far innamorare qualche signorina molto più giovane di lui, eccetera. In altri film appare invece come tenore, o come cantante più o meno famoso, alle volte in palcoscenico. Gigli muore nel 1957; la sua carriera sarà il modello per Luciano Pavarotti, che aveva un timbro di voce simile (ma la voce era nel complesso molto diversa) e che cercherà di diventerà popolare come lui, anche al di fuori del pubblico dell’opera, nella fase finale della sua carriera.
Il baritono fiorentino Gino Bechi gira 13 film dal 1943 al 1968; ma sono più o meno del genere di quelli di Gigli. Anche Gino Bechi, cantante non finissimo ma dotato di una gran volume di voce e interprete di tutti i più grandi ruoli da baritono (Rigoletto compreso), diventò molto popolare con le canzoni: per esempio, “vieni c’è una strada nel bosco”. Bechi, nato nel 1913, era più giovane di Gigli ed è quindi più adatto ai ruoli di innamorato. Di questi 13 film ne ho visti pochissimi, ma ho un buon ricordo (recente) di “Signorinella” , del 1949, regia di Mario Mattoli. Mattòli è stato il regista di alcuni dei film più belli di Totò, Bechi non è un attore e si aggira un po’ impacciato per la pellicola, che è comunque divertente per la presenza di bravi sceneggiatori e di attori veri e molto bravi, come Aroldo Tieri e Antonella Lualdi, più molti ottimi caratteristi.
Un altro grandissimo tenore, Tito Schipa, interpreta 9 film tra il 1933 e il 1952. Penso di non averli mai visti, ne ho un ricordo molto lontano, e comunque non si direbbe che siano film memorabili. Il tenore leccese, uno dei più grandi ed emozionanti nella storia dell’opera, di tecnica inarrivabile e di grande intelligenza come interprete (inarrivabile è probabilmente la parola giusta, in assoluto), era nato nel 1888 e morirà nel 1965; i suoi dischi sono tutti emozionanti, da non perdere; si consigliano soprattutto i più antichi, quelli degli anni ’20 e ’30, che lo vedono in perfetta forma.
Il terzo grande tenore di cui mi occupo oggi è Giacomo Lauri Volpi, all’anagrafe soltanto Giacomo Volpi (probabilmente i “lauri” vengono dall’Aida: tornar di lauri cinto). Romano, nato nel 1893 e morto nel 1979, Lauri Volpi è stato una voce formidabile e cristallina, dagli acuti facili e perfetti. A differenza degli altri cantanti che ho citato finora, Lauri Volpi è rimasto più nell’immaginario degli appassionati d’opera che in quelli di musica leggera; forse anche per questo ha interpretato solo due film, “Il caimano del Piave” del 1951, regia di Giorgio Bianchi con Gino Cervi, Carlo Croccolo e Milly Vitale e “La canzone del sole” del 1933, regia di Max Neufeld, scritto da Giovacchino Forzano (librettista per Puccini e famoso autore di teatro), a fianco di un giovanissimo Vittorio De Sica. Nel film del 1951, che ho visto in anni lontani, Lauri Volpi è in trincea durante la guerra; nella notte, canta “Cielo e mar” dalla Gioconda di Ponchielli, e tutti si fermano ad ascoltarlo, amici e nemici.
Ezio Pinza (romano e romagnolo, 1892-1957) è un altro nome leggendario nella storia dell’Opera. Le sue incisioni degli anni ’30 sono formidabili: per bellezza di voce, per tecnica, per interpretazione, e per l’estensione che va dalle note più profonde del basso fino agli acuti baritonali. Pinza fu un leggendario interprete del “Don Giovanni” di Mozart, anche per il fisico da atleta; nella parte finale della sua carriera, ormai anziano, si dedicò al musical, divenendo molto popolare in America (dove risiedeva da tempo) come interprete in teatro degli spettacoli musicali di Rodgers & Hammerstein. Su imdb ho trovato dieci film e programmi tv con Ezio Pinza, dal 1951 al 1954: quindi aveva già passato i sessant’anni. Come mi ha fatto ricordare l’amico Matteo Aceto, la voce di Pinza si ascolta anche in “Blues brothers” di John Landis: una canzone napoletana, “Anema e core”. La presenza di Pinza in quel film è probabilmente dovuta ad un suo show televisivo del 1951-52, in America. Rimane la curiosità verso i suoi film come attore, parzialmente visibili su you tube: purtroppo la voce non è più quella dei tempi migliori, peccato. Curiosando su imdb, ho visto che in “Parata di splendore” (“Tonight we sing”), Ezio Pinza interpreta il basso Fiodor Scialiapin, un altro leggendario cantante d’opera, più anziano di lui. Nella lista degli interpreti di quel film, diretto da Mitchell Leisen, oltre a Ezio Pinza troviamo il violinista Isaac Stern che interpreta Eugène Ysaye, il tenore Jan Peerce, il soprano Roberta Peters, e l’attrice Ann Bancroft, giovanissima, che vent’anni dopo diventerà un’icona del cinema con “Il laureato” di Mike Nichols.
Lauritz Melchior, danese, vissuto fra il 1890 e il 1973, (nella foto qui sopra mentre festeggia il suo compleanno: con lui un altro grandissimo tenore, lo svedese Jussi Bjoerling, e le rispettive mogli) è stato uno dei più grandi tenori wagneriani, forse il più grande nella storia del disco. La sua carriera è in gran parte inglese e americana, anche se fu presente a Bayreuth e in molti altri teatri. Melchior cantò al Metropolitan di New York dal 1926 al 1950, senza interruzioni; aveva una voce scura, da tenore baritonale, che gli permise di affrontare al meglio non solo Wagner ma anche l’Otello di Verdi, e tutti i ruoli di tenore “scuro”.
Melchior gira otto film a Hollywood, tra il 1945 e il 1963. In “The stars are singing” (Il cammino delle stelle, in Italia) del 1953 è al fianco di Rosemary Clooney, zia di George. In “Ti avrò per sempre” (1947, This time for keeps) è diretto da Richard Thorpe, e recita al fianco di Esther Williams e Jimmy Durante, con l’orchestra di Xavier Cugat. Con Esther Williams, campionessa di nuoto e attrice molto famosa, Melchior gira anche “Luna senza miele” (Thrill of romance, 1945) sempre per la regia di Richard Thorpe, con Van Johnson come protagonista.
Di Melchior ho visto un film solo, “Crociera di lusso” del 1948, regia di tal Richard Whorf (non me lo sono inventato), dove appare nel ruolo di un “famoso tenore svedese” (in realtà era danese) su una nave da crociera. Se la cava benino anche come attore, il film è tutto sommato piacevole, quasi un Powell-Pressburger ma un po’ sciocchino (nel senso che è un film di genere, fatto per mettere insieme tanta gente famosa senza troppo impegno). Nel 1995 mi ero segnato questo breve appunto: «Buone le inquadrature, i colori, le atmosfere. Protagonisti George Brent e Jane Powell, c’è anche Xavier Cugat, col cagnolino ma senza Abbe Lane, che era ancora troppo giovane (gennaio 1995)» Un altro film con Melchior che potrebbe essere interessante è “Two sisters from Boston” del 1946 , regia di Henry Koster, con June Allison, Kathryn Grayson e Jimmy Durante, un comico molto popolare in America, riconoscibile ovunque per via del suo naso davvero imponente. Gli altri film con Lauritz Melchior citati su imdb sono cose per la tv, talk show, concerti dove era chiamato come ospite. (qui sotto, Melchior con Durante nella scena di un film)
Piuttosto deludente la filmografia di Tito Gobbi, che pure avrebbe avuto fisico e capacità per fare qualcosa di più: si tratta di ventisei film (sempre su http://www.imdb.com/  ), ma quasi tutti legati a film tratti da opere, con poche eccezioni come “I condottieri-Giovanni dalla Bande Nere” del 1950, regia di Luis Trenker. Gobbi era vicentino, di Bassano del Grappa, nato nel 1913: fu uno dei più grandi baritoni sulla scene mondiali, autentica stella negli anni ’50, nelle sue incisioni appare molto spesso in trio con Giuseppe Di Stefano e Maria Callas. La cosa più famosa di Gobbi, al cinema, è senz’altro la voce che canta “guardate, un fiocco rosso ei porta sul cappello”, per la versione italiana di un film di Stanlio e Ollio, “Fra Diavolo”; il filmato più famoso in cui appare Gobbi è sicuramente la registrazione live del secondo atto della Tosca di Puccini, al fianco di Maria Callas.
Maria Callas, secondo http://www.imdb.com/  , appare in sei titoli fra il 1968 e il 1971, cioè a carriera già conclusa. La Callas, americana di origini greche, vero nome Maria Kalogeropoulos, era nata a New York nel 1923 e morirà a Parigi nel 1977; la sua carriera fu piuttosto breve (una quindicina d’anni) ma folgorante, una voce unica e una grande presenza scenica. La lista dei film in cui appare, così come riportata da imdb, è piuttosto deludente: niente di particolare, tv o cortometraggi, registrazioni di concerti, l’unica curiosità è la regia del tedesco Werner Schroeter per alcune di queste registrazioni. Il titolo davvero importante, quello che non si può passare sotto silenzio e di cui prima o poi parlerò a lungo, è la Medea diretta da Pier Paolo Pasolini, un film del 1969 dove purtroppo la Callas è doppiata (doppiata bene, ma è comunque un peccato). Ho rivisto di recente la Medea, la Callas si era ritirata da quasi dieci anni, non faceva più la cantante d’opera, ma la sua presenza scenica è ancora impressionante. Forse il film non è pienamente riuscito (se ne può discutere), ma un particolare mi ha colpito: Maria Callas vi appare bellissima, si permette anche qualche scena di nudo parziale, aveva 45-46 anni ma era comunque in gran forma, come non si era mai vista nelle foto degli anni precedenti. Che a mostrarcela così bella sia stato proprio Pasolini, è un altro particolare sul quale bisognerebbe riflettere: probabilmente, per rendere a pieno la bellezza bisogna amare le persone e quello che si sta facendo.
(continua, ma non so quando)

L'opera al cinema ( VIII )

Negli anni ’80 furono prodotti molti film tratti da opere liriche, che erano quasi sempre messe in scena molto fedeli. L’origine di questi film è sicuramente “Il flauto magico” diretto da Ingmar Bergman nel 1974, a cui seguì il “Don Giovanni” con la regia di Joseph Losey nel 1978; ma di questi film, e degli altri titoli che furono prodotti e messi in circuito nelle sale cinematografiche, ho già parlato molto. Mi ero invece dimenticato di due film tratti dalla Carmen di Bizet, quasi contemporanei: uno diretto da Francesco Rosi e uno da Peter Brook.
Il film di Peter Brook nasce in teatro alla fine degli anni ‘70, ebbe una lunga serie di recite in tutto il mondo e diventa film solo nel 1983. Non lo vedo da molto tempo; nel 1992 mi ero segnato questo appunto: «La tragedie de Carmen di Peter Brook è ben recitato e ben fatto, Helene Delavault somiglia a Carol Drinkwater, peccato che il testo di Merimée sia molto appiattito, così compresso da riuscire quasi una parodia. Forse questa “compressione” del testo (ridotto a 6-7 personaggi, niente cori, niente esterni) funzionava a teatro, ma nel film non funziona. Inoltre, alcune modifiche sono trovate banali e ridicole, per esempio Carmen che fa a botte con Micaela, Josè che strangola Zuniga, Escamillo incornato e ucciso dal toro. La musica aggiunta è bruttina. Howard Hensel è Josè, Agnes Host è Micaela, Jake Gardner è Escamillo, la direzione della fotografia è di Sven Nykvyst, il direttore d’orchestra è Marius Constant. (anno 1992)» Posso aggiungere che Carol Drinkwater è un’attrice inglese che in quel periodo mi piaceva moltissimo (la si vede in “The shout” di Skolimowski e in alcuni telefilm inglesi), e che il film di Brook non l’ho più visto, forse oggi non sarei d’accordo col me stesso di vent’anni fa, ma chi può dirlo.
Mi ricordo invece uno scarso entusiasmo per la “Carmen” di Bizet diretta da Francesco Rosi, protagonisti Placido Domingo, Julia Migenes Johnson e Ruggero Raimondi (1984); ma a quei tempi andavo regolarmente a teatro e ai concerti, per uno che va a teatro una ripresa tv o al cinema è quasi sempre una sofferenza. A dirla tutta, questi film mi sembrano fatti senza una vera convinzione, magari con molta professionalità ma mai veramente ispirati.
La stessa cosa mi viene da dire per “La Bohème” con regia di Luigi Comencini: dato che ne ho parlato di recente per il file su Comencini, copio e incollo da me stesso a me stesso: « La bohème di Giacomo Puccini (1988) Dopo il grande successo del film di Bergman tratto dal “Flauto magico” di Mozart, nel 1974, furono prodotti per il cinema molti film che erano allestimenti molto fedeli di opere liriche. Il più famoso di questi film è il “Don Giovanni” (sempre Mozart) diretto da Joseph Losey nel 1978, ma nel filone va messo sicuramente anche “Amadeus” di Milos Forman (1984) che vinse una gran quantità di Oscar e fu campione di incassi. Qui siamo già nel 1988, e si tratta della versione tv e cinema dell’opera di Puccini. Protagonista femminile è Barbara Hendricks, grandissima cantante, molto giovane e molto bella, afroamericana: una Mimì di Parigi e nera di pelle, si ragionava all’epoca, in fin dei conti, è tutt’altro che inverosimile. Il ruolo di Rodolfo è diviso fra Josè Carreras e Luca Canonici, due tenori: Carreras incise la parte cantata e doveva essere protagonista anche del film, ma proprio in quel periodo fu colpito da una grave malattia (dalla quale è poi fortunatamente guarito) e dovette essere sostituito durante le riprese dall’ottimo Luca Canonici, anche lui tenore e anche lui di bell’aspetto. Di conseguenza, si ascolta Carreras e si vede Canonici: il che sembra un po’ strano, ma non disturba. Tra gli altri interpreti, il soprano Angela Maria Blasi (Musetta), il basso Federico Davià, e il baritono canadese Gino Quilico, già protagonista nel 1985 dell’Orfeo di Monteverdi nel film di Claude Goretta. Nel film c’è anche Ciccio Ingrassia (ovviamente doppiato), che è il venditore di giocattoli Parpignol: come ben sanno gli appassionati d’opera, è una di quelle parti in cui si canta una frase sola (“ecco i giocattoli di Parpignol”), ma molto esposta; se la si sbaglia si rischia una figuraccia.
Di ambiente operistico è anche “Il bacio di Tosca” dello svizzero Daniel Schmid, del quale si parlava molto bene ma che poi alla visione mi aveva deluso. Si tratta di un documentario sulla casa di riposo per cantanti d’opera e musicisti, fondata a Milano da Giuseppe Verdi; nel 1992 ne scrivevo così: «...è davvero poca cosa. Tutto qui quello che si può tirar fuori dalla lirica? Temo di sì: l’opera vista come cosa da vecchi, gli anziani signori che vivono di ricordi, la Casa Verdi... Al di là della simpatia e dell’affetto per le singole persone, a mio parere il regista svizzero tocca, qua e là, alcuni dei punti più bassi nella storia del documentario. (anno 1992, age9292 14mar)». Ero ancora giovane e sono stato un po’ troppo drastico, sicuramente oggi sarei più gentile, ma questo film è ormai diventato difficile da trovare e rivedere.
Un’altra delusione mi era arrivata da un regista che invece ammiro molto, Ugo Gregoretti:
«“Maggio musicale” di Ugo Gregoretti è bruttino, si salva solo l’allestimento di Boheme. Il ragazzino protagonista è decisamente antipatico, tutto l’insieme è abbastanza stupido e stupisce che l’autore di tanti bei film e sceneggiati si sia perso in questo modo, compreso l’autoincensamento come autore di Omicron (che però era davvero un buon film). Malcolm Mc Dowell è comunque un ottimo protagonista, la Verrett e Merritt sono divertenti e divertiti, Elisabetta Pozzi la si vede sempre volentieri (mio appunto del 1991)»
Una curiosità riguarda il regista Mike Nichols (Il laureato, Silkwood, Conoscenza carnale...) che all’anagrafe si chiama Michael Igor Peschkowski, classe 1931, ed è di origini russo-tedesche. Sua nonna è Hedwig Lachmann (1865-1918), autrice del libretto della Salome di Richard Strauss. La sua famiglia emigrò in America nel 1939, quando lui era bambino. Lo diceva Lietta Tornabuoni, sull’Espresso 12.11.1998, che però dava un’informazione parzialmente sbagliata dicendo che la Lachmann era madre del regista: le date non mi tornavano, e rovistando on line ho trovato “grandchild”, quindi nonna o bisnonna, mi è difficile essere più preciso.
Monsieur Beaucaire” è il titolo dell’opera lirica che risolve l’azione in “Montecarlo” di Lubitsch, un film del 1930 un po’ sciocchino ma molto simpatico, con ottimi interpreti e molte belle canzoni come “Beyond the blue horizon”, cantata da Jeanette Mac Donald. L’opera si svolge nel ‘700, la vediamo svolgersi in teatro, e parla di una giovane nobildonna che si innamora di un uomo credendolo a lei pari, mentre è in realtà un barbiere. E’ lo stesso soggetto del film, ma a parti rovesciate.
Pensavo che fosse un’opera inventata, invece esiste veramente: soggetto di Booth Tarrington, musica di André Messager (1853-1929, francese). Ebbe la sua prima nel 1919, è un’opera in tre atti, e da questo soggetto fu tratto anche un film con Rodolfo Valentino sei anni prima del film di Lubitsch, 1924. Le notizie in proposito le ho trovate su wikipedia in inglese, pare che alcune arie di quest’opera siano ancora popolari in Gran Bretagna. Le canzoni scritte per il film sono firmate da Richard A. Whiting and W. Franke Harling, Lyrics by Leo Robin, e confesso apertamente che sono molto più belle di quelle di Messager (ma la vista di Jeanette Mac Donald mi condiziona molto, lo ammetto).
Si può infine ricordare che “Vita di bohème” del finlandese Aki Kaurismaki (sempre del 1992) non ha niente a che vedere con l’opera di Puccini, né con la musica in generale; è un film del tutto autonomo, che del romanzo di Henri Murger prende solo uno spunto (l'ambientazione, o poco più) per le storie da raccontare.
(continua)

L'opera al cinema ( VII )

Nell’elenco fatto nei post dell’anno scorso c’erano almeno due dimenticanze clamorose: una è la “Giovanna d’Arco al rogo” di Arthur Honegger (1892-1955) nella versione di Roberto Rossellini, protagonista Ingrid Bergman, che risale al 1954: si tratta non di un’opera ma di un oratorio, che alterna parti cantate e parti recitate. L’oratorio è del 1938, musica di Honegger e testo di Paul Claudel; la Bergman, all’epoca compagna di vita di Rossellini, recita in italiano. Si tratta di una versione molto fedele al testo originale, può anche non piacere ai non appassionati d’opera perché assomiglia più ad una ripresa in teatro che a un film, ma si tratta comunque di un ottimo lavoro da parte di Rossellini.
La mia seconda dimenticanza, davvero imperdonabile, è “Strategia del ragno” di Bernardo Bertolucci, del 1970, dove ha grande importanza la musica di Verdi, e in particolare il Rigoletto. Non vi sono scene d’opera dal vivo, ma la scena madre del racconto (tratto da Borges) si svolge proprio in teatro, con il finale del Rigoletto, gli applausi nel finale e il pieno orchestrale per la “maledizione” nascondono infatti uno sparo. Del film ho parlato per esteso pochi giorni fa, qui riporto soltanto che i cantanti che si ascoltano dovrebbero essere Riccardo Stracciari e Dino Borgioli, in un’edizione risalente al 1930: Stracciari è stato un grandissimo baritono, di scuola ottocentesca (grandissima scuola, in pieno periodo verdiano) e a fine carriera fu maestro di canto del basso Boris Christoff.
Una curiosa sorpresa mi è arrivata dalla visione di un film del tedesco Alexander Kluge, che risale al 1968 ma che non ero mai riuscito a vedere fino a pochi mesi fa. Il titolo è di quelli a prima vista un bel po’ strani, e che proprio per questa stranezza rimangono facilmente in mente: “Artisti sotto la tenda del circo: perplessi”, che è la traduzione letterale dell’originale (in tedesco, perplessi era “ratlos”). Il film mi è piaciuto molto, e proverò a parlarne per esteso in futuro; dal punto di vista operistico riserva molte sorprese, perché la colonna sonora include moltissime arie d’opera, quasi tutte dal Trovatore, però rese difficili da riconoscere al primo ascolto perché eseguite in forme non usuali, magari da organetti di barberia, o in tedesco, o per piano e canto in sedute di prova e d’insegnamento. C’è di sicuro molto Verdi: oltre al Trovatore, brani dal Macbeth e dal Nabucco; e poi probabilmente Chopin. Insomma, il film di Kluge si può usare anche in modo alternativo, come un quiz tra amici: lo si lascia scorrere e chi indovina per primo tutti i brani vince. Impresa tutt’altro che facile, e basterà dire che si comincia con una canzone che ti sembra di conoscere ma qualcosa sfugge e bisogna ascoltarla bene per capire di cosa si tratta: è Yesterday, ma in spagnolo.
Una vera perla l’ho trovata all’inizio di “Section spéciale” di Costa Gavras, un film del 1975 che inizia con il Boris Godunov di Mussorgskij. Purtroppo, la pellicola trasmessa nottetempo su un canale commerciale era molto difettosa e usurata, con il sonoro fuori sincrono e altri difetti tutt’altro che secondari (i colori sbiaditi, per esempio). Si tratta di un film storico, che si svolge a Vichy negli anni dell’occupazione nazista e del collaborazionismo di Pétain: la storia raccontata è vera, una sezione speciale del Tribunale che fu creata apposta per far condannare a morte i resistenti. Molti di loro erano già in prigione, o erano stati condannati in precedenza per pene lievi; ed è quindi eccellente la scelta dell’opera di Mussorgskij, in particolare il lamento dell’Idiota (o dell’Innocente, secondo le traduzioni) che piange sulla sorte della povera patria. Il cantante dice, in francese, “povera Russia”: ma è evidente di cosa si sta parlando. Il teatro in cui si svolge la rappresentazione è proprio quello di Vichy, importante stazione termale. Non so se davvero il “Boris Godunov” di Mussorgskij sia mai stato rappresentato a Vichy in quegli anni, e per di più davanti agli ufficiali nazisti occupanti; mi sembra strano, ma in fin dei conti è possibile.
(continua)

martedì 3 aprile 2012

L'opera al cinema ( VI )

Un anno fa avevo iniziato a scrivere dell’Opera al cinema, ripromettendomi di continuare; nel frattempo ho raccolto altri titoli e altri dati, e li metto in fila qui sotto. Comincio con i commenti e i suggerimenti degli amici: prima di tutto, Marisa.
Marisa ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'Opera al cinema ( IV )":
Hai fatto una notevole carrellata, ma si sa, manca sempre qualcosa :-)
Non ho visto citato un film per me bellissimo e in cui l'opera ha un ruolo importante, addirittura ne segna il destino. Parlo del “Pranzo di Babette” e del ruolo centrale del duetto Don Giovanni-Zerlina. Tutto il film è una splendida risposta a come si possa rifiutare la tentazione di Don Giovanni e trovare il piacere di vivere senza sentirsi frustrati.
Visto che in questo post accenni a Mario Lanza non ho potuto non pensare al suo ruolo in "Creature del cielo" di Peter Jackson e a come l'esaltazione che suscita l'opera spesso si presti, in alcune situazioni, ad eccitare l'immaginazione sempre più malata. Sarebbe un tema da approfondire. Mi viene in mente anche la scena finale di "I pugni in tasca" di Bellocchio, dove l'attacco convulsivo è scatenato dal ritmo vitalissimo e sfrenato della Traviata "Sempre libera.."
Postato da Marisa in giulianocinema alle 26 maggio 2011
Sono due film che non ho visto... Li aggiungerò all'elenco, però almeno Bellocchio avrei dovuto ricordarmelo! Mario Lanza non mi piace perché conosco i veri cantanti, gli manca del tutto lo stile di Bergonzi, Tucker, Pertile, Peerce, per citare solo alcuni dei tenori che circolavano negli anni '40 e '50. Mario Lanza aveva una voce piacevole, ma il paragone va fatto con Claudio Villa o con Al Bano. (su queste cose sono un bel po' drastico, anche troppo, lo so...)
Postato da Giuliano in giulianocinema alle 26 maggio 2011
I film a cui fa riferimento Marisa sono questi: “Il pranzo di Babette”, regia di Gabriel Axel, uscito nel 1987, protagonista Stephane Audran; “Creature del cielo” di Peter Jackson (il regista del Signore degli Anelli); “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio , anno 1965, con Paola Pitagora e Lou Castel.
L’amico Matteo Aceto mi ha regalato un’informazione a cui non sarei mai arrivato:
Mat ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'Opera al cinema ( IV )":
Pensa che la prima volta che ho sentito nominare Ezio Pinza è stata grazie ai "Blues Brothers": quando Aykroyd e Belushi vanno a far visita alla signora Tarantino (di chiara provenienza italiana), in sottofondo si ascolta proprio la voce di Pinza in un'aria che ora non ricordo più.  Postato da Mat in giulianocinema alle 27 maggio 2011
Ho controllato su imdb, purtroppo non si tratta di un’aria d’opera ma di “Anema e core”: dato che Pinza non era napoletano, e dato che non era il suo repertorio, niente di memorabile. La presenza di Pinza nel film è probabilmente dovuta a un suo show televisivo americano nel 1951-52.
Ed infine l’amico Paolo Bullo, che sul suo blog (da buon wagneriano) si firma Amfortas, che mi ha scritto:
28.5.2011  In questo tuo excursus nella lirica e nel cinema l’appassionato trova davvero tanti spunti di riflessione. Non saprei neanche da dove cominciare. Certo, la prima cosa che passa per la testa è che i tempi cambiano, no? E anche velocemente! Negli anni 30 del secolo scorso c’era sì bisogno della musica per consacrare il cinema, ma soprattutto i cantanti erano personaggi popolari nella migliore accezione del termine: una popolarità sana e conquistata sul campo, non certo imposta dagli sponsor. Oggi credo che potrei diventare “popolare” anch’io, se qualcuno volesse scommettere su di me. E io non ho alcun talento.
Quest’anno, dopo lunga attesa, si riapre il Cortile delle Milizie del Castello di San Giusto, qui a Trieste, e addirittura vi faranno tappa gli amabili resti del Festival dell’operetta. Ho delle foto a casa, appunto di quegli anni 30 al castello durante la rappresentazione di opere, in cui la folla (pubblico è termine limitativo) è straripante.
I compositori sono stati spesso burloni, a proposito di autocitazioni mi piace, come hai fatto tu, ricordare Mozart, quando nel Don Giovanni fa dire al burlador “questa poi la conosco pur troppo” mentre si sentono le note di “Non più andrai farfallone amoroso” dalle Nozze di Figaro: scelta piuttosto comprensibile, direi (smile!). Ma l’hai già scritto tu, è che mi diverte troppo!
Comunque, da un certo punto di vista, l’opera è stata uccisa dal cinema, come ben sai, il quale è stato poi ucciso dalla televisione, che da ultima sta uccidendo buona parte di noi. E non sarebbe neanche un gran problema, per noi che abbiamo fatto le nostre idiozie: almeno noi ce le siamo scelte. I giovani si faranno uccidere, non so se sperare solo metaforicamente, da non scelte o scelte imposte.
Scrivo a braccio, quindi solo ora mi viene in mente di sottolineare come tu abbia ragione nel sostenere che solo in teatro si ascolta davvero la musica lirica, o si capisce e vive un lavoro di prosa. Da sempre combatto una battaglia contro i DVD, che spengono anche l’immaginazione.
Quando al cinema dell’oratorio diedero Moby Dick, da ragazzino saccente rimasi deluso, pensa un po’: Achab non corrispondeva all’immagine che m’ero fatto leggendo il libro di Melville.
Questo per dire che io vorrei continuare a immaginarmi una Norma, per dire, o un Manrico.
Viviamo nella società e (in)civiltà dell’immagine, però, piccolo particolare. Bah!
Un caro saluto.
P.S Questo è il testo del commento che avrei voluto scrivere sul tuo blog, ma ancora non l'accetta. Se ti va, quando sarà disponibile di nuovo la funzione commenti, pubblicalo pure.
28.5.2011
A dire il vero, vorrei fare qualcosa in più (sempre se mi lasciano), e cioè far continuare a te e a chi vuole di aggiungere altri titoli. Marisa (che ogni tanto commenta anche da te) mi ha ricordato "Il pranzo di Babette", e Matteo da Pescara mi ha detto che Ezio Pinza è citato addirittura nei "Blues brothers"! Onde per cui, metti giù pure qualche altro ricordo, che se si va avanti così la sesta puntata è già quasi pronta.
en attendant,
Giuliano
Aggiungo solo una cosa: che a me piace moltissimo Gregory Peck come Achab, nel film di Huston. Però, insomma, ognuno ha la sua opinione, io sono qui per fornire dati ed elenchi, non per dire cosa mi piace e cosa non mi piace (ogni tanto mi succede, ma si sa che nessuno è perfetto).
le immagini vengono tutte da "Il flauto magico" di Mozart con la regia di Ingmar Bergman, anno 1974 (il glockenspiel!)
 (continua)