mercoledì 13 aprile 2011

Un eroe borghese ( IV )

Un eroe borghese (1995) Regia di Michele Placido. Tratto dal libro di Corrado Stajano su Giorgio Ambrosoli. Sceneggiatura di Graziano Diana e Angelo Pasquini. Fotografia di Luca Bigazzi. Musiche: Pino Donaggio. Interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Giorgio Ambrosoli), Michele Placido (maresciallo Silvio Novembre), Omero Antonutti (Sindona), Philippine Leroy-Beaulieu (Anna Lori, moglie di Ambrosoli), Laura Betti (dottoressa Trebbi), Giuliano Montaldo (il governatore Banca d’Italia, Paolo Baffi), Ricky Tognazzi (Sarcinelli), Laure Killing (moglie di Novembre), Daan Hugaert (il killer mafioso Aricò). Durata: 90 minuti

“Un eroe borghese” fu una bella sorpresa, quando uscì nei cinema. La prima sorpresa positiva fu la regia di Michele Placido: un film chiaro, comprensibile, di narrazione perfetta, senza eccessi; qualcosa tra Sydney Lumet (La parola ai giurati) e Francesco Rosi (Le mani sulla città) ma molto personale. La seconda sorpresa positiva fu Fabrizio Bentivoglio: si sapeva già che era bravo, ma questa è una prova d’attore formidabile. Una terza sorpresa fu ancora Michele Placido, stavolta come interprete del maresciallo Silvio Novembre: una recitazione contenuta, da grande attore. Un film come questo, in America avrebbe preso una valanga di Oscar e sarebbe stato preso a modello.
Invece, andò così: si smise di parlare di Giorgio Ambrosoli e di Michele Sindona, la politica italiana prese tutt’altra direzione, gli elettori distratti premiarono (più volte, e a tutti i livelli) gli ipocriti e i corrotti, e anche “Un eroe borghese” finì presto per essere dimenticato.
Ogni tanto il film torna a galla, viene distrattamente replicato, magari a notte fonda: penso proprio che lo spettatore tv non gli dedichi più di due minuti, e del resto Giorgio Ambrosoli e il maresciallo Novembre sono ormai personaggi decisamente fuori moda, a loro gli elettori hanno decisamente preferito altri avvocati e altri finanzieri: come il generale Speciale, quello che si faceva portare le spigole in montagna con gli aerei militari, per averle fresche, che suscitò scandalo e che fu rimosso da Romano Prodi, ma che oggi siede in Parlamento proprio grazie a quell’incidente di percorso.
Sono molti i nomi importanti che percorrono “Un eroe borghese”, nel bene come nel male: Gaetano Stammati, Anna Bonomi, Mario Sarcinelli, Roberto Calvi, Filippo Micheli, il cardinale Marcinkus, Enrico Cuccia, Guido Carli, Paolo Baffi, il generale Miceli, tutti nomi dimenticati. Nelle cronache di oggi ricorrono ancora Licio Gelli, forse Andreotti, questi magari sì, magari c’è qualche ventenne che questi ultimi due nomi li conosce – ma Andreotti è fuori dal giro da almeno 15 anni, l’ultima volta che contò sul serio fu quando, da senatore a vita (nominato da Cossiga) diede il voto determinante per la nascita del primo governo Berlusconi, nel 1994. Licio Gelli invece è un anziano signore che gode di ottima salute, legge quello che si scrive su di lui e ride contento della nostra dabbenaggine.
“Un eroe borghese” è film che fa piangere, piangere di rabbia: perché oggi la situazione è diecimila volte peggiore, piange il cuore a dirlo ma il sacrificio di Ambrosoli è stato inutile. Gli elettori, dopo, hanno premiato il peggio del peggio, pur sapendo e pur essendo stati informati: da Stajano e da molti altri bravi giornalisti.
Qualche nota sparsa sul film: 1) interpretazione favolosa da parte di Bentivoglio, un grandissimo attore, l’unico erede vero dei Volonté e dei Mastroianni, e piange il cuore – anche qui – a pensare a come è stato ridotto il cinema italiano. 2) interpretazione favolosa, sempre sotto le righe, anche da parte di Michele Placido, che firma come regista uno degli ultimi veri capolavori del cinema italiano. 3) grande anche la prova di Omero Antonutti, attore splendido, che interpreta Sindona come meglio non si potrebbe. 4) Bentivoglio è un po’ più giovane di Ambrosoli; qui ha meno di quarant’anni, Ambrosoli andava per i cinquanta; guardando le foto si nota anche che ha molti capelli in più, ma proprio tanti. 5) Ambrosoli fondò a Milano il “Circolo della Critica” ed era monarchico, Sindona lo sapeva da subito ma dice che era comunista perché gli fa comodo dirlo. Fa impressione notare che le stesse parole di Berlusconi, comunisti, libertà, le usava già Sindona: penso proprio che non sia un caso. 6) nel film due scene meritano particolare attenzione: la morte di Giannino Zibecchi, e le cariche della polizia, viste dalle finestre della banca: sul tram, Novembre e Ambrosoli assistono a un arresto di giovani da parte della polizia. Qui si può far notare che Michele Placido prima di fare l’attore è stato un poliziotto, nel 1968 e proprio a Milano. 7) nel film si ascoltano molte registrazioni originali con la vera voce di Sindona (in apertura del film, a schermo spento), la vera voce di Ambrosoli, e la vera voce del killer mafioso al telefono con Ambrosoli. 8) il film esce nei cinema nel 1995, epoca del primo governo Berlusconi, e il libro di Stajano è uscito nei primi anni Novanta, quindi ancora un attimo prima della nascita di Forzitalia. 9) musiche poco originali ma funzionali, opera del cantante di musica leggera Pino Donaggio 10) non sono riuscito a inquadrare bene molti personaggi, per esempio l’avvocato Guzzi; e tra gli interpreti bisogna ancora ricordare Laura Betti, una delle più grandi attrici del cinema italiano, che qui interpreta la dottoressa Trebbi. 11) Un altro volto noto è il regista Giuliano Montaldo, che si vede all’inizio del film interpreta Paolo Baffi, all’epoca governatore di Bankitalia. 12) E, come notazione finale, le barchette di carta le faccio anch’io, non solo Sindona: è l’unico origami che mi riesce sempre...
da wikipedia:
Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 - Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu assassinato l'11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli indagò nell'ambito dell'incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.
Nel 1971 si addensarono sospetti sulle attività del banchiere siciliano Michele Sindona. La Banca d'Italia, attraverso il Banco di Roma, investigò sulle attività di Sindona nel tentativo di evitare il fallimento degli Istituti di credito da questi gestiti: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. Le scelte dell'allora governatore Guido Carli erano chiaramente motivate dalla volontà di non provocare il panico nei correntisti. Fu quindi accordato un prestito al Sindona, voluto anche in virtù della benevolenza dell'amministratore delegato Mario Barone. Quest'ultimo fu cooptato come terzo amministratore, modificando appositamente lo statuto della banca stessa, che ne prevedeva solo due: nel caso specifico, Ventriglia e Guidi. Fu accordato tale prestito con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, di occuparsi della vicenda. Le banche di Sindona vennero fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne vice presidente e amministratore delegato. Al contrario di tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire la carica e comprese immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, ricostruì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori, tanto che ne ordinò l'immediata sospensione. Ma a Roma i poteri forti [quali?] non gradirono una così massiccia operazione di pulizia, sebbene nei pochi mesi della gestione Fignon emersero innumerevoli aspetti che potevano indurre ad un salvataggio. Fignon fece un egregio lavoro, ma non bastò e nel settembre del 1974 consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato, tanto da essere citato anche nelle agende dell'avvocato Ambrosoli che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito. Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel 1974, a ordinare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli.
In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla controllante società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona. Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi.
Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:
" Anna carissima, è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...)
Giorgio "
Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.
Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI.
Nella sua indagine sulla banca di Sindona, Ambrosoli poté contare solo su Ugo La Malfa come referente politico, mentre il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece da guardia del corpo. Nonostante le minacce di morte, infatti, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato. In Bankitalia, poté contare sul sostegno di Paolo Baffi, il governatore, e di Mario Sarcinelli, capo dell'Ufficio Vigilanza, ma solo fino al marzo del 1979, quando entrambi furono incriminati per favoreggiamento e interesse privato in atti d'ufficio nel corso di un'inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito legata al caso Roberto Calvi-Banco Ambrosiano. Baffi si dimise il 16 agosto 1979, lasciando l'incarico di Governatore a Carlo Azeglio Ciampi, mentre per Sarcinelli fu eseguito il mandato di arresto in carcere. In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.
La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi di 357 Magnum. Ad ucciderlo fu William Joseph Aricò, un sicario fatto appositamente venire dagli Stati Uniti e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero. Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia. Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ha la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona. Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.
Giorgio Ambrosoli non ebbe grandi riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e il suo zelo professionale. Secondo Carlo Azeglio Ciampi, "Ambrosoli era il cittadino italiano al servizio dello Stato che fa con normalità e semplicità il suo compito e il suo dovere". Giulio Andreotti ha invece dichiarato: "è una persona che in termini romaneschi "se l'andava cercando"", per poi precisare di voler "fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto" .
Il primo omaggio alla figura di Ambrosoli fu il libro di Corrado Stajano, intitolato Un eroe borghese. Dal libro è stato tratto nel 1995 il film omonimo di Michele Placido. Nel 2009 il figlio di Ambrosoli, Umberto, pubblicò Qualunque cosa succeda, ricostruzione della vicenda del padre "sulla base di ricordi personali, familiari, di amici e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell'archivio RAI".

In rete ci sono pochissime notizie sul maresciallo Novembre, e tutte ormai datate; quindi per il momento non posso fare altro che esprimere tutta la mia ammirazione per lui e per quelli come lui.
La testimonianza del PM Colombo sul liquidatore della Banca di Sindona
La vedova Ambrosoli: « Della furbizia non gli importava»
« MIO MARITO, VINCITORE»
di elisabetta rosaspina, corriere della sera 26.2.1995
MILANO - Qualche «piccolo sì» per sopravvivere. O, addirittura, per vivere meglio. Chi avrebbe potuto rimproverare a Giorgio Ambrosoli una provvidenziale «distrazione», un impercettibile compromesso, un battito di ciglia rapido e umano come una svista? Tanto sarebbe bastato, probabilmente, al liquidatore della Banca Privata Italiana per evitare la vendetta puntuale del finanziere Michele Sindona e il piombo preciso dei suoi killer. Una piccola, trascurabile furbizia. C'è sempre un onorevole accomodamento tra «uomini di mondo», no? Lo hanno pensato in tanti; qualcuno, con parole diverse, lo ha chiesto perfino ai suoi figli: perché rifiutarsi di pagare un piccolo pedaggio per la tranquillità?
«Avrebbe potuto salvarsi con niente - è convinto Stajano, autore del libro "Un eroe borghese" che ha ispirato il film di Placido, in anteprima oggi a Milano - Sarebbe bastato qualche “sì" da far passare come atti amministrativi dovuti. E’ vero, c'è chi dice che Ambrosoli è uno che non ha saputo vivere. Era un uomo moderato. E a difenderlo, in questi anni, sono stati soprattutto quelli che non avevano le sue idee».
Anche la famiglia dell'avvocato, assassinato l’11 luglio 1979, sa che l'ineluttabile realtà è proprio questa: «Si sarebbe salvato, secondo un certo modo di pensare - concorda la moglie, Annalori -, ma non di fronte a se stesso».
Scriveva ieri sul Corriere il giudice del pool Mani pulite Gherardo Colombo: «Alcuni, senz'altro, non hanno capito, persino tra gli amici dei figli. Per questi, Ambrosoli non è stato furbo, tant'è vero che è morto, è morto perché non ha capito che bisogna essere furbi».
Ricorda la signora Ambrosoli: «Credo che il giudice si riferisca a una discussione che mio figlio Umberto ha avuto con amici. Gli dicevano: bastava che tuo padre si dimettesse, rinunciasse all'incarico, se ne andasse a vivere in Svizzera. La verità è che a Giorgio non importava niente di essere considerato poco furbo. Per lui era questione di essere determinati e coerenti nei propri principii. Era questione di essere professionista fino in fondo. Lo so, i piccoli compromessi sono accettati dalla mentalità corrente e l'abbiamo visto in Tangentopoli. Ma sono fuori dalle nostre convinzioni: chi agisce con onestà è sempre vincente. E, per me e per i miei figli, Giorgio è un vincitore, non un vinto».
Le ragioni della coerenza, però, hanno trionfato soltanto una dozzina d'anni dopo la sua morte, come testimoniava ieri, nel suo articolo, il giudice di Mani pulite: «Sarebbe stato impossibile, per noi, fare il nostro lavoro, se Ambrosoli si fosse adeguato» gli rende omaggio Gherardo Colombo.
Non vuole aggiungere altro, Annalori Ambrosoli: ha affidato alla quieta sicurezza di un breve scritto, che diffonderà oggi, le emozioni fortissime, sue e dei figli, per la commemorazione dell'«eroe borghese». Saranno anche loro, questa sera al cinema Manzoni, dove si proietta il film, con successivo dibattito e la partecipazione di Gherardo Colombo, Maurizio De Luca, Paolo Flores d'Arcais, Corrado Stajano, Giulio Turone, Marco Vitale e Silvio Novembre, il maresciallo di polizia (interpretato nel film dallo stesso Placido) che all'epoca collaborò con l'avvocato.

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