domenica 24 novembre 2019

Master Will Shakespeare


 
Master Will Shakespeare (1936) Regia di Jacques Tourneur. Scritto da Richard Goldstone. Musica di Herbert Stothart. Interpreti: Carey Wilson (voce narrante), Anthony Kemble-Cooper (William Shakespeare), Lionel Belmore, Charles Coleman, Francis Bushman, John George, Harry Wilson. Durata: 10 minuti

Master Will Shakespeare di Jacques Tourneur è un breve film di dieci minuti girato nel 1936. A metà tra documentario e fiction, con attori, è divertente e ben fatto; si ripercorre la vita di William Shakespeare, dalla partenza per Londra ai primi contatti con il teatro, al lavoro ai Blackfriars prima come stalliere e poi, un po' alla volta, sul palcoscenico. All'inizio c'è una voce fuori campo, ma ci sono anche parti recitate da attori. Il film è definito nei titoli di testa come "una miniatura" ed è allegato al dvd di "Romeo e Giulietta" di George Cukor; probabilmente fu proiettato nei cinema insieme al film, negli intervalli fra una proiezione e l'altra; è anche l'occasione per ricordare che nei cinema non c'erano interruzioni pubblicitarie, e che l'intervallo serviva solo per avere il tempo di cambiare la bobina di pellicola nella sala di proiezione.

 
Bella la ricostruzione degli spettacoli ai Blackfriars, con un piccolo palcoscenico e gli spettatori un po' dove capita; si vede Shakespeare che comincia a fare da regista (come diremmo oggi) duellando con un attore. Segue la chiamata della regina Elisabetta, e il ricevimento a corte.

 
Ci si sofferma sul personaggio di Falstaff e su Romeo e Giulietta; vediamo gli allestimenti di Romeo e Giulietta nel corso del tempo, prima con un uomo nella parte femminile (al tempo di Shakespeare era vietato recitare alle donne), poi nel '700 con Garrick, nell'800 con un attore molto anziano nella parte di Romeo, e infine il cinema con il film di Cukor del 1936. Vediamo anche i luoghi shakespeariani, la casa di Stratford, la scritta sulla lapide della sua tomba, il monumento a lui dedicato.

 
Jacques Tourneur, francese, è un regista di nome, molto conosciuto per "Il bacio della pantera" del 1943 e per altri film "noir" o polizieschi. Nato nel 1904, qui era ancora molto giovane e aveva diretto solo dei cortometraggi. William Shakespeare è interpretato da Anthony Kemble-Cooper, la voce del narratore è di Carey Wilson.




giovedì 21 novembre 2019

Disertori (A field in England)

 
A field in England (Disertori, 2013). Regia di Ben Wheatley. Soggetto di Amy Jump. Fotografia di Laurie Rose Musiche di Jim Williams, con arrangiamenti di Lady Bothwell's lament ("Baloo baloo"). Interpreti: Reece Shearsmith (Whitehead), Michael Smiley (O'Neil), Peter Ferdinando, Julian Barratt, Richard Glover, Ryan Pope, Sara Dee (voce nell'erba). Durata: 90 minuti
 
Il titolo italiano, "Disertori" può trarre in inganno; "A field in England", girato nel 2013 da Ben Wheatley (inglese, 1972) e scritto da Amy Jump, racconta una storia al tempo di Cromwell ed è un capolavoro inaspettato. Girato in un bianco e nero degno di Bela Tarr, presenta sì dei disertori in fuga dalla guerra, ma è la storia di Whitehead, alchimista, che va a cercare il mago O'Neil che ha rubato gli appunti del maestro, e che dal maestro è stato spedito a recuperarli. La vicenda si svolge, appunto, in un campo da qualche parte in Inghilterra, dove forse è sepolto un tesoro che O'Neil vuole trovare. Ma detto questo non si è detto nulla, il film è notevole per stile e per montaggio, per qualità di recitazione e per effetti speciali notevoli e ami scontati (Méliès docet...). Il punto in cui scavare non porterà al tesoro ma a un teschio; ci sarà una battaglia finale fra i cinque, O'Neil contro Whitehead. Il "codardo" Whitehead l'avrà vinta, ma forse è tutto un delirio provocato dai funghi bianchi, una visione dove i morti risorgono nel finale...

 
Un film difficile da descrivere, anche i fermo immagine che porto qui non aiutano molto perché il sonoro è fondamentale, e anche le musiche contano molto. Il vento nell'erba è degno di "Stalker" e di Tarkovskij; c'è anche il bianco e nero dell'Andrej Rublev, non solo Bela Tarr.
"A field in England" è tutto in esterni, in una giornata con poca luce e con il cielo pieno di nuvole; siamo immersi nella natura e vanno segnalati anche i primi piani di erbe, funghi, insetti e ragnatele, da maestro della macrofotografia.
 

Gli attori sono poco noti: Reece Shearsmith è Whitehead, O'Neil è interpretato da Michael Smiley. Peter Ferdinando (sic) è il soldataccio malato, Julian Barratt è Trower, Richard Glover è Friend, Ryan Pope è Cutler, la voce nell'erba è Sara Dee (cognome ben appropriato per una storia di maghi). Il regista Ben Wheatley ha al suo attivo molti titoli, quasi tutti per la tv. Le musiche originali sono di Jim Williams, ma c'è spazio per altro, soprattutto per "Baloo Baloo" cioè Lady Bothwell's lament, una canzone cinquecentesca. La durata su wiki è 90 minuti, in tv ho visto 1h23' ma i titoli di coda tagliati su Rai Movie gridano vendetta.

Da segnalare anche i dialoghi, come questi:
Al minuto 15, Whitehead:
- ... il mio maestro dice che mentre viviamo temendo l'inferno, ci siamo dentro.
Al minuto 45, O'Neill fa bere a Whitehead qualcosa che gli fa vomitare pietre con simboli incisi:
W: - Non ho alcun ricordo di aver mai ingerito niente di simile...
O: - Un uomo può avere dentro di sè tante cose di cui non è consapevole. Non conosco questi simboli, però.
W: - Neanche io. Mi sento improvvisamente svuotato...
O: - Forse dovresti tenere la bocca chiusa, a meno che tu non voglia che introduca dell'altro mentre perdo l'attenzione.
W: - Perché?
O: - A quanto pare, non sei nulla di più che un involucro. (pensa) Devo consultare i miei documenti.
W: - (che hai rubato...) Del maestro!
O: - Ovviamente sarai punito per questo.
W:- (supplicando) Ho trovato il vostro tesoro, signore! Liberatemi! Per favore, vi prego...
O: - Non essere ridicolo, Whitehead. Tutto quello che mi hai dato è il punto dove scavare, niente di più.


Questo è il testo di "Baloo baloo":
Baloo, my boy, lie still and sleep
It grieves me sore to hear thee weep
If thou'lt be silent I'll be glad
Thy moaning makes my heart full sad.
Baloo, my boy, thy mother's joy
Thy father bred me great annoy
Baloo, baloo, baloo, baloo
Baloo, baloo, lu-li-li-lu.
O'er thee I keep my lonely watch
Intent thy lightest breath to catch
O, when thou wak'st to see thee smile
And thus my sorrow to beguile.
Baloo, my boy, thy mother's joy
Thy father bred me great annoy
Baloo, my boy, lie still and sleep
It grieves me sore to hear thee weep.
Twelve weary months have crept away
Since he, upon thy natal day
Left thee and me, to seek afar
A bloody fate in doubtful war.
Baloo, my boy, lie still and sleep
It grieves me sore to hear thee weep
If thou'lt be silent, I'll be glad
Thy moaning makes my heart full sad.
I dreamed a dream but yesternight
Thy father slain in foreign fight
He, wounded, stood beside my bed
His blood ran down upon thy head
He spoke no word, but looked on me
Bent low, and gave a kiss to thee!
Baloo, baloo, my darling boy
Thou'rt now alone thy mother's joy.

 

Da wikipedia in inglese:
The Lady Bothwell of the tune is Lady Anne Bothwell, the daughter of the Bishop of Orkney and her cousin, Colonel Alexander Erskine, son of the Earl of Mar, who was killed in 1640.
According George Graham's Songs of Scotland, Bishop Percy writes that a fragment of this ballad in his manuscripts was written at least as early as 1558, in the beginning of Queen Elizabeth's reign. As the Earl of Mar was killed later than that, Graham speculates that Percy mixed up his dates. The ballad was also published in Watson's Collection, printed in Edinburgh in 1711 and the ballad with music was in Orpheus Caledonius (1725). However, Hyperion Records has this tune on its English Orpheus series. According to its website the tune was written in 1791 by Joseph Corfe (1741-1820).
The tune is also known as Baloo, My Boy.
 
 
 


martedì 19 novembre 2019

Taking off (Milos Forman)


Taking Off (1971). Regia di Miloš Forman. Sceneggiatura di Jean-Claude Carrière, Miloš Forman, John Guare e Jon Klein. Fotografia di Miroslav Ondrícek. Film Editing by John Carter
Interpreti: Linnea Heacock (Jeannie Tyne), Lynn Carlin e Buck Henry (genitori di Jeannie), Georgia Engel e Tony Harvey (amici dei genitori di Jeannie), Paul Benedict e Gail Busman (coniugi Lockston), Audra Lindley (figlia della signora Lockston), Corinna Cristobal (Corinna Divito, amica di Jeannie), Rae Allen (madre di Corinna), Vincent Schiavelli (insegnante di marijuana), David Gittler (Jamie), Philip Bruns (policeman), Allen Garfield e Barry Del Rae (i due uomini al night club), Robert Dryden (Dr. Bronson), Jack Hausman (Dr. Bob Besch), Frank Berle (Committee Man), Madeline Geffen (Committee Woman), Anna Gyory (Ellen Lubar), Carrie Kotkin (Laurie), Herman Meckler (SPFC President), Ultra Violet (SPFC Member), Ike & Tina Turner.
Ragazze all’audizione: Carly Simon, Kathy Bates, Sari Freeman, Jamie Freeman, Nina Hart, Michelle Scheideler, Debbie Robbins, Nancy Bell, Nancy Ferland, Jane Bedrick, Susan Chafitz, Meryl Schneiderman, Janie Rosenberg, Kay Beckett, Mary Mitchell, Catherine Heriza, Shellen Lubin, Jinx Rubin, Caren Klugman, Jessica Harper
Durata: 93 minuti

“Taking off” di Milos Forman contiene molta musica, e di ottima qualità; è stato molto copiato negli anni successivi, ancora oggi ci sono programmi tv che continuano a copiare Taking off, magari senza nemmeno che gli autori lo sappiano, e questo per pura ignoranza.
“Taking off” è anche completamente scomparso dalla programmazione delle tv, e anche questo è un piccolo tributo all’ignoranza dilagante (non solo in termini di cinema) anche fra i dirigenti televisivi. Va però detto che, al di là della parte musicale, il film è piuttosto invecchiato, soprattutto nella recitazione; rimane comunque un documento di come era il mondo quarant’anni fa, un mondo in cui la differenza fra genitori e figli era ancora molto grande e molto ben visibile.
 

La storia è questa: una ragazza di quindici anni, Jeannie, si allontana da casa senza dire nulla ai genitori; non è ancora una vera e propria fuga, vuole soltanto partecipare a un’audizione teatrale. La vediamo infatti recarsi in palcoscenico e sottoporsi al provino, in mezzo a molte altre ragazze della sua età o più grandi di lei. Quando scoprono la sua mancanza, i genitori sono preoccupatissimi; ma durante la mancanza di casa della figlia emergono anche tutti i loro difetti personali. Quando Jeannie torna a casa, la sera stessa, troverà suo padre ubriaco; tornerà a casa altre volte ma la goffaggine e la mancanza di attenzione dei suoi, sia pure circondata da molto affetto, la spingerà ad allontanarsi ancora. Nel finale tutto si accomoda, niente tragedie; questo è un film leggero, di satira molto corrosiva ma anche molto attento e molto vicino alla realtà. Alla fine, tutto si accomoda: Jeannie torna a casa e ha trovato un fidanzato, un musicista capellone e barbuto che si rivela inaspettatamente molto ricco: scrive canzoni di protesta ma vendono molto, i diritti d’autore lo hanno reso ricchissimo e lui dice di accettare questa contraddizione. Forman e Carrière (coautore del soggetto) non risparmiano dunque nessuno, Taking off è un film solo apparentemente leggero.
 

Durante la prima fuga di Jeannie vediamo i mariti che vanno fuori a cercare Jeannie ma poi si ubriacano al bar; le mogli rimangono a casa e parlano di sesso, la moglie dell’amico si esibisce in una ridicola canzone da cheerleader. Se tra i ragazzi circolano LSD e marijuana, tra i genitori circola molto alcool, anche per le donne; l’alcool e il fumo di tabacco erano visti come una cosa normale, non pericolosa e soprattutto non trasgressiva. Sarà proprio l’alcool a causare la pessima figura dei genitori, nel pre finale. Forman e Carrière mettono in scena anche una “lezione di marijuana” ai genitori, tenuta nella sede della SPFC, una società che raccoglie i parenti dei ragazzi fuggiti di casa (è il significato del titolo del film, Taking off). Una sequenza grottesca che però non ho mai trovato molto riuscita, ed è anche molto lunga.
 

Il film inizia con il primo piano di due ragazze molto giovani, poco più che bambine, che cantano all’unisono una canzone: è l’inizio dell’audizione in teatro. Qui cominciano i titoli di testa, e vediamo subito Nina Hart che canta “I believe in Love”. Dopo i titoli di testa, troviamo il padre di Jeannie (ma non sappiamo ancora chi è) intento a una seduta di ipnosi che dovrebbe portarlo a smettere di fumare (una scena curiosamente simile c’è anche all’inizio di “Lo specchio” di Tarkovskij, ma in tutt’altro contesto). La sequenza dell’ipnotista e del tentativo di smettere di fumare è alternata a quella dell’audizione, con le ragazze che si presentano a una a una al loro esaminatore. Solo dopo un po’ vediamo avanzare la protagonista, timidissima.
 
(Kathy Bates)

Il montaggio di queste scene iniziali è molto bello, vale la pena di riportare il nome del tecnico che lo ha effettuato, John Carter, davvero un gran lavoro. In particolare è un vero capolavoro la serie su “Let’s get a little sentimental”, poi copiatissima nei quarant’anni successivi; va detto che nel 1971 queste sequenze richiedevano un lavoro da certosino in sala di montaggio, come al tempo di Vertov e di Eisenstein, forbici e moviola badando bene che tutto vada a combaciare alla perfezione, sonoro e immagini.
(Carly Simon)
 
Alcune delle ragazze all’audizione sono diventate famose o lo erano già: in particolare Carly Simon e Kathy Bates. Carly Simon avrà molto successo, sia da sola che in coppia con James Taylor; Kathy Bates, che qui canta benissimo una canzone molto bella scritta da lei, diventerà un’attrice caratterista molto attiva ancora oggi. Nel film si vede anche Tina Turner, che si esibisce nel locale notturno dove si fermano i genitori di Jeannie; e rimane in memoria anche Mary Mitchell, che al minuto 20 suona una specie di liuto o chitarrone intonando una canzone gentile che però ha un testo irripetibile, davvero terribile. Gli esaminatori la ascoltano a occhi sbarrati, tutto si aspettavano ma non quello, non con quel testo (notevoli soprattutto i vocalizzi sulla parola “fuck”).
Da un film corrosivo come questo sono nati purtroppo decine di programmi tv tutti molto accomodanti; il personaggio dell’uomo che conduce l’audizione e dice “basta grazie” da noi è diventato il punto di arrivo per cantanti di scarso livello e ripetutamente falliti ma con appoggi importanti in tv.

Un tentativo di riepilogo delle musiche presenti nel film:
All’inizio, la bionda Nina Hart canta “Love” (scritta da Nina Hart)
Al minuto 8 una bruna non identificata, poi brevemente Carly Simon
Dal minuto 9 il medley su “"Let's Get a Little Sentimental" (di Mike Leander ed Eddie Seago)
Al minuto 13-16 Kathy Bates con "And Even the Horses Had Wings", scritta da lei stessa , che si presentava come Bobo Bates.
Al minuto 17 Carly Simon con "Long Term Physical Effects" , scritta da Carly Simon con Tim Saunders
Al minuto 19 Mary Mitchell, liuto o chitarrone, con la terribile "Ode to a Screw" (Composed by Tom Eyen and Peter Cornell)
Al minuto 39 Catherine Heriza canta "Lessons in Love" (Composed by Catherine Heriza)
Al minuto 44 c’è anche una violoncellista nuda, ma è difficile capire cosa stia suonando.
Al min.45 un’altra cantante che non ho saputo riconoscere
Sui titoli di coda, forse Shellen Lubin "Feeling Sort of Nice" (Composed by Shellen Lubin)


Prima ancora, al minuto 49, vediamo e ascoltiamo Tina Turner al locale notturno dove si fermano i genitori di Jeannie: "Goodbye, So Long" (Composed by Ike Turner Performed by Ike & Tina Turner). (Ike non si vede o quasi, c’è spazio solo per Tina e le sue coriste).
Della colonna sonora fa parte anche "Air", The Incredible String Band, Composed by Mike Heron, ma non ho trovato il punto preciso in cui la si ascolta.
Un estratto strumentale dallo "Stabat Mater" di Antonin Dvorák (dall’edizione Deutsche Grammophon-Polydor Records non specificata) accompagna la scena, al minuto 32, in cui Jeannie è tornata a casa ma ha trovato suo padre ubriaco e se ne è andata un’altra volta di casa.
"Stranger in Paradise" (Robert Wright- George Forrest) è cantata da da Buck Henry nel finale, con la moglie al pianoforte; in precedenza, sul tavolo dello strip poker, lo stesso Buck Henry aveva storpiato il brindisi dalla Traviata di Giuseppe Verdi.
“Camptown races” di Stephen Foster è la canzone “da cheerleader” (duu-da, duu-da) danzata e cantata due volte nel film, la prima da Georgia Engel e la seconda da Lynn Carlyn.


Su wikipedia.it ho trovato anche il disco che fu tratto dalla colonna sonora:
"Love" (Nina Hart) – 2:17
"Fields Of Green And Gold" – 1:40
"Let's Get A Little Sentimental/Sosaloosa" (Mike Leander/Eddie Seago) – 2:22
"And Even The Horses Had Wings" (Kathy "Bobo" Bates) – 3:39
"Long Term Physical Effects" (Carly Simon/ Tim Sauders) – 1:54
"Ode To A Screw" (Tom Eyen / Peter Cornell) – 1:35
"Stabat Mater Opus 58" di Dvorak – 2:54
"Lessons In Love" (Catherine Heriza) – 2:35
"Nocturne" – 2:38
"Goodbye, So Long" (Tina Turner/Ike Turner) – 3:07
"Air" (Performed by The Incredible String Band, Composed by Mike Heron) – 3:10
"He's Got The Whole World In His Hands" – 1:50
"Stranger In Paradise" – :49
"Feeling Sort Of Nice" (Shellen Lubin) – 1:59





 

domenica 17 novembre 2019

Os canibais


Os canibais (I cannibali, 1988). Regia di Manoel de Oliveira. Tratto da un racconto di Alvaro de Carvalhal (1844-1868); adattamento e sceneggiatura di Manoel de Oliveira. Musica e libretto di Joao Paes. Fotografia di Mario Barroso. Scene di Luis Monteiro. Costumi di Jasmin de Matos.
Interpreti: Luis Miguel Cintra (con voce di Vaz de Carvalho), Diogo Doria (voce di Carlos Guilherme), Leonor Silveira (voce di Filomena Amaro), Oliveira Lopes (il presentatore), Pedro Teixeira da Silva (Paganini), Joel Costa (Urbano Solar, voce di Joel Costa), Rogerio Samora (Peralta, voce di Antonio Silva), Rogerio Vieira (il magistrato, voce di Carlos Fonseca), Antonio Loja Neves (il barone, voce di Luis Madureira), Gloria de Matos, Candido Ferreira, Jose Manuel Mendes, Teresa Corte Real, coro femminile dell'Orchestra Gulbenkian di Lisbona. Durata: 98 minuti.

E’ un’opera lirica vera e propria “Os canibais” (I cannibali) di Manoel de Oliveira, girato nel 1988. La musica è di João Paes, amico personale del regista portoghese, e rovistando su wikipedia ho scoperto che il film nasce da una scommessa fra i due amici, con Paes che dice “non saresti capace di fare un film partendo da un’opera nuova” e Oliveira che accetta la sfida, riservandosi comunque di scegliere l’argomento.
E qui, dopo aver visto il film dall’inizio, posso dire che cominciano le mie perplessità: amo molto il cinema di Manoel de Oliveira, ma “Os canibais”, pur essendo un film molto ben girato e molto ben recitato, è forse il suo film che mi ha lasciato più perplesso. I motivi sono principalmente due, e si tratta proprio della musica e del soggetto dell’opera.
La musica di Paes per “Os canibais” (è un musicista che non conoscevo), è fatta quasi completamente da recitativi sullo stile di molte opere del Novecento, da Malipiero fino a Britten passando per Mascagni; ma non mi è rimasto in mente nulla, e devo anzi dire che, pur essendo abituato ai film sottotitolati, ho fatto molta fatica a seguire tutto fino in fondo.


Il secondo problema è nel soggetto, che è tratto da un racconto ottocentesco di Alvaro de Carvalhal (1844-1868, morto giovanissimo per un aneurisma), non propriamente dei più felici. Siamo tra l’horror e il grottesco: in una città portoghese non identificata arriva un uomo molto ricco e molto affascinante, che fa innamorare ogni donna che lo incontra, ma che si dimostra molto schivo e riservato. Nasconde infatti un segreto, che rivelerà la prima notte di nozze con la ragazza che nonostante tutto ha voluto sposarlo, e che io mi permetto di scrivere qui perché immagino che saranno in pochi a leggere Carvalhal o a voler seguire fino in fondo “Os canibais”: quest’uomo è un automa, le uniche parti umane sono il cuore e il cervello. Il cannibalismo a cui fa riferimento il titolo nasce da un tragico equivoco (ovviamente la storia finisce in tragedia), ma anche volendo provare a dare al tutto un significato vagamente marxista (i parenti della sposa diventano definitivamente dei cannibali quando si rendono conto che dalla tragedia si possono ottenere molti soldi), è difficile appassionarsi alla vicenda. Insomma, l’idea era buona ma si poteva scegliere meglio; il film resta comunque da vedere, molte sequenze sono notevoli. Fra le idee buone c’è sicuramente la coppia formata dal narratore (tenore) e da un violinista giovane che appare alle sue spalle, e che rappresenta Paganini eseguendo alcune delle sue musiche più famose; i protagonisti sono interpretati da attori doppiati da cantanti, ed è un doppiaggio molto ben fatto, sembra davvero che ci siano dei cantanti davanti alla cinepresa. Per chi conosce il cinema di Oliveira è invece un’impressione strana, perché gli attori sono molto noti: Luis Miguel Cintra, Leonor Silveira e Diogo Doria appaiono in quasi tutti i film del maestro portoghese. Un po’ come se da noi qualcuno avesse girato un film d’opera con Nino Manfredi e Claudia Cardinale doppiati da cantanti d’opera veri, insomma. I nomi dei cantanti veri sono riportati nei titoli di coda, sono tutti molto bravi ma poco conosciuti.
 

Questo film mi ha spinto a guardare finalmente la filmografia di Oliveira: che è quella di un regista "normale" fino al 1986, l'anno di Mon cas; Os canibais è del 1988, No è del 1991, poi seguono tutti gli altri. E' precedente Le soulier de satin, 1985; nasce quindi in questi anni, 1985-86, la svolta nel lavoro di Manoel de Oliveira. E' da notare che fino al 1985 circa Oliveira prende molte pause, anche di anni; dalla fine degli anni 80 in poi girerà un film all'anno.

 
 
 

venerdì 15 novembre 2019

La proprietà non è più un furto


La proprietà non è più un furto (1973) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri e Ugo Pirro. Fotografia di Luigi Kuveiller. Musiche di Ennio Morricone. Interpreti: Ugo Tognazzi, Flavio Bucci, Daria Nicolodi, Salvo Randone, Mario Scaccia, Orazio Orlando, Elena Fabrizi, Ada Pometti, Cecilia Polizzi, Julien Guiomar, Jacques Herlin, Ettore Garofolo, e altri. Durata: due ore

"La proprietà non è più un furto" è un film del 1973, che arriva dopo "La classe operaia va in paradiso" e precede "Todo modo". E' uno dei film più duri e difficili che ho incontrato, del tutto scomparso dalla programmazione tv, una vera e propria censura non tanto politica e nemmeno per il sesso (figuriamoci, con tutto quello che passa in tv a ogni ora...) ma dovuta proprio alla difficoltà e alla durezza della narrazione. Il film all'uscita fu vietato ai minori di 18 anni, non so se il divieto persista ancora ma in ogni caso sarebbe ora di lasciar perdere quel divieto, visto e considerato che i condannati per truffa ai danni dello Stato, qui da noi, vanno ogni sera al telegiornale a spiegare cosa fare per raddrizzare l'Italia. E' un effetto che Elio Petri e Ugo Pirro (autori del soggetto e della sceneggiatura) non potevano prevedere, sta di fatto che gli italiani votano da decenni, e con sempre maggior seguito, per partiti fondati da condannati in via definitiva al carcere per corruzione, per mafia, per evasione fiscale, o magari per essersi intascati i soldi dei loro stessi elettori. Davanti a questi fenomeni, il Tognazzi protagonista di questo film sembra una mammoletta.


Il soggetto è questo: un impiegato di banca (Flavio Bucci), stufo di contare i soldi degli altri e per di più allergico al denaro, decide di passare all'azione. La sua vittima sarà dapprima un ricco macellaio (Ugo Tognazzi), poi andrà a cercare un ladro vero e proprio, un artista del furto (Mario Scaccia), ma la storia finirà male. Finirà male per il povero impiegato, s'intende, e per il suo maestro: i ladri veri se la passano benissimo e il film si concluderà con un monologo paradossale sulla necessità sociale dell'esistenza dei ladri, recitato da Gigi Proietti. Come faremmo senza i ladri, cosa sarebbe della nostra società senza chi ruba?


"La proprietà non è più un furto" fu accolto malissimo, sia dalla critica che dal pubblico, e anche dagli intellettuali. Penso che lo abbiano capito in pochi, e che tra quei pochi che l'hanno capito molti se la siano presa a male. Gli operai e la FIOM (il sindacato dei metalmeccanici), a cui fu presentato in anteprima, contestarono duramente Petri; che d'altra parte scriverà cose come questa, presa da un bel documentario a lui dedicato:
«Nell'ultimo periodo della mia vita io ho fatto film sgradevoli. Sì, film sgradevoli in una società che ormai chiede gradevolezza a tutto, persino all'impegno. I miei film, al contrario, oltrepassano addirittura il segno della sgradevolezza. A cosa è imputabile tutto questo? Perché faccio film così? Evidentemente, è per una netta sensazione di essere arrivato al punto in cui mi pare che tutte le premesse che c'erano quando io ero ragazzo si siano proprio vanificate. La società ha preso tutto un altro indirizzo, e in me questo non poteva non lasciare una traccia profonda.»
(da "Appunti su un autore", 2005, documentario su Elio Petri a cura di F. Bacci, N. Guarneri e S. Leone)
Sgradevole, come l'omino di Altan viene da dire; e forse è stata una fortuna per Petri che gli sia stato risparmiato quello che è arrivato dopo. Per mia fortuna avevo messo da parte questo ottimo documentario su Elio Petri (realizzato da F. Bacci, N. Guarneri e S. Leone nel 2005) e sono riuscito a prendere qualche punto di riferimento.

Direi che su tutto domina l'ambiguità, a partire dai titoli di testa (un dipinto di Renzo Vespignani con i volti degli attori) dove al centro c'è il volto di Mario Scaccia, diviso a metà dal trucco. In questo film, infatti, non è Salvo Randone (che pure è presente) il personaggio chiave, ma è proprio Scaccia; e bisogna fare attenzione proprio alle scene in cui compare Scaccia. L'ambiguità intesa nel senso che nessuno dei protagonisti è positivo, il poliziotto è ambiguo, il protagonista (come gli rimproverà il padre) non è né carne né pesce, né ladro né onesto; la donna si presta volentieri a essere considerata una cosa e lo dice apertamente. Quanto al ricco macellaio, in teoria è il più sporco di tutti, ma quando ha in mano un'arma decide di non usarla e ha perfino dei momenti di comprensione umana verso il prossimo.

Dal documentario citato ho preso queste osservazioni su "La proprietà non è più un furto", dettagli raccontati dai collaboratori di Petri e dagli stessi attori:
1) "l'attore è come un ladro", e qui Flavio Bucci ruba a Tognazzi (macellaio) proprio i simboli del suo mestiere e del suo successo: il coltello, la casa, l'automobile, la donna... Gli attori "rubano" alle persone che incontrano, e alla vita (la loro, e quella degli altri).
2) "l'avere distrugge l'essere": nel film c'è una citazione esplicita sull'avere e sull'essere, Erich Fromm era molto citato in quegli anni, se ne parlava molto, e questo è un altro tema fondamentale per il film.
3) Tognazzi è un macellaio, come in Brecht ma anche come in Slawomir Mrozek (Il mattatoio) e anche questo è un simbolo molto evidente. Un macellaio molto ricco, facoltoso, e anche disonesto. Il romanesco volutamente artefatto di Tognazzi (che avrebbe sicuramente potuto farlo molto meglio) è un altro elemento da non sottovalutare, un prendere le distanze, il sottolineare che questo personaggio, pur reale, è un simbolo o una maschera; c'è qualcosa che va oltre il personaggio in sè. Il capitalismo, ambiguità, arroganza... Quando gli danno in mano un fucile per sparare al ladro, Tognazzi non spara: non ne ha nessuna intenzione, non è il suo ambito.
4) Vedere Tognazzi in questo film fa pensare a "La tragedia di un uomo ridicolo" di Bertolucci; direi che i due film sono speculari, forse è addirittura lo stesso film. Con Bertolucci Tognazzi interpreta un allevatore di maiali, si vedono le scene del macello, la preparazione delle salsicce, tutte cose che in Petri vengono solo dette e rimangono lontane anche se ben presenti. "L'uomo è un animale carnivoro" è la frase incisa sulle pareti della macelleria, vicina alla cassa. Nel film di Bertolucci c'è il sequestro del figlio, in Petri il furto delle cose materiali.
5) il personaggio di Bucci, all'inizio, è un bancario che è allergico al denaro; da qui parte la sua ribellione, o meglio la sua ricerca di un autentico se stesso che però non troverà. A un certo punto, dopo aver rubato molto, suo padre (Salvo Randone) gli dirà: "non sei un ladro ma non sei nemmeno onesto; e allora, cosa sei?". Nel documentario, a proposito di questo dettaglio, si dice: "il denaro brucia". (da "Appunti su un autore", 2005, documentario su Elio Petri a cura di F. Bacci, N. Guarneri e S. Leone)
 

Gli attori: Ugo Tognazzi è il ricco macellaio che ruba sul peso della carne, ma fa anche speculazioni immobiliari, fa lavoro nero, evasione fiscale; truffa l'assicurazione, corrompe i funzionari di banca, e altro ancora. Daria Nicolodi è "la sua concubina" per usare la definizione data dal poliziotto; nel suo monologo (ogni personaggio ha un suo monologo, guardando in camera direttamente verso noi spettatori) dice che lei è come se fosse una cosa, che è stata comperata come i pelati al negozio, e ride verso noi spettatori, l'essere considerata una cosa non le dispiace.
Flavio Bucci (un grande attore di cui ci si dimentica troppo spesso) è il protagonista, Salvo Randone è suo padre, anche lui bancario ma in pensione. Qui Randone è un po' defilato rispetto agli altri film di Elio Petri, ma le sue battute sono importanti e Petri gli affida la chiusura del film. Orazio Orlando è l'ispettore di polizia, parte importante e che va ricollegata in parte a "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"; ma è Tognazzi quello che somiglia Volontè ispettore di polizia per Petri, le basette e la pettinatura identici a quelli di Volonté in "Indagine", anche molte sue espressioni nei primi piani. E infine Mario Scaccia, che nel film è attore di teatro ma anche abilissimo scassinatore, ladro sopraffino; lo vediamo in teatro nel numero del cabarettista metà uomo e metà donna, un'ambiguità che non è solo sessuale, tutt'altro: qui il sesso è solo un depistaggio dell'autore. Nel dipinto all'inizio del film il volto di Scaccia è proprio come in questo numero comico, diviso verticalmente a metà (come in Calvino, "Il visconte dimezzato" ?). Mario Scaccia è un altro grande attore di teatro, utilizzato poco e male dal cinema italiano: qui si ha un'idea di cosa avrebbe potuto fare, magari anche solo con uno sguardo. Nel film c'è anche Gigi Proietti: appare nel finale, e a lui spetta il discorso in lode dei ladri, modellato sul Bruto di Shakespeare. Un altro monologo notevolissimo, tenuto per il funerale di Albertone (il personaggio di Mario Scaccia). In piccoli ruoli si vedono anche Elena Fabrizi, sorella di Aldo (all'inizio, cliente di Tognazzi al negozio) ed Ettore Garofolo, che fu protagonista di "Mamma Roma" con Pasolini (è uno degli "allievi" di Mario Scaccia).
Il film è molto bello nelle immagini, magnifici i colori (ricorda molto "Partner" di Bertolucci, o i film di Ferreri di quegli anni, come "Dillinger è morto"). Il direttore della fotografia è Luigi Kuveiller; notevole anche la musica di Ennio Morricone.


Altre note prese durante la visione: 1) Tognazzi ha in casa un quadro di Campigli 2) oggi ci sono le macchine che contano le banconote, il lavoro di Flavio Bucci non esiste più. 3) si può notare la brillantina sui capelli del poliziotto Orazio: oggi c'è chi usa il gel, che unge di meno e ha la stessa funzione, ma all'uscita del film era roba da vecchi, completamente fuori moda 4) molti marmi nella macelleria, come era normale, ma molti marmi anche in casa del macellaio, marmi ovunque che danno un aspetto piuttosto cimiteriale. 5) non ho trovato l'elenco dei posti dove è stato girato il film, ed è un peccato. 6) nella scena in cui Scaccia va a rubare le pellicce, si vede per un istante il bigliettino del metronotte. I metronotte oggi sono stati sostituiti dalle guardie giurate, ma erano una presenza molto comune; passavano una volta o due davanti ai bar e ai negozi, davano un'occhiata che tutto fosse in ordine e lasciavano il bigliettino a testimonianza del loro passaggio, così il cliente sapeva che il controllo era stato effettuato. Nel film, il metronotte strizza l'occhio al ladro. (Un metronotte è descritto con simpatia da Carlo Emilio Gadda in "La cognizione del dolore", all'inizio) 7) la cravatta dei bancari: "posso tenere i guanti?" chiede Flavio Bucci al suo capo, che gli risponde; "sì, basta che non tolga la cravatta". Giacca e cravatta, e camicia bianca, erano d'obbligo in banca e anche in molte altre ditte. 8) ci sono riferimenti alla morte di Pinelli e alla strage di Piazza Fontana a Milano, del 1969, nella scena in cui muore Albertone, in questura. Le preoccupazioni dell'ispettore di polizia sono riferibili a ciò che successe a Milano con Pinelli. 9) infine, "la proprietà è una malattia, non un furto": lo dice Flavio Bucci, verso il finale, con riferimento alla sua allergia - ma non solo.


 
 
 

mercoledì 13 novembre 2019

Il seme dell'uomo

 
Il seme dell'uomo (1969) Regia Marco Ferreri. Soggetto Marco Ferreri. Sceneggiatura Marco Ferreri e Sergio Bazzini. Fotografia Mario Vulpiani. Musiche e canzoni di Teo Usuelli; coro atto terzo dal Nabucco di Giuseppe Verdi. Interpreti: Anne Wiazemsky (Dora), Marco/Marzio Margine (Cino), Annie Girardot (la straniera), Rada Rassimov (donna bionda a seguito del Maggiore), Maria Teresa Piaggio (donna riccia a seguito del Maggiore), Milvia Frosini (il prete-Maggiore), Angela Pagano (la suora-militare), Adriano Aprà (il giornalista televisivo), Mario Vulpiani (elicotterista), Vittorio Armentano (il tecnico scienziato bruno), Luciano Odorisio (il tecnico scienziato biondo), Sergio Giussani (l'elicotterista con la bottiglia di whisky), Mario Bagnato (il militare spagnolo), Marco Ferreri (il padrone di casa, morto). Durata 113 min
 
"Il seme dell'uomo" è uno dei film più difficili di Ferreri, che spiega bene anche il pessimismo di "Dillinger è morto", uscito l'anno prima e citato indirettamente con l'apparizione per pochi istanti della colt verniciata da Michel Piccoli. La presunzione e l'ignoranza dell'uomo portano a una catastrofe, e due dei sopravvissuti (Marzio Margine e Anne Wyazemsky), una coppia, non potendo più continuare il loro viaggio, e costretti a fermarsi nel luogo dove sono rimasti bloccati, iniziano a costruire un museo degli oggetti del passato; è soprattutto lui che ci tiene, ed è lui che vorrebbe anche avere dei figli, cioè vorrebbe la prosecuzione della razza umana. La donna, invece, è disponibile al sesso ma si rifiuta di procreare.Quando alla fine l'uomo riesce a fecondarla, dopo averla narcotizzata (lui ha nozioni di erboristeria), ecco che un'esplosione, forse una mina residua, li uccide entrambi. Il seme dell'uomo, quindi, va perduto; la presunzione umana, ancora una volta, è soggetta ai capricci (o al disegno) della Natura. Quasi un'operetta morale di Leopardi, però con molto divertimento e con bei colori, dovuti all'arredamento e soprattutto alla bellissima fotografia di Mario Vulpiani, che qui compare brevemente anche come attore, pochi secondi. E' ottima anche la scelta delle musiche e delle canzoni, magari non belle ma sempre molto appropriate; si ascolta anche il coro atto terzo dal Nabucco di Giuseppe Verdi.
 
Marzio Margine è un attore di teatro, poco presente al cinema; ascoltato in teatro ha una voce gradevole ma molto acuta e qui sembrerebbe doppiato, ma non ho trovato informazioni in proposito (manca anche il nome degli altri doppiatori). Una cosa curiosa è che sui titoli di testa c'è scritto Marco, e non Marzio; non saprei dire perché. Il suo personaggio si fa crescere la barba in modo da somigliare a Marco Ferreri, e finisce con il sembrare quasi identico a lui. Lo stesso Ferreri appare brevemente, alla Hitchcock: è il padrone della villa-museo, anche lui morto per l'epidemia. I due giovani lo seppelliranno e andranno a vivere nella sua casa, all'inizio del film.

 
Anne Wyazemsky, attrice per Bresson e per Godard (e per molto altro) appare meno magra, più piena e più bella; come terza protagonista c'è Annie Girardot nel ruolo della bella intrusa straniera che va a turbare l'intesa di coppia (la Wyazemsky le farà fare una brutta fine, ma era stata assalita).
Ci sono brevissime apparizioni di componenti della troupe, come Mario Vulpiani (presentato con il suo nome e cognome) e Luciano Odorisio; il critico Adriano Aprà appare come lettore dell'ultimo telegiornale. Nel cast anche personaggi curiosi come un prete che è anche un maggiore, la religione militarizzata: lo interpreta una donna doppiata con voce maschile (l'attrice si chiama Milvia Frosini). Il prete-maggiore, che arriva a cavallo insieme ai butteri maremmani (il film è girato a Capalbio) sembra molto rigido e severo, dice che adesso ogni donna deve essere fecondata per garantire la prosecuzione del genere umano, ma poi approva l'idea della casa-museo, nomina Cino come gestore e si mostra molto gentile prima di ripartire.
 

Notevole anche la balena, una grande carcassa spiaggiata che entusiasma lui, pieno di riferimenti letterari (Moby Dick, Pinocchio), e invece preoccupa lei: "tra poco qui non potremo più stare", dice Dora e così succederà. La donna ha colto al volo la realtà, l'uomo non ha capito cosa succede e gioca con fantasie e illusioni destinate a crollare nella vita quotidiana (è una nota di Ferreri per la prima proiezione del film alla Rai). Alla fine, della carcassa della balena divorata dai gabbiani rimarrà un grande scheletro, ma prima la putrefazione della grande massa spingerà i due a cercare un'altra casa (ma torneranno, nel finale).
 
 
"Il seme dell'uomo" ha immagini nitide e belle, molta luce, colori brillanti, tutto in contrasto con la sgradevolezza (cannibalismo compreso) tipica di Ferreri e del suo pessimismo, che qui appare molto attenuata. C'è un'emergenza, ma il tono del film è disteso e rilassato, quasi non sembra, anche i poliziotti sono gentili ed educati, quieti; curano i morenti meglio che possono, tolgono solo l'auto ai due protagonisti ma quasi sembra dispiacergli.
Il rapporto di coppia, la coppia lasciata sola a se stessa in un posto deserto, fa pensare a un altro film di Ferreri, "La cagna" (con Mastroianni e Catherine Deneuve, 1972), la grande balena spiaggiata rimanda alla grande scimmia di "Ciao maschio" (sempre Ferreri, 1978) anch'essa a suo modo "spiaggiata".

Altri appunti presi durante la visione: 1) le cascate, con i fanghi curativi, nel finale. 2) il "conteggio" davanti alla balena, nella scena a tre con la Girardot, serviva per calcolare il tempo necessario per lo sviluppo delle fotografie Polaroid, a sviluppo immediato. 3) i pupazzi di plastica, sempre nel finale, che poi Cino seppellisce in mare. 4) un'automobile ritrovata viene trascinata con i cavalli nella casa-museo: ormai l'automobile è del tutto inutile e servirà solo per il museo degli oggetti ritrovati dopo la catastrofe 5) il maggiore-prete usa una scatola per il trucco al posto dell'inchiostro, per scrivere; il pennello per il fard serve da penna. 6) ancora nel finale, Anne Wyazemsky truccata come la Primavera di Botticelli.

Nel film ci sono molte sequenze documentarie, che iniziano fin dalla sequenza sui titoli di testa. Le musiche sono di Teo Usuelli, collaboratore abituale di Ferreri; dal Nabucco di Giuseppe Verdi si ascolta il celebre "Va' pensiero" sulle immagini dell'ultimo telegiornale, una versione quasi integrale e in una registrazione che si direbbe piuttosto antica, ma sulla quale mancano indicazioni. Gli esterni sono a Capalbio, Forte Macchiatonda, e in un autogrill nelle sequenze iniziali.


Un film da rivedere e da ripensare, che è diventato nel frattempo (purtroppo) di grande attualità: non è un bel mondo quello in cui stiamo vivendo, con la riesumazione del nazifascismo e con la distruzione dell'ambiente in cui viviamo. La cosa più triste, però, è che di tutto questo la gente sembra non preoccuparsi; e il sorriso sempre sulle labbra di Cino (Marzio Margine) è il dettaglio che più mi è rimasto nella memoria alla fine della visione.