domenica 19 gennaio 2020

Animals (1997)


Animals (Animals with the tollkeeper, 1997) Scritto e diretto da Michael Di Jiacomo. Fotografia di Alik Sakharov. Musiche di Robert Cimino. Interpreti: Tim Roth, Mili Avital, John Turturro, Mickey Rooney, Rod Steiger, Barbara Bain, Lothaire Bluteau, Jacques Herlin, Mike Starr, Raoul Delfosse, Gianin Loffler, Francis Bouc, Chris Fennel, Olan Jones, e molti altri. Durata: 100 minuti
 
Animals di Michael Di Giacomo (scritto Di Jiacomo) è un film del 1997 molto curioso, non perfetto, riuscito in fase di scrittura ma forse non abbastanza limato, con un ottimo Tim Roth come protagonista. Roth è un tassista di New York che viene guidato da un trio di bizzarri cineasti francesi verso la probabile felicità (Mili Avital) ma che poi si lascia sfuggire tutto per inseguire una visione che si rivelerà illusoria e fallace, un angelo con le ali, un bambino con le ali d'angelo.
In rete c'è poco o niente, ho trovato quasi soltanto questi due brevissimi riassunti "old style" (riassunti così stringati apparivano sulle pagine di un quotidiano che ormai ricordano in pochi, "La Notte" - un antico ricordo anni '60 e '70):
- Henry, tassista deluso e disilluso, torna a sperare quando incontra Fatima. Forse è lei la donna della sua vita, ma Fatima ha paura dell'amore, conquistarla non è facile, e al Destino piace giocare con il cuore di Henry.
- While looking for paradise, a cab driver suddenly falls in love.
In effetti, è un film difficile da riassumere: va proprio visto, anche se bisognerà impegnarsi per riuscire a vederlo. Ha avuto un passaggio in tv, ma molto tempo fa; poi è sparito per sempre nell'enorme e inutilizzato magazzino delle nostre tv, che replicano sempre gli stessi film (per pigrizia, per menefreghismo, per stupidità? saperlo...)

Tim Roth, protagonista, è come sempre molto bravo; Mili Avital (Fatima), che era già con Jarmusch in "Dead Man" è sempre una bella presenza e stupisce che non sia una diva acclamata. I tre cineasti francesi appaiono da giovani all'inizio e poi da vecchi nel taxi di Tim Roth: il capo è Laurent (Lothaire Bluteau e poi Jacques Herlin), Felipe è l'operatore alla macchina, corpulento, ex forzuto del circo (Mike Starr e poi Raoul Delfosse), Henri è il minuto tecnico del suono (Gianin Loffler e poi Francis Bouc). Altri interpreti importanti sono: Mickey Rooney (l'anziano suonatore di tuba, all'inizio), John Turturro (il rapinatore in frac), Rod Steiger (l'uomo nella roulotte; sua moglie è Olan Jones), Barbara Bain (madre possessiva di Mili Avital) e Chris Fennel (fratello o figlio di Mili, pericolosissimo anche se bambino). La musica, con ruolo importante per la tuba, è firmata da Robert Cimino.
 

Nel film, scritto e diretto tutto da solo da Di Giacomo,ci sono dialoghi come questi:
Al minuto 56, il vecchio Felipe e Tim Roth:
- Tu non hai paura (di morire)
- Tutto deve morire, persino la Terra. Neppure la morte dura in eterno. L'inverno uccide l'autunno, e il mondo si disintegra, si scava una fossa profonda e si abbandona al sonno per poi riapparire. Nello stesso modo le nostre anime ritornano per diventare di nuovo grano da macinare. La morte non ha misteri, solo la vita ne ha.
Al minuto 57, sempre Felipe chiede a Tim Roth se è sicuro che sia lei la donna che cerca, e Tim Roth risponde di sì, che ne è certo:
Felipe: A volte, quando guardi negli occhi di una donna, trovi il labirinto che tu stesso hai creato; ed è facile perdersi, perché è solo un miraggio.
A un certo punto, Tim Roth chiede a Laurent se loro sono angeli, e lui risponde: "No, siamo francesi". Gli chiede di restare con loro, ma Laurent gli dice che deve andare per la sua strada, e lui esegue (troverà Mili Avital)
 

"Animals with the tollkeeper" è il titolo originale; tollkeeper è "custode del pedaggio" secondo il traduttore di Google, traduzione non chiarissima a meno che non si intenda il tassametro del taxi di Tim Roth, che però in inglese è "taximeter".
Il regista Michael Di Jiacomo ha diretto in tutto quattro film, l'ultimo nel 2014; Animals è il suo primo ed è una produzione indipendente.

 
(le immagini sono quelle che ho trovato in rete, per adesso non posso fare di più
e ringrazio chi le ha messe a disposizione)
 







martedì 14 gennaio 2020

In nome del popolo italiano


 
In nome del popolo italiano (1971) Regia di Dino Risi. Scritto da Age e Scarpelli. Fotografia di Sandro D'Eva. Musiche di Carlo Rustichelli. Interpreti: Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Ely Galleani, Yvonne Furneaux, Simonetta Stefanelli, Enrico Ragusa, Michele Cimarosa, Franco Angrisano, Checco Durante, Maria Teresa Albani, Franca Ridolfi, e molti altri. Durata: 1h40'

"In nome del popolo italiano" di Dino Risi è un altro film importante, forse non perfettamente risolto ma certamente da conoscere. Non è una commedia, anche se ne presenta molti tratti e ha molte battute divertenti. Il personaggio di Tognazzi (un magistrato) è decisamente serio, perfino tragico; quello di Gassman (un industriale senza scrupoli) è più una maschera, uno stereotipo. Quello che fa più impressione, visto da oggi, è che il Santenocito di Gassman assomiglia moltissimo a Berlusconi e ad altri personaggi di questo inizio del nuovo millennio, e anche il finale fa davvero pensare. Ho trovato qualche somiglianza nel soggetto con "Sbatti il mostro in prima pagina" di Marco Bellocchio (la ragazza uccisa, l'indagine), uscito un anno dopo, nel 1972; ma in realtà i due film sono molto diversi.
 
Molti fatti citati in questo film di quasi cinquant'anni fa sembrano presi dalla cronaca odierna: le buche nelle strade a Roma, la demolizione di un palazzo abusivo all'inizio, il caso Ruby e il bunga bunga (nel film, Gassman / Santenocito usava le ragazze per concludere affari), la speculazione edilizia tipo Milano 2 e le case sulla spiaggia quasi dentro il mare ("con la corruzione si lavora meglio" spiega il costruttore ai potenziali clienti), l'inquinamento (erano i primi anni in cui se ne parlava), i pesci morti e il gabbiano che agonizza dopo averne ingoiato uno, la Cassa del Mezzogiorno e Gassman/Santenocito che riesce a farne spostare i confini, l'immondizia ai bordi delle strade...

 
I dialoghi ricordano "Straziami ma di baci saziami" (sempre Dino Risi, tre anni prima nel 1968) per il modo di parlare artificioso di molti personaggi, soprattutto all'inizio: parlano come i referti dei carabinieri i genitori della ragazza uccisa e l'altra testimone, lo stesso Gassman si presenta così e viene invitato dal magistrato ad esprimersi in modo più chiaro. Nel film sono caricaturali anche i personaggi che dovrebbero essere drammatici, compresi i genitori della vittima; solo Tognazzi nel film è serio, serissimo, perfino drammatico a tratti, mentre tutto intorno a lui è caricatura. La realtà è così becera che si fa fatica a crederla reale, forse questo è il messaggio di "In nome del popolo italiano", ed è purtroppo vero anche oggi ma troppa caricatura (sia pure divertente) è forse il limite del film, che poteva essere più deciso nella denuncia. Dino Risi non è Elio Petri, ma qualcosa in più si poteva comunque fare.

 
Una parte interessante è affidata al dottore che fa le autopsie, ruolo che oggi viene sempre affidato a una donna giovane ed attraente, ma che allora spettava ad attori maschi e un po' squinternati, come questo che parla con Tognazzi e del quale non sono riuscito a trovare il nome. Il medico delle autopsie è una parte breve ma ha alcuni dei dialoghi migliori del film, come per esempio questo:
- ...io dei cittadini me ne infischio, perché ogni cittadino aspira a diventare industriale e avvelenatore del prossimo, ma voi altri magistrati non avete ancora capito che questo popolo italiano per il quale sentenziate non merita un cacchio? Continuate, continuate a difenderlo...(minuto 17 dall'inizio del film)
Più avanti, il magistrato interpretato da Tognazzi se la prenderà apertamente con le leggi che proteggono i corrotti: forse non era così nel 1971, ma queste leggi le farà apertamente il governo Berlusconi-Lega, con i condoni edilizi e fiscali a ripetizione e con la riduzione dei tempi di prescrizione nei processi. Lo stesso Berlusconi trarrà beneficio da queste sue leggi, evitando di essere giudicato in molti processi, ma nemmeno la fantasia più sfrenata poteva prevedere questi sviluppi nel 1971. Per quanto mi riguarda, sposo in toto la conclusione del dottore qui sopra: gli italiani, quando vengono a sapere che un politico è corrotto, lo votano ancora più di prima o votano per quello che gli sta a fianco. E' successo tante volte: la prima nel 1994, dopo "Mani pulite", poi con le condanne definitive a Formigoni, Berlusconi, Previti, Dell'Utri... (la lista intera sarebbe lunghissima). Magistrati, Carabinieri e Guardia di Finanza individuano i corruttori e i colpevoli, e gli elettori mandano al governo quelli che erano di fianco a loro mentre corrompevano e rubavano, o magari facevano patti con mafia e 'ndrangheta. Cosa merita un popolo così? Nulla, per l'appunto; e i magistrati che continuano a crederci vanno considerati degli eroi.

 
Il calcio, un incontro Italia-Inghilterra, è nel film l'emblema della più becera italianità; nel finale vediamo i tifosi che fanno una festa sguaiata, e alcuni di loro incendiano l'auto di una donna inglese, colpevole solo di avere la targa della squadra di calcio rivale della Nazionale in quella partita. All'epoca, fine anni '60 e inizio anni '70, scene come queste capitavano raramente; nei decenni successivi queste cose sarebbero diventate normalità o quasi (provate a chiedere a polizia e carabinieri...) non solo a Roma ma anche in città più piccole come Bergamo o Brescia. Il magistrato di Tognazzi comincia a vedere Gassman-Santenocito ovunque: è lui la vera italianità sguaiata, in quella folla ci sono tanti Santenocito ed è il lato peggiore dell'italianità. Che Santenocito se ne stia in galera dunque; se l'è meritata tante volte, è comunque giusto che paghi. Nell'ultima sequenza Tognazzi brucia il quaderno, e poi si allontana.
 

Gli attori: oltre a Ugo Tognazzi (qui in una delle sue migliori interpretazioni) e a Vittorio Gassman troviamo Ely Galleani (la ragazza trovata morta, che vediamo poi nei flashback), Yvonne Furneaux (la moglie di Gassman), Simonetta Stefanelli (la figlia di Gassman, con le cuffie sulle orecchie).
Nel cast anche l'anziano Enrico Ragusa che interpreta il padre di Gassman e che si ricorda soprattutto per il siciliano stretto di un frate per Rosi in "Cadaveri eccellenti" (quattro anni dopo, 1975). Michele Cimarosa è il maresciallo che assiste Tognazzi, Franco Angrisano è l'altro giudice nella stanza con Tognazzi, la modella senza un dente è Franca Ridolfi. Checco Durante (1893-1976) è un attore e poeta romanesco, molto popolare per decenni; qui interpreta un inserviente del tribunale che sposta pacchi di carta e macchine per scrivere, e nel frattempo recita le poesie del Belli a commento di ciò che succede; purtroppo le sue parole sono poco comprensibili e il suo personaggio non è sviluppato a dovere. Le musiche per il film sono di Carlo Rustichelli; si ascolta brevemente un'aria dalla "Lucia di Lammermoor" di Donizetti ( "Tombe degli avi miei") nella scena in cui Tognazzi è a casa sua, ed è un'incisione interessante ma non sono riuscito a sapere chi canta. I genitori della ragazza, da suonatori ambulanti, intonano "Di Provenza il mare e il suol" da "La Traviata" di Giuseppe Verdi, per voce e mandolino: quest'aria è usata da Risi e dai suoi sceneggiatori in modo beffardo, perché la frase scelta è "il tuo vecchio genitor / tu non sai quanto soffrì". Quanto soffrirono i genitori della povera ragazza lo avevamo appena visto nella sequenza precedente... 

 
Altre note prese durante la visione: 1) crolla il Palazzo di Giustizia e il tribunale si trasferisce in una caserma G.Baldi (Garibaldi?). Il crollo del Palazzo di Giustizia è ovviamente un dettaglio non secondario. 2) A casa sua, il magistrato Bonifazi (Tognazzi) è quasi come me: ascolti mirati di buona musica, silenzio, niente auto... Sul suo tavolo, la rivista "Pescare" (un mensile) accanto a L'Unità e il Manifesto. 3) la figlia di Gassman legge Linus con le cuffie in testa, e sono cuffie enormi, che rendono bene la distanza con suo padre; va detto che le cuffie sono così grosse perché sono l'anticipo del wireless, con antenne come quelle della radio. 4) Nello stesso anno Ermanno Olmi gira un documentario con lo stesso titolo, "In nome del popolo italiano", per i 25 anni della Costituzione, parte di un ciclo chiamato "Nascita della Repubblica", per la Rai, andato in onda nel 1971.
 



venerdì 10 gennaio 2020

Come sono buoni i bianchi


Come sono buoni i bianchi! (1988) Regia di Marco Ferreri. Scritto da Rafael Azcona, Marco Ferreri, Evelyne Pieiller, Cheik Doukouré. Fotografia di Angel Luis Fernandez Musiche di Mozart, Verdi, ritmi e musiche africane (vedi lista) Interpreti: Michele Placido, Maruschka Detmers, Sotigui Kouyaté, Nicoletta Braschi, Michel Piccoli, Jean François Stevenin, Juan Diego, Katoucha Niane, e molti altri. Durata: 98 minuti
 
"Come sono buoni i bianchi" di Marco Ferreri è del 1988, e vede un gruppo di cinque camion partire per il Sahel carico di beni alimentari per i bambini africani, pasta e pomodoro soprattutto. Un'ottima idea, ma l'organizzazione non è delle migliori e i collaboratori locali (bianchi e neri, europei e africani) si rivelano inaffidabili. Inoltratisi nel deserto, da un certo momento quasi perduti ma sempre in contatto radio con il campo base, incontrano già la guerriglia islamica, i Fratelli Musulmani che stanno arrivando anche nelle residue zone animiste, ma in qualche modo riescono sempre a cavarsela, anche se la missione umanitaria difficilmente andrà a buon fine. Non sappiamo se il carico dei camion arriverà a destinazione, ma assistiamo alla lenta e contrastata nascita di un amore, quello tra un camionista (Michele Placido) e una giovane donna del gruppo (Maruschka Detmers). L'inizio è dei peggiori: la ragazza olandese si trova in mezzo ad entusiasmi "pasoliniani", molto rustici (del tipo di quelli che si vedono nei film di Pasolini sui borgatari romani: "ahò, ci sono le donne!"), però poi il viaggio è lungo e le difficoltà uniranno la coppia. "Come sono buoni i bianchi" è però stretto parente di "Il seme dell'uomo" (sempre Ferreri, nel 1969): quando la coppia nasce e si intravvede un futuro, ecco la catastrofe beffarda.
 

La carovana dei benintenzionati, tutti un po' fessi, è la perfetta rappresentazione non del 1988 ma dell'oggi: non abbiamo una percezione reale dei nostri bisogni, pensiamo che siano importanti cose che non lo sono affatto, e non siamo pronti alla rivelazione dell'inutilità di gran parte degli oggetti e delle usanze quotidiane che ci portiamo dietro. E non è l'Africa il luogo, Ferreri ci stava depistando: è qui da noi il deserto, navighiamo nel nulla. Il Sahel è solo un pretesto, una metafora. Non ci sono più punti di riferimento, non sappiamo cosa stiamo facendo (solo i neofascisti lo sanno bene, e credono perfino di essere furbi) e quale è la nostra meta; si va avanti pieni di buone intenzioni, ma questo non basta. Il carico dei cinque camion che vediamo nel film potrebbe essere la religione, la cultura, la musica, la morale, il lavoro... ma tutto è perduto a causa della nostra insipienza. L'attore mediocre che impersona il principe azzurro potrebbe essere il simbolo di tutta l'impresa, una rappresentazione molto realistica dell'odierna classe dirigente, dei pubblicitari e dei venditori al governo: una cazzata, come avrebbe detto lo stesso Ferreri, ed è a tutti gli effetti una cazzata quella che ci rappresenta, nel film, davanti agli africani. In questo contesto, la cultura occidentale (o quel che ne resta) verrà spazzata via, mangiata, fagocitata, ridotta in cenere e in merda; ne rimarrà solo un filmino. Abbiamo ancora speranze di raddrizzare la situazione, ma non è facile: i rischi principali sono due, la perdita della memoria storica (vedi il risorgere di nazifascismo e razzismo) e l'uso della violenza, guerra inclusa.
 

Gli attori: protagonisti Michele Placido e Maruschka Detmers, attrice olandese all'epoca molto famosa anche per motivi non precisamente artistici. Nel film avrebbe dovuto recitare Roberto Benigni, che però non fu disponibile durante il tempo delle riprese in Marocco; ed è facile pensare che il suo ruolo sarebbe stato quello del "principe", che in effetti ha mantenuto una scena con Nicoletta Braschi. Il capo della spedizione è Juan Diego, l'esploratore Peter è Jean François Stevenin; Katoucha, top model guineana, è la modella che ha un flirt con Michele Placido. Nel cast ci sono molti attori spagnoli e africani, più o meno tutti scelti da con cura da Ferreri per sembrare quasi incolori, inconsistenti, figurine disegnate e ritagliate e non veri personaggi. Lo si capisce bene quando arriva in scena, nel finale, Sotigui Kouyaté: che invece è un vero e grande attore, una presenza che non passa inosservata. Sotigui Kouyaté (1936-2010) di origini maliane e bourkinabé, è stato un grande attore di teatro, attivo in Francia soprattutto con Peter Brook, che lo scelse per ruoli importanti nel Mahabharata e nella Tempesta di Shakespeare. Ferreri sceglie proprio lui, grande attore di teatro e grande presenza scenica, perché Kouyaté è un Capo, un vero capo, una presenza vera e di grande spessore. Non è un negro qualsiasi quello che ci fa trovare Ferreri alla fine del viaggio, non è un cannibale da filmetto, è una figura imponente e tragica, e questo deve far pensare.


Nel cast c'è anche Michel Piccoli, che interpreta un frate missionario senza speranza, che pensa solo di tornare in Europa (in Bretagna) ed è lui l'altra chiave del film, la nostra religione perduta, una sconfitta che arriva dalla superficialità e dall'ignoranza: non del frate, ma di chi avrebbe dovuto aiutarlo e assisterlo. Molto più facile, rispetto al Cristo in croce, seguire ideali di guerra e conquista; ed è quello che incontrano i nostri protagonisti nel corso del film, africani guerrieri e islamisti armati, e un capotribù che lascia via libera nei suoi territori dopo il dono di pile per ascoltare la radio: è un animista, ma con la radio vuole ascoltare la propaganda dei Fratelli Musulmani, è solo per quello che la usa ed è facile prevedere che presto entrerà anche lui in guerra. Nel cortile della sua città, tre europei in catene: sono drogati o trafficanti di droga, uno è già morto.

 
Altri appunti presi durante la visione: 1) un film come "Le miniere di re Salomone", ma alla rovescia 2) "Il tè nel deserto" di Bertolucci, per la scena di Placido con il drogato incatenato e il villaggio nel deserto. 3) "Il seme dell'uomo" di Ferreri, ma con un finale ancora più pessimista 4) i guerrieri islamisti, c'erano già trent'anni fa. 5) il re (padre della modella) vuole le pile per la radio: vuole ascoltare i Fratelli Musulmani, è stanco dell'animismo 6) il missionario stanco riceve minacce e percosse perché è cristiano, la madre del ragazzo morto gli impedisce di benedire la salma 7) Michele Placido ha una videocassetta con un film di antichi romani, forse Ben Hur, e si commuove a una scena d'amore. 8) nel corso del film, quasi tutti arrivano a chiedersi "ma io cosa ci faccio qui", e a sperare in un rapido ritorno a casa. I bambini che dovevano essere destinatari dei doni non si vedono, lo scenario che hanno davanti è tutt'altro. 9) il capo tribù, all'arrivo nell'oasi, chiede ai due rimasti perché hanno sporcato l'acqua. L'acqua è preziosa, nel deserto. 10) Come nel "seme dell'uomo", davanti alla balena spiaggiata, anche stavolta Ferreri mette in evidenza la fragilità delle nostre nozioni, crediamo di sapere ma invece non abbiamo esperienza reale della vita. Il pensiero corre, oggi come nel 1988, a chi invece va ad operare come volontario in zone di guerra e di malattia, e sa bene cosa sta facendo. A tutti loro la mia stima e la mia solidarietà, probabilmente loro capiranno il fastidio di Ferreri davanti a questi nostri discorsi sul nulla.
 

Le musiche del film: Maruschka Detmers sul camion ascolta Mozart, nei titoli di coda si accenna a due quartetti, in re e in la, con Severino Gazzelloni al flauto; probabilmente si tratta di uno dei K285 e del K370. Come nel "Seme dell'uomo" Ferreri mette Verdi, il coro dall'atto terzo del Nabucco: i componenti della spedizione cantano "Va' pensiero", o meglio ci provano, quando arrivano all'oasi.
Le altre musiche, prese dai titoli di coda: Ritmi flokloristici marocchini (Tisnit); Antro Padre (A. Castillo); Tam tams - ritmi africani (Cisse Fode); Mudaa matchang (Jacob Diboum); Lion child (A.A. Tamba Kyata); Burnin' fire is burnin' my soul (Guy Eyoum)




mercoledì 8 gennaio 2020

Alberto Sordi? No, grazie.


Quest'anno, 2020, ricorre il centenario dalla nascita di Alberto Sordi; sono già iniziate le celebrazioni e mi immagino cosa succederà da qui in avanti. Non si discute il valore come attore di Sordi, era bravo e divertiva; come molti altri attori, rifaceva sempre se stesso e tirava sempre i film dalla sua parte (per questo da un certo punto in avanti Federico Fellini non lo chiamò più) ma alla fine glielo si perdona. Detto questo, mi disturbano molto - da sempre, ancora da quando Sordi era in vita - i discorsi del tipo "Alberto Sordi un italiano come noi" e l'idea che tutti gli italiani fossero come quelli rappresentati dai personaggi interpretati da Sordi. No, l'Italia non era tutta così. Per fortuna, aggiungo.
Adesso ci si mette anche Rai Storia (Rai - Storia...) con una serie di commedie anni '50, '60 e '70 presentata nel lancio pubblicitario come specchio veritiero dell'Italia che fu. Siccome io c'ero, e molte persone le ho conosciute e frequentate, mi sento in diritto di dire che non era affatto così. Mio padre, i miei zii, i miei vicini di casa, le persone che ho conosciuto quando ho cominciato a lavorare, non assomigliavano affatto ai gaglioffoni più o meno simpatici messi in scena da Sordi, da Gassman, e da tanti altri attori di quel periodo. Non è solo la romanità che me li rende estranei, a me che non sono romano, ma proprio tutto il modo di comportarsi e di presentarsi.
Se voglio trovare nel cinema uno specchio dell'Italia che ho conosciuto, mi rivolgo piuttosto ai film di Pietro Germi, di Elio Petri, di Ermanno Olmi. Questa è l'Italia che ho conosciuto e frequentato: non sempre personaggi positivi, ma reali. Elio Petri spesso esagera, ma la sua fabbrica del 1968 di "La classe operaia va in paradiso" esisteva ancora dieci anni dopo, quando io ho cominciato a lavorare. Germi racconta anche personaggi negativi, il ferroviere che diventa violento, l'operaio che si incattivisce; ma il contesto è molto fedele alla realtà. Ermanno Olmi nei suoi film degli inizi, quelli girati per la Edison, "Il posto", "I fidanzati", racconta molto bene la condizione operaia e quella degli impiegati; e continuerà a farlo fino ai suoi ultimi film.

 
La grande scuola del neorealismo, insomma: molti ancora oggi ci scherzano sopra, ma Rossellini e Visconti hanno descritto molto bene la condizione operaia e il mondo del lavoro (penso a "Bellissima", ai personaggi di Rossellini nei suoi film più famosi e celebrati). Ci sono delle forzature dovute alla storia da raccontare, come capita sempre nel cinema e nei romanzi, ma ambienti e persone sono ben descritte, e consiglio di cominciare a far caso agli ambienti, alle comparse, ai personaggi minori. Se invece si vuole pensare ai professionisti e alla borghesia, i film di Antonioni ne contengono molte descrizioni, compreso il mondo della moda.

 
Uscendo dall'Italia, il rimando d'obbligo è per Ken Loach. Il mondo del lavoro è descritto con grande precisione da Ken Loach, e molti di quei caratteri sono simili a persone che ho conosciuto anch'io, nel bene come nel male. Uno dei miei dispiaceri, su questo blog, è che i film di Ken Loach siano tra i più trascurati, dimenticati. "The navigators", che in Italia ebbe un titolo cretino come "Paul Mick e gli altri", è lo specchio fedele di quello che poi sarebbe successo anche da noi nel mondo del lavoro, morti bianche comprese. Vi invito a vederlo, o a rivederlo: la fine delle tutele per i lavoratori, la precarietà, i lavori subaffittati, l'inevitabile tragedia subito dimenticata.
E tutto questo senza dimenticare Francesco Rosi, che alla storia recente italiana ha dedicato tutta la sua carriera, con pochissime eccezioni; ed Eduardo de Filippo, che soprattutto in teatro ha lasciato ritratti memorabili di personaggi presi dal vero.

 
Volete continuare a pensare all'Italia come al clacson del Sorpasso, o al gesto dell'ombrello di Sordi nei Vitelloni? Volete rimanere fermi al Marchese del Grillo? Padroni di farlo, ma quella non è affatto la realtà che ho conosciuto io. Restando sui grandi nomi, Dino Risi e Mario Monicelli soprattutto, i loro film migliori per capire la nostra storia recente sono "Una vita difficile" (qui recita anche Sordi), "La marcia su Roma", "In nome del popolo italiano", "La grande guerra" (ancora Sordi, con Gassman), "Vogliamo i colonnelli", "Le rose del deserto", "I compagni".




(Le immagini di questo post vengono tutte dai film di Ermanno Olmi;
 le prime sono degli anni alla Edison, le ultime tre da "Il posto")

lunedì 6 gennaio 2020

De Gasperi secondo Olmi


Alcide de Gasperi (1974) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi. Consulenza storica di Gabriele De Rosa. Attori: Sergio Fantoni (De Gasperi), Anna Orso (Francesca De Gasperi), Leda Negroni (Maria Romana De Gasperi), Sandro Tuminelli, Francesco D'Adda, Michele Kalamera, Mario Milita, Aldo Barberito, Mario Chiocchio, Anna Canzi. Durata: tre puntate da 69, 63 67minuti

« ...Repubblica o monarchia? La domanda è posta male, troppo semplicisticamente. La domanda vera è questa: volete instaurare la repubblica? Cioè: vi sentite capaci di assumere su voi, popolo italiano, tutta la responsabilità, tutto il maggior sacrificio, tutta la maggiore partecipazione che esige un regime il quale fa dipendere tutto, anche il capo dello Stato, dalla vostra personale decisione espressa con la scheda elettorale? Se rispondete sì, vuol dire che prendete impegno solenne, definitivo, per voi e per i vostri figli, di essere più preoccupati della cosa pubblica di quello che non siete stati finora, d'aver consapevolezza che non è cosa vostra e solo vostra, di dedicarvi ore d'interessamento e di lavoro, ma soprattutto vorrà dire che avete coscienza di poter difendere con la vostra opera, nella Repubblica, la libertà: che è il bene supremo.»
Sono parole di Alcide de Gasperi, del primo dopoguerra. Rileggerle oggi, non può non colpire: oggi, cioè nel momento in cui abbiamo il peggior Parlamento eletto dopo il 1945, dove la maggioranza a difesa della Costituzione è così risicata da sembrare impalpabile, dove i corrotti e gli evasori fiscali vanno tranquillamente in tv a spiegare cosa fare per risollevare l'economia, dove il partito che ha guidato l'Italia e che sta ancora guidando molte Regioni è stato fondato da tre galeotti, dove gli ultras del calcio sono determinanti per portare rappresentanti in Parlamento. Questo è il momento storico in cui rialza la testa il fascismo, portato come esempio di lotta alla criminalità quando la realtà storica è invece questa: il fascismo mise in prigione De Gasperi e lasciò liberi e impuniti gli assassini veri. Non solo Alcide de Gasperi fu messo in prigione dai fascisti, ma fu imprigionata perfino sua moglie; solo l'intervento del Vaticano salvò lo statista trentino dal fare la stessa fine di Antonio Gramsci. Nel frattempo, i responsabili di scandali economici e bancari (peggiori di quelli dei nostri anni) facevano carriera indisturbati, e i responsabili della morte di Matteotti, di don Minzoni, di Piero Gobetti e di tanti altri (una lista lunghissima) facevano vita tranquilla altrettanto indisturbati.


"Alcide de Gasperi" di Ermanno Olmi, con consulenza storica di Gabriele de Rosa, è un ottimo film in tre puntate di un'ora e dieci ciascuna, in bianco e nero, che ripercorre la biografia di De Gasperi con attori che leggono discorsi e scritti di De Gasperi e con sequenze recitate dove mancano i filmati originali, cioè tutta la prima parte della sua vita fino al 1946. E' molto bello il "gioco" di mostrare attori e doppiatori che si alternano ai microfoni, davanti al leggio, ed è tutto ben recitato e ricostruito anche negli esterni, girati nei luoghi originari (Selva e Borgo Valsugana, la Biblioteca Vaticana, il Reichsrat di Vienna, eccetera). Nella prima puntata, sotto l'Austria per De Gasperi, si arriva fino alla Grande Guerra passando attraverso Cesare Battisti e l'elezione a deputato del Reichsrat (dove anche Battisti fu deputato) e l'incontro del 1905 in Trentino con Mussolini, allora socialista, definito in privato come arrogante e maleducato (Mussolini fu poi espulso dall'Austria). Nella seconda puntata c'è la lunga prigionia di De Gasperi sotto il fascismo, poi mitigata da interventi del Papa (è quasi certo, anche se mancano prove dirette) e dopo il 1929 l'assunzione alla Biblioteca Vaticana dove per anni compilò accurate schede di libri. Anche la moglie di De Gasperi fu arrestata e fece un periodo alle Mantellate. Nella terza parte c'è la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica. Come al solito, Olmi non si cura della somiglianza fisica ma sceglie attori in grado di rendere il carattere delle persone raccontate: Sergio Fantoni, Leda Negroni, Anna Orso, Sandro Tumminelli, Michele Kalamera... In colonna sonora, il canone Pachelbel nell'arrangiamento tipico degli anni '60 e la "Suite per piccola orchestra" di Stravinskij. Un altro film di notevole livello, del quale però si è dimenticato perfino Rai Storia: facile pensare a una censura interna, perfino una biografia di Alcide de Gasperi può dar fastidio a chi nega la verità storica e vuole falsificarla.

«Chi parla di politica agli abitanti delle valli trova subito nell'uditorio molta difficoltà: politica vuol dire, per i più, chiacchiere al vento, frasi senza costrutto, ciarlataneria. Chi rimase sempre lontano "dalla pentola" non capisce granché di postulati, crisi, soluzioni, ma se ne fa un'idea come come di un turbinio nel quale si possono alimentare tante ambizioni ma dal quale non verrà fuori nulla di positivo. I tempi, e un po' anche la politica di certi messeri del nostro paese, giustificano l'esistenza di un simile concetto. E, tuttavia, che cos'è la politica? La politica è l'arte di governare, di dirigere il Paese, lo Stato, gli enti pubblici (...) Da questo non si scappa: la politica o la si fa o la si subisce.»
Alcide De Gasperi nel 1905, in Trentino (Austria, all'epoca)

« ... la tragedia della vita umana sta nella sua brevità: la generazione che segue raccoglie appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l'uomo che decade. Così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino: per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. In parte si può rimediare con l'organizzazione sociale. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l'altra.»
Alcide de Gasperi, negli anni 1915-18

Alcide de Gasperi è stato il presidente del Consiglio che seguì l'Italia nella ricostruzione, riportandola alla considerazione internazionale dopo il disastro mussoliniano, e lavorando duramente per non perdere Trieste, perduta dai fascisti insieme all'Istria e a Fiume: può sembrare assurdo ricordarlo, soprattutto in un piccolo blog come questo, ma ogni giorno ci tocca ricordare (soprattutto dopo le elezioni) fino a che punto sono arrivate queste generazioni "millennial", senza memoria e senza morale, intente a guardarsi non tanto l'ombelico ma il palmo della mano, lo smartphone... Questo film è una lezione di Storia, firmata da un maestro vero come Ermanno Olmi.
Alla figura di de Gasperi è dedicato anche "Anno uno" di Roberto Rossellini, un altro film da non perdere.


 (di questo film non ho trovato immagini; me ne scuso
e provo a fare qualcosa usando le immagini prese da www.wikipedia.it )




domenica 5 gennaio 2020

Anno uno


 
Anno uno (1974) Regia di Roberto Rossellini. Scritto da Marcella Mariani, Luciano Scaffa, Roberto Rossellini. Fotografia di Mario Montuori. Musiche di Mario Nascimbene. Interpreti: Luigi Vannucchi, Dominique Darel (Maria Romana de Gasperi), Valeria Sabel (Francesca de Gasperi), Ennio Balbo (Nenni), Tino Bianchi (Togliatti), Paolo Bonacelli (Amendola), Omero Antonutti (dirigente comunista), Consalvo dell'Arti (Bonomi), Laura de Marchi, Edda Ferronao (Nilde Jotti), Rita Forzano (Lucia de Gasperi), e molti altri. Durata: 115 minuti
 
"Anno uno" di Rossellini è una biografia di Alcide De Gasperi e anche uno schematico tentativo di riassumere la Liberazione e i primi governi della Repubblica: schematico perché un film solo non basta per riassumere tutti quegli eventi, ma Rossellini è comunque un maestro del cinema e l'impresa riesce benissimo, anche e soprattutto perché lascia molte tracce da seguire e riferimenti precisi per quanto riguarda nomi, luoghi, date, documenti da reperire.

 
"Anno uno" significa il primo anno dopo la caduta del fascismo, il 1946. E' un film bello e utile, come tutti quelli di Rossellini, troppo spesso trattati con superficialità o addirittura ignorati nelle recensioni. Interprete principale è l'ottimo Luigi Vannucchi nei panni di De Gasperi. Oltre a Vannucchi troviamo pochi attori famosi, come Bonacelli e Antonutti, e altri bravi ma meno noti che ho tentato di riassumere nelle righe iniziali di questo testo. Il film è stato girato nel Belice, e forse a Matera, per gli esterni. Tra i personaggi storici, presenti o citati in "Anno Uno", oltre a De Gasperi ci sono Bonomi, Nenni, Parri, La Malfa, Di Vittorio, Togliatti, Secchia, Giuseppe Romita, Fanfani, Pertini, Luigi Longo, Badoglio, don Signora, Giorgio Amendola, Saragat. E poi Maria Romana, moglie di De Gasperi, e le due figlie suor Maria e Francesca. Ivanoe Bonomi fu presidente del Consiglio per il CLN nel 1944 subito prima di Parri; Parri era del Partito d'azione, né socialista né comunista - lo scrivo nel caso passasse di qui qualcuno male istruito da Casapound, e Bonomi era socialdemocratico.


E' un film da vedere e da ascoltare, molto ricco di informazioni. Porto qui alcune trascrizioni di dialoghi che mi hanno colpito particolarmente, e invito tutti alla visione del film - ammesso che riusciate a trovarlo, anche la figura di De Gasperi provoca malumori in certa destra oggi trionfante perché mette in chiaro una cosa: il fascismo mise in galera De Gasperi e sua moglie, ma lasciò liberi gli assassini e i bancarottieri e truffatori dello Stato. I responsabili della morte di Matteotti, don Minzoni, Piero Gobetti, e tanti altri, vissero infatti liberi e impuniti; così come i protagonisti degli scandali bancari dei primi anni del fascismo. I dettagli si trovano su tutti i libri di Storia, quelli onesti intendo, e invito chi passa di qui a fare le sue ricerche personali, oltre che alla visione di "Anno uno". (Alla figura di Alcide de Gasperi è dedicato anche un documentatissimo film in tre puntate di Ermanno Olmi, sempre del 1974)

De Gasperi: ... la solitudine talvolta è anche una difesa felice, ma poi sbocca in un mare di angoscia. Nella solitudine si dialoga con il proprio spirito, ci si intrattiene con Dio, con la memoria degli uomini. Alla lunga, però, si sente che l'uomo non è fatto per il monologo ma per il dialogo.
(da "Anno Uno" di Rossellini, l'inizio)
De Gasperi fu messo in prigione dai fascisti, e visse in clandestinità nel periodo bellico: a queste angosce si riferisce la frase qui sopra. Anche la moglie di De Gasperi fu incarcerata.

De Gasperi: La bestia è braccata ma è ancora forte, e i cacciatori sono prudenti, troppo prudenti.
(idem, per le divisioni interne del CLN e per le truppe Usa ferme ad Anzio)
De Gasperi: ... in passato, l'educazione cattolica insegnava agli uomini a stare in piedi, e non in ginocchio.
(sui contrasti con il Vaticano, negli anni del dopoguerra: rivendica la sua laicità, cioè indipendenza)

- Si sente avvilito, amareggiato?
- Avvilito? No, io ho fatto tutto quanto era in mio potere, la mia coscienza è in pace. Ma, vede, il Signore ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia e vita, poi quando credi di essere indispensabile al tuo lavoro ti toglie tutto improvvisamente, ti fa capire che sei soltanto utile. Ti dice: ora basta, puoi andare. E tu non vuoi, vorresti presentarti al di là con il tuo compito ben finito. La nostra piccola mente umana ha bisogno delle cose finite, e non si rassegna a lasciare ad altri l'oggetto della propria passione.
(intervista dopo le dimissioni da presidente del Consiglio, già malato; discorso finale)
(citazioni da "Anno uno" di Roberto Rossellini)



venerdì 3 gennaio 2020

Il mercante di Venezia (2004)


Il mercante di Venezia (2004) Regia di Michael Radford. Tratto dal dramma di William Shakespeare. Sceneggiatura di Michael Radford. Fotografia di Benoit Delhomme. Musiche di Jocelyn Pook. Interpreti: Al Pacino (Shylock), Jeremy Irons (Antonio), Lynn Collins (Porzia), Zuleika Robinson (Jessica), Joseph Fiennes (Bassanio), Kris Marshall (Graziano), Charlie Cox (Lorenzo), Heather Goldenhersh (Nerissa), Mackenzie Crook (Launcelot Gobbo), John Sessions (Salerio), Gregor Fisher (Solanio), Ron Cook (old Gobbo), Allan Corduner (Tubal), Anton Rodgers (Doge), David Harewood (Morocco), A. Gil Martinez (Aragona), e molti altri. Durata: 127 minuti
 
"Il mercante di Venezia" di Shakespeare, nella versione per il cinema del 2004, ha il suo punto di forza nella presenza di Al Pacino, che dopo il "Riccardo III" del 1996 ("Looking for Richard") si conferma come grande interprete shakespeariano; ma tutto il film è ben recitato e ben diretto, e merita la visione. Si inizia con un breve prologo, e con didascalie che spiegano come la parola "ghetto" sia nata a Venezia (in origine era "getto", poi prevalse la pronunzia anglosassone) e la condizione storica degli Ebrei in Europa in quel periodo. Si vede, tra le altre cose, Antonio che sputa addosso a Shylock: dettagli che non sono nel testo originario, ma comunque molto fedeli a quanto racconta Shakespeare. E' una sequenza molto breve, girata in esterni a Venezia; il resto del film è molto fedele alla narrazione e ai dialoghi di Shakespeare.
 

Vale la pena riportare qui le didascalie all'inizio del film, che anche se un po' troppo sbrigative rendono l'idea di come si è arrivati alla situazione esposta nel dramma di Shakespeare:
« L'intolleranza verso gli Ebrei è un dato di fatto nel Cinquecento, anche a Venezia che era la più potente e liberale tra le città europee. Per legge, gli Ebrei furono obbligati a vivere nel vecchio fondaco murato chiamato "geto"; dopo il tramonto le porte del ghetto venivano chiuse a chiave dai cristiani. Durante il giorno, ogni uomo che lasciava il ghetto doveva indossare un cappello rosso che lo indicava come ebreo. Agli Ebrei era vietato avere una loro proprietà e non potevano esercitare professioni, così furono costretti a vivere praticando l'usura, il prestito di denaro con interesse che era contrario alle leggi cristiane. I sofisticati veneziani tolleravano questo, ma per i fanatici religiosi che odiavano gli Ebrei era tutta un'altra questione...»
(Intolerance of the Jews was a fact of 16th Century life even in Venice, the most powerful and liberal city state in Europe. By law the Jews were forced to live in the old walled foundry or 'Geto' area of the city. After sundown the gate was locked and guarded by Christians. In the daytime any man leaving the ghetto had to wear a red hat to mark him as a Jew. The Jews were forbidden to own property. So they practised usury, the lending of money at interest. This was against Christian law. The sophisticated Venetians would turn a blind eye to it but for the religious fanatics, who hated the Jews, it was another matter... )
Il dramma di Shakespeare inizia con il dialogo tra Antonio e i suoi amici, la parte iniziale girata in esterni serve per introdurre l'azione e spiegarla a chi non conosce "Il mercante di Venezia"; è ben fatta e ben interpretata ma non esiste nel dramma originario. Il resto del film è molto fedele all'opera di Shakespeare.

 
Molto ben narrate e collegate tra di loro le varie storie che si intrecciano: oltre a quella principale, del Mercante (Antonio) e di Shylock, quella dei tre scrigni di Porzia, quella di Jessica figlia di Shylock che fugge di casa col cristiano Lorenzo, e anche le storie minori dei servitori e degli amici di Antonio, fino al processo finale. Colpisce il risalto per il discorso sullo schiavismo, nel processo finale. Colpisce anche vedere la macchina per la tortura già pronta, ma non si può dire che sia una trovata registica, anzi: era il periodo delle torture agli eretici e dei roghi, delle torture e delle pubbliche esecuzioni in piazza. Una libbra di carne non era poi una cosa così mostruosa come appare oggi, le torture e le mutilazioni avvenivano anche sulla pubblica piazza e non solo nelle segrete. La sedia per le torture è dunque già lì pronta, non c'è bisogno di farla arrivare o di prepararla; gli addetti la preparano in un attimo, è pronta e a portata di mano anche la mordacchia per non far sentire le grida del condannato. Notevole anche la bilancia per pesare la carne, all'inizio del film nella scena della macelleria, che anticipa la richiesta di Shylock, e forse la ispira. Stiamo dunque assistendo alla rappresentazione di qualcosa che va molto oltre i fatti raccontati (la carne, il sangue, gli scrigni, gli schiavi) e sta ad attori e registi far capire ogni piega nascosta o palese del testo.

 
Michael Radford è bravo e va lodato soprattutto perché oggi troppi registi, in teatro o al cinema, usano gli Autori (anche nell'opera lirica) per i propri gargarismi personali, puro narcisismo, e perdono di vista (con supponenza o peggio) il loro compito civile e morale. Come sarà con "La capanna dello zio Tom" negli Usa a metà Ottocento, anche William Shakespeare nel '600 non poteva andare fino in fondo nel suo discorso, il pubblico si sarebbe ribellato se a Shylock fosse stata concessa qualche attenuante. Il finale è dunque obbligato e Shylock perde tutto quello che aveva, compresa la figlia; ma, come farà anche Dickens due secoli dopo, anche Shakespeare dice quello che c'è da dire, e cioè gli Ebrei sono persone come noi, lo schiavismo è una vergogna, la tortura è un abominio. "Il mercante di Venezia" non è un testo di denuncia come lo intendiamo oggi, ma ci si avvicina molto. Molti anni fa ero rimasto colpito venendo a sapere che la storia di Shylock era comunemente rappresentata nello Stato di Israele; ripensadoci oggi penso che sia un'ottima scelta, al contrario di quello che capita oggi con gli afroamericani che vogliono vietare nelle biblioteche scolastiche autori come Mark Twain solo perché i suoi libri contengono parole comunemente in uso al tempo in cui viveva. Il passato non si può e non si deve cancellare, quando si tratta di testi e di Autori importanti, così come non si può modificare la Storia, né in bene né in male.
Nel finale, Jessica ha al dito l'anello di sua madre; non lo ha venduto, non lo ha scambiato per avere una scimmia come avevano raccontato a suo padre, ma lo ha tenuto tutto il tempo. Un'inquadratura è anche per Shylock, per il suo dolore di padre, e queste sono finezze che vanno rimarcate. Jessica guarda i pescatori che tirano frecce nell'acqua, e sembra di essere in un film di Kim Ki-duk.
 

Gli attori e le attrici sono tutti bravi anche se non eccezionali, a parte la performance di Al Pacino che avrebbe ben meritato l'Oscar (ma l'Oscar è un premio commerciale, mai dimenticarlo). Il rimpianto per l'interpretazione di Shylock riguarda Orson Welles: lo aveva in progetto e ne ha girato alcune scene, rimaste allo stato di frammento. Per contrasto con l'interpretazione di Al Pacino, e per la grandezza assoluta dell'interpretazione, è da vedere la registrazione Rai con Gianrico Tedeschi del 1979, disponibile anche su youtube oltre che su Raiplay (regia di De Bosio).
Le musiche sono di Jocelyn Pook, che collaborò con Stanley Kubrick per il suo ultimo film. Molti brani sono direttamente ispirati a musiche cinquecentesche, anche per la strumentazione: liuti, tiorbe, arpe, salterio. "Paseábase El Rey Moro", la musica suonata nella scena del bordello, è un arrangiamento da Luys De Narváes (prima metà del '500, "Oud and vocals by Clara Sanabras"); altre musiche sono di diretta ispirazione ebraica (i canti in sinagoga) suonati con il qanun che è una specie di cetra. Su testo di John Milton è "With Wand'ring Steps"; "How Sweet the Moonlight" è su testo di William Shakespeare. "Bridal Ballad", che scorre sui titoli di coda, è sicuramente il brano più bello della colonna sonora, anche per la voce notevole di Hayley Westenra. Il testo, a sorpresa, è di Edgar Allan Poe.
Il film è stato girato, oltre che a Venezia e nel Veneto, in Lussemburgo; purtroppo non ho trovato indicazioni più precise sui luoghi, per esterni ed interni. E' un film da vedere in versione originale, innanzitutto per la bravura di Al Pacino ma anche per le caratterizzazioni dei personaggi, i differenti accenti dei pretendenti di Porzia, il sonoro in generale.


Bridal Ballad, di Edgar Allan Poe, è la storia di una giovane donna che ha sposato un uomo che non ama, e che cerca di convincersi di essere felice; il nome dell'innamorato morto in guerra è D'Elormie. Non so perché sia stato scelto questo testo per "Il mercante di Venezia", ma alla fine del film questa musica rimane nella memoria - anche per la bella interpretazione della cantante Hayley Westenra.
The ring is on my hand,
And the wreath is on my brow;
Satin and jewels grand
Are all at my command,
And I am happy now.
And my lord he loves me well;
But, when first he breathed his vow,
I felt my bosom swell -
For the words rang as a knell,
And the voice seemed his who fell
In the battle down the dell,
And who is happy now.
But he spoke to re-assure me,
And he kissed my pallid brow,
While a reverie came o'er me,
And to the church-yard bore me,
And I sighed to him before me,
Thinking him dead D'Elormie,
"Oh, I am happy now!"
And thus the words were spoken,
And this the plighted vow,
And, though my faith be broken,
And, though my heart be broken,
Here is a ring, as token
That I am happy now!
(Edgar Allan Poe, Bridal ballad) (musica di Jocelyn Pook)