mercoledì 8 dicembre 2010

Prima della Rivoluzione ( I )

Prima della rivoluzione (1963) Scritto e diretto da Bernardo Bertolucci. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Gianni Amico. Fotografia: Aldo Scavarda. Operatori: Camillo Bazzoni, Vittorio Storaro. Montaggio: Roberto Perpignani. Musica di Giuseppe Verdi Musiche originali di Ennio Morricone e Gato Barbieri (con due canzoni di Gino Paoli e “Avevo 15 anni di Ennio Ferrari.   Interpreti: Adriana Asti (Gina), Francesco Barilli (Fabrizio), Allen Midgette (Agostino), Morando Morandini (Cesare, voce di Gastone Moschin), Cecrope Barilli (Puck), Cristina Pariset (Clelia), Evelina Alpi (la bambina), Gianni Amico (un amico), Goliardo Padova (il pittore), Guido Fanti (Enore), Amelia Bordi e Domenico Alpi (genitori di Fabrizio), Iole Lunardi (la nonna), Antonio Maghenzani (fratello di Fabrizio), Ida Pellegri (madre di Clelia), Aurelio Bordi.  Durata: 112 minuti.

«Il fiume no, il fiume basta, bisogna dimenticarselo, il fiume. Ci dicono di salutarlo, ci ordinano di salutarlo. Verranno qui con delle macchine, verranno qui con le loro draghe, ci saranno degli uomini diversi, e il rumore dei motori... I pioppi, i filari, chi ci penserà a tirarli su, che non gelino, i pioppi... Non resterà più niente, non ci sarà più l’estate, non ci sarà più l’inverno. (al barcaiolo) Anche per te è finita, fatti da una parte, tirati indietro, affondala quella tua barca...Sì, sì, parlo anche per te. Non pescheremo più il luccio insieme, e neanche le carpe pescheremo; e le anatre non passeranno, non ritorneranno più dentro il mirino del mio fucile. E basta le folaghe, basta il volo delle oche selvatiche... Amici miei, vedete: qui finisce la vita e comincia la sopravvivenza. Perciò addio, Stagno Lombardo, ciao. Ciao fucile, ciao fiume, e ciao Puck...»
“Prima della rivoluzione” è un titolo che può trarre in inganno; si pensa subito alla politica e all’ideologia, ma è soltanto il primo dei molti depistaggi usati da Bertolucci (all’epoca giovanissimo), forse anche per mentire almeno un po’ a se stesso, e da se stesso nascondersi.
Un altro “depistaggio” importante è l’accostamento con “La certosa di Parma” di Stendhal, da cui vengono i nomi dei personaggi: Fabrizio del Dongo, Gina Sanseverina, Clelia. Anche i riferimenti alla psicoanalisi penso che non vadano attribuiti a Bertolucci, ma piuttosto ad Adriana Asti (attrice protagonista) che era molto vicina a Cesare Musatti (Cesare è il nome dell’amico del protagonista, interpretato da Morando Morandini). Tra i personaggi, un altro nome “sospetto” è Puck (Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate); invece Agostino (Allen Midgette, che tornerà in “Novecento”) è un po’ il doppio del protagonista: con lui morirà, o almeno così mi è sembrato di capire, la natura ribelle e infantile del protagonista.
Direi invece che non è un depistaggio la frase di Talleyrand citata all’inizio: “ Chi non ha vissuto negli anni prima della Rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere”. Non conosco Talleyrand, e non so cosa intendesse di preciso con questa frase; direi però che “prima della rivoluzione”, qui va probabilmente inteso nel senso di “prima della nascita, prima dell’età adulta”, cioè quando ancora non si hanno responsabilità (economiche, di famiglia, di immagine) e il mondo appare ancora aperto ad ogni nostra iniziativa.
Anche il brano che ho riportato all’inizio (e che si trova al minuto 82 del film, più o meno) è molto indicativo: perchè questa è una tematica molto cara a Bertolucci, che non la abbandonerà mai (sul fiume è basato “Novecento”, ma il fiume è anche in Piccolo Buddha...), ma soprattutto perché questo monologo datato 1962 è purtroppo diventato di grandissima attualità, dopo le devastazioni ambientali degli ultimi anni. Per cinquant’anni, dopo la fine della guerra, in Emilia il controllo dell’ambiente, e il rispetto per il Po, non sono mai mancati; oggi, nel momento in cui si sproloquia sul nome del “dio Po” e nel massimo della speculazione edilizia, non resta che prendere atto di questa profezia di cinquant’anni fa. Vista lunga, per il ventitreenne Bertolucci...
“Prima della rivoluzione”, minuto 80:
Cesare: ...e la terra? Questa era una terra buona, no?
Puck: E’ buona, ma è tutta ipotecata. Il cinque di maggio devo trovare i soldi per la banca, è l’ultima data.
Gina: Ma come è possibile? Anche Stagno Lombardo?
Puck: Eh, ciao...tra un anno, chissà di chi sarà, Stagno Lombardo. Da quando è morto mio padre, tre anni fa, va tutto a rotoli. Se avesse potuto immaginare una rovina simile, sono sicuro che non sarebbe neanche morto. Vi immaginate me, senza il pane assicurato? Cosa dovrò fare? Mettermi a lavorare? Non l’ho mai fatto neanche per scherzo.... La laurea: i miei mi dicevano che non serviva perché avevo la terra, e la terra non tradisce mai. Quindi, sono più ignorante di una talpa. Mi vergognerei di andare a rubare uno stipendio...Qualsiasi lavoro facessi, sarebbe come un rubare. Un mangiare a sbafo...
Fabrizio: Perché, fino ad oggi come ha mangiato lei? La falsa sincerità mi fa ridere.
Gina (arrabbiatissima). Fabrizio!
Puck: Gina, lascia...
Fabrizio: E’ troppo comodo mettersi a fare l’esame di coscienza soltanto quando non si ha più una lira in tasca. Perchè non lo ha fatto prima, quando aveva il pane assicurato, come dice lui?
Gina: Fabrizio, sei un villano!
Puck: No, no, hai detto bene Fabrizio. Ti dò del tu, tanto oramai ti sei compromesso con me. La colpa è tutta mia, che vi annoio con un caso senza importanza.
Fabrizio: Non è un caso senza importanza. Il fatto è che di casi senza importanza come il suo ce ne sono troppi, in Italia.
Puck: Proprio questo non hai capito, Fabrizio. Non hai capito cosa voglia dire l’abitudine, l’assuefazione al proprio stato. Ecco perché non me ne vergogno.
Fabrizio: Eh già, con l’abitudine si giustifica tutto: il fascismo, Franco, il razzismo...Ci si abitua a tutto. Ma lui dice “eppure non me ne vergogno”...
Gina: Sei stupido e presuntuoso. Tu parli, parli, credi capire tutto e invece non capisci niente e nessuno!
Fabrizio: Tu stai zitta, che non puoi parlare.
Gina: (lo prende a schiaffi. Puck la accompagna via con dolcezza.)
monologo di Puck, con controcanto del pittore Padova.
Puck: Il fiume no, il fiume basta, bisogna dimenticarselo, il fiume. Ci dicono di salutarlo, ci ordinano di salutarlo. Verranno qui con delle macchine, verranno qui con le loro draghe, ci saranno degli uomini diversi, e il rumore dei motori... I pioppi, i filari, chi ci penserà a tirarli su, che non gelino, i pioppi... Non resterà più niente, non ci sarà più l’estate, non ci sarà più l’inverno. (al barcaiolo) Anche per te è finita, fatti da una parte, tirati indietro, affondala quella tua barca...Sì, sì, parlo anche per te. Non pescheremo più il luccio insieme, e neanche le carpe pescheremo; e le anatre non passeranno, non ritorneranno più dentro il mirino del mio fucile. E basta le folaghe, basta il volo delle oche selvatiche... Amici miei, vedete: qui finisce la vita e comincia la sopravvivenza. Perciò addio, Stagno Lombardo, ciao. Ciao fucile, ciao fiume, e ciao Puck...
(pausa; immagini del fiume)
Cesare: Che bella luce...
Gina: Ci siamo dentro anche noi, tutti.

Prima della Rivoluzione ( II )

Prima della rivoluzione (1963) Scritto e diretto da Bernardo Bertolucci. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Gianni Amico. Fotografia: Aldo Scavarda. Operatori: Camillo Bazzoni, Vittorio Storaro. Montaggio: Roberto Perpignani. Musica di Giuseppe Verdi Musiche originali di Ennio Morricone e Gato Barbieri (con due canzoni di Gino Paoli e “Avevo 15 anni di Ennio Ferrari.  Interpreti: Adriana Asti (Gina), Francesco Barilli (Fabrizio), Allen Midgette (Agostino), Morando Morandini (Cesare, voce di Gastone Moschin), Cecrope Barilli (Puck), Cristina Pariset (Clelia), Evelina Alpi (la bambina), Gianni Amico (un amico), Goliardo Padova (il pittore), Guido Fanti (Enore), Amelia Bordi e Domenico Alpi (genitori di Fabrizio), Iole Lunardi (la nonna), Antonio Maghenzani (fratello di Fabrizio), Ida Pellegri (madre di Clelia), Aurelio Bordi. Durata: 112 minuti.

Il personaggio di Puck è interpretato da Cecrope Barilli, che sembra un nome inventato e invece è un nome vero. E, vista la presenza scenica e la grande sicurezza nei movimenti, sembra di vedere all’opera e un attore vero e si pensa subito che si tratti di uno dei “grandi vecchi” che non mancano mai nei film di Bertolucci. Invece no, Cecrope Barilli non era un attore. Tutto questo si merita un momento di riflessione, perché anche i nomi sono importanti.
Puck è un nome shakespeariano: è il folletto che sta nel bosco, al servizio del Re degli Elfi, in “Sogno di una notte di mezza estate”; in teatro è una delle parti più ambite e più difficili. Puck è anche la parte interpretata dal ragazzo che vuol fare l’attore in “Dead poets society” (L’attimo fuggente) di Peter Weir; e sembra strano vedere questo nome addosso ad un uomo sui sessant’anni, ma si vede che Bertolucci (all’epoca poco più che ventenne) aveva le sue ragioni.
Anche Cecrope è un nome ben strano: vado a cercare su http://www.wikipedia.it/  e ne trovo subito il primo proprietario: «Cecrope, mitico re di Atene Cecrope è una figura della mitologia greca e costituisce il primo leggendario re di Atene. Nacque dal suolo stesso dell'Attica, ed era rappresentato con un corpo da uomo terminante con una coda di serpente (v. uomo rettile). Nell'antichità, infatti, il serpente era uno dei simboli della terra. I miti e le leggende legati alla fondazione di Atene sono vari e complessi; in alcuni, il fondatore di Atene sarebbe stato Eretteo, al quale Cecrope sarebbe succeduto; in altre il fondatore sarebbe Erittonio. In tutte le versioni, comunque, Cecrope risulta figlio della Madre Terra, a lui sono attribuiti i primi segni di civiltà, come l'abolizione dei sacrifici cruenti, il principio della monogamia, l'invenzione della scrittura e l'uso di seppellire i morti. Cecrope sposò Agraulo dalla quale nacquero tre figli: Agraulo (figlia), Erse e Pandroso. La tomba di Cecrope sembra sia da collocarsi, secondo il mito, sull'acropoli di Atene, nei pressi dell'Eretteo.»
Incuriosito, e anche un bel po’ ignorante, vado a cercare su Google, e lì per lì penso ad un errore: Cecrope Barilli risulterebbe morto nel 1911. Si tratta infatti (e qui viene alla luce tutta la mia ignoranza) di un importante pittore parmigiano dell’Ottocento, un antenato (probabilmente il bisnonno) di Francesco Barilli, il protagonista del film. I Barilli sono, infatti, una delle famiglie “storiche” di Parma, famiglia di artisti e di studiosi che ha elementi importanti da almeno due secoli, e di cui fa parte anche Bruno Barilli, per dire il nome più famoso.
Il Cecrope Barilli che vediamo nel film era un maestro elementare e didatta; dev’essere stato una persona magnifica, ma ho fatto molta fatica a trovare informazioni in rete. Il modo migliore per avere notizie su di lui è cercare il CEMEA, Centro di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Alternativa, un’istituzione da lui fondata e ancora oggi attiva. E’ più che probabile che la figura di Cesare (nel film interpretato da Morando Morandini) sia direttamente ispirata proprio a Cecrope Barilli, ma di queste cose bisognerebbe chieder conto direttamente a Bertolucci.
Ricapitolando, Cecrope Barilli è un pittore parmigiano dell’Ottocento, morto nel 1911, nonno o bisnonno di Francesco Barilli. Cecrope Barilli è anche l’attore che interpreta Puck, didatta e maestro, fondatore del CEMEA, morto nel 1987.
Il pittore che vediamo all’opera sulle rive del Po interpreta se stesso ed è chiamato col suo vero nome: si tratta di Goliardo Padova, nativo di Casalmaggiore. Il pittore, mentre dipinge, sta parlando di “incantare le rane”: per pescare le rane, una volta numerosissime lungo i fossi, le si “incantava” abbagliandole con la luce improvvisa di una torcia. Così abbagliate, le rane rimanevano ferme per un attimo ed era facile prenderle.
Stagno Lombardo esiste davvero: è un comune in provincia di Cremona, ma che confina con Zibello (PR) patria del culatello. Siamo al confine tra Lombardia ed Emilia, e va detto che il confine sulle rive del Po è un confine del tutto fittizio. Non date ascolto ai balordi e ai campanilisti, mantovani e cremonesi, pramsàn e reggiani, di qua e di là del Po sono un popolo solo e le differenze sono davvero minime.
Questa qui sotto è una gazza in volo, colpita da un cacciatore; un'opera di Goliardo Padova, che ho preso in rete da un sito dedicato al pittore.
C’è anche un altro personaggio famoso dietro questo film, che non appare e non viene mai nominato; ma è Adriana Asti a farne il nome, nei commenti che si trovano sul secondo dvd. Si tratta di Cesare Musatti, decano della psicoanalisi italiana, e personaggio famosissimo anche per molte apparizioni tv. Musatti era ben lontano dall’immagine “standard” dello psicoanalista, dava l’impressione di essere una persona normale, ben disposto ad ascoltare il suo prossimo più per natura che per professione. E’ da notare che c’è probabilmente un piccolo gioco di “slittamento” dei nomi nei personaggi: Cesare diventa non lo psicoanalista ma il maestro elementare, ed è interpretato da un grande critico cinematografico, Morando Morandini. Invece il vero maestro, Cecrope Barilli, appare sotto altro nome, quasi in incognito; e dello psicoanalista a cui si rivolge nottetempo Adriana Asti non viene fatto il nome, ma è Cesare Musatti.
Tutto questo ammesso che la mia ricostruzione sia giusta, cosa della quale ho fondati motivi di dubitare perché trovare queste informazioni su “Prima della rivoluzione” e suoi suoi protagonisti non è facilissimo.
(continua)

Prima della Rivoluzione ( III )

Prima della rivoluzione (1963) Scritto e diretto da Bernardo Bertolucci. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Gianni Amico. Fotografia: Aldo Scavarda. Operatori: Camillo Bazzoni, Vittorio Storaro. Montaggio: Roberto Perpignani. Musica di Giuseppe Verdi Musiche originali di Ennio Morricone e Gato Barbieri (con due canzoni di Gino Paoli e “Avevo 15 anni di Ennio Ferrari.   Interpreti: Adriana Asti (Gina), Francesco Barilli (Fabrizio), Allen Midgette (Agostino), Morando Morandini (Cesare, voce di Gastone Moschin), Cecrope Barilli (Puck), Cristina Pariset (Clelia), Evelina Alpi (la bambina), Gianni Amico (un amico), Goliardo Padova (il pittore), Guido Fanti (Enore), Amelia Bordi e Domenico Alpi (genitori di Fabrizio), Iole Lunardi (la nonna), Antonio Maghenzani (fratello di Fabrizio), Ida Pellegri (madre di Clelia), Aurelio Bordi. Durata: 112 minuti.

La parte del film veramente politica (politica in senso alto, nel vero senso della parola) è rappresentata dal dialogo che avviene nel finale, alla Festa dell’Unità nel Parco Ducale di Parma tra Cesare (Morando Morandini) nelle vesti di maestro e il giovane Fabrizio (Francesco Barilli) nella parte dell'allievo ormai adulto che sta per decidere la sua strada. La trascrivo qui sotto perché molti suoi passaggi sono ancora di grande attualità, e si merita una lettura attenta. Si parte dai lavori per l’allestimento della Festa dell’Unità a Parma, e tutto il dialogo si svolge mentre ascoltiamo la canzone “avevo quindici anni”, una canzone "antica" nello stile dei cantanti che giravano un tempo per le fiere. (il cantante si chiama Ennio Ferrari).
- Sento che è tutto sbagliato, che anche questo modo di divertirsi è tutto sbagliato.
- E’ tutto il pomeriggio che vai avanti così...Cosa vuoi?
- Ma non c’è mica bisogno che te lo dica, che cosa voglio. Credevo che parlassimo la stessa lingua, io e te...che volessimo le stesse cose.
- Ma dai....la gente per divertirsi vuole vuole vedere Celentano da vicino, Mina...
- Per questo dico che è tutto sbagliato. E dire che ho passato metà estate a girare per le sezioni...Giuro che qui sta andando tutto a puttane. (tre ragazze fanno commenti sulla morte di Marilyn Monroe) Il popolo prende quello che gli si dà...mi fa paura.
- Beh, finché siamo noi a dare.
- Il popolo accetta ciecamente. E se fossimo nell’errore?
- In questo senso avremmo potuto sbagliare da sempre.
- Infatti avete sbagliato. No, non dico gli errori piccoli, gli errori degli uomini: avete sbagliato perché in vent’anni il popolo non si è formato neppure uno straccio di coscienza.
- Noi abbiamo le prove che una coscienza popolare esiste, e anche fortissima.
- Lo so cosa intendi, ma i fatti del luglio 1960 (la rivolta al governo Tambroni) non mi bastano. Non mi bastano le rivoluzioni di un giorno...
-Non contanto le lotte, gli scioperi, le conquiste sindacali?
- Non mi bastano gli scioperi, le agitazioni sindacali, i primi maggio con le bandiere rosse. Nel ’48, forse...(...)
- Il proletariato ha degli ideali, non dimenticarlo.
- Il proletario ha un solo ideale, irrazionale; ma non ne ha colpa, avete permesso che sognasse una dignità borghese e adesso vuole confondersi con i borghesi, vestire abiti borghesi, vedere gli spettacoli borghesi, leggere libri borghesi...
- I lavoratori vogliono migliorare le loro condizioni economiche, mi sembra giusto.
(passano Enore e il fratellino, anche loro all’opera per la Festa dell’Unità)
- Che cosa ha fatto il partito per Agostino?
- E tu che cosa hai fatto per Agostino? Tu dormivi, e la sua morte ti ha svegliato...E poi perché pretendi dal partito quello che non hai saputo fare tu?
- Proprio perché non l’ho fatto io.
- Ormai sei fuori, e credi di essere più dentro degli altri. Eh, ne ho già visti come te...Il tuo problema è un altro: se tu avessi più coraggio parleresti di Gina.
- Tu mi hai portato un libro, una volta...C’era una frase sottolineata: “Gli uomini fanno la loro storia in un ambiente che li condiziona”. Tu me l’hai spiegato così: gli uomini agiscono in un ambiente che esisste già, ma sono gli uomini a fare la loro storia, non l’ambiente in cui vivono. Io sono il fallimento di quella frase. Bisogna aprire gli occhi: tu volevi modificarmi, anch’io l’ho sperato. E invece io sono una pietra, non muterò mai. (...) Così, per me l’ideologia è stata come una vacanza, una villeggiatura. Credevo di vivere gli anni della Rivoluzione, invece vivevo gli anni prima della Rivoluzione, perché è sempre prima della Rivoluzione quando si è come me.
Il finale confermerà questa affermazione: Fabrizio ritorna nella sua classe d’appartenenza, sposando Clelia che fa parte della ricca borghesia, col palco di famiglia al Regio. La rivoluzione (“avete da perdere solo le vostre catene”, citazione dal Manifesto) non lo riguarda; la politica non lo riguarda, riguarda altri, quelli come Cesare e come i ragazzi della Festa dell’Unità.
Anche Cesare è al Regio per il Macbeth di Verdi che apre la stagione del 1962, ma in loggione: roba da intenditori (nei teatri d’opera settecenteschi e ottocenteschi, in loggione il suono arriva meglio) ma posti economici, meno del biglietto di un cinema. Fabrizio è già nel palco di famiglia, con la futura suocera e la fidanzata: anche la storia d’amore con Gina, una deviazione dal percorso di vita che a lui è stato assegnato, appartiene ormai al passato. Fabrizio è dunque pronto a riprendere il suo posto nella società: anche se l’avvenire è tutto da scrivere e non ci viene raccontato, è probabile che sia andata proprio così.

Ascoltato oggi, questo dialogo fa pensare. Non so come fosse di preciso la situazione all’epoca (io ero molto piccolo, non andavo ancora a scuola) ma dopo il ’62 ci fu una grande stagione di lotte, che portò allo Statuto dei Lavoratori (1969-1970), e dunque questa critica è ingiusta per quelli della generazione di Bertolucci; ma torna ad essere più che giusta per le generazioni seguenti, quelle degli ultimi 10-15 anni ma anche la mia, che è cresciuta pensando che le conquiste degli anni ’60 fossero eterne e dovute. Invece in pochi anni è stato perso tutto, i lavoratori sono tutti precari e arrivare alla pensione è ormai un miraggio.
Invece di “su fratelli su compagni” e del sol dell’avvenire (è l’Inno dei Lavoratori, su testo di Filippo Turati) abbiamo la musica diffusa e gli spot pubblicitari onnipresenti, perfino sui binari del tram e della metropolitana. Oggi sono in molti ad essere fieri della loro ignoranza, politici importanti si vantano di non aver mai letto un libro, e disprezzano apertamente tutto ciò che richiede un minimo di impegno. Non è tutto così, ma mette i brividi pensare a tutto ciò che è stato buttato via (e che era costato un secolo di lotte e di sacrifici): “otto ore di lavoro, otto ore di sonno, otto ore per te e la tua famiglia” era per quelli della mia età una tranquilla certezza, così certa e così tranquilla che di questo slogan (dei primi anni del socialismo) ci siamo perfino dimenticati l’esistenza. Abbiamo dormito, abbiamo creduto di essere tutti ricchi di famiglia come il protagonista di questo film, e adesso stiamo cominciando a pagarne le conseguenze.
(continua)

Prima della Rivoluzione ( IV )

Prima della rivoluzione (1963) Scritto e diretto da Bernardo Bertolucci. Sceneggiatura di Bernardo Bertolucci e Gianni Amico. Fotografia: Aldo Scavarda. Operatori: Camillo Bazzoni, Vittorio Storaro. Montaggio: Roberto Perpignani. Musica di Giuseppe Verdi Musiche originali di Ennio Morricone e Gato Barbieri (con due canzoni di Gino Paoli e “Avevo 15 anni di Ennio Ferrari.  Interpreti: Adriana Asti (Gina), Francesco Barilli (Fabrizio), Allen Midgette (Agostino), Morando Morandini (Cesare, voce di Gastone Moschin), Cecrope Barilli (Puck), Cristina Pariset (Clelia), Evelina Alpi (la bambina), Gianni Amico (un amico), Goliardo Padova (il pittore), Guido Fanti (Enore), Amelia Bordi e Domenico Alpi (genitori di Fabrizio), Iole Lunardi (la nonna), Antonio Maghenzani (fratello di Fabrizio), Ida Pellegri (madre di Clelia), Aurelio Bordi. Durata: 112 minuti.

“Prima della rivoluzione”, minuto 20:
- ... non sei mai scappata di casa?
- Non c’è mica bisogno di scappare di casa. Basta rimanere in casa quando gli altri escono. E se gli altri sono in casa...beh, allora per forza uno scappa
Questa frase, detta nel film da Adriana Asti, me la sono sentita un po’ anche mia; la mia natura è questa e mi ci sono riconosciuto. Non sono mai scappato di casa, e non ne ho mai sentito il bisogno perché a casa mia si stava bene; ma oggi la tentazione di scappare dalla Lombardia, e dall’Emilia, e dal Veneto (le terre dei miei parenti e antenati) è fortissima. L’unica cosa che me ne trattiene è questa: non sono più giovane. Se avessi vent’anni, o anche trenta, con questa gente al governo, fuggirei il più lontano possibile.
Un altro ricordo che è affiorato è nella scena in cui la Asti conta i bottoni della camicia a Morandini, al minuto 53: “monaca sposa vedova zitella”. E’ un gioco che ho visto fare anche qui in casa (dalle bambine, soprattutto) soprattutto nella variante “re regina cavallo pinocchio fatina”. Se i bottoni sono tanti, la bambina può girare finché non trova la parola che più le piace; se sono pochi, meglio lasciar perdere.
Un’altra filastrocca famosa, probabilmente presa da un mazzo di carte piacentine o di tarocchi (ricchisime di figure, a differenza delle carte da scala quaranta) è recitata da una bambina vera al minuto 30:
E’ Lucia che fila il lino, volta la carta e si vede Arlecchino
Arlecchino che canta e che balla, volta la carta e si vede una farfalla
è una farfalla che vola sui fiori, volta la carta e si vede i signori
è i signori che van per la strada, volta la carta e si vede la spada
è la spada che porta i soldati, volta la carta e si vede i malati
i malati che hanno il dolore, volta la carta e si vede il dottore
il dottore che fa le ricette, volta la carta e si vede il serpente
il serpente che mangia i gattini, volta la carta e si vede i bambini
i bambini in mezzo alla gente, volta la carta e si vede più niente...
Il fastidio provato dal personaggio di Adriana Asti davanti a questa filastrocca, che al principio le era piaciuta, è dovuto quasi sicuramente al desiderio di essere al posto di quella bambina. Come spiega bene Bertolucci (parlando però di tutto il film, e non solo di questa scena) è il desiderio che il tempo si fermi: la Rivoluzione è la vita che va avanti, non si può sempre giocare ed essere bambini.
Tornando al film, gli spunti interessanti sono molti: una curiosità grande è vedere Morando Morandini (il più intelligente e sensibile dei critici cinematografici) alla prova come attore, e direi che se la cava molto bene. Morandini è doppiato da Gastone Moschin, ma non è l’unico ad essere doppiato; anzi, probabilmente c’è solo Adriana Asti a parlare con la sua vera voce. Le altre voci sono di nomi storici del doppiaggio, abituali da noi in moltissimi film americani, ma non sono riuscito a trovare indicazioni precise.
In “Prima della rivoluzione” vediamo anche Gianni Amico, regista di cinema e tv e amico personale di Bertolucci, che nei titoli di testa appare come coautore della sceneggiatura: è la scena (al bar, vicino al biliardo) in cui si parla di cinema, si cita Godard ed esce la famosa frase “non si può vivere senza Rossellini”.

Allen Midgette, che qui interpreta il biondo Agostino e che mostra notevoli doti d’acrobata in bicicletta, è un attore del giro di Andy Warhol; lo si ritroverà anche in “Novecento”, dove interpreta il vagabondo che scagiona Olmo autoaccusandosi dell’omicidio del bambino (commesso però dal perfido Attila).
Francesco Barilli, il protagonista, somiglia molto a Bertolucci ma anche (in alcune inquadrature) a Jean Pierre Leaud, attore preferito di Truffaut. Anche Barilli non era un attore professionista, ma un pittore, e un amico personale di Bertolucci. Barilli ha ripreso a fare l’attore di recente, soprattutto in tv (oggi somiglia molto meno a Bertolucci, rispetto a quando aveva vent’anni).
Nell’intervista a Bertolucci sul dvd ufficiale ci sono rimandi d’obbligo a Pasolini (questo è il secondo film di Bertolucci: il primo, “La commare secca”, è proprio su soggetto di Pasolini), ma anche a Visconti, a Rossellini e ad Antonioni (in quegli anni erano appena usciti “La notte”, “L’avventura”...) .
Guardando le scene di Stagno Lombardo, dal minuto 80 in avanti, io però ho pensato subito a due cose: a “La regola del gioco” di Jean Renoir (il film che Bertolucci dichiara sempre come suo punto di riferimento in assoluto), ma anche alle storie sulla nascita di Milano 2 e sulla vendita della villa di Arcore, che fu dei Casati Stampa. La tenuta di La regola del gioco, Stagno Lombardo, la Brianza di Arcore: era così prima della speculazione edilizia, la tenuta agricola dei marchesi...
Il film fu vietato ai minori di 18 anni, e forse lo è ancora anche se la cosa può far sorridere. Non vi sono scene “scabrose”, però vi si racconta di una relazione tra zia e nipote: ma zia e nipote hanno quasi la stessa età e sono persone adulte e consapevoli. L’incesto che qui è mascherato (si tratta della zia materna, sorella della mamma) verrà alla luce molti anni più tardi in “La Luna”: anche in questo caso, si tratta di un ripiegarsi nell’ambito familiare, sia per la giovane donna che per il giovane uomo, cercando di evitare “la rivoluzione”, cioè il prendersi carico delle responsabilità che spettano ad un adulto, e delle inevitabili ferite e delusioni. Nel film, tutto questo avrà una soluzione normale: una semplice parentesi, un gioco “prima della rivoluzione”. Si può forse dire che abbiamo davanti un film popolato da maschi che si rivela però un film tutto al femminile, se lo si guarda bene: proprio come “La luna”. La visione della vita del protagonista è ancora molto simile a quella di un bambino, come spiega bene Cesare all’amico nel dialogo alla Festa dell’Unità.
Su questi temi è molto interessante l’intervista con Giovanna Grignaffini, sul dvd degli extra.
Restando in tema psicoanalitico, sempre sul dvd degli “extra” c’è una bella intervista con Adriana Asti, che spiega l’origine della scena con la telefonata notturna: era lei che telefonava veramente Cesare Musatti: nel senso che, nella sua vita quotidiana, gli telefonava veramente alle quattro del mattino. La Asti sorride nel ricordare: “io potevo farlo, a me lo permetteva”. Cesare Musatti fu tra i fondatori della psicoanalisi in Italia, e fu per moltissimi anni una figura di riferimento; Bertolucci racconta però che, per lui, la psicoanalisi sarebbe diventata importante solo qualche anno dopo, ai tempi di “Strategia del ragno”.

Molto importanti i luoghi, come sempre in Bertolucci: ci sono lunghe panoramiche di Parma (la scena famosa che parte da Piazza Garibaldi, ma non solo) e soprattutto Fontanellato e la camera ottica a Torre Farnese, con delle brevi sequenze a colori.
Sempre a proposito del dvd degli extra, imperdibile il racconto di Bertolucci sul mafioso in Sicilia e sul (giovanissimo) produttore del film: ma non sto qui a raccontarlo per non rovinare il divertimento.
Ho trovato bellissime le scene in teatro, nel finale: camminare nei corridoi vuoti del teatro, mentre arriva la musica dal di dentro, è un’esperienza bellissima che ho fatto anch’io diverse volte. Alla Scala, in loggione, cioè l’ultimo piano, vicino al soffitto, c’era molto spazio e si poteva uscire lentamente e poi rientrare, badando bene di non far rumore. Non so come sia oggi, ma fino a tutti gli anni ’90 era così, ed è un’esperienza quasi magica, estatica. Bertolucci la rende benissimo, sia pure inserita nella narrazione: l’importante è non far rumore, non disturbare, muoversi in silenzio.
Le musiche originali sono di Ennio Morricone, che ha collaborato molto con Bertolucci anche negli anni successivi (“Novecento”, “Partner”...) e comprendono anche il clavicembalo, che nei primi anni ’60 era ancora una rarità (rimando d’obbligo a Wanda Landowska).
Non sono riuscito a risalire all’edizione originale del Macbeth che si ascolta in questa scena: è molto bella, potrebbe essere una registrazione non ufficiale effettuata davvero al Regio di Parma. Nel 1964 le edizioni discografiche del Macbeth disponibili erano molto poche, forse solo quella di Leinsdorf per la RCA che era uscita da poco: ma non mi sembra che sia questa. La sequenza che ascoltiamo non rispetta l’ordine in cui i brani vengono eseguiti in teatro, si salta da una scena all’altra più come una scelta di musiche che come la documentazione di un vero spettacolo: di conseguenza, per chi conosce il Macbeth, l’aspetto di irrealtà, e quindi di sogno e di magia, aumenta. Questa è una sequenza non del tutto realistica, che mischia vere riprese in teatro con sequenze recitate: ma è difficile rendersene conto. E’ una sequenza da antologia: pochissime volte al cinema è stata fotografata in questo modo la magia e la bellezza del teatro, quello che si prova veramente.
Non ho riconosciuto nemmeno il vocalizzo su “ah dolore” che si ascolta a Fontanellato, e devo dire che la cosa mi dispiace molto. Si direbbe per voce di tenore, ma a questo proposito i titoli di coda tacciono. Completano le musiche il jazz di Gato Barbieri (che diventerà famosissimo scrivendo il tema per “Ultimo tango a Parigi”), due canzoni di Paoli, e “Avevo quindici anni” una ballata da cantante di fiera, del tipo che anch’io ho fatto in tempo qualche volta ad incontrare: una specie oggi quasi completamente estinta, ma ben documentata da Roberto Leydi nei suoi filmati degli anni ’50 e ’60.
Nel complesso, “Prima della rivoluzione” è ancora oggi un ottimo film; Bertolucci pare non avere un controllo completo della materia narrativa, ma si dimostra già un autore di tutto rispetto, ed è da regista di grande esperienza la maestria nelle riprese, soprattutto quelle in teatro. Il ventitreenne Bertolucci, al suo secondo film, è già perfettamente padrone dei suoi mezzi tecnici ed espressivi; ma dovrà aspettare ancora qualche anno prima di arrivare ai suoi capolavori, da “Partner” e “Strategia del ragno” in poi.
Nell’intermezzo, andrà in Iran e in giro per l’Europa per conto dell’ENI, girando un magnifico documentario intitolato “La via del petrolio”, ancora oggi molto interessante. Sono cose di cui non si parla mai, ma i tubi dell’oleodotto che parte da Genova viaggiano anche nel lago di Como, nella pianura padana, per tutta l’Europa, in posti impensabili. Confesso di non saperne niente e di aver visto “La via del petrolio” con molto piacere e con molto interesse; è uno dei grandi film italiani per troppo tempo dimenticati, e bisognerà parlarne a parte.

venerdì 3 dicembre 2010

Futurologia

FINO ALLA FINE DEL MONDO (Bis ans Ende der Welt, 1991). regia di Wim Wenders. Soggetto di Wim Wenders e Solveig Dommartin. Sceneggiatura di Peter Carey e Wim Wenders. Fotografia: Robby Müller. Musica: pigmei del Camerun, aborigeni australiani della nazione Mbantua, Puccini (Madama Butterfly), Talking Heads, REM, U2, Laurent Petitgand, Lou Reed, Peter Gabriel, e altri. Con Solveig Dommartin, Sam Neill, William Hurt, Max von Sydow, Jeanne Moreau, David Gulpilil, Rüdiger Vogler, Chishu Ryu, Eddy Mitchell, Chick Ortega, Ernie Dingo. Durata prima edizione commerciale: 179 minuti. Durata originale: 287 minuti

In “Fino alla fine del mondo”, girato nel 1991, Wim Wenders provò a immaginarsi, con dieci anni d’anticipo, come sarebbe andato il cambio di millennio: il passaggio dal 1999 al 2000. E’ un film ancora oggi piacevole e divertente, ricco di belle immagini, con molti tratti del film di fantascienza e d’avventura; e l’idea del cambio di millennio non è certo il suo tema portante, ma solo un espediente per raccontare la storia principale.
Direi che il film è invecchiato pochissimo salvo che per un dettaglio non secondario, che è questo: Wenders si è divertito a inventare gadgets che si sarebbero usati dal 2000 in poi, cose che nel 1991 non c’erano ancora e che poi sarebbero diventate d’uso comune. Siccome siamo ormai nel 2011, possiamo farne un piccolo inventario: Wenders anticipa con molta verosimiglianza il navigatore in macchina, ma manca completamente il telefonino come l’abbiamo oggi, e questo è sorprendente.
Si immagina invece (ma qui c’è un rimando preciso a “Metropolis” di Fritz Lang) città avveniristiche con le loro brave stazioni e aeroporti, tutte provviste di svariati videotelefoni a gettoni, efficientissimi. La nostra realtà quotidiana è invece che sono ormai spariti quasi completamente anche i normali telefoni a gettone, o a moneta, o a scheda: ognuno fa da sè, è ormai obbligatorio avere con sè un telefono – guai a chi lo perde e glielo rubano, dovrà elemosinare un aiuto. Qualche videotelefono c’è, ma molto simile ai primi telefoni cordless: ancora piuttosto ingombrante e con una vistosa antenna esterna. Mancano anche, dalle stazioni di “Fino alla fine del mondo”, gli onnipresenti messaggi pubblicitari, in video e dagli altoparlanti: insomma, Wenders si è immaginato un futuro migliore di quello che abbiamo oggi. Non sempre l’ottimismo paga, guardando al futuro: e non mi sento di farne una colpa a Wenders che – due anni dopo la caduta del Muro di Berlino - si è immaginato, come massimo della cattiveria, delle mafie internazionali legate alla nuova tecnologia, quindi persone colte: ma non il ritorno del nazifascismo, il razzismo, la corruzione...
Proseguendo nel mio piccolo inventario, al posto dell’i-pod c’è una scheda come quelle delle carte di credito; i bancomat hanno schermate da cartone animato; gli orologi nei posti pubblici sono elettronici ma hanno ancora le lancette; la polizia si muove su strani scooter con le rotelline e ha caschi e tute che sembrano prese da Fahrenheit 451; i videopoker sono come quelli già visti in Tokyo-ga qualche anno prima; il meccanico d’aerei (l’attore australiano Gulpilil) lavora ancora con chiavi e cacciavite; le cineprese portatili e le macchine fotografiche non fanno parte del telefonino ma sono ancora oggetti ben distinti, separati; i computer portatili sono molto simili a quelli di oggi, almeno per le dimensioni; i monitor del pc hanno ancora il tubo catodico.
Non me la sento di dare giudizi di merito, però tra le cose belle (facendo confronti con il cinema del 2010) metto sicuramente il seno di Solveig Dommartin: che è molto ben fatto, ma è tutto suo e non ha bisogno di protesi. Anche se l’attrice qui ha già passato i trent’anni non c’è bisogno di photoshop e ritocchi chirurgici – e questa è un’ottima cosa, purtroppo si tratta di un’altra profezia non avverata.
Sono dunque previsioni più o meno azzeccate, ma c’è una gran parte di gioco e di divertimento in questo film, e quindi ci può stare. Quella che invece è diventata una previsione azzeccatissima, e addirittura inquietante, è il tema più importante del film, quello che ne giustifica l’esistenza. Ed è un tema drammatico: la protagonista femminile, interpretata da Solveig Dommartin, che perde se stessa dentro un apparecchio elettronico; e si perde a tal punto che l’esaurimento delle pile e l’impossibilità di cambiarle (ben giustificata dalla trama del film) scatenano in lei quella che è una vera crisi d’astinenza, ai limiti della pazzia.
Il finale del film sarà positivo, ma vale la pena di riflettere sul perché questa previsione è così centrata, e oggi ancora più inquietante. Quello che nel 1991 poteva essere interpretato come un momento di introspezione, di chiusura su se stessi, del desiderio di ritornare all’infanzia, oggi è diventato possibile (manca pochissimo) grazie alle moderne tecnologie diagnostiche. Dalla TAC alla risonanza magnetica, si tratta di rilevazioni dell’attività elettrica e magnetica del nostro cervello: le cellule del cervello, i neuroni, lavorano appunto così, con impulsi elettrici e campi magnetici che oggi possono essere facilmente rilevati registrati. Nel 1991 non era possibile, oggi lo si può fare: nel film si parla di un ricordo infantile che riemerge nei sogni, oggi illustri clinici e neurologi sono già molto avanti negli studi in proposito, al punto da poter annunciare la possibilità di un backup del cervello, tutta la nostra memoria in un dvd o magari in una chiavetta sul telefonino.
Non è più fantascienza, insomma: ma l’aspetto più inquietante, e visibile quotidianamente, è un altro. Non è più necessario avere un backup dei nostri ricordi per perdersi dentro un apparecchio elettronico portatile: basta molto meno. Basta un telefonino, uno smart phone, un i-pod, un i-pad. Un’intera generazione, forse anche due, è cresciuta stando incollata ai videogiochi e al telefonino: oggi molti di questa generazione sono nei posti di comando, banche aeroporti e ministeri dipendono da persone che hanno perso contatto con la realtà, e pensano che la realtà sia questa, un apparecchio elettronico.
Non sto esagerando né in un senso né nell’altro: gli articoli sul backup del cervello, e simili, sono ormai frequenti sui giornali più autorevoli che parlano di medicina, e vengono ripresi sempre più spesso anche da giornali e quotidiani, e anche dalla tv. Se poi non si vuole prendere atto della realtà, è un altro paio di maniche: la realtà esiste anche se non ci piace.
Banche e ferrovie hanno quasi ultimato l’eliminazione di cassieri e biglietterie: siamo costretti a dialogare con una macchina. Può anche far piacere, può essere considerato comodo, ormai è un dato di fatto. Gli uffici dell’Enel, del telefono, del gas, dell’assistenza di qualsiasi casa produttrice di elettrodomestici, sono stati dapprima sostituiti con i call center, cioè da qualcosa di lontano e impersonale; ma ormai anche i call center stanno per diventare un ricordo, sostituiti da messaggi registrati o da mail. C’è, anche qui, chi ne é contento: di certo, siamo davanti a un altro fatto compiuto. Passiamo sempre più ore della nostra giornata a comunicare con uno schermo elettronico, lo si voglia o no: è qualcosa che ci è stato imposto o che abbiamo accettato volentieri, ma il rischio – come ci mostra il film di Wenders – è di trovarci del tutto indifesi davanti a una mancanza di corrente elettrica o all’esaurimento delle pile. Sono tecnologie belle ma fragili: nessun meccanico potrebbe più ripararvi l’automobile in caso d’emergenza, dimenticatevi le riparazioni al tornio e con il martello, se vi si guasta l’automobile significa che sono guai seri. E, se ci rubano l’i-pod, l’i-pad, l'hip-hop, il videofonino, la scheda magnetica o col microchip, rischiamo ormai di essere perduti.