Vanità e affanni (Larmar och gör sig till, 1997) Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia di Tony Forsberg, Irene Wiklund, Per Sunding Montaggio di Sylvia Ingemarsson. Musiche di Franz Schubert. Costumi di Mette Möller. Effetti speciali di Lars Söderberg e di Leif Johannson (il treno). Mask makers: Mona Tellström-Berg, Maj-Britt Vifell. Interpreti: Börje Ahlstedt (Carl Åkerblom), Marie Richardson (Pauline Thibault), Erland Josephson (Osvald Vogler), Gunnel Fred (Emma Vogler, moglie di Osvald), Anita Björk (Anna Åkerblom, matrigna di Carl), Anna Björk (Mia Falk, l’attrice bionda), Agneta Ekmanner (il clown Rigmor), Johan Lindell (il dottor Johan Egerman), Gerthi Kulle (Stella, l’infermiera), e Ingmar Bergman, come comparsa (un paziente del manicomio).
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
L’ascolto del lied di Schubert è interrotto dall’arrivo dell’infermiera e del dottore; veniamo a sapere che Carl è stato spostato in un reparto momentaneamente vuoto, allo scopo di farlo rimanere più tranquillo. Il motivo del ricovero è grave: in una crisi di collera ha aggredito la sua compagna, ferendola alla testa. Ma è una lite destinata a ricomporsi, li vedremo insieme tra poco, Carl e la sua donna, che è molto più giovane di lui e molto bella.
Dopo la conversazione col dottore, appare un nuovo personaggio; che è interpretato da Erland Josephson. Si tratta di un altro ricoverato, che ha voluto andare a trovare Carl. Il personaggio interpretato da Josephson è il doppio di Carl, quasi un gemello ma più piccolo e più insicuro, un fratellino forse. Anche lui ha una moglie che gli vuol bene e che verrà a recuperarlo per portarselo a casa; vedremo entrambe le donne nelle scene successive.
Erland Josephson è quasi irriconoscibile, appare piccolo e indifeso, non ha nessuna autorità, è molto piccolo, molto magro, quasi un uccellino; viene da chiedersi se è sempre stato così piccolo di statura. Forse negli altri film portava suole e tacchi costruiti per sembrare più alto? Il dubbio sorge anche perché questo non è l’ultimo film di Erland Josephson, che lavorerà ancora per molti anni e sempre con l’autorevolezza e il portamento a cui siamo abituati.
Questi dialoghi, quello con lo psichiatra e quello con Erland Josephson, sono particolarmente sgradevoli. Vi si parla di malattie gravi, di comportamenti infantili, di incontinenza, del “farsela addosso”, appaiono incubi che rimandano alla prima infanzia e al sesso visto come cosa sporca e come perversione, mancanza di indipendenza dalle donne, infantilismo generale. Bergman non è purtroppo nuovo a questi discorsi: non tanto nei suoi film precedenti, dove si è sempre controllato, quanto nei suoi libri di memorie, come “Lanterna magica” e “Nati di domenica” dove sono descritti fin troppo nei dettagli, proprio come qui, i problemi psicosomatici legati alla vita pratica, per esempio alle questioni che Bergman ebbe con il fisco svedese. Dettagli molto sgradevoli che sarebbe stato meglio dare per scontati, ma Bergman è fatto anche così (vedi “Il rito”, film grandissimo ma anche molto sgradevole), e quindi rispetto l’autore e vado avanti con la visione del film.
Si può però dire che Franz Schubert (1797-1828) morì veramente a trentun anni, e fu davvero afflitto da malattie veneree molto gravi (ma qui si esagera con i dettagli), e che i problemi fisici qui evidenziati sono tipici, oltre che dei malati, dei bambini. Un bambino molto piccolo, la sua insicurezza, “ero un re adesso non so cosa sono”: tutto questo è rappresentato nelle prima mezz’ora di “Vanità e affanni”.
La moglie del signor Vogler (Erland Josephson), interpretata da Gunnel Fred, è sordomuta e si esprime a gesti e con suoni gutturali purtroppo resi malissimo nel doppiaggio italiano. Probabilmente, Gunnel Fred oltre ad essere molto brava è davvero sordomuta (bisognerebbe informarsi, ma non è facile trovare informazioni) e Bergman l’ha voluta nel film per questo; ma forse la moglie sordomuta indica la difficoltà di comunicazione, che si può superare con l’amore e la voglia di capirsi. Tutte queste sono però solo mie supposizioni, questo personaggio irrompe nel film con molta forza ma poi appare veramente in poche scene, e nella seconda parte non c’è. E’ un peccato, e visto anche come procede tutto il film viene da pensare che ci siano stati molti ripensamenti e molte difficoltà da parte di Bergman nel portare avanti questo soggetto. Gunnel Fred è molto bella ed espressiva, ed è anche molto più giovane di Josephson; anche in questo, un doppio perfetto della coppia formata da zio Carl e dalla sua compagna. Li vedremo insieme, tutti e quattro, nelle ultime scene della prima parte, mentre brindano a un progetto in comune.
Dopo tutto questo trambusto, Carl Akerblom viene finalmente lasciato da solo, e può addormentarsi. E qui appare, in una luce azzurrina, un personaggio inquietante: l’incubo.
E’ un clown bianco, ma è anche una donna. Questo è il loro dialogo:
- E’ giunta l’ora?
- No! (lo dice con tono vezzoso, sonoro, confidenziale)
- Comunque, io mi dico sempre che non c’è da aver paura. Di che cosa dovrei aver paura? Tanto lo so che non c’è mica, la vita dopo la morte. Perché non c’è, vero che non c’è?
- Io non me ne vado in giro con dei segreti, cosa credi? (poi, diventando serissimo, con tono imperioso) Non ho segreti. E’ chiaro?
- Sì, sì...
(Ingmar Bergman, minuti 19-20 di Vanità e affanni)
E’ quasi lo stesso dialogo del Cavaliere con la Morte, nel “Settimo sigillo”. Molto più di una citazione:
La morte: Ora sto per lasciarvi. Quando ci incontreremo di nuovo, il tuo tempo e quello dei tuoi compagni sarà terminato.
Il cavaliere: E allora ci dirai i tuoi segreti.
La morte: Io non ho segreti.
Il cavaliere: Dunque tu non sai niente.
La morte: Non mi serve sapere. Io non ho niente da dire.
(Ingmar Bergman, verso il finale di “Il settimo sigillo”)
(continua)
sabato 11 agosto 2012
Vanità e affanni ( V )
Vanità e affanni (Larmar och gör sig till, 1997) Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia di Tony Forsberg, Irene Wiklund, Per Sunding Montaggio di Sylvia Ingemarsson. Musiche di Franz Schubert. Costumi di Mette Möller. Effetti speciali di Lars Söderberg e di Leif Johannson (il treno). Mask makers: Mona Tellström-Berg, Maj-Britt Vifell. Interpreti: Börje Ahlstedt (Carl Åkerblom), Marie Richardson (Pauline Thibault), Erland Josephson (Osvald Vogler), Gunnel Fred (Emma Vogler, moglie di Osvald), Anita Björk (Anna Åkerblom, matrigna di Carl), Anna Björk (Mia Falk, l’attrice bionda), Agneta Ekmanner (il clown Rigmor), Johan Lindell (il dottor Johan Egerman), Gerthi Kulle (Stella, l’infermiera), e Ingmar Bergman, come comparsa (un paziente del manicomio).
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
Lo zio Carl ha dunque la visione (stavolta al femminile) di un clown che lo aveva spaventato da piccolo. Si tratta di un clown bianco: nel circo, come ha ben spiegato Fellini, esistevano due tipi di clown: l’augusto (detto anche Toni, nei circhi italiani) un po’ bambino e un po’ barbone, incapace di badare a se stesso ma furbo e spesso anche intelligente, e il clown bianco è il potere, alto, maestoso, imperioso, di eleganza quasi sacerdotale, ma nel contempo ha qualcosa di femminile e di sguaiato, come se fosse un’improbabile donna che si atteggia a madre (matrigna, zia cattiva) o a moglie. Il clown bianco comanda, l’augusto obbedisce come può, cioè combinando disastri, e ogni tanto prova a ribellarsi, ma i rapporti fra i due sono immutabili, può scapparci qualche caduta o qualche torta in faccia, ma il clown bianco comanderà sempre.
Fellini aggiungeva: è così anche nella vita reale, se vi guardate intorno vedrete molti clown bianchi e molti augusti, e anche molti augusti che provano a fare i clown bianchi, e viceversa. Fellini si divertiva anche a fare un po’ di nomi di persone famose: Picasso è un augusto felice e trionfante, De Gaulle è un clown bianco; papa Giovanni è un augusto, Paolo VI è un clown bianco...
Un clown bianco, ma umano e sottomesso, è anche tra i protagonisti di Gycklarnas afton (in italiano “Una vampata d’amore”, ma il titolo originale significa più o meno “Sera di un saltimbanco”), uno dei capolavori di Bergman, del 1953: ma è tutt’altra storia.
E dunque qui si ricompone l’antica coppia dei pagliacci del circo: Carl è l’augusto e l’incubo notturno è il clown bianco, che si svelerà come donna e non solo come demonio. Un incubo dei peggiori: l’apparizione è la Sfinge, e Carl è Edipo? I due faranno sesso insieme, ma in modo laido, sporco, sgradevole e sbrigativo. L’apparizione ha un nome, Rigmor; l’attrice che la interpreta si chiama Agneta Ekmanner.
La sgradevolezza, il senso di disgusto e di disagio, la paura: le unghie appuntite, nere, danzanti, annunciano l’arrivo di uno dei peggiori incubi nella storia del cinema. Bergman spazza via con una sola inquadratura tutti gli incubi di tutti gli altri registi. A che mi serve il cinema horror, se ho Ingmar Bergman?
L’unghia appuntita torna nel finale, prima di andarsene il clown-sfinge si graffia il petto. Si vede il sangue, il clown svanisce, rimane la ferita (c’è una sequenza simile in Raul Ruiz, Combat d’amour en songe, che uscirà tre anni dopo Vanità e affanni).
- E’ giunta l’ora?
- No! (lo dice con tono vezzoso, sonoro, confidenziale)
- Comunque, io mi dico sempre che non c’è da aver paura. Di che cosa dovrei aver paura? Tanto lo so che non c’è mica, la vita dopo la morte. Perché non c’è, vero che non c’è?
- Io non me ne vado in giro con dei segreti, cosa credi? (poi, diventando serissimo) Non ho segreti. E’ chiaro?
- Sì, sì...
(Ingmar Bergman, minuti 19-20 di Vanità e affanni)
La morte: Ora sto per lasciarvi. Quando ci incontreremo di nuovo, il tuo tempo e quello dei tuoi compagni sarà terminato.
Il cavaliere: E allora ci dirai i tuoi segreti.
La morte: Io non ho segreti.
Il cavaliere: Dunque tu non sai niente.
La morte: Non mi serve sapere. Io non ho niente da dire.
(Ingmar Bergman, verso il finale di “Il settimo sigillo”)
Un’altra apparizione, forse anche due o tre:
La casa dello zio Isak (Erland Josephson) è davvero strana. Il signor Isak Jacobi, amico della nonna Helena, oltre ad essere una magnifica persona a cui si vuol bene subito, è un banchiere ebreo che fa anche da antiquario: la sua casa è piena di cose belle e mai viste prima. Per i bambini, per Fanny e Alexander, che dovranno stare lì finché non si calmano le acque, è uno stupore continuo. In casa c’è anche Aron, nipote vero dello zio Isak, che fa il marionettista e il burattinaio; e c’è un altro ragazzo, fratello di Aron, che si chiama Ismael e che non è cattivo ma viene tenuto rinchiuso perché considerato pericoloso. Ogni tanto, di notte, il misterioso Ismael canta. Aron e Ismael sono fratelli, orfani fin da bambini: lo zio Isak li tenuti con sè, e adesso Aron (interpretato da Mats Bergman, figlio di Ingmar) aiuta Isak nei suoi affari.
Ma adesso è notte, è buio: Alexander (che nonostante la statura è ancora un bambino) deve proprio fare pipì ed esce dalla sua stanza per cercare un posto adatto, ma si perde nel buio della casa.
Alexander: (a bassa voce) Speriamo che non ci siano i fantasmi...
Alexander passa davanti alla stanza dove in un grande letto dorme profondamente lo zio Isak (si è addormentato con un libro in mano); vicino a lui, su una poltrona, dorme profondamente anche Aron. Alexander ne approfitta e riesce a liberarsi usando un vaso di fiori; poi si rende conto di essersi davvero perso, questa volta, nella grande e misteriosa casa.
Alexander: Adesso mi sono perso davvero. Chissà dov’è la mia stanza...
Siamo a 2h25’, e Alexander vede il fantasma di suo padre, che sospira.
Oscar: Non è colpa mia se tutto è andato male. Io non posso lasciarvi, non posso.
Alexander: Sarebbe meglio che filassi diritto in cielo, dato che non ci puoi aiutare.
Oscar: Ho vissuto tutta la vita con voi bambini, e con Emilie...La morte non cambia nulla.
Alexander si siede su una poltrona, perplesso.
Oscar: Che c’è Alexander?
Alexander: Perché non vai da Dio a dirgli di far morire il vescovo? (il suo patrigno, un vescovo luterano che ha sposato la madre rimasta vedova di Oscar) O forse Dio se ne frega di te, se ne frega di tutti noi...Hai mai visto Dio, lì dall’altra parte?
Oscar abbassa gli occhi, in silenzio.
Alexander (prosegue, tra sè, da bambino arrabbiato) Non c’è uno stronzo che abbia un’idea in testa, sono quasi tutti degli idioti.
Oscar cerca di accarezzare il figlio.
Oscar: Devi aver riguardo per la gente, Alexander...
Siamo a 2h27’, la cinepresa stacca sulla casa del vescovo. Sono le quattro di notte: Emilie (che è incinta) sta aspettando l’occasione per lasciare il vescovo e raggiungere i bambini. Sta fingendo di bere una tazza di brodo, ma dentro c’è il sonnifero.
A 2h30’ si torna da Alexander, che si è addormentato sulla sedia a casa di zio Isak. Un rumore lo sveglia: è una porta che si apre lentamente, nel buio.
Alexander: Chi c’è dietro la porta?
Una voce: Dietro la porta c’è Dio.
Alexander: Non vuoi venir fuori?
La voce: A nessun vivente è concesso di vedere il volto di Dio.
Alexander: Che cosa vuoi da me?
La voce: Dimostrarti che esisto.
Alexander (si nasconde sotto il tavolo): E’ la mia fine, vero?
La voce: Vuoi davvero che mi faccia vedere? Ora mi vedrai. Ora vengo, Alexander.
Un tremito prende le maschere e le marionette appese al muro; qualcosa si avanza verso Alexander. E’ un’enorme marionetta, in sembianza di Dio con tanto di barba bianca. La marionetta fa qualche passo nel buio, verso il bambino spaventato, poi cade come se inciampasse. La voce misteriosa è in realtà quella di Aron, che ha voluto divertirsi un po’.
Aron si avvicina ad Alexander e ride.
Aron: Ti sei spaventato?
Alexander: Non mi sono spaventato un cazzo!
Aron (imitando Alexander): “Questa è la mia fine, vero?”
Alexander dà uno schiaffo ad Aron, ne segue una piccola collutazione; poi Aron si accorge che il bambino sta piangendo, e si ferma.
Alexander: Ahi, mi fai male...
Aron: Non piangere Alexander, non volevo spaventarti. Non fino a questo punto. (lo lascia e va a prendere la marionetta “di Dio”) Ho lavorato tutta la notte a questa marionetta. C’è il direttore di un circo, un inglese, che va matto per i nostri burattini. Ti ho sentito che andavi in giro, e così... (si sente una voce che intona un canto religioso) Lo senti? Mio fratello è sveglio, sta cantando...Povero Ismael, non sopporta la gente. A volte s’infuria, e allora è pericoloso.
Alexander: Tu dici di aver lavorato tutta la notte, ma io ho visto che dormivi, insieme a tuo zio.
Aron: Ci sono molte cose strane, che non si spiegano; e questo lo sa bene chi si occupa di magia.
(da questo blog, i post dedicati a Fanny e Alexander)
Bisognerebbe fare un inventario di queste apparizioni nei film di Bergman; questo post ne potrebbe essere l’inizio, ma non credo che lo farò.
“Il settimo sigillo” ha un corrispondente diretto in “Come in uno specchio”, di pochi anni seguente: che è più sommesso e meno spettacolare, ma che fa più male perché si svolge in ambito quotidiano, mentre qui siamo in una favola, una ballata senza tempo. Di questa irrealtà sono testimoni quegli scacchi così bianchi e puliti: lucente e nuova la scacchiera, improbabile che il cavaliere se li sia portati dietro dalle crociate, anche perché sono troppo ingombranti per chi viaggia senza bagaglio. Sono scacchi da sogno, nitidi e irreali allo stesso tempo.
Ad accomunare i due film sono anche le visioni: in “Come in uno specchio” a vedere l’aldilà è il personaggio affidato a Harriet Andersson, dichiaratamente malata (nei nostri tempi chi ha visioni viene dichiarato malato, e curato con gli psicofarmaci: anche per i santi, ormai, è rimasto poco spazio). Nel “Settimo sigillo” è una visione (da ballata, da cantastorie) l’apparizione della Morte, che riguarda solo il cavaliere e che nessun altro vede a parte il giullare Jof: ma Jof è solito avere queste visioni, e non gli crede nessuno perché le mescola abbondantemente con la sua fantasia, come nelle migliori tradizioni. Quando ne parla con sua moglie, lei gli risponde «non parlarne troppo in giro, poi la gente dirà che sei pazzo e non è vero. Non per ora, almeno.»
Anche “L’ora del lupo” e “Sussurri e grida” sono ricchi di queste visioni, così come molti altri film di Bergman, che ne parla diffusamente nei suoi libri autobiografici, come “Lanterna magica”. La stessa cosa accadeva a Federico Fellini, e sarebbe interessante fare un parallelo fra i due: qui basterà accennare a una frase di Bergman che ho riportato nel secondo post sul “Settimo sigillo”: «Bengt Ekerot e io eravamo d'accordo sul fatto che la Morte dovesse portare una maschera da clown, quella del clown bianco, o, meglio, una combinazione tra la maschera da clown e il teschio.»
(da questo blog, il post dedicato a “Il settimo sigillo”)
Ingmar Bergman, intervista del 2001 , con Gunnar Bergdahl
- Ci fu un lungo periodo nella mia vita in cui considerai la sala cinematografica come l’unico rifugio nel quale potevo essere in pace e nel quale i miei demoni smettevano di perseguitarmi. Lì nessuno poteva raggiungermi, potevo viaggiare nel buio in cui sedevo da solo. Non è per vigliaccheria, ma fuggi.
- Vuoi uscire fuori un momento...
- Sparisci, ed è legittimo.
- E anonimo.
- Sì, e anche un po’ erotico.
- Ed è anche buio.
Ridono insieme.
(Ingmar Bergman, intervista del 2001 , con Gunnar Bergdahl, tv svedese)
Il settimo sigillo, Fanny e Alexander, Come in uno specchio, Vanità e affanni, rimandano ancora una volta, e sempre di più, all’opera di Strindberg; del quale io conosco abbastanza bene “Il sogno”: mi è servito molto averlo letto, per capire Bergman.
- A quei tempi, anch’io ero re...
- E adesso, che cosa sei?
- Non lo so... (piange)
(lo zio Carl e l’apparizione, minuto 24 da Vanità e affanni, come sopra)
Da bambino, ero un re...
(continua)
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
Lo zio Carl ha dunque la visione (stavolta al femminile) di un clown che lo aveva spaventato da piccolo. Si tratta di un clown bianco: nel circo, come ha ben spiegato Fellini, esistevano due tipi di clown: l’augusto (detto anche Toni, nei circhi italiani) un po’ bambino e un po’ barbone, incapace di badare a se stesso ma furbo e spesso anche intelligente, e il clown bianco è il potere, alto, maestoso, imperioso, di eleganza quasi sacerdotale, ma nel contempo ha qualcosa di femminile e di sguaiato, come se fosse un’improbabile donna che si atteggia a madre (matrigna, zia cattiva) o a moglie. Il clown bianco comanda, l’augusto obbedisce come può, cioè combinando disastri, e ogni tanto prova a ribellarsi, ma i rapporti fra i due sono immutabili, può scapparci qualche caduta o qualche torta in faccia, ma il clown bianco comanderà sempre.
Fellini aggiungeva: è così anche nella vita reale, se vi guardate intorno vedrete molti clown bianchi e molti augusti, e anche molti augusti che provano a fare i clown bianchi, e viceversa. Fellini si divertiva anche a fare un po’ di nomi di persone famose: Picasso è un augusto felice e trionfante, De Gaulle è un clown bianco; papa Giovanni è un augusto, Paolo VI è un clown bianco...
Un clown bianco, ma umano e sottomesso, è anche tra i protagonisti di Gycklarnas afton (in italiano “Una vampata d’amore”, ma il titolo originale significa più o meno “Sera di un saltimbanco”), uno dei capolavori di Bergman, del 1953: ma è tutt’altra storia.
E dunque qui si ricompone l’antica coppia dei pagliacci del circo: Carl è l’augusto e l’incubo notturno è il clown bianco, che si svelerà come donna e non solo come demonio. Un incubo dei peggiori: l’apparizione è la Sfinge, e Carl è Edipo? I due faranno sesso insieme, ma in modo laido, sporco, sgradevole e sbrigativo. L’apparizione ha un nome, Rigmor; l’attrice che la interpreta si chiama Agneta Ekmanner.
La sgradevolezza, il senso di disgusto e di disagio, la paura: le unghie appuntite, nere, danzanti, annunciano l’arrivo di uno dei peggiori incubi nella storia del cinema. Bergman spazza via con una sola inquadratura tutti gli incubi di tutti gli altri registi. A che mi serve il cinema horror, se ho Ingmar Bergman?
L’unghia appuntita torna nel finale, prima di andarsene il clown-sfinge si graffia il petto. Si vede il sangue, il clown svanisce, rimane la ferita (c’è una sequenza simile in Raul Ruiz, Combat d’amour en songe, che uscirà tre anni dopo Vanità e affanni).
- E’ giunta l’ora?
- No! (lo dice con tono vezzoso, sonoro, confidenziale)
- Comunque, io mi dico sempre che non c’è da aver paura. Di che cosa dovrei aver paura? Tanto lo so che non c’è mica, la vita dopo la morte. Perché non c’è, vero che non c’è?
- Io non me ne vado in giro con dei segreti, cosa credi? (poi, diventando serissimo) Non ho segreti. E’ chiaro?
- Sì, sì...
(Ingmar Bergman, minuti 19-20 di Vanità e affanni)
La morte: Ora sto per lasciarvi. Quando ci incontreremo di nuovo, il tuo tempo e quello dei tuoi compagni sarà terminato.
Il cavaliere: E allora ci dirai i tuoi segreti.
La morte: Io non ho segreti.
Il cavaliere: Dunque tu non sai niente.
La morte: Non mi serve sapere. Io non ho niente da dire.
(Ingmar Bergman, verso il finale di “Il settimo sigillo”)
Un’altra apparizione, forse anche due o tre:
La casa dello zio Isak (Erland Josephson) è davvero strana. Il signor Isak Jacobi, amico della nonna Helena, oltre ad essere una magnifica persona a cui si vuol bene subito, è un banchiere ebreo che fa anche da antiquario: la sua casa è piena di cose belle e mai viste prima. Per i bambini, per Fanny e Alexander, che dovranno stare lì finché non si calmano le acque, è uno stupore continuo. In casa c’è anche Aron, nipote vero dello zio Isak, che fa il marionettista e il burattinaio; e c’è un altro ragazzo, fratello di Aron, che si chiama Ismael e che non è cattivo ma viene tenuto rinchiuso perché considerato pericoloso. Ogni tanto, di notte, il misterioso Ismael canta. Aron e Ismael sono fratelli, orfani fin da bambini: lo zio Isak li tenuti con sè, e adesso Aron (interpretato da Mats Bergman, figlio di Ingmar) aiuta Isak nei suoi affari.
Ma adesso è notte, è buio: Alexander (che nonostante la statura è ancora un bambino) deve proprio fare pipì ed esce dalla sua stanza per cercare un posto adatto, ma si perde nel buio della casa.
Alexander: (a bassa voce) Speriamo che non ci siano i fantasmi...
Alexander passa davanti alla stanza dove in un grande letto dorme profondamente lo zio Isak (si è addormentato con un libro in mano); vicino a lui, su una poltrona, dorme profondamente anche Aron. Alexander ne approfitta e riesce a liberarsi usando un vaso di fiori; poi si rende conto di essersi davvero perso, questa volta, nella grande e misteriosa casa.
Alexander: Adesso mi sono perso davvero. Chissà dov’è la mia stanza...
Siamo a 2h25’, e Alexander vede il fantasma di suo padre, che sospira.
Oscar: Non è colpa mia se tutto è andato male. Io non posso lasciarvi, non posso.
Alexander: Sarebbe meglio che filassi diritto in cielo, dato che non ci puoi aiutare.
Oscar: Ho vissuto tutta la vita con voi bambini, e con Emilie...La morte non cambia nulla.
Alexander si siede su una poltrona, perplesso.
Oscar: Che c’è Alexander?
Alexander: Perché non vai da Dio a dirgli di far morire il vescovo? (il suo patrigno, un vescovo luterano che ha sposato la madre rimasta vedova di Oscar) O forse Dio se ne frega di te, se ne frega di tutti noi...Hai mai visto Dio, lì dall’altra parte?
Oscar abbassa gli occhi, in silenzio.
Alexander (prosegue, tra sè, da bambino arrabbiato) Non c’è uno stronzo che abbia un’idea in testa, sono quasi tutti degli idioti.
Oscar cerca di accarezzare il figlio.
Oscar: Devi aver riguardo per la gente, Alexander...
Siamo a 2h27’, la cinepresa stacca sulla casa del vescovo. Sono le quattro di notte: Emilie (che è incinta) sta aspettando l’occasione per lasciare il vescovo e raggiungere i bambini. Sta fingendo di bere una tazza di brodo, ma dentro c’è il sonnifero.
A 2h30’ si torna da Alexander, che si è addormentato sulla sedia a casa di zio Isak. Un rumore lo sveglia: è una porta che si apre lentamente, nel buio.
Alexander: Chi c’è dietro la porta?
Una voce: Dietro la porta c’è Dio.
Alexander: Non vuoi venir fuori?
La voce: A nessun vivente è concesso di vedere il volto di Dio.
Alexander: Che cosa vuoi da me?
La voce: Dimostrarti che esisto.
Alexander (si nasconde sotto il tavolo): E’ la mia fine, vero?
La voce: Vuoi davvero che mi faccia vedere? Ora mi vedrai. Ora vengo, Alexander.
Un tremito prende le maschere e le marionette appese al muro; qualcosa si avanza verso Alexander. E’ un’enorme marionetta, in sembianza di Dio con tanto di barba bianca. La marionetta fa qualche passo nel buio, verso il bambino spaventato, poi cade come se inciampasse. La voce misteriosa è in realtà quella di Aron, che ha voluto divertirsi un po’.
Aron si avvicina ad Alexander e ride.
Aron: Ti sei spaventato?
Alexander: Non mi sono spaventato un cazzo!
Aron (imitando Alexander): “Questa è la mia fine, vero?”
Alexander dà uno schiaffo ad Aron, ne segue una piccola collutazione; poi Aron si accorge che il bambino sta piangendo, e si ferma.
Alexander: Ahi, mi fai male...
Aron: Non piangere Alexander, non volevo spaventarti. Non fino a questo punto. (lo lascia e va a prendere la marionetta “di Dio”) Ho lavorato tutta la notte a questa marionetta. C’è il direttore di un circo, un inglese, che va matto per i nostri burattini. Ti ho sentito che andavi in giro, e così... (si sente una voce che intona un canto religioso) Lo senti? Mio fratello è sveglio, sta cantando...Povero Ismael, non sopporta la gente. A volte s’infuria, e allora è pericoloso.
Alexander: Tu dici di aver lavorato tutta la notte, ma io ho visto che dormivi, insieme a tuo zio.
Aron: Ci sono molte cose strane, che non si spiegano; e questo lo sa bene chi si occupa di magia.
(da questo blog, i post dedicati a Fanny e Alexander)
Bisognerebbe fare un inventario di queste apparizioni nei film di Bergman; questo post ne potrebbe essere l’inizio, ma non credo che lo farò.
“Il settimo sigillo” ha un corrispondente diretto in “Come in uno specchio”, di pochi anni seguente: che è più sommesso e meno spettacolare, ma che fa più male perché si svolge in ambito quotidiano, mentre qui siamo in una favola, una ballata senza tempo. Di questa irrealtà sono testimoni quegli scacchi così bianchi e puliti: lucente e nuova la scacchiera, improbabile che il cavaliere se li sia portati dietro dalle crociate, anche perché sono troppo ingombranti per chi viaggia senza bagaglio. Sono scacchi da sogno, nitidi e irreali allo stesso tempo.
Ad accomunare i due film sono anche le visioni: in “Come in uno specchio” a vedere l’aldilà è il personaggio affidato a Harriet Andersson, dichiaratamente malata (nei nostri tempi chi ha visioni viene dichiarato malato, e curato con gli psicofarmaci: anche per i santi, ormai, è rimasto poco spazio). Nel “Settimo sigillo” è una visione (da ballata, da cantastorie) l’apparizione della Morte, che riguarda solo il cavaliere e che nessun altro vede a parte il giullare Jof: ma Jof è solito avere queste visioni, e non gli crede nessuno perché le mescola abbondantemente con la sua fantasia, come nelle migliori tradizioni. Quando ne parla con sua moglie, lei gli risponde «non parlarne troppo in giro, poi la gente dirà che sei pazzo e non è vero. Non per ora, almeno.»
Anche “L’ora del lupo” e “Sussurri e grida” sono ricchi di queste visioni, così come molti altri film di Bergman, che ne parla diffusamente nei suoi libri autobiografici, come “Lanterna magica”. La stessa cosa accadeva a Federico Fellini, e sarebbe interessante fare un parallelo fra i due: qui basterà accennare a una frase di Bergman che ho riportato nel secondo post sul “Settimo sigillo”: «Bengt Ekerot e io eravamo d'accordo sul fatto che la Morte dovesse portare una maschera da clown, quella del clown bianco, o, meglio, una combinazione tra la maschera da clown e il teschio.»
(da questo blog, il post dedicato a “Il settimo sigillo”)
Ingmar Bergman, intervista del 2001 , con Gunnar Bergdahl
- Ci fu un lungo periodo nella mia vita in cui considerai la sala cinematografica come l’unico rifugio nel quale potevo essere in pace e nel quale i miei demoni smettevano di perseguitarmi. Lì nessuno poteva raggiungermi, potevo viaggiare nel buio in cui sedevo da solo. Non è per vigliaccheria, ma fuggi.
- Vuoi uscire fuori un momento...
- Sparisci, ed è legittimo.
- E anonimo.
- Sì, e anche un po’ erotico.
- Ed è anche buio.
Ridono insieme.
(Ingmar Bergman, intervista del 2001 , con Gunnar Bergdahl, tv svedese)
Il settimo sigillo, Fanny e Alexander, Come in uno specchio, Vanità e affanni, rimandano ancora una volta, e sempre di più, all’opera di Strindberg; del quale io conosco abbastanza bene “Il sogno”: mi è servito molto averlo letto, per capire Bergman.
- A quei tempi, anch’io ero re...
- E adesso, che cosa sei?
- Non lo so... (piange)
(lo zio Carl e l’apparizione, minuto 24 da Vanità e affanni, come sopra)
Da bambino, ero un re...
(continua)
Vanità e affanni ( VI )
Vanità e affanni (Larmar och gör sig till, 1997) Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia di Tony Forsberg, Irene Wiklund, Per Sunding Montaggio di Sylvia Ingemarsson. Musiche di Franz Schubert. Costumi di Mette Möller. Effetti speciali di Lars Söderberg e di Leif Johannson (il treno). Mask makers: Mona Tellström-Berg, Maj-Britt Vifell. Interpreti: Börje Ahlstedt (Carl Åkerblom), Marie Richardson (Pauline Thibault), Erland Josephson (Osvald Vogler), Gunnel Fred (Emma Vogler, moglie di Osvald), Anita Björk (Anna Åkerblom, matrigna di Carl), Anna Björk (Mia Falk, l’attrice bionda), Agneta Ekmanner (il clown Rigmor), Johan Lindell (il dottor Johan Egerman), Gerthi Kulle (Stella, l’infermiera), e Ingmar Bergman, come comparsa (un paziente del manicomio).
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
L’incubo scompare, finalmente Carl può dormire e riposarsi. La mattina dopo, facciamo la conoscenza con la protagonista femminile del film: è la compagna di vita (non ancora moglie) di Carl Akerblom, che nasconde sotto una frangia di capelli la ferita che Carl le ha provocato, e che ha portato al ricovero dell’uomo all’ospedale psichiatrico. Ma i due si vogliono bene, presto andranno nuovamente d’accordo e porteranno avanti un progetto in comune; a loro si uniscono il signor Vogler (Erland Josephson) e sua moglie. I quattro brinderanno insieme al nuovo progetto: si tratta di una sala cinematografica, ma diversa dalle altre. Siamo nel 1922, il sonoro arriverà solo nel 1929: quello che ha in mente Carl è una fusione tra cinema e teatro, e lo vedremo anche noi realizzato nella seconda parte di “Vanità e affanni”.
Pauline Thibault, la compagna di Carl, è interpretata da Marie Richardson, un’attrice molto bella e molto espressiva, e che è stata pettinata come una grande diva del cinema di quegli anni, Louise Brooks (le somiglia molto, va detto). Marie Richardson è svedese, quindi non ha niente a che vedere con Vanessa Redgrave come pensavo io (la Redgrave ebbe dei figli dal regista inglese Tony Richardson).
Dopo circa tre quarti d’ora dall’inizio abbandoniamo l’ospedale psichiatrico e troviamo i nostri protagonisti in un piccolo locale in una città che si chiama Grånäs. L’episodio che segue è in gran parte vero, Bergman ne accenna nei suoi libri; la sua verità va però presa con le molle, è in gran parte un’invenzione poetica e siamo dalle parti della storia del cinema, non come Wim Wenders con “I fratelli Skladanowski” ma quasi.
Il film inventato e approntato da Carl Akerblom, mi dispiace dirlo, appare come un pastrocchio che mette insieme due personaggi vissuti a cent’anni di distanza fra loro: l’incontro impossibile tra Franz Schubert (1797-1828) e una giovanissima prostituta viennese, detta Contessina Mitzi. Risparmio i dettagli, piuttosto volgari e irritanti; però il film si vede, se ne ascoltano i dialoghi, e tutto l’insieme finisce non solo con l’avere un significato ma perfino col commuovere e far pensare. Gran merito va alla musica di Franz Schubert, piccoli frammenti ma molto ben scelti dalla Sinfonia n.9 e dalla Sonata in si bemolle maggiore D 960. Come accadde a gran parte delle musiche di Schubert, queste musiche non furono mai eseguite in pubblico durante la sua vita: Schubert morì molto giovane, a 31 anni, e alla sua morte i suoi cassetti erano pieni di appunti, molte cose già finite e altre solo in abbozzo. L’episodio del critico che gli rimprovera errori di orchestrazione è autentico, anche se non so dire se si chiamasse veramente Jacobi come viene detto nel film di Bergman (Jacobi, come Vogler, è uno dei cognomi più ricorrenti nei film di Bergman).
Le prime immagini del cinema mostrano vento e tormenta, che spazzano via le locandine appese all’esterno; dentro, troviamo Pauline con la bionda attrice protagonista del film, che interpreta la Contessina Mitzi. Pauline è gelosa, e la convince con le buone a tornarsene a casa. (Devo dire che Pauline stira malissimo, questa scena si poteva girare meglio). Il proiezionista è Peter Stormare, grande attore teatrale svedese, che al cinema si è fatto un nome con ruoli di spietato assassino (vedi “Fargo” dei Coen), ma che invece ha un aspetto da persona assolutamente normale.
Di seguito, arriva il personaggio interpretato da Anita Björk: si presenta come matrigna e tutrice legale di Carl Akerblom, ed è la nonna di Ingmar Bergman. La nonna di Bergman era di pochi anni più anziana di Carl, ma ne divenne tutrice data l’instabilità mentale dichiarata dell’uomo; il passo dove ne parla Ingmar Bergman è in “Lanterna magica” e ne ho riportato degli estratti nei primi due post dedicati a “Vanità e affanni”. Alla morte della nonna di Bergman, la tutela di zio Carl fu affidata alla mamma di Ingmar, che era sorella di zio Carl. Rispetto al racconto di Ingmar Bergman, due cose non coincidono: è Karin, mamma di Bergman, ad avere il colloquio con la fidanzata di Carl; e non coincide la descrizione di Pauline così come è nel film con la vera moglie di zio Carl. Qui la realtà e l’invenzione si fondono.
Era stato assunto come sagrestano alla chiesa di Sofia. Aveva abbandonato l'attività d'inventore: non era che un'illusione, sorellina. La fidanzata aveva passato la trentina, era piccola ed esile, le spalle erano ossute, le gambe lunghe e magre. Aveva denti larghi e bianchi, capelli color del miele raccolti in una crocchia, naso lungo e ben modellato, bocca sottile e mento rotondo. Gli occhi erano scuri ma avevano una luce intensa. Guardava il fidanzato con la tenerezza che dà il possesso, come per distrazione teneva la forte mano appoggiata sul ginocchio di lui. Era insegnante di ginnastica. La tutela durata tutta una vita avrebbe avuto termine: le idee della matrigna sul mio stato mentale erano solo una delle sue illusioni. Amava il potere, doveva avere qualcuno da dominare. La sorellina non riuscirà mai a essere come la matrigna, per quanto si sforzi. È un'illusione. La fidanzata osservava la famiglia con gli occhi scuri e luminosi, e taceva.
Qualche mese più tardi il fidanzamento fu rotto. Lo zio Carl fece ritorno alle stanze della Ringvägen e lasciò il posto di sagrestano alla chiesa di Sofia. Alla mamma confidò che non poteva rinunciare a portare a termine le sue invenzioni. La fidanzata aveva cercato di impedirglielo, s'erano messi a gridare ed erano venuti alle mani, Carl aveva sulle guance i segni dei graffi: credevo di poter smettere con le invenzioni. Era un'illusione.
(Ingmar Bergman, da “Lanterna magica”, pagg. 29-35, Garzanti 1992, traduzione di Fulvio Ferrari)
Karin Bergman, mamma di Ingmar, sta per entrare tra i personaggi di “Vanità e affanni” e la vedremo fra poco, tra gli spettatori paganti dello spettacolo messo in scena da Carl.
In questa scena e nella successiva possiamo vedere alcune sequenze molto interessanti dal punto di vista storico. Non so quasi niente di proiettori cinematografici, ma le scene col proiezionista sono molto interessanti, e vanno messe insieme a quelle di Wim Wenders in “Nel corso del tempo” o di “I fratelli Skladanowski”. Vediamo anche zio Carl che, tutto soddisfatto, mette due monete al posto dei fusibili del contatore dell’energia elettrica: un trucco che facevano in molti (magari con un pezzo di fil di ferro) e che spero non faccia più nessuno, i fusibili servono per evitare incendi e corto circuiti. E infatti sarà un corto circuito con principio d’incendio a interrompere la proiezione, ma di questo conviene parlare più avanti.
Il proiezionista è affidato a un attore importante (Peter Stormare), inoltre è tisico e Bergman ci mostra la sua malattia in modo dettagliato; però poi il suo personaggio non viene ulteriormente sviluppato, e questo mi ha fatto venire ulteriori dubbi sulla reale lunghezza del film: che ne esista una versione tv in più puntate, come per “Fanny e Alexander” e “Scene da un matrimonio”? Però imdb dice 119 minuti, due ore meno un minuto, che è la durata esatta del film in versione italiana, quella che sto vedendo. Il dubbio, comunque, rimane.
Dato che nel film c’è il dettaglio, molto bello, dei due carboni che danno luce al proiettore, mi sono sorte altre curiosità; nell’intervista del 2001 alla tv svedese Bergman accenna ai “proiettori Ernemann a carbone”, ma è un dettaglio troppo tecnico, così ho ripiegato su wikipedia, dove ho trovato moltissime informazioni alla voce “proiettore cinematografico”. Ne traggo un breve estratto, relativo a ciò che vediamo in “Vanità e affanni”.
da www.wikipedia.it :
Le prime lampade per proiezione utilizzavano miscele di eteri e ossigeno. Ciò, unito alla forte infiammabilità del primitivo supporto (la celluloide) era fonte di gravi pericoli per gli spettatori. E infatti nel 1897, durante una festa di beneficenza organizzata a Parigi dall'aristocrazia francese, un violento incendio, causato dall'errata manovra di riaccensione della lampada, distrusse il padiglione di legno che ospitava la festa provocando la morte di centoventuno persone. Le lampade a fiamma furono così bruscamente abbandonate.
La diffusione della rete elettrica consentì l'adozione delle prime lampade ad arco elettrico (inventato da Davy nel 1808). A questa famiglia appartengono le lampade tuttora impiegate nei proiettori professionali. L'arco è dovuto al passaggio di corrente nello spazio gassoso che separa due conduttori. Le prime lanterne ad arco contenevano due elettrodi (costituiti da lunghi cilindretti di carbone di storta ricoperti di rame) i quali, una volta avvicinati, dopo essere stati messi in tensione, provocavano una scintilla (cd. adescamento dell'arco); il successivo allontanamento dei due elettrodi determinava il formarsi dell'arco. Un apposito motorino elettrico li faceva avanzare, mantenendoli nella posizione di fuoco ottico, compensando il loro consumo (molto approssimativamente 20 cm/h). Attualmente, anche nei proiettori cinematografici di tipo digitale, la sorgente di luce è la stessa, sempre un arco elettrico, ma generato da lampade allo Xeno ad alta pressione.
Nella prima parte di “Vanità e affanni” si accenna ad un brevetto di Carl per il cinema sonorizzato, respinta dall’Ufficio Brevetti. Si tratta di un’invenzione vera? A dire il vero, quello che vediamo in “Vanità e affanni”, più che qualcosa come il brevetto del 1895 dei fratelli Skladanowski (che era molto buono, ma decisamente inferiore a quello dei Lumière), l’invenzione di zio Carl sembra la versione cinema del teatro dei burattini, con le voci dietro lo schermo... Ma a questo punto lo spettacolo non è ancora cominciato, non rimane che aspettare e vedere.
Stanno per arrivare gli spettatori, Pauline li spia quando entrano e la signora Hanna, che è del posto, le spiega chi sono, uno per uno, mentre la maschera (che è sempre il proiezionista) controlla i biglietti. Sette persone in tutto, ma fuori c’è una gran tormenta. Poteva andare peggio.
(continua)
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
L’incubo scompare, finalmente Carl può dormire e riposarsi. La mattina dopo, facciamo la conoscenza con la protagonista femminile del film: è la compagna di vita (non ancora moglie) di Carl Akerblom, che nasconde sotto una frangia di capelli la ferita che Carl le ha provocato, e che ha portato al ricovero dell’uomo all’ospedale psichiatrico. Ma i due si vogliono bene, presto andranno nuovamente d’accordo e porteranno avanti un progetto in comune; a loro si uniscono il signor Vogler (Erland Josephson) e sua moglie. I quattro brinderanno insieme al nuovo progetto: si tratta di una sala cinematografica, ma diversa dalle altre. Siamo nel 1922, il sonoro arriverà solo nel 1929: quello che ha in mente Carl è una fusione tra cinema e teatro, e lo vedremo anche noi realizzato nella seconda parte di “Vanità e affanni”.
Pauline Thibault, la compagna di Carl, è interpretata da Marie Richardson, un’attrice molto bella e molto espressiva, e che è stata pettinata come una grande diva del cinema di quegli anni, Louise Brooks (le somiglia molto, va detto). Marie Richardson è svedese, quindi non ha niente a che vedere con Vanessa Redgrave come pensavo io (la Redgrave ebbe dei figli dal regista inglese Tony Richardson).
Dopo circa tre quarti d’ora dall’inizio abbandoniamo l’ospedale psichiatrico e troviamo i nostri protagonisti in un piccolo locale in una città che si chiama Grånäs. L’episodio che segue è in gran parte vero, Bergman ne accenna nei suoi libri; la sua verità va però presa con le molle, è in gran parte un’invenzione poetica e siamo dalle parti della storia del cinema, non come Wim Wenders con “I fratelli Skladanowski” ma quasi.
Il film inventato e approntato da Carl Akerblom, mi dispiace dirlo, appare come un pastrocchio che mette insieme due personaggi vissuti a cent’anni di distanza fra loro: l’incontro impossibile tra Franz Schubert (1797-1828) e una giovanissima prostituta viennese, detta Contessina Mitzi. Risparmio i dettagli, piuttosto volgari e irritanti; però il film si vede, se ne ascoltano i dialoghi, e tutto l’insieme finisce non solo con l’avere un significato ma perfino col commuovere e far pensare. Gran merito va alla musica di Franz Schubert, piccoli frammenti ma molto ben scelti dalla Sinfonia n.9 e dalla Sonata in si bemolle maggiore D 960. Come accadde a gran parte delle musiche di Schubert, queste musiche non furono mai eseguite in pubblico durante la sua vita: Schubert morì molto giovane, a 31 anni, e alla sua morte i suoi cassetti erano pieni di appunti, molte cose già finite e altre solo in abbozzo. L’episodio del critico che gli rimprovera errori di orchestrazione è autentico, anche se non so dire se si chiamasse veramente Jacobi come viene detto nel film di Bergman (Jacobi, come Vogler, è uno dei cognomi più ricorrenti nei film di Bergman).
Le prime immagini del cinema mostrano vento e tormenta, che spazzano via le locandine appese all’esterno; dentro, troviamo Pauline con la bionda attrice protagonista del film, che interpreta la Contessina Mitzi. Pauline è gelosa, e la convince con le buone a tornarsene a casa. (Devo dire che Pauline stira malissimo, questa scena si poteva girare meglio). Il proiezionista è Peter Stormare, grande attore teatrale svedese, che al cinema si è fatto un nome con ruoli di spietato assassino (vedi “Fargo” dei Coen), ma che invece ha un aspetto da persona assolutamente normale.
Di seguito, arriva il personaggio interpretato da Anita Björk: si presenta come matrigna e tutrice legale di Carl Akerblom, ed è la nonna di Ingmar Bergman. La nonna di Bergman era di pochi anni più anziana di Carl, ma ne divenne tutrice data l’instabilità mentale dichiarata dell’uomo; il passo dove ne parla Ingmar Bergman è in “Lanterna magica” e ne ho riportato degli estratti nei primi due post dedicati a “Vanità e affanni”. Alla morte della nonna di Bergman, la tutela di zio Carl fu affidata alla mamma di Ingmar, che era sorella di zio Carl. Rispetto al racconto di Ingmar Bergman, due cose non coincidono: è Karin, mamma di Bergman, ad avere il colloquio con la fidanzata di Carl; e non coincide la descrizione di Pauline così come è nel film con la vera moglie di zio Carl. Qui la realtà e l’invenzione si fondono.
Era stato assunto come sagrestano alla chiesa di Sofia. Aveva abbandonato l'attività d'inventore: non era che un'illusione, sorellina. La fidanzata aveva passato la trentina, era piccola ed esile, le spalle erano ossute, le gambe lunghe e magre. Aveva denti larghi e bianchi, capelli color del miele raccolti in una crocchia, naso lungo e ben modellato, bocca sottile e mento rotondo. Gli occhi erano scuri ma avevano una luce intensa. Guardava il fidanzato con la tenerezza che dà il possesso, come per distrazione teneva la forte mano appoggiata sul ginocchio di lui. Era insegnante di ginnastica. La tutela durata tutta una vita avrebbe avuto termine: le idee della matrigna sul mio stato mentale erano solo una delle sue illusioni. Amava il potere, doveva avere qualcuno da dominare. La sorellina non riuscirà mai a essere come la matrigna, per quanto si sforzi. È un'illusione. La fidanzata osservava la famiglia con gli occhi scuri e luminosi, e taceva.
Qualche mese più tardi il fidanzamento fu rotto. Lo zio Carl fece ritorno alle stanze della Ringvägen e lasciò il posto di sagrestano alla chiesa di Sofia. Alla mamma confidò che non poteva rinunciare a portare a termine le sue invenzioni. La fidanzata aveva cercato di impedirglielo, s'erano messi a gridare ed erano venuti alle mani, Carl aveva sulle guance i segni dei graffi: credevo di poter smettere con le invenzioni. Era un'illusione.
(Ingmar Bergman, da “Lanterna magica”, pagg. 29-35, Garzanti 1992, traduzione di Fulvio Ferrari)
Karin Bergman, mamma di Ingmar, sta per entrare tra i personaggi di “Vanità e affanni” e la vedremo fra poco, tra gli spettatori paganti dello spettacolo messo in scena da Carl.
In questa scena e nella successiva possiamo vedere alcune sequenze molto interessanti dal punto di vista storico. Non so quasi niente di proiettori cinematografici, ma le scene col proiezionista sono molto interessanti, e vanno messe insieme a quelle di Wim Wenders in “Nel corso del tempo” o di “I fratelli Skladanowski”. Vediamo anche zio Carl che, tutto soddisfatto, mette due monete al posto dei fusibili del contatore dell’energia elettrica: un trucco che facevano in molti (magari con un pezzo di fil di ferro) e che spero non faccia più nessuno, i fusibili servono per evitare incendi e corto circuiti. E infatti sarà un corto circuito con principio d’incendio a interrompere la proiezione, ma di questo conviene parlare più avanti.
Il proiezionista è affidato a un attore importante (Peter Stormare), inoltre è tisico e Bergman ci mostra la sua malattia in modo dettagliato; però poi il suo personaggio non viene ulteriormente sviluppato, e questo mi ha fatto venire ulteriori dubbi sulla reale lunghezza del film: che ne esista una versione tv in più puntate, come per “Fanny e Alexander” e “Scene da un matrimonio”? Però imdb dice 119 minuti, due ore meno un minuto, che è la durata esatta del film in versione italiana, quella che sto vedendo. Il dubbio, comunque, rimane.
Dato che nel film c’è il dettaglio, molto bello, dei due carboni che danno luce al proiettore, mi sono sorte altre curiosità; nell’intervista del 2001 alla tv svedese Bergman accenna ai “proiettori Ernemann a carbone”, ma è un dettaglio troppo tecnico, così ho ripiegato su wikipedia, dove ho trovato moltissime informazioni alla voce “proiettore cinematografico”. Ne traggo un breve estratto, relativo a ciò che vediamo in “Vanità e affanni”.
da www.wikipedia.it :
Le prime lampade per proiezione utilizzavano miscele di eteri e ossigeno. Ciò, unito alla forte infiammabilità del primitivo supporto (la celluloide) era fonte di gravi pericoli per gli spettatori. E infatti nel 1897, durante una festa di beneficenza organizzata a Parigi dall'aristocrazia francese, un violento incendio, causato dall'errata manovra di riaccensione della lampada, distrusse il padiglione di legno che ospitava la festa provocando la morte di centoventuno persone. Le lampade a fiamma furono così bruscamente abbandonate.
La diffusione della rete elettrica consentì l'adozione delle prime lampade ad arco elettrico (inventato da Davy nel 1808). A questa famiglia appartengono le lampade tuttora impiegate nei proiettori professionali. L'arco è dovuto al passaggio di corrente nello spazio gassoso che separa due conduttori. Le prime lanterne ad arco contenevano due elettrodi (costituiti da lunghi cilindretti di carbone di storta ricoperti di rame) i quali, una volta avvicinati, dopo essere stati messi in tensione, provocavano una scintilla (cd. adescamento dell'arco); il successivo allontanamento dei due elettrodi determinava il formarsi dell'arco. Un apposito motorino elettrico li faceva avanzare, mantenendoli nella posizione di fuoco ottico, compensando il loro consumo (molto approssimativamente 20 cm/h). Attualmente, anche nei proiettori cinematografici di tipo digitale, la sorgente di luce è la stessa, sempre un arco elettrico, ma generato da lampade allo Xeno ad alta pressione.
Nella prima parte di “Vanità e affanni” si accenna ad un brevetto di Carl per il cinema sonorizzato, respinta dall’Ufficio Brevetti. Si tratta di un’invenzione vera? A dire il vero, quello che vediamo in “Vanità e affanni”, più che qualcosa come il brevetto del 1895 dei fratelli Skladanowski (che era molto buono, ma decisamente inferiore a quello dei Lumière), l’invenzione di zio Carl sembra la versione cinema del teatro dei burattini, con le voci dietro lo schermo... Ma a questo punto lo spettacolo non è ancora cominciato, non rimane che aspettare e vedere.
Stanno per arrivare gli spettatori, Pauline li spia quando entrano e la signora Hanna, che è del posto, le spiega chi sono, uno per uno, mentre la maschera (che è sempre il proiezionista) controlla i biglietti. Sette persone in tutto, ma fuori c’è una gran tormenta. Poteva andare peggio.
(continua)
Vanità e affanni ( VII )
Vanità e affanni (Larmar och gör sig till, 1997) Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia di Tony Forsberg, Irene Wiklund, Per Sunding Montaggio di Sylvia Ingemarsson. Musiche di Franz Schubert. Costumi di Mette Möller. Effetti speciali di Lars Söderberg e di Leif Johannson (il treno). Mask makers: Mona Tellström-Berg, Maj-Britt Vifell. Interpreti: Börje Ahlstedt (Carl Åkerblom), Marie Richardson (Pauline Thibault), Erland Josephson (Osvald Vogler), Gunnel Fred (Emma Vogler, moglie di Osvald), Anita Björk (Anna Åkerblom, matrigna di Carl), Anna Björk (Mia Falk, l’attrice bionda), Agneta Ekmanner (il clown Rigmor), Johan Lindell (il dottor Johan Egerman), Gerthi Kulle (Stella, l’infermiera), e Ingmar Bergman, come comparsa (un paziente del manicomio).
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
Gli spettatori sono pochi, e vengono presentati uno per uno con il pretesto delle due donne che cercano di capire come andrà lo spettacolo e quanto si farà di incasso. I personaggi importanti sono due, gli altri probabilmente sono persone realmente esistite, ricordi personali di Ingmar Bergman o di sua madre.
La più importante è l’ultima ad entrare nella sala: affidata all’interpretazione di Pernilla August (un’attrice che appare solo in questo film di Bergman) è Karin Bergman, sorella di Carl Akerblom e madre di Ingmar Bergman. Se le date sono esatte, Ingmar aveva tre anni ed è quindi uno dei bambini rimasti a casa di cui si fa cenno nei dialoghi. Un bel monologo spetta a Lena Endre, che interpreta la giovane maestra elementare Märta Lundberg. (qui sotto, Pernilla August nei panni della mamma di Ingmar Bergman)
Degli altri spettatori merita una menzione la signora Alma Berglund, perché la interpreta Inga Landgrè, protagonista del primo film di Bergman da regista (nel 1949), e di molti altri suoi film tra i quali rimane sicuramente nella memoria la moglie del cavaliere nel finale del “Settimo sigillo”. Inga Landgré è sempre molto bella ma è ormai difficile da riconoscere, se non fosse stato per i titoli di coda non avrei mai pensato a lei.
Viene spontaneo fare qualche analogia con “Fanny e Alexander”, anche perché più avanti verrà citato “Gustav Adolf con la sua nuova moglie”; ma tra i due film ci sono almeno vent’anni di distanza, e le differenze sono molte. Per esempio, in “Fanny e Alexander” zio Carl è sposato da molti anni, e viene presentato come professore universitario; qui la situazione è completamente diversa, probabilmente più vicina ai veri ricordi d’infanzia di Ingmar Bergman. L’infanzia di Ingmar è raccontata in un libro che io non ho letto, “Con le migliori intenzioni”, dal quale è stato tratto uno sceneggiato tv diretto da Bille August, che fu trasmesso anche dalla Rai ma del quale ho soltanto un vago ricordo. Ad essere sinceri, non ho mai avuto un grandissimo interesse verso la storia familiare di Ingmar Bergman, me ne occupo qui solo per cercare di capire qualcosa dei suoi film.
Finalmente lo spettacolo comincia: si proietta il film muto, dietro lo schermo si recita, si suona, si fanno i rumori adeguati. Il film racconta dell’impossibile incontro tra Franz Schubert e una giovane prostituta viennese, detta Contessina Mitzi: l’incontro è impossibile perché i due vissero a cent’anni di distanza l’uno dall’altra. Ottanta o cento, più o meno: l’idea della Contessina Mitzi viene dal signor Vogler, l’idea di Franz Schubert viene da Carl. I due hanno messo deciso di mettere insieme le loro idee nella prima parte di “Vanità e affanni”, quando si incontrano nell’ospedale. Lo zio Carl recita in un microfono, Pauline suona il pianoforte, il signor Vogler (Erland Josephson) interpreta tutti gli altri ruoli. Lo spettacolo e il film non sono gran cosa, evito di raccontarne i dettagli anche perchè trovo di pessimo gusto quasi tutto quello in esso che viene raccontato (soprattutto su Mitzi).
Comunque sia, ben presto salta la corrente e tutto si interrompe. Non solo: il geniale stratagemma inventato da zio Carl, quello di sostituire i fusibili con due monete, provoca un principio d’incendio che poteva essere molto pericoloso ma che viene subito sventato dal proiezionista.
La situazione è questa: non c’è più la corrente elettrica, la luce è fornita dalle candele, e gli spettatori non possono tornare a casa perché fuori infuria la tormenta. Che fare? Agli spettatori piaceva quello che hanno visto fin lì, quindi si può andare avanti anche senza il film.
Ne esce qualcosa che mette insieme il cinema, il teatro, il racconto orale nelle stalle; e anche gli spettatori ne vengono coinvolti.
Per esempio, questo racconto della giovane maestra, interpretata da Lena Endre (che sarà protagonista di “L’infedele” del 2000, scritto da Bergman con regia di Liv Ullmann).
La maestra, allo spettacolo di zio Carl:
- Prima che lo spettacolo riprenda, se permettete io vorrei leggere una cosa che ho trovato tempo fa in un libro. In sostanza, si tratta della storia di un giovane alla ricerca di se stesso; però il gusto della ricerca lo ha talmente coinvolto da fargli dimenticare quello che stava cercando. Ecco, ora vi leggo quello che l’autore ha scritto: «Tu lamenti che alle tue grida disperate non risponde Dio. Ti senti imprigionato, e temi tanto che si tratti di una condanna a vita, anche se nessuno l’ha pronunciata. Considera quindi che tu sei di te stesso giudice, e di te stesso carceriere. Prigioniero, esci dunque dalla tua prigione! Con tuo grande stupore vedrai che nessuno ti trattiene, la realtà che troverai fuori dalla prigione è veramente terrificante, ma non così terrificante quanto l’angoscia di stare rinchiuso in una cella...Fa’ il primo passo verso la libertà, non è difficile. Il secondo, invece, è assai più difficile; ma tu non farti sconfiggere dai tuoi carcerieri, che sono soltanto il tuo orgoglio e la tua cieca paura.». Ecco, era tutto qua.
(monologo di Lena Endre, da “Vanità e affanni” di Ingmar Bergman)
E’ un monologo breve ma molto bello, non ho capito bene la sua connessione con tutto il resto ma è sicuramente uno dei momenti migliori del film. Alla fine, prima di andarsene a casa, la maestra regalerà il suo quaderno “vecchio e spiegazzato” a Pauline.
Il “Prigioniero” ha qualche parentela con “Fanny e Alexander”, ma è qualcosa che mi viene da dire senza un nesso preciso, probabilmente per la scena di Ismael. C’è anche un po’ di Lope de Vega (o Calderon?), e ovviamente Strindberg; ma questo è un tema che ricorre spesso anche nei libri autobiografici di Bergman.
Siamo arrivati a un’ora e mezza circa dall’inizio, la rappresentazione così come era stata pensata non è stata possibile perché è saltata la corrente, e il film viene raccontato ai presenti, che non possono tornare a casa per la tormenta che imperversa. E quindi si va avanti, come se fossimo in teatro. Però poi succedono due cose: il signor Vogler (Erland Josephson) è stato mandato a prendere dalla moglie, ha speso troppi soldi nello spettacolo e non è più possibile continuare così, tornerà ad essere ricoverato. Inoltre, la tormenta è finita: è ora per tutti di tornare a casa.
Uno spettatore: La bufera è passata.
Una spettatrice: Allora, che si fa adesso?
Carl: ...cosa? Ah sì, certo. Vuol dire, il nostro film. Il nostro film è praticamente finito.
- E’ già finito?
- Sì.
- Non è rimasto proprio niente?
- Qualcosa, ma veramente poco. Pauline deve suonare il finale... (si rivolge a Pauline) Suonalo, per favore. (Pauline inizia a suonare) Ecco. E poi c’è un grande primo piano del Maestro morente, che guarda direttamente verso gli spettatori. Più o meno così (indica con le mani intorno al volto la possibile inquadratura). E poi dobbiamo immaginare che nella misera e maleodorante stanza si diffonda una luce misteriosa. E, udendo la meravigliosa musica, egli sorride nonostante sia sfinito. E allora dice (è visibilmente commosso) e allora, dice: «Sto naufragando.» Poi resta in silenzio qualche istante, ascoltando la sua musica; e allora dice, lucido e consapevole: «Non sto naufragando, non sto naufragando... sto risalendo.». E poi lo schermo diventa scuro, e finisce la musica. Ecco, così si conclude la storia del nostro film.
(da “Vanità e affanni” di Ingmar Bergman, minuto 1h40 circa)
Forse, più che un naufragare, è un andare alla deriva: il tema del Wanderer, del Winterreise, la vita stessa di Schubert.
Il film finisce con Carl e Pauline, rimasti soli dopo aver salutato a uno a uno gli spettatori. Tra di loro appare, brevemente, l'incubo del clown bianco: visibile solo a Carl.
L’ultima immagine è per Carl e Pauline abbracciati insieme.
(continua)
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
Gli spettatori sono pochi, e vengono presentati uno per uno con il pretesto delle due donne che cercano di capire come andrà lo spettacolo e quanto si farà di incasso. I personaggi importanti sono due, gli altri probabilmente sono persone realmente esistite, ricordi personali di Ingmar Bergman o di sua madre.
La più importante è l’ultima ad entrare nella sala: affidata all’interpretazione di Pernilla August (un’attrice che appare solo in questo film di Bergman) è Karin Bergman, sorella di Carl Akerblom e madre di Ingmar Bergman. Se le date sono esatte, Ingmar aveva tre anni ed è quindi uno dei bambini rimasti a casa di cui si fa cenno nei dialoghi. Un bel monologo spetta a Lena Endre, che interpreta la giovane maestra elementare Märta Lundberg. (qui sotto, Pernilla August nei panni della mamma di Ingmar Bergman)
Degli altri spettatori merita una menzione la signora Alma Berglund, perché la interpreta Inga Landgrè, protagonista del primo film di Bergman da regista (nel 1949), e di molti altri suoi film tra i quali rimane sicuramente nella memoria la moglie del cavaliere nel finale del “Settimo sigillo”. Inga Landgré è sempre molto bella ma è ormai difficile da riconoscere, se non fosse stato per i titoli di coda non avrei mai pensato a lei.
Viene spontaneo fare qualche analogia con “Fanny e Alexander”, anche perché più avanti verrà citato “Gustav Adolf con la sua nuova moglie”; ma tra i due film ci sono almeno vent’anni di distanza, e le differenze sono molte. Per esempio, in “Fanny e Alexander” zio Carl è sposato da molti anni, e viene presentato come professore universitario; qui la situazione è completamente diversa, probabilmente più vicina ai veri ricordi d’infanzia di Ingmar Bergman. L’infanzia di Ingmar è raccontata in un libro che io non ho letto, “Con le migliori intenzioni”, dal quale è stato tratto uno sceneggiato tv diretto da Bille August, che fu trasmesso anche dalla Rai ma del quale ho soltanto un vago ricordo. Ad essere sinceri, non ho mai avuto un grandissimo interesse verso la storia familiare di Ingmar Bergman, me ne occupo qui solo per cercare di capire qualcosa dei suoi film.
Finalmente lo spettacolo comincia: si proietta il film muto, dietro lo schermo si recita, si suona, si fanno i rumori adeguati. Il film racconta dell’impossibile incontro tra Franz Schubert e una giovane prostituta viennese, detta Contessina Mitzi: l’incontro è impossibile perché i due vissero a cent’anni di distanza l’uno dall’altra. Ottanta o cento, più o meno: l’idea della Contessina Mitzi viene dal signor Vogler, l’idea di Franz Schubert viene da Carl. I due hanno messo deciso di mettere insieme le loro idee nella prima parte di “Vanità e affanni”, quando si incontrano nell’ospedale. Lo zio Carl recita in un microfono, Pauline suona il pianoforte, il signor Vogler (Erland Josephson) interpreta tutti gli altri ruoli. Lo spettacolo e il film non sono gran cosa, evito di raccontarne i dettagli anche perchè trovo di pessimo gusto quasi tutto quello in esso che viene raccontato (soprattutto su Mitzi).
Comunque sia, ben presto salta la corrente e tutto si interrompe. Non solo: il geniale stratagemma inventato da zio Carl, quello di sostituire i fusibili con due monete, provoca un principio d’incendio che poteva essere molto pericoloso ma che viene subito sventato dal proiezionista.
La situazione è questa: non c’è più la corrente elettrica, la luce è fornita dalle candele, e gli spettatori non possono tornare a casa perché fuori infuria la tormenta. Che fare? Agli spettatori piaceva quello che hanno visto fin lì, quindi si può andare avanti anche senza il film.
Ne esce qualcosa che mette insieme il cinema, il teatro, il racconto orale nelle stalle; e anche gli spettatori ne vengono coinvolti.
Per esempio, questo racconto della giovane maestra, interpretata da Lena Endre (che sarà protagonista di “L’infedele” del 2000, scritto da Bergman con regia di Liv Ullmann).
La maestra, allo spettacolo di zio Carl:
- Prima che lo spettacolo riprenda, se permettete io vorrei leggere una cosa che ho trovato tempo fa in un libro. In sostanza, si tratta della storia di un giovane alla ricerca di se stesso; però il gusto della ricerca lo ha talmente coinvolto da fargli dimenticare quello che stava cercando. Ecco, ora vi leggo quello che l’autore ha scritto: «Tu lamenti che alle tue grida disperate non risponde Dio. Ti senti imprigionato, e temi tanto che si tratti di una condanna a vita, anche se nessuno l’ha pronunciata. Considera quindi che tu sei di te stesso giudice, e di te stesso carceriere. Prigioniero, esci dunque dalla tua prigione! Con tuo grande stupore vedrai che nessuno ti trattiene, la realtà che troverai fuori dalla prigione è veramente terrificante, ma non così terrificante quanto l’angoscia di stare rinchiuso in una cella...Fa’ il primo passo verso la libertà, non è difficile. Il secondo, invece, è assai più difficile; ma tu non farti sconfiggere dai tuoi carcerieri, che sono soltanto il tuo orgoglio e la tua cieca paura.». Ecco, era tutto qua.
(monologo di Lena Endre, da “Vanità e affanni” di Ingmar Bergman)
E’ un monologo breve ma molto bello, non ho capito bene la sua connessione con tutto il resto ma è sicuramente uno dei momenti migliori del film. Alla fine, prima di andarsene a casa, la maestra regalerà il suo quaderno “vecchio e spiegazzato” a Pauline.
Il “Prigioniero” ha qualche parentela con “Fanny e Alexander”, ma è qualcosa che mi viene da dire senza un nesso preciso, probabilmente per la scena di Ismael. C’è anche un po’ di Lope de Vega (o Calderon?), e ovviamente Strindberg; ma questo è un tema che ricorre spesso anche nei libri autobiografici di Bergman.
Siamo arrivati a un’ora e mezza circa dall’inizio, la rappresentazione così come era stata pensata non è stata possibile perché è saltata la corrente, e il film viene raccontato ai presenti, che non possono tornare a casa per la tormenta che imperversa. E quindi si va avanti, come se fossimo in teatro. Però poi succedono due cose: il signor Vogler (Erland Josephson) è stato mandato a prendere dalla moglie, ha speso troppi soldi nello spettacolo e non è più possibile continuare così, tornerà ad essere ricoverato. Inoltre, la tormenta è finita: è ora per tutti di tornare a casa.
Uno spettatore: La bufera è passata.
Una spettatrice: Allora, che si fa adesso?
Carl: ...cosa? Ah sì, certo. Vuol dire, il nostro film. Il nostro film è praticamente finito.
- E’ già finito?
- Sì.
- Non è rimasto proprio niente?
- Qualcosa, ma veramente poco. Pauline deve suonare il finale... (si rivolge a Pauline) Suonalo, per favore. (Pauline inizia a suonare) Ecco. E poi c’è un grande primo piano del Maestro morente, che guarda direttamente verso gli spettatori. Più o meno così (indica con le mani intorno al volto la possibile inquadratura). E poi dobbiamo immaginare che nella misera e maleodorante stanza si diffonda una luce misteriosa. E, udendo la meravigliosa musica, egli sorride nonostante sia sfinito. E allora dice (è visibilmente commosso) e allora, dice: «Sto naufragando.» Poi resta in silenzio qualche istante, ascoltando la sua musica; e allora dice, lucido e consapevole: «Non sto naufragando, non sto naufragando... sto risalendo.». E poi lo schermo diventa scuro, e finisce la musica. Ecco, così si conclude la storia del nostro film.
(da “Vanità e affanni” di Ingmar Bergman, minuto 1h40 circa)
Forse, più che un naufragare, è un andare alla deriva: il tema del Wanderer, del Winterreise, la vita stessa di Schubert.
Il film finisce con Carl e Pauline, rimasti soli dopo aver salutato a uno a uno gli spettatori. Tra di loro appare, brevemente, l'incubo del clown bianco: visibile solo a Carl.
L’ultima immagine è per Carl e Pauline abbracciati insieme.
(continua)
Vanità e affanni ( VIII )
Vanità e affanni (Larmar och gör sig till, 1997) Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia di Tony Forsberg, Irene Wiklund, Per Sunding Montaggio di Sylvia Ingemarsson. Musiche di Franz Schubert. Costumi di Mette Möller. Effetti speciali di Lars Söderberg e di Leif Johannson (il treno). Mask makers: Mona Tellström-Berg, Maj-Britt Vifell. Interpreti: Börje Ahlstedt (Carl Åkerblom), Marie Richardson (Pauline Thibault), Erland Josephson (Osvald Vogler), Gunnel Fred (Emma Vogler, moglie di Osvald), Anita Björk (Anna Åkerblom, matrigna di Carl), Anna Björk (Mia Falk, l’attrice bionda), Agneta Ekmanner (il clown Rigmor), Johan Lindell (il dottor Johan Egerman), Gerthi Kulle (Stella, l’infermiera), e Ingmar Bergman, come comparsa (un paziente del manicomio).
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
“Vanità e affanni” è un film davanti al quale è molto difficile dare voti o stelline o asterischi, o esprimersi con un “mi piace non mi piace”. Che voto dare, quante stelline, quanti asterischi? Impossibile anche dire se mi è piaciuto oppure no: alcune sequenze sono fascinose, grandiose, o delicate; altre sono rivoltanti, altre così così. E’ rileggendo tutti questi aggettivi che ho messo in fila nell’ultima riga che mi è sorto il pensiero definitivo: oltre che un racconto sul cinema e sull’invenzione teatrale, “Vanità e affanni” è davvero un perfetto ritratto dello zio Carl. Meglio di così suo nipote Ingmar non poteva fare, se voleva farcelo ricordare così come lo ha conosciuto.
Alla mia prima visione, mi ero segnato questo breve appunto:
Che dire? Il Bergman migliore non è certo questo, ma il vecchio e tormentato erede di Strindberg e Ibsen ha ancora molto da dire, ed è sempre stimolante avere a che fare con lui; però potrebbe davvero risparmiarci i suoi morbosi interessi per le feci e per i particolari delle malattie... In sostanza, è un film sul solito vecchio e caro e un po’ matto zio Carl, già visto in “Fanny e Alexander” e in “Lanterna magica”, che parla di Schubert – del “naufragio” di Schubert davanti alla malattia devastante – e lo mescola stupidamente e infantilmente alla storia della giovane prostituta viennese Mitzi (vissuta quasi 80 anni dopo), per trarne un film “sonorizzato”.
Di veramente notevole c’è, oltre a questa maestra che è appena abbozzata, l’apparizione di un demone volgare e inquietante, femminile, nell’abito di un clown bianco: apparizione degna del miglior Bergman, e il suo viso bianco riporta inevitabilmente al Settimo Sigillo. Ma qui la volgarità, in contrasto con l’aspetto nobile della Morte e del Cavaliere, sta proprio ad indicare la follia.
Per il resto, Bergman è ancora Bergman, gli attori sono splendidi e il tocco è da maestro: non c’è un’inquadratura che non sia perfetta. Peccato solo che nel vecchio Bergman manchi la voglia di giocare che aveva il vecchio Verdi, e che Bergman si ripieghi troppo sui suoi ricordi infantili. Però (speriamo) forse c’è ancora tempo per un Falstaff... (14.3.1998)
Oggi, nel 2012, posso solo aggiungere che un Falstaff di Bergman non è mai arrivato, peccato. Giuseppe Verdi lo scrisse a ottant’anni, e oltre ad essere un capolavoro musicale è una commedia leggera e solo un po’ malinconica.
Nella musica, in “Vanità e affanni” Bergman inserisce alcune tra le cose più belle di Schubert (solo abbozzate, peccato): ben riconoscibili il lied “Der Leiermann” all’inizio del film, e poi nella seconda parte il brano per pianoforte suonato nello spettacolo è il secondo tempo della Sonata in si bemolle maggiore D 960 (andante sostenuto). Lo zio Carl nelle vesti di Schubert suona al pianoforte, insieme a Erland Josephson, il finale (l’ultimo minuto) dalla Sinfonia n.9 “La Grande”.
La nona sinfonia di Schubert è completa, terminata in ogni sua parte; quella che viene detta “incompiuta” è l’Ottava, che però nel film non si ascolta. Il termine “incompiuta” è piuttosto arbitrario: Schubert morì a 31 anni, gli abbozzi e gli incompiuti trovati nei suoi cassetti sono molti; dell’Ottava Sinfonia abbiamo i primi due movimenti (le Sinfonie di solito hanno quattro movimenti) che però sono perfettamente finiti, completi in ogni loro parte. Non sappiamo cosa ne avrebbe fatto Schubert, si può anche pensare che li avrebbe lasciati così come sono, una Sinfonia completa ma in due soli movimenti.
Dai titoli di coda veniamo a sapere che le musiche di Schubert nel film sono suonate da Käbi Laretei e Hanns Rodell: Käbi Laretei è stata moglie di Ingmar Bergman, la seconda se non ricordo male, e ha collaborato alla parte musicale di molti suoi film.
Nel film, Pauline fa un accenno ai “Liebeslieder Walzer” di Brahms: è musica bellissima, per pianoforte e voce, ed è un peccato che non se ne ascolti nemmeno un frammento.
Nella seconda parte del film oltre ai protagonisti vanno citati, tra gli spettatori, la signora Karin Persson (Harriet Nordlund, che ha un bel nasino all’insù) che viene definita “vedova di recente”, un accenno che rimanda a Luci d’inverno (il marito suicida). Altri temi spesso affrontati in altri film di Bergman nei personaggi di Stefan Larsson, capo sovrintendente, che ha una relazione segreta con la signora Alma (ma lo sanno tutti, in paese), del signore artritico, quasi un invalido, che “si muove sempre quando si tratta di cultura” e infine il ritrattino (quasi una vignetta umoristica) del signor Blom “ex cantore in un coro importante”, alcolizzato, organista in paese, che dorme per tutto il tempo dello spettacolo e poi se ne scusa.
Nel cast c’è anche lo stesso Ingmar Bergman, cosa rarissima: è fra le comparse nel corridoio dell’ospedale psichiatrico. A differenza di Hitchcock, Bergman non si vede mai nei suoi film; che io mi ricordi, lo si trova di sicuro in “Donne in attesa” del 1952 (sul treno con Gunnar Björnstrand), sempre per pochissimi fotogrammi.
Merita ancora un accenno il tema del doppio, presente nella coppia clown bianco e augusto, ma anche nella coppia formata da Carl e Vogler, dove è Carl che diventa il clown bianco (idem col proiezionista). Fuori dall’ospedale, Carl non è un augusto; lo diventa con sua madre, con il dottore, con l’infermiera, e in parte anche con l’incubo (del tema del clown bianco e dell’augusto ho parlato nel post n.5 di “Vanità e affanni”).
Il titolo originale del film, nonostante la citazione dal Macbeth, continua a rimanermi abbastanza oscuro: forse un riferimento all’Ecclesiaste, “vanità delle vanità”? A prima vista appare pessimo il titolo inglese e francese: “In presenza di un clown”. A meno che non si intenda che il clown è lui, l’attore, noi tutti, lo zio Carl ma non solo lui...
(questo qui sotto è Erland Josephson...)
Si tratta di una coproduzione RAI, forse l’unica per Bergman; ed è un film che va messo insieme a “Bildmakarna – the image maker” del 1999, immediatamente successivo, che ha lo stesso stile, le stesse luci, interni simili, recitazione simile. I due film sono accomunati anche dalla presenza di Anita Björk, che in “Vanità e affanni” è la nonna di Ingmar, mentre in “The image maker” sarà la scrittrice svedese Selma Lagerlöf, premio Nobel agli inizi del ‘900.
Börje Ahlstedt, interprete dello zio Carl qui e in “Fanny e Alexander”, sarà protagonista (stavolta senza barba) dell’ultimo film di Ingmar Bergman, “Sarabanda”.
Infine, un mio accenno del tutto personale: la prima cosa che ho pensato guardando “Vanità e affanni”, prima ancora che il film sia davvero iniziato.
«Vanità e affanni» comincia così, con lo zio Carl che su un grammofono fa partire ogni volta, da capo, le prime battute del pianoforte di un Lied di Schubert: Der Leiermann, l’ultimo del Winterreise. Poi sente arrivare qualcuno, mette via tutto velocemente, come se avesse paura d’essere sorpreso a fare qualcosa di sconveniente e di riprovevole, chiude il grammofono, lo rimette a posto che non si veda che l’ha usato, e infine ci mette sopra una brocca, che non si veda che stava ascoltando Schubert – amare la grande musica è da imbecilli.
Prima ancora di vedere il film ho fatto anch’io come Carl Akerblom, sono tornato indietro una, due, tre, quattro volte a rivederne i primissimi istanti. Ho pensato che sono così anch’io, che la mia vita fin da bambino è stato un continuo nascondere “che sto ascoltando Schubert”, che sto leggendo un libro, c’era sempre qualcuno che mi rimproverava, adulto o bambino come me, leggere libri è riprovevole, ascoltare Schubert è riprovevole, la cultura è noiosa (ma questa non è cultura, sono cose belle!), a chi vuoi che interessi davvero quella roba lì, non siamo mica a scuola che devi studiare anche d’estate, non ti viene sonno, e via elencando. Anche da adulto è andata così. Mettere via, nascondere, spegnere, non dirne nulla con gli altri, è qualcosa di socialmente spregevole ascoltare Schubert e leggere libri impegnativi.
Ho pensato che forse gli altri mi hanno sempre visto così, come lo zio Carl di “Vanità e affanni”, un mezzo matto, grande e grosso, con gli occhiali spessi, corpulento, strano, un così bel ragazzo che peccato, in fin dei conti un povero pazzo. Pazzo è chi ascolta Schubert, pazzo è che legge libri al di là degli obblighi scolastici, pazzo chi va ai concerti o all’opera, chi magari scrive o fa progetti è ancora più riprovevole. Per quelli che mi sono intorno io sono così, non vado in discoteca, non seguo la formula uno e non mi piace Canale 5, quindi sono pazzo; non distinguo un’automobile da un’altra, per me sono solo mezzi di trasporto più o meno comodi, quindi sono strano, sono scemo, non mi piace andare in moto, non ho visto il gran premio, leggevo un libro, ascoltavo Schubert, guardavo un film di Bergman, sintomi sicuri di disagio mentale.
Poi, l’analogia finisce: finisce subito dopo i primissimi istanti di “Vanità e affanni”, quando l’azione comincia. Io non ho mai avuto impulsi assassini, non ho mai assalito nessuno e non ho mai nemmeno avuto il pensiero di farlo: questo non sono io, questo è Bergman, è “L’ora del lupo”.
Allo spettacolo: Peter Stormare (il proiezionista Petrus Landahl), Birgitta Pettersson (signora Hanna Apelblad); gli spettatori: Pernilla August (Karin Bergman, sorella di Carl), Lena Endre (la giovane maestra elementare Märta Lundberg), Folke Asplund (l’ex cantore Fredrik Blom), Alf Nilsson (Stefan Larsson, capo sovrintendente), Inga Landgré (signora Alma Berglund), Harriet Nordlund (signora Karin Persson), Tord Peterson (Algot Frövik, il signore artritico), Durata: 1h 59’
“Vanità e affanni” è un film davanti al quale è molto difficile dare voti o stelline o asterischi, o esprimersi con un “mi piace non mi piace”. Che voto dare, quante stelline, quanti asterischi? Impossibile anche dire se mi è piaciuto oppure no: alcune sequenze sono fascinose, grandiose, o delicate; altre sono rivoltanti, altre così così. E’ rileggendo tutti questi aggettivi che ho messo in fila nell’ultima riga che mi è sorto il pensiero definitivo: oltre che un racconto sul cinema e sull’invenzione teatrale, “Vanità e affanni” è davvero un perfetto ritratto dello zio Carl. Meglio di così suo nipote Ingmar non poteva fare, se voleva farcelo ricordare così come lo ha conosciuto.
Alla mia prima visione, mi ero segnato questo breve appunto:
Che dire? Il Bergman migliore non è certo questo, ma il vecchio e tormentato erede di Strindberg e Ibsen ha ancora molto da dire, ed è sempre stimolante avere a che fare con lui; però potrebbe davvero risparmiarci i suoi morbosi interessi per le feci e per i particolari delle malattie... In sostanza, è un film sul solito vecchio e caro e un po’ matto zio Carl, già visto in “Fanny e Alexander” e in “Lanterna magica”, che parla di Schubert – del “naufragio” di Schubert davanti alla malattia devastante – e lo mescola stupidamente e infantilmente alla storia della giovane prostituta viennese Mitzi (vissuta quasi 80 anni dopo), per trarne un film “sonorizzato”.
Di veramente notevole c’è, oltre a questa maestra che è appena abbozzata, l’apparizione di un demone volgare e inquietante, femminile, nell’abito di un clown bianco: apparizione degna del miglior Bergman, e il suo viso bianco riporta inevitabilmente al Settimo Sigillo. Ma qui la volgarità, in contrasto con l’aspetto nobile della Morte e del Cavaliere, sta proprio ad indicare la follia.
Per il resto, Bergman è ancora Bergman, gli attori sono splendidi e il tocco è da maestro: non c’è un’inquadratura che non sia perfetta. Peccato solo che nel vecchio Bergman manchi la voglia di giocare che aveva il vecchio Verdi, e che Bergman si ripieghi troppo sui suoi ricordi infantili. Però (speriamo) forse c’è ancora tempo per un Falstaff... (14.3.1998)
Oggi, nel 2012, posso solo aggiungere che un Falstaff di Bergman non è mai arrivato, peccato. Giuseppe Verdi lo scrisse a ottant’anni, e oltre ad essere un capolavoro musicale è una commedia leggera e solo un po’ malinconica.
Nella musica, in “Vanità e affanni” Bergman inserisce alcune tra le cose più belle di Schubert (solo abbozzate, peccato): ben riconoscibili il lied “Der Leiermann” all’inizio del film, e poi nella seconda parte il brano per pianoforte suonato nello spettacolo è il secondo tempo della Sonata in si bemolle maggiore D 960 (andante sostenuto). Lo zio Carl nelle vesti di Schubert suona al pianoforte, insieme a Erland Josephson, il finale (l’ultimo minuto) dalla Sinfonia n.9 “La Grande”.
La nona sinfonia di Schubert è completa, terminata in ogni sua parte; quella che viene detta “incompiuta” è l’Ottava, che però nel film non si ascolta. Il termine “incompiuta” è piuttosto arbitrario: Schubert morì a 31 anni, gli abbozzi e gli incompiuti trovati nei suoi cassetti sono molti; dell’Ottava Sinfonia abbiamo i primi due movimenti (le Sinfonie di solito hanno quattro movimenti) che però sono perfettamente finiti, completi in ogni loro parte. Non sappiamo cosa ne avrebbe fatto Schubert, si può anche pensare che li avrebbe lasciati così come sono, una Sinfonia completa ma in due soli movimenti.
Dai titoli di coda veniamo a sapere che le musiche di Schubert nel film sono suonate da Käbi Laretei e Hanns Rodell: Käbi Laretei è stata moglie di Ingmar Bergman, la seconda se non ricordo male, e ha collaborato alla parte musicale di molti suoi film.
Nel film, Pauline fa un accenno ai “Liebeslieder Walzer” di Brahms: è musica bellissima, per pianoforte e voce, ed è un peccato che non se ne ascolti nemmeno un frammento.
Nella seconda parte del film oltre ai protagonisti vanno citati, tra gli spettatori, la signora Karin Persson (Harriet Nordlund, che ha un bel nasino all’insù) che viene definita “vedova di recente”, un accenno che rimanda a Luci d’inverno (il marito suicida). Altri temi spesso affrontati in altri film di Bergman nei personaggi di Stefan Larsson, capo sovrintendente, che ha una relazione segreta con la signora Alma (ma lo sanno tutti, in paese), del signore artritico, quasi un invalido, che “si muove sempre quando si tratta di cultura” e infine il ritrattino (quasi una vignetta umoristica) del signor Blom “ex cantore in un coro importante”, alcolizzato, organista in paese, che dorme per tutto il tempo dello spettacolo e poi se ne scusa.
Nel cast c’è anche lo stesso Ingmar Bergman, cosa rarissima: è fra le comparse nel corridoio dell’ospedale psichiatrico. A differenza di Hitchcock, Bergman non si vede mai nei suoi film; che io mi ricordi, lo si trova di sicuro in “Donne in attesa” del 1952 (sul treno con Gunnar Björnstrand), sempre per pochissimi fotogrammi.
Merita ancora un accenno il tema del doppio, presente nella coppia clown bianco e augusto, ma anche nella coppia formata da Carl e Vogler, dove è Carl che diventa il clown bianco (idem col proiezionista). Fuori dall’ospedale, Carl non è un augusto; lo diventa con sua madre, con il dottore, con l’infermiera, e in parte anche con l’incubo (del tema del clown bianco e dell’augusto ho parlato nel post n.5 di “Vanità e affanni”).
Il titolo originale del film, nonostante la citazione dal Macbeth, continua a rimanermi abbastanza oscuro: forse un riferimento all’Ecclesiaste, “vanità delle vanità”? A prima vista appare pessimo il titolo inglese e francese: “In presenza di un clown”. A meno che non si intenda che il clown è lui, l’attore, noi tutti, lo zio Carl ma non solo lui...
(questo qui sotto è Erland Josephson...)
Si tratta di una coproduzione RAI, forse l’unica per Bergman; ed è un film che va messo insieme a “Bildmakarna – the image maker” del 1999, immediatamente successivo, che ha lo stesso stile, le stesse luci, interni simili, recitazione simile. I due film sono accomunati anche dalla presenza di Anita Björk, che in “Vanità e affanni” è la nonna di Ingmar, mentre in “The image maker” sarà la scrittrice svedese Selma Lagerlöf, premio Nobel agli inizi del ‘900.
Börje Ahlstedt, interprete dello zio Carl qui e in “Fanny e Alexander”, sarà protagonista (stavolta senza barba) dell’ultimo film di Ingmar Bergman, “Sarabanda”.
Infine, un mio accenno del tutto personale: la prima cosa che ho pensato guardando “Vanità e affanni”, prima ancora che il film sia davvero iniziato.
«Vanità e affanni» comincia così, con lo zio Carl che su un grammofono fa partire ogni volta, da capo, le prime battute del pianoforte di un Lied di Schubert: Der Leiermann, l’ultimo del Winterreise. Poi sente arrivare qualcuno, mette via tutto velocemente, come se avesse paura d’essere sorpreso a fare qualcosa di sconveniente e di riprovevole, chiude il grammofono, lo rimette a posto che non si veda che l’ha usato, e infine ci mette sopra una brocca, che non si veda che stava ascoltando Schubert – amare la grande musica è da imbecilli.
Prima ancora di vedere il film ho fatto anch’io come Carl Akerblom, sono tornato indietro una, due, tre, quattro volte a rivederne i primissimi istanti. Ho pensato che sono così anch’io, che la mia vita fin da bambino è stato un continuo nascondere “che sto ascoltando Schubert”, che sto leggendo un libro, c’era sempre qualcuno che mi rimproverava, adulto o bambino come me, leggere libri è riprovevole, ascoltare Schubert è riprovevole, la cultura è noiosa (ma questa non è cultura, sono cose belle!), a chi vuoi che interessi davvero quella roba lì, non siamo mica a scuola che devi studiare anche d’estate, non ti viene sonno, e via elencando. Anche da adulto è andata così. Mettere via, nascondere, spegnere, non dirne nulla con gli altri, è qualcosa di socialmente spregevole ascoltare Schubert e leggere libri impegnativi.
Ho pensato che forse gli altri mi hanno sempre visto così, come lo zio Carl di “Vanità e affanni”, un mezzo matto, grande e grosso, con gli occhiali spessi, corpulento, strano, un così bel ragazzo che peccato, in fin dei conti un povero pazzo. Pazzo è chi ascolta Schubert, pazzo è che legge libri al di là degli obblighi scolastici, pazzo chi va ai concerti o all’opera, chi magari scrive o fa progetti è ancora più riprovevole. Per quelli che mi sono intorno io sono così, non vado in discoteca, non seguo la formula uno e non mi piace Canale 5, quindi sono pazzo; non distinguo un’automobile da un’altra, per me sono solo mezzi di trasporto più o meno comodi, quindi sono strano, sono scemo, non mi piace andare in moto, non ho visto il gran premio, leggevo un libro, ascoltavo Schubert, guardavo un film di Bergman, sintomi sicuri di disagio mentale.
Poi, l’analogia finisce: finisce subito dopo i primissimi istanti di “Vanità e affanni”, quando l’azione comincia. Io non ho mai avuto impulsi assassini, non ho mai assalito nessuno e non ho mai nemmeno avuto il pensiero di farlo: questo non sono io, questo è Bergman, è “L’ora del lupo”.
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