- FFSS cioè che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene (1983) Scritto e diretto da Renzo Arbore. con Renzo Arbore, Pietra Montecorvino, Roberto Benigni, Luigi Proietti, Pippo Baudo, Lello Bersani, Isabella Biagini, Gianni Boncompagni, Maurizio Costanzo, Alfredo Cerruti, Luciano De Crescenzo, Lori del Santo, Mario Marenco, Gianni Minà, Andy Luotto, Renato Guttuso, Nando Martellini, Domenico Modugno, Gianni Morandi, Riccardo Pazzaglia, Massimo Troisi, Stella Pende, Bobby Solo, Claudio Villa, Luciana Turina Durata: 98’- IL PAP’OCCHIO (1980) Regia: Renzo Arbore. Scritto da Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo. Con Roberto Benigni, Mariangela Melato, Isabella Rossellini, Andy Luotto, Mario Marenco, Luciano De Crescenzo, Renzo Arbore, Silvia Annichiarico, Ruggero Orlando, Martin Scorsese, Diego Abatantuono, Otto e Barnelli, Tiziana Altieri, Salvatore Baccaro, Kathleen Kramer, Manfred Freyberger, Graziano Giusti, Alessandro Vagoni, Michael Pergolani, Ferdinando Murolo, Milly Carlucci, Matteo Salvatore, Neil Hansen, Mauro Bronchi, Cesare Gigli, Gerardo Gargiulo, Fabrizio Zampa, Tito Leduc, Mimma Nocelli . Durata: 101 minuti
Renzo Arbore ha firmato due film come regista: questo e “Il pap’occhio” con Benigni. Sono film che risalgono a tanti anni fa, ormai: ricordo che Arbore era molto orgoglioso di quell’apostrofo nel suo primo film, perché non è da intendersi come “Il papocchio”, ma come “L’occhio del Papa”. Capirete che fa una bella differenza. Sono due film divertenti, impastrocchiati, pieni di attori simpatici che si divertono un mondo. E ciò dovrebbe bastare, ma io – a dispetto della simpatia del personaggio, e della sua bonomia di fondo – su Renzo Arbore due o tre cose da dire ce le avrei.
E cioè: quando io facevo le medie, e cominciavo a crescere e a interessarmi alla musica meno banale e meno commerciale, c’erano poche occasioni per ascoltare la musica nuova, e in quelle occasioni Arbore c’era: c’era sempre. Si tratta dei primi anni ’70, quando la Rai operava ancora in regime di monopolio, e in tutta Europa era così e si favoleggiava delle mitiche radio pirata che trasmettevano “free” da navi ancorate in acque extraconfini. Arbore conduceva “Per voi giovani” nel pomeriggio, e “Alto gradimento”, a mezzogiorno, con Gianni Boncompagni. Trasmettevano sì musica nuova, e musica giovane, ma lo facevano interrompendola e parlandoci sopra: e io questo non l’ho mai potuto sopportare.Arbore e Boncompagni (ma soprattutto Arbore) sono stati i “padri nobili” dei disk jockey delle radio commerciali, quelle dove non conta la musica ma conta la chiacchiera, e se è chiacchiera stupida è meglio. Di lì a poco, infatti, ci sarebbe stato il boom delle radio private: che non ha portato a una migliore qualità, né ad un aumento dell’offerta (come quantità sì, come qualità proprio no). Ci sono stati parecchi tentativi di fare qualcosa di diverso in questo senso, di mettersi al servizio della musica e non a promuovere se stessi o gli spot pubblicitari, ma erano destinati a fallire. Troppo più facile mettersi a trasmettere quello che ti passano le case discografiche invece di andarselo a cercare (e magari conquistare, con impegno e con fatica personale); troppo più facile parlare a vanvera piuttosto che pensare prima di parlare.
Da allora, da Arbore in poi, la radio è stata solo chiacchiera, con le stesse dieci canzoni a girare in tondo da un canale all’altro; e presto il morbo si sarebbe esteso anche alla tv. Come primo segnale di questo cambiamento, ricordo la mitica “Hit Parade”, la trasmissione delle 13 che trasmetteva la “top ten”, che allora si chiamava così: la parata degli “hit”, cioè i “singoli” più venduti. I singoli in questioni erano i dischi a 45 giri, che duravano di regola tre minuti e che riportavano due canzoni, lato A e lato B. Il 45 giri perse d’importanza fin dall’inizio degli anni ’70, ma Hit Parade continuò imperterrita, anche quando al primo posto dei 45 giri più venduti, per settimane e settimane, arrivarono (tra un Elton John e un Battisti) dapprima gli “Zum zum zum” di Raffaella Carrà e poi “Mi scappa la pipì papà” cantata da Pippo Franco, e simili. Il 45 giri era ormai diventato roba da bambini, si comperavano per i bambini che lo inserivano facilmente nell’apposito mangiadischi: triste destino, che la trasmissione radiofonica più famosa dell’epoca riportò – va detto - con molta correttezza. Le classifiche “taroccate” , fatte eliminando le cose “imbarazzanti” (canzoni per bambini, canzoni da chiesa) verranno dopo, soprattutto con l’avvento dei disk jockey e dei telegatti.
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Arbore ha dedicato la sua carriera artistica a promuovere la “vita di Michelasso”: mangiare bere e andare a spasso. Un proposito lodevole e sacrosanto, ma non c’era bisogno né di spiegarlo né di propagandarlo: i giovani ci sono sempre arrivati benissimo anche da soli, nei secoli dei secoli. Non servono maestri per divertirsi andando a ballare e a far bisboccia; ne servono invece per capire Bach, o per leggere l’Orlando Furioso. Questa è una cosa che ho fatto fatica a capire anch’io, ci sono arrivato solo dai 15 anni in su, e l’ho capita perché ho abbandonato molto presto Renzo Arbore e Gianni Boncompagni ai loro doppi sensi sui clarinetti per dedicarmi a qualcosa di meglio (con pessimi risultati, visto che loro sono milionari e io no: viste le condizioni in cui versano le istituzioni culturali in Italia, meglio sfruculiare in santa pace, così tutti ti dicono che sei intelligente, meglio fare un’altra edizione di “Non è la Rai”, così ne esce un’altra Ambra così bellina e così intelligente, che ha fatto anche il classico...).Quel “meglio” da fare nel tempo libero può essere una camminata in montagna, o un giro in barca, o la coltivazione dell’orto: fate voi, di cose belle ma complicate ce ne sono tante, con buona pace dei disk jockey delle radio commerciali e degli animatori dei villaggi turistici che sono stati nell’ultimo quarto di secolo i veri maître à penser del nostro tempo.
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La moneta cattiva scaccia quella buona, dicono gli economisti: e per una volta hanno ragione, sembrerebbe un detto assurdo ma è davvero così che va il mondo. Anche Arbore ha messo del suo nello smantellare tutto quello di buono che era stato costruito (per fare un esempio) da due persone della sua stessa generazione, Claudio Abbado e Giorgio Strehler. Con uno sfottò, un’alzata di spalle, una smorfia alla “che ce ne frega a noi?” anche il buon Arbore ha dato il suo contributo, la sua picconata, alla demolizione della grande cultura italiana, che poi ha trovato - su quella medesima strada da dove il dj pugliese aveva cominciato a togliere qualche sassolino - le ruspe dei Berlusconi e dei Bossi.
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