giovedì 16 settembre 2010

FFSS / Il pap'occhio

- FFSS cioè che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene (1983) Scritto e diretto da Renzo Arbore. con Renzo Arbore, Pietra Montecorvino, Roberto Benigni, Luigi Proietti, Pippo Baudo, Lello Bersani, Isabella Biagini, Gianni Boncompagni, Maurizio Costanzo, Alfredo Cerruti, Luciano De Crescenzo, Lori del Santo, Mario Marenco, Gianni Minà, Andy Luotto, Renato Guttuso, Nando Martellini, Domenico Modugno, Gianni Morandi, Riccardo Pazzaglia, Massimo Troisi, Stella Pende, Bobby Solo, Claudio Villa, Luciana Turina Durata: 98’
- IL PAP’OCCHIO (1980) Regia: Renzo Arbore. Scritto da Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo. Con Roberto Benigni, Mariangela Melato, Isabella Rossellini, Andy Luotto, Mario Marenco, Luciano De Crescenzo, Renzo Arbore, Silvia Annichiarico, Ruggero Orlando, Martin Scorsese, Diego Abatantuono, Otto e Barnelli, Tiziana Altieri, Salvatore Baccaro, Kathleen Kramer, Manfred Freyberger, Graziano Giusti, Alessandro Vagoni, Michael Pergolani, Ferdinando Murolo, Milly Carlucci, Matteo Salvatore, Neil Hansen, Mauro Bronchi, Cesare Gigli, Gerardo Gargiulo, Fabrizio Zampa, Tito Leduc, Mimma Nocelli . Durata: 101 minuti

Renzo Arbore ha firmato due film come regista: questo e “Il pap’occhio” con Benigni. Sono film che risalgono a tanti anni fa, ormai: ricordo che Arbore era molto orgoglioso di quell’apostrofo nel suo primo film, perché non è da intendersi come “Il papocchio”, ma come “L’occhio del Papa”. Capirete che fa una bella differenza. Sono due film divertenti, impastrocchiati, pieni di attori simpatici che si divertono un mondo. E ciò dovrebbe bastare, ma io – a dispetto della simpatia del personaggio, e della sua bonomia di fondo – su Renzo Arbore due o tre cose da dire ce le avrei.
E cioè: quando io facevo le medie, e cominciavo a crescere e a interessarmi alla musica meno banale e meno commerciale, c’erano poche occasioni per ascoltare la musica nuova, e in quelle occasioni Arbore c’era: c’era sempre. Si tratta dei primi anni ’70, quando la Rai operava ancora in regime di monopolio, e in tutta Europa era così e si favoleggiava delle mitiche radio pirata che trasmettevano “free” da navi ancorate in acque extraconfini. Arbore conduceva “Per voi giovani” nel pomeriggio, e “Alto gradimento”, a mezzogiorno, con Gianni Boncompagni. Trasmettevano sì musica nuova, e musica giovane, ma lo facevano interrompendola e parlandoci sopra: e io questo non l’ho mai potuto sopportare.
Arbore e Boncompagni (ma soprattutto Arbore) sono stati i “padri nobili” dei disk jockey delle radio commerciali, quelle dove non conta la musica ma conta la chiacchiera, e se è chiacchiera stupida è meglio. Di lì a poco, infatti, ci sarebbe stato il boom delle radio private: che non ha portato a una migliore qualità, né ad un aumento dell’offerta (come quantità sì, come qualità proprio no). Ci sono stati parecchi tentativi di fare qualcosa di diverso in questo senso, di mettersi al servizio della musica e non a promuovere se stessi o gli spot pubblicitari, ma erano destinati a fallire. Troppo più facile mettersi a trasmettere quello che ti passano le case discografiche invece di andarselo a cercare (e magari conquistare, con impegno e con fatica personale); troppo più facile parlare a vanvera piuttosto che pensare prima di parlare.
Da allora, da Arbore in poi, la radio è stata solo chiacchiera, con le stesse dieci canzoni a girare in tondo da un canale all’altro; e presto il morbo si sarebbe esteso anche alla tv. Come primo segnale di questo cambiamento, ricordo la mitica “Hit Parade”, la trasmissione delle 13 che trasmetteva la “top ten”, che allora si chiamava così: la parata degli “hit”, cioè i “singoli” più venduti. I singoli in questioni erano i dischi a 45 giri, che duravano di regola tre minuti e che riportavano due canzoni, lato A e lato B. Il 45 giri perse d’importanza fin dall’inizio degli anni ’70, ma Hit Parade continuò imperterrita, anche quando al primo posto dei 45 giri più venduti, per settimane e settimane, arrivarono (tra un Elton John e un Battisti) dapprima gli “Zum zum zum” di Raffaella Carrà e poi “Mi scappa la pipì papà” cantata da Pippo Franco, e simili. Il 45 giri era ormai diventato roba da bambini, si comperavano per i bambini che lo inserivano facilmente nell’apposito mangiadischi: triste destino, che la trasmissione radiofonica più famosa dell’epoca riportò – va detto - con molta correttezza. Le classifiche “taroccate” , fatte eliminando le cose “imbarazzanti” (canzoni per bambini, canzoni da chiesa) verranno dopo, soprattutto con l’avvento dei disk jockey e dei telegatti.

Arbore ha dedicato la sua carriera artistica a promuovere la “vita di Michelasso”: mangiare bere e andare a spasso. Un proposito lodevole e sacrosanto, ma non c’era bisogno né di spiegarlo né di propagandarlo: i giovani ci sono sempre arrivati benissimo anche da soli, nei secoli dei secoli. Non servono maestri per divertirsi andando a ballare e a far bisboccia; ne servono invece per capire Bach, o per leggere l’Orlando Furioso. Questa è una cosa che ho fatto fatica a capire anch’io, ci sono arrivato solo dai 15 anni in su, e l’ho capita perché ho abbandonato molto presto Renzo Arbore e Gianni Boncompagni ai loro doppi sensi sui clarinetti per dedicarmi a qualcosa di meglio (con pessimi risultati, visto che loro sono milionari e io no: viste le condizioni in cui versano le istituzioni culturali in Italia, meglio sfruculiare in santa pace, così tutti ti dicono che sei intelligente, meglio fare un’altra edizione di “Non è la Rai”, così ne esce un’altra Ambra così bellina e così intelligente, che ha fatto anche il classico...).
Quel “meglio” da fare nel tempo libero può essere una camminata in montagna, o un giro in barca, o la coltivazione dell’orto: fate voi, di cose belle ma complicate ce ne sono tante, con buona pace dei disk jockey delle radio commerciali e degli animatori dei villaggi turistici che sono stati nell’ultimo quarto di secolo i veri maître à penser del nostro tempo.

La moneta cattiva scaccia quella buona, dicono gli economisti: e per una volta hanno ragione, sembrerebbe un detto assurdo ma è davvero così che va il mondo. Anche Arbore ha messo del suo nello smantellare tutto quello di buono che era stato costruito (per fare un esempio) da due persone della sua stessa generazione, Claudio Abbado e Giorgio Strehler. Con uno sfottò, un’alzata di spalle, una smorfia alla “che ce ne frega a noi?” anche il buon Arbore ha dato il suo contributo, la sua picconata, alla demolizione della grande cultura italiana, che poi ha trovato - su quella medesima strada da dove il dj pugliese aveva cominciato a togliere qualche sassolino - le ruspe dei Berlusconi e dei Bossi.

mercoledì 15 settembre 2010

Le cronache di Narnia

Le cronache di Narnia (The chronicles of Narnia, 2005) regia di Andrew Adamson . Tratto dai libri di C.S.Lewis. Produzione Walt Disney. Sceneggiatura di Ann Peacock, Andrew Adamson, Christopher Markus, Stephen McFeely Fotografia: Donald McAlpine Musica originale: Harry Gregson-Williams Con Georgie Henley (Lucy), Skandar Keynes (Edmund), William Moseley (Peter), Anna Popplewell (Susan), Tilda Swinton (la strega), James Mc Avoy (il fauno), Jim Broadbent (il Professore), James Cosmo (Santa Claus) 143 minuti

Pensavo di conoscerli tutti, i libri e le saghe fantastiche per bambini e non solo – almeno nei titoli. Invece di C.S. Lewis e delle “Cronache di Narnia” non sapevo niente, e quando è uscito il film sono stato colto di sorpresa davanti al Leone maestoso, al Fauno, ai Castori, alla Volpe, e a tutte le altre meraviglie.. Mi ero incuriosito davanti ad alcune foto apparse sui giornali: erano foto di Tilda Swinton, protagonista del film, un’attrice che mi è sempre piaciuta moltissimo, in abiti di scena.
Cosa ci faceva Tilda Swinton vestita in quel modo, cattivissima e attraente come non mai? Così mi sono convinto a cercare il film, che ho trovato molto bello; e dopo averlo visto mi sono informato su C.S. Lewis. L’esperto lo avevo in casa: mio nipote (nel senso che io sono lo zio) mi ha spiegato che il libro di Lewis è bello e profondo, che è sì un libro per bambini ma molto denso e ricco; e che il film gli è stato molto fedele.

C’è anche qui un Regno da riconquistare, i buoni contro i cattivi e un’antica profezia, come nel “Signore degli Anelli”; ma a differenza di Tolkien, C.S. Lewis non è mai così cupo e terribile, c’è tempo per scherzare (l’armadio che dà sul paese fatato, Babbo Natale che porta in dono ai ragazzi archi e spade per combattere, i tanti animali buffi e parlanti) e per inventare personaggi simpatici. E, soprattutto, la morte non è mai definitiva: soprattutto per i buoni.
Protagonisti sono quattro fratelli, due maschi e due femmine, due più grandi e due più piccoli; e la messa in scena dei rapporti tra i fratelli è il particolare che più mi ha colpito. A scoprire il passaggio per il Regno di Narnia è la più piccola, come è giusto che sia; una piccolina molto ben scelta. La segue il fratello minore, che non è ancora grande ma non è nemmeno più un bambino, e non sa se credere ancora alle fate oppure no. I due maggiori sono quasi adolescenti, e il conflitto tra i due fratelli maschi è abbastanza forte da spingere il minore al tradimento (ma c’è un lieto fine), sia pure non del tutto consapevole. Chiunque sia cresciuto tra fratelli, non da figlio unico, sa che sono questi i rapporti che si instaurano, che i rapporti tra fratelli (soprattutto all’età dei ragazzi protagonisti di questa storia) sono proprio così, ci si vuol bene ma i conflitti ci sono e sono spesso difficili da risolvere. E, anche per i più grandi, è difficile smettere di essere bambini e diventare adulti, un po’ come per Peter Pan. Tutti questi temi sono trattati con grande serietà e delicatezza da Lewis e dal regista del film, e penso che sia utile leggere questo libro quando si è ancora nell’età migliore per farlo.
Nel mondo incantato di Narnia, sottoposto a un inverno perenne dalla terribile Strega (Tilda Swinton) vivono e si muovono animali e personaggi mitologici. Un Fauno gentile è il primo personaggio incontrato dalla bambina al di là dell’armadio (stavo per dire: al di là dello specchio – ma è un armadio di legno massiccio, di quelli di una volta), poi verranno i Castori (due caratteristi favolosi, marito e moglie), una Volpe che nell’originale ha la voce di Rupert Everett, il re Leone, i Centauri, e via elencando, in un insieme che mi ricorda molto il James Stephens di “La pentola dell’oro”, - un romanzo scritto una trentina d’anni prima del libro di Lewis e dove il dio Pan è protagonista in un’Irlanda da favola.
Il film mi è piaciuto molto, soprattutto per i castori. Se i nuovi cartoon sono così, ben vengano: si vede che alla Disney si sono ripassati i loro vecchi e cari classici, ed era ora che lo facessero. La storia è ben fatta, semplice, adatta anche ai bambini più piccoli, non complicata e tenebrosa come in Tolkien, e non ci sono troppi mostri ma solo quelli che servono.
Tra le curiosità, per gli esperti di mitologia, metto l’ennesima Dea Madre da combattere, per di più con un Minotauro a capo dell’esercito. E i Centauri che stanno dalla parte giusta, con i buoni: come è d’obbligo per i depositari della sapienza antica, vecchi e saggi maestri come fu per Achille. Molto belli anche i Grifoni, anche loro dalla nostra parte a combattere contro la Strega; mentre tigri, elefanti e altri animali stanno un po’ dappertutto, un po’ di qua e un po’ di là, chi con i buoni e chi con i cattivi nella grande battaglia finale.
Curioso anche che il regista si chiami Adamson, visti i continui richiami del testo ai “figli di Adamo”: ma Imdb mi spiega che è un nome vero, neozelandese. Molto brava la Swinton, che sarebbe una perfetta matrigna di Biancaneve (è bellissima ed è ancora giovane, che si sbrighino). Molto belli anche i quattro fratelli, soprattutto la piccolina. Un po’ sbrigativo il passaggio dal gelo alla primavera, ma la battaglia finale è ben fatta, e quindi ci può stare anche qualche difetto. Passo e chiudo, in attesa del prossimo episodio: è un film che mi sento di consigliare a tutti – e, mi raccomando, soprattutto per i castori.

giovedì 9 settembre 2010

Dove sognano le formiche verdi ( I )

DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI (Where the Green Ants Dream - Wo die grünen Ameisen träumen, 1984). Regia e sceneggiatura: Werner Herzog. Dialoghi addizionali: Bob Ellis
Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Scenografia: Ulrich Bergfelder Riprese: sei settimane a Coober Pedy, Melbourne (Australia) Musica: Gabriel Fauré: Requiem; Ernst Bloch: Voice in the Wilderness; Richard Wagner: Wesendonck-Lieder; Klaus-Jochen Wiese: Temporary Galaxies; Wandjuk Marika: Didjeridu Interpreti: Bruce Spence (Lance Hackett), Wandjuk Marika (Miliritbi Riratjingu),Roy Marika (Dayipu), Ray Barrett (Cole), Norman Kaye (Baldwin Ferguson), Colleen Clifford (Miss Strehlow), Ralph Cotterill (Fletcher), Nicolas Lathouris (Arnold), Basil Clarke (Giudice Blackburn), Ray Marshall (Coulthard), Gary Williams (Watson), Dhungala I. Marika (Malila il muto), Tony Llewellyn-Jones (il pastore protestante), Marraru Wunungmurra (Daisy Barunga), Robert Brissenden (Professor Stanner), Bob Ellis (direttore del supermercato), Paul Cox Durata originale: 100'

«Durante la loro storia, i Gaguju non hanno costruito grandi monumenti; hanno però vissuto per oltre quarantamila anni in assoluta armonia con l’ambiente. Non hanno distrutto la Terra e non ne hanno messo in pericolo lo spirito: è questo il loro monumento. Un monumento che in prospettiva futura potrebbe essere il più importante di tutti.»
(da un doc. del National Geographic di Stanley Breeden e Belinda Wright, girato nella riserva Kakadu)
Una cultura che non costruisce niente, che non lascia niente di scritto: la si può definire cultura? Fino a qualche anno fa, nessuno l’avrebbe definita tale: si dà per scontato che una civiltà debba lasciare il segno, costruire monumenti, scolpire nella pietra, erigere grattacieli, celebrare l’Expo e magari approntare un circuito di Formula Uno che ne abbiamo tutti gran bisogno. Oggi, rivedendo questo film di Herzog e (per puro caso) anche questo ormai vecchio documentario sugli aborigeni d’Australia (è degli anni ’80, ma è molto bello e me lo sono tenuto da conto su una videocassetta), mi viene da pensare al vecchio detto di Brecht, “benedetto quel popolo che non ha bisogno di eroi”. Lo aggiornerei così: benedetto quel popolo che non ha bisogno di costruire palazzoni e monumenti, perché sa che la civiltà è un’altra cosa; e benedetto quel popolo che non ha memoria dei suoi leader, perché i leader che si ricordano di più sono quasi sempre dittatori rovinosi, con migliaia di morti (se non milioni) sulla coscienza. Poche le eccezioni a questa regola, per esempio Gandhi: ma pensiamo per un istante alla Svizzera, o alla Svezia, o alla Finlandia: qualcuno si ricorda il nome di un presidente o di un politico svizzero? Qualcuno si ricorda il nome di un premier svedese, a parte Olof Palme? (non a caso: sia Palme che Gandhi furono assassinati...).
Ma questi pensieri, che pure sorgono spontanei, hanno poco a che fare con il film di Werner Herzog: che, reduce dalle epiche fatiche di “Fitzcarraldo”, nel 1984 gira un film che ne è l’esatto opposto, quasi un film intimo ed interiore, se non fosse per il fatto che è girato quasi completamente in esterni.
La storia, la trama, è molto semplice e si segue molto bene vedendo il film; quindi mi limiterò a portare qui alcuni momenti che mi sono segnato durante la visione.
Il film inizia, come capita quasi sempre con Herzog, con una musica molto bella e molto ben scelta, fuori dagli ascolti comuni: si tratta del “Piae Jesu” dalla Messa da Requiem di Gabriel Fauré, che ascoltiamo mentre scorrono le immagini di un tornado (si tratta di riprese in Oklahoma fatte da Jörg Schmidt-Reitwein, direttore della fotografia in “Dove sognano le formiche verdi” e in molti altri film di Herzog ).
La musica è bellissima, e Gabriel Fauré, per chi non lo conoscesse ancora, è stato un musicista molto importante. Oltre ad essere un grandissimo compositore in proprio, fu anche per molti anni insegnante di Conservatorio: a Fauré devono quindi molto quasi tutti i grandi musicisti francesi del Novecento, a partire da Maurice Ravel che fu suo allievo. Fauré visse fra il 1845 e il 1924; per chi volesse approfondire, oltre alla musica da camera (trii, quartetti, quintetti, sonate) vanno ricordati almeno “Masques et bergamasques”, la “Pavane op.50” e il poema sinfonico “Pelleas et Melisande”.
Il film si apre con una storia apparentemente secondaria: la donna anziana che cerca il cagnolino (unica presenza femminile di rilievo) che è senz’altro una proiezione della madre di Herzog appena scomparsa, alla quale è dedicato il film; ed è ancora a lei che è dedicato il brano dal Requiem di Fauré che percorre il film. «Spesso i soggetti dei film al loro inizio sono un po’ come dei cagnolini perduti”, commenta Herzog ... Miss Strehlow ha perso il suo cagnolino, che è entrato nella miniera e non ne è più uscito; e si rivolge al capocantiere e al giovane ingegnere minerario, che la ascoltano con attenzione ma le dicono subito che non possono fare molto, perché la miniera è molto vasta ed è un vero labirinto.
Ancora musica nella scena successiva: è il didjeridoo, strumento tipico degli aborigeni australiani, che si alterna con le ruspe al lavoro nella terra rossa, rossa come su Marte, che è il luogo dell’azione. Vediamo ovunque mucchi di terra proveniente dalla trivellazione, dai saggi effettuati per capire se conviene scavare più in grande; è terra che viene da grandi profondità, ma chiara come sabbia. Il paesaggio è piatto e desolato, ma è anche di quelli che non si dimenticano.
Al minuto 4.30 dall’inizio del film ascoltiamo il suono di un sitar o qualcosa di simile: qui parte l’azione vera e propria. Una ruspa sta muovendo la terra, un piccolo gruppo di aborigeni le si para davanti; l’autista è costretto a fermarsi e va ad informare l’ingegnere.
Con l’autista della ruspa, ottima persona ma un po’ rustico, non c’è dialogo; il giovane ingegnere è più simpatico e riceve una risposta che lo lascia perplesso e curioso: ma perché quegli aborigeni si sono messi davanti alla ruspa? La compagnia mineraria ha tutti i permessi...
- No, non capisco. Ma vorrei tanto capire.
- Sei cristiano?
- Sì, così mi hanno cresciuto.
- Cosa diresti se un bulldozer ti buttasse giù una chiesa?
La risposta è data con calma, senza gridare, quasi sottovoce. L’ingegnere aiuta gli aborigeni a rialzarsi (l’autista della ruspa li aveva coperti di terra, ma loro non si sono mossi), quelli si alzano, scuotono la terra dai pantaloni, e si siedono pochi centimetri più in là. Niente da fare.
L’ingegnere è ormai curioso e va a trovare un uomo che vive con gli aborigeni. Siamo al minuto 24: l’uomo si chiama Arnold, vive in una baracca fatta con le lamiere ondulate, e lo interpreta un attore di origini greche (Nicolas Lathouris) che crea un contrasto molto buffo con Bruce Spence che interpreta l’ingegnere ed è altissimo. Lathouris è piccolino e nervoso, e nel viso somiglia un po’ a Werner Herzog; il suo personaggio, Mr. Arnold, è molto arrabbiato. Non vuole parlare con l’ingegnere e gli sbatte la porta in faccia: rappresenta una civiltà “che sta distruggendo tutto, anche se stessa” e si spiega con la metafora del treno che corre verso la catastrofe, ma nessuno si interessa di quel che succede.
Sempre in cerca d’informazioni, l’ingegnere va da un pastore protestante (l’attore è Tony Llewellyn-Jones: difficile da riconoscere, ma dieci anni prima fu protagonista di Picnic ad Hanging Rock); si accorge che sta con gli aborigeni ma si tratta di un coro cristiano, quindi non è utile per rispondere alle sue domande. Essendo cristiani, questi giovani aborigeni molto probabilmente non sapranno nulla delle antiche religioni locali.
Il giro dell’ingegnere in cerca di informazioni sugli aborigeni finisce in un supermarket, dove un gruppo di aborigeni siede in preghiere davanti ad uno scaffale. «Qui c’era un albero, un luogo sacro “dove si sognavano i figli”» gli spiega un dipendente del supermarket. Ed è un fatto vero: nel suo commento al film, Herzog spiega che questo piccolo fatto è andato proprio così. L’albero abbattuto era sacro per quella tribù, era grazie a quell’albero che potevano nascere i loro figli. Non potendo riavere l’albero, tornano quantomeno sul luogo preciso dov’era; e al supermarket si sono adeguati, in quegli scaffali mettono merce che viene acquistata con meno frequenza, detersivi, piccole cose che i clienti possono prendere senza disturbare gli aborigeni raccolti in preghiera.
- Ormai sono diventati un’attrazione, - spiega il commesso (che è il regista Bob Ellis, coautore dei dialoghi del film ) – c’è gente viene qui apposta per vederli, e a noi ormai conviene che ci siano.

mercoledì 8 settembre 2010

Dove sognano le formiche verdi ( II )

DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI (Where the Green Ants Dream - Wo die grünen Ameisen träumen, 1984). Regia e sceneggiatura: Werner Herzog. Dialoghi addizionali: Bob Ellis
Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Scenografia: Ulrich Bergfelder Riprese: sei settimane a Coober Pedy, Melbourne (Australia) Musica: Gabriel Fauré: Requiem; Ernst Bloch: Voice in the Wilderness; Richard Wagner: Wesendonck-Lieder; Klaus-Jochen Wiese: Temporary Galaxies; Wandjuk Marika: Didjeridu Interpreti: Bruce Spence (Lance Hackett), Wandjuk Marika (Miliritbi Riratjingu),Roy Marika (Dayipu), Ray Barrett (Cole), Norman Kaye (Baldwin Ferguson), Colleen Clifford (Miss Strehlow), Ralph Cotterill (Fletcher), Nicolas Lathouris (Arnold), Basil Clarke (Giudice Blackburn), Ray Marshall (Coulthard), Gary Williams (Watson), Dhungala I. Marika (Malila il muto), Tony Llewellyn-Jones (il pastore protestante), Marraru Wunungmurra (Daisy Barunga), Robert Brissenden (Professor Stanner), Bob Ellis (direttore del supermercato), Paul Cox Durata originale: 100'

Al minuto 29, mentre ascoltiamo ancora il Requiem di Gabriel Fauré, vero motivo conduttore del film, vediamo l’ingegnere discutere col più anziano dei due fratelli aborigeni che fungono da portavoce del gruppo che ha bloccato gli scavi.
L’ingegnere: Vorrei che il mondo mi fosse così chiaro come ciò che ho studiato, come le rocce e gli strati geologici... So che la terra è rotonda e si muove, ma non so che forma ha l’universo e in che direzione si muove (...) Penso che un giorno qualcuno dimostrerà che l’Universo è come il guscio di una lumaca, avvolto in spire su se stesso, che ha una parte interna ma nessun esterno. Le stelle che sembrano allontanarsi sono invece in rotta di collisione con noi...L’aborigeno lo guarda, rimanendo in silenzio. L’ingegnere si entusiasma, parla con passione; l’argomento gli piace.
L’ingegnere: I matematici lavorano molto su queste teorie: lo chiamano “spazio curvo” . Le spiego: un uomo si appende a un albero con una corda, e lì resta appeso. Quante corde servono perché rimanga immobile? Quanti punti di di riferimento servono per fissare nello spazio la sua posizione nelle tre dimensioni? Quante?Silenzio dell’aborigeno, che ascolta ma senza nessuna espressione sul suo volto. L’altro continua, sempre con grande passione.
L’ingegnere: Una sola. Un’altra sola corda, e non oscillerebbe più. Ma, quante corde servirebbero affinché la Terra stia immobile nell’universo? Poiché tutto si muove, come potremmo restare immobili? A cosa potremmo assicurare la corda?
L’aborigeno: Voi uomini bianchi vi siete perduti. Voi non capite la Terra (the Land). Troppe domande stupide. La vostra presenza sulla Terra (the Earth) terminerà. Voi non avete giudizio, finalità, direzione.


Al minuto 33 vediamo l’ingegnere nella sua stanza, mentre telefona: gli aborigeni hanno rifiutato tutte le proposte. Ma non sta parlando con i suoi capi, sta telefonando a Nancy, che abita in città e che stasera “esce con James”.
Anche questo è un problema, e grosso: mi è capitato più volte di parlare con persone che fanno questo lavoro, che costruiscono impianti o scavano miniere in luoghi sperduti, sono quasi sempre racconti di solitudine e di lontananza da casa. A volte sono belle esperienze, a volte no; ma non sempre chi è a casa è disposto ad aspettarti, soprattutto quando si è giovani.
Di seguito, rivediamo Mr. Cole, l’autista della ruspa; e il fumo nerissimo dello scappamento, quando la accende per fare marcia indietro, è molto più di un semplice gas di scarico. Per ora, gli aborigeni l’hanno avuta vinta; e Cole non ne è affatto contento.
Questo personaggio, l’autista della ruspa, un capo operaio, è molto ben reso e non va sottovalutato. Si tratta quasi sempre di gente di valore, quasi sempre con un pessimo carattere; sono loro che portano avanti il mondo, è a persone come Mr. Cole che dobbiamo il nostro benessere. Se non ci fossero i Mr. Cole, con tutti i loro difetti, nessun progetto andrebbe mai in porto; Herzog lo sa, ed evita di farne un ritratto cattivo, scegliendo con grande cura l’attore che lo interpreta. Cole non è una persona fine, non conosce gli aborigeni e nemmeno gli interessano; ma in fin dei conti è un brav’uomo. A lui interessa solo il suo lavoro, e questo è il suo limite ma anche la sua forza. Non si devono chiedere cose complicate sul piano concettuale, astratto e filosofico, alle persone come Mr. Cole; anche con la religione sono messi male, magari sono praticanti ma non è detto che capiscano quello che fanno durante il rito, anzi di solito è vero il contrario. E’ la tradizione, piuttosto, che gli interessa: qualcosa che ha visto fare da piccolo, che facevano anche suo padre e suo nonno, ecco, queste cose qui; ma non chiedetegli di leggere il Vangelo, o qualsiasi altro testo sacro, e di capirlo. Persone come Mr. Cole (sia maschi che femmine) esistono in ogni parte del mondo, e sono davvero quelli che fanno andare avanti il mondo. E’ sul piano pratico che danno il meglio, e sono dei lavoratori instancabili. Per il resto, vanno un po’ educati; e mettere al loro fianco una persona diversa da loro, magari uno come l’ingegnere del film, è un’ottima cosa.

Nella scena successiva vediamo finalmente la grande città: che è Melbourne, sede della Ayers Co., dove i due portavoce degli aborigeni vengono ricevuti dai grandi capi della compagnia minieraria. Molto belle la gag dell’ascensore e la piccola scena ristorante greco, con il canto aborigeno in risposta al greco (felice per il pranzo e l’ospitalità).

Al minuto 39 ascoltiamo una musica dolce e malinconica: è un lied di Richard Wagner, dai Wesendonck Lieder. Questa melodia tornerà nel “Tristano”, all’inizio del terzo atto, con Tristano morente in attesa dell’apparizione di Isolde.
Al minuto 41 si vede per la prima volta l’aereo militare verde, un Caribou: ma qui mi fermo e non racconto cosa succede, perché l’aereo da qui in avanti è protagonista e per chi ancora non conosce “Dove sognano le formiche verdi” vedere il film senza sapere cosa succede è un piacere che non va rovinato. In queste sequenze, e in quelle successive del tribunale, gli aborigeni dimostrano di non avere la nostra stessa nozione del tempo, e anche della matematica: un concetto che Herzog aveva già affrontato in “Kaspar Hauser”. Per i bambini, e per le popolazioni che noi chiamiamo primitive, la matematica, lo spazio e il trascorrere del tempo sono cose diverse da quelle che ci insegnano a scuola.
(continua)

Frankenstein ( II )

Mary Shelley’s Frankenstein (1994) Regia di Kenneth Branagh. Tratto dal “Frankenstein” di Mary Wollstonecraft Shelley (1818). Sceneggiatura di Steph Lady e Frank Darabont. Fotografia di Roger Pratt. Musiche originali di Patrick Doyle. Interpreti: Kenneth Branagh, Robert De Niro, Tom Hulce, Helena Bonham Carter, Ian Holm, Aidan Quinn, John Cleese, Cherie Lunghi Durata 123 minuti.

So che a molti non è andato giù, questo “mostro” interpretato da Robert De Niro; ma il film girato da Kenneth Branagh nel 1994 va considerato con molta attenzione perché è fedelissimo al vero Frankenstein, quello scritto da Mary Wollstonecraft Shelley, moglie del grande poeta inglese Percy B. Shelley. Il romanzo fu pubblicato quasi duecento anni fa, nel 1818; e il “mostro” non è affatto un mostro, se non per le cicatrici che porta addosso e che lo rendono orribile. Lo scienziato Frankenstein, nel romanzo originale, non prende i pezzi “a caso” ma li sceglie con cura: la creatura avrà dunque un corpo il più possibile perfetto e ben proporzionato, e il cervello sarà quello del suo migliore amico, morto in circostanze terribili, al quale spera di ridare vita. Questo amico era un uomo erudito e di notevole intelligenza; di conseguenza la creatura sarà intelligentissima, e conserverà in memoria molte delle nozioni apprese nella vita precedente. Ma sarà una creatura del tutto nuova, non l’amico perduto. Nel romanzo di Mary Shelley, l’orrore diventa un fattore secondario: al primo posto vengono la scienza e la filosofia. Il film è molto ben fatto, si intuisce subito che era un progetto a cui Branagh teneva molto.
Kenneth Branagh ha molte belle intuizioni: per esempio ci mostra i primi esperimenti con l’elettricità, una scoperta destinata a cambiare il mondo. Benjamin Franklin (1706-1790), americano, ne fu uno dei precursori; verso la fine del ‘700 inventa il parafulmine. Branagh ne tiene molto conto, e si sa che l’elettricità ha gran parte nel mito di Frankenstein. Un’altra intuizione che può essere disturbante, ma comunque interessante, è quella di far nascere alla vita la creatura da una specie di serbatoio contenente liquido amniotico; è un vero e proprio parto quello a cui assistiamo.

Siamo tutti molto affezionati al Frankenstein di Boris Karloff, e anche al suo aiutante Igor: ma si tratta di un falso – se così si può dire. Igor nel libro non c’è, il dottor Frankenstein fa tutto da solo, da vero eroe romantico (il Prometeo moderno, come recita il titolo completo del libro della Shelley). I film di James Whale, e l’interpretazione che ne dà Boris Karloff, sono a tutti gli effetti un rifacimento, una nuova creazione. Tutti sappiamo che al cinema funziona molto di più il “mostro” che non il ragionamento filosofico; non per questo il film di Branagh va sottovalutato.
A me non era piaciuto per alcuni eccessi (l’impiccagione della giovane donna, per esempio: una delle sequenze più sgradevoli mai viste al cinema, che mi ha tolto la voglia di rivedere il film negli anni successivi), ma l’interpretazione di Robert De Niro va considerata perfetta, molto aderente al personaggio come viene presentato dalla sua autrice.
Ecco come parla il “mostro” nella sua versione originale: è solo un breve estratto, la creatura di cose da dire ne ha molte, moltissime; si sta rivolgendo al suo creatore, il dottor Frankenstein, e gli rivolge parole durissime. Ma per ora sta solo raccontando che cosa gli è successo da quando Frankenstein lo ha abbandonato.
“Frankenstein “ di Mary Shelley, CAPITOLO XIV
(...) Tale era la storia dei miei diletti vicini. Dal quadro di vita sociale che essa mi offriva, appresi ad ammirare le virtù ed a deprecare i vizi dell'umanità.
L'idea del delitto mi era estranea; sempre benevolenza e generosità erano presenti ai miei occhi e facevano nascere in me il desiderio di divenire attore in quella scena affollata, dove si esplicavano sì ammirevoli doti; ma non posso trascurare una circostanza che si verificò all'inizio dell'agosto di quello stesso anno. Una notte, durante il mio solito giro nel bosco vicino dove mi recavo a cercare cibo ed a far legna per i miei protettori, trovai per terra un sacco di cuoio che conteneva articoli da vestiario e qualche libro. Mi impadronii con ansia di quel bottino e tornai con esso al mio rifugio. Fortunatamente i libri erano scritti nella lingua di cui avevo appreso gli elementi alla villetta: erano “Il Paradiso perduto” di Milton, un volume de “Le vite” di Plutarco e “I dolori del giovane Werther”, di Goethe. Il possesso di questi tesori mi riempì di piacere estremo; ora, mentre i miei amici si dedicavano alle loro occupazioni, io studiavo di continuo ed esercitavo la mia mente su queste storie.
Mi riesce difficile descriverti l'effetto di questi libri. Essi fecero nascere in me un'infinità di immagini e di sentimenti nuovi, che qualche volta mi estasiavano, ma che più spesso mi piombavano in un profondo avvilimento. Ne “I dolori del giovane Werther” tante opinioni si intrecciavano all'interesse della storia semplice e commovente e tanta luce veniva gettata su argomenti rimasti fino allora per me oscuri, che trovai in esso una fonte inesauribile di riflessione e di meraviglia. Le maniere cortesi e fraterne che vi venivano descritte, unite alle azioni ed ai sentimenti elevati che avevano per oggetto un altro individuo, si accordavano bene alla mia esperienza fra i miei protettori ed a quegli impulsi che sempre mi sentivo agitare nel petto. Werther mi pareva l'essere più divino che mai avessi visto o immaginato; il suo carattere nulla aveva di vergognoso, ma deprimeva profondamente. Le disquisizioni sulla morte e sul suicidio erano fatte per riempirmi di meraviglia. Non pretendevo di valutarne i motivi, pur sentendomi incline alle opinioni dell'eroe, sulla cui morte piansi, anche se non mi riusciva di comprenderla.
Leggendo, mi riportavo di continuo ai miei sentimenti ed alla mia condizione. Mi sentivo simile, e nello stesso tempo stranamente diverso, dalle creature di cui leggevo o di cui ascoltavo la conversazione. Provavo simpatia per loro, ed in parte le comprendevo, ma troppe cose ignoravo: non dipendevo da alcuno, né con alcuno avevo rapporti. La via della mia fuga era libera, e nessuno avrebbe pianto per la mia fine.
La mia persona era orrenda, la mia statura gigantesca: che cosa signicava tutto ciò? Chi ero? Da dove venivo? Quale era la mia meta? Queste domande mi si presentavano di continuo, ma io ero incapace di trovare loro una risposta.
Il volume de “Le vite” di Plutarco che possedevo conteneva le storie dei primi fondatori delle vecchie repubbliche. L'effetto di questo libro su di me fu ben diverso da quello del Giovane Werther. Dalle fantasie di Werther avevo attinto scoraggiamento e tristezza; Plutarco invece mi dettò alti pensieri, mi elevò al disopra della cupa sfera delle mie riflessioni, ad ammirare e ad amare gli eroi del passato. Molte fra le cose che leggevo superavano la mia comprensione e la mia esperienza. Avevo un'idea molto confusa di regni, di continenti, di fiumi impetuosi, di mari sconfinati. Ma assolutamente nulla sapevo di città e di grandi raggruppamenti d'uomini.
La casa dei miei protettori era l'unica scuola in cui io avessi studiato la natura umana; ma questo libro mi svelò nuovi e più vasti campi d'azione. Lessi di uomini che guidavano la cosa pubblica opprimendo o massacrando i loro simili. Sentii nascere in me uno smisurato amore per la virtù ed una repugnanza altrettanto grande per il vizio, per quanto mi riusciva di comprendere il significato di questi termini, relativi come essi erano, dato che li applicavo soltanto alla gioia o al dolore. Mi sentivo naturalmente portato ad ammirare i legislatori pacifici, Numa, Solone e Licurgo, più di Romolo e di Teseo. La vita patriarcale dei miei protettori fece sì che tali impressioni prendessero saldo possesso della mia anima; forse le mie sensazioni sarebbero state diverse se avessi conosciuto l'umanità attraverso un giovane soldato desideroso di gloria e di strage.
Ma “Il Paradiso perduto” suscitò in me emozioni ancor più profonde. Lo lessi, come già avevo letto gli altri libri, quasi si trattasse di una storia vera. Esso destò in me tutto quel senso di meraviglia e di timore che può suscitare la raffigurazione di un Dio onnipotente in guerra con le proprie creature. Molte situazioni mi colpivano per la loro somiglianza con la mia. Come Adamo, io ero stato creato, secondo ogni apparenza, senza legame alcuno con altri esseri viventi; ma, sotto ogni altro punto di vista, il suo stato era molto diverso dal mio. Egli era uscito dalle mani di Dio come una creatura perfetta, felice e fortunata, una creatura salvaguardata dalle attenzioni particolari del suo Creatore; gli era stato concesso di conversare con esseri di natura superiore, di apprendere da loro la conoscenza: io invece ero misero, abbandonato e solo. Molte volte Satana mi appariva come l'emblema più adatto della mia condizione, perché spesso, come avveniva a lui, quando vedevo la felicità dei miei protettori, sentivo agitarsi in me l'amaro serpe dell'invidia.
Un'altra circostanza rafforzò questi sentimenti. Subito dopo il mio arrivo nel ricovero, scoprii alcune carte nella tasca dell'abito di cui mi ero impadronito nel tuo laboratorio. Sulle prime non le presi in considerazione, ma come fui in grado di decifrare i caratteri in cui esse erano scritte, cominciai a studiarle attentamente. Era il tuo diario dei quattro mesi che precedettero la mia creazione. Tu descrivevi minutamente su quelle pagine ogni passo innanzi del tuo lavoro; e a ciò si univano resoconti di casi domestici. Ricordi senza dubbio quelle carte: eccole. In esse si spiega tutto ciò che si riferisce alla mia maledetta origine; c'è, in ogni particolare, la serie delle circostanze disgustose che l'hanno resa possibile, e c'è, in un linguaggio che dipingeva il tuo orrore e rendeva il mio incancellabile, una descrizione minuziosissima della mia odiosa e repellente persona. «Maledetto il giorno in cui ho ricevuto vita!», esclamai, disperato. « Maledetto creatore! Perché hai dato forma ad un mostro così orrendo da suscitare persino il tuo disgusto? Dio nella sua pietà ha fatto l'uomo bello e attraente, a propria immagine; il mio aspetto, invece, è una grottesca imitazione del tuo, resa ancora più orribile dalla stessa somiglianza. Satana aveva i demoni suoi compagni ad ammirarlo ed incoraggiarlo; io invece sono solo e detestato.»
Queste erano le mie riflessioni nelle ore di scoraggiamento e di solitudine; ma, quando consideravo le virtù dei miei vicini, il loro carattere amabile e benigno, mi persuadevo che, se avessero saputo della mia ammirazione per i loro meriti, avrebbero avuto compassione di me, senza badare alla deformità del mio aspetto. Avrebbero potuto respingere chi, per quanto mostruoso, sollecitava da loro pietà e amicizia? Decisi, dunque, di non disperare, ma di prepararmi ad un incontro che avrebbe deciso del mio destino.
Rimandai per alcuni mesi questo tentativo; perché l'importanza che attribuivo ad un successo mi riempiva di terrore al pensiero di un fallimento. Inoltre mi accorgevo che la mia comprensione si avvantaggiava tanto di ogni esperienza giornaliera, che volevo arrischiare un'impresa del genere solo quando qualche altro mese avesse accresciuto la mia saggezza.
Alcuni mutamenti erano nel frattempo avvenuti nella villetta. La presenza di Safie diffondeva gioia fra i suoi abitanti, e notai pure che ormai là dentro regnava un certo grado di benessere. Felice ed Agata dedicavano maggior tempo ai divertimenti ed alla conversazione, ed erano aiutati nei loro lavori da domestici. Non sembravano ricchi, ma erano contenti e felici; apparivano animati da sentimenti di pace e di serenità, mentre io mi facevo ogni giorno più inquieto. L'accrescersi delle mie cognizioni non faceva che svelarmi con maggiore chiarezza quale sciagurato reietto io fossi. Nutrivo molte speranze, è vero, ma queste speranze svanivano quando mi vedevo riflesso nell'acqua, o quando vedevo la mia ombra al chiarore della luna; svanivano come quell'immagine sfuggente e quella incostante ombra.
Mi sforzavo di vincere questi timori, di farmi forte per la prova che avevo deciso di affrontare e qualche volta lasciavo che i miei pensieri, senza il controllo della ragione, vagassero per i campi del Paradiso, ed osavo immaginare che buone e care creature avrebbero compreso i miei sentimenti e dato sollievo al mio dolore: dal loro angelico viso trasparivano sorrisi di consolazione. Ma era tutto un sogno: nessuna Eva alleviava i miei crucci o divideva i miei pensieri: io ero solo. Ricordavo la supplica di Adamo al suo Creatore; ma dov'era il mio? Mi aveva abbandonato, e, nell'amarezza del mio cuore, lo maledicevo. (...)
L'inverno avanzava. Un ciclo completo di stagioni aveva compiuto il suo giro da quando mi ero svegliato alla vita. A quel tempo la mia attenzione era concentrata unicamente sul piano per introdurmi nella casa dei miei vicini. Elaborai molti progetti, e mi fissai alla fine su quello di presentarmi quando il vecchio fosse stato solo. Ero abbastanza sagace da comprendere che la straordinaria bruttezza del mio aspetto era stata la causa principale del terrore di coloro che avevano avuto modo di vedermi. La mia voce, per quanto aspra, non aveva in sé nulla di terribile. Pensavo quindi che, se in assenza dei figli fossi riuscito a cattivarmi il buon volere e l'intercessione del vecchio De Lancey, avrei potuto essere almeno tollerato dai miei più giovani protettori.
Un giorno in cui il sole risplendeva sulle foglie rosse che ricoprivano il suolo, diffondendo allegria tutto all'intorno, anche se rifiutava calore, Safie, Agata e Felice uscirono per una lunga passeggiata fra i campi, e il vecchio, per suo espresso desiderio, rimase solo in casa. Quando i figli si furono allontanati, egli prese la chitarra e suonò alcune arie tristi e dolci, più tristi e più dolci di quelle che gli avessi mai sentito suonare. Il suo viso sulle prime si illuminò di piacere, ma, a mano a mano che continuava, la sua espressione si fece triste e pensosa; alla fine depose la chitarra e si abbandonò a riflessioni profonde. Il cuore cominciò a battermi in fretta: era il momento della prova, il momento che avrebbe deciso delle mie speranze o dato corpo ai miei timori. I domestici si erano recati ad una fiera dei dintorni. Tutto era silenzio attorno alla casa: era un'occasione magnifica; pure, quando mi accinsi a mettere in opera il mio piano, le gambe mi vennero meno e caddi a terra. Mi- rialzai, e, facendo appello a tutte le mie energie, tolsi le assi che avevo collocato dinanzi alla capanna per nascondere il mio rifugio. L'aria fresca mi fece bene, e, con rinnovata decisione, mi appressai alla porta della casa.
Bussai. - Chi è? - disse il vecchio. - Avanti.
Entrai. - Scusate il disturbo, - dissi. - Sono un viandante che ha bisogno di un poco di riposo; vi sarei molto grato se mi permetteste di restare qualche minuto accanto al fuoco.
- Entrate, - disse De Lancey. - Cercherò di fare del mio meglio per sopperire alle vostre necessità; ma, disgraziatamente, i miei figli sono assenti, e temo mi riuscirà difficile procurarvi qualcosa da mangiare, perché sono cieco. (...)
(da “Frankenstein “ di Mary Shelley, CAPITOLO XIV - traduzione di Bruno Tasso, edizione BUR Rizzoli.)

martedì 7 settembre 2010

Dove sognano le formiche verdi ( III )

DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI (Where the Green Ants Dream - Wo die grünen Ameisen träumen, 1984). Regia e sceneggiatura: Werner Herzog. Dialoghi addizionali: Bob Ellis
Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Scenografia: Ulrich Bergfelder Riprese: sei settimane a Coober Pedy, Melbourne (Australia) Musica: Gabriel Fauré: Requiem; Ernst Bloch: Voice in the Wilderness; Richard Wagner: Wesendonck-Lieder; Klaus-Jochen Wiese: Temporary Galaxies; Wandjuk Marika: Didjeridu Interpreti: Bruce Spence (Lance Hackett), Wandjuk Marika (Miliritbi Riratjingu),Roy Marika (Dayipu), Ray Barrett (Cole), Norman Kaye (Baldwin Ferguson), Colleen Clifford (Miss Strehlow), Ralph Cotterill (Fletcher), Nicolas Lathouris (Arnold), Basil Clarke (Giudice Blackburn), Ray Marshall (Coulthard), Gary Williams (Watson), Dhungala I. Marika (Malila il muto), Tony Llewellyn-Jones (il pastore protestante), Marraru Wunungmurra (Daisy Barunga), Robert Brissenden (Professor Stanner), Bob Ellis (direttore del supermercato), Paul Cox Durata originale: 100'

Siamo arrivati più o meno a metà film, nella sua zona centrale, ed è qui che Werner Herzog mette in scena l’Entomologo. E’ un personaggio troppo caricaturale: sembra Roland Topor nel Nosferatu. Gli entomologi e i naturalisti in genere sono persone quiete, osservatori attenti; la spiegazione è semplice, gesti come quelli che vediamo compiere da questo attore, grida e scatti nervosi farebbero fuggire gli animali o li renderebbero pericolosi. Se si vuole davvero osservare la Natura bisogna essere silenziosi, non essere invasivi, saper stare fermi, passare inosservati o quasi.
La leggenda delle “formiche verdi” che dà il titolo al film è in parte inventata da Herzog: nel senso che esistono miti simili nelle religioni dei nativi dell’Australia, ma non riguardano le “formiche verdi”. Va inoltre fatto notare (Herzog nel film lo fa) che non si tratta di formiche, ma di termiti. Le termiti sono molto simili alle formiche nell’aspetto esteriore, ma c’è una differenza fondamentale: le termiti non fanno la metamorfosi, cioè non hanno uno stadio larvale, un bruco; nascono già come piccole termiti, e poi crescono cambiando pelle. Le formiche (che sono invece imenotteri, come le api e le vespe) invece hanno lo stadio larvale; è la grande differenza nascosta nel mondo degli insetti, che è diviso più o meno a metà. Molti insetti, che a un primo sguardo sembrano simili, in realtà nascondono questa differenza che li rende molto diversi: è il caso degli scarabei (che sono coleotteri: larva e metamorfosi) e degli scarafaggi e delle cimici (quasi uguali ai coleotteri, ma che nascono già simili all’adulto, senza metamorfosi); delle farfalle (bruco e metamorfosi) e delle cavallette e delle mantidi (che nascono già molto simili all’adulto).
Le termiti, come apprendiamo nel film, sciàmano come le formiche, hanno il volo nuziale; segnalano le tempeste e seguono i campi magnetici. Qui siamo in una zona dell’Australia in cui i campi magnetici sono molto particolari, non sono riuscito bene a capire dove, perché Herzog nel suo commento ne parla solo di sfuggita; ma comunque ci racconta che la scena con l’entomologo è stata ridimensionata rispetto al progetto originale, perché Herzog non riuscì a far “lavorare” le termiti come aveva fatto con i ratti di Nosferatu (ne voleva migliaia, ma le termiti non collaboravano e ci rese presto conto che non era il caso di perderci tempo).

Al minuto 53 l’aereo arriva; l’aborigeno pilota canta una canzone che fa “my baby does the hanky-panky” e che non sono riuscito a rintracciare per darle un titolo. A 1h 00 siamo in tribunale, c’è la gag dell’orologio Casio, gli aborigeni sono già affascinati e contaminati dai nostri gadget. Nel tribunale è bellissima la figura del giudice, imparziale e serissimo: sembra un giudice vero, ma è un attore australiano con molti film alle spalle. A 1h07 depone Mr. Arnold: “Progresso? sì, ma verso il nulla”; a 1h09 c’è il discorso del muto, mr. Malilà: non è muto, ma non ha più nessuno con cui parlare nella sua lingua. A 1h11 vengono mostrati in tribunale gli oggetti sacri, sepolti in quella zona, che dovrebbero dare la prova che quella zona è abitata da sempre dagli aborigeni; il giudice fa mandare via tutti, questi oggetti sacri non possono essere mostrati al di fuori del loro contesto. A 1h13 vediamo la lettura della sentenza.
La musica di Ernst Bloch (compositore svizzero, 1880-1959), “Voice in the wilderness”, segna il ritorno nella terra degli aborigeni. La terra dei sogni è ad Est, dove volano le formiche verdi nel loro volo nuziale: è lì che guardano i due fratelli che fanno da portavoce agli aborigeni. L’ingegnere si siede accanto a loro.
A 1h15 ritroviamo la signora anziana che avevamo visto all’inizio; aspetta ancora il cagnolino perso nella miniera, tutti gli operai sono molto gentili con lei ma il cagnolino proprio non si trova. Alla donna l’ingegnere racconta un suo sogno dove tutti fuggono portando con sè pacchi con le cose preziose; lui è un bambino e lo rimproverano perché non ha il cestino con la colazione
Anche gli aborigeni attendono. A 1h23 torna il Requiem di Fauré; mi sembra di aver riconosciuto la voce di Victoria de los Angeles, grande soprano degli anni ’50 e ’60, ma potrei sbagliarmi.
Di seguito, un canto aborigeno che racconta dove è finito l’aereo, preludio al finale del film, ancora con la musica di Bloch e le immagini del tornado (trombe d’aria), come all’inizio. Si direbbe, in queste sequenze, che si tratti di anticipo di “Apocalisse nel deserto”, girato da Herzog dieci anni dopo.

Nel suo commento, Herzog è molto polemico con il movimento politico dei verdi (che in Germania è ancora molto forte) e con Greenpeace; prende anche le distanze dalla new age e dai culti “pagano-celtici” oggi di moda: Herzog è lontanissimo da queste cose, si rifà piuttosto al rapporto con la natura che gli agricoltori e i montanari hanno sempre avuto per millenni, e che oggi è andato perduto, non solo in Europa. E’ la cultura di chi conosce il ciclo delle stagioni, la vita e la morte; fino a pochi decenni fa non ci sarebbe stato bisogno di spiegare queste cose. Per esempio, oggi i cani sono solo animali da compagnia; ma non è così, il cane è nato per vivere all’aperto, in spazi ampi, fra prati e boschi. Dall’altro lato, gli eredi degli antichi cacciatori e pescatori: che vivono in un mondo illusorio, armati con fucili micidiali e con canne da pesca di altissima tecnologia, che non vedono (non vogliono vedere e non capiscono) che il mondo è cambiato. Entrambe queste posizioni sono sbagliate, Werner Herzog prova a raccontarci, con tutti i suoi film, che il rapporto giusto con il mondo in cui viviamo è un altro, e che va recuperato.
Devo dire che, avendo frequentato i “vecchi”, contadini, allevatori, pescatori e cacciatori, sono molto d’accordo con quello che dice Herzog. Posso aggiungere, di mio, che già trent’anni fa i vecchi cacciatori e pescatori (quelli nati a inizio Novecento) mi dicevano: “non si può più andare a caccia, oggi; e fiumi e laghi sono sempre meno popolati di pesci”. Trent’anni fa...
L’unica cosa su cui non sono d’accordo con Herzog è nel suo entusiasmo per il radiocronista argentino che grida “goool” (con trentaquattro o). Herzog racconta che questo nastro e questa radio a cassette, che si vedono bene al minuto 33 e nel finale, sono proprio sue, quelle che usò in Amazzonia durante la lavorazione di “Fitzcarraldo”. Per essere precisi, il gol raccontato si riferisce ai mondiali in Argentina del 1978, si ascoltano chiaramente i nomi dei calciatori Luque, Kempes e Passarella; ma io ho letto “La conquista dell’inutile” (di Werner Herzog, diario della lavorazione di Fitzcarraldo, ed. Mondadori) e posso dirvi cosa ascoltava Herzog in Amazzonia, in condizioni impossibile, con questo apparecchio: ascoltava Schütz e Vivaldi.

Herzog è molto appassionato di matematica, e quando può ne lascia sempre qualche segno nei suoi film. Qui l’argomento trattato (copio e incollo dal commento di Herzog al film, riassumendo molto) è la geometria non euclidea, la topologia, la cosmologia, la bottiglia di Klein: una bottiglia, avendo tre dimensioni, ha sempre un interno e un esterno, ma il matematico Klein ha dimostrato che esiste una figura che ha solo un interno e nessun esterno. Herzog aveva già messo cose simili in “Kaspar Hauser”, dieci anni prima; sono tra le sequenze pù buffe del film.

Nasce in questo periodo l’amicizia tra Werner Herzog e Bruce Chatwin, che era in Australia per scrivere “Le vie dei canti”, il testo fondamentale per cominciare a capire qualcosa della civiltà dei nativi d’Australia. I due si incontrano durante la lavorazione del libro e del film, e parlano a lungo. Il film successivo di Herzog, “Cobra Verde” viene proprio da un romanzo di Chatwin, “Il vicerè di Ouidah”.

Sempre nel commento che si trova sul dvd, Herzog dice molte cose interessanti e toglie molte delle curiosità che sorgono vedendo il film: per esempio, gli aborigeni che vediamo nel film sono della nazione Yirrkala, e vivono molto lontani dal luogo delle riprese, che è Coober Pedy, nel centro dell’Australia. Gli aborigeni del posto erano purtroppo quasi tutti abbrutiti dall’alcool oppure “civilizzati”, quindi non adatti al film.
Il Muto che vediamo al processo viene da un gruppo molto ristretto, ma non era l’ultimo dei suoi; però la storia è vera, riguarda un’altra persona che Herzog ha conosciuto veramente. La storia di questa persona è molto commovente, ma lascio il racconto a Herzog che sa farlo molto meglio di me.
Dopo il 1984, in Australia ci furono molte sentenze a favore degli aborigeni, perché il Parlamento approvò leggi che li tutelavano, riconoscendo i loro diritti; con quelle leggi, il magistrato che vediamo nel film avrebbe potuto dare ragione agli aborigeni, ma nel 1984 ancora non c’erano e la sentenza (come è ben spiegato nel film) non poteva essere che questa.

Nel film si dice che la compagnia mineraria sta cercando l’uranio; in realtà, gli scavi che vediamo sono stati fatti per l’opale. Sono scavi che vanno a 10 o 15 metri di profondità, e le “montagnette da trivellazione” si estendono per 50 chilometri (cinquanta).
Le mine che vediamo scoppiare, “sparare nella terra” come dicono gli aborigeni, servono per sondare il terreno e vedere dove scavare; l’ultimo suono del film sarà proprio quello di queste esplosioni.
Si può ancora aggiungere che la pista c’era già, costruirla dal vero sarebbe stato spettacolare ma costava troppo.
Gli attori: a parte gli aborigeni, quasi tutti non professionisti, gli altri sono tutti attori australiani con un curriculum notevolissimo, ma poco conosciuti da noi, almeno di nome. Per esempio, il protagonista Bruce Spence (che io trovo somigliantissimo al calciatore Edwin Van der Sar) ha recitato in moltissimi film anche famosi, come “Il signore degli anelli”. Paul Cox, il fotografo che appare brevemente nella scena dell’arrivo dell’aereo, è un regista amico di Herzog; Michael Edols, documentarista, appare brevemente come avvocato; Gary Williams, il pilota aborigeno, era un attivista del movimento dei nativi australiani; molti altri attivisti sono presenti come comparse nel tribunale.
Gli altri aborigeni sono tutti attori non professionisti; i due portavoce (non si direbbe) sono fratelli e si chiamano Wandjuk Marika (Miliritbi) e Roy Marika (Dayipu).

In conclusione, quelli di “Dove sognano le formiche verdi” sembrano tempi lontanissimi, libri e storie di vita come quelle di Chatwin, o di Fosco Maraini, o di Tiziano Terzani, oggi sono impossibili. Il mondo intero è stato contagiato dal consumismo e dalla speculazione edilizia, i giovani europei sono razzisti e xenofobi, c’è in giro una gran paura dell’altro, e anche i giovani africani, indiani, cinesi, sono ormai “ottimizzati” alla società dei consumi.
“Dove sognano le formiche verdi” è un bel film, chiaro e luminoso; ma vederlo oggi, quasi trent’anni dopo, fa molta malinconia. Il mondo è andato da un’altra parte, perché a comandare sono sempre quelli che hanno i soldi e la potenza; e non importa da che parte sta la ragione e da che parte sta il torto.