martedì 7 settembre 2010

Dove sognano le formiche verdi ( III )

DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI (Where the Green Ants Dream - Wo die grünen Ameisen träumen, 1984). Regia e sceneggiatura: Werner Herzog. Dialoghi addizionali: Bob Ellis
Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Scenografia: Ulrich Bergfelder Riprese: sei settimane a Coober Pedy, Melbourne (Australia) Musica: Gabriel Fauré: Requiem; Ernst Bloch: Voice in the Wilderness; Richard Wagner: Wesendonck-Lieder; Klaus-Jochen Wiese: Temporary Galaxies; Wandjuk Marika: Didjeridu Interpreti: Bruce Spence (Lance Hackett), Wandjuk Marika (Miliritbi Riratjingu),Roy Marika (Dayipu), Ray Barrett (Cole), Norman Kaye (Baldwin Ferguson), Colleen Clifford (Miss Strehlow), Ralph Cotterill (Fletcher), Nicolas Lathouris (Arnold), Basil Clarke (Giudice Blackburn), Ray Marshall (Coulthard), Gary Williams (Watson), Dhungala I. Marika (Malila il muto), Tony Llewellyn-Jones (il pastore protestante), Marraru Wunungmurra (Daisy Barunga), Robert Brissenden (Professor Stanner), Bob Ellis (direttore del supermercato), Paul Cox Durata originale: 100'

Siamo arrivati più o meno a metà film, nella sua zona centrale, ed è qui che Werner Herzog mette in scena l’Entomologo. E’ un personaggio troppo caricaturale: sembra Roland Topor nel Nosferatu. Gli entomologi e i naturalisti in genere sono persone quiete, osservatori attenti; la spiegazione è semplice, gesti come quelli che vediamo compiere da questo attore, grida e scatti nervosi farebbero fuggire gli animali o li renderebbero pericolosi. Se si vuole davvero osservare la Natura bisogna essere silenziosi, non essere invasivi, saper stare fermi, passare inosservati o quasi.
La leggenda delle “formiche verdi” che dà il titolo al film è in parte inventata da Herzog: nel senso che esistono miti simili nelle religioni dei nativi dell’Australia, ma non riguardano le “formiche verdi”. Va inoltre fatto notare (Herzog nel film lo fa) che non si tratta di formiche, ma di termiti. Le termiti sono molto simili alle formiche nell’aspetto esteriore, ma c’è una differenza fondamentale: le termiti non fanno la metamorfosi, cioè non hanno uno stadio larvale, un bruco; nascono già come piccole termiti, e poi crescono cambiando pelle. Le formiche (che sono invece imenotteri, come le api e le vespe) invece hanno lo stadio larvale; è la grande differenza nascosta nel mondo degli insetti, che è diviso più o meno a metà. Molti insetti, che a un primo sguardo sembrano simili, in realtà nascondono questa differenza che li rende molto diversi: è il caso degli scarabei (che sono coleotteri: larva e metamorfosi) e degli scarafaggi e delle cimici (quasi uguali ai coleotteri, ma che nascono già simili all’adulto, senza metamorfosi); delle farfalle (bruco e metamorfosi) e delle cavallette e delle mantidi (che nascono già molto simili all’adulto).
Le termiti, come apprendiamo nel film, sciàmano come le formiche, hanno il volo nuziale; segnalano le tempeste e seguono i campi magnetici. Qui siamo in una zona dell’Australia in cui i campi magnetici sono molto particolari, non sono riuscito bene a capire dove, perché Herzog nel suo commento ne parla solo di sfuggita; ma comunque ci racconta che la scena con l’entomologo è stata ridimensionata rispetto al progetto originale, perché Herzog non riuscì a far “lavorare” le termiti come aveva fatto con i ratti di Nosferatu (ne voleva migliaia, ma le termiti non collaboravano e ci rese presto conto che non era il caso di perderci tempo).

Al minuto 53 l’aereo arriva; l’aborigeno pilota canta una canzone che fa “my baby does the hanky-panky” e che non sono riuscito a rintracciare per darle un titolo. A 1h 00 siamo in tribunale, c’è la gag dell’orologio Casio, gli aborigeni sono già affascinati e contaminati dai nostri gadget. Nel tribunale è bellissima la figura del giudice, imparziale e serissimo: sembra un giudice vero, ma è un attore australiano con molti film alle spalle. A 1h07 depone Mr. Arnold: “Progresso? sì, ma verso il nulla”; a 1h09 c’è il discorso del muto, mr. Malilà: non è muto, ma non ha più nessuno con cui parlare nella sua lingua. A 1h11 vengono mostrati in tribunale gli oggetti sacri, sepolti in quella zona, che dovrebbero dare la prova che quella zona è abitata da sempre dagli aborigeni; il giudice fa mandare via tutti, questi oggetti sacri non possono essere mostrati al di fuori del loro contesto. A 1h13 vediamo la lettura della sentenza.
La musica di Ernst Bloch (compositore svizzero, 1880-1959), “Voice in the wilderness”, segna il ritorno nella terra degli aborigeni. La terra dei sogni è ad Est, dove volano le formiche verdi nel loro volo nuziale: è lì che guardano i due fratelli che fanno da portavoce agli aborigeni. L’ingegnere si siede accanto a loro.
A 1h15 ritroviamo la signora anziana che avevamo visto all’inizio; aspetta ancora il cagnolino perso nella miniera, tutti gli operai sono molto gentili con lei ma il cagnolino proprio non si trova. Alla donna l’ingegnere racconta un suo sogno dove tutti fuggono portando con sè pacchi con le cose preziose; lui è un bambino e lo rimproverano perché non ha il cestino con la colazione
Anche gli aborigeni attendono. A 1h23 torna il Requiem di Fauré; mi sembra di aver riconosciuto la voce di Victoria de los Angeles, grande soprano degli anni ’50 e ’60, ma potrei sbagliarmi.
Di seguito, un canto aborigeno che racconta dove è finito l’aereo, preludio al finale del film, ancora con la musica di Bloch e le immagini del tornado (trombe d’aria), come all’inizio. Si direbbe, in queste sequenze, che si tratti di anticipo di “Apocalisse nel deserto”, girato da Herzog dieci anni dopo.

Nel suo commento, Herzog è molto polemico con il movimento politico dei verdi (che in Germania è ancora molto forte) e con Greenpeace; prende anche le distanze dalla new age e dai culti “pagano-celtici” oggi di moda: Herzog è lontanissimo da queste cose, si rifà piuttosto al rapporto con la natura che gli agricoltori e i montanari hanno sempre avuto per millenni, e che oggi è andato perduto, non solo in Europa. E’ la cultura di chi conosce il ciclo delle stagioni, la vita e la morte; fino a pochi decenni fa non ci sarebbe stato bisogno di spiegare queste cose. Per esempio, oggi i cani sono solo animali da compagnia; ma non è così, il cane è nato per vivere all’aperto, in spazi ampi, fra prati e boschi. Dall’altro lato, gli eredi degli antichi cacciatori e pescatori: che vivono in un mondo illusorio, armati con fucili micidiali e con canne da pesca di altissima tecnologia, che non vedono (non vogliono vedere e non capiscono) che il mondo è cambiato. Entrambe queste posizioni sono sbagliate, Werner Herzog prova a raccontarci, con tutti i suoi film, che il rapporto giusto con il mondo in cui viviamo è un altro, e che va recuperato.
Devo dire che, avendo frequentato i “vecchi”, contadini, allevatori, pescatori e cacciatori, sono molto d’accordo con quello che dice Herzog. Posso aggiungere, di mio, che già trent’anni fa i vecchi cacciatori e pescatori (quelli nati a inizio Novecento) mi dicevano: “non si può più andare a caccia, oggi; e fiumi e laghi sono sempre meno popolati di pesci”. Trent’anni fa...
L’unica cosa su cui non sono d’accordo con Herzog è nel suo entusiasmo per il radiocronista argentino che grida “goool” (con trentaquattro o). Herzog racconta che questo nastro e questa radio a cassette, che si vedono bene al minuto 33 e nel finale, sono proprio sue, quelle che usò in Amazzonia durante la lavorazione di “Fitzcarraldo”. Per essere precisi, il gol raccontato si riferisce ai mondiali in Argentina del 1978, si ascoltano chiaramente i nomi dei calciatori Luque, Kempes e Passarella; ma io ho letto “La conquista dell’inutile” (di Werner Herzog, diario della lavorazione di Fitzcarraldo, ed. Mondadori) e posso dirvi cosa ascoltava Herzog in Amazzonia, in condizioni impossibile, con questo apparecchio: ascoltava Schütz e Vivaldi.

Herzog è molto appassionato di matematica, e quando può ne lascia sempre qualche segno nei suoi film. Qui l’argomento trattato (copio e incollo dal commento di Herzog al film, riassumendo molto) è la geometria non euclidea, la topologia, la cosmologia, la bottiglia di Klein: una bottiglia, avendo tre dimensioni, ha sempre un interno e un esterno, ma il matematico Klein ha dimostrato che esiste una figura che ha solo un interno e nessun esterno. Herzog aveva già messo cose simili in “Kaspar Hauser”, dieci anni prima; sono tra le sequenze pù buffe del film.

Nasce in questo periodo l’amicizia tra Werner Herzog e Bruce Chatwin, che era in Australia per scrivere “Le vie dei canti”, il testo fondamentale per cominciare a capire qualcosa della civiltà dei nativi d’Australia. I due si incontrano durante la lavorazione del libro e del film, e parlano a lungo. Il film successivo di Herzog, “Cobra Verde” viene proprio da un romanzo di Chatwin, “Il vicerè di Ouidah”.

Sempre nel commento che si trova sul dvd, Herzog dice molte cose interessanti e toglie molte delle curiosità che sorgono vedendo il film: per esempio, gli aborigeni che vediamo nel film sono della nazione Yirrkala, e vivono molto lontani dal luogo delle riprese, che è Coober Pedy, nel centro dell’Australia. Gli aborigeni del posto erano purtroppo quasi tutti abbrutiti dall’alcool oppure “civilizzati”, quindi non adatti al film.
Il Muto che vediamo al processo viene da un gruppo molto ristretto, ma non era l’ultimo dei suoi; però la storia è vera, riguarda un’altra persona che Herzog ha conosciuto veramente. La storia di questa persona è molto commovente, ma lascio il racconto a Herzog che sa farlo molto meglio di me.
Dopo il 1984, in Australia ci furono molte sentenze a favore degli aborigeni, perché il Parlamento approvò leggi che li tutelavano, riconoscendo i loro diritti; con quelle leggi, il magistrato che vediamo nel film avrebbe potuto dare ragione agli aborigeni, ma nel 1984 ancora non c’erano e la sentenza (come è ben spiegato nel film) non poteva essere che questa.

Nel film si dice che la compagnia mineraria sta cercando l’uranio; in realtà, gli scavi che vediamo sono stati fatti per l’opale. Sono scavi che vanno a 10 o 15 metri di profondità, e le “montagnette da trivellazione” si estendono per 50 chilometri (cinquanta).
Le mine che vediamo scoppiare, “sparare nella terra” come dicono gli aborigeni, servono per sondare il terreno e vedere dove scavare; l’ultimo suono del film sarà proprio quello di queste esplosioni.
Si può ancora aggiungere che la pista c’era già, costruirla dal vero sarebbe stato spettacolare ma costava troppo.
Gli attori: a parte gli aborigeni, quasi tutti non professionisti, gli altri sono tutti attori australiani con un curriculum notevolissimo, ma poco conosciuti da noi, almeno di nome. Per esempio, il protagonista Bruce Spence (che io trovo somigliantissimo al calciatore Edwin Van der Sar) ha recitato in moltissimi film anche famosi, come “Il signore degli anelli”. Paul Cox, il fotografo che appare brevemente nella scena dell’arrivo dell’aereo, è un regista amico di Herzog; Michael Edols, documentarista, appare brevemente come avvocato; Gary Williams, il pilota aborigeno, era un attivista del movimento dei nativi australiani; molti altri attivisti sono presenti come comparse nel tribunale.
Gli altri aborigeni sono tutti attori non professionisti; i due portavoce (non si direbbe) sono fratelli e si chiamano Wandjuk Marika (Miliritbi) e Roy Marika (Dayipu).

In conclusione, quelli di “Dove sognano le formiche verdi” sembrano tempi lontanissimi, libri e storie di vita come quelle di Chatwin, o di Fosco Maraini, o di Tiziano Terzani, oggi sono impossibili. Il mondo intero è stato contagiato dal consumismo e dalla speculazione edilizia, i giovani europei sono razzisti e xenofobi, c’è in giro una gran paura dell’altro, e anche i giovani africani, indiani, cinesi, sono ormai “ottimizzati” alla società dei consumi.
“Dove sognano le formiche verdi” è un bel film, chiaro e luminoso; ma vederlo oggi, quasi trent’anni dopo, fa molta malinconia. Il mondo è andato da un’altra parte, perché a comandare sono sempre quelli che hanno i soldi e la potenza; e non importa da che parte sta la ragione e da che parte sta il torto.

8 commenti:

francesco ha detto...

appena vedo il film leggo le tre parti e ti dirò:)

Marisa ha detto...

Visto che in fondo è un film sui sogni, mi sembra giusto prestare attenzione anche al sogno dell'ingegnere. In fondo è un personaggio simpatico, che, quando finalmente capisce cosa c'è dietro il modernismo e le ricerche geologiche della multinazionale, cambia veramenta vita. Ebbene lui, l'ingegnere che all'inizio sembra sapere tutto e voler spiegare agli aborigeni i segreti della cosmologia, sogna di essere, in un mondo dove tutti sono attrezzati con grandi provviste, un bambino senza il cestino della merenda...
Scherzi dell'inconcio, che con una sola immagine, riesce a spiazzare l'Io troppo sicuro di sè, revelandone invece il profondo senso di insicurezza e inadeguatezza.

Ben diversi i sogni collettivi ed archetipici dei padri che si riuniscono sul luogo dell'ultimo albero abbattuto. Qui l'inconscio adempie la sua funzione di collegare le generazioni tra di loro assicurandone la continuità di senso e la trasmissione spirituale.
Per fare biologicamente dei figli infatti basta solo l'unione sessuale. Ma qui si tratta di qualcosa di più, che sfortunatamente abbiamo perso pensando al massimo, oltre al mero piano biologico, alla eredità patrimoniale solo in quanto ricchezza economica.
Che ne è allora dell'eredità spirituale?

Giuliano ha detto...

salve francesco! sei un francesco che conosco?

Giuliano ha detto...

Cara Marisa, molto bello il tuo commento, io non avevo collegato il sogno degli aborigeni con il sogno dell'ingegnere alla fine...Mi era proprio sfuggito.
Posso dirti che Herzog nel suo commento sul dvd dice che la risposta dell'aborigeno ai problemi cosmologici non gli piace più, che la trova troppo schematica. Forse ha ragione, di certo è un bel colpo di cinema, una bella battuta che porta avanti la narrazione, e aiuta ad alleggerire.
Guardando i film di Herzog, e specialmente questo, vengono alla mente tante domande...anche questa della contraccezione e dei figli "sognati" meriterebbe un bel discorso a parte, perché quando se ne parla di fanno sempre troppe semplificazioni, e io non riesco ad essere "o di qui o di là".

Ismaele ha detto...

francesco sono sempre io:)

Giuliano ha detto...

Questa sì che è una sorpresa!
:-)

Ismaele ha detto...

adesso l'ho visto e devo dire che è davvero un film che sembra una storia semplice, ma non lo è. se poi uno legge quello che scrivi...
è impressionante la incomunicabilità dei due mondi, che sono davvero alternativi.
il capocantiere sembra un anello debole del sistema, ma fa la sua parte, senza saperlo del tutto.
come dicevi all'inizio, se un giorno la terra potesse parlare forse ci direbbe che la gente migliore è quella che non ha lasciato tracce, che non l'ha sfregiata, che non l'ha violentata, e noi non siamo della gente migliore.
davvero un bel film, ecco.

Giuliano ha detto...

pensa che ho appena letto (su Repubblica on line)della colata di cemento che sta per arrivare a Roma, dietro il paravento del circuito di formula uno... A Milano, la giunta Moratti si è vantata di non aver toccato aree verdi nel nuovo progetto di città: per forza, le hanno già bruciate tutte, adesso per avere qualche metro quadrato costruibile gli tocca sloggiare i campi nomadi e i centri sociali.
(e non è una battuta!)
ieri ero in un centro commerciale qui vicino, ho guardato in su dal parcheggio e ho visto quel pezzettino di bosco residuo, la vecchia chiesa di un paese su una collina, e mi sono detto: fino a dieci, quindici anni fa, anche la Lombardia, anche la provincia di Milano e di Como e di Varese, avevano ancora angoli di paradiso...