giovedì 5 luglio 2012

La classe operaia va in Paradiso ( II )

La classe operaia va in paradiso (1971) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri ed Ugo Pirro. Fotografia di Luigi Kuveiller. Musiche di Ennio Morricone. Interpreti: Gian Maria Volontè, Salvo Randone, Mariangela Melato, Mietta Albertini, Renata Zamengo, Flavio Bucci, Gino Pernice, Luigi Diberti, Donato Castellaneta, Ezio Marano Durata: 1h50’

Nei film di Elio Petri appare spesso Salvo Randone, uno dei più grandi attori italiani di tutti i tempi.
Di Randone, siciliano di Siracusa, classe 1906, attore principalmente di teatro, sono rimaste leggendarie le interpretazioni di Ibsen, di Pirandello, e di tutti i più grandi autori; ha realizzato anche alcuni autentici exploit, come la lunga tournèe a inizio anni ’60 con Vittorio Gassman, nella quale i due si scambiavano i ruoli di Otello e di Iago. Una sera Gassman era Otello e Randone era Iago, la sera dopo Randone era Otello e Gassman era Iago: in teatro, senza microfoni, senza rete (di queste recite esiste anche una registrazione Rai, in studio).
Nei film di Elio Petri, Randone è sempre il centro del film, il suo cuore. E’ quasi qualcosa di soprannaturale: Randone non è il protagonista, non è bello né gradevole, eppure tutto ruota intorno a lui, lui sembra sempre sapere qualcosa che agli altri sfugge; alle volte è un folle ricoverato in manicomio (La classe operaia) o magari un vecchio cieco (A ciascuno il suo). Joseph Conrad chiamò questo modo di essere “Cuore di tenebra”: Randone nei film di Petri è quasi sempre come il colonnello Kurtz, quello che in seguito sarà interpretato da Marlon Brando in “Apocalypse now”.
Randone è un altro spreco del cinema italiano, che pure ha regalato soldi e fama ad attori molto meno dotati, come Sordi e Verdone. Non so quanto si possa capire della sua grandezza da un solo film, è un attore sottile e tutt’altro che spettacolare, sempre sotto tono; per capire veramente chi è stato Salvo Randone, senza averlo mai visto a teatro, bisogna forse rivolgersi a un film più leggero, “Anni ruggenti” di Luigi Zampa: un adattamento di “L’ispettore generale” di Gogol. E’ da grandissimo interprete il sorriso di Salvo Randone, la sua risata nel finale di “Anni ruggenti” di Zampa, quando è il primo a scoprire che Nino Manfredi non è l’Ispettore Generale tanto atteso e temuto; un sorriso che vediamo anche in “La classe operaia”, ma virato verso l’amarezza e verso la follia. Randone ha sempre qualcosa a che vedere con la magia, è magico in questo senso, sembra sempre che sia in contatto con l’aldilà o con forze a noi ignote, con qualcosa che noi non conosciamo ma che lui percepisce.
Il personaggio di Militina, qui interpretato da Randone, è la prosecuzione di “I giorni contati”, il primo film da regista di Elio Petri. Potrebbe perfino essere lo stesso identico personaggio, se non fosse per alcune differenze: Roma invece di Milano, il lavoro in proprio come idraulico invece del lavoro sotto padrone in fabbrica. Il protagonista di “I giorni contati” è proprio Salvo Randone, in un film forse non perfettamente riuscito ma che va visto se si vuole capire bene cosa succede in “La classe operaia va in Paradiso”.
L’altro protagonista del film è Gian Maria Volonté: che è diverso da lui ma che in Militina si rispecchia, e teme di fare la sua stessa fine. Siamo ancora ai manicomi degli anni ’60, prima della riforma Basaglia: un manicomio senza speranza, che fa paura. Quando si entra in manicomio, non se ne esce più.
Volonté ha al suo attivo molte interpretazioni, di vario tipo: si va dalla recitazione sottotono, sussurrata, di “Ogro” di Pontecorvo o di “Il sospetto” di Maselli al comico leggero e divertito di “L’armata Brancaleone”, fino ai ruoli in cui è irritante, eccessivo, caricaturale, sempre sopra le righe, come questo di “La classe operaia”, a tratti difficile da sopportare. Caricaturale? certo, come l’ispettore di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, irritante e caricaturale, eccessivo, fastidioso, un eccesso di toni acuti e gridati. Petri e Volonté vogliono davvero urtarci, dar fastidio, evitarci di stare comodi; ma Volonté sa esprimere perfettamente le paure e le insicurezze del suo personaggio. Nel finale, quando i compagni della fabbrica gli danno la notizia della sua riassunzione, e della vittoria dei lavoratori anche su tutte le altre richieste, l’espressione di paura del volto di Volonté è qualcosa che non si dimentica: una paura apparentemente insensata (perché spaventarsi e preoccuparsi, se hai vinto?) che riempie di un significato nuovo tutto quello che abbiamo visto, e che rende il film attualissimo ancora dopo quarant’anni.
Rivedendo il film, forse anche per banali questioni d’età (la mia), mi ha interessato molto la scena con lo psicologo aziendale, quando Massa rientra in fabbrica dopo l’infortunio e mostra di essere cambiato, di non essere più lo stesso di prima. La direzione si preoccupa e vuole approfondire, vedere cosa succede in quello che era stato il dipendente modello. Lo psicologo, quasi senza sembrare, con molta abilità, porta subito il discorso sull’impotenza. Massa dice di avere 31 anni (Volonté era un più vecchio: nato nel 1933, si avvicinava ai quarant’anni), lo avevamo visto in difficoltà con la sua attuale compagna (la moglie sta con un altro operaio suo amico), scopriremo poi che fa ancora conquiste e che tutto gli funziona bene; ma questo passaggio del film non è da sottovalutare, non siamo in un film di Pierino e la questione è seria, anche perché Massa ha detto di avere subito un’intossicazione da vernici, nella fabbrica dove lavorava prima. Ma, per un uomo, la questione del “ti tira” (chiedo scusa per la volgarità) è la prima che viene in mente quando ci sono dei problemi, un luogo comune dei più abusati, come le mestruazioni per le donne. In realtà, il problema è il lavoro, l’ambiente di lavoro e il lavoro in sè: ma fa molto comodo spostare il discorso, parlare d’altro. Dicendo “gli tira, non gli tira”, l’attenzione finisce sul sesso, si fanno battute, magari si ride, ma invece è la fabbrica, è il lavoro, a spezzare il fisico, a far sembrare più vecchi di quello che si è, a far passare la voglia di vivere. Da questo punto di vista, a quarant’anni di distanza dal film di Petri, le cose non sono cambiate di molto: nel dibattito recente sulla Fiat di Melfi e di Pomigliano, oppure nei processi per le malattie dovute all’amianto, o all’uranio impoverito, o al cloruro di vinile a Marghera, di queste cose si è cominciato a parlare, ma il discorso è stato subito sviato: non interessa, si preferisce dire “fanno sciopero e assemblea quando c’è la partita”, e altre amenità. Ai giornali, ai mezzi di comunicazione, perfino agli operai stessi, parlare di cose serie interessa poco o niente; c’è molto servilismo in tutto questo, e anche molta paura. In fondo, è come parlare della morte, e della malattia: sia fisica che mentale. Comprensibile quindi che si cerchi di rimuovere, di non parlarne, di deviare il discorso sul “ci riesce ancora, non ci riesce più”.
In questo senso, mi sento di dire che va intesa tutta la scena di Massa con lo psicologo: è il lavoro che crea il problema, il cottimo esasperato, ci vorrebbero ritmi diversi, ma così non succede. Il fisico? Il mio fisico sta bene, grazie; ogni volta che lo chiamo, il fisico risponde ed è una cosa che mi fa molto piacere: ma, scusate la sincerità, a voi cosa ve ne frega? Pensate piuttosto al lavoro, a come si lavora, alle paghe, alle tutele sanitarie...
Non è un caso che la scena venga subito dopo il rientro al lavoro di Massa, con un dito tagliato: voi pensate subito al dito come se fosse il pene, io penso invece che è un dito tagliato. E aggiungo: da dove credete che vengano, oggi, le liti, le violenze in famiglia, perfino gli omicidi? Mi ricordo dibattiti in tv dove il sindacalista della Fiom del 2012 (Landini) portava dati e statistiche sui problemi fisici per gli operai di Melfi, alla Fiat, sulle catene di montaggio e costretti a movimenti innaturali e ripetitivi per otto ore al giorno, con limitazioni anche sulle pause per andare a fare pipì (altra scena presente nel film di Petri, si badi bene); l’argomento non interessava minimamente, il moderatore l’ha giudicato poco interessante e poco spettacolare (non si fa audience parlando di malattie professionali degli operai lucani e calabresi), l’interlocutore della Confindustria ha cambiato subito discorso, si è passati subito al bisogno di “incrementare la produzione” , come fa anche Massa nel film di Petri: la battuta è nella scena dell’assemblea, quella che precede il licenziamento di Massa.
- Sentimi bene, Massa, ma tu che adesso parli tanto dov’è che eri quando noi altri abbiamo lottato, quando abbiamo fondato il sindacato qui in fabbrica....?
- Dov’è che ero...facevo il cottimista, seguivo la politica dei sindacati, lavoravo per la produttività. Incrementavo, incrementavo, io. E adesso, adesso cosa sono diventato? Guarda, sono diventato una bestia, una bestia...
- Te sei una bestia, mica noi altri (...)
(da “La classe operaia va in Paradiso”, scena dell’assemblea in fabbrica, un’ora circa dall’inizio)
(continua)

La classe operaia va in Paradiso ( III )

La classe operaia va in paradiso (1971) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri ed Ugo Pirro. Fotografia di Luigi Kuveiller. Musiche di Ennio Morricone. Interpreti: Gian Maria Volontè, Salvo Randone, Mariangela Melato, Mietta Albertini, Renata Zamengo, Flavio Bucci, Gino Pernice, Luigi Diberti, Donato Castellaneta, Ezio Marano Durata: 1h50’

Nel film di Petri le donne hanno una parte importante.
Innanzitutto, la condizione familiare del protagonista era abbastanza strana, per l’epoca in cui fu girato il film: oggi è invece abbastanza normale. Massa è separato dalla moglie, sua moglie e suo figlio vivono con un altro (un operaio suo amico), lui si è messo con un’altra, una parrucchiera che ha un figlio della stessa età del suo. Insomma, difficile da capire se lo si spiega, più facile capire guardando il film; ma il figlio che non è suo gli vuol bene più che il suo vero figlio, quantomeno si parlano e si capiscono. Va ricordato che siamo nel 1971, si discuteva molto di una legge sul divorzio in quegli anni; non ricordo le date precise, ricordo però che non appena fu approvata la legge si raccolsero le firme per abrogarla, e il referendum si tenne nel 1974. Gli italiani furono favorevoli al divorzio, e da quel 1974 è diventato normale che un padre passi dei soldi a un’altra famiglia per mantenere suo figlio, come vediamo nel film.
La nuova compagna di vita di Volonté (ma all’inizio è normale pensare che sia sua moglie) è interpretata da Mariangela Melato, che nel 1971 cominciava a farsi conoscere; in seguito sarebbero venuti i grandi successi al botteghino con i film di Lina Wertmüller, decisamente ispirati ai personaggi di Petri, ma rivoltati in chiave di vignetta umoristica. Il mio ricordo personale di Mariangela Melato è in teatro, El nost Milàn di Bertolazzi al Piccolo di Milano, regia di Strehler, con Tino Carraro. Oltre a capire che era una grande attrice, mi ero subito reso conto (stagione 1979-80) che la Melato di persona era decisamente bella, nei film tende invece a imbruttirsi. Qui, ogni tanto ricorda Shelley Duvall; se fosse stata inglese o americana, probabilmente Stanley Kubrick avrebbe scelto Mariangela Melato per “Shining”, chissà.
In “La classe operaia” Mariangela Melato impersona un altro stereotipo: dopo l’operaio, la parrucchiera. Devo dire che nel film la pronuncia milanese della Melato mi sembra meno perfetta di quella di Volontè (che però esagera, a tratti); ma la prima domanda che viene è: “come ha fatto a mettersi con uno così, magari a sposarlo?”. Volontè nei panni di Lulù Massa appare infatti poco attraente, scostante, facile immaginare che per una donna giovane, sia pure con un figlio grande, possa trovare qualcuno migliore di lui. Oltretutto, nel finale lei ritorna da lui: quindi deve volergli bene. Anche il bambino gli vuole bene, e Petri ce lo fa notare un paio di volte nel corso del film. La risposta è semplice, Lulù Massa non è sempre stato come lo vediamo nel film: così si diventa, è lo stress sul lavoro, i turni, la ripetitività dei gesti, la stanchezza, tutto si ripercuote sulla nostra vita.
Il personaggio della Melato è interessante anche per un’altra cosa: quando ritorna a casa e si trova l’appartamento invaso dai colleghi “clandestini” di Lulù, la parrucchiera si lascia andare a uno sfogo dicendo che tutto quello che hanno lo devono al padrone, che lei col padrone sta bene, che non capisce perché si debba contestare, scioperare. Dice che si trova bene col padrone, che è il padrone che dà il benessere: è la posizione di molti, non solo delle parrucchiere. E c’è una parte grande di verità in questa frase, in questa scena: il nostro benessere non è nostro, viene dal padrone, da chi ci dà il lavoro. E’ la presa di coscienza di questa situazione che rende a molti antipatico il socialismo, il comunismo, l’anarchia, e in generale tutte le idee anticapitaliste: in effetti, non essere padroni del proprio destino non è piacevole, così come non è piacevole doverne prendere atto, prendere coscienza, magari abbassarsi, inchinarsi, dire “sissignore” o magari “sì padrone”. A molti questo mondo di servi e di padroni piace, molti non si pongono il problema o non vogliono porselo, e in effetti finché va tutto bene in questo modo si vive bene, senza troppi problemi. I problemi tornano a farsi sentire quando le cose smettono di andare bene, quando c’è crisi, come oggi: quando il padrone licenzia, delocalizza, chiude. Elio Petri mette dunque davanti a noi le due posizioni; e rende piuttosto sgradevoli gli studenti-operai, i rivoluzionari. Poi, sta a noi spettatori decidere, pensare.
Anche nel finale, sembra non voler dare un’indicazione precisa su quale sia la via migliore: quindi un film politico, decisamente di sinistra, ma molto aperto. Qualcosa su cui ragionare, qualcosa su cui pensare. Anche a sinistra, va ricordato, “La classe operaia va in Paradiso” subì critiche e dissensi molto pesanti, che Petri non si aspettava.
Dopo questo sfogo, dopo aver trovato la sua casa invasa da estranei, Mariangela Melato se ne va: prende il figlio, e lascia Lulù nell’appartamento con i suoi nuovi amici. Il tempo di aprire e chiudere la porta, e i “clandestini” se ne vanno anche loro: dopo gli scontri in fabbrica temono di essere arrestati, se la moglie di Lulù non l’ha presa bene potrebbe andare in giro a raccontare tutto, meglio cercare un posto più sicuro dove nascondersi. E così, Lulù Massa rimane da solo nell’appartamento.
Alla fine del film, quando nemmeno noi spettatori ci credevamo più e si pensava ad un finale tragico, invece la Melato ritorna, col figlio. Gli vuol davvero bene, a Lulù; e anche il bambino gli si è affezionato.
Il posto “dove lavoravo prima”, la fabbrica di vernici ormai dismessa dove Lulù Massa ha preso un’intossicazione, la vediamo al minuto 61. Il padrone “è dentro per bancarotta”; il capannone è vuoto e Lulù vi si apparta con l’Adalgisa, che è molto giovane: per lei è la prima volta, ma non sarà una esperienza bella e ne rimarrà molto delusa.
«La realtà è la realtà, c’è mica altro», conclude Lulù: la prima volta per le donne è così, spiega. Ed è sincero, per lui il sesso è quella roba lì, “c’è mica altro”. Lulù è molto gentile con le donne, ma un po’ rozzo e sbrigativo; fanno l’amore in macchina, una Fiat 850 targata Novara (la fabbrica vera che ha ispirato il film è a Novara), ed è una cosa da contorsionisti, anche dolorosa, normale che la ragazza si aspettasse di più. Molti uomini la pensano ancora così, nonostante il tempo che è passato.
La giovane attrice che interpreta Adalgisa, una ragazza che lavora in fabbrica con Lulù (abbreviazione di Ludovico), è Mietta Albertini, che ha girato in seguito pochissimi film; un’altra donna nel film è la moglie di Lulù (probabilmente Renata Zamengo, ma le indicazioni su questo film sono molto stringate), che però vediamo poco, in una scena in famiglia piuttosto movimentata. E’ andata a vivere con un altro, con un collega sindacalizzato di Lulù (l’attore è Luigi Diberti), suo amico; il figlio di Lulù li chiama papà tutti e due, a Lulù la cosa non piace.
(continua)

La classe operaia va in Paradiso ( IV )

La classe operaia va in paradiso (1971) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri ed Ugo Pirro. Fotografia di Luigi Kuveiller. Musiche di Ennio Morricone. Interpreti: Gian Maria Volontè, Salvo Randone, Mariangela Melato, Mietta Albertini, Renata Zamengo, Flavio Bucci, Gino Pernice, Luigi Diberti, Donato Castellaneta, Ezio Marano Durata: 1h50’

Un altro protagonista del film è sicuramente il còttimo. Il dizionario Zingarelli ne dà questa definizione: «Còttimo: dal latino “quotumum” (“di che numero?”). Forma di retribuzione commisurata al risultato che il prestatore di lavoro consegue mediante la sua attività.»
Vale a dire: più produci e più soldi guadagni. Che sembra una cosa sensata, e infatti lo sarebbe se non fosse per un dettaglio tutt’altro che secondario: i tempisti. I tempisti, col cronometro in mano, li vediamo all’opera nel film: prendono nota dei pezzi prodotti in un minuto, o in dieci minuti, un tempo prefissato. E poi funziona così: se quest’operaio produce tanti pezzi, allora tutti gli operai possono e devono farlo. Dato che non siamo tutti uguali, e dato che anche noi stessi non siamo sempre in condizioni psicofisiche ottimali, il risultato finale può essere molto pericoloso: un esempio di quello che può succedere lo vediamo nel film.
Il lavoro che vediamo fare nel film oggi non esiste quasi più, sono passati quarant’anni e tutto è stato automatizzato, questo tipo di lavoro viene svolto quasi interamente da macchine robotizzate e computerizzate. Anche i tempisti sono ormai tra le cose dimenticate. Inoltre, quasi tutta questa produzione è stata spostata in Cina, in Malesia, in Marocco, in India. E infatti oggi le statistiche dicono che ci sono meno incidenti sul lavoro: ma non è che siano dati da prendere come un miglioramento, alla leggera. I dati delle statistiche vanno sempre controllati ed elaborati, non vanno mai presi così come sono. Le statistiche sono utili, ma in casi come questo ci si dimentica di aggiungere che il lavoro è stato in gran parte automatizzato e che – soprattutto – moltissime fabbriche hanno chiuso, hanno ridotto il personale, sono delocalizzate, non ci sono più. Da disoccupati è più difficile farsi male, e comunque se ti fai male a casa tua (o se lavori in nero) non rientri nelle statistiche.
L’assemblea sul cottimo è al minuto 55, quando Massa è già rientrato al lavoro, dopo l’incontro con Militina al manicomio, dopo il colloquio con lo psicologo. Da principio, Massa se ne sta in disparte; poi prende la parola.
Massa: ...lo studente, lo studente là fuori, ha detto che noi entriamo qui dentro di giorno quando è buio, e usciamo di sera quando è buio. Ma che vita è la nostra? (...) Allora io dico, già che ci siamo, perché non lo raddoppiamo questo cottimo, eh? Così lavoriamo anche la domenica, magari veniamo qua dentro anche di notte. Anzi, magari portiamo qui anche i bambini, le donne. I bambini li sbattiamo sotto a lavorare, le donne ci sbattono a noi un panino in bocca, e noi via che andiamo avanti senza staccare, avanti, avanti, per queste quattro lire vigliacche, fino alla morte; e così da quest’inferno, sempre senza staccare, passiamo direttamente a quell’altro inferno, che tant l’è istèss, neh...
- Sentimi bene, Massa, ma tu che adesso parli tanto dov’è che eri quando noi altri abbiamo lottato, quando abbiamo fondato il sindacato qui in fabbrica....?
- Dov’è che ero...facevo il cottimista, seguivo la politica dei sindacati, lavoravo per la produttività. Incrementavo, incrementavo, io. E adesso, adesso cosa sono diventato? Guarda, sono diventato una bestia, una bestia...
- Te sei una bestia, mica noi altri (...)
Adesso conclude Lulù Massa, siamo come una macchina, una macchina che però è rotta e non si può riparare.
Al termine di questo monologo in assemblea, Massa invita tutti a uscire, a sospendere subito il lavoro; lo seguono in pochi, una decina di persone, e i sindacati sono contrari. Sembra l’inizio di una sconfitta, e forse nella vita reale lo sarebbe stata; ma il finale sarà diverso, Lulù verrà riassunto e il cottimo verrà ridiscusso accettando le proposte dei sindacati.
E’ interessante vedere come inizia il film, da questo punto di vista: Lulù descrive il mondo del lavoro facendo un parallelo con il corpo umano. Il parallelo è decisamente sgradevole, ma funziona: anche noi trasformiamo la materia prima, ingeriamo alimenti che lo stomaco e l’intestino trasformano; il risultato finale è la merda. Dunque il nostro corpo è una “fabbrica di merda”, qualcosa che inquina, “spüzza”, e che finiamo col buttare via, proprio come la fabbrica, proprio come tante cose che si producono nelle fabbriche: i motori inquinano e puzzano, gli oggetti che Lulù si trova in casa (l’inventario è a un’ora e mezza circa dall’inizio) sono in gran parte cose inutili che “vorrei proprio conoscere quello che li ha pensati”. Non è tutto così, ovviamente, ma di certo molte delle cose che vengono prodotte sono del tutto inutili; se ci si comincia a pensare la cosa fa decisamente impressione.
«Questo qui è un mestiere che può fare anche una scimmia, quindi lo puoi fare anche tu»  Lo dice Massa al ragazzo appena assunto; l’immagine dello scimpanzé che crede di essere un uomo ritornerà sul giornale conservato dal Militina, una notizia che viene da Stoccolma con tanto di foto dello scimpanzé. Lo stesso concetto lo ripete Lulù, sorridendo, davanti ai bambini che escono da scuola: “mi sembrate tanti operai, operai piccoli”.
Petri non va mai preso alla lettera, come Sciascia (l’autore di “A ciascuno il suo” e di “Todo Modo”). La vicenda di cui parla, la “trama”, è solo il primo livello di lettura. Questo è certamente un film politico, ma non è un film a tesi, e anzi la storia che vediamo è solo la superficie esterna; non una metafora, ma il primo livello di lettura. Accade con Petri e con Sciascia, così come con Pirandello o con Beckett: il trascendente è sempre ad un passo. Il destino di un operaio, ma anche la nostra vita, un gioco incomprensibile, a tratti piacevole, più spesso durissimo, che non riusciamo a capire; il paradiso di là dal muro, come in Delio Tessa, raccontato nel finale da Massa ai colleghi: è il muro del manicomio, non dimentichiamolo. Il grande poeta milanese (1886-1939) racconta di una sua uscita in bicicletta, a inizio ‘900; pedalando, arriva alle soglie di un grande muro e sente “de là del mur”, di là dal muro, delle persone che cantano. Sono i matti del manicomio di Mombello, e per un momento Delio Tessa, avvocato benestante, si trova ad invidiarli. “De là del mur, cantàven...”
Voeurom on coo de gatt
per podé liberass
di penser...andà in oca,
voeurom desmentegass
del Roveda, di Edison
che tracolla... la gent
balenga, i scagg de guerra
tutto òo lassaa de là.
(vogliamo aver la testa come un gatto, per poterci liberare dai pensieri...andare in oca. Vogliamo dimenticarci del Roveda, dell’Edison che tracolla... la gente balenga, le paure della guerra, tutto lasciar di là)
(Delio Tessa, dai due volumi dell’edizione Einaudi a cura di Dante Isella, pag.205) (scritta nel 1915)
Da qui siamo partiti, qui siamo tornati: anzi, ancora più indietro, agli anni ’30, in alcuni casi anche all’Ottocento o al feudalesimo (vedi l’agricoltura, i braccianti extracomunitari, il caporalato trionfante...). Quello che vediamo produrre nella fabbrica oggi è tutta roba che viene dalla Cina, l’Italia è sempre più un Paese deindustrializzato (Padania in prima fila), da Melfi a Pomigliano a Mirafiori, nell’epoca della Fiat di Marchionne, lo slogan non è più quello che si ascolta in “La classe operaia va in Paradiso”. Oggi non si chiede “più soldi, meno lavoro”, ma sembra quasi che si desideri il contrario: “meno soldi, più lavoro”. Molti, anche tra gli operai, approvano: “meno soldi, meno tutele, più lavoro”.
In tutto questo, in questo continuo affiorare di significati nascosti, non visibili a un primo livello, assume grande importanza anche il dettaglio finale del carrellista: un trasportatore, un bonario Caronte? Viviamo in un inferno, o magari in un purgatorio; dopo la morte, solo allora, forse, “la classe operaia va in paradiso”
(continua)

La classe operaia va in Paradiso ( V )

La classe operaia va in paradiso (1971) Regia di Elio Petri. Scritto da Elio Petri ed Ugo Pirro. Fotografia di Luigi Kuveiller. Musiche di Ennio Morricone. Interpreti: Gian Maria Volontè, Salvo Randone, Mariangela Melato, Mietta Albertini, Renata Zamengo, Flavio Bucci, Gino Pernice, Luigi Diberti, Donato Castellaneta, Ezio Marano Durata: 1h50’

Tra gli attori, oltre ai protagonisti principali, spiccano due nomi importanti: Flavio Bucci e Luigi Diberti. Bucci è stato un attore molto popolare, in tv ha interpretato molti sceneggiati, famosissimo il suo Ligabue nella biografia del pittore emiliano; negli anni successivi si è però dedicato quasi soltanto al teatro. Il personaggio di Flavio Bucci in “La classe operaia” non ha un nome: è uno degli operai accanto a Volonté, uno dei giovani (non uno dei neo assunti, è già presente dall’inizio). Dal teatro viene anche Luigi Diberti, l’operaio-sindacalista che vive con la moglie separata di Lulù. Diberti è stato uno dei protagonisti delle grandi stagioni del Piccolo Teatro di Milano, uno degli attori di fiducia di Strehler; ha però lavorato molto per cinema e tv, anche in anni recenti e in film di successo (come “L’ultimo bacio” di Muccino).
Lo studente barbuto col megafono è Donato Castellaneta, un attore che ha percorso gran parte del cinema italiano. Castellaneta è già presente in “La dolce vita” di Fellini, ovviamente in un piccolo ruolo; io me lo ricordo volentieri (sempre con una gran barba) in un film italiano di Raul Ruiz, “Il viaggio clandestino”.
Altri due attori molto presenti nei film italiani sono Ezio Marano (uno dei tempisti) e Gino Pernice (il sindacalista); purtroppo l’elenco degli attori e dei personaggi ruolo per ruolo non è facile da ricostruire, non l’ho trovato su imdb e nemmeno su wikipedia.
Molto bella la fotografia di Luigi Kuveiller, con colori che rimandano ai film di Jacques Tati (Trafic e Playtime) e forse non è un caso. La musica di Ennio Morricone è perfetta; con Petri, oltre che con Sergio Leone, Morricone ha scritto alcune delle sue musiche più belle e più ricordate.
Altri miei appunti sparsi: 1) il film inizia con la sveglia e finisce col carrellista, dopo il sogno del Paradiso, del muro buttato giù. 2) L’operaio che ha problemi col pisciare, con la prostata: argomento tornato d’attualità con Marchionne, oggi non si verrebbe nemmeno più assunti, anzi per tagliare corto non si assume nessuno con più di trent’anni, le agenzie private dopo i 30 anni non ti chiamano più, figuriamoci se scoprono che hai un qualche disturbo fisico o malattia. 3) Il tempista, il controllo dei tempi, “se lo fa lui lo possono fare tutti” (era il mestiere di Cofferati, prima di fare il sindacalista, alla Pirelli) 4) il cognome Militina rimanda a soldatino, militare, disciplina
 5) nei primi anni settanta, Massa era un calciatore: napoletano di nascita, giocava nell’Inter e nella Lazio. Forse ha avuto un suo ruolo nella scelta del nome del protagonista. 5) Quando gli dicono che è stato riassunto, che hanno vinto anche sul cottimo, Volonté dice “son contento” e il pensiero corre a Gassman e al suo pugile suonato.Volonté esprime benissimo le paure, l’insicurezza, gli basta uno sguardo 6) “ero dietro a sognare” è una tipica espressione milanese, si traduce semplicemente “stavo sognando”. 7) dietro il muro caduto c’è la nebbia, poi Lulù vede il Militina, poi se stesso (un pirla con un dito di meno), poi tutti i compagni di lavoro; dietro il muro c’è il paradiso 8) il ritratto di Stalin nell’armadio, tra le cose vecchie: non lo ha buttato via ma ormai a cosa serve? in effetti, nella mia vita non ho mai incontrato nessuno che parlasse bene di Stalin. Era davvero roba vecchia, l’essere comunisti significava stare dalla parte dei lavoratori; di quegli anni, del 1970 è lo Statuto dei Lavoratori, una legge che avrebbe davvero portato benefici agli operai, soldi e tutele sanitarie. 9) nel film si vedono pupazzi e oggetti che ho conosciuto bene anch’io, soprattutto due: la mucca Carolina, nell’armadio con Stalin, e Susanna tutta panna, all’inizio del film. Erano due regali dei formaggini, si facevano arrivare con i punti che c’erano sulle scatole. Non ho mai invece avuto un Paperone gonfiabile, e nemmeno un casco da astronauta, che però che non mi interessava.
10) molti di questi operai li avrei trovati anni dopo, le stesse persone ma più vecchie, anni dopo, negli anni ’80 11) le vignette di Altan, somiglianza del tornio di Cipputi con questo del film 12) si parla di calcio, gagliardetto del Milan per Volonté che legge Tuttosport : milanista, ma Berlusconi sarebbe arrivato solo quindici anni dopo. 13) il manicomio, come nel Conformista di Bertolucci (stesso anno). 14) l’immagine del cartellone col dito indice era veramente in quella fabbrica, in origine era una semplice indicazione, un cartello come tanti. Petri e i suoi collaboratori lo trovarono in un angolo e lo usarono per il film. 15) tra i racconti sulla lavorazione del film, una lite clamorosa fra Volontè e lo sceneggiatore Ugo Pirro, poi ricomposta, ma con tanto di rincorsa per tutta la fabbrica, eccetera.
La follia della grande fabbrica, con le guardie in portineria e con “l’imparziale” che indica i dipendenti da perquisire, che non si portino fuori qualcosa: non si lavora oro, qui al massimo si portano via un cacciavite, cosa vuoi che succeda. Eppure, “l’imparziale” esisteva davvero, e in moltissime fabbriche. Io un posto così io l’ho solo sfiorato, per mia fortuna ho quasi sempre lavorato in posti medio piccoli, quasi a conduzione familiare, non era un ambiente militarizzato. Insomma, per un bel po’ me la sono schivata, ma poi il mondo è cambiato anche nei posti piccoli sono arrivati i militari... “Io sono diventato matto in fabbrica”, dice Militina, ed è una frase da ricordare. Anche Lulù teme di fare la stessa fine, ha paura di tornare in fabbrica perché ha paura di impazzire. Insomma, “se prendi coscienza sei fottuto”: è un’altra battuta che ascoltiamo nel film, ed è un’amarissima verità.
Di queste cose si parlava molto negli anni ’60, l’incomunicabilità, l’alienazione; oggi che ce ne sarebbe un gran bisogno non se ne parla più. Si vive in due mondi separati, anche da noi c’è un sistema di caste come in India: me lo dicevano e pensavo che fosse una battuta, ho dovuto purtroppo constatare che è vero; per esempio, l’aumento delle tasse scolastiche va in questa direzione, ripristinare le caste, basta con i figli dei poveri mescolati a quelli dei ricchi. Idem con Trenitalia, i Frecciarossa, treni per poveri e treni per ricchi, ben separati. Io non me ne ero mai accorto perché ho cominciato a lavorare dopo, alla fine degli anni ’70, sono vissuto in una pausa temporale che ho scambiato per qualcosa di stabile, ma che stabile non era. In quegli anni, il PCI al 35-40% incuteva rispetto e timore, la condizione degli operai ne ha veramente tratto vantaggio; ma tutto questo ormai non esiste più, esistono la disoccupazione, il precariato, gli esodati, la paura per il futuro.
Viene quindi spontaneo, alla fine del film, il paragone tra il 1971 e oggi, e la realtà di oggi è ancora più terribile. Il mondo è andato ancora peggio, con la caduta del Muro di Berlino e con la globalizzazione i padroni hanno trovato milioni di lavoratori più poveri e più disgraziati di Massa e dei suoi compagni. Qui da noi il lavoro non c’è più, e non c’è più neanche gente come Elio Petri che sappia far pensare, irritare, far ragionare
Quando si parla di queste cose c’è sempre chi tira in ballo il termine “operaismo”, che a me personalmente dà molto fastidio. Operaismo a chi? io sono operaio, non operaista. Io sono figlio di operai, nel mondo operaio ci ho vissuto dentro; operaista è chi sta fuori, chi guarda da lontano senza mai sporcarsi le mani con la realtà. Oltretutto, dicendo “operaismo” si dà quasi per scontato che si consideri positiva la condizione dell’operaio, o magari del contadino: no, sono lavori duri che ognuno di noi vorrebbe evitare, o evitare ai propri figli; ma qualcuno deve farlo, questo lavoro, ed è giusto che lavori nelle migliori condizioni possibili, sia per i soldi che per la salute.
Infine, un ricordo personale: il personaggio di Volontè dice di soffrire di ulcera, come mio padre. Ulcera allo stomaco, già operata prima che io nascessi e che – lo avrei saputo molti anni dopo – sarebbe degenerata in cancro. Oggi forse sarebbe arrivata la diagnosi prima che fosse troppo tardi; ma negli anni ’50 e ’60 queste diagnosi non erano ancora possibili. Quanto ci fosse di malattia professionale, in questa ulcera di mio padre, non lo saprò mai; ho però conosciuto altre persone che si sono ammalate in fabbrica, sempre come indicato dal personaggio di Volonté nel film di Petri, intossicazioni da vernici, da solventi, da ossido di etilene, da metabisolfito...Molti sono morti intorno ai cinquanta o sessant’anni, poco prima o poco dopo la pensione; nessuno ha fatto denuncia, ogni famiglia si è tenuto il suo morto, queste persone non rientrano in nessuna statistica ma io le ho conosciute e potrei fare un elenco dei loro nomi: lo faccio mentalmente, per conto mio, sono già arrivato a quindici. Un reparto intero, compresi i capi e il proprietario della ditta.
Mio padre era una persona fine, snello ed elegante, parlava con molta proprietà un italiano correttissimo, quando si vestiva bene era difficile pensare che fosse un operaio. Sul lavoro, io che ho studiato non ero proprio a mio agio con gli altri della fabbrica. Anch’io studente, anch’io estraneo, dunque; il cambiamento generazionale che aveva colpito Pasolini.
La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell'autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po' di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un'altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d'obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza. Certo arrivare fino all'ottava classe anziché alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come per tutti, l'optimum, suppongo. Ma poiché oggi in Italia la scuola d'obbligo è esattamente come io l'ho descritta (e mi angoscia letteralmente l'idea che vi venga aggiunta una "educazione sessuale", magari così come la intende lo stesso "Paese Sera"), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo. (E' questo il nodo della questione).
( Pier Paolo Pasolini , dal Corriere della Sera, 18 ottobre 1975 Aboliamo la tv e la scuola dell'obbligo )
Marco Paolini, invece, parlando di rugby tirò in ballo il concetto di “mancanza d’ignoranza”: un po’ di sana ignoranza aiuta molto, nel rugby e nello sport agonistico in genere. Uno che ha studiato difficilmente farà un placcaggio o un tackle di quelli duri, da spaccare; un ignorante invece non ci starà troppo a pensare.
A pensarci bene, non stiamo parlando soltanto di rugby. Funziona così anche nella vita, anch’io spesso mi sono trovato a pensare che con un po’ di ignoranza in più si vive meglio. Insomma, ancora una volta, la coscienza è dolorosa: come in Pirandello, come in Sciascia, come nei film di Petri, “se prendi coscienza sei fottuto”.
- Tutti i personaggi interpretati da Volonté fanno la storia di un altro italiano rispetto a quello interpretato da Sordi.
- Sì, è stato un vero antagonista dei protagonisti della commedia all’italiana. Rappresenta sempre una persona schiva, scavata, con una forte interiorità, seria. Gian Maria me lo ricordo serio, forse anche troppo. (...)
- Dei film di Elio Petri che giudizio davate?
- Tenete conto che la schizzinosità delle persone della sinistra extraparlamentare di allora, non solo mia, da questo punto di vista aveva ancora effetti disastrosi; era un problema soprattutto di ignoranza e di sicumera. (...) Un mio rovello di anni più recenti è stato proprio pensare a certe occasioni mancate; io ad esempio avevo una buona e amichevole conoscenza con Primo Levi, eppure non lo frequentavo abbastanza. Abitavo a Torino e potevo incontrarlo con una certa facilità, parlare con lui e ascoltarlo, confrontarmi; eppure non ci pensavo, non mi interessava. Una cosa inconcepibile. Adesso darei chissà che cosa per poterlo rivedere...
Repubblica 26 agosto 2005, da un’intervista ad A.Sofri
(Primo Levi, La chiave a stella, ancora il mondo del lavoro...)