martedì 8 maggio 2012

Il caso Mattei

Il caso Mattei (1972)  Regia di Francesco Rosi. Scritto da Francesco Rosi, Tonino Guerra, Tito Di Stefano, Nerio Minuzzo. Fotografia di Pasquale De Santis. Musica di Piero Piccioni. Con Gian Maria Volontè, Peter Baldwin, Luigi Squarzina, Renato Romano, Dario Michaelis, Camillo Milli, Vittorio Fanfoni, Carlo Simoni, Franco Graziosi, Felice Fulchignoni, Jean Rougeul, Blaise Morrissey, Furio Colombo, Ugo Zatterin. Durata 118 minuti

Ho guardato “Il caso Mattei” di Francesco Rosi su una vecchia VHS, proprio il giorno delle elezioni del 2008: 13 e 14 febbraio. Forse non l’avevo mai visto per intero, in ogni caso me lo ricordavo poco e male. E’ una visione che mi ha portato parecchi pensieri, che provo a mettere in ordine. La prima cosa da dire è che il film è molto bello, si guarda come un giallo, e alla fine viene voglia di andarsi a cercare altre notizie.
Francesco Rosi, e Volonté, hanno avuto in dote un dono prezioso: non mettono lo spettatore davanti alla loro opinione, ma raccolgono dati e informazioni che mettono a disposizione di chi guarda il film; non ci sono risposte già pronte, e alla fine siamo noi a decidere. Un metodo galileiano, da scienziato a addirittura da chimico analista. Il problema vero è che la morte di Enrico Mattei risale al 1962, il film è del 1972, e noi oggi non ne sappiamo molto di più di quanto se ne sapesse allora: il giallo (se di “giallo” si vuole parlare) è rimasto insoluto, e il suo segreto è stato nascosto con estrema accuratezza. La stessa accuratezza predisposta per la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, del quale non si hanno più notizie dal 1970: le sue ultime inchieste riguardavano proprio il caso Mattei. Visto oggi, “Il caso Mattei” fa pensare: fa pensare soprattutto a quanto tempo è passato. Non è tanto la distanza temporale, quanto il grande cambiamento che c’è stato in questo Paese. Io avevo quattro anni, quando Mattei morì; per me erano già fatti antichi, negli anni ’70 non se ne parlava quasi più. Mi ricordo bene del “Giorno”, il quotidiano fondato da Mattei, che era un giornale molto bello, il primo quotidiano a colori, con una bella sezione dedicata ai ragazzi. Però lo Stato era molto presente nell’Economia italiana, ed è di quegli anni 70 l’acquisizione dell’Alfa Romeo e della Motta Alemagna (i panettoni) da parte di imprese statali.
E’ in questa veste che Rosi ci presenta Mattei: l’uomo che nel 1947, a guerra finita, si trova a dover liquidare l’Agip, azienda petrolifera che viene ritenuta un “carrozzone fascista” ormai inutile dopo la perdita delle Colonie (la Libia, soprattutto). Ma Enrico Mattei, appena arrivato al vertice dell’Agip, legge un rapporto del suo predecessore e lo chiama, di notte: è vero che l’Agip ha trovato il metano in Val Padana? E’ l’inizio di una grande avventura. L’Agip non verrà liquidata, l’Eni diventerà un colosso, Mattei passerà la sua vita a interferire nei piani delle grandi compagnie petrolifere americane, allora monopoliste mondiali: le “Sette Sorelle”, come venivano chiamate. Perché fare questo, viene chiesto a Mattei? La Exxon e altre grandi compagnie gli hanno fatto proposte favolose (proposte personali) perché venda tutto e si metta alle loro dipendenze. Mattei spiega: vuole dare prestigio e potenza all’Italia. Qualsiasi giudizio si possa dare sull’operato di Mattei (io non me ne intendo e non sono in grado di parlarne, mi limito a riportare la mia impressione basata sulla visione del film), ecco un modo di operare, e di pensare, ormai completamente scomparso dal nostro Paese. E’ questo che fa sembrare così vecchio il film, o meglio: che fa sembrare così vecchio Enrico Mattei, lui e le sue battaglie. Temo che per i ragazzi che vanno a scuola oggi Mattei sia un personaggio incomprensibile. Cosa significa, “dare prestigio allo Stato”? Negli ultimi vent’anni lo Stato è stato presentato sempre come qualcosa di marcio, di indifendibile, di corrotto. Tutto ciò che è statale è deficitario, parassitario, pessimo; tutto ciò che è in mano ai privati è bello, pulito, onesto e rigoglioso. Una visione manichea che non regge ad un’analisi appena approfondita (tra i privati non c’è corruzione? beata ingenuità di chi ci crede), ma è così che va il mondo oggi.
Mattei fece la sua guerra contro le grandi compagnie petrolifere americane, ed oggi abbiamo un presidente Usa che delle grandi compagnie petrolifere americane è diretta emanazione – per tacer del resto. Nel 1962, Mattei diceva che gli arabi avrebbero presto avuto l’indipendenza sulle loro risorse naturali, che allora appartenevano alle Sette Sorelle, e che con loro avremmo avuto a che fare direttamente: anche questa è storia antica, l’OPEC esiste da un pezzo. Si potrebbe continuare: nel film è citato il premier Mossadeq, che fu eliminato (e ucciso) per far tornare lo Scià in Persia (Iran). Mossadeq aveva cercato di detronizzare le Sette Sorelle per dare forza al suo Paese; ma oggi anche lo Scià di Persia è solo uno sbiadito ricordo, una storia chiusa trent’anni fa con la rivolta degli ayatollah, in chiave islamica e non più laica come ai tempi di Mossadeq. Insomma, spesso ci dimentichiamo che per i più giovani parlare di Mattei, o di Parri, o delle correnti democristiane, è un po’ come per quelli della mia generazione quando si parlava di Crispi e di Giolitti.
All’inizio del film, Rosi riporta la storiella che piaceva raccontare a Mattei, quella di un gattino che lui aveva visto da piccolo, mentre si avvicinava affamato a una scodella piena di cibo: i cani lo avevano gettato in là con una zampata, senza nemmeno guardarlo ma con una violenza tale da ucciderlo. “Ecco, - dice l’ex comandante partigiano Mattei, - non voglio che l’Italia faccia quella fine: voglio un’Italia economicamente forte, che sappia far valere le sue ragioni”.
Mattei, testimone della distruzione operata dai fascisti, pensa che al primo posto nella rinascita dell’Italia venga la questione delle risorse, dell’approvvigionamento energetico: e vede per l’Agip, e per l’Eni, un ruolo fondamentale. Il metano in Val Padana si rivelerà insufficiente, il petrolio è quasi inesistente; ma intanto l’Eni è diventata un colosso, è una tigre e non più il gattino di cui parlava la storiella. Come tigre, fa paura e dà fastidio: i sospetti sulla morte di Mattei, precipitato con il suo aereo mentre tornava dalla Sicilia (e in Sicilia, a Gela e a Gagliano, Rosi si ferma per un quarto d’ora abbondante, con Mattei accolto come un principe dalla gente), si concentrano tutti sui potenti a cui ha dato fastidio, portando via ricche commesse e pozzi petroliferi un po’ in tutto il mondo.
Volonté disegna un Mattei diverso da quello che ci raccontano le cronache. Di persona, pare che non fosse così disinvolto e a suo agio nel mondo; viene descritto come un po’ impacciato, rustico, poco elegante. Quando Volonté dice che non sa l’inglese, è difficile crederlo; forse il vero Mattei, al di là del suo valore effettivo, avrà fatto davvero poca impressione ai grandi petrolieri americani. Ma Volonté sapeva certo quello che stava facendo: nel suo personaggio vediamo non tanto la somiglianza fisica con Mattei, ma con quello che ha costruito. Volonté impersona tutta l’Eni, non solo Mattei. Di Mattei il film non nasconde niente, i giornalisti gli pongono domande sulla sua mancanza di scrupoli e lui ne ride; e il Mattei di Volonté non è un uomo simpatico, ma piuttosto brusco e alle volte perfino arrogante.
I film di Rosi, e di Volonté, sono sempre dei punti di partenza e non di arrivo: alla fine di questo film, così come per “Salvatore Giuliano”, rimangono la curiosità e la voglia di saperne di più. A questo film, che parla molto anche di De Mauro, manca un nome: quello di Michele Sindona. Ma anche questa è una storia tutta ancora da raccontare, c’è stato qualcuno che ci ha provato (Michele Placido, con “Un eroe borghese”), ma io penso proprio che oggi la Mafia abbia stravinto. E quando dico oggi intendo proprio l’oggi in cui ho rivisto il film: 13 e 14 aprile 2008. Pochi giorni fa, un importante dirigente di partito ha detto che i mafiosi andrebbero fatti santi, e un italiano su due ha votato per quel partito senza fare una piega. Ed è solo la media nazionale: in Lombardia gli indifferenti alla mafia e alla corruzione sono ancora di più. In Lombardia, a Como a Varese a Bergamo e in Brianza, alla mafia non ci fa più caso nessuno, pensano che sia roba da catanesi con lo scacciapensieri e con la coppola in testa, roba del passato, che forse c’era ancora al tempo di Mattei; ma oggi, suvvia, oggi la mafia non esiste.
(anno 2008, da un blog precedente)

2 commenti:

A Gegio film ha detto...

Io non riuscirei mai a fare un post del genere, un'analisi del film e della situazione italiana attuale e passata. Io c'ho visto il solito grande Volontè, ho scoperto Rosi, ma sono andato pure su Wikipedia per Mattei. Io ho frequentato le superiori all'istituto professionale Mattei, ma già chiedere chi fosse sarebbe stato un problema per i miei compagni...

Giuliano ha detto...

Questi film di Rosi, fino agli anni '80, sono notevoli. Direi imperdibili, se si vuole capire la storia italiana più recente.
In queste cose sono aiutato dal fatto di avere più di cinquant'anni...Della morte di Mattei non ho nessun ricordo,ero troppo piccolo, ma se ne parlava ancora molto.
Sui nomi delle scuole, e delle vie e piazze, meglio sorvolare! Spero che nessuno mi dedichi mai una via o una piazza
:-)