domenica 22 agosto 2010

Dersu Uzala

DERSU UZALA (DERSU UZALA, IL PICCOLO UOMO DELLE GRANDI PIANURE, 1975) Regia: Akira Kurosawa; sceneggiatura (dalle memorie di Vladimir Arseniev): Akira Kurosawa e Yuri Naguibin; fotografia (colore): Azakazu Nakai, Yuri Gantmann e Fédor Dobronravov; scenografia: Yuri Rakcha; musica: Isaak Schwartz; montaggio: Akira Kurosawa; interpreti: Jurij Solomin (il capitano Arseniev), Maksim Munzuk (Dersu Uzala), Schmeikl Chokomorov (soldato), Svetlana Danielchenko (la moglie del capitano); produzione: Mosfilm e Kurosawa Films; distribuzione: Sovexport Film; URSS, Giappone; durata: 145'.

La storia è semplice. Così semplice che si rischia di non capirla, perciò cedo la parola all’autore:
« (...) Più avanti, nel film, c'è una scena in cui Sanshiro va in città e si mette nei guai bevendo e litigando. Allora, il suo maestro Yano Shogoro lo fa chiamare per sgridarlo. Fujita si lamentò che era una crudeltà castigarlo due volte, ma poteva dar la colpa solo a se stesso. Fu bravissimo, in quella scena. Questa scena mi fa venire in mente una cosa che vorrei precisare. Nel film accade questo: in reazione alla lavata di capo che riceve Sanshiro protesta che è disposto a tutto, anche a morire per il maestro, e d'impulso si getta dalla finestra nello stagno sottostante. Pur di non chiedere scusa, è disposto a passare l'intera notte nell'acqua fredda, aggrappato a un palo; ma all'alba assiste a un evento magico: sotto i suoi occhi si schiudono dei fiori di loto con un leggero fruscio. Anni dopo incontrai l'attore Fujita che mi riportò le critiche di un collega: secondo lui i fiori di loto non si aprono di notte e non fanno nessun rumore. Ma io sapevo bene quello che facevo. Nel film è l'alba quando Sanshiro osserva lo strano fenomeno dei fiori che si aprono, non la notte. Quanto al misterioso fruscio dei petali, ne avevo sentito parlare: così una mattina mi ero alzato prima dell'alba ed ero andato a fare un giro nello stagno di Shinobazu, a Ueno. Quel rumore meraviglioso - un sorta di esplosione in miniatura - l'avevo sentito per davvero.
Comunque stiano le cose nella realtà, il senso della scena che ho filmato è indipendente dal rumore dei petali che si schiudono all'alba. Le scienze naturali non c'entrano, è una questione estetica. C'è un famoso haiku di Basho:
Un vecchio stagno
Una rana si tuffa
Rumore dell'acqua.
Se uno lo legge e pensa: «Be', è naturale che se una rana salta nello stagno fa un rumore», semplicemente non ha sensibilità per gli haiku. La stessa cosa vale per la scena del mio film: se uno trova strano che Sanshiro senta un suono meraviglioso quando si schiudono i fiori di loto, semplicemente non capisce il cinema. C'è della gente così anche tra i critici. A volte dicono delle cose talmente a sproposito da dare l'impressione di essere posseduti da qualche demone. Per i critici immagino non ci sia niente da fare, ma trovare gente simile tra i cineasti sarebbe davvero il colmo.
(Akira Kurosawa, Quasi una biografia: L’ultimo samurai, ed. Baldini Castoldi, pag.170)
Beh, il film non è “Dersu Uzala”: non era ancora stato girato, e Kurosawa si riferisce a un altro film. Ma questa storia delle immagini che si capiscono o non si capiscono ha a che fare con Dersu Uzala molto più di quanto non si pensi, e anzi mi permetto di supporre che sia la chiave per capire tutti i film del vecchio e caro maestro giapponese – uno dei più grandi registi di tutta la storia del cinema, sia ben chiaro.
La storia è semplice: siamo nel 1902, sul confine tra Russia e Cina, nel distretto del fiume Ussuri. Un capitano dell’esercito russo sta facendo rilievi topografici, e si imbatte in un ometto che da quel momento in poi gli farà da guida; tra i due nasce una forte amicizia e, quando l’ometto sarà troppo vecchio per continuare la sua vita di cacciatore, il capitano lo porterà a vivere a casa sua, in città, con sua moglie e suo figlio; e ci sta bene, ma continuerà a sognare la vita che faceva prima.
Ecco, tutto qui. L’ometto – un piccolo cacciatore di stirpe mongola, della tribù dei Golt, di età indefinibile – si chiama Dersu Uzala; è lui il protagonista del film. Dersu è stato descritto dal vero capitano Arseniev in un libro di memorie, e da questo libro è stato tratto il film.
Arseniev e Dersu si incontrano due volte, a distanza di cinque anni: nel 1907 il capitano torna a fare i suoi rilievi nella zona, ancora in gran parte inesplorata, e ritrova il vecchio amico. Dersu gli ha salvato la vita, quella volta che si erano persi sul lago ghiacciato; ma soprattutto è, anche senza volerlo, un maestro di vita. Nella sua semplicità Dersu insegna cose alle quali la maggior parte della gente “civile” non ha mai pensato. E’ buono e generoso; ha avuto moglie e figli ma la peste glieli ha portati via; si guadagna il rispetto dei soldati con le sue capacità di orientamento e di tiro; si dispera quando un commerciante di cui si era fidato si porta via i suoi zibellini senza pagarlo: “Perché lui fatto così? Capitano, come possibile che òmini facciano questo?”. In città, ospite del capitano, non si capacita che acqua e legna debbano essere pagate; per questo si arrabbia moltissimo, gli sembra un vero e proprio sopruso.
Dersu indica il sole al tramonto: “Questo è omo forte”; poi indica la luna: “Ecco altro omo forte”. Ma “òmini” sono anche il fuoco, il vento, l’acqua: sono òmini cattivi, se si arrabbiano fanno molto male. E “òmini” sono anche la volpe, il tasso, gli animali della foresta: “Ma per te sono tutti uomini?” gli chiedono ridendo i soldati. Probabilmente è solo un problema di passaggio da una lingua all’altra (Dersu traduce con “uomo” ogni singolo essere vivente, forse nella sua lingua è normale), ma c’è molto di più, c’è l’elemento animista. Ogni cosa ha la sua anima, per il piccolo uomo della taiga; e la sua idea di caccia è ben lontana da quella dei signori delle nostre parti, ed è molto simile a quella dei nostri vecchi di quell’epoca, quelli che nel 1902 andavano ancora a caccia con rispetto, e solo per bisogno. Infatti, quando è costretto a sparare alla tigre Amba, Dersu si sente perduto. Ora interverrà lo spirito Kanga, e arriverà altra Amba a portarlo via... Ma non è Amba che arriva, è la vecchiaia, letale per un cacciatore che vive nella taiga: o forse è la stessa cosa, solo che noi le chiamiamo con nomi diversi
Ottimi gli attori, che ruotano tutti attorno al Dersu di Maksim Munzuk; e Juri Solomin è il Capitano che gli fa da spalla. E una parola va spesa per il doppiatore di Dersu Uzala: pensavo che fosse stato scelto uno straniero, per via dell’accento particolare e delle invenzioni linguistiche, e invece è italiano: si chiama Antonio Piovanelli, lo si può vedere di persona in "Novecento" di Bertolucci e in altri film di quegli anni (sempre piccole parti, peccato) e una menzione se la merita di sicuro, menzione con lode.

6 commenti:

Ismaele ha detto...

l'avevo visto al cinema, quando era uscito, è poi l'ho rivisto un paio di volte.
è un film potente, ariva da un altro pianeta, Dersu è un uomo allo stato di natura, come qualche personaggio di Truffaut e di Herzog, come il ragazzo selvaggio e Stroszek, mi (ci) fa ricordare cosa può essere l'uomo prima (e nonostante) la "civiltà".
Dersu è di quelli che di accettano come sono, se provi a cambiarlo muore.
insomma, un film grandissimo, se non si era capito

Giuliano ha detto...

anch'io lo avevo visto al cinema, e vista la data (1975) direi che di Kurosawa sapevo poco o niente, a parte il ricordo di Rashomon.
per una gran parte sembra quasi un film Disney, ma la grandezza di Kurosawa (anche nei film storici) è quella di saper stare sottotraccia, per poi lasciarti senza fiato quando non te lo aspetti (l'apparizione della tigre, la tempesta...)
Ho conosciuto molte persone che ricordavano in qualche modo Dersu, gente ormai estinta che conosceva il giusto rapporto fra l'uomo e la natura. Penso che in Sardegna ce ne siano ancora...

candida ha detto...

dersu usala mi ricorda tante figure della letteratura russa e la nostalgia di un rapporto immediato con la natura non viziato dalla cultura che offusca lo sguardo. Penso a Platon Karatataev per esempio. I russi sono i più rousseauviani di tutti (Tolstoj da quando aveva 15 anni si portava al collo un medaglione con il suo ritratto del filosofo svizzero).
Infine, forse c'è anche molto dell'Idiota. a proposito, non sono mai riuscita a trovare la versione italiana dell'Idiota di Kurosawa. Tu sai se esiste? E' un film bellissimo e intenso.

Giuliano ha detto...

Platon Karataev (un personaggio di Guerra e Pace, per chi non lo sa) è proprio il nome che manca al mio post: grazie Candida!
L'Idiota è stato trasmesso l'anno scorso (notte fonda) su Raitre, versione originale con sottotitoli. Dovrei rivederlo, me lo ricordo molto bello e molto fedele a Dostoevskij, anche se ovviamente molto lungo...

Il Cineocchio ha detto...

Complimenti per i due ricchi e curati post su Kurosawa, uno dei più grandi ed importanti maestri di sempre. La sua arte è una continua ispirazione per tutti noi, e assistere alla sua immensa opera è sempre una grande lezione di cinema.

Giuliano ha detto...

Scrivere su Kurosawa è però molto difficile...per esempio, quando ho comperato il dvd ufficiale dei "Sette samurai" ho trovato in allegato un altro dvd con un esperto di storia giapponese che spiegava tutti i minimi dettagli, e io sono rimasto a bocca aperta. Cos'altro aggiungere? Beh, io ci provo...