mercoledì 31 marzo 2010

I Rolling Stones secondo Godard

Sympathy for the devil (1968). Scritto e diretto da Jean Luc Godard, con i Rolling Stones. Fotografia di Anthony B. Richmond. Musica dei Rolling Stones. Con i Rolling Stones: Mick Jagger, Brian Jones, Keith Richards, Bill Wyman, Charlie Watts; Nicky Hopkins al piano; Rocky Dijon, congas; Marianne Faithfull e Anita Pallenberg, voci. Attori: Anne Wyazemsky, Ian Quarrier, Sean Lynch (lo speaker), Frankie Dymon, Danny Daniels, e altri. Durata: 100 minuti.

Mi sono chiesto spesso il senso di questo film di Jean Luc Godard, che non è un semplice documentario sui Rolling Stones (lo è, ma solo per metà del film: il resto è opera del solo Godard, e con gli Stones non ha molto a che vedere). Per avere qualche chiarimento, ho fatto un breve giro tra wikipedia e www.imdb.com e ne ho tratto qualche notizia utile.
Innanzitutto, la nascita del film, come è descritta sul sito di imdb. Jean-Luc Godard fu chiamato in Inghilterra per fare un film a favore della legalizzazione dell’aborto, ma quando il regista arrivò a Londra il Parlamento inglese aveva già approvato la legge, e quindi il film non era più necessario.
I produttori chiesere a Godard di iniziare un altro progetto, e il regista francese disse che avrebbe voluto fare un film con i Beatles o con i Rolling Stones. I Beatles, che avevano già in uscita il film a cartoni animati “Yellow Submarine”, declinarono l’offerta; gli Stones si resero invece disponibili.

Godard gira metà del film dentro gli studi in cui viene incisa una delle canzoni più famose e più discusse dei Rolling Stones, ancora inedita: “Sympathy for the devil”. La canzone è molto bella, ma le sue parole creano problemi e discussioni: ma del testo parlerò più avanti.
Godard segue dunque la nascita della canzone, che è l’unica che ascoltiamo durante il film; si parte dai primi abbozzi e si arriva alla versione definitiva. Era un periodo in cui per la registrazione dei dischi, a differenza di quel che accade oggi, i tempi erano lunghissimi e i costi molto elevati. Succedeva più o meno così: le grandi star, i cantanti e i gruppi rock, entravano negli studi di registrazione con qualche progetto ancora da definire; occupavano per settimane e anche per mesi le sale d’incisione, e alla fine saltava fuori qualcosa, spesso di notevole valore artistico e commerciale. Così sono nati i più famosi album degli anni ’60, dai Pink Floyd ai Rolling, ai Beatles, a molti altri ancora. La stessa cosa avveniva per la musica sinfonica e operistica, fin dagli anni ’50: si affittavano teatri e auditorium, e le registrazioni richiedevano molti giorni, diventando costosissime; ma così si faceva, anche perché le apparecchiature per registrare la musica dal vivo, durante i concerti, erano ancora più costose. In campo operistico, ci sono diverse registrazioni “live” tecnicamente molto belle risalenti anche al 1950 (il “Wozzeck” di Berg diretto da Mitropoulos, per esempio; o i “Maestri Cantori” di Wagner diretto da Karajan), ma sono casi sporadici e fortunati. Nel caso della musica sinfonica e operistica, si trattava spesso di mobilitare centinaia di persone: per esempio, la Nona Sinfonia di Beethoven o l’Aida di Verdi richiedono un coro e una grande orchestra, e molte prove. Non deve quindi stupire quello che si vede nel film, né si deve pensare che i Rolling Stones abbiano recitato apposta per Godard facendo finta di suonare.
I Rolling Stones appaiono nella loro formazione originale, con il chitarrista Brian Jones, che morirà l’anno successivo (1969) in circostanze ancora oggi non ben chiarite, e che verrà sostituito da Mick Taylor. Sempre da imdb apprendo che durante la lavorazione del film di Godard il chitarrista venne arrestato (e poi rilasciato) per possesso di cannabis; e che ci fu un incendio negli studi di registrazione. Un film tutt’altro che facile, viene da dire: nonostante l’apparenza sia quella di una lavorazione tranquilla.
Il documentario sulla nascita di “Sympathy for the devil” verrà poi montato, a piccoli pezzi, alternandolo ad altre sequenze girate in esterni, che sono del tutto indipendenti dai Rolling Stones e dalla loro musica. Devo ammettere di avere sempre trovato questo film decisamente indecifrabile, come la canzone del resto; e che ho avuto la sensazione che Godard abbia girato queste scene solo perché gli servivano per allungare il film e per rispettare il contratto – ma si tratta solo di mie illazioni, sia ben chiaro.
Il film è diviso in quadri o in “stanze”, ognuna con il suo titolo, forse sul modello di “Pictures at an exhibition” , che Modest Petrovic Mussorgskij (1839-1881) scrisse per una mostra di quadri del pittore Viktor Hartmann. Ogni “stanza” è annunciata da un cartello appositamente scritto (a mano, stile graffiti). La prima è intitolata “The Stones Rolling”; le sequenze delle prove di “Sympathy for the devil” sono alternate con sequenze in esterni, e una voce fuori campo legge un testo francamente incomprensibile, e anche piuttosto sgradevole. Si spiega che è “un romanzo politico scelto a caso, letto aprendo di volta in volta delle pagine a caso”; in realtà un romanzo pornografico dove al nome dei protagonisti delle varie scene è stato sostituito quello dei politici di allora (Kennedy, Brezhnev, Foster Dulles, Nixon, Tito, i vietcong...) e anche quello del Papa. Può ben darsi che il “romanzo” che viene letto sia vero, e che sia stato preso da uno degli scaffali che vedremo ben documentati nella sequenza centrale del film; cose di questo tipo esistevano (e forse vengono scritte ancora oggi). Si tratta (ad essere gentili) di scemenze colossali, ma avevano un loro pubblico: lo stesso che si esalta agli spettacoli di violenza e al razzismo, neonazisti o satanisti più o meno in pectore. Di queste persone, Godard ci parlerà più avanti.
La seconda “stanza” si intitola “Outside Black Novel”: siamo nel cortile di uno sfasciacarrozze, dove un leader di Potere Nero legge un libro sulle origini africane della musica rock e blues, e di come questa musica sia stata presa ai neri e riutilizzata dai bianchi (il bebop e il cool jazz come degenerazioni bianche della musica nera); ritroveremo alla fine quest’uomo, nello stesso ambiente, intervistato da due giornaliste nere giovani e molto belle. Nella prima parte della sequenza dello sfasciacarrozze si assiste anche alla fucilazione di due giovani donne bianche, una scena che ricorda i lager nazisti e che non mi è piaciuta per niente, ma forse Godard aveva qualche suo motivo per metterla. Nel film, grande parte hanno sequenze in cui si tracciano graffiti e disegni sui muri: già qui ne vediamo qualche esempio, con scritte tra la politica e il nonsense, del genere “Cinemarx”, “Sovietcong”, eccetera. La terza stanza si chiama “Sight and Sounds”: siamo tornati negli studi di registrazione, con gli Stones al lavoro.

La quarta è “All About Eve”: un’intervista all’attrice Anne Wyazemsky, protagonista di “Au hasard Balthazar” di Bresson e di molti film di Godard. La Wyazemsky viene “inseguita” nei prati e nei boschi da una piccola troupe che le pone domande filosofiche e politiche, alle quali risponde a monosillabi, come se non avesse voglia di essere intervistata.
La quinta stanza è “Hi-Fiction Science”: ancora negli studi di registrazione, mentre Sympathy for the devil sta prendendo forma.

La sesta è “The Heart of Occident”: un’edicola-libreria piuttosto grande e ben fornita, dove si trovano solo libri e riviste porno e sull’automobilismo, o sul motociclismo: donne e motori, insomma, con l’aggiunta di riviste di body-building e di fumetti con super eroi. I clienti della libreria sono persone quiete che però fanno saluti nazisti, bambine che vengono invitate a schiaffeggiare due ragazzi (evidentemente pacifisti) seduti in un angolo, e via dicendo. Godard accosta dunque il nazismo e l’epopea della “razza superiore”: i fumetti e film pornografici, come in Taxi driver di Martin Scorsese, sono il vero nutrimento di una grande parte della popolazione, compresi alcuni insospettabili che ci stanno accanto, colleghi e vicini di casa. E’ una riflessione che dovremmo fare più spesso, e che si potrebbe aggiornare con la passione per le armi e le arti marziali (non sempre si tratta di passioni innocue), o per un certo tipo di videogames molto violenti. Questa sequenza ha anche un curioso valore documentario: le riviste che si vedono non sono più in commercio da molto tempo, copertine e titoli e fotografie interesseranno sicuramente gli appassionati di vecchi giornali e copertine (me compreso: è la parte del film che ho guardato con più attenzione).
La settima stanza si chiama “1 plus 1 makes 2”, uno più uno fa due: ancora i Rolling Stones alle prese con la loro canzone.

L’ottava stanza è “Inside Black Syntax”, dove si torna al cortile dello sfasciacarrozze e ai discorsi su Potere Nero: l’argomento è se bianchi e neri possono convivere. I discorsi del leader intervistato sono molto belli e molto ben ragionati, ma in questo cortile circolano molte armi, e chi le maneggia pare intenzionato ad usarle.
La nona stanza è “Changes in SociAty” (con la A maiuscola): i Rolling Stones hanno finalmente terminato la loro canzone, la ascoltiamo e vediamo anche le coriste Marianne Faithfull e Anita Pallenberg (la Faithfull è un personaggio famoso, attrice e cantante in proprio; la Pallenberg, sempre in quest’anno 1968, girerà “Dillinger è morto” di Marco Ferreri). L’ultima stanza, la decima, ha per titolo “Under the Stones the Beach””: una troupe cinematografica al lavoro su una spiaggia, dove si vede una ragazza (una terrorista, una guerrigliera?) che corre con un mitra in mano, e che verrà uccisa. Il carrello della gru solleva la ragazza (che si finge morta) e su questa immagine finisce il film.

Il sito di imdb dice che il produttore Iain Quarrier ritoccò il finale originale previsto da Godard, e che questo gli costò un pugno in faccia da parte del regista francese: lo riporto per correttezza, ma devo ammettere che il film così com’è non mi dispiace, anche se è difficile trovare un senso complessivo. Direi che ha più senso compiuto la canzone dei Rolling (testo e musica di Jagger e Richards) che non è “simpatia per il diavolo”, quanto piuttosto un ragionamento che riporta al Faust di Goethe.
“Sympathy for the devil” è stata pubblicata sull’album “Beggars banquet” del 1968, la canzone è molto famosa ancora oggi e il suo testo (traduzione compresa) è facilmente reperibile in rete; forse è meno facile imbattersi nell’inizio del Faust di Goethe. Lo metto qui di seguito, un frammento all’inizio; e ricordo che il Faust di Goethe nasce dalla Bibbia, dal Libro di Giobbe.
Notte. Una piccola stanza gotica, con una volta alta. Faust, inquieto, sulla sua poltrona, davanti al leggio: « Ahimè! ho studiato a fondo, e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato Maestro, anzi dottore; già da dieci anni meno per il naso in su ed in giú, in qua ed in là, i miei scolari... E scopro che non possiamo sapere nulla di ciò mi brucia quasi il cuore. Ne so, è vero, un po' piú di tutti quegli sciocchi, dottori, maestri, scribi e preti; non mi tormentano né scrupoli, né dubbi, né ho paura del diavolo o dell'inferno. Però mi è stata tolta in cambio di ciò ogni gioia; non mi metto in capo di sapere qualcosa di buono, non mi illudo di poter insegnare qualcosa, di saper render migliori o convertire gli uomini. Oltre a ciò non ne ho né beni, né danari, né onori, né le pompe del mondo. Nemmeno un cane potrebbe continuare a vivere cosí! Mi sono dato pertanto alla magia, se mai il potere o la parola dello Spirito rivelassero qualche segreto. Per non dover dire, dopo cosí amare e sudate fatiche, quello che non so; per poter scoprire ciò che, nel profondo, tiene insieme l'universo; e per contemplare ogni attiva energia ed ogni primitiva sostanza e smetterla di rovistare nelle parole. (...)
Goethe, Faust: prima parte, scena prima. (traduzione di Giovanni V. Amoretti, ed. Feltrinelli)

PS: le immagini vengono da una mia registrazione casalinga ormai più che ventennale, su Raitre; non so se il film sia mai stato pubblicato su dvd.

5 commenti:

Gegio ha detto...

E allora aspettiamo la riproposizione a Fuori orario. Ho conosciuto prima i Beatles, Compilation blu e rossa, poi, solo recentemente, sono arrivati gli Stones, che forse preferisco nei primi album ai quattro di Liverpool. Non sapevo assolutamente del film di Godard, figura mitica per ogni cinefilo, per amore o per il mero tentativo di capirne qualcosa.

Giuliano ha detto...

Ciao Gegio! ci tenevo a tirar fuori questo film proprio perché è stato completamente dimenticato, e mi piacerebbe leggere altri pareri oltre al mio.
La parte dedicata agli Stones è molto interessante, il resto del film è un po' cervellotico e poco comprensibile alla prima visione - con tutto il tempo che è passato, faccio fatica anch'io a ricordarmi di certe cose!, - ma tutto sommato lo si vede volentieri.

Gegio ha detto...

Con il tuo blog riesco a trovare delle perle..

Giuliano ha detto...

questo significa anche che sono un bel po' vecchio...
:-)
però prima delle tv commerciali e delle menate sull'audience (che è bello solo quello che guardano sei milioni di persone, purché non sia di Michele Santoro), in tv passava di tutto, persino l'hockey su prato e i film più rari e più strani, il jazz e l'opera lirica, perfino in prima serata.

Ermione ha detto...

Hai parlato di un film che, all'epoca(!) ho visto, e, mi sa, solo per il mio sfegatato amore per gli Stones. Adoravo questo gruppo, soprattutto amavo proprio lo sfortunato Brian. Oggi se le risento mi sembrano ripetitivi e dei veri sopravvissuti, ma ancora i loro primi album -ne ho diversi in vinile, i mitici 33 giri di una volta- mi sembrano molto buoni, e contengono brani che hanno fatto la storia del rock, come Satisfaction, Paint it black, Ruby Tuesday e, appunto, Simpathy for the devil. Il film di Godard non lo ricordo assolutamente, ma, a leggere la descrizione che ne fai, mi sembra di non perdere niente; in realtà Godard mi sembra uno dei tanti registi sopravvalutati, che deve fama e gloria a qualcosina di buono fatto un tempo e che non ha mai fatto cose eccezionali. Ma è ritenuto un "maestro". Mah...