martedì 16 agosto 2011

Michelangelo Antonioni ( I )

Michelangelo Antonioni è un regista che ammiro moltissimo, soprattutto per i film che vanno dal 1960 (“L’avventura”) a metà anni ’70 (“Professione reporter”), una serie di capolavori davvero impressionante. Però ho anche molti problemi con Antonioni, perché, anche se ha avuto al suo fianco fior di scrittori, come Tonino Guerra, alle volte con Antonioni è difficile cogliere il confine tra la fesseria e il capolavoro. Ho rivisto in questi giorni “Blow up”, l’ho trovato magnifico, ma davanti a certi suoi momenti il dubbio mi è tornato: mi starà mica prendendo in giro?
Il dubbio sulla reale profondità di Antonioni diventa quasi una certezza davanti ai suoi ultimi film, nei quali sembra prevalere un lato voyeuristico che era sempre presente (le donne di Antonioni sono sempre state bellissime) che finisce col rendere stranamente poco affascinante la bellezza delle immagini, pari a quelle dei suoi film più celebrati. Queste mie difficoltà si vedono bene anche da questi mie brevi appunti, presi nel corso di una ventina d’anni, nei quali ho trovato un filo conduttore: ogni volta, alla fine di un film di Antonioni, rimango ammirato ma non so bene che cosa pensare. Penso che quelli su Antonioni siano i miei appunti più inutili in assoluto, sarebbe meglio dimenticarseli e andare subito a guardare i film, ma ormai li ho messi in fila, il lavoro è fatto, eccoli qui.
I film di Antonioni che ho visto:
Gente del Po (1947, documentario) ***
Cronaca di un amore (1950, L.Bosè, M.Girotti, Gino Rossi) ****
La signora senza camelie (1953, L.Bosè, Gino Cervi, A.Checchi. A.Cuny, I.Desny) ***
Le amiche (1955, E.Rossi Drago, V.Cortese, G.Ferzetti) ***
Il grido (1957, Steve Cochran, Alida Valli) **
L’avventura (1960, M.Vitti, G.Ferzetti, Lea Massari, R.Ricci) ****
La notte (1961, J.Moreau, M.Vitti, M.Mastroianni) ***
L’eclisse (1962, M.Vitti, F.Rabal, Lilla Brignone, A.Delon) ****
Il deserto rosso (1964, M.Vitti, Richard Harris, C.De Prà) ****
Zabriskie Point (1969, M.Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor) ****
Blow up (1970, D.Hemmings, V.Redgrave, Sarah Miles) ****
Professione reporter (1974, J.Nicholson, Maria Schneider) ****
Il mistero di Oberwald (1981, M.Vitti, F.Branciaroli) **
Identificazione di una donna (1982 T.Milian, Lara Wendel, Daniela Silverio) **
Al di là delle nuvole (1995, insieme a Wim Wenders) **
Blow-up
Un capolavoro; qui si capisce perché Wenders viene accostato a lui. 1) Vanessa Redgrave è bellissima, misteriosa e affascinante come un sogno. 2) La luce nel parco dove Hemmings fotografa l'omicidio: anche questa è una sequenza onirica, il parco conserva qualcosa di misterioso. 3) la sequenza finale del tennis mimato (è un film non invecchiato, appassionante) 4) Hemmings che va dalla ragazza antiquaria e la vede mentre fa l'amore. 5)la sequenza con le due "aspiranti modelle", una scena di sesso che avrebbe potuto girare Kubrick. Ed è proprio con Eyes wide shut che il paragone viene spontaneo, il conflitto fra sogno (droga?) e realtà è il tema di Blow up , la ricerca del particolare nascosto nel sogno (come in Wenders); e il finale sospeso è come un risveglio. (gennaio 2000)
La fotomodella Veruschka è figlia di uno degli uomini chiave della Resistenza antinazista in Germania, il conte Heinrich von Lehndorff-Steinort, e della contessa Gottliebe von Kalnein, nobiltà prussiana. E’ la secondogenita, è alta un metro e ottanta, e il suo nome completo è Vera Gottliebe Anna von Lehndorff-Steinort. (notizia dal Venerdì di Repubblica, 14 aprile 2011)
Jane Birkin su Antonioni
- Il suo primo ruolo cinematografico è stato nel 1965 in The knack (Palma d'Oro a Cannes) di Richard Lester, regista simbolo della Swinging London. Lei avrebbe potuto diventare una delle divine creature del movimento. Perché si è sottratta?
«Non l'ho fatto apposta. La vita è una serie di traiettorie inattese, imprevedibili. Mio marito John Barry era partito in America. Avevo vent'anni, avevo già avuto Kate ed ero molto triste. Sono tornata a vivere con i miei genitori, ma mi pesava. Allora ho accettato di fare un provino per un film. A Parigi. Così ho conosciuto Serge e non sono più tornata».
- Ma prima ancora c'era stato Blow up.
«Dovevo essere solo una comparsa, ma quel film ha segnato la mia carriera. Antonioni è stato di una estrema delicatezza con me e ha sempre seguito la mia carriera. Che grazia, che onestà, che pazienza. Ricordo il provino per Blow up: qualcuno mi chiede di scrivere il mio nome su un muro. Lo scrivo piccolissimo. Mi urlano: più grande! Alla terza lettera ti giri di profilo. JAN, profilo, E B e qualcuno urla ancora: perché fai così? Mi hanno detto di fare così, rispondo. Dice: scrivi forse il tuo nome così grande per attirare l'attenzione su di te? Allora scoppio a piangere farfugliando: mi hanno chiesto di scriverlo grande. E sento: cut! Allora Antonioní è venuto verso di me. "Questo volevo sapere: se lei era vulnerabile. Ora le do tre pagine da leggere, ma ci pensi bene perché nel film dovrà essere completamente nuda". Sono tornata a casa e ho raccontato tutto a John. "Se proprio ti devi spogliare, un film di Antonioni è quello per cui vale la pena farlo", mi ha detto. Ma ha aggiunto: "È comunque so che non lo farai mai. Perfino quando ti spogli a casa spegni sempre la luce". Merde! Mi sono detta. Lo farò».
intervista a Jane Birkin di Laura Putti,Repubblica 13 maggio 2007
Zabriskie Point
A guardarlo dal punto di vista delle immagini e delle sensazioni, soprattutto nella parte centrale, è un film magnifico, e Wenders viene da lì (Nel corso del tempo). Per il resto, molte perplessità: cos’è, la storia di un killer psicopatico che fugge con una ragazza ignara? A fermarsi soltanto sulla storia raccontata, sembra il classico thriller dozzinale. Conclusione: la storia è come una buccia di banana, serve per avvolgere e proteggere la parte buona. Del ’68 e delle rivolte giovanili ad Antonioni non importava molto, gli è servito solo da spunto per girare quello che voleva girare; idem per Blow up, che è forse più riuscito grazie all’espediente dell’omicidio nella foto. Qui è più anarchico e individualista, e quelle esplosioni finali finiscono con il dare il vero senso al film, oltre che rimandare a film come "Koyaanisqatsi" di Godfrey Reggio, che verranno molti anni dopo e che di questo finale sono quasi una citazione diretta.
(aprile 2000)
Professione reporter
- Da che cosa fuggi?
- Voltati indietro, e guarda.
(Maria Schneider e Jack Nicholson)
- Che cosa vedi?
- Un bambino e una vecchia, che stanno discutendo su quale strada prendere. (pausa)
- Non dovevi venire. (voci da fuori) E adesso, cosa vedi?
- Un uomo che si gratta una spalla, un bambino che tira dei sassi, e polvere. C'è molta polvere qui. (pausa) Non è strano come succedono le cose, qui? Come ce le costruiamo? (pausa) Sarebbe terribile essere ciechi...
- Io conoscevo un uomo che era cieco. Quando arrivò all'età di 40 anni si fece fare un'operazione e riacquistò la vista.
- E cosa ha provato?
- All'inizio era felice, incantato... Facce, colori, paesaggi... Ma poi tutto cominciò a cambiare: il mondo era più brutto di come se lo era immaginato. Nessuno gli aveva mai detto quanto sporco fosse, quanta miseria... Vedeva squallore dappertutto. Quando era cieco attraversava la strada da solo, con un bastone. Dopo aver riacquistato la vista, lo prese la paura. Cominciò a vivere nell'oscurità, non usciva più di casa. Dopo tre anni si tolse la vita. (lunga pausa) Ma tu che ci fai qui con me? (pausa; bacio)
(dialogo marocchino fra Nicholson e Maria Schneider, verso la fine)
Il protagonista del film dice apertamente di non credere alle coincidenze, al caso. Il fatto che io abbia visto questo film il 3 di maggio, dopo tanti anni, non è sicuramente una coincidenza. Questo remake del Fu Mattia Pascal è uno dei film più belli di Antonioni.
(maggio 2000)
(continua)

Michelangelo Antonioni ( II )

Quando si parlava molto di Antonioni, negli ani ’60 e ’70, saltava sempre fuori questa parola: “incomunicabilità”. Ce ne era anche un’altra: “alienazione”. L’immagine consueta era quella di Monica Vitti, bella, elegante, problematica. Questo accadeva quaranta o cinquant’anni fa: ma non sono sicuro che negli anni ’60 ci sia stato davvero un problema di incomunicabilità o di alienazione. Incomunicabilità e alienazione esistono oggi, nell’epoca in cui tutti girano con le orecchi chiuse dalle cuffie dell’ipod e con gli occhi fissi sul videofonino, ma nessuno ne parla più.
Un altro pensiero che mi torna spesso: se andate a vedere nei titoli di testa e di coda dei film di Antonioni, trovate sempre i nomi e gli indirizzi dei sarti che hanno realizzato i vestiti delle protagoniste. Dato che stiamo parlando degli anni ’50 e ’60, viene spontaneo osservare che i film di Antonioni (e di Fellini, e di Visconti...) hanno dato un contributo fondamentale al grande successo del “made in Italy”, dagli anni ’70 in su. Gli abiti di Monica Vitti in “Deserto rosso”, anno 1964, portati con grande eleganza da una grande attrice, non potevano non colpire gli ambienti interessati all’alta moda, a Parigi e negli USA. Da quando non ci sono più gli Antonioni e i Fellini e i Visconti, questo volano è venuto a mancare: anche da cose come questa nasce la grande crisi economica italiana, con buona pace di chi pensa che il cinema non serve a niente. In Italia si facevano cose belle ed eleganti, Antonioni e Fellini, Rossellini e Visconti, portavano prestigio al nostro Paese. Nessuno li ha sostituiti, e ci sono gravi colpe in questo declino: so anche i nomi di quelli che hanno affondato il cinema e la cultura in Italia, ma guai a dirli, questi nomi. Loro poi si offendono e protestano.
L'Avventura (1960) Regia di Michelangelo Antonioni. Scritto da Tonino Guerra, Elio Bartolini, M.Antonioni. Fotografia di Aldo Scavarda. Musiche originali di Giovanni Fusco Con Gabriele Ferzetti, Lea Massari, Monica Vitti, Dominique Blanchar, Renzo Ricci (145 minuti)
- Questa piccola villa verrà soffocata, tra poco.
- Lì ci verranno tutte case.
- Eh già. Non ci si salva più.
Difficile da riconoscere, ma questo dialogo è l'inizio di uno dei film più famosi di Michelangelo Antonioni, "L'avventura". E ' un film del 1960, ma non sembra. I protagonisti del dialogo sono Renzo Ricci, che interpreta il padre di Lea Massari (è lei che apre il film) e un anonimo muratore, che fa una rapida comparsa. Ricci è un diplomatico in pensione, e sua figlia sta per sposarsi con un architetto affermato. La piccola villa in questione è proprio quella del diplomatico, e sulle periferie romane incombe la speculazione edilizia.
Più avanti nel film, vedremo che il mancato genero, l'attore Gabriele Ferzetti, è molto ricco e affermato, ma soffre perché per il successo ha dovuto sacrificare la sua creatività, vera o presunta che fosse. Davanti allo splendore del barocco di Noto, in Sicilia, farà dei piccoli dispetti a un giovane architetto che sta studiando: rovescia sul disegno l'inchiostro di china, e sfiora la lite. Nel finale, tradisce malamente Monica Vitti, e piange.
Rivedendo questo film, dopo tanti anni, mi ha fatto una certa impressione notare che non è affatto invecchiato, e che anzi si è conservato benissimo, in tutta la sua modernità. Nel 1960, l'Italia poteva ancora salvarsi, ma la sua classe dirigente era fatta di tante persone della stessa stoffa dell'architetto interpretato da Ferzetti: per il denaro, e per il successo, si rinuncia presto al meglio di se stessi. E' una specie di patto col diavolo, un diavolo in apparenza bonario, come quello di tanti film di Alberto Sordi: praticamente non si vede, ma c'è e lavora. Ogni piccolo compromesso, con se stessi e con gli altri, è una sua vittoria. Nel film, e sempre a Noto, c'è anche questo dialogo fra Monica Vitti e Ferzetti:
- Io invece sono convinta che tu potresti fare cose belle...
- Non lo so... A chi servono ormai le cose belle? Quanto durano? Una volta avevano i secoli davanti, oggi al massimo sono dieci, vent'anni: e poi?
Ma siamo all'inizio di un amore, un amore ormai senza più remore, e quindi ci può essere un po' di ottimismo. Ma solo per la ragazza: ormai il nostro architetto sa che la redenzione attraverso l'amore non è più possibile, e che in fin dei conti anche l'Olandese Volante della leggenda viene sì salvato dall'amore di Senta, ma ad un prezzo troppo alto.
Oggi la speculazione edilizia, ben raccontata da tanti film degli anni '50 e '60 ( "Il tetto" di De Sica; "Le mani sulla città" , di Rosi...) è il nostro presente. Oggi ogni metro quadrato di asfalto o di cemento è un piccolo peggioramento, ma a convivere con il cemento e con l'asfalto ci siamo abituati, ed è questo ormai il nostro paesaggio naturale; e la stessa cosa è successa per i film, e per la pubblicità sempre più invadente con la quale vengono stravolti e infarciti, in televisione.
Il deserto rosso
Al di là dei noiosissimi discorsi che si facevano sempre su Antonioni (l’incomunicabilità, eccetera) e tenendo conto che il film è del 1964, colpisce molto vedere l’ANIC e l’AGIP, l’inquinamento da petrolio del delta del Po, le navi e i tralicci (come il Bertolucci di “La via del petrolio”, tre anni dopo), in sequenze quasi documentarie. Evidentemente, Antonioni sentiva molto questi temi, il tema del lavoro e quello degli operai: ma qui c’è anche molto la mano di Tonino Guerra, che ha scritto il film con Antonioni. Troviamo alcune cose che verranno poi riprese da Guerra negli anni successivi: in “Nostalghia” di Tarkovskij c’è il discorso dell’1+1=1, due gocce d’acqua che fanno una goccia più grande, però qui a fare l’esempio è un bambino, figlio della Vitti (a un’ora circa dall’inizio). E in “Amarcord” di Fellini c’è il Rex che passa vicinissimo alle barche, mentre qui c’è la nave da “bandiera gialla”. Interessante anche il paragone con il Bertolucci di “Prima della rivoluzione” (1963) per le sequenze di Stagno Lombardo: i due film sono praticamente contemporanei, è come se i due registi si fossero passati la parola. Nebbia, mare, banchine, nave, piattaforme petrolifere, Harris che cerca operai per la Patagonia, apparentano questo film ai documentari di Olmi per la Edison (anni ’50), oltre che al Bertolucci di “La via del petrolio” (1967). Non so cosa avesse in mente Antonioni, però visto da oggi il personaggio di Monica Vitti appare (chiedo scusa) come una cretina ricca che non sa come passare il tempo, apre un negozio pagato dal marito ma poi non sa cosa farne, eccetera. Altrettanto da cretini mi appare la scena nella casetta di legno sul mare, con i “giochini spinti”: però qui è interessante notare il confronto con il comportamento della gente comune del ferrarese, e del delta, come la giovane donna che liquida i discorsi cretini sul sesso dicendo “mi piace fare queste cose, non mi piace parlarne”.
Alle notizie sull’inquinamento, come quando il pescatore dice che le anguille “sanno di petrolio”, Richard Harris e il marito della Vitti ridono come se fossero scemenze, e ridono anche di fronte all’evidenza, come si fa ancora oggi in quegli ambienti, sia politici che industriali.
E’ molto reale anche il timore della poliomielite per il figlio della Vitti: l’anno è il 1964, erano ancora in corso le campagne di vaccinazione e quando io andavo a scuola, in quegli anni, in ogni classe c’era almeno un bambino poliomielitico.
I costumi sono di Gitt Magrini, al solito molto belli, e nei titoli di testa sono indicate le case di moda che li producono: quando si straparla del “made in Italy” ci si dimentica sempre del volano (di enorme potenza) che furono i film di Antonioni e di Fellini, visti in tutto il mondo e, cosa importante, visti dalle persone che contavano. Oggi tutto questo non esiste più, e bisognerebbe partire da qui per riflettere sulla crisi economica attuale, alla faccia dei Tremonti e dei Bossi (“con la cultura non si mangia”, dichiarazioni recentissime del ministro per l’Economia: gli ignorantoni e i ballabiott al governo...).
Musica di tal Fusco, con vocalizzi molto brutti di tal Cecilia Fusco (figlia?) e musiche elettroniche di Vittorio Gelmetti.  Nel film si nomina spesso Medicina, che è un paese in provincia di Bologna: in quanti l’avranno capito, a parte Primo Casalini?
Tra le curiosità, un coniglio sulla riva del mare (che rischia di annegare, povera anima) sulla spiaggia rosa di Budelli dove è ambientato il racconto della Vitti a suo figlio, con la bambina che nuota nel mare limpido tra rocce che sembrano persone vere: chissà se è ancora così, Budelli...
E il veliero che vi appare, così come l’immagine della ragazza giovanissima che nuota, sono un rimando d’obbligo al finale di “Dillinger è morto” di Marco Ferreri, anno 1968.
La notte
Comincia come un capolavoro, poi si affloscia. Mastroianni dorme per quasi tutto il film, la Moreau sembra Laura Antonelli a cinquant’anni, la Vitti è molto bella. Non lo direi un bel film, ma c’è la mano del maestro in quasi tutte le sequenze. (settembre 1991)
- Questa sera ero molto triste, poi giocando con te mi era passata....e a desso sento che mi ripiglia! E’ come la tristezza di un cane...
Vitti a Mastroianni, da La notte (T.Guerra?)
Ho rivisto La notte (sceneggiatura di Tonino Guerra) ed è ancora un bel film, con qualche goffaggine e ingenuità (le passeggiate della Moreau, Gaslini che suona sotto la pioggia) che forse all’epoca sembravano nuove. Imbarazzante anche l’inizio, con la sequenza in ospedale e la “pazza seduttrice ninfomane”. Roba da ricchi, fin dall’inizio: ma Antonioni è comunque un maestro anche nel trattare personaggi così aridi, nelle sue mani sembra perfino che abbiano davvero dei sentimenti. (maggio 1997)
Jeanne Moreau su Antonioni
«"La notte" ha per me uno strano significato. Avevo incontrato Antonioni nel 1950 quando preparava I vinti. Io ero "pensionnaire" alla Comedie Française e lui mi chiese di girare quel film. Ma allora la compagnia aveva regole molto rigide, la sera si recitava e non mi fu permesso di lasciare Parigi. Nel '59 ero più libera e tutto era previsto per girare La notte, tanto che io dissi di no a Visconti per Rocco e i suoi fratelli. Ma Antonioni preferì girare prima L'avventura e io dovetti aspettare un anno». Al suo posto Visconti prese Annie Girardot la quale, grazie a Rocco, iniziò una carriera e incontrò Renato Salvatori. «Quel film trasformò la vita personale di Annie, la sua vita sentimentale. Si vede che quello era il suo il destino».
Le riprese di La notte furono molto dure. «Antonioni parlava pochissimo con Marcello e con me. Si girava sempre di notte fino all'alba. In francese, in inglese e in italiano, ed ero talmente allo stremo delle forze che quando, di giorno, dormivo, sognavo di venire svegliata da qualcuno che bussava alla porta. E mi svegliavo piangendo, implorando di non svegliarmi».
Condizioni fisiche difficili, un set povero. «Sono arrivata a Milano con i miei abiti, tutti comperati da Chanel. Gli abiti che indosso sono i miei. Ma i veri problemi sono stati altri: non fui pagata, e, anzi, Marcello e io pagammo i tecnici romani perché quelli milanesi, naturalmente, ebbero il loro compenso. Ricordo che dopo fui dura con Antonioni, parlai male di lui come regista, ma mi pentii. Un maestro è un maestro, anche se ha un cattivo carattere e idee diverse dalle tue».
intervista a Jeanne Moreau di Laura Putti, Repubblica 15 aprile 2007
(continua)

Michelangelo Antonioni ( III )

L'eclisse
Marta ha nostalgia del Kenya.
Vitti: Forse laggiù si pensa meno alla felicità! Le cose devono andare avanti un po' per conto loro, no? sbaglio?
Marta: No.
Vitti: Qui invece è tutto una gran fatica. Anche l'amore.
L’eclisse non è bello come altri film di Antonioni, ma può andare. Monica Vitti è cotonata, e anche lei è meno bella che altrove; e poi non c’è Mastroianni. Al suo posto, Alain Delon che interpreta un figlio di papà che fa l’agente di borsa a Roma. Insomma, tutto è un po’ così, la storia d’amore di questa ragazza annoiata è un po’ noiosa anche per noi «Perché dici sempre “non so”? E perché vieni sempre con me?» le chiede Delon. Lei non risponde ma è chiaro: non sa che cosa fare, e lui è un bel ragazzo. Però dirlo apertamente nel film non sta bene, e lei risponde con un «Vorrei non amarti» falso come un fotoromanzo. E difatti così gira la scena Antonioni, come se fosse un fotoromanzo.
Gran parte del film è girata in Borsa. Ottima Lilla Brignone, “malata di borsa”, che se la prende col centrosinistra appena nato. Monica Vitti fa una “danza negra”, l’amica del Kenya le dice che i negri sono come le scimmie. La “kenyana” è Mirella Ricciardi, l’altra amica è Rosanna Rory. Monica Vitti segue l’uomo che ha appena perso 50 milioni, lui si ferma al bar, fa dei disegni su un foglio. Sul foglio, che la Vitti raccoglie, ci sono dei fiori. Poi c’è la spider rubata, che finisce in acqua e che viene ripescata (con il morto). E il minuto di silenzio in Borsa. (marzo 2001)
E’ un capolavoro nella sua prima parte, e una pizza nella seconda (cioè da quando entra in scena da protagonista Alain Delon: ma anche Rabal, all’inizio, non scherza...). Da ricordare: Monica Vitti che “fa la negra” in casa dell’amica kenyana e la lunga sequenza in Borsa. E la Brignone, grandissima. Ma Antonioni era in stato di grazia, e in tutto il film le immagini sono splendide, e la narrazione per immagini è da manuale (il tempo in scorrimento, “scolpire il tempo”) Chi somigli ad Antonioni? Forse un po’ Moretti, qua e là. La Vitti è meno bella che in L’avventura e in Deserto rosso, ma sempre grande. Fa un po’ effetto vedere dalla parte dell'adulto questi anni ’60 nei quali ero bambino...La prima parte faceva un po’ pensare a “Professione reporter”. (luglio 1993)
Il grido
Lo si può apprezzare solo come tappa di approdo a qualcosa (L’avventura, Deserto rosso...) che sarebbe seguito. Il film è in realtà molto noioso, ma contiene germi interessanti, c’è anche un po’ il Wenders migliore, residui di neorealismo e documentarismo La sera prima avevo visto “Gente del Po”, primo film di Antonioni, un documentario breve del 1940, ed è quasi lo stesso film. Il suicidio del protagonista (si chiama Aldo) mi richiama un po’ un film di fantascienza, uno di Val Guest, quello che si svolge nella raffineria, e un po’ quel film di gangster con James Cagney che nel finale salta in aria su un impianto per qualche produzione che non so non mi ricordo più cos’era. Monica Vitti doppia l’attrice che fa la benzinaia, Steve Cochran è così noioso che quando muore si è perfino contenti perché finalmente il film è finito, e non si capisce bene come mai trovi quattro donne in due ore, e tutte giuste. Si capisce bene, invece, perché Alida Valli lo pianta. (Tra questo qui e “Moderato cantabile” di Peter Brook ho usato parecchio lo scorrimento veloce). (ottobre 1990)
Identificazione di una donna
Oscilla tra il film fesso e il grande cinema. Lo si guarda perché Antonioni è un maestro, ogni sua inquadratura è un incanto e una lezione di cinema, il tempo scorre denso nei suoi fotogrammi. Lo si guarda volentieri anche per la bellezza della Silverio e della Wendel; però il soggetto è da film fesso, e che il dio del cinema mi perdoni. (anno 1993)
Le amiche
Girato nel 1955, dimostra che Antonioni è sempre stato un maestro, anche se i suoi soggetti non sono sempre all’altezza. Questo ad esempio è un film falso, e la sua protagonista Clelia non è certo migliore delle altre “signore in pelliccia”. Si segnala anche Valentina Cortese, in una parte dimessa che non mi sarei aspettato da lei. Però il film è davvero girato bene, scritto e raccontato altrettanto bene, e gli attori recitano in maniera ideale. Se il soggetto, degno dei Vanzina anche se è tratto da Pavese, riesce a sembrare bello e interessante, è ragione per rendere omaggio al talento di Antonioni. (settembre 1993)
Al di là delle nuvole
E’ davvero un Antonioni: purtroppo, l’ultimo Antonioni, quello di Identificazione di una donna. L’episodio con KRS è condotto in modo ridicolo, idem quello con la Ardant e l’appartamento vuoto, gli altri così così, piuttosto bello solo il finale (“domani entro in convento”). Molto bella la fotografia, e i luoghi scelti come set. Mi dispiace doverlo dire, ma avevano ragione a ridere quei ragazzi dietro di me, al cinema. (settembre 1995) 
“Un progetto che prevedeva storie europee, brevi, condensate e compatte come haiku giapponesi” dice Antonioni all’Espresso 11.09.1995. (Mah, sarà...)

spot per la Nannini
Michelangelo Antonioni, un quarto di secolo fa, girò lo spot (filmino) per la “camera a gas” di Gianna Nannini. Nulla di memorabile, un videoclip come tanti, non si direbbe proprio che sia opera di Antonioni.
(agosto 2007)
- Hollywood è come stare da nessuna parte e parlare con nessuno di niente.
(Michelangelo Antonioni, citazione da RCTV anno 1995)
«Bel regista Antonioni. Ha una Flaminia Zagato, una volta sulla fettuccia di Terracina mi ha fatto tirare il collo.» (battuta di Vittorio Gassman, dal “Sorpasso” di Dino Risi) (citato su L’Espresso 9 agosto 2007)
A proposito di Antonioni
Ho seguito con un po’ di noia (e anche fastidio, a volte) il profluvio di luoghi comuni seguiti alla morte quasi contemporanea di Bergman e di Antonioni, quest’estate. In particolare mi ha disturbato il richiamo alla mancanza di emozioni e alla noia che ispirerebbero i film di Antonioni. Non che la notazione in sè sia sbagliata, ci mancherebbe: ha anzi in sè molto di giusto, ed è una critica più che legittima. Mi ha disturbato che si sia approfittato di questo aspetto per fare una colpa ad Antonioni di essere stato troppo personale, di non aver fatto quello che ci si aspettava da lui, di non essere andato dietro agli umori del pubblico pagante.
Antonioni ha fatto i film che voleva fare. Era un grande artista, e ai grandi artisti è permesso fare quello che vogliono, con le loro creazioni. Anche agli altri è permesso, ma la differenza va rimarcata. Invece pare che si voglia livellare tutto, piallare ogni piccola sporgenza e adeguare tutto ai gusti di questo e di quello. A me piacciono le differenze, mi piace Antonioni così come mi piace Totò, sono contento perfino che ci siano Massimo Boldi e Christian De Sica, perché fanno ridere e perché più c’è varietà e più il mondo è bello e vale la pena di viverci. Questo è un mondo dove sempre più specie si estinguono, e un altro Antonioni non ci sarà più. Spariscono gli ippogrifi, gli unicorni, i pappagalli, gli uccelli del paradiso, gli orsi delle caverne, le tigri dai denti a sciabola, spariscono le libellule, le lucciole, i bradipi e gli elefanti, spariscono perfino le mucche e le farfalle, rimangono solo i cani da appartamento, i gatti castrati, i ratti e gli scarafaggi. C’è un gigantesco progetto di normalizzazione in corso: con gli animali siamo a buon punto, con il cinema è ormai cosa fatta. A meno che non si svegli il popolo di internet, e non venga soffocato: oggi la tecnologia è a portata di tutti, in teoria tutti possono realizzare un capolavoro con poca spesa. Però questo è un altro discorso, per intanto prendo atto di quello che succede; poi chiudo e passo la parola, perché di opinioni ce ne sono tante ed è giusto che io – elefante antidiluviano – venga qui, faccia il mio numero (un bel barrito con la proboscide alzata), e poi lasci spazio anche agli altri.
(dall'altro blog, anno 2007)

domenica 14 agosto 2011

Bergman cartoon

Un accostamento tra il cinema di Ingmar Bergman e i fumetti può sembrare azzardato, ma io mi ci sono messo d’impegno e qualcosa l’ho pur trovato.
Per cominciare, prendo le distanze dalla vignetta di Altan (dal mensile "Linus", anno 1990): che è divertente, ma non del tutto vera perché Bergman ebbe degli ottimi successi di pubblico. Basterà pensare a “Scene da un matrimonio”, a “Sussurri e grida”, ma soprattutto a “Il settimo sigillo”: quando uscì nei cinema io non c’ero ancora, ma posso testimoniare che quando passava in tv faceva sempre colpo, l’immagine del cavaliere che gioca a scacchi con la morte non si dimentica facilmente. Purtroppo oggi “Il settimo sigillo” non passa più in tv, dirigenti incompetenti e incapaci hanno deciso che il bianco e nero non fa audience...(ci sono tante di quelle schifezze inguardabili girate a colori, sono nuove ma non le guarda nessuno: forse sarebbe meglio non trasmettere quelle e tornare a riproporre i capolavori, come si era sempre fatto fino all’avvento di questi imbecilli provenienti dal marketing).
Si è sicuramente ispirato al cinema di Bergman il milanese Guido Crepax, per le sue strisce di Valentina e prima ancora di Neutron: un posto estraneo dove ti parlano in lingua sconosciuta è “Il silenzio”, ma già alla fine degli anni ’50 Bergman aveva cominciato a proporre figure inquietanti e stilizzate, e immagini giocate sulla luce e sui contrasti netti.
Un altro fumetto che nasce nei primi anni ’60 è il “Diabolik” delle sorelle Giussani: siamo su un livello più basso rispetto a Crepax, ma la somiglianza di Eva Kant con Ingrid Thulin è notevolissima e non si può farla passare sotto silenzio. Anche Max von Sydow, che qui (sempre in "Il volto", anno 1959) si è appena tolto una mascheratura degna di Diabolik, è somigliantissimo al fumetto, e secondo me non è un caso.
Anche Erland Josephson in “Passione” (che però è del 1968) sembra uscito da un fumetto di Diabolik; conoscendo i personaggi più famosi di Josephson si può rimanere sorpresi da questa metamorfosi, ma in fin dei conti è questo il mestiere dell’attore.
La Susi della Settimana Enigmistica è quasi gemella di Bibi Andersson in “Il posto delle fragole” e somiglia anche alla Eva Dahlbeck di “Una lezione d’amore”: ma qui più che di ispirazione diretta parlerei di date di nascita in comune, a quel che mi si dice (io non c’ero, e se c’ero dormivo...) negli anni ’50 molte ragazze si vestivano così.
Per finire, i disegni del pittore nel “Settimo sigillo”: che sembrano usciti da qualche fumetto ma sono invece direttamente ispirati all’arazzo di Bayeux e alle miniature dei codici medievali, molte delle quale riportate anche dal medievalista Baltrusaitis nei suoi libri (editi in Italia da Adelphi). Ne porto qui qualche esempio, oltre alla storia dell'arazzo di Bayeux così come è riassunta da wikipedia. (per chi non se ne fosse accorto, nella prima immagine in alto c'è una delle rarissime apparizioni di Ingmar Bergman nei suoi film, "Una lezione d'amore"; l'attore che vediamo di spalle è il protagonista del film, Gunnar Björnstrand).
da www.wikipedia.it
L'arazzo di Bayeux, noto anche con il nome di arazzo della regina Matilde, sembra che sia stato ordinato da Ottone di Bayeux, fratellastro di Guglielmo il Conquistatore. L'arazzo descrive i fatti relativi alla conquista normanna dell'Inghilterra nel 1066. Esso illustra gli avvenimenti chiave della conquista, specialmente la battaglia di Hastings. Si deve comunque notare che circa la metà delle immagini sono relative a fatti precedenti l'invasione stessa. Benché favorevole a Guglielmo il Conquistatore, l'arazzo di Bayeux ha un valore documentario inestimabile per la conoscenza dell'XI secolo della Normandia e dell'Inghilterra: ci informa sul vestiario, sui castelli, le navi, le condizioni di vita di questa epoca che per il resto è poco nota.

lunedì 8 agosto 2011

Fanny e Alexander ( X )

FANNY E ALEXANDER (Fanny och Alexander, 1981-82) Scritto e diretto da Ingmar Bergman - Fotografia: Sven Nykvist (colori) - Scenografia: Anna Asp - Montaggio: Sylvia Ingemarsson - Marionette di Arne Hogsander Effetti speciali e animazioni: Bengt Lundgren. Lanterna magica : Christian Wirsen Musica: Robert Schumann, Benjamin Britten, Charles Gounod, Fryderyk Chopin, Jacques Offenbach, e altri. Gli esterni e le scene in teatro sono stati girati a Uppsala (Svezia). Durata: 197 minuti versione per il cinema; Durata prevista per la tv: 312 minuti. Durata del dvd italiano: tre ore esatte, 183 minuti con i titoli di coda.
Interpreti: casa Ekdahl Gunn Wällgren (nonna Helena Ekdahl); Allan Edwall (Oscar Ekdahl), Ewa Fröling (Emilie, moglie di Oscar), Pernilla Allwin e Bertil Guve (Fanny e Alexander, figli di Oscar e di Emilie); Jarl Kulle (Gustav Adolf Ekdahl), Mona Malm (Alma, moglie di Gustav Adolf), Maria Granlund (Petra, figlia di Gustav Adolf), Kristian Almgren (Putte), Emilie Werkö (Jenny); Börje Ahlstedt (Carl Ekdahl), Christina Schollin (Lydia, moglie di Carl); Käbi Laretei (zia Anna, la pianista), Sonya Hedenbratt (zia Emma); Pernilla Ostergren (Mai, bambinaia), Svea Holst-Widén (signorina Ester), Majlis Granlund (signorina Vega, la cuoca), Lena Olin (Rosa, nuova bambinaia), Siv Ericks (Alida, cuoca di Emilie) Kristina Adolphson (Siri, cameriera), Eva Von Hanno (Berta, cameriera di Helena) Inga Alenius (Lisen, cameriera di Emilie) Orchestrali: Daniel Bell, Gunnar Djerf , Ebbe Eng, Folke Eng, Evert Hallmarken, Nils Kyndel, Ulf Lagerwall, Borje Marelius, Karl Nilheim; Attrezzista al teatro: Gus Dahlstrom Casa di Isak: Erland Josephson (Isak Jacobi), Mats Bergman (Aron), Stina Ekblad (Ismael) Casa del vescovo: Jan Malmsjö (vescovo Edvard Vergérus), Harriet Andersson (Justina, serva di cucina), Kerstin Tidelius (Henrietta, sorella del vescovo), Marianne Aminoff (Blenda, madre del vescovo), Marianne Nielsen (Selma, cameriera) Mona Andersson (Karina, cameriera) Marrit Olsson (Malla Tander, cuoca) Hans Henrik Lerfeldt (Elsa Bergius, zia del vescovo) e con: Gunnar Björnstrand (Filip Landhal), Anna Bergman (signorina Hanna Schwartz), Angelica Wallgren (Eva), Ake Lagergren (Johan Armfeldt), Carl Billquist (ispettore di polizia), Axel Duberg (testimone) , Patricia Gelin (la statua), Nils Brandt (Mr Morsing), Viola Aberle, Gerd Andersson, Ann-Louise Bergstrom (tre dame giapponesi) Sune Mangs (Mr Salenius) Per Mattson (Mikael Bergman) Licka Sjoman (Grete Holm) Maud Hyttenberg-Bartoletti (Miss Sinclair) Marianne Karlbeck (Miss Palmgren) Heinz Hopf (Tomas Graal) Gösta Prüzelius (Dr Furstenberg) Hans Straat (sacerdote al matrimonio), Olle Hilding (sacerdote anziano). I tre amici al club con zio Carl: Lars-Owe Carlberg, Hugo Hasslo, Sven Erik Jakobsen

Il dvd in commercio di “Fanny e Alexander”, quello che ho comperato anch’io, contiene una versione molto ridotta del film di Bergman: 183 minuti compresi i titoli di coda. La versione che uscì nei cinema, secondo www.imdb.it era di 197 minuti: manca quindi un quarto d’ora. Tenuto conto che il film completo, pensato per la tv, era di 312 minuti, direi proprio che non è stato uno dei miei migliori acquisti. La “trappola” però era perfetta: un cofanetto con due dvd, vuol dire che è l’edizione completa... Invece no, il film è tutto sul primo dvd; sul secondo c’è un documentario con interviste, girato durato la lavorazione di “Fanny e Alexander”. Molto interessante, ma sarebbe stato meglio mettere tutto in chiaro in copertina...
Più che una trappola, però, la mancanza dal cofanetto di più di due ore di film (due ore e un quarto, ad essere pignoli), ad essere sinceri mi sembra dovuta a semplice ignoranza: oltretutto, la versione che fu trasmessa dalla RAI era già completamente doppiata, sarebbe bastato poco per informarsi e recuperarla. Di regola i dvd dei grandi registi che si trovano in commercio sono molto ben fatti, alcuni eccellenti; qui si tratta invece di una mancanza grave, prova quasi certa che questo dvd non è passato per le mani di un vero esperto di cinema ma solo di un addetto al maerketing.
In attesa di recuperare la mia ormai antica videocassetta, dove conservo la versione che fu trasmessa vent’anni fa dalla RAI, mi sono adattato a scrivere i primi post su “Fanny e Alexander” usando comunque il dvd; in fin dei conti, pur mancando di un quarto d’ora rispetto all’edizione per il cinema, è sempre un’edizione che fu preparata da Ingmar Bergman in persona: i tagli sono suoi, sono dolorosi ma sono comunque tagli d’autore, che permettono in ogni modo di seguire la storia che viene raccontata.
La mia videocassetta, recuperata nel frattempo, l’ho registrata nell’agosto del 1994, da Raitre; la durata complessiva è proprio quella di 312 minuti. Posso quindi completare i miei post, almeno per ora; magari in futuro metterò tutto in ordine e in fila, ma bisognerà rivolgersi a internet per avere un’edizione come si deve di “Fanny e Alexander”. Infatti, a tutt’oggi il mercato dei dvd è dato per moribondo, finito, esaurito: tra qualche anno i negozi di dischi saranno solo uno sbiadito ricordo, così come le sale cinematografiche, del resto.
Confrontando le due edizioni si scopre subito che i tagli sono molti: spesso piccoli, a volte qualche minuto, a volte intere sequenze. Fin dall’inizio si nota la differenza con la versione sul dvd: il film inizia con l’acqua che scorre, sulla musica di Schumann, e solo dopo qualche istante si arriva al teatrino con le figurine di cartone, mosse da Alexander. Quando Alexander si sveglia e scopre di essere da solo in casa, il suo percorso è molto più lungo: la statua si muove in modo molto più visibile e l’attrice che la interpreta merita quindi di avere il nome in locandina (Patricia Gelin); tra gli incontri di Alexander c’è anche quello con un grosso ratto, finito in una trappola.
Quando ci si sposta in teatro, c’è una lunga carrellata sul pubblico, un po’ come Bergman aveva già fatto con “Il flauto magico”; in platea ci sono militari e ricchi borghesi, le bambine si passano i cioccolatini e si vede fin da subito il vescovo Vergerus (con sua madre e sua sorella); nei palchi e nel loggione altre persone in festa per lo spettacolo di Natale.
Molto più lunga anche la sequenza del pranzo e della festa in casa Ekdahl, con ampio spazio anche per Käbi Laretei, la pianista che fu una delle mogli di Bergman, qui nei panni di una delle zie di Alexander. A tavola, vediamo Erland Josephson (zio Isak) che conversa con una delle donne di servizio e le chiede di venire a lavorare da lui (la donna sorride e si nega, è molto compiaciuta ma dagli Ekdahl si trova bene); la moglie di Gustav che ascolta con attenzione una ricetta dalla sua cuoca; le due domestiche anziane che dicono che non è giusto far sedere la servitù insieme ai padroni e che un tempo non lo si sarebbe permesso; la moglie di zio Carl che parla di quand’era una cantante in carriera; zio Carl che pare insidiare Petra (la nipote maggiorenne, figlia di Gustav Adolf); Jarl Kulle (Gustav Adolf) che saluta la bambinaia precedente (Bertha) che si sposa e che è già stata sostituita dalla giovane Maj (sostituzione già avvenuta in tutti i sensi); i bambini a tavola tutti con il bavaglio con su scritto il loro nome (anche Alexander); la bambina Jenny, cugina di Fanny e Alexander, che chiacchiera a lungo con la domestica Siri; e infine Oscar (Allan Edwall, papà di Fanny e Alexander) che improvvisa una poesia in onore del budino, che viene distribuito a tutti. Nel budino era nascosta una mandorla, che viene ritrovata da Fanny: lo zio Gustav Adolf la festeggia con un adeguato discorso.
Non sono quindi tagli che stravolgono il film, ben comprensibile lo stesso; forse sono sequenze che allungano la narrazione, e la appesantiscono un po’ a questo punto e alla prima visione (rivederle dopo aver conosciuto i personaggi è invece divertente), ma è comunque un peccato non averle sul dvd. Nella versione completa c’è più spazio anche per i molti dettagli che Bergman mette con molto piacere in questo film, i carillon, gli oggetti d’arredo, i giocattoli, gli orologi meccanici.
Alla festa c’è spazio anche per la moglie di zio Carl, la tedesca Lidia (l’attrice è Christina Schollin), che canta un lied di Schumann accompagnata al pianoforte dalla zia Anna (Käbi Laretei, vera pianista e concertista, ex moglie di Ingmar Bergman). Si tratta ancora di Robert Schumann, su testo di Adalbert von Chamisso, dal ciclo di lieder intitolato “Frauenliebe und Leben”, “Amore e vita di donna”. Sono di otto poesie, messe in musica nel 1840, che trattano dell’amore coniugale. Il brano che ascoltiamo è il numero 4, che parla dell’anello nuziale e della felicità nell’averlo al dito. Zio Carl, marito della cantante, si commuove: ma sappiamo già che la loro vita coniugale è tutt’altro che felice.
Du Ring an meinem Finger,
Mein goldenes Ringelein,
Ich drücke dich fromm an die Lippen,
Dich fromm an das Herze mein.
Ich hatt ihn ausgeträumet,
Der Kindheit friedlich schönen Traum,
Ich fand allein mich, verloren
Im öden, unendlichen Raum.
Du Ring an meinem Finger
Da hast du mich erst belehrt,
Hast meinem Blick erschlossen
Des Lebens unendlichen, tiefen Wert.
Ich werd' ihm dienen, ihm leben,
Ihm angehören ganz,
Hin selber mich geben und finden
Verklärt mich in seinem Glanz.
Du Ring an meinem Finger,
Mein goldenes Ringelein,
Ich drücke dich fromm an die Lippen
Dich fromm an das Herze mein.
Tu anello al mio dito, mio anellino d'oro, io ti premo come cosa sacra alle labbra, al mio cuore. Avevo finito di sognare il bel sogno quieto della fanciullezza, mi trovai sola, persa nel desolato spazio senza fine. Tu anello al mio dito, ora tu mi hai insegnato, hai aperto al mio sguardo il valore infinito, profondo della vita. Voglio servirlo, vivere per lui, appartenergli intera, darmi a lui e trovarmi trasfigurata nella sua luce. Tu anello al mio dito, mio anellino d'oro, io ti premo come cosa sacra alle labbra, al mio cuore.
(il testo viene dal sito http://www.lieder.net/  , così come la sua traduzione in italiano)
(continua)