venerdì 31 dicembre 2010

Orizzonte perduto ( VI )

LOST HORIZON (ORIZZONTE PERDUTO, 1937) Regia di Frank Capra. Tratto dal romanzo di James Hilton. Sceneggiatura di Robert Riskin. Fotografia: Joseph Walker (riprese aeree: Elmer Dyer); Scenografia: Stephen Goosson; montaggio: Gene Havlick, Gene Milford; costumi: Ernst Dryden; Musiche originali di Dimitri Tiomkin; i bambini cantano "Wiegenlied (Brahms), Op. 49, No. 4" e una canzone tradizionale cinese; Edward Everett Horton canta "Here we go gathering nuts in may" (canzone tradizionale per bambini)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.

Il primo personaggio femminile che incontriamo nel film è Gloria, che è un’invenzione di Frank Capra e dello sceneggiatore Riskin, e che nel romanzo non c’è. Gloria, interpretata da Isabel Jewell, sembra avere un passato burrascoso; ed è molto malata. A ShangriLa, però, la giovane donna troverà quiete e una ragione di vita: il suo cambiamento si nota subito, ed è un cambiamento in positivo che si opera su quasi tutte le persone che entrano a ShangriLa. Si tratta di un personaggio interessante, ma qui appena abbozzato: ci sono infatti altri due personaggi femminili importanti nel film.
La seconda protagonista femminile ad apparire nel film è Sondra, interpretata da Jane Wyatt: è la giovane donna che Conway incontra a ShangriLa: su di lei in questa sede c’è poco da dire, basta vedere il film. E’ un bel personaggio ed è ben interpretata, ma non c’è bisogno di spiegare molto. A Jane Wyatt è toccata anche una delle prime scene di nudo integrale nella storia del cinema: è ripresa molto da lontano, ma la scena è comunque molto ardita per l’epoca. Qualcosa di simile (un tuffo in piscina) vedremo anche in un famoso film degli anni ’50, la giovane figlia dello scienziato di “Il pianeta proibito”: si tratta, in sostanza, di una rappresentazione dell’Eden, dove gli animali non hanno paura di noi e dove c’è uno stretto contatto con la natura, senza nessuna paura né dolore. Nel libro, Sondra non c’è: ma nel cinema la storia d’amore è necessaria, e Capra si dimostra come al solito molto abile nel raccontare. Un’altra scelta felice di Capra e Riskin nel momento di trasportare il romanzo in film.
Più importante, anche se all’inizio non si direbbe, è il personaggio di Maria, la giovane manciuriana (che nel film diventa russa, comunque dai lineamenti orientali), sulla quale però non mi sento di raccontare altro per rispetto verso chi ancora non ha visto il film. Nel libro, la ragazza si chiama Lo-tsen e tutto si svolge poi come nel film: la storia di Lo-tsen è narrata per esteso da pagina 181 in avanti, sempre facendo riferimento all’edizione tascabile Garzanti del 1973.
Maria è interpretata da un’attrice che nei titoli di testa è indicata semplicemente come Margo: la cosa non stupisce, dato che il suo nome completo (di nascita è messicana) è María Marguerita Guadalupe Teresa Estela Bolado Castilla y O'Donnell. Direi che si tratta di un’interpretazione di tutto rispetto, un’ottima attrice.
Nel libro c’è un altro personaggio femminile, la missionaria protestante Miss Brinklow; che però non appare nel film.
Le sequenze di ShangriLa furono girate in California:
«...ricordate Shangri-La, la valle incantata racchiusa fra vette e ghiacci himalayani del film Orizzonte perduto diretto nel 1937 da Frank Capra? Il regista girò il film non sull’Himalaya ma ad un centinaio di chilometri a nord di Los Angeles (Highway 101, uscita poco prima di Santa Barbara) in una vallata che si chiama Ojai – che nella lingua degli indiani Cumasch significa nido – e nella quale Frank Capra fece risiedere una mistica comunità d’Oriente. E non per caso: qui nel 1922 si stabilì (e vi morì nel 1986, a 91 anni) il filosofo e mistico anglo-indiano Krishnamurti, una delle figure più eminenti della teosofia. Prima del film, dunque, a Ojai esisteva già una comunità ispirata alla saggezza orientale e ora, propiziata da una natura dolcissima, è uno dei luoghi spirituali più importanti del West americano, anche se molto diverso da Sedona. Qui pace e silenzio sono ideali per la meditazione e lo studio; qui c’è la Fondazione Krishnamurti (...)»  (Cesare Medail, dal mensile Astra del dicembre 1998)
Krishnamurti (1895-1986) è un filosofo anglo-indiano, del quale esistono molte conferenze filmate, che ha una storia molto particolare: fu portato in Inghilterra da bambino dalla signora Blavatsky, una delle figure più importanti nella storia dello spiritismo e della teosofia, che lo riteneva destinato ad essere il nuovo messia. Ma poi, giunto alla maggiore età, Krishnamurti non ne volle sapere di questa storia, spiegò a chiare lettere che non era il messia di nessuno e visse una vita autonoma e indipendente. Nel 1922 fondò una sua comunità proprio in California, quindi vicino ad Hollywood (la località precisa si chiama Ojai), dove conobbe Einstein e i fisici di Princeton, lo scrittore Aldous Huxley, e molte altre personalità, insegnando e tenendo conferenze ma senza mai fondare una setta né tantomeno una religione. Un personaggio quindi che avrebbe ben potuto essere rappresentato nel libro di Hilton, se non nel film...
Il mito di ShangriLa è continuato anche in anni recenti:
Dopo avere dominato le classifiche di fine secolo con «La profezia di Celestino» e «La decima illuminazione» (editore Corbaccio), James Redfield ha completato la sua saga «new age» con una nuova avventura filosofica, «Il segreto di Shambhala», che ora dovrebbe ripetere in Italia i successi americani. Le decine di milioni di copie vendute da «Celestino» diedero una scossa al cosiddetto movimento New Age: gruppi eterogenei e sovente confusi, ma accomunati dall'idea di una Nuova Era permeata di «pensiero positivo» in alternativa al materialismo, al consumismo, al settarismo religioso, all'aggressività e agli egoismi che minacciano la pace e l'ambiente. Nelle pieghe di una trama da thriller, l'autore offriva una serie di «illuminazioni», dal potere delle coincidenze all'uso dell'energia universale. Oggi, Redfield aggiorna il suo messaggio con un nuovo «racconto filosofico» che rispolvera un mito caro a varie tradizioni esoteriche, in particolare alla teosofia: quello di Shambhala, misteriosa «cittadella dello spirito», un'oasi solare e rigogliosa nascosta tra i ghiacci del Tibet. A questa leggenda si ispirò anche Frank Capra per la favolosa Shangri-la del film «Orizzonte perduto» del '37. La trama consiste, il appunto, in un viaggio alla ricerca di Shambhala da parte di personaggi che si trovano ad aver perduto le facoltà mentali e spirituali acquisite con le «illuminazioni» dei precedenti libri. Pare quasi che Redfield voglia alludere a una fase di stanchezza, di crisi del movimento. Sembra dire ai «new agers»: se sognate davvero una svolta dell'umanità, non basta meditare nella posizione del loto o curarsi con i cristalli, ma occorre proseguire nella ricerca spirituale, qui simboleggiata dal viaggio a Shambhala. Anche stavolta, la trama ha l'andamento del thriller sia pure interrotto da riflessioni prolungate, quando i protagonisti apprendono nuovi segreti. I cattivi sono i cinesi che opprimono il Tibet e cercano di entrare in possesso dei misteri di Shambhala. Vincendo ogni ostacolo, a cominciare dalla propria rabbia e dalla paura che li privano di ogni forza, gli eroi di Redfield arrivano a Shambhala, luogo fantasmagorico formato da anelli periferici e templi centrali, dove tutto è possibile con la forza del pensiero. Qui, uomini di spiritualità superiore indirizzano energia positiva alle civiltà esterne, visualizzando le tensioni private e collettive e «pregando» affinché prevalgano le buone intenzioni. Al centro dei templi, Redfield pone delle figure mistiche (sacerdoti, pastori, rabbini, mullah, monaci buddisti) e questa centralità degli uomini di fede è una novità rispetto agli altri libri: loro compito è mantenere la connessione con le potenze angeliche, aiutandole ad aiutarci tramite la preghiera. Ed è questa l'Undicesima Illuminazione. Come i precedenti, il libro è ingiudicabile come romanzo: ma i lettori di Redfield sanno bene che, in questi casi, conta il messaggio.
Il libro: «II segreto di Shambhala» di James Redfield, pagine 220, lire 24 mila.
(Cesare Medail, corriere della sera 27 febbraio 2000)
All’elenco dei siti sotterranei si potrebbe aggiungere Damanhur (con uno spettacolare tempio scavato nel sottosuolo: è in Piemonte) e molto altro, compresa la storia quasi comica dei nazisti che fecero una spedizione apposta in Tibet e dintorni per verificare se esistevano somiglianze fra tedeschi e tibetani: dopo lunghe e invasive verifiche (molto disturbanti per i pacifici abitanti locali) gli scienziati nazisti conclusero che no, non c’era alcuna parentela fra i tedeschi e gli orientali dell’Himalaya (chi l’avrebbe mai detto, a prima vista si direbbero gemelli). Una storia che circola da tempo – non so quanto vera, ma verosimile – è che i nazisti “sbagliarono” apposta alcuni lanci delle V2 su Londra per provare le traiettorie come se vivessimo dentro Agharti, calcolando le traiettorie come se l’Europa fosse sotto la crosta terrestre.
Per quanto riguarda me, nell’ottobre 2005 ho buttato un’occhiata alla mia solita bancarella in piazza Cordusio e “Orizzonte perduto” mi è finito subito tra le mani, insieme a un altro libro di Hilton (“Prigionieri del passato”) e a un romanzo di Daphne du Maurier che avevo cercato invano di regalare alla mia quasi moglie un paio d’anni prima. Tutti libri fuori catalogo da tempo immemorabile, e chissà da quanto tempo erano lì e non li avevo mai visti (un po’ consunti, ma ancora in buono stato). Nei mesi precedenti avevo usato “Robert Conway” come password sul mio pc, avevo appena rivisto il film ma del signor Hilton ignoravo del tutto l’esistenza – e magari un giorno Mr. Chang o l’Alto Lama in persona mi spiegheranno cosa succede, ma per ora devo proprio dire che questi mezzi messaggi in codice sono davvero noiosi.
Nel frattempo, però, ho imparato che esiste un altro bel libro di Hilton, che fu molto famoso: è “Addio Mr.Chips”, la storia di un insegnante di un famoso college inglese. Di tutti e tre questi romanzi di Hilton esistono versioni cinematografiche, ma non ho mai visto “Prigionieri del passato”, e di “Mr. Chips” ho solo un vago ricordo.
(continua)

Orizzonte perduto ( VII )

LOST HORIZON (ORIZZONTE PERDUTO, 1937) Regia di Frank Capra. Tratto dal romanzo di James Hilton. Sceneggiatura di Robert Riskin. Fotografia: Joseph Walker (riprese aeree: Elmer Dyer); Scenografia: Stephen Goosson; montaggio: Gene Havlick, Gene Milford; costumi: Ernst Dryden; Musiche originali di Dimitri Tiomkin; i bambini cantano "Wiegenlied (Brahms), Op. 49, No. 4" e una canzone tradizionale cinese; Edward Everett Horton canta "Here we go gathering nuts in may" (canzone tradizionale per bambini)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.

“Orizzonte perduto” è una metafora della nostra stessa vita: intenti alle nostre occupazioni, qualcuno ci porta via, in una direzione completamente diversa da quella a cui pensavamo, guidati da uno sconosciuto su un aereo in volo... Con noi ci sono persone sono lì per caso, esattamente come capita nella nostra vita quotidiana, coinvolti in casi che non ci riguardano e impossibilitati ad uscirne fuori. C’è qualcosa di simile in “Stalker” di Tarkovskij: quando il personaggio del Professore (interpretato da Nikolaj Grinko) dice “voi andate pure avanti che io mi fermo qui”, ma questo non è possibile, così come non è possibile per la giovane donna di “Orizzonte perduto” uscire dall’aereo quando comincia a mancarle il fiato per l’altitudine: la prendono e la portano dentro, evitando così che perda la vita – la stessa cosa che lo stalker vuole evitare alle persone da lui pilotate, nel film di Tarkovskij. Anche il pilota dell’aereo può essere visto come uno stalker: e nel libro di Hilton si parla di lui come di una persona notevole, e l’Alto Lama è molto dispiaciuto per la sua scomparsa. La grande differenza con Tarkovskij è che stavolta i visitatori non vengono nella Zona di loro volontà, ma poi sono contenti di rimanervi.
ShangriLa come la Zona, come la Stanza? O non piuttosto come un Aldilà, un’anticamera del paradiso o del nirvana? Il pensiero che mi torna più spesso, durante la visione del film o alla fine del libro, è che in realtà Conway e i suoi amici affrontino quest’avventura da morti. Forse ShangriLa è qualcosa che esiste davvero, ma al di là della vita, oltre la nostra esistenza quotidiana.
A pagina 38 del libro di Hilton, durante il dirottamento, si legge: «Conway taceva: era seccante dover continuamente gridare per coprire il rumore del motore». Il rumore del motore, o il rumore della vita?
A pagina 37, Mallinson (il personaggio che nel film diventa il fratello di Conway) dice queste parole: «Interessante o meno, non mi sembra il caso di renderne grazie a Dio. Nessuno di noi ha chiesto di essere condotto qui.»
E la fenditura che apre su ShangriLa, a forma triangolare, appare molto simile all’apertura verso la nascita: si passa dal caldo e dal benessere dell’utero al freddo e all’aspro del fuori, con gente di cui non puoi fidarti e pronta a farti del male. ShangriLa appare come il desiderio di tornare all’utero, il futuro appare terribile e si vorrebbe evitarlo: questo film è del 1937 e il libro è di poco anteriore, ma anche oggi nazionalismo e venti di guerra e intolleranza sono tornati ad essere forti come allora.
Dal punto di vista cinematografico, questo film ha influenzato molto tutti i registi che sono venuti dopo: si è detto dei rimandi importanti a “Odissea nello spazio” di Kubrick (le porte esagonali, gli arredi, alcuni costumi, l’incontro con il vecchio rugoso nella stanza...) ma l’aereo nella tempesta di neve, all’inizio, viene apertamente citato da Fellini nelle poche immagini del Viaggio di Mastorna effettivamente girate (in “Block notes di un regista”, anno 1969). Il primo incontro con Chang, nella neve, somiglia molto al finale di “Incontri ravvicinati” di Spielberg; e c’è qualcosa anche di “Il pianeta proibito”, grande classico del film di fantascienza (la ragazza che fa il bagno nuda, ancora i costumi...).
Guardando invece all’indietro, ho trovato molto di Winsor McCay, Little Nemo (inizi del ‘900), nella parte visiva; ma anche di Fritz Lang e Metropolis (dieci anni prima di “Orizzonte perduto”).
Alcune note sparse: 1) tra le curiosità, i numerosi inserti da documentari e da film di montagna, come quelli che girava Arnold Fanck negli anni ’20: le montagne che vediamo sono quasi sempre le Alpi, soprattutto nel finale. A parte i primi piani, l’alpinista che si vede non è mai Ronald Colman... 2) Molte scene furono girate in una grande cella frigorifera, come è spiegato chiaramente negli extra sul dvd 3) Nel paesaggio appare una curiosa roccia, o formazione nevosa, di forma decisamente fallica: non penso che si tratti di pura goliardia, soprattutto se messa in relazione alla forma della fenditura d’ingresso in ShangriLa. 4) E.E. Horton era già vestito da cinese, all’inizio: proprio per questo rischia di essere respinto e di non partire sull’aereo. 5) la scacchiera con i pezzi metà bianchi e metà neri, yin e yang: neri sopra e bianchi sotto, e viceversa. Nella scacchiera di Mr.Chang non esiste un avversario, ma solo un altro da sè. 6) Grande importanza della musica, con citazioni di Chopin, Bach, Mozart, Scarlatti: ma solo nel libro, nel film questo aspetto è perso quasi del tutto. 7) Nel grande palazzo sembra spesso di vedere rimandi alla Sfinge, ma poi ci sono davvero due piccole sfingi, poco sotto ai grandi decors (anch’essi a forma di sfinge, ma stilizzati) dove si soffermano Chang e Sondra. 8)il personaggio di Lo-tsen: cioè l’arte e la bellezza, che nel mondo mercantilista diventano cose vecchie, ed è vero non tanto nel periodo descritto nel film quanto soprattutto nel mondo volgare in cui viviamo oggi, in cui un ministro può farsi vanto di non aver mai letto un libro, e in cui la cultura non è tenuta in nessun conto. . 9) “Orizzonte perduto” è l’esatto contrario di “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad. Chissà se Hilton conosceva Conrad: i due romanzi sembrano quasi positivo e negativo. Da una parte, un capitano che viene mandato verso il male, e che comunque ci va di sua volontà; dall’altra, Conway viene rapito e portato da una situazione di guerra verso il Bene, il Bello, la Saggezza. Il male che è in noi, il bene che è in noi; il male che possiamo fare, e il bene che possiamo fare; e l’influenza di tutte queste cose sul mondo che ci circonda.
A pagina 98 del libro di Hilton, Chang spiega che per lui il tempo passa in modo diverso: che la raccolta del Times arrivi a ShangriLa un anno prima o un anno dopo, che importa? E’ un pensiero che dà i brividi, quasi una legge delle fisica enunciata ma non espressa in modo matematico: a ShangriLa il tempo è relativo. Questi passaggi devono molto, secondo me, più che ad Einstein ad una attenta lettura di Lewis Carroll: il tè di Alice dal cappellaio matto.
....Anche Conway trovò molte cose interessanti di cui occuparsi, oltre al grosso problema che si era posto. Durante le giornate calde e luminose usufruiva largamente della biblioteca e della sala di musica, convincendosi sempre più che i lama fossero di una cultura eccezionale. I loro gusti comunque erano del tutto ortodossi : accanto alle opere di Platone in greco si trovavano quelle di Omar in inglese; Nietzsche aveva per compagno Newton; c'era Tommaso Moro, oltre a Hannah Moore, Thomas Moore, George Moore e perfino Moore il Vecchio. Conway calcolò che i volumi dovevano essere all'incirca venti o trentamila e trovò interessante indagare sul metodo di scelta e di acquisto. Cercò anche di scoprire se ci fossero stati degli aggiornamenti recenti, ma il volume più moderno che gli capitò tra le mani era un'edizione economica di All'ovest niente di nuovo. Però, più tardi, Chang lo informò che dei libri nuovi, pubblicati verso la metà del 1930, si sarebbero presto aggiunti agli altri negli scaffali e che erano già arrivati al monastero. « Come vede, ci teniamo abbastanza al corrente, » fu il suo commento.
« C'è gente che non la penserebbe come voi, » replicò Conway con un sorriso. « Dall'anno scorso sono successe nel mondo un mucchio di cose. »
« Niente di importante, mio caro signore, che non potesse essere previsto nel 1920 o che non potrà esser meglio capito nel 1940. »
«Allora non le interessano gli ultimi sviluppi della crisi mondiale? »
« Me ne interesserò a fondo... a tempo debito. »
« Sa, Chang, credo di cominciare a capirla. Lei è costruito in modo diverso, ecco. Per lei il tempo significa meno che per quasi tutti gli altri. Se fossi a Londra, non sarei sempre impaziente di vedere l'ultima edizione dei giornali; così lei a Shangri-La non è impaziente di leggerne uno dell'anno scorso. Ambedue gli atteggiamenti mi sembrano ragionevoli. Per inciso, da quanto tempo non avevate ospiti, qui? »
« Purtroppo, signor Conway, non glielo posso dire. »
Era il solito modo di por fine alla conversazione e Conway lo trovava meno irritante del fenomeno opposto che gli toccava spesso subire : quello cioè della conversazione che, per quanto egli facesse, non finiva mai. Chang cominciò a piacergli di più, man mano che i loro incontri si facevano più frequenti; trovava strano però di non incontrare mai nessuno degli abitanti del monastero. Anche ammesso che i lama fossero inavvicinabili, dovevano pur esserci degli altri postulanti, oltre Chang. (...)
James Hilton, Orizzonte perduto, pag.98 ed.Garzanti 1973
sul cattolicesimo (a parlare è Miss Brinklow, missionaria protestante):
...Per la verità, non nutro molta simpatia per tutte queste congreghe missionarie, ma devo ammettere che i cattolici costituiscono una categoria a parte, per lo meno lavorano sodo e non posano a spiriti eletti in un mondo di gente inferiore. (...) Penso che per chi non è cattolico la cosa più difficile da capire sia come un cattolico possa conciliare l’intransigenza ufficiale con la sua personale larghezza di vedute...(...)
James Hilton, Orizzonte perduto, pag.12-13 ed.Garzanti 1973

sul sesso: (forse è stato l’unico vero problema da affrontare, il sesso e la gelosia, a ShangriLa come nell’Eden)
Mr. Chang: - Lei non può credere, Conway, quanti problemi si possono risolvere con un po’ di cortesia. (James Hilton, Orizzonte perduto, pag.101 ed.Garzanti 1973)
su Darwin, a pag.41 (il riferimento è al mito di Hanuman)
-Una volta conobbi un missionario che era stato nel Tibet: diceva che i tibetani sono gente molto strana, pensano che l’uomo discenda dalla scimmia.
- Molto originale.
- Oh no, mio caro, non intendo in senso moderno. Loro lo credono da millenni, fa parte delle loro superstizioni. Naturalmente io sono contrarissima a quest’idea e penso che Darwin sia ancora più colpevole dei tibetani. Mi attengo alla Bibbia, io.
- Fondamentalista, suppongo.
Ma la signorina Brinklow parve non capire il termine.
James Hilton, Orizzonte perduto, pag.41 ed.Garzanti 1973
sulla guerra:
«Buon Dio, Conway, credi di essere in gita sulle Alpi? Dove diavolo ci stiamo cacciando, ecco che cosa vorrei sapere! E che piano d'azione dovremo adottare quando saremo arrivati? Cosa faremo? »
Conway disse tranquillamente: « Se tu avessi l'esperienza che ho io, sapresti che nella vita ci sono dei momenti in cui la cosa migliore è non fare niente del tutto. Le cose ti succedono, e tu lasci semplicemente che ti succedano. La guerra era press'a poco così. È una fortuna se, come in questo caso, l'imprevisto viene a mitigare la spiacevolezza della situazione. »
« Sei troppo filosofo e complicato per me. Durante i disordini di Baskul non eri certo così. »
« Certamente no, perché allora avevo una probabilità di modificare gli avvenimenti. Adesso, invece, questa probabilità non c'è, almeno per ora. Siamo qui perché siamo qui, se proprio vuoi una ragione. A me è sempre sembrata una ragione consolante. »
« Immagino che tu sappia che cosa spaventosa sarà ritornare per la stessa via. Da un'ora a questa parte non abbiamo fatto che strisciare lungo il fianco di una parete a picco, me ne sono accorto benissimo, io. »
« Anch'io. »
« Davvero? » Mallinson tossì nervosamente. « Capisco di essere seccante, ma non posso farci niente. Tutto ciò m'insospettisce tremendamente. Mi sembra che siamo troppo supini al volere di questa gente. Ci stanno mettendo in trappola. »
« Anche se fosse così, l'unica alternativa era di rifiutare il loro aiuto e morire. »
« D'accordo, era l'unica cosa logica da fare, ma non mi sembra molto consolante. Per me non è così facile come per te accettare la situazione. Non riesco a dimenticare che solo due giorni fa eravamo al consolato di Baskul. Pensare a tutto quello che è accaduto da allora mi sconvolge. Scusami. Sono esausto. Adesso capisco che fortuna è stata per me evitare la guerra; sarei diventato isterico. Mi sembra che tutto il mondo intorno a me sia completamente impazzito. E devo essere anch'io abbastanza fuori di me per parlarti in questo modo. »
Conway scosse il capo. « Nient'affatto, mio caro ragazzo. Semplicemente hai ventiquattro anni e ti trovi a qualcosa come cinquemila metri di altitudine: due ragioni sufficienti a giustificare qualunque stato d'animo. Anzi, te la sei cavata egregiamente, meglio di quanto non avrei fatto io alla tua età. »
« Ma tu, tu non vedi la follia di tutto questo? Quel volo sulle montagne, quella spaventosa attesa nel vento, la morte del pilota e poi l'incontro con questa gente, non ti sembra tutto un incubo incredibile, se ci ripensi? »
« Sì, naturalmente. »
« Vorrei proprio sapere come fai a mantenerti così freddo e controllato. »
« Lo vuoi sapere davvero? Te lo dirò, se vuoi, anche se poi forse mi giudicherai un cinico. È perché, se ci ripenso, ci sono molte altre cose che mi sembrano un incubo. Questa non è l'unica parte impazzita del mondo, Mallinson. Dopo tutto, se vuoi proprio riferirti a Baskul, ti ricordi che poco prima della nostra partenza i rivoluzionari torturavano i prigionieri per avere delle informazioni? E con un normale torchio di lavatrice, dal funzionamento perfetto, certo; ma credo di non aver mai visto niente di più comicamente orribile. E l'ultimo messaggio che abbiamo ricevuto, prima di restare isolati? Era la circolare di una manifattura di Manchester che voleva sapere se c'era qualche possibilità di far buoni affari a Baskul vendendo busti. Non ti sembra abbastanza pazzesco? Credi a me, il peggio che ci può essere accaduto arrivando qui, è di aver cambiato tipo di follia. E per quel che riguarda la guerra, se ti ci fossi trovato, avresti fatto esattamente come me, cioè avresti imparato ad aver paura e non dirlo. »
Stavano ancora chiacchierando, quando una salita breve ma molto ripida, mozzò loro il fiato: fu, per pochi passi, la stessa fatica di prima. Poi il terreno si appianò ed emersero (...)
James Hilton, Orizzonte perduto, pag.59 ed.Garzanti 1973
Di nuovo, pensò Conway, avevano sfiorato la barriera invisibile tra ciò che si poteva e ciò che non si poteva rivelare, e già ne tracciava idealmente la linea immaginaria...
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.88 ed.Garzanti 1973)

martedì 21 dicembre 2010

L'invenzione di Morel ( I )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Scenografie di Xavier Darmanin. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

"Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?" (...) L'eternità rotatoria può sembrare atroce ad uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come se fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti. Inoltre, per via delle interruzioni dovute al regime delle maree, la ripetizione non è implacabile. Abituato a vedere una vita che si ripete, trovo la mia irrimediabilmente casuale. I propositi di ammenda sono vani: per me, non c'è prossima volta, ogni istante è unico, diverso, e parecchi vanno perduti per disattenzione. E' vero che neanche per le immagini c'è prossima volta: tutte le volte sono identiche alla prima. "
Adolfo Bioy Casares, argentino, fu amico e collaboratore di Borges: insieme scrissero parecchi libri e la loro collaborazione durò per decenni. Bioy Casares era molto più giovane di Borges, e lo scrittore anziano, anche per questo una volta ebbe a dire, in un’intervista, che invidiava al giovane amico il suo grande successo con le donne.
Bioy Casares ricorda molto Borges, ma non è Borges: ha scritto romanzi molto belli e molto interessanti, oggi quasi tutti fuori catalogo, almeno qui da noi, ma che sono stati regolarmente pubblicati man mano che uscivano. Il più famoso, e forse il più inquietante, è questo: “L’invenzione di Morel”. Ma ugualmente bello e inquietante è “Piano di evasione”, così come “Il sogno degli eroi”; e decisamente d’attualità è “Diario della guerra al maiale”, una società dove i giovani eliminano fisicamente i vecchi.
Non si tratta di fantascienza, e anche se personalmente ho trovato qualche punto in comune con Philip K. Dick siamo piuttosto nel campo del racconto filosofico, ma ben inserito nella nostra vita quotidiana.
Dal romanzo di Adolfo Bioy Casares fu tratto un film italiano, ad opera di Emidio Greco: lo vidi a 15 anni in uno dei rarissimi cineforum che mi è capitato di frequentare (per chi abita in provincia e lavora a turni, il cineforum è una cosa impossibile da frequentare, per via degli orari), e ne ho riportato l’esperienza in questo breve pezzo che fu messo on line dall’amico Solimano nel 2003:
«Questo è il film più noioso che io ricordi: l'ho visto almeno dieci volte, e ve lo posso dire con sicurezza. L'ho registrato una ventina d'anni fa, dopo averlo visto quand'era uscito; ogni tanto tiro fuori la cassetta e me lo riguardo. Vi sembrerà un atteggiamento strano, ma ho i miei motivi e sono motivi validi. Per cominciare, Emidio Greco è un ottimo regista; e vi recita un grande Giulio Brogi. Poi c'è l'ambientazione: gli esterni a Malta, girati in modo da farla sembrare un luogo selvaggio e inospitale; all'inizio si intravedono i templi megalitici di Mnajdra. Gli interni sono realizzati in una villa, o in un osservatorio, che non ho mai capito bene dove si trova ed è uno dei luoghi più memorabili di tutta la storia del cinema. Ma il vero punto di interesse è la storia, opera di Adolfo Bioy Casares, argentino, amico e collaboratore di Borges. Un perseguitato politico fugge dal regime dittatoriale che lo ricerca. Fa naufragio, e su una piccola barca arriva a un'isola fuori dalle consuete rotte. Dopo qualche tempo passato nella paura di essere catturato, scopre che è arida e disabitata; però vi sono costruzioni lussuose e recenti, come una grande villa che ribattezza "il Museo" a causa della sua insolita architettura. Quando ormai il naufrago si sente al sicuro, dopo molti giorni, scopre d'improvviso l'isola piena di gente: persone ricche ed eleganti, col loro seguito. Da dove sono arrivati? Il naufrago torna a nascondersi, ma presto gli ospiti spariscono così come erano arrivati. Col tempo, il naufrago scoprirà il mistero, che però ne contiene un altro: gli ospiti sono proiezioni tridimensionali, secondo l'invenzione originale di Morel, che è uno di loro. Le proiezioni ripetono un'unica settimana, sempre uguale; e sono le maree, molto potenti sull'isola, a dare l'energia per mettere in moto i proiettori situati nei cantieri della villa. Il naufrago prende confidenza con gli ospiti, ne impara movimenti e battute, si chiede se sia possibile interagire con loro. Soprattutto, riesce finalmente ad ascoltare le parole di Morel mentre spiega dettagliatamente cosa è successo: "Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?" (...) L'eternità rotatoria può sembrare atroce ad uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come se fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti. Inoltre, per via delle interruzioni dovute al regime delle maree, la ripetizione non è implacabile. Abituato a vedere una vita che si ripete, trovo la mia irrimediabilmente casuale. I propositi di ammenda sono vani: per me, non c'è prossima volta, ogni istante è unico, diverso, e parecchi vanno perduti per disattenzione. E' vero che neanche per le immagini c'è prossima volta: tutte le volte sono identiche alla prima. "
Un film metafisico, particolarissimo, come nello stile di Bioy Casares, uno scrittore che sapeva mescolare i grandi temi filosofici con la nostra vita quotidiana. La noia di cui parlavo all'inizio è dovuta ad una certa mancanza di coraggio da parte del regista, che si adatta un po' troppo allo stile di Godard (soprattutto nei suoi difetti) e che non ha saputo cogliere lo scarto dalla pagina stampata al cinema; e forse anche al taglio della parte iniziale del romanzo, che si svolge nella città dove il protagonista deve sfuggire alla repressione e che avrebbe aiutato meglio a capire cosa succede.» (2003 e 2007, Giuliano su altri blog)
(continua)

L'invenzione di Morel ( II )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

Un uomo, su una piccola barca, raggiunge un’isola deserta. Sta fuggendo; teme di essere inseguito, raggiunto e ripreso. Sappiamo che è un perseguitato politico, ce lo ha raccontato lui stesso all’inizio del libro. La sua fuga è stata precipitosa, adesso arriva in quest’isola lontana e sperduta senza niente da mangiare e da bere, e la barca è molto malridotta. Che fare?
L’uomo si guarda in giro con circospezione, ma l’isola è completamente disabitata. Eppure ci sono grandi costruzioni, recenti. C’è una grande piscina, semivuota e piena di alghe; e c’è un grande acquario, pieno di pesci morti e di acqua putrida. Quest’isola è stata abitata e adesso non c’è più nessuno; quantomeno, è possibile riattivare le condutture dell’acqua potabile. Ma, per precauzione, l’uomo torna a rifugiarsi lontano dalla casa.
Dopo qualche giorno nella più completa solitudine, si sveglia d’improvviso: c’è musica, ci sono persone, come può essere successo? Spaventato, corre a nascondersi e osserva, di lontano, persone eleganti danzare e fare il bagno nella piscina. Stranamente, quelle persone non sembrano far caso a lui. Sembra quasi che lui sia invisibile. Tra di loro, una donna che lo colpisce molto: si chiama Faustine.
Dopo qualche giorno, gli intrusi scompaiono: d’improvviso, così come sono venuti, misteriosamente. Il fenomeno si ripete, l’uomo può osservarlo con più calma. Le apparizioni avvengono quando c’è la marea, una marea molto forte in quell’isola. E quando avvengono le apparizioni c’è anche un calore insolito: in cielo appaiono due Soli, uno più debole dell’altro.
da “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares:
(...) Stiamo vivendo le prime notti con due lune. Ma si sono già visti due soli. Lo dice Cicerone nel «De Natura Deorum»: “Tum sole quod ut e patre audivi Tuditano et Aquilio consulibus evenerat.”
Credo di non avere citato male. M. Lobre, dell'Istituto Miranda, ci fece imparare a memoria le prime cinque pagine del Libro Secondo e le ultime tre del Libro Terzo. Non conosco nient'altro de «La natura degli dei».
Gli intrusi non sono venuti a cercarmi. Li vedo apparire e scomparire sui bordi del colle. Forse a causa di qualche imperfezione dell'anima (e dell'infinità di zanzare), ho avuto nostalgia del giorno precedente, di quando cioè vivevo senza speranza di Faustine e non con questa angoscia. Ho avuto nostalgia di quel momento in cui mi sentii, di nuovo, di casa nel museo, padrone della subordinata solitudine.
Adesso ricordo quel che pensavo l'altra notte, in quella stanza insistentemente illuminata. La natura degli intrusi, dei rapporti che finora ho avuto con gli intrusi. Provai diverse spiegazioni: che io abbia la famosa peste; i suoi effetti sull'immaginazione: la gente, la musica, Faustine; sul corpo: forse lesioni orrende, segni della morte, che gli effetti precedenti non mi permettono di vedere. Che l'aria perversa dei bassi e una deficiente alimentazione mi abbiano reso invisibile. Gli intrusi non mi hanno visto (oppure sfoggiano una disciplina sovrumana; segretamente eliminai, con la soddisfazione di agire abilmente, ogni sospetto di finzione organizzata, poliziesca). Obiezioni: non sono invisibile per gli uccelli, lucertole, per i topi e per le zanzare.
Mi venne l'idea (precaria) che potesse trattarsi di esseri di diversa natura, di un altro pianeta, con occhi che non servono a vedere, con orecchie che non servono a sentire. Ricordai che parlavano un corretto francese. Ampliai la mostruosità precedente: che quella lingua fosse un attributo parallelo fra i nostri mondi, destinato a scopi diversi. Sono arrivato alla quarta ipotesi spinto dall'aberrazione di raccontare sogni. La notte scorsa sognai questo: ero in un manicomio. Dopo una lunga visita (il processo?) del medico, la mia famiglia mi aveva portato lì. Morel era il direttore. A tratti, sapevo di essere nell'isola; a tratti, credevo di essere nel manicomio; a tratti, ero il direttore del manicomio. Credo che non è indispensabile prendere un sogno per realtà, né la realtà per follia.
Quinta ipotesi: gli intrusi sarebbero un gruppo di morti amici; io, un viaggiatore, come Dante o Swedenborg, oppure un altro morto, di una altra casta, in un momento diverso della sua metamorfosi; quest'isola, purgatorio oppure cielo di quei morti (qui enuncio la possibilità di parecchi cieli; se ce ne fosse uno e tutti fossero lì e ci aspettasse un incantevole matrimonio con i suoi mercoledì letterari, già molti di noi avrebbero smesso di morire).
Ora capivo perché i romanzieri propongono fantasmi lamentosi. I morti continuano a stare tra i vivi. A loro costa molto cambiare di abitudini, rinunciare al tabacco, al prestigio di violentatori di donne. Mi ispirava orrore (pensai con teatralità interiore) l'idea di essere invisibile; anche l'idea che Faustine, così vicina, stesse in un altro pianeta (il nome di Faustine mi immalinconì); ma io sono morto, sono irraggiungibile (vedrò Faustine, la vedrò andar via, e i miei gesti, le mie suppliche, i miei agguati, non la raggiungeranno); quelle soluzioni orribili sono speranze frustrate.
La pratica di queste idee mi dava una consistente euforia. Accumulai prove che mostravano le mie relazioni con gli intrusi come relazioni fra esseri su piani diversi. In quest'isola poteva essere successa una catastrofe non percettibile per i suoi morti (io e gli animali che la abitavano); poi erano arrivati gli intrusi.
Che io fossi morto! Come mi entusiasmò quest'idea (vanitosamente, letterariamente!). Ricapitolai la mia vita. L'infanzia, poco stimolante, con i pomeriggi nel Paseo del Paraìso, i giorni precedenti alla mia prigionia, quasi estranei; la mia lunga fuga; i mesi che ho passato nell'isola. La morte aveva due opportunità per inserirsi nella mia storia. Nei giorni che precedettero l'arrivo della polizia nella mia camera in quella pensione puzzolente e rosa, in via Ovest 11, dirimpetto alla Pastora (il processo si sarebbe svolto davanti ai giudici definitivi; la fuga e i viaggi, sarebbero stati il viaggio al cielo, all'inferno o al purgatorio a me accordato). L'altra occasione, per la morte, si presentò durante il viaggio in barca. Il sole mi fondeva il cranio, e anche se sono arrivato qui remando, devo aver perduto i sensi molto prima di arrivare. Di quei giorni tutti i ricordi sono vaghi; soltanto un riverbero infernale, un saliscendi e un rumore di acqua, una sofferenza maggiore di tutte le nostre riserve di vita.
Pensavo da un pezzo a queste cose, ormai mi avevano un poco stancato e proseguii con minor logica: non ero morto fino al momento in cui apparvero gli intrusi; nella solitudine è impossibile essere morti. Per risuscitare debbo sopprimere i testimoni. Sarà uno sterminio facile. Non esisto: non sospetteranno la loro distruzione. Stavo pensando ad altro: a un incredibile progetto di violenza privatissima, come di sogno, che solo per me avrebbe contato. In momenti di estrema angoscia ho immaginato queste spiegazioni ingiustificate e vane. L'uomo e la copula non sopportano lunghe intensità.
Questo è un inferno. I soli sono opprimenti. Non mi sento bene. Ho mangiato certi bulbi molto fibrosi, simili alle rape. I soli stavano sopra, uno più dell'altro, quando all'improvviso (credo di avere guardato il mare fino a quel momento) apparve una nave, molto vicino, tra gli scogli. Fu come se mi fossi addormentato (sotto questo sole doppio perfino le mosche volano addormentate) e mi fossi svegliato qualche secondo o qualche ora dopo, senza rendermi conto che avevo dormito e nemmeno che mi stavo svegliando. Era una nave da carico, bianca. “La mia sentenza”, pensai indignato. “Sicuramente vengono a sfruttare l'isola”. La ciminiera, gialla (come le navi della Royal Mail e della Pacific Line), altissima, fischiò tre volte. Gli intrusi accorsero sull'orlo del colle. Alcune donne salutarono con i fazzoletti.
Il mare non si muoveva. Dalla nave calarono una lancia. Ci misero quasi un'ora a far funzionare il motore. Un marinaio vestito da ufficiale o da capitano sbarcò nell'isola. Gli altri tornarono alla nave.
L'uomo salì sul colle. Ero molto incuriosito (…)
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag. 78-83)
Una nota di Adolfo Bioy Casares (che, senza dirlo apertamente, si finge curatore del manoscritto) avverte che la citazione ciceroniana è sbagliata:
“Sbaglia. Omette la parola più importante: “geminato” (da geminatus, raddoppiato, ripetuto. La frase è: “...tum sole geminato, quod, ut e patre audivi. Tuditano et Aquilio consulibus evenerat; quo quidem anno P. Africanus sol alter extinctus est”. La traduzione corrente è : « I due soli che, come ho sentito dire a mio padre, furono visti sotto il consolato di Tuditano e Aquilio; lo stesso anno in cui si estinse quell’altro sole di Publio Africano, 183 a.C.»
Nel film, la nave diventa un veliero; non è l’unica modifica fatta dal regista, ma bisogna dire che nel complesso il film è molto fedele al libro. Greco e Barbato tagliano tutta la parte iniziale, cominciando dall’arrivo della barca sull’isola (il film è girato a Malta), ed è una cosa che ci può stare, dato che nei film i tagli sono spesso obbligati per questioni di budget e di durata. L’unica differenza davvero importante è il finale, ne ho già parlato nel primo post dedicato al film.
(continua)

L'invenzione di Morel ( III )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

- ... credo che perdiamo l'immortalità perché la resistenza alla morte non ha subito alcuna evoluzione; ogni suo perfezionamento insiste sulla prima idea, rudimentale: mantenere vivo tutto il corpo. Bisognerebbe cercare soltanto la conservazione di ciò che interessa la coscienza.
(Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel. Traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag.32)
Nelle puntate precedenti abbiamo visto come il nostro naufrago, un profugo politico sbarcato su un’isola deserta e fuori dalla rotte navali, si trovi d’improvviso in mezzo a molte persone eleganti, sorte improvvisamente come dal nulla. Queste persone sembrano ignorare completamente il naufrago, come se fosse invisibile, come se appartenessero a un altro mondo; e spariscono improvvisamente, così come sono venute.
Il fenomeno si ripete molte volte, misteriosamente. Un po’ alla volta, l’uomo prende confidenza con le apparizioni, che sembrano ripetere gli stessi gesti e gli stessi percorsi. L’uomo è molto colpito da una giovane donna, Faustine; cerca di entrare in contatto con lei ma non ci riesce. Anche Faustine si comporta come gli altri, lo ignora completamente; è come se vivesse in un altro mondo, eppure è lì viva e presente. Cosa succede?
Per cercare di capire, il naufrago (interpretato da Giulio Brogi) segue Morel, l’uomo a cui tutti sembrano far riferimento. Dopo qualche tempo, finalmente arriva ad assistere alla riunione nella quale Morel spiega tutto ai suoi ospiti.
Dai dialoghi del film di Greco mi ero segnato, a suo tempo, questi appunti:
1- Morel: (...) una volta riuniti tutti i sensi, sorge anche l'anima?
2- Morel: (...) l'influenza del futuro sul passato (...)
3- Morel: (...) non dimentichiamoci che, nella nostra incapacità di vedere, i movimenti del prestigiatore si convertono in magia. Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?
4- Brogi, a Faustine: (...) Quando mi preoccupava la persecuzione poliziesca, le immagini di quest'isola si muovevano come i pezzi degli scacchi, seguendo un piano strategico per catturarmi... Devo convincermi che non ho bisogno di fuggire. Le immagini mi spaventano, ma mi proteggono.
Non potrò mai ripartire. Il viaggio è irripetibile, la mia barca è putrefatta e io non posso fabbricarne un'altra. Nessuna nave oltrepassa l'orizzonte, se non quella vostra: che non esiste...
Questi invece sono i dialoghi originali, dal libro di Adolfo Bioy Casares. Va detto che Morel viene descritto come un uomo con la barba; Greco invece lo affida John Steiner, un attore che è del tutto diverso dall’idea che ci si farebbe leggendo il libro.
- L'influenza del futuro sul passato, - disse Morel, con entusiasmo e quasi sottovoce.
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag.63)
Morel tese le braccia e disse con parole mozze:
- Debbo farvi una dichiarazione.
Sorrise nervosamente:
- Niente di grave. Per non cadere in inesattezze, ho deciso di leggere. Ascoltate, per favore. (...) Dovrete perdonarmi questa scena, prima fastidiosa, poi terribile. La dimenticheremo. Questo, nonché la buona settimana che abbia vissuto, finirà col toglierle importanza. Avevo pensato di non dirvi nulla. Vi avrei risparmiato un'inquietudine molto naturale. Avrei disposto di voi tutti, fino all'ultimo istante, senza ribellioni. Ma siccome siete miei amici, avete il diritto di sapere.
In silenzio muoveva gli occhi, sorrideva, tremava; poi continuò con impeto:
- Il mio abuso consiste nell'avervi fotografati senza il vostro permesso. E' chiaro che non si tratta di una fotografia come le altre; è la mia ultima invenzione. Noi vivremo in quella fotografia,sempre. Immaginatevi un palcoscenico nel quale venisse recitata, integralmente, la nostra vita durante questi sette giorni. Noi stiamo recitando. Tutti i nostri atti sono rimasti registrati.
- Che spudoratezza! - gridò un uomo con baffi neri e denti sporgenti.
- Spero che sia uno scherzo - disse Dora.
Faustine non sorrideva. Sembrava indignata.
- Avrei potuto dirvi, appena arrivati: “Vivremo per l'eternità”. Forse avremmo rovinato tutto, nello sforzo di mantenere una continua allegria. Ho pensato: qualunque sia la settimana che passeremo insieme, sarà piacevole soltanto se non ci sentiremo costretti a occupare bene il nostro tempo. Non è stato cosí? Allora vi ho dato un'eternità piacevole. E' vero che le opere degli uomini non sono perfette. Qui mancano alcuni dei nostri amici. Claude si è giustificato: sta lavorando all'ipotesi, sotto forma di romanzo e trattato teologico, di un disaccordo fra Dio e l'individuo; ipotesi che sembra efficace per rendersi immortale e che perciò non vuole interrompere. Madeleine non andava in montagna da due anni; deve pensare alla sua salute. Leclerc aveva promesso di accompagnare i Davies in Florida.-
Aggiunse:
- Il povero Charlie, naturalmente..."
Dal tono della voce, piú marcato su povero, dalla muta solennità, dai cambiamenti di posizione con rumore di sedie mosse, dedussi che quel Charlie era un morto; per essere piú esatto: un morto recente. Morel disse poi, quasi volesse consolare l'uditorio:
- Ma l'ho qui con me. Se qualcuno vederlo, posso mostrarglielo. Fu uno dei miei primi provini riusciti.
Si soffermò. Credo che si rese conto del cambiamento d'umore avvenuto nella sala, ( prima erano passati da una noia affabile all'afflizione, con una sfumatura di rimprovero per il cattivo gusto di introdurre un morto in mezzo scherzo; adesso erano tutti perplessi, quasi inorriditi).
Tornò in fretta ai fogli gialli:
- (...) Quando misi a punto la mia invenzione mi venne l'idea, prima come un semplice argomento sul quale esercitare l'immaginazione, poi come un incredibile progetto, di dare una realtà perpetua alla mia.fantasia sentimentale... Il fatto di credermi superiore, e la convinzione che sia piú facile conquistare una donna che fabbricare cieli, mi consigliarono di agire spontaneamente. Le speranze di conquistarla sono ormai un ricordo; non ho piú la sua fiduciosa amicizia; non ho piú il sostegno, il coraggio per affrontare la vita. Conveniva seguire una tattica. Fare dei piani.
(Morel cambiò voce, come se volesse cancellare la gravità che avevano diffuso le sue parole)
- In principio pensai alla convenienza di venircene qui da soli (impossibile: non l'ho piú vista sola da quando le ho confessato i miei sentimenti) o di rapirla (saremmo rimasti a litigare eternamente). Si noti che, questa volta, non vi è alcuna esagerazione nella parola eternamente.
Lesse molto diversamente questo paragrafo. Disse - mi sembra - che aveva pensato di rapirla e provò a fare qualche scherzo.
- Adesso vi spiegherò la mia invenzione.
(continua)