Puccini (1973) Regia di Sandro Bolchi. Sceneggiatura di Dante Guardamagna. Consulenza di Mario Labroca ed Enzo Siciliano. Scene e costumi di Ezio Frigerio. Regia delle opere liriche: Beppe De Tomasi. Scene e costumi: Carlo Tommasi, Franca Squarciapino. Girato quasi interamente nei luoghi originali. Cinque puntate di 65 minuti circa ciascuna.
Interpreti principali: Alberto Lionello (Puccini), Ilaria Occhini (Elvira, moglie di Puccini), Tino Carraro (Giulio Ricordi), Vincenzo De Toma (Luigi Illica), Mario Maranzana (Giacosa),
Interpreti della seconda puntata: Alberto Lionello (Puccini), Tino Carraro (Giulio Ricordi), Ilaria Occhini (Elvira), Giancarlo Dettori (Arturo Toscanini), Paola Quattrini (Gianna, corista al Regio di Torino), Gianni Mantesi (Ruggiero Leoncavallo), Franco Ferrari e Dante Cona (due giornalisti), Vincenzo De Toma (Luigi Illica), Mario Maranzana (Giuseppe Giacosa), Ottavio Fanfani, Mario Giorgetti, Sergio Masieri, Giancarlo Fantini (amici del Club La Bohème), Sergio Gibello e Gigi Angelillo (due macchinisti in teatro), Ferdinando Mainardi e Stefano Varriale (maestri sostituti di Toscanini), Giacomo Zani (maestro Mugnone).
Cantanti: Gianni Raimondi, Katia Ricciarelli, Giacomo Aragall, Giovanni De Angelis, Giancarlo Luccardi, Gabriella Ravazzi, Tito Turtura. Orchestra Rai di Milano, direttori Giacomo Zani e Ferdinando Mainardi.
Siamo nel 1893: dopo il grande successo di Manon Lescaut a Torino, che ha fatto conoscere il nome di Puccini in tutta Europa e anche al Metropolitan di New York, è il momento di “La Bohème”, tratta da un romanzo del francese Henri Murger, che era a quel tempo un grande successo. Il titolo andrebbe tradotto nel senso di una vita da zingari (si pensava che venissero dalla Boemia), senza soldi, vivendo di espedienti; non nelle roulottes ma nelle soffitte, dove si pagava poco di affitto. La vita dei giovani artisti in cerca di fortuna, insomma: si arrivava in città senza un soldo, o quasi; ma arrivare nelle grandi città era d’obbligo per farsi conoscere. E’una situazione che Puccini ha davvero vissuto, appena arrivato a Milano; con lui nella soffitta viveva Pietro Mascagni, entrambi frequentavano il Conservatorio, Puccini aveva come finanziamento solo una borsa di studio. Questa situazione, la vita nelle soffitte e nelle case di ringhiera, è stata comune fino a tutti gli anni ’50, molti di quegli artisti sono ancora qui con noi e ricordano molto volentieri quegli anni. Oggi sarebbe impossibile: i milanesi non sono più quelli, per una stanza in affitto (una sola stanza) chiedono anche 500 euro al mese.
Il film di Bolchi riporta un episodio molto noto, in apertura della seconda puntata: la discussione di Puccini con Leoncavallo riguardo alla Bohème. I due musicisti, quasi coetanei, avevano infatti cominciato nello stesso momento a mettere in musica il romanzo di Murger; pare che l’idea fosse venuta per prima a Ruggiero Leoncavallo, e che davanti alle proteste del rivale (i due non si amavano molto, e Puccini lo chiamava “Leonbestia”) abbia risposto proprio così: “ognuno si faccia la sua Bohème, e poi deciderà il pubblico”. Entrambi erano reduci da un grande successo, Puccini con la Manon Lescaut e Leoncavallo con I Pagliacci. La Bohéme di Leoncavallo oggi è quasi dimenticata; l’ho ascoltata una volta e non è affatto male. Nell’opera di Leoncavallo, il protagonista è Marcello, il pittore, e non Rodolfo.
Nella scena successiva vediamo gli scrittori Illica e Giacosa mentre arrivano a Torre del Lago per lavorare con Puccini alla Bohème. Puccini si è fatto costruire una bella villa vicino a casa sua, sul lago di Massaciuccoli vicino a Viareggio, e i due librettisti saranni suoi ospiti. Puccini li accoglie mentre è alle prese con i pomodori delle sue terre, e si lamenta di una macchina per la salsa poco efficiente. Illica è molto irritato con Puccini, Giacosa è molto più accomodante e fa da paciere fra i due. Il motivo dell’irritazione di Luigi Illica, tra le altre cose, è un appunto di Puccini che scrive la sua musica non sui versi scritti da lui e da Giacosa, ma con cose del tipo “topi tramanti sogliole / sego bilance pargoli / son figli dell’amor; / e chi le vuole / queste popòle / mandi telegrammi / di quattordici parole”. Anche questo è un episodio famoso, direi molto divertente.
Giacosa, meno nervoso di Illica, mette pace fra i due e sembra perfino divertito; prima però Puccini si era lamentato “codesti versi sdruccioli io non riesco a musicarli” e Illica gli aveva spiegato che non erano affatto sdruccioli, bensì piani. Per spiegare la differenza fa questo esempio: “stupido è sdrucciolo, cretino è piano”. Però poi tutto si appiana, i tre lavorano insieme e il risultato finale sarà un grande successo.
Elvira, che è già molto gelosa di natura, si sente esclusa; non è una musicista, e poi Puccini la lascia spesso da sola, quando non è al pianoforte va a caccia e poi la sera si diverte con gli amici di Torre del Lago, un club battezzato da lui col nome “La Bohème”. Quando parte per Torino per la prima di Bohème ci va da solo, e glielo dice con franchezza. Elvira ci rimane molto male, ma deve fare buon viso a cattivo gioco.
A Torino ci sono Toscanini (molto giovane) e Giulio Ricordi, che sta seguendo anche la prima del Falstaff di Verdi, a Milano. Durante le prove Puccini conosce una bella corista di nome Gianna (Paola Quattrini) e va a passeggio con lei al Valentino. Il cappotto di Puccini è stato rifatto identico a quello di una delle sue foto più famose, idem per il cappello; e Lionello appare molto somigliante al vero Puccini. L’interpretazione di Paola Quattrini, che vedremo anche nella puntata successiva, è molto piacevole.
Non so dire se Gianna sia un personaggio reale, non mi sono mai interessato molto a queste cose ed è già un’impresa ricordarsi la successione esatta delle opere di Puccini, figuriamoci i pettegolezzi e la sua vita privata. Si sa per certo che a Puccini le donne piacevano molto, e che si prese molte distrazioni; la situazione finale, a quello che se ne sa oggi, è che Puccini ebbe quattro figli: la prima, Fosca, è figlia di Elvira e del Gemignani, ma viene cresciuta da Puccini come se fosse sua figlia e Puccini sarà un ottimo nonno per la figlia di Fosca, che da lui verrà soprannominata Biki (Bicchi, biricchina) e che con questo soprannome diventerà una famosa sarta milanese. Antonio Puccini è invece l’unico figlio di Elvira e di Giacomo. (qui sotto, Giacomo Puccini con Biki da bambina).
Puccini ha avuto un’altra figlia fuori dal matrimonio, Simonetta, riconosciuta molti anni dopo la sua morte. Un altro figlio, sempre di nome Antonio, Puccini lo ha avuto da Giulia Manfredi: la scoperta è recente, e la questione dell’eredità è ancora aperta. Ma delle vicende di Puccini con Giulia Manfredi e con sua cugina Doria si sarà costretti a parlare nella quarta puntata: dico “costretti” perché si tratta di un argomento molto triste, una tragedia che finirà per influire molto sulla vita del musicista.
Tutta la seconda puntata è dedicata alla Bohème; in una sequenza si vede il manoscritto autentico di Puccini, dove Puccini ha disegnato un teschio in corrispondenza del finale. Ampio spazio è dedicato alla rappresentazione di Palermo, penso che il teatro che si vede sia proprio l’originale, compreso il sipario.
Negli inserti in teatro, il tenore Gianni Raimondi canta “Che gelida manina”, il finale dell’opera vede in scena Katia Ricciarelli, Giacomo Aragall, Giovanni De Angelis, Giancarlo Luccardi, Gabriella Ravazzi e Tito Turtura, con l’orchestra Rai di Milano, direttori Giacomo Zani e Ferdinando Mainardi. La regia delle opere, tutte messe in scena molto bene cercando di riprodurre con la maggior esattezza le prime rappresentazioni, è di Beppe De Tomasi.
(continua)
venerdì 19 ottobre 2012
giovedì 18 ottobre 2012
Puccini 1973 ( I )
Puccini (1973) Regia di Sandro Bolchi. Sceneggiatura di Dante Guardamagna. Consulenza di Mario Labroca ed Enzo Siciliano. Scene e costumi di Ezio Frigerio. Regia delle opere liriche: Beppe De Tomasi. Girato quasi interamente nei luoghi originali. Cinque puntate di 65 minuti circa ciascuna.
Interpreti principali: Alberto Lionello (Puccini), Ilaria Occhini (Elvira, moglie di Puccini), Tino Carraro (Giulio Ricordi), Vincenzo De Toma (Luigi Illica), Mario Maranzana (Giacosa)
Interpreti della prima puntata: Alberto Lionello (Puccini), Tino Carraro (Giulio Ricordi), Ruggero De Daninos (avvocato Rota), Fausto Tommei (l’impresario Lanari), Franco Monaldi e Mario Marchetti (due azionisti della Ricordi), Roberto Pistone (Prandino), Gianni Oliveri (un amico), Luciano Melani (Alfredo Catalani), Claudio Cassinelli (il critico Depanis), Vincenzo De Toma (Luigi Illica), Ilaria Occhini (Elvira), Roberto Brivio (un cantastorie milanese), Mario Maranzana (Giacosa), Armando Benetti (un fattorino della Ricordi), Antonio Guidi (Beppe, fratello di Elvira), Violetta Rizzo (Fosca da bambina), Alberto Lamberti (Antonio da bambino), Ettore Conti (Marco Praga), Piero Bellugi (il direttore d’orchestra Tomè).
Cantanti: Plàcido Domingo, Marcella Reale, Franco Tagliavini. Orchestra Rai di Milano, direttore Piero Bellugi.
Il film di Carmine Gallone, girato nel 1953 e con protagonista Gabriele Ferzetti, partiva proprio dal principio: Giacomo Puccini, giovanissimo, è a Milano da solo e sta aspettando l’esito di un concorso; nessuna delle sue opere è ancora andata in scena. Elvira è ancora a Lucca, arriverà dopo, li vediamo ancora intenti a programmare la fuga (Elvira era sposata, anche se nel film di Gallone se non viene detto).
Il film per la tv del 1973, scritto da Dante Guardamagna e diretto da Sandro Bolchi, comincia molto tempo dopo, nel 1887; Elvira e Giacomo non solo stanno insieme come marito e moglie, ma hanno già un bambino sui sette anni, Antonio. Un’opera di Puccini è già andata in scena, con scarso successo: “Le Villi” (1884), ed è quasi pronto “Edgar” (1889, composto fra il 1884 e il 1888). “Le Villi” aveva però destato l’interesse di Giulio Ricordi, grande editore milanese, che si affezionò molto al giovane Puccini e lo sostenne durante i lunghi anni in cui non era prevedibile il grande successo che sarebbe venuto.
L’inizio vero e proprio di ogni puntata, sui titoli di testa, è molto bello: una panoramica di Torre del Lago, sulla musica del coro “a bocca chiusa” dalla Madama Butterfly. Nella prima sequenza, vediamo Puccini camminare sotto i portici della Scala, e poi soffermarsi davanti alla locandina dell’Otello di Verdi, novità assoluta dell’anziano maestro (Verdi era nato nel 1813) e grandissimo successo. La data è ben visibile sulla locandina: 5 febbraio 1887. Una curiosità, per noi cresciuti nella seconda metà del Novecento, è che nella locandina si vede bene che all’opera di Verdi è abbinato un balletto, intitolato “Rolla” (non di Verdi); così si usava, un’opera intera era considerata troppo corta. Anche i programmi dei concerti tenuti da Beethoven, a inizio ‘800, visti da oggi fanno impressione, come minimo quattro o cinque ore.
La scena successiva è nella sala riunioni della Ricordi, un consiglio d’amministrazione. Gli azionisti di Casa Ricordi rimproverano a Giulio Ricordi le spese sostenute per Puccini, ormai consistenti; il padrone di casa conferma tutto l’appoggio al giovane musicista, e ribadisce che le spese per Puccini sono tutte sue personali, non peseranno sull’azienda. Giulio Ricordi crede molto in Puccini, e invita gli azionisti a fidarsi della sua competenza minacciando in caso contrario di lasciare l’azienda. Ovviamente, tutti finiscono con l’adeguarsi.
Il sostegno di Giulio Ricordi al giovane Puccini è un fatto storico vero, così come ben documentati sono tutti i dialoghi, spesso tratti da lettere e documenti ben conosciuti. Il lavoro fatto dallo scrittore Dante Guardamagna è di quelli esemplari, una sceneggiatura che andrebbe portata come esempio in tutte le scuole di cinema; purtroppo questo lavoro da certosino, di grande pazienza e grande raffinatezza, non si fa quasi più. Anche per questo la maggior parte degli sceneggiati tv e dei film più in generale sono molto spesso sciatti e deludenti, uno spreco di soldi e di risorse. Guardando questa scena, oltre alla bravura di tutti gli attori, bisogna oltretutto ricordare che Puccini era ormai prossimo ai trent’anni, essendo nato nel 1858: il timore degli azionisti era quindi più che fondato.
In questa scena vediamo, nei panni di Giulio Ricordi, uno dei più grandi attori italiani del Novecento, Tino Carraro: un’interpretazione splendida, senza eccessi, da grandissimo attore. Carraro è stato attivo soprattutto in teatro, e soprattutto al Piccolo Teatro di Giorgio Strehler, con interpretazioni straordinarie come Re Lear e come Prospero da “La Tempesta”, sempre di Shakespeare, o come Mackie Messer da “L’opera da tre soldi” di Brecht, o come protagonista di “El nost Milàn” di Bertolazzi. Insieme a Tino Carraro – Giulio Ricordi vediamo agire l’avvocato Rota, interpretato da Ruggero De Daninos (che tornerà più avanti, nella terza puntata) che è il legale di Casa Ricordi, e un Lanari che è probabilmente figlio di un personaggio ben conosciuto agli storici del teatro, l’impresario Alessandro Lanari che fu una presenza importante per tutto l’Ottocento. L’attore che interpreta Lanari si chiama Fausto Tommei ed è molto bravo, come tutti; devo dire che riascoltare il vero accento milanese, in questo periodo, è una cosa che mi ha fatto molto piacere. Il milanese oggi non lo parla più nessuno, chi prova a parlarlo lo storpia e lo rovina; ascoltare Tino Carraro che dialoga con Tommei è davvero piacevole.
Elvira Bonturi in Gemignani è il nome completo della signora Puccini: dal marito signor Gemignani ebbe una figlia, Fosca. Quando Elvira e Giacomo Puccini lasciano Lucca, portano con loro la bambina, che verrà cresciuta da Puccini come se fosse sua figlia. Elvira e Giacomo avranno poi un figlio insieme, Antonio. Nel film di Gallone non si fa la minima menzione di Fosca, qui invece la vediamo bambina, e la ritroveremo poi nel finale, nell’ultima puntata: si era sposata e faceva vita per conto suo, sua figlia Biki diventerà una famosa sarta milanese.
Alberto Lionello è molto bravo nel rendere il carattere di Puccini, o quantomeno nel creare un personaggio credibile; somiglia al vero Puccini molto più di Ferzetti, che forse ne avrebbe reso meglio il lato duro e antipatico (ma Gallone non glielo aveva chiesto), ma si tratta comunque di due ottimi attori, difficile trovare di meglio. Ilaria Occhini, interprete di Elvira, è molto bella e somiglia molto all’Elvira del film di Gallone (Marta Toren), ma rispetto alla svedese è capace di sguardi durissimi, da Medusa, che più si addicono al suo personaggio. I due resteranno insieme tutta la vita, pur fra molti litigi e molti alti e bassi; Puccini sposerà Elvira quando rimarrà ufficialmente vedova, dopo la morte del Gemignani. I dissapori nascono anche dal fatto che Elvira era una donna di provincia, moglie di un “droghiere di Lucca”, non abituata al mondo della borghesia milanese e forse anche poco adatta a quel mondo (il che va probabilmente a suo merito). Lei e Puccini vivono come marito e moglie, e nessuno ci fa caso più di tanto, a Milano: invece a Lucca dicono che lei è fuggita con l’amante. Siamo nel 1880, la loro convivenza fuori dal matrimonio non era una cosa così scontata.
L’appoggio di Giulio Ricordi a Puccini è sbeffeggiato da una vignetta umoristica su un giornale, e viene commentato al bar dagli intellettuali milanesi, con molta ironia e anche peggio. Tra i peggiori commenti su Puccini e la sua musica c’è quello di Alfredo Catalani, anche lui lucchese e quasi coetaneo (maggiore di quattro anni), ma già autore di successo. L’attore che lo interpreta si chiama Luciano Melani, l’opera che renderà davvero famoso Catalani arriverà nel 1892, “La Wally”.
Intanto Giulio Ricordi si sta dando da fare per Puccini, e ha contattato uno dei più importanti scrittori di quegli anni, il torinese Giuseppe Giacosa (1847-1906). Davanti a Giacosa, Giulio Ricordi suona di persona al pianoforte l’Edgar di Puccini. Ricordi è molto insoddisfatto del librettista Ferdinando Fontana che ha scritto Le Villi e l’Edgar; dice che lo aveva scelto lui e che ne è pentito, e che Puccini ha accettato solo per timidezza e per non contraddirlo. Ricordi propone a Giacosa di scrivere un libretto d’opera; ma Giacosa è perplesso, è un autore di grande successo e guadagna già bene col teatro di prosa e con gli articoli per i giornali. “La partita a scacchi” è piaciuto molto a Ricordi, Giacosa sta scrivendo un testo per Sarah Bernhardt a Parigi. Ricordi gli offre cinque volte la cifra che guadagna scrivendo per i giornali.
Stanno aspettando Puccini, ma Puccini fa sapere che non verrà, un mal di denti che somiglia molto a una scusa. Giacosa ha comunque accettato, dice che sta pensando a un dramma russo, probabilmente Fedora che verrà però musicato da Umberto Giordano molti anni dopo.
Dopo questa scena d’interni, vediamo Elvira camminare per le vie di Milano, ricostruita com’era nell’800; quarant’anni fa era ancora possibile trovare ambienti rimasti quasi intatti. Come farà in altre occasioni nel corso di questo sceneggiato, il regista Sandro Bolchi inserisce alcune belle foto d’epoca di Milano; qui c’è anche il cantante e autore milanese Roberto Brivio, che canta due canzoni milanesi molto famose; nella prima scena, incrocia Elvira e le dà molto più di un’occhiata; nella seconda scena è di fianco a un arrotino, “el mulitta” e canta “e la gira la röda la gira...”. Elvira sta andando a casa, dove c’è suo fratello Beppe con i due bambini, Fosca e Antonio.
Al minuto 30 ecco finalmente Puccini, che cerca lo scrittore Marco Praga e vorrebbe da lui un libretto. Marco Praga, interpretato da Ettore Conti, era figlio dello “scapigliato” Emilio Praga (che aveva scritto libretti d’opera per Ponchielli) ed era più giovane di quattro anni rispetto a Puccini, ma era già un autore di grande successo nel teatro di prosa, il titolo qui citato è “La donna ideale” con Eleonora Duse. Marco Praga dice che non ha mai scritto in versi per rispetto verso suo padre, e poi dice a Puccini che se ha bisogno di soldi è disposto a dargliene, una risposta che a Puccini ovviamente non piace molto. Siamo comunque ormai prossimi al successo, che verrà con Manon Lescaut. Quest’opera ebbe una nascita tormentata, era un progetto di Leoncavallo, esisteva già l’opera omonima di Massenet, ci misero mano molti librettisti compreso Giulio Ricordi, il progetto sembrava non dovesse mai andare in porto.
Manon Lescaut invece debutta a Torino nel 1893 e ha subito un enorme successo, mondiale. Giulio Ricordi ha vinto la sua scommessa, e sta avendo anche un’altra grande soddisfazione proprio in quei giorni: a Milano sono cominciate le prove di una nuova opera dell’ottantenne Giuseppe Verdi, il Falstaff.
E’ arrivato dunque il successo, ma nascono anche i primi dissapori con Elvira, che è ben conscia di essere “la moglie del droghiere di Lucca” e teme che Puccini arrivato al successo la voglia lasciare; nella sequenza che chiude la prima puntata Puccini è abbastanza duro con lei, ma noi posteri sappiamo che i due non si lasceranno mai.
I brani d’opera vedono in scena Placido Domingo, molto giovane, Marcella Reale e Franco Tagliavini; tutti dalla Manon Lescaut. Il direttore d’orchestra, che ha anche alcune battute come attore, è Piero Bellugi.
(continua)
Interpreti principali: Alberto Lionello (Puccini), Ilaria Occhini (Elvira, moglie di Puccini), Tino Carraro (Giulio Ricordi), Vincenzo De Toma (Luigi Illica), Mario Maranzana (Giacosa)
Interpreti della prima puntata: Alberto Lionello (Puccini), Tino Carraro (Giulio Ricordi), Ruggero De Daninos (avvocato Rota), Fausto Tommei (l’impresario Lanari), Franco Monaldi e Mario Marchetti (due azionisti della Ricordi), Roberto Pistone (Prandino), Gianni Oliveri (un amico), Luciano Melani (Alfredo Catalani), Claudio Cassinelli (il critico Depanis), Vincenzo De Toma (Luigi Illica), Ilaria Occhini (Elvira), Roberto Brivio (un cantastorie milanese), Mario Maranzana (Giacosa), Armando Benetti (un fattorino della Ricordi), Antonio Guidi (Beppe, fratello di Elvira), Violetta Rizzo (Fosca da bambina), Alberto Lamberti (Antonio da bambino), Ettore Conti (Marco Praga), Piero Bellugi (il direttore d’orchestra Tomè).
Cantanti: Plàcido Domingo, Marcella Reale, Franco Tagliavini. Orchestra Rai di Milano, direttore Piero Bellugi.
Il film di Carmine Gallone, girato nel 1953 e con protagonista Gabriele Ferzetti, partiva proprio dal principio: Giacomo Puccini, giovanissimo, è a Milano da solo e sta aspettando l’esito di un concorso; nessuna delle sue opere è ancora andata in scena. Elvira è ancora a Lucca, arriverà dopo, li vediamo ancora intenti a programmare la fuga (Elvira era sposata, anche se nel film di Gallone se non viene detto).
Il film per la tv del 1973, scritto da Dante Guardamagna e diretto da Sandro Bolchi, comincia molto tempo dopo, nel 1887; Elvira e Giacomo non solo stanno insieme come marito e moglie, ma hanno già un bambino sui sette anni, Antonio. Un’opera di Puccini è già andata in scena, con scarso successo: “Le Villi” (1884), ed è quasi pronto “Edgar” (1889, composto fra il 1884 e il 1888). “Le Villi” aveva però destato l’interesse di Giulio Ricordi, grande editore milanese, che si affezionò molto al giovane Puccini e lo sostenne durante i lunghi anni in cui non era prevedibile il grande successo che sarebbe venuto.
L’inizio vero e proprio di ogni puntata, sui titoli di testa, è molto bello: una panoramica di Torre del Lago, sulla musica del coro “a bocca chiusa” dalla Madama Butterfly. Nella prima sequenza, vediamo Puccini camminare sotto i portici della Scala, e poi soffermarsi davanti alla locandina dell’Otello di Verdi, novità assoluta dell’anziano maestro (Verdi era nato nel 1813) e grandissimo successo. La data è ben visibile sulla locandina: 5 febbraio 1887. Una curiosità, per noi cresciuti nella seconda metà del Novecento, è che nella locandina si vede bene che all’opera di Verdi è abbinato un balletto, intitolato “Rolla” (non di Verdi); così si usava, un’opera intera era considerata troppo corta. Anche i programmi dei concerti tenuti da Beethoven, a inizio ‘800, visti da oggi fanno impressione, come minimo quattro o cinque ore.
La scena successiva è nella sala riunioni della Ricordi, un consiglio d’amministrazione. Gli azionisti di Casa Ricordi rimproverano a Giulio Ricordi le spese sostenute per Puccini, ormai consistenti; il padrone di casa conferma tutto l’appoggio al giovane musicista, e ribadisce che le spese per Puccini sono tutte sue personali, non peseranno sull’azienda. Giulio Ricordi crede molto in Puccini, e invita gli azionisti a fidarsi della sua competenza minacciando in caso contrario di lasciare l’azienda. Ovviamente, tutti finiscono con l’adeguarsi.
Il sostegno di Giulio Ricordi al giovane Puccini è un fatto storico vero, così come ben documentati sono tutti i dialoghi, spesso tratti da lettere e documenti ben conosciuti. Il lavoro fatto dallo scrittore Dante Guardamagna è di quelli esemplari, una sceneggiatura che andrebbe portata come esempio in tutte le scuole di cinema; purtroppo questo lavoro da certosino, di grande pazienza e grande raffinatezza, non si fa quasi più. Anche per questo la maggior parte degli sceneggiati tv e dei film più in generale sono molto spesso sciatti e deludenti, uno spreco di soldi e di risorse. Guardando questa scena, oltre alla bravura di tutti gli attori, bisogna oltretutto ricordare che Puccini era ormai prossimo ai trent’anni, essendo nato nel 1858: il timore degli azionisti era quindi più che fondato.
In questa scena vediamo, nei panni di Giulio Ricordi, uno dei più grandi attori italiani del Novecento, Tino Carraro: un’interpretazione splendida, senza eccessi, da grandissimo attore. Carraro è stato attivo soprattutto in teatro, e soprattutto al Piccolo Teatro di Giorgio Strehler, con interpretazioni straordinarie come Re Lear e come Prospero da “La Tempesta”, sempre di Shakespeare, o come Mackie Messer da “L’opera da tre soldi” di Brecht, o come protagonista di “El nost Milàn” di Bertolazzi. Insieme a Tino Carraro – Giulio Ricordi vediamo agire l’avvocato Rota, interpretato da Ruggero De Daninos (che tornerà più avanti, nella terza puntata) che è il legale di Casa Ricordi, e un Lanari che è probabilmente figlio di un personaggio ben conosciuto agli storici del teatro, l’impresario Alessandro Lanari che fu una presenza importante per tutto l’Ottocento. L’attore che interpreta Lanari si chiama Fausto Tommei ed è molto bravo, come tutti; devo dire che riascoltare il vero accento milanese, in questo periodo, è una cosa che mi ha fatto molto piacere. Il milanese oggi non lo parla più nessuno, chi prova a parlarlo lo storpia e lo rovina; ascoltare Tino Carraro che dialoga con Tommei è davvero piacevole.
Elvira Bonturi in Gemignani è il nome completo della signora Puccini: dal marito signor Gemignani ebbe una figlia, Fosca. Quando Elvira e Giacomo Puccini lasciano Lucca, portano con loro la bambina, che verrà cresciuta da Puccini come se fosse sua figlia. Elvira e Giacomo avranno poi un figlio insieme, Antonio. Nel film di Gallone non si fa la minima menzione di Fosca, qui invece la vediamo bambina, e la ritroveremo poi nel finale, nell’ultima puntata: si era sposata e faceva vita per conto suo, sua figlia Biki diventerà una famosa sarta milanese.
Alberto Lionello è molto bravo nel rendere il carattere di Puccini, o quantomeno nel creare un personaggio credibile; somiglia al vero Puccini molto più di Ferzetti, che forse ne avrebbe reso meglio il lato duro e antipatico (ma Gallone non glielo aveva chiesto), ma si tratta comunque di due ottimi attori, difficile trovare di meglio. Ilaria Occhini, interprete di Elvira, è molto bella e somiglia molto all’Elvira del film di Gallone (Marta Toren), ma rispetto alla svedese è capace di sguardi durissimi, da Medusa, che più si addicono al suo personaggio. I due resteranno insieme tutta la vita, pur fra molti litigi e molti alti e bassi; Puccini sposerà Elvira quando rimarrà ufficialmente vedova, dopo la morte del Gemignani. I dissapori nascono anche dal fatto che Elvira era una donna di provincia, moglie di un “droghiere di Lucca”, non abituata al mondo della borghesia milanese e forse anche poco adatta a quel mondo (il che va probabilmente a suo merito). Lei e Puccini vivono come marito e moglie, e nessuno ci fa caso più di tanto, a Milano: invece a Lucca dicono che lei è fuggita con l’amante. Siamo nel 1880, la loro convivenza fuori dal matrimonio non era una cosa così scontata.
L’appoggio di Giulio Ricordi a Puccini è sbeffeggiato da una vignetta umoristica su un giornale, e viene commentato al bar dagli intellettuali milanesi, con molta ironia e anche peggio. Tra i peggiori commenti su Puccini e la sua musica c’è quello di Alfredo Catalani, anche lui lucchese e quasi coetaneo (maggiore di quattro anni), ma già autore di successo. L’attore che lo interpreta si chiama Luciano Melani, l’opera che renderà davvero famoso Catalani arriverà nel 1892, “La Wally”.
Intanto Giulio Ricordi si sta dando da fare per Puccini, e ha contattato uno dei più importanti scrittori di quegli anni, il torinese Giuseppe Giacosa (1847-1906). Davanti a Giacosa, Giulio Ricordi suona di persona al pianoforte l’Edgar di Puccini. Ricordi è molto insoddisfatto del librettista Ferdinando Fontana che ha scritto Le Villi e l’Edgar; dice che lo aveva scelto lui e che ne è pentito, e che Puccini ha accettato solo per timidezza e per non contraddirlo. Ricordi propone a Giacosa di scrivere un libretto d’opera; ma Giacosa è perplesso, è un autore di grande successo e guadagna già bene col teatro di prosa e con gli articoli per i giornali. “La partita a scacchi” è piaciuto molto a Ricordi, Giacosa sta scrivendo un testo per Sarah Bernhardt a Parigi. Ricordi gli offre cinque volte la cifra che guadagna scrivendo per i giornali.
Stanno aspettando Puccini, ma Puccini fa sapere che non verrà, un mal di denti che somiglia molto a una scusa. Giacosa ha comunque accettato, dice che sta pensando a un dramma russo, probabilmente Fedora che verrà però musicato da Umberto Giordano molti anni dopo.
Dopo questa scena d’interni, vediamo Elvira camminare per le vie di Milano, ricostruita com’era nell’800; quarant’anni fa era ancora possibile trovare ambienti rimasti quasi intatti. Come farà in altre occasioni nel corso di questo sceneggiato, il regista Sandro Bolchi inserisce alcune belle foto d’epoca di Milano; qui c’è anche il cantante e autore milanese Roberto Brivio, che canta due canzoni milanesi molto famose; nella prima scena, incrocia Elvira e le dà molto più di un’occhiata; nella seconda scena è di fianco a un arrotino, “el mulitta” e canta “e la gira la röda la gira...”. Elvira sta andando a casa, dove c’è suo fratello Beppe con i due bambini, Fosca e Antonio.
Al minuto 30 ecco finalmente Puccini, che cerca lo scrittore Marco Praga e vorrebbe da lui un libretto. Marco Praga, interpretato da Ettore Conti, era figlio dello “scapigliato” Emilio Praga (che aveva scritto libretti d’opera per Ponchielli) ed era più giovane di quattro anni rispetto a Puccini, ma era già un autore di grande successo nel teatro di prosa, il titolo qui citato è “La donna ideale” con Eleonora Duse. Marco Praga dice che non ha mai scritto in versi per rispetto verso suo padre, e poi dice a Puccini che se ha bisogno di soldi è disposto a dargliene, una risposta che a Puccini ovviamente non piace molto. Siamo comunque ormai prossimi al successo, che verrà con Manon Lescaut. Quest’opera ebbe una nascita tormentata, era un progetto di Leoncavallo, esisteva già l’opera omonima di Massenet, ci misero mano molti librettisti compreso Giulio Ricordi, il progetto sembrava non dovesse mai andare in porto.
Manon Lescaut invece debutta a Torino nel 1893 e ha subito un enorme successo, mondiale. Giulio Ricordi ha vinto la sua scommessa, e sta avendo anche un’altra grande soddisfazione proprio in quei giorni: a Milano sono cominciate le prove di una nuova opera dell’ottantenne Giuseppe Verdi, il Falstaff.
E’ arrivato dunque il successo, ma nascono anche i primi dissapori con Elvira, che è ben conscia di essere “la moglie del droghiere di Lucca” e teme che Puccini arrivato al successo la voglia lasciare; nella sequenza che chiude la prima puntata Puccini è abbastanza duro con lei, ma noi posteri sappiamo che i due non si lasceranno mai.
I brani d’opera vedono in scena Placido Domingo, molto giovane, Marcella Reale e Franco Tagliavini; tutti dalla Manon Lescaut. Il direttore d’orchestra, che ha anche alcune battute come attore, è Piero Bellugi.
(continua)
sabato 13 ottobre 2012
Puccini 1953 (Carmine Gallone)
Puccini (1953) Regia di Carmine Gallone. Fotografia di Claude Renoir. Sceneggiatura di Leo Benvenuti, Aldo Bizzarri, Glauco Pellegrini, Carmine Gallone. Musiche di Giacomo Puccini.
Interpreti: persone realmente esistite: Gabriele Ferzetti (Giacomo Puccini), Märta Torén (Elvira Puccini, voce di Andreina Pagnani), Sergio Tofano (Giulio Ricordi), Oscar Andriani (Giuseppe Giacosa), René Clermont (Luigi Illica), Jacques Famery (Antonio Puccini), Carlo Duse (Arrigo Boito), Piero Palermini (Fontana, librettista)
personaggi dubbi o modificati: Paolo Stoppa (Giocondo), Nadia Gray (Cristina, voce di Renata Marini), Myriam Bru (Delia, voce di Dhia Cristiani), Mimo Billi (Fanelli), Alessandro Fersen (padre di Delia), Silvio Bagolini (Gianni), Mario Feliciani (Enrico), Renato Chiantoni (Filippo Tacchi - Sacchi, forse), Attilio Dottesio (Sampieri), Amalia Pellegrini (portinaia di via Solferino).
cantanti: Beniamino Gigli (per Bohème e Manon), Antonietta Stella, Rosanna Carteri, Gino Penno, Giulio Neri. Direttori d’orchestra: Fernando Previtali, Francesco Molinari Pradelli. Coordinamento musicale di Carlo Rustichelli.
Durata 1h55’
A Giacomo Puccini, stando a www.imdb.com, sono stati dedicati dieci titoli a partire dal 1953, divisi fra sceneggiati tv e il cinema vero e proprio. Un vero film per il cinema è il primo titolo, quello del 1953, regia di Carmine Gallone, protagonista Gabriele Ferzetti; molto importante è anche lo sceneggiato tv in cinque puntate girato vent’anni dopo, nel 1973, da Sandro Bolchi e Dante Guardamagna, con protagonista Alberto Lionello. Un altro sceneggiato tv su Puccini è stato prodotto da Raiuno nel 2009, con protagonista Alessio Boni; non lo ricordavo, non l’ho visto, e forse l’ho evitato di proposito: tutte le recensioni che ho trovato su internet sono terrificanti, un coro pressoché unanime del genere “volesse il Cielo che non l’avessero mai fatto”.
Puccini appare anche in un episodio di “Il giovane Indiana Jones”, serie tv del 1993, che si svolge a Firenze nel 1908 e dove Puccini è interpretato da Georges Corraface; ho visto qualche puntata, ma di questa non mi ricordo.
Puccini appare anche in “Casa Ricordi”, un altro film di Carmine Gallone girato nel 1954, ed è interpretato ancora da Gabriele Ferzetti. Un remake tv di questo famoso film, intitolato “La famiglia Ricordi” è del 1995; Puccini è interpretato da Massimo Ghini. Un altro Puccini appare in un film di Vittorio De Sica, “Il viaggio” (1974), protagonisti Richard Burton e Sofia Loren; l’attore che lo interpreta si chiama Antonio Anelli. Altri film su Puccini, sempre dall’elenco di www.imdb.com : un film tv inglese diretto da Tony Palmer nel 1984, protagonista Robert Stephens, e un film tedesco del 2008 diretto da Andreas Morell con Peter Hladik nella parte di Puccini. A questi film va aggiunto “Puccini e la fanciulla” di Paolo Benvenuti con Riccardo Moretti, del 2008, che parla di Doria Manfredi, cameriera in casa Puccini: un episodio tristissimo, una vera tragedia alla quale però Giacomo Puccini (oggi si sa con certezza) è sicuramente estraneo. Questo documentario ricostruisce la storia di quell’evento, basandosi su documenti fino ad allora inediti.
Ho rivisto di recente i due film più belli, quello del 1953 e lo sceneggiato del 1973, e direi che sono complementari l’uno all’altro; il film di Gallone è in gran parte frutto di invenzione e pochissimo affidabile riguardo alla vera vita privata del musicista, ma rimane comunque un buon film. Lo sceneggiato tv di Sandro Bolchi è invece molto bello e molto accurato, e merita un’analisi a parte.
La prima cosa da dire riguarda la durata: due ore scarse contro cinque puntate di 65 minuti. Di conseguenza, il film del 1953 è costretto a tagliare molto, e direi che i tagli sono ben fatti: ci si concentra soprattutto sulla prima parte della vita di Puccini, dagli inizi difficili fino alla prima di Madame Butterfly, e poi si fa un salto di vent’anni verso il finale, con la Turandot. Così facendo, il regista Gallone riesce a seguire un discorso narrativo comprensibile a tutti, senza ingolfare di personaggi il film, e riuscendo ugualmente a dare un ritratto preciso di Giacomo Puccini.
Va detto che il “Puccini” di Carmine Gallone è un film rivolto a tutti, non per specialisti; si mirava agli incassi, al botteghino, e quindi serviva una storia in cui tutti potessero identificarsi. Ecco dunque Puccini farfallone ed egoista, e la moglie dipinta come un angelo e una musa paziente. La verità, come è più che comprensibile, sta nel mezzo: la vera Elvira aveva un carattere tutt’altro che accomodante, i litigi e le scenate di gelosia erano all’ordine del giorno. Puccini avrebbe potuto lasciarla molte volte, e invece non si separò mai da lei. Una coppia molto comune nel mondo dello spettacolo: si pensi alle mogli di Mastroianni, di Tognazzi, di Vittorio De Sica...
Di Puccini (nato nel 1858) si diceva che erano tre le cose che gli stavano veramente a cuore: le donne, la musica, e la caccia; non necessariamente in quest’ordine, ma piuttosto in ordine variabile a seconda del momento. In più, fumava in continuazione; e il fumo fu quasi sicuramente la causa della sua malattia, un cancro alla gola che lo portò alla morte nel 1924. Quindi non si tratta sicuramente della vita di un santo; direi che il suo carattere è reso molto bene sia da Gabriele Ferzetti che da Alberto Lionello, interpreti rispettivamente del film del 1953 e di quello del 1973. Del resto, si tratta di due ottimi attori, fra i più grandi di quel periodo.
Nel film di Carmine Gallone la vera protagonista è Elvira, moglie di Puccini; molto idealizzata, presentata come musa e angelo custode, mite e paziente. La realtà pare che fosse diversa, e ci vuole poco per immaginarsi che questo ritratto sia un’invenzione poetica: basta conoscere la realtà quotidiana della vita di coppia. Da quello che si racconta pare che Elvira avesse un carattere poco accomodante, e che le sue sfuriate di gelosia fossero davvero tremende; detto questo, il film segue piuttosto fedelmente le vicende della vita della coppia Puccini, però tace e sorvola su alcuni aspetti tutt’altro che secondari. Il primo è che Elvira era sposata con un droghiere di Lucca, un commerciante facoltoso dal quale aveva avuto una figlia, Fosca. Di Fosca, che Puccini allevò come se fosse sua e che fu madre della famosa sarta Biki, nel film di Gallone non c’è la minima traccia; così come si tace sul fatto che Elvira abbia lasciato il marito per seguire Puccini a Milano. Due particolari tutt’altro che secondari, e che invece sono ben spiegati nello sceneggiato di Bolchi del 1973. In seguito, Elvira ebbe un altro figlio da Puccini, chiamato col nome di Antonio: e questo si vede nel film, con dettagli quasi sicuramente inventati (Puccini che sta suonando e non si accorge della moglie appena tornata dall’ospedale col bimbo in braccio) ma tutto sommato verosimili. Giocondo, l’amico di Puccini commerciante di prodotti toscani a Milano, è interpretato magnificamente da Paolo Stoppa: esisteva davvero? Mi permetto di dubitarne, così come si può dubitare di Cristina, soprano amante di Puccini, che probabilmente riassume diverse altre donne.
La pecca più grossa, per entrambi i film, è nella figura di Doria Manfredi, la ragazza che morì suicida a Torre del Lago: il soggetto è trattato con molta cautela in entrambi i film, ma la realtà è affiorata solo da sviluppi recenti, che non potevano essere noti né a Gallone né a Bolchi. Ne parlava dettagliatamente un articolo su Repubblica di Leonetta Bentivoglio, pubblicato il 21 ottobre 2007: in casa degli eredi della famiglia Manfredi è stata trovata una valigia con documenti, lettere, e anche una breve pellicola muta, assolutamente inedita, con Puccini in scene di vita quotidiana. Riassunta molto in breve, la verità è questa: Giacomo Puccini aveva una relazione con una cugina di Doria Manfredi, ed Elvira fece la sua terribile scenata di gelosia alla ragazza sbagliata. Doria, sconvolta dalle accuse e dagli insulti di Elvira, si suicidò; non gettandosi nel lago come si vede nel film di Gallone, ma per avvelenamento.
Nel film di Gallone molti nomi sono stati cambiati, Doria diventa Delia, il critico Filippo Tacchi è probabilmente Filippo Sacchi, anche la soprano amica di Puccini viene chiamata Cristina, un nome che andrebbe verificato; bisogna anche dire che quando fu girato il film molti dei personaggi erano ancora vivi, altri erano ben presenti nel ricordo, certe libertà non si potevano prendere e su alcune cose era meglio sorvolare. Del resto, Gallone mette subito in chiaro le sue intenzioni, e nei titoli di testa mette un cartello che dice così: «Questo film è una libera e poetica interpretazione della vita del Maestro Giacomo Puccini»
Quanto a me, devo confessare che non sono mai stato molto interessato a questi dettagli così personali nella vita di un artista. Si sa per esempio che Verdi ebbe diverse amanti, ma la cosa mi pare del tutto irrilevante ai fini della sua musica; penso invece che, per Verdi, sia stata sicuramente molto più importante la perdita quasi contemporanea della moglie e dei due figli piccoli, appena arrivato a Milano, nel periodo precedente al successo del Nabucco.
Non ho mai apprezzato nemmeno le battute sulle trame delle opere di Puccini, dove le protagoniste fanno quasi sempre una brutta fine: c’è chi ci vede molta misoginia, a me sembra invece che si tratti di puro mestiere, le eroine tragiche sono una costante a teatro e nella narrativa fin dal tempo di Medea e di Antigone.
Gli attori sono tutti molto bravi: Gabriele Ferzetti è uno dei migliori attori del cinema di quegli anni, ed era una vera star, di grande richiamo al botteghino. Sergio Tofano interpreta l’editore Giulio Ricordi, che sostenne vigorosamente Puccini agli esordi, quando ne aveva più bisogno: oltre ad essere stato un attore meraviglioso, Tofano è anche famoso per i fumetti del Signor Bonaventura; è un peccato che in questo film abbia poco spazio. Un altro grandissimo attore è Paolo Stoppa, nella parte dell’amico lucchese trapiantato a Milano; le donne sono Marta Toren (con la voce di Andreina Pagnani, altra grandissima attrice), Nadia Gray e Miriam Bru, altre star del cinema italiano di quegli anni. La direzione della fotografia è affidata a Claude Renoir, fratello del grande regista francese e figlio del grande pittore Auguste Renoir; i risultati sono splendidi, il film è magnifico nei colori e nelle immagini. La parte musicale è affidata a registrazioni che nel 1953 erano recenti, registrazioni che sono ancora in commercio, con la voce di Beniamino Gigli e di altri grandi cantanti, Antonietta Stella soprattutto; gli allestimenti in teatro sono molto ben curati e molto verosimili.
Interpreti: persone realmente esistite: Gabriele Ferzetti (Giacomo Puccini), Märta Torén (Elvira Puccini, voce di Andreina Pagnani), Sergio Tofano (Giulio Ricordi), Oscar Andriani (Giuseppe Giacosa), René Clermont (Luigi Illica), Jacques Famery (Antonio Puccini), Carlo Duse (Arrigo Boito), Piero Palermini (Fontana, librettista)
personaggi dubbi o modificati: Paolo Stoppa (Giocondo), Nadia Gray (Cristina, voce di Renata Marini), Myriam Bru (Delia, voce di Dhia Cristiani), Mimo Billi (Fanelli), Alessandro Fersen (padre di Delia), Silvio Bagolini (Gianni), Mario Feliciani (Enrico), Renato Chiantoni (Filippo Tacchi - Sacchi, forse), Attilio Dottesio (Sampieri), Amalia Pellegrini (portinaia di via Solferino).
cantanti: Beniamino Gigli (per Bohème e Manon), Antonietta Stella, Rosanna Carteri, Gino Penno, Giulio Neri. Direttori d’orchestra: Fernando Previtali, Francesco Molinari Pradelli. Coordinamento musicale di Carlo Rustichelli.
Durata 1h55’
A Giacomo Puccini, stando a www.imdb.com, sono stati dedicati dieci titoli a partire dal 1953, divisi fra sceneggiati tv e il cinema vero e proprio. Un vero film per il cinema è il primo titolo, quello del 1953, regia di Carmine Gallone, protagonista Gabriele Ferzetti; molto importante è anche lo sceneggiato tv in cinque puntate girato vent’anni dopo, nel 1973, da Sandro Bolchi e Dante Guardamagna, con protagonista Alberto Lionello. Un altro sceneggiato tv su Puccini è stato prodotto da Raiuno nel 2009, con protagonista Alessio Boni; non lo ricordavo, non l’ho visto, e forse l’ho evitato di proposito: tutte le recensioni che ho trovato su internet sono terrificanti, un coro pressoché unanime del genere “volesse il Cielo che non l’avessero mai fatto”.
Puccini appare anche in un episodio di “Il giovane Indiana Jones”, serie tv del 1993, che si svolge a Firenze nel 1908 e dove Puccini è interpretato da Georges Corraface; ho visto qualche puntata, ma di questa non mi ricordo.
Puccini appare anche in “Casa Ricordi”, un altro film di Carmine Gallone girato nel 1954, ed è interpretato ancora da Gabriele Ferzetti. Un remake tv di questo famoso film, intitolato “La famiglia Ricordi” è del 1995; Puccini è interpretato da Massimo Ghini. Un altro Puccini appare in un film di Vittorio De Sica, “Il viaggio” (1974), protagonisti Richard Burton e Sofia Loren; l’attore che lo interpreta si chiama Antonio Anelli. Altri film su Puccini, sempre dall’elenco di www.imdb.com : un film tv inglese diretto da Tony Palmer nel 1984, protagonista Robert Stephens, e un film tedesco del 2008 diretto da Andreas Morell con Peter Hladik nella parte di Puccini. A questi film va aggiunto “Puccini e la fanciulla” di Paolo Benvenuti con Riccardo Moretti, del 2008, che parla di Doria Manfredi, cameriera in casa Puccini: un episodio tristissimo, una vera tragedia alla quale però Giacomo Puccini (oggi si sa con certezza) è sicuramente estraneo. Questo documentario ricostruisce la storia di quell’evento, basandosi su documenti fino ad allora inediti.
Ho rivisto di recente i due film più belli, quello del 1953 e lo sceneggiato del 1973, e direi che sono complementari l’uno all’altro; il film di Gallone è in gran parte frutto di invenzione e pochissimo affidabile riguardo alla vera vita privata del musicista, ma rimane comunque un buon film. Lo sceneggiato tv di Sandro Bolchi è invece molto bello e molto accurato, e merita un’analisi a parte.
La prima cosa da dire riguarda la durata: due ore scarse contro cinque puntate di 65 minuti. Di conseguenza, il film del 1953 è costretto a tagliare molto, e direi che i tagli sono ben fatti: ci si concentra soprattutto sulla prima parte della vita di Puccini, dagli inizi difficili fino alla prima di Madame Butterfly, e poi si fa un salto di vent’anni verso il finale, con la Turandot. Così facendo, il regista Gallone riesce a seguire un discorso narrativo comprensibile a tutti, senza ingolfare di personaggi il film, e riuscendo ugualmente a dare un ritratto preciso di Giacomo Puccini.
Va detto che il “Puccini” di Carmine Gallone è un film rivolto a tutti, non per specialisti; si mirava agli incassi, al botteghino, e quindi serviva una storia in cui tutti potessero identificarsi. Ecco dunque Puccini farfallone ed egoista, e la moglie dipinta come un angelo e una musa paziente. La verità, come è più che comprensibile, sta nel mezzo: la vera Elvira aveva un carattere tutt’altro che accomodante, i litigi e le scenate di gelosia erano all’ordine del giorno. Puccini avrebbe potuto lasciarla molte volte, e invece non si separò mai da lei. Una coppia molto comune nel mondo dello spettacolo: si pensi alle mogli di Mastroianni, di Tognazzi, di Vittorio De Sica...
Di Puccini (nato nel 1858) si diceva che erano tre le cose che gli stavano veramente a cuore: le donne, la musica, e la caccia; non necessariamente in quest’ordine, ma piuttosto in ordine variabile a seconda del momento. In più, fumava in continuazione; e il fumo fu quasi sicuramente la causa della sua malattia, un cancro alla gola che lo portò alla morte nel 1924. Quindi non si tratta sicuramente della vita di un santo; direi che il suo carattere è reso molto bene sia da Gabriele Ferzetti che da Alberto Lionello, interpreti rispettivamente del film del 1953 e di quello del 1973. Del resto, si tratta di due ottimi attori, fra i più grandi di quel periodo.
Nel film di Carmine Gallone la vera protagonista è Elvira, moglie di Puccini; molto idealizzata, presentata come musa e angelo custode, mite e paziente. La realtà pare che fosse diversa, e ci vuole poco per immaginarsi che questo ritratto sia un’invenzione poetica: basta conoscere la realtà quotidiana della vita di coppia. Da quello che si racconta pare che Elvira avesse un carattere poco accomodante, e che le sue sfuriate di gelosia fossero davvero tremende; detto questo, il film segue piuttosto fedelmente le vicende della vita della coppia Puccini, però tace e sorvola su alcuni aspetti tutt’altro che secondari. Il primo è che Elvira era sposata con un droghiere di Lucca, un commerciante facoltoso dal quale aveva avuto una figlia, Fosca. Di Fosca, che Puccini allevò come se fosse sua e che fu madre della famosa sarta Biki, nel film di Gallone non c’è la minima traccia; così come si tace sul fatto che Elvira abbia lasciato il marito per seguire Puccini a Milano. Due particolari tutt’altro che secondari, e che invece sono ben spiegati nello sceneggiato di Bolchi del 1973. In seguito, Elvira ebbe un altro figlio da Puccini, chiamato col nome di Antonio: e questo si vede nel film, con dettagli quasi sicuramente inventati (Puccini che sta suonando e non si accorge della moglie appena tornata dall’ospedale col bimbo in braccio) ma tutto sommato verosimili. Giocondo, l’amico di Puccini commerciante di prodotti toscani a Milano, è interpretato magnificamente da Paolo Stoppa: esisteva davvero? Mi permetto di dubitarne, così come si può dubitare di Cristina, soprano amante di Puccini, che probabilmente riassume diverse altre donne.
La pecca più grossa, per entrambi i film, è nella figura di Doria Manfredi, la ragazza che morì suicida a Torre del Lago: il soggetto è trattato con molta cautela in entrambi i film, ma la realtà è affiorata solo da sviluppi recenti, che non potevano essere noti né a Gallone né a Bolchi. Ne parlava dettagliatamente un articolo su Repubblica di Leonetta Bentivoglio, pubblicato il 21 ottobre 2007: in casa degli eredi della famiglia Manfredi è stata trovata una valigia con documenti, lettere, e anche una breve pellicola muta, assolutamente inedita, con Puccini in scene di vita quotidiana. Riassunta molto in breve, la verità è questa: Giacomo Puccini aveva una relazione con una cugina di Doria Manfredi, ed Elvira fece la sua terribile scenata di gelosia alla ragazza sbagliata. Doria, sconvolta dalle accuse e dagli insulti di Elvira, si suicidò; non gettandosi nel lago come si vede nel film di Gallone, ma per avvelenamento.
Nel film di Gallone molti nomi sono stati cambiati, Doria diventa Delia, il critico Filippo Tacchi è probabilmente Filippo Sacchi, anche la soprano amica di Puccini viene chiamata Cristina, un nome che andrebbe verificato; bisogna anche dire che quando fu girato il film molti dei personaggi erano ancora vivi, altri erano ben presenti nel ricordo, certe libertà non si potevano prendere e su alcune cose era meglio sorvolare. Del resto, Gallone mette subito in chiaro le sue intenzioni, e nei titoli di testa mette un cartello che dice così: «Questo film è una libera e poetica interpretazione della vita del Maestro Giacomo Puccini»
Quanto a me, devo confessare che non sono mai stato molto interessato a questi dettagli così personali nella vita di un artista. Si sa per esempio che Verdi ebbe diverse amanti, ma la cosa mi pare del tutto irrilevante ai fini della sua musica; penso invece che, per Verdi, sia stata sicuramente molto più importante la perdita quasi contemporanea della moglie e dei due figli piccoli, appena arrivato a Milano, nel periodo precedente al successo del Nabucco.
Non ho mai apprezzato nemmeno le battute sulle trame delle opere di Puccini, dove le protagoniste fanno quasi sempre una brutta fine: c’è chi ci vede molta misoginia, a me sembra invece che si tratti di puro mestiere, le eroine tragiche sono una costante a teatro e nella narrativa fin dal tempo di Medea e di Antigone.
Gli attori sono tutti molto bravi: Gabriele Ferzetti è uno dei migliori attori del cinema di quegli anni, ed era una vera star, di grande richiamo al botteghino. Sergio Tofano interpreta l’editore Giulio Ricordi, che sostenne vigorosamente Puccini agli esordi, quando ne aveva più bisogno: oltre ad essere stato un attore meraviglioso, Tofano è anche famoso per i fumetti del Signor Bonaventura; è un peccato che in questo film abbia poco spazio. Un altro grandissimo attore è Paolo Stoppa, nella parte dell’amico lucchese trapiantato a Milano; le donne sono Marta Toren (con la voce di Andreina Pagnani, altra grandissima attrice), Nadia Gray e Miriam Bru, altre star del cinema italiano di quegli anni. La direzione della fotografia è affidata a Claude Renoir, fratello del grande regista francese e figlio del grande pittore Auguste Renoir; i risultati sono splendidi, il film è magnifico nei colori e nelle immagini. La parte musicale è affidata a registrazioni che nel 1953 erano recenti, registrazioni che sono ancora in commercio, con la voce di Beniamino Gigli e di altri grandi cantanti, Antonietta Stella soprattutto; gli allestimenti in teatro sono molto ben curati e molto verosimili.
venerdì 12 ottobre 2012
L'opera al cinema ( XIX)
E’ un’opera lirica vera e propria “Os canibais” (I cannibali) di Manoel de Oliveira, girato nel 1988. La musica è di João Paes, amico personale del regista portoghese, e rovistando su wikipedia ho scoperto che il film nasce da una scommessa fra i due amici, con Paes che dice “non saresti capace di fare un film partendo da un’opera nuova” e Oliveira che accetta la sfida, riservandosi comunque di scegliere l’argomento. E qui, dopo aver visto il film dall’inizio, posso dire che cominciano le mie perplessità: amo molto il cinema di Manoel de Oliveira, ma “Os canibais”, pur essendo un film molto ben girato e molto ben recitato, è forse il suo film che mi ha lasciato più perplesso. I motivi sono principalmente due, e si tratta proprio della musica e del soggetto dell’opera. La musica di Paes per “Os canibais” (è un musicista che non conoscevo), è fatta quasi completamente da recitativi sullo stile di molte opere del Novecento, da Malipiero fino a Britten passando per Mascagni; ma non mi è rimasto in mente nulla, e devo anzi dire che, pur essendo abituato ai film sottotitolati, ho fatto molta fatica a seguire tutto fino in fondo.
Il secondo problema è nel soggetto, che è tratto da un racconto ottocentesco di Alvaro de Carvalhal (1844-1868, morto giovanissimo per un aneurisma), non propriamente dei più felici. Siamo tra l’horror e il grottesco: in una città portoghese non identificata arriva un uomo molto ricco e molto affascinante, che fa innamorare ogni donna che lo incontra, ma che si dimostra molto schivo e riservato. Nasconde infatti un segreto, che rivelerà la prima notte di nozze con la ragazza che nonostante tutto ha voluto sposarlo, e che io mi permetto di scrivere qui perché immagino che saranno in pochi a leggere Carvalhal o a voler seguire fino in fondo “Os canibais”: quest’uomo è un automa, le uniche parti umane sono il cuore e il cervello.
Il cannibalismo a cui fa riferimento il titolo nasce da un tragico equivoco (ovviamente la storia finisce in tragedia), ma anche volendo provare a dare al tutto un significato vagamente marxista (i parenti della sposa diventano definitivamente dei cannibali quando si rendono conto che dalla tragedia si possono ottenere molti soldi), è difficile appassionarsi alla vicenda.
Insomma, l’idea era buona ma si poteva scegliere meglio; il film resta comunque da vedere, molte sequenze sono notevoli. Fra le idee buone c’è sicuramente la coppia formata dal narratore (tenore) e da un violinista giovane che appare alle sue spalle, e che rappresenta Paganini eseguendo alcune delle sue musiche più famose; i protagonisti sono interpretati da attori doppiati da cantanti, ed è un doppiaggio molto ben fatto, sembra davvero che ci siano dei cantanti davanti alla cinepresa. Per chi conosce il cinema di Oliveira è invece un’impressione strana, perché gli attori sono molto noti: Luis Miguel Cintra, Leonor Silveira e Diogo Doria appaiono in quasi tutti i film del maestro portoghese. Un po’ come se da noi qualcuno avesse girato un film d’opera con Nino Manfredi e Claudia Cardinale doppiati da cantanti d’opera veri, insomma. I nomi dei cantanti veri sono riportati nei titoli di coda, sono tutti molto bravi ma poco conosciuti.
Passando in rassegna i film girati da Ugo Tognazzi, man mano che li trovo nella programmazione televisiva, ho avuto la sorpresa di trovarmi davanti a Mario Del Monaco, in un’ottima prova di attore caratterista. Il film è “Primo amore”, anno 1978, regia di Dino Risi; Tognazzi vi interpreta la parte di un attore tra i cinquanta e i sessant’anni che si trova a passare un breve periodo in una casa di riposo per attori anziani. Si tratta di una collocazione temporanea, presto arriverà la somma cospicua che aspetta, e potrà tornare a progettare il suo futuro; ma per il momento deve scontrarsi con il militaresco e severissimo direttore della casa di riposo, che è per l’appunto Mario Del Monaco. In gran forma, viene da dire, e perfetto per la parte: i suoi “duelli” con Tognazzi sono la cosa migliore del film, che comincia bene ma poi si perde un po’ per strada, ed è un peccato. Nel cast ci sono anche Ornella Muti, molto giovane, e Caterina Boratto.
Mi sono quindi chiesto se Del Monaco abbia interpretato altri film come attore, e da una veloce ricerca su www.imdb.com ho ricavato questi titoli:
- L’uomo dal guanto grigio, 1948, regia di Camillo Mastrocinque (classificato come “crime”)
- Guai ai vinti, 1954, regia di Raffaello Matarazzo
- Schlussakkord, 1960, film tedesco con regia di Wolfgang Liebeneiner
e infine “Primo amore”, 1978, regia di Dino Risi. Sono molto più numerose le sue apparizioni come cantante. Tre di questi film non vanno dimenticati, e sono: 1) “Verdi” di Matarazzo, 1953, dove Giuseppe Verdi è Pierre Cressoy e Mario Del Monaco impersona il tenore Tamagno, primo interprete dell’Otello; 2) “Casa Ricordi” di Carmine Gallone, 1954 3) il “Puccini” tv del 1973, regia di Sandro Bolchi.
Mario Del Monaco nacque nel 1915, e morì nel 1982: “Primo amore” è dunque una delle sue ultime apparizioni in pubblico.
Scorrendo la lista degli interpreti di “Citizen Kane” di Orson Welles (1941, da noi conosciuto col titolo “Quarto potere”) ho trovato anche il nome di John McCormack; mi sono chiesto se fosse davvero il grande tenore irlandese oppure un suo omonimo, e la risposta è che si tratta proprio di lui. Nei titoli di testa il suo nome non c’è, ma nei libri è indicato che appare brevemente come “un uomo che canta alla festa per l’arrivo di Kane alla direzione dell’Inquirer”. Sono andato a controllare, ma non sono riuscito a individuare McCormack: si tratta di una festa con ballerine danzanti, c’è molta gente, non saprei dire. Welles fa un primo piano sull’uomo che conduce la danza, ma non credo che sia lui.
Sempre da www.imdb.com ho appreso che John McCormack ha un ruolo nel primo film americano a colori, “Song of my heart” del 1930, regia di Frank Borzage; sembrerebbe essere il protagonista del film, il nome del suo personaggio è Sean e con lui recitano Maureen O’Sullivan e Alice Joyce.
McCormack compare anche in “Wings of the morning” (Sangue gitano, 1937) accanto a Henry Fonda e all’attrice francese Annabella, e nel documentario “Cavalcade of Faith”, sempre del 1937. La lista degli “interpreti” di questo documentario è davvero curiosa: un papa, molti cardinali, ministri e capi di Stato incluso il buce. La spiegazione l’ho trovata su wikipedia in inglese: Mc Cormack ebbe il titolo di conte, non dalla regina d’Inghilterra ma dal papa, che era Pio XI; pare infatti che il tenore irlandese sia stato molto generoso in opere di carità. Si tratta probabilmente di un cinegiornale: accanto al papa e a John Mc Cormack c’è anche il cardinale Pacelli, che di lì a poco sarebbe diventato papa Pio XII.
Sempre in tema di attori, altre due curiosità: la madre di Sandra Bullock era una cantante d’opera; suo padre insegnava “educazione della voce“ ai cantanti d’opera (la fonte è un’intervista a L’Espresso del18.02.2010)
Il baritono inglese Thomas Allen canta la Marsigliese in “Lady Henderson presenta” di Stephen Frears, un film del 2005; mi ero chiesto chi era perché la cantava molto bene, così bella non l’avevo mai ascoltata. Il film racconta la storia vera di un teatro di vaudeville inglese negli anni ’40; è piacevole ma non memorabile, speravo in qualche bel brano di musica di cabaret ma non c’era niente di davvero bello.
(qui sotto, Sandra Bullock)
(continua)
Il secondo problema è nel soggetto, che è tratto da un racconto ottocentesco di Alvaro de Carvalhal (1844-1868, morto giovanissimo per un aneurisma), non propriamente dei più felici. Siamo tra l’horror e il grottesco: in una città portoghese non identificata arriva un uomo molto ricco e molto affascinante, che fa innamorare ogni donna che lo incontra, ma che si dimostra molto schivo e riservato. Nasconde infatti un segreto, che rivelerà la prima notte di nozze con la ragazza che nonostante tutto ha voluto sposarlo, e che io mi permetto di scrivere qui perché immagino che saranno in pochi a leggere Carvalhal o a voler seguire fino in fondo “Os canibais”: quest’uomo è un automa, le uniche parti umane sono il cuore e il cervello.
Il cannibalismo a cui fa riferimento il titolo nasce da un tragico equivoco (ovviamente la storia finisce in tragedia), ma anche volendo provare a dare al tutto un significato vagamente marxista (i parenti della sposa diventano definitivamente dei cannibali quando si rendono conto che dalla tragedia si possono ottenere molti soldi), è difficile appassionarsi alla vicenda.
Insomma, l’idea era buona ma si poteva scegliere meglio; il film resta comunque da vedere, molte sequenze sono notevoli. Fra le idee buone c’è sicuramente la coppia formata dal narratore (tenore) e da un violinista giovane che appare alle sue spalle, e che rappresenta Paganini eseguendo alcune delle sue musiche più famose; i protagonisti sono interpretati da attori doppiati da cantanti, ed è un doppiaggio molto ben fatto, sembra davvero che ci siano dei cantanti davanti alla cinepresa. Per chi conosce il cinema di Oliveira è invece un’impressione strana, perché gli attori sono molto noti: Luis Miguel Cintra, Leonor Silveira e Diogo Doria appaiono in quasi tutti i film del maestro portoghese. Un po’ come se da noi qualcuno avesse girato un film d’opera con Nino Manfredi e Claudia Cardinale doppiati da cantanti d’opera veri, insomma. I nomi dei cantanti veri sono riportati nei titoli di coda, sono tutti molto bravi ma poco conosciuti.
Passando in rassegna i film girati da Ugo Tognazzi, man mano che li trovo nella programmazione televisiva, ho avuto la sorpresa di trovarmi davanti a Mario Del Monaco, in un’ottima prova di attore caratterista. Il film è “Primo amore”, anno 1978, regia di Dino Risi; Tognazzi vi interpreta la parte di un attore tra i cinquanta e i sessant’anni che si trova a passare un breve periodo in una casa di riposo per attori anziani. Si tratta di una collocazione temporanea, presto arriverà la somma cospicua che aspetta, e potrà tornare a progettare il suo futuro; ma per il momento deve scontrarsi con il militaresco e severissimo direttore della casa di riposo, che è per l’appunto Mario Del Monaco. In gran forma, viene da dire, e perfetto per la parte: i suoi “duelli” con Tognazzi sono la cosa migliore del film, che comincia bene ma poi si perde un po’ per strada, ed è un peccato. Nel cast ci sono anche Ornella Muti, molto giovane, e Caterina Boratto.
Mi sono quindi chiesto se Del Monaco abbia interpretato altri film come attore, e da una veloce ricerca su www.imdb.com ho ricavato questi titoli:
- L’uomo dal guanto grigio, 1948, regia di Camillo Mastrocinque (classificato come “crime”)
- Guai ai vinti, 1954, regia di Raffaello Matarazzo
- Schlussakkord, 1960, film tedesco con regia di Wolfgang Liebeneiner
e infine “Primo amore”, 1978, regia di Dino Risi. Sono molto più numerose le sue apparizioni come cantante. Tre di questi film non vanno dimenticati, e sono: 1) “Verdi” di Matarazzo, 1953, dove Giuseppe Verdi è Pierre Cressoy e Mario Del Monaco impersona il tenore Tamagno, primo interprete dell’Otello; 2) “Casa Ricordi” di Carmine Gallone, 1954 3) il “Puccini” tv del 1973, regia di Sandro Bolchi.
Mario Del Monaco nacque nel 1915, e morì nel 1982: “Primo amore” è dunque una delle sue ultime apparizioni in pubblico.
Scorrendo la lista degli interpreti di “Citizen Kane” di Orson Welles (1941, da noi conosciuto col titolo “Quarto potere”) ho trovato anche il nome di John McCormack; mi sono chiesto se fosse davvero il grande tenore irlandese oppure un suo omonimo, e la risposta è che si tratta proprio di lui. Nei titoli di testa il suo nome non c’è, ma nei libri è indicato che appare brevemente come “un uomo che canta alla festa per l’arrivo di Kane alla direzione dell’Inquirer”. Sono andato a controllare, ma non sono riuscito a individuare McCormack: si tratta di una festa con ballerine danzanti, c’è molta gente, non saprei dire. Welles fa un primo piano sull’uomo che conduce la danza, ma non credo che sia lui.
Sempre da www.imdb.com ho appreso che John McCormack ha un ruolo nel primo film americano a colori, “Song of my heart” del 1930, regia di Frank Borzage; sembrerebbe essere il protagonista del film, il nome del suo personaggio è Sean e con lui recitano Maureen O’Sullivan e Alice Joyce.
McCormack compare anche in “Wings of the morning” (Sangue gitano, 1937) accanto a Henry Fonda e all’attrice francese Annabella, e nel documentario “Cavalcade of Faith”, sempre del 1937. La lista degli “interpreti” di questo documentario è davvero curiosa: un papa, molti cardinali, ministri e capi di Stato incluso il buce. La spiegazione l’ho trovata su wikipedia in inglese: Mc Cormack ebbe il titolo di conte, non dalla regina d’Inghilterra ma dal papa, che era Pio XI; pare infatti che il tenore irlandese sia stato molto generoso in opere di carità. Si tratta probabilmente di un cinegiornale: accanto al papa e a John Mc Cormack c’è anche il cardinale Pacelli, che di lì a poco sarebbe diventato papa Pio XII.
Sempre in tema di attori, altre due curiosità: la madre di Sandra Bullock era una cantante d’opera; suo padre insegnava “educazione della voce“ ai cantanti d’opera (la fonte è un’intervista a L’Espresso del18.02.2010)
Il baritono inglese Thomas Allen canta la Marsigliese in “Lady Henderson presenta” di Stephen Frears, un film del 2005; mi ero chiesto chi era perché la cantava molto bene, così bella non l’avevo mai ascoltata. Il film racconta la storia vera di un teatro di vaudeville inglese negli anni ’40; è piacevole ma non memorabile, speravo in qualche bel brano di musica di cabaret ma non c’era niente di davvero bello.
(qui sotto, Sandra Bullock)
(continua)
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