venerdì 5 febbraio 2010

32 piccoli film su Glenn Gould

32 piccoli film su Glenn Gould (Thirty two short films about Glenn Gould, 1993) - Regia di François Girard. Basato su scritti e trasmissioni radio e tv di Glenn Gould. Scritto da François Girard, Don McKellar, Nick McKinney. Consulenze di Atom Egoyan. Fotografia di Alain Dostie. Animazioni di Norman McLaren. Musiche di Bach, Beethoven, Gould, Wagner, R.Strauss, Sibelius, Schoenberg, Hindemith, Prokofiev, Scriabin, una canzone di Petula Clark . Interpreti: Colm Feore (Glenn Gould adulto); Devon Anderson, Joshua Greenblatt, Sean Ryan (Glenn Gould a 3, 8, 12 anni); Derek Keurvorst e Katya Ladan (genitori di Glenn Gould), e molti altri attori e attrici. Interviste a Yehudi Menuhin, Margaret Pacsu, Jessye Greig, Bruno Monsaingeon. Durata: 98 minuti

Glenn Gould è stato uno dei più grandi pianisti del Novecento, e su di lui esistono ore e ore di filmati e registrazioni: ma questo non è un documentario, è un vero film, ed è anche molto bello. Mi ero chiesto, quando era uscito, che senso potesse avere un film su Glenn Gould (Gould, per chi non lo sapesse, è molto più che un pianista: è una vera leggenda), dubbi che si sono dissolti alla prima visione. Non è un film facile, ma mi sento di consigliarlo anche ai semplici appassionati di cinema.
I film sono davvero 32, alcuni brevissimi altri un po’ più lunghi, con due animazioni (una è opera di Norman McLaren), interviste montate o messe in scena con attori, e alcuni veri e propri film in miniatura, con un attore (si chiama Colm Feore) che interpreta Gould ma non somiglia affatto a Gould, e anche questa è una cosa voluta: lo ricorda, questo sì, ma penso sia solo per una questione di recitazione.
Anche a prescindere da Glenn Gould, rimane la curiosità di sapere di più sul regista François Girard, canadese come il pianista, che ha girato un piccolo capolavoro. Difficile dimenticare quel cielo azzurro (Magritte?) che si vede dalla finestra, mentre l’intervistatore fa domande sull’aldilà; o i bianchi panorami canadesi, i notturni e le stanze d’albergo, e la messa in scena degli episodi. Per esempio: nel film n.16 Gould si ferma in un autogrill, punto di ritrovo dei camionisti: è un cliente abituale, la cameriera lo riconosce e lo serve al suo solito tavolino. Gould si siede, e ascolta le conversazioni come se fossero musica. Nel film n.6 siamo ad Amburgo, con molta nebbia. Da una camera d’albergo, Gould detta un telegramma al suo agente, per telefono: “sono annebbiato come il tempo”. Poi chiama una cameriera dell’albergo; la fa sedere e le fa ascoltare il suo disco con la Sonata n.15 di Beethoven. La ragazza ascolta con molta attenzione, si alza, guarda la copertina del disco, dice: “Danke schoen.”
Nel film n.9 siamo a Los Angeles, nel camerino del teatro. Gould è con le mani nel lavandino, immerse nell’acqua calda. Arriva una ragazza per chiamarlo: mancano cinque minuti all’inizio del concerto. L’ascensore non arriva, meglio andare a piedi: “Meno male che c’è lei, io non sarei mai arrivato sul palco. Mi sento come Pollicino nella foresta.”. Poco prima di alzare il sipario, incontra un anziano tecnico, che gli chiede l’autografo: “E’ per mia moglie, che ha tutti i suoi dischi.” Gould è gentilissimo, fa molte domande all’uomo, che gli spiega di essere ormai vicinissimo alla pensione; e gli dice: “Lei è fortunato, questo è il mio ultimo autografo.” L’uomo legge la dedica: «Auguri per la sua nuova vita. 10 aprile 1964, ultimo concerto di Glenn Gould.» Nel film n.13 siamo in uno studio di registrazione: i tecnici del suono fanno riascoltare a Gould quello che ha appena inciso. Di là dal vetro, i tre tecnici prendono un cappuccino e discutono di cose varie; Gould si riascolta quasi danzando. La musica è di Bach: “il Concerto Italiano”, dice uno dei tre; ma si sbaglia, è la giga dalla Suite inglese n.2.
Gould divenne famoso, giovanissimo, a metà degli anni ’50, per una sua memorabile registrazione delle “Variazioni Goldberg” di Johann Sebastian Bach; e Bach fu il suo nume tutelare. Si ritirò dai concerti a 32 anni, perché non era soddisfatto dell’acustica delle sale da concerto. Ma continuò a incidere dischi, e per smentire le voci che circolavano su di lui si fece filmare negli studi televisivi mentre suonava: lì non c’erano problemi. Nel film n. 12 c’è un’intervista con un altro musicista leggendario (ma molto meno problematico, anzi solare) il violinista Yehudi Menuhin: dice che Gould aveva molte ragioni, quando si lamentava della mancanza di perfezione delle sale da concerto, ma che “è caduto in una trappola e non sapeva più come uscirne”, perché le imperfezioni fanno parte della vita, sono la vita stessa. Gould aveva molto del compositore, più che dell’esecutore; forse per questo cercava la perfezione. Menuhin racconta anche di Gould che aveva paura di tutto, portava i guanti anche d’estate e non amava il contatto con il prossimo, ma passava giornate intere nella natura ostile del suo Canada, ed era felice quando andava in un villaggio di pescatori per stare in mezzo a loro.
Un dettaglio che mi ha sempre colpito, e che Girard ha riportato (una piccola finezza) è che i pianoforti di Gould sono sempre pieni di ditate, molto usati. Se ci fate caso, i pianoforti da concerto sono sempre tirati a nuovo; ma per Gould – che pure era un perfezionista – non è così. Nel film sono citati anche molti degli aneddoti che fecero di Gould un personaggio memorabile: i mezzi guanti e il cappotto anche d’estate, le telefonate di 18 ore, la sua ricerca della solitudine. Eppure, le persone che gli stavano vicine gli volevano bene: l’amica del cuore Margaret Pacsu (una donna molto bella), la cugina Jessie, l’accordatore, il segretario, la cameriera, l’autista, tutti sorridono e ammettono che sì, il caro Glenn gli manca molto. Tutti quelli che hanno saputo ascoltare Glenn l’hanno amato; gli altri hanno diffidato di lui. E, se volete i pettegolezzi, dovrete rivolgervi altrove.
E’ un film a mosaico, tante piccole tessere che fanno un quadro intero. Ecco i piccoli film riassunti uno per uno, meglio di così non saprei fare:
1) pianura coperta di neve, con Gould che avanza verso di noi, in controluce.
Bach, Variazioni Goldberg.
2) Lago Simcoe, casa di Gould presso Toronto; Gould bambino che impara a suonare con la madre, poi da ragazzo. Wagner, Tristano.
3) Gould adulto, seduto su una sedia. 45 secondi di Bach: invenzioni a due e tre parti.
4) Intervista con Bruno Monsaingeon: racconta il suo primo incontro con Gould. C’erano 30°C ma Gould portava guanti e cappotto. La prima impressione è quella di avere a che fare con un barbone, un tipo bizzarro; ma dura pochissimo: Gould è simpatico, gradevole, sempre intelligente e molto spontaneo. Va da lui in albergo, e si ferma 18 ore a parlare.
5) Gould incontra Gould: una delle sue autointerviste alla radio canadese. Si parla del suo ritiro a 32 anni, se hanno ancora un senso le sale da concerto nell’epoca della riproducibilità dell’arte (dureranno fino al 2000 poi basta, dice Gould a Gould), del rapporto fra il pubblico e l’artista.
6) Ad Amburgo, con molta nebbia. Da una camera d’albergo, Gould detta un telegramma al suo agente, per telefono: “sono annebbiato come il tempo”. Vuole annullare i suoi concerti. Poi chiama una cameriera dell’albergo; le fa ascoltare il suo lp con la Sonata n.15 di Beethoven. La ragazza ascolta con attenzione, si alza, guarda la copertina del disco, dice: “Danke schoen.”
7) Colonna sonora portata in primo piano, come in "Fantasia" di Walt Disney: Beethoven, “32 variazioni in do minore”.
8) Una camera d’albergo. Musica: Beethoven, la Tempesta. Considerazioni di Gould sulle camere d’albergo, e sui pianoforti incontrati durante la tournée: “Alcuni erano così orrendi che ho deciso di non farci caso. Mi ci è voluta una specie di trascendenza mistica. E chissà il pubblico a cosa avrà fatto ricorso.”
9) Los Angeles, camera d’albergo. Gould con le mani nel lavandino, immerse nell’acqua calda. Arriva una ragazza per chiamarlo: mancano cinque minuti all’inizio del concerto. L’ascensore non arriva, meglio andare a piedi: “Meno male che c’è lei, io non sarei mai arrivato sul palco. Mi sento come Pollicino nella foresta.”. Incontra un anziano tecnico, che gli chiede l’autografo: “E’ per mia moglie, che ha tutti i suoi dischi.” Gould è gentilissimo, fa molte domande all’uomo, che gli spiega di essere ormai vicinissimo alla pensione; e gli dice: “Lei è fortunato, questo è il mio ultimo autografo.” L’uomo legge la dedica: « Auguri per la sua nuova vita.10 aprile 1964, ultimo concerto di Glenn Gould.»

10) Dettagli dell’interno del pianoforte, quello preferito di Gould: martelletti, corde. Musica di Bach, "il clavicembalo ben temperato".
11) Inservienti mettono via il piano di Los Angeles, sul palco.
12) Intervista a Yehudi Menuhin: dice che Gould aveva molte ragioni, quando si lamentava della mancanza di perfezione delle sale da concerto, ma che “è caduto in una trappola e non sapeva più come uscirne”, perché le imperfezioni fanno parte della vita, sono la vita stessa. Ma Gould aveva molto del compositore, più che dell’esecutore; forse per questo cercava la perfezione. Menuhin racconta anche di Gould che aveva paura di tutto e non voleva farsi toccare, eppure viveva nella natura ostile del suo Canada, ed era felice quando andava in un villaggio di pescatori per stare un po’ in mezzo a loro.
13) Uno studio di registrazione: i tecnici del suono fanno riascoltare a Gould quello che ha appena inciso. Di là dal vetro, i tre tecnici prendono un cappuccino e discutono di cose varie; Gould si riascolta quasi danzando. La musica è di Bach: “il Concerto Italiano”, dice uno dei tre; ma si sbaglia, è la giga dalla Suite inglese n.2.
14) Un quartetto d’archi, con Bruno Monsaingeon, esegue una composizione di Glenn Gould: “Opus 1”.
15) Interviste incrociate a persone che hanno lavorato con Gould o che lo hanno molto frequentato: la sua cameriera, giovane, racconta che le precedenti cameriere (più anziane) temevano che Gould avesse qualche perversione sessuale, ma che lei si è sempre trovata bene perché Gould era sì un po’ strano, ma sempre molto gentile. I giornalisti raccontano delle interviste che dovevano fare per telefono; amici e amiche raccontano delle sue telefonate lunghissime, durante le quali cantava un’opera per intero (un’opera in un atto su Krenek, scritta da lui medesimo), e durante le quali ci si poteva perfino addormentare senza pericolo che Gould che se ne accorgesse. Ma tutti concordano: era un po’ strano, ma gli si perdonava tutto. Musica: Richard Strauss, Sonata op.5.
16) Ad un autogrill dove si fermano i camionisti, e dove Gould è ospite abituale. Gould si siede al suo tavolino, e ascolta le voci e i racconti come se fossero musica. (una canzone di Petula Clark al juke box).
17) Radio canadese, 1967: Glenn Gould mixa le voci di “L’idea del Nord” , un suo documentario radiofonico, come se fosse musica. Le voci si sovrappongono, non si capisce cosa raccontino, ma tutto è molto musicale e alla fine l’idea del Nord esce per davvero.
18) Solitudine. Neve, lago gelato; in una autointervista, Gould parla dei suoi programmi radiofonici, che – dice – sono tutti sulla solitudine, perché la radio è un’esperienza solitaria. “Per ogni ora che si spende con gli altri esseri umani, è necessario passare un po’ di tempo in solitudine”. Musica: Sibelius, sonatina n.2
19) Questions with no answer: una serie di domande alle quali non ha mai risposto. Prese da interviste varie, sceneggiate in questo modo: un giovane da una scomodissima cabina telefonica; una giornalista televisiva molto sexy; due studenti molto timidi da un’aula universitaria. Domande sulla vita privata, ma anche su questioni molto tecniche. Musica: Bach, suite inglese n.2
20) Una lettera persa: dettaglio ingrandito della scrittura di Gould, tratto da una lettera d’amore. Musica: Bach, Variazioni Goldberg.
21) Un’animazione di Norman Mc Laren. Musica di Bach, clavicembalo ben temperato.
22) Gould fa un’operazione di borsa. In un giorno in cui tutti perdono (successivo a una riunione dell’OPEC in Canada), Gould è l’unico a fare ingenti guadagni, vendendo azioni in salita e comprando quelle di una piccola società sconosciuta. Come faceva a saperlo? Lui in privato confesserà di aver fatto due chiacchiere con una guardia del corpo dello sceicco Yamani; il suo agente di borsa, distrutto, gli suggerisce di mollare definitivamente il piano e dedicarsi alla borsa.
Musica: Prokofiev, Sonata n.1
23) Leggendo il Toronto Star, Gould si diverte a scrivere un annuncio per la rubrica dei cuori solitari; ma poi - ridacchiando - non lo fa pubblicare. Musica: Scriabin, tre pezzi op.57
24) Tutte le pillole che prendeva Gould, nel dettaglio. Musica: Hindemith, sonata n.5
25) Intervista a Margaret Pacsu, sua amica personale, una donna molto bella. Dice di essere rimasta spaventata dalla quantità di flaconi e bottigliette in casa di Gould: “Non l’ho mai capito del tutto. Era sempre padrone di sè, molto acuto e presente, ma tutte quelle bottigliette...” ("non le prendo mai tutte insieme”, scherzava lui).
26) Radiografia filmata di un pianista mentre suona. Si vedono le ossa, le articolazioni, il cuore che pulsa. E frammenti del diario di Gould: numeri, frazioni, orari in cui prende le medicine. Musica: Schoenberg, suite per pianoforte op.15
27) Intervista telefonica: Gould risponde a domande sull’aldilà e sul soprannaturale. Crede in qualcosa dopo la morte, ma non si sa bene che cosa sia. Discorso sulle coincidenze. Stanza della casa di Gould con vista sul lago, una finestra luminosissima che sembra Magritte. Musica: Hindemith, sonata n.1
28) Gould compie 49 anni, e telefona alla cugina Jessie da una cabina telefonica. Le parla di Schoenberg, che era ossessionato dalla numerologia: temeva di morire a 65 anni, perché 65 è divisibile per 13. Ma l’astrologo lo mise in guardia anche dai numeri la cui somma è tredici, come 76: a Schoenberg morì a 76 anni. Musica: Schoenberg, sei piccoli pezzi per pianoforte.
29) Intervista a Jessie Greig, cugina di Gould. Dice che scherzavano sempre, ma che la settimana prima della sua morte Gould era strano, parlava della gente al suo funerale. Dice che avrebbe voluto fare come Huck Finn, avrebbe voluto assistervi.
30) In auto, di notte. Gould si ferma e telefona a Jessie, da una cabina: le fa ascoltare la radio, stanno trasmettendo un Bach suonato dal giovane Gould: è la Suite francese n.1, la sarabanda.
31) Fuoco e fiamme: è la partenza della sonda Voyager. Nei due Voyager, nel 1977, destinati a superare il sistema solare, vennero messe delle testimonianze della civiltà terrestre; e tra di esse c’è anche una registrazione di Glenn Gould che suona Bach, un preludio dal clavicembalo ben temperato. Musica: Bach, da 9 piccoli preludi.
32) Come la scena 1, ma stavolta Gould si allontana da noi.
Nei titoli di coda, Gould suona l’organo: sempre Bach, da “L’arte della fuga”.
PS: non è facile reperire il dvd di questo film, perciò per le immagini mi sono dovuto arrangiare: due molto belle le ho trovato in rete, in più metto la locandina (che però a me non piace).Le altre immagini sono del vero Glenn Gould, che nel film non si vede mai: però si ascolta la sua voce, lo si ascolta mentre suona, si ascoltano i suoi documentari radiofonici. Nella prima, Glenn Gould giovanissimo in duo con un amico fidato (è la copertina di "L'ala del turbine intelligente", ed. Adelphi), nella seconda, Gould è con Leonard Bernstein; poi la locandina del film documentario su Gould girato da Bruno Monsaingeon, e Gould mentre registra un concerto, una scena che è stata riprodotta anche nel film di Girard. Yehudi Menuhin è con Mstislav Rostropovich; nell'ultima immagine, Gould si scalda le mani prima di un concerto.

mercoledì 3 febbraio 2010

Il fiume ( I )

Il fiume (The river, 1950). Regia: Jean Renoir. Soggetto: dall'omonimo romanzo di Rumer Godden; Sceneggiatura: Rumer Godden e Jean Renoir; Fotografia: Claude Renoir; Scenografia: Eugène Lourié e Bansi Chandra; Musica: musica tradizionale indiana, registrata in India sotto la direzione di M. A. Parata Sarathy; “Invito alla danza” di Carl Maria von Weber. Interpreti: Nora Swimburne (la madre), Esmond Knight (il padre), Arthur Shields (Mr John), Thomas E. Breen (capitano John), Suprova Makerjee (Nan), Patricia Walters (Harriet), Radha (Mélanie), Adrienne Corri (Valérie), Richard Foster (Bogey), Penelope Wilkinson (Elisabeth), Jane Harris (Muffie), Jennifer Harris (Mouse), Cecilia Wood (Victoria), Ram Singh (Sahjn Sing), Nimai Barik (Kanu), Trilak Jetley (Anil); Produzione: Oriental International Film INC con la collaborazione del Theater Guild. Durata: 99 minuti

“Il fiume” , tratto da un romanzo della scrittrice anglo-indiana Rumer Godden (di famiglia inglese, ma nata e cresciuta in India), nasce come progetto di film da girare in America, negli anni ’40; ma ad Hollywood Jean Renoir girerà altri film, non questo.
Un film sul rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda sarà “The southerner”, ma si tratta di tutt’altra cosa; e il tema era del resto già presente nei capolavori girati in Francia negli anni ’30, come “La regola del gioco”.
Nel libro su Renoir di Carlo F. Venegoni, la serie del “Castoro cinema”, si dice che “la maestosa natura del west americano portava già troppo i segni della presenza attiva dell’uomo” e che la concezione americana della Natura è quella di un conflitto in cui l’uomo domina e vince: tutte cose vere, e che rendevano poco credibile un adattamento del romanzo nel Nuovo Mondo.
Invece l’India, alla fine degli anni ’40, era ancora quasi incontaminata; e il rapporto di induisti e buddisti con la natura era ben diverso da quello dei coloni americani. Protagonista diventerà dunque il grande fiume, il Gange: la vita che scorre.
“Il fiume” è uno dei più grandi ed emozionanti film della storia del cinema, ma è anche un film che ha spiazzato tutti, e che continua ad essere troppo grande per poter essere descritto: bisogna proprio cercarlo e vederlo, e non è detto che una sola volta basti per capirne la grandezza. Ancora oggi è raro leggerne una recensione davvero convincente, e quindi sarà ben difficile che proprio io riesca nell’impresa di raccontarlo; perciò ci rinuncio subito, non voglio mettermi a fare riassuntini e del resto la storia che vi si racconta è molto semplice, quasi banale: tre ragazze nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in un mondo quasi tutto al femminile, sulle rive del Gange. Due sono inglesi, la terza è di madre indiana e padre inglese: penso che nel raccontare la storia ci si possa fermare qui.
Rumer Godden, l’autrice del libro, ha al suo attivo molti romanzi oggi quasi introvabili; ma all’epoca era molto famosa. Un altro film tratto da uno dei suoi libri, sempre d’ambiente indiano, è “Black narcissus”, “Narciso nero”, girato nel 1947 da Michael Powell ed Emeric Pressburger: un altro grande risultato, ma più oscuro, completamente diverso dal film di Renoir. Quello che la scrittrice descrive qui, in “The river”, era il mondo in cui era vissuta, e probabilmente si tratta di una storia in gran parte autobiografica. Leggendo un altro libro di quegli anni, “La mia famiglia e altri animali” di Gerald Durrell, mi sono trovato a pensare che si tratta in gran parte dello stesso modo di vedere, anche se Durrell era a Corfù e non in India, il rapporto con la Natura è identico, e anche le storie delle ragazze ai loro primi amori; la differenza è che nel libro del grande naturalista il punto di vista è quello di un bambino, cioè un maschio, un fratellino piccolo. Anche in “The river” c’è un fratellino piccolo, che gioca e scopre la Natura proprio come il piccolo Durrell in Grecia, in compagnia di un altro bambino della sua età, che si chiama Kanu: nel film, i due bambini sono amici inseparabili, dove c’è uno c’è sempre anche l’altro.
Dopo la parentesi americana, ad Hollywood, Jean Renoir decide di prendersi una pausa e di viaggiare. In parte è costretto a fermarsi da motivi personali (noiose questioni di divorzi e di matrimoni), in parte è proprio la necessità di ripensare se stesso e la sua poetica. In mezzo, dopo “La grande avventura” e “La regola del gioco”, non c’è stata solo l’avventura americana, ma una guerra devastante, il nazismo, l’occupazione della Francia, la bomba atomica, Yalta...
A Hollywood, il maestro europeo ha girato film notevoli ma le cose non sono andate benissimo. Così ne parla Renoir stesso in un suo libro: « Il fiasco di “The Woman on the Beach” segnò la fine dalla mia avventura hollywoodiana. Da allora non sono piú tornato in un teatro di posa americano per fare un film. Zanuck, che di registi se ne intendeva, spiegò un giorno il mio caso a un gruppo di cineasti americani. La sua diagnosi è tutto sommato lusinghiera per me e perciò non esito a riportarla: 'Renoir - disse - ha molto talento, ma non è dei nostri' ». (Ma vie et mes films, cit., pag. 230). (da “Renoir” di Carlo F. Venegoni, editore “Castoro Cinema”)
In India, Renoir sembra iniziare una nuova carriera, la terza parte dopo “La regola del gioco” e “La grande illusione”, e dopo l’avventura americana: e lo fa con un film che è poco definire magico. E’ un altro film di quelli di cui si ha quasi paura a parlare, perché va a toccare i temi più importanti della nostra vita. Meglio fermarsi un attimo prima, e citare i grandi pittori che qui come in pochi altri film (potenza del colore, usato meravigliosamente da Renoir per la prima volta) vengono evocati: il padre di Renoir, certamente, ma anche Monet, Courbet, Manet, Matisse... Il film è una festa del colore, e spero che presto ne venga fatto un restauro accurato: la copia su dvd non è delle migliori, ma visto il pessimo clima culturale di questi anni è già un’ottima cosa che il film sia stato reso disponibile.

martedì 2 febbraio 2010

Il fiume ( II )

Il fiume (The river, 1950). Regia: Jean Renoir. Soggetto: dall'omonimo romanzo di Rumer Godden; Sceneggiatura: Rumer Godden e Jean Renoir; Fotografia: Claude Renoir; Scenografia: Eugène Lourié e Bansi Chandra; Musica: musica tradizionale indiana, registrata in India sotto la direzione di M. A. Parata Sarathy; “Invito alla danza” di Carl Maria von Weber. Interpreti: Nora Swimburne (la madre), Esmond Knight (il padre), Arthur Shields (Mr John), Thomas E. Breen (capitano John), Suprova Makerjee (Nan), Patricia Walters (Harriet), Radha (Mélanie), Adrienne Corri (Valérie), Richard Foster (Bogey), Penelope Wilkinson (Elisabeth), Jane Harris (Muffie), Jennifer Harris (Mouse), Cecilia Wood (Victoria), Ram Singh (Sahjn Sing), Nimai Barik (Kanu), Trilak Jetley (Anil); Produzione: Oriental International Film INC con la collaborazione del Theater Guild. Durata: 99 minuti

“Il fiume” è un film dolce e delicato, piacevole e anche divertente, con al suo interno una tragedia terribile. Siamo in India, alla fine degli anni ’40; la Natura è molto presente, e la Natura fa di queste sorprese.
Eppure anche alle tragedie bisogna abituarsi. Accade dentro ad un film che fin lì pareva parlare di tutt’altro, una storia di giovani donne che crescono e vivono i loro tormenti d’amore e di vita, sia pure in un ambiente esotico e lontano: nel 1950 l’India era molto più lontana di adesso.
Fa parte della vita, bisogna farsene una ragione. La vita continua, scorre come il grande fiume – il Gange - che passa vicino alla casa delle protagoniste: è il film che Jean Renoir gira dopo aver abbandonato gli USA e Hollywood, dove ha girato alcuni film fra i suoi migliori, ma che non è proprio il suo posto. Dopo “The river” Renoir tornerà in Europa, a girare “La carrozza d’oro” e altri suoi film molto personali, sempre senza farsi condizionare da chi gli vorrebbe spiegare cosa fare e perché.
Al minuto 15, Harriet invita il capitano John al Diwali, la festa induista delle luci.
voce narrante (sempre Harriet): « Mi pare ancora di vederle, tutte quelle lampade. “Diwali” in indiano significa “ghirlanda di luci”, luci che si accendono in memoria di una grande lotta, l’antica ed eterna guerra fra il bene e il male. Per ogni vita perduta in questa lotta, arde una lampada; nella più oscura notte di ottobre milioni di luci risplendono in tutta l’India.»La sequenza che segue, girata dal vero, è quasi identica a quella della festa pagana nell’Andrej Rubliov di Tarkovskij (1966) : ed è qualcosa che può sorprendere, perché si tratta di due ambiti molto diversi, la Russia del ‘400 e l’India sulle rive del Gange; ma vi è sempre un fiume che vi scorre, e forse la religione – antichissima – è davvero sempre la stessa.
« Per gli indiani, l’universo intero è Dio; e siccome Dio è ovunque è naturale per essi adorare un albero o una pietra o un fiume, poiché ogni cosa denuncia la presenza dell’essere supremo. (...) Gli indiani credono in un solo Dio, ma adorano differenti simboli che essi considerano la personificazione delle virtù e delle qualità dell’essere supremo. E’ per questo che in India le immagini nei templi sono così tante e così diverse. Uno dei simboli più venerati è Kali, la dea della distruzione eterna e dell’eterna creazione: non essendo possibile creare senza distruggere. In quei giorni, molte persone fanno offerte a Kali; dalla distruzione degli elementi del male nasce il bene.»A questo punto, di seguito, Renoir inserisce la sequenza del ballo nella casa delle ragazze: da un grammofono parte la la musica di Carl Maria von Weber (Invito alla danza). Il giovane capitano John viene invitato a ballare dalle ragazze, ma a causa delle ferite di guerra la danza ormai gli è preclusa.

Al minuto 24, si riparte dalla cerimonia indiana, e la voce narrante prosegue: « Il giorno seguente, al calar del sole, i simulacri della dea Kali furono portati al fiume per l’ultimo rito. Impastati con l’argilla e accuratamente modellati e dipinti, i busti della dea non avevano ormai più ragione d’essere. Preghiere, fumi d’incenso e ricche offerte sono ormai alla fine. Sul fiume e sulle sue rive giovani e vecchi, ricchi e poveri, rendono il loro estremo omaggio alla dea. Sorta dal letto del fiume, la dea Kali vi fa ritorno: argilla che torna all’argilla.»

Siamo al minuto 25; da qui parte la sequenza di Melanie, una delle tre ragazze, che decide che vorrà essere d’ora in avanti soltanto indiana, come sua madre. Melanie lascia gli abiti occidentali e veste il sari; sarà corteggiata dal giovane Anil, che ne è innamorato; ma Melanie non sa ancora cosa fare, e sorge anche un problema: essendo figlia di un inglese, la ragazza è fuori dal sistema delle caste. Insomma, non è così facile trovare una propria identità.
Al minuto 30, l’inglese che è il padre di quasi tutte le ragazze (e del bambino) accompagna il suo ospite, il giovane capitano John, e gli mostra la sua attività principale: la produzione e il commercio della iuta. I due discutono dell’utilità della iuta (“ci si fanno corde e stuoini”), una fibra tessile molto usata ma oggi quasi completamente soppiantata dagli equivalenti sintetici, come il nylon; Renoir ci mostra molte sequenze quasi documentarie, riprese dal vero.

Al minuto 32, il giovane John (“capitano John”) percorre le rive del fiume, osserva i sadhu (gli asceti) in meditazione, i bambini che giocano, lo scorrere del fiume. Come viene spiegato nel film, John è un uomo giovane e piacevole, e in guerra si è comportato in maniera eccellente; ma dopo la guerra, “un eroe è solo un uomo senza una gamba”. John maschera bene la sua mutilazione, ed è sempre disposto a sorridere, ma non è facile accettare che questa sia ormai la realtà immutabile.
Poi incontra l’altro John (mister John), suo cugino, un po’ più anziano di lui e padre di Melanie.
- E’ questo il tuo luogo di meditazione?
- Oh, meditare è faticoso. Sono troppo pigro per la vera filosofia, così me ne invento qualcuna di personale.
- (ride) Ad esempio?
- Il digerismo. Ecco uno stupendo albero del pepe: io lo guardo e digerisco le mie idee.
- E... non lavori mai?
- Oh. Una volta lavoravo, ma guadagnavo troppo. E ora sono ricco.
- Molto?
- mmm... (sorride e poi spiega) Per te: (indica la sua mano, con pollice e indice molto vicini). Per me: (allarga le braccia più che può e ride contento). Per arrivarci ho dovuto imparare a sottrarre, più che a sommare.
- Ha tutta l’aria di essere un paradosso.
- I paradossi possono essere veri. Una volta, due uomini erano rimasti sul tetto di una casa che bruciava. Uno si buttò, e con quel volo si salvò; l’altro restò lì e ci rimise la pelle.
- (ride) E cioè, dovrei buttarmi?
- (sorride) Sono tuo cugino, non il tuo maestro.
(Al minuto 41 si ricorda che è sotto l’albero del pepe che meditava il Buddha Gautama.)
Al minuto 47 è citata la dea Sarasvati, subito prima del racconto di Harriet su Krishna e la dea Radha. (l’attrice che interpreta Melanie si chiama proprio Radha). Un racconto molto ingenuo, ma che serve a Renoir per mostrarci miti e danze dell’induismo: va ricordato che siamo nel 1950, di queste cose erano in pochissimi ad occuparsi. Molti spettatori saranno rimasti annoiati o sconcertati davanti a queste sequenze, che sembrano fermare la narrazione; ma in esse sta buona parte del fascino del film, e va ricordato che “Il fiume” non è “Piccole donne”, anche se la storia che vi si racconta è molto simile non è solo la storia in sè ad avere importanze, e se ci si chiede come va a finire e con chi si sposeranno le ragazze si sta sbagliando strada. E’ molto bella la sequenza di musica indiana in concerto, ripresa dal vero, al minuto 54: anche questa una rarità per l’epoca, sarà solo dopo la metà degli anni ‘60, con il sitarista Ravi Shankar, che in Europa e in America si prenderà conoscenza della musica indiana.

A 1h23’, dopo il funerale, c’è il secondo dialogo tra i due John. Il giovane John porge a Mr.John un bicchiere di brandy.
Mr. John: Bevo ai fanciulli. (non beve e posa il bicchiere; poi prosegue come se stesse ragionando fra sè, ma a voce alta). Dovremmo essere lieti che se ne vadano così, da piccoli; che riescano a sfuggirci. Li chiudiamo nelle nostre scuole, li educhiamo ai nostri stupidi tabù. Li buttiamo nelle nostre guerre, ed essi non sanno resistere. Non sanno difendersi, e noi li uccidiamo. Sono innocenti, e noi li massacriamo. E il vero mondo, invece, è quello dei bambini; loro sono i più vicini alla natura. Sono come gli scoiattoli. Sono liberi come gli uccelli, e come gli animali sono senza falsi ritegni. Loro sanno ciò che è importante: una lumaca su un muro, una foglia caduta in uno stagno. Se il mondo fosse fatto solo di bambini...
La sequenza successiva vede Harriet a tavola con i suoi genitori. Harriet ha in mano il flauto del fratellino, non vuol mangiare. Sua madre si fa consegnare il flauto.
Madre: Cosa nascondi? Dammi qui, è inutile conservarlo.
Harriet: E’ orribile e crudele... Patate arrosto e piselli, e intanto Bogey non c’è più! Ma tutto continua come se nulla fosse!
Madre: (affranta) No, non è vero. Continua soltanto.

A 1h33’ Renoir ci mostra i riti della primavera, con il colore rosso che viene sparso ovunque, in segno di festa.
Ma qui conviene fermarsi. “Il fiume” è un film da vedere, meno se ne parla e meglio è; e io ho già parlato fin troppo.

Renoir padre e figlio

IL FIUME (The River, 1950). Regia: Jean Renoir; Soggetto: dall'omonimo romanzo di Rumer Godden; Sceneggiatura: Rumer Godden e Jean Renoir; Fotografia: Claude Renoir; Scenografia: Eugène Lourié e Bansi Chandra; Musica: musica tradizionale indiana, registrata in India sotto la direzione di M. A. Parata Sarathy; “Invito alla danza” di Carl Maria von Weber. Interpreti: Nora Swimburne (la madre), Esmond Knight (il padre), Arthur Shields (Mr John), Thomas E. Breen (capitano John), Suprova Makerjee (Nan), Patricia Walters (Harriet), Radha (Mélanie), Adrienne Corri (Valérie), Richard Foster (Bogey), Penelope Wilkinson (Elisabeth), Jane Harris (Muffie), Jennifer Harris (Mouse), Cecilia Wood (Victoria), Ram Singh (Sahjn Sing), Nimai Barik (Kanu), Trilak Jetley (Anil); Produzione: Oriental International Film INC con la collaborazione del Theater Guild. Durata: 99 minuti

«Vedevo nei colori dell’India dei meravigliosi motivi per provare nella pratica le mie teorie sui film a colori. Erano anni che volevo fare un film a colori. Penso che il bianco e nero contribuisca potentemente a fare del cinema uno spettacolo: beneficia del vantaggio di non poter essere realista. Che lo si voglia o no, la vita esterna (in esterni) è a colori. Io volevo evitare gli effetti di laboratorio, mettendo davanti alla macchina da presa un paesaggio o un décor così come sono. In secondo luogo, dovevo evitare i paesaggi dalle sfumature troppo complesse. In Bengala, come in molti paesi tropicali, i colori sono vivi e non mescolati (...)»
(dalle “Memorie” di Jean Renoir, citato da Vieri Razzini).
Jean Renoir non si limita a fare un discorso teorico, come fanno in tanti, ma mette in pratica le sue idee e lo fa nel migliore dei modi: il risultato è “Il fiume”, uno dei più grandi film nella storia del cinema.
Il cinema a colori esisteva già dagli anni ’30: era molto costoso ma ad Hollywood non era un problema, basti pensare a “Via col vento” che è del 1939 (si fa fatica a crederci, ma è così). Per un regista del valore di Jean Renoir, in America dai primi anni ’40, forte dei grandi successi ottenuti in Europa, girare film a colori probabilmente non sarebbe stato un problema. Ma a Renoir quel colore non piaceva, trovava i colori del cinema troppo forti, troppo pieni, privi di quelle sfumature che hanno i colori che vede l’occhio umano: e rivedendo i film di quel periodo è facile capire a cosa pensava. I colori delle pellicole di quel periodo sono bellissimi, caldi, forti, ma non si può dire che siano colori naturali, così come siamo abituati a vederli.
Renoir girerà il suo primo film a colori solo all’inizio degli anni ’50, e per girarlo andrà in India: ne nascerà uno dei più grandi capolavori di tutta la storia del cinema, “Il fiume”. Per la precisione, Renoir andrà nel Bengala: aveva comperato i diritti di un romanzo della scrittrice inglese Rumer Godden, cresciuta in India, e ora aveva trovato anche i finanziamenti. La luce piena e forte del Bengala, i colori netti e quasi senza sfumature, i verdi delle piante, i rossi e i gialli dei vestiti e dei turbanti, le poche ombre, gli sembravano perfetti per quello a cui stava pensando, e in questo caso i difetti delle pellicole a colori degli anni ’40 venivano superati facilmente.
Come mai il regista francese era così pignolo ed esigente sul colore? Da dove viene questa sua sensibilità? La risposta è facilissima, così facile che mi vergogno perfino a scriverla: Jean Renoir era figlio di Pierre Auguste Renoir.

Ecco cosa dice la Garzantina sul papà di Jean: « Pierre-Auguste Renoir, 1841-1909, pittore francese impressionista. Al realismo derivato da Courbet unì il gusto per i soggetti della vita quotidiana e in interesse per gli effetti ottico-cromatici della luce. Nel 1881-82 viaggiò in Italia: la meditazione su Raffaello lo portò a riconsiderare il problema del disegno che modella la figura. Sviluppò poi (1907) una tecnica personale a piccole pennellate lisce e sfumate di colori iridati. I suoi temi preferiti furono ritratti di donne e di bambini.»

Si potrebbero aggiungere tante cose, ma libri, dvd e siti internet su PierreAuguste Renoir non mancano di certo. Jean Renoir, 1894-1979, in questa sede non necessita di presentazione. Pochi altri registi hanno realizzato così tanti capolavori, e basterà citare qualche titolo a caso: “La grande illusione”, “La regola del gioco”, “Boudu salvato dalle acque”, “La carrozza d’oro”, “Diario di una cameriera”, “Une partie de campagne”...

Le due protagoniste del film sono la scozzese Adrienne Corri e l’americana Patricia Walters. Ci sono molte altre donne, ragazze e bambine nel film, ma la storia è costruita intorno a loro due e alla loro amica Melanie, figlia di un americano e di un’indiana, interpretata da un’attrice indiana che si chiama Radha. Nel film, Harriet (Patricia Walters) è presentata come la più giovane, ma scorrendo Imdb ho trovato la sua data di nascita, e pare che nella vita reale avesse due anni in più della sua amica e vicina di casa: quindi aveva ventun anni quando si girava il film, e non era un’adolescente. E’ comunque molto credibile, e molto brava, perfetta per la parte: ma questo è stato il suo unico film, ed è un peccato. Radha (Melanie) aveva invece già alcuni film alle spalle, tutti girati in India, ma pare che questo sia stato l’ultimo a cui ha partecipato. Un’altra attrice indiana che vediamo in queste immagini è Suprova Makerjee, che interpreta Nan: più che una governante, una seconda madre per le ragazze.
Adrienne Corri (Valerie) ha invece avuto una carriera molto lunga, quasi sempre in parti di fianco; la si ricorda per un altro ruolo importante e molto drammatico, vent’anni dopo: Mrs. Alexander in “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick. Però è una parte molto breve, quasi non la si vede in volto ed è quindi molto difficile riconoscerla.
“Il fiume” è uno dei film più grandi nella storia del cinema. Ma è anche un film che non si può raccontare, perché è molto semplice e lineare nella sua trama: essere così chiari e così semplici, e nello stesso tempo così profondi e così complessi, è un dono destinato a pochi. “The river” (l’originale è girato in inglese) si merita molto più di una riflessione, e qualcosa proverò a fare – ma sempre cercando di non romperne l’incanto.


lunedì 1 febbraio 2010

Walkabout

Walkabout (1971) Diretto da Nicholas Roeg. Scritto da Edward Bond e James Vance Marshall. Fotografia: Nicholas Roeg Musica: John Barry. Con David Gulpilil, Jenny Agutter, Lucien John Roeg, e altri. Durata: 100 minuti

“Walkabout” (alla lettera, qualcosa come “farsi un giro”, “camminata”) è una parola inglese che traduce un rito iniziatico degli aborigeni d’Australia. I giovani della tribù, ormai in età da essere considerati adulti, devono dimostrare di saper vivere da soli, con i propri mezzi, usando gli insegnamenti loro trasmessi dai padri. Il ragazzo protagonista del film, nel suo “walkabout”, armato soltanto di un leggero giavellotto e con poco altro addosso, se la cava benissimo ma ad un certo punto fa uno strano incontro: una ragazza più o meno della sua età e un bambino di sei anni, biondissimi, in divisa da collegiali, sperduti nel deserto.
Li aiuta come meglio non si potrebbe fare, e li porta in salvo; ma qui siamo già molto avanti con il film e conviene tornare all’inizio.

L’inizio vede la ragazza e il bambino (una ragazza alla pari o una giovane insegnante privata, si direbbe) sulla macchina guidata dal padre del bambino, un uomo già piuttosto avanti con l’età, sui cinquant’anni. Nel bel mezzo del deserto, l’uomo ha una crisi di follia e mette in atto un piano che forse aveva già meditato a lungo: fa scendere suo figlio e la ragazza, dà fuoco alla macchina, si mette a sparare. L’uomo morirà vicino all’automobile, ma ora la ragazza e il bambino sono perduti in mezzo al deserto, con pochissima acqua e con indumenti inadeguati (la divisa di un college, roba che va bene solo a Londra...). La ragazza è in gamba e condurrà il bambino ad una sorgente d’acqua, ma i due si sono persi ed era inevitabile.
E’ l’arrivo del giovanissimo aborigeno (David Gulpilil, un futuro da grande attore, tra gli altri con Peter Weir e con Wenders) a salvarli. Il ragazzo interrompe per un momento il suo walkabout (è previsto che debba stare da solo in quel periodo) e conduce i due ad una casa abbandonata ai margini del deserto, dove c’è un pozzo d’acqua e molte altre comodità; ma la città è ancora lontana, o almeno così sembra. Il ragazzo aborigeno non parla inglese, ma i tre si capiscono nonostante tutto, almeno per le cose essenziali.
Per il bambino è una festa, il ragazzo nero lo tratta come un fratellino, lo dipinge con disegni tribali, gli insegna come usare il giavellotto. In più, il ragazzo è davvero in gamba: cattura animali, cucina, sa dove trovare l’acqua, conosce le piste e le insidie del deserto. Anche la ragazza, nonostante le apparenze, sa il fatto suo; non si perde mai d’animo, cammina senza stancarsi, è di grande sostegno per il bambino che le è stato affidato, e appena trova l’occasione lava i vestiti e si tiene in ordine, e cura che la stessa cosa faccia anche il bambino.
A questo punto, il ragazzo vorrebbe andarsene, ma non se la sente. I due, l’aborigeno e la ragazza bionda, hanno la stessa età e sono molto attratti l’uno dall’altra. L’aborigeno è rispettoso e gentile, la ragazza non sa cosa pensare perché le è stato insegnato di non dar confidenza agli indigeni; la storia avrà un epilogo drammatico, a causa anche della mancanza di comunicazione fra i due. Il ragazzo non sopporta il rifiuto della ragazza, si trucca con disegni bianchi che spaventano la giovane inglese: ma il bianco per gli aborigeni è il colore della morte, il bianco dello scheletro e delle ossa.
Ma poi il bambino troverà per caso la strada principale, dove passano le automobili: da lì sarà facile raggiungere la città, anche se il primo incontro con un bianco è poco simpatico: li prenderà per due vagabondi e li scaccerà in malo modo quando la ragazza chiederà di poter telefonare. Ci sono anche altri interpreti: una spedizione scientifica internazionale, che lavora con dei palloni meteorologici, e una piccola famiglia di aborigeni, che occuperà tranquillamente il relitto della Volkswagen bruciata.
Il film non ha quasi dialogo, e vive sulla bellezza delle immagini e sulla bravura dei tre interpreti. Il bambino, biondissimo, è il figlio del regista: dire che è perfetto è dire poco. Jenny Agutter avrà una carriera molto brillante, anche se non di primissimo piano. Gulpilil è ancora saldamente in carriera, uno dei più grandi attori australiani; dopo di questo, che è il suo debutto, interpreterà moltissimi film, alcuni dei quali memorabili come “L’ultima onda” di Peter Weir, pochi anni dopo, o come “Fino alla fine del mondo” di Wenders, o “The tracker” del 2003.
Il finale vede la ragazza, ormai sposata a un ricco avvocato, ripensare a quell’avventura. Si trova bene, è nel suo mondo ed è felice; ma il rimpianto per quel mondo, e per quel ragazzo nero così gentile e pieno di premure, è grande. Li rivediamo, in una sequenza forse sognata, o forse vera, nuotare insieme in un lago incantevole fra le rocce.
E’ un film notevole, anche a tanti anni di distanza. E’ uno dei primi film, forse il primo, a portare in primo piano l’Australia e la cultura degli aborigeni. Ma temo di aver usato troppe parole: questo è un film da vedere, (da guardare) prima di tutto. Gulpilil vede i bianchi seminare la morte, violentare la Natura, uccidere e sprecare; si tinge di bianco a simulare lo scheletro, danza per l’addio e muore. Un presagio, o forse una profezia.